CAPITOLO TERZO

CAPITOLO TERZODA SUSA AL PIRCHIRIANOI.Foresto.O leggiadre mie leggitrici, che passate per Val di Susa, se vi piace che il nome d'un vostro diletto vi risuoni amorosamente all'orecchio, venite con meco alla villa Balma fra i pampini, i pioppi e gli ippocàstani della Brumera, e quivi l'eco fedele vi ripeterà non una, ma dodici volte, la sospirata cara parola.Salve, o Dora, salve, o Balma, io sclamai più volte, e l'impietrita ninfa, la mal corrisposta amante di Narciso ripeteva i miei saluti al patrio fiume e all'ospite gentile, mentre io mi avviava al marmoreo villaggio di Foresto, che alle falde orientali del Rocciamelone spunta sulla sinistra riva della Dora a due miglia da Susa.II.Lo svelto e bianco campanile del paesello contrasta mirabilmente colle propinque ignude rocce di color cupo rossastro, che tagliate a picco perpendicolarmente, d'un'altezza non minore di 500 metri, succedonsi le une alle altre con molti segni delle ripetute rivoluzioni della natura, con ripidi solchi di viottoli e di torrentelli, e tentate qua e là dalla mano solerte del colono alpigiano, che raggranella un po' di terra su l'arido masso per fargli abbracciare la vite e la spiga.Da qualche noce soltanto è temperata quella selvaggia orridezza presso il torrente che sbocca da una profonda caverna piena di spavento, denominata perciò l'Orrido di Foresto.Penetrai in quell'Orrido, che a guisa di labirinto si prolunga entro le viscere del monte, e mi pareva di entrare in uno di quegli spechi, d'onde il corsaro guata la ricca preda che solca il mare.Dalle ghiacciaie del Rocciamelone scendono abbondevoli acque con gran fracasso entro la caverna, e raccoltesi in diversi bacini incavati dalla natura e dal tempo, si riversano sopra lisce pietre marmoree, e all'ingresso dell'Orrido scorrono spumeggiando fra le ruote d'un molino presso una povera casetta, di là dal ponte che traversa il torrente. Così il letto di queste acque fosse men basso, chè potrebbero fecondare i vicini campi!Uscendo dall'Orrido levai gli occhi ad ammirare le pittoresche rocce che spaccate in cima lasciano intravvedere un po' di cielo, e in quella vidi un'aquila che aveva in becco un serpentello. Rimasi attonito, e una vecchierella che filava presso la casa del molino:—Non abbia paura, mi sclamò, chè San Basilio protegge questi luoghi dai serpenti. Guardi quel masso a pan di zucchero che è di contro a noi, e vedrà una striscia bianca. È quello il segno rimasto d'un terribile serpente che infestava le circostanti borgate.A queste parole della vecchia, Norberto Rosa, che avevo al fianco, crollava il capo ghignando.Io guardai e vidi veramente quella striscia bianca, che appellasi comunemente il serpente di San Basilio. È una venatura del sasso, la quale somigliando ad un lungo rettile, ha dato occasione alla leggenda riferitami dalla credula vecchierella di Foresto.III.Presso a Foresto veggonsi cave di marmi bianchi e verdi, che servono all'arte: e in quel paese come a Carrara, di frammenti di marmo splendono anco le più umili case.Andammo alla villa dell'avvocato Luciano Genin sindaco del paese: ella ride fra le reliquie d'un tempio sacro alle Dee matrone, secondo si ritrae dalle iscrizioni di parecchie lapidi scoperte ivi in un giardino. Trovai già memorie di queste divinità salutari sulle cime del Monginevra; ma in Foresto direbbesi che duri tuttavia il loro culto, e il risorto loro santuario sia la villa Genin.In sull'imbrunire, stando noi per accommiatarci, i nostri gentili ospiti, in compagnia del gioviale parroco del paese, ci condussero fino a notte fra i meandri de' boschetti e le aiuole del giardino, e quindi, come per caso, ci fecero riuscire in un pergolato sotto la cupola fronzuta d'un verde pinacolo, che rischiarato da molte faci, offerse la vista d'una lauta cena, quasi per virtù d'incanto imbanditaci e presieduta dall'amabile consorte del sindaco, vera dea matrona del luogo.Sedemmo a mensa, e venuti a discorrere d'agricoltura, il sindaco mi comunicò un suo molto bene studiato progetto per assicurare al paese l'abbondanza dell'acque anche ne' tempi di più ostinata siccità. Egli vorrebbe derivare dal Rocciamelone per un traforo di non oltre a 180 metri, ne' gioghi adiacenti al villaggio, parte delle acque de' ghiacciai, le quali servirebbero così a meglio irrigare non solo i campi di Foresto e di Mompantero ai tempi asciutti, ma ad accrescere il volume delle acque della Dora, talvolta scarsa anch'essa ai bisogni dell'agricoltura; il che tornerebbe a grande benefizio delle lontane campagne, principalmente del territorio di Torino, e gioverebbe eziandio e precipuamente alle macchine degli opificii e all'igiene della capitale.Stupii che la spesa di questa altrettanto utile quanto desiderata opera non verrebbe ad eccedere i sessantamila franchi; di che l'utilità grande accoppiata all'economia dovrebbe raccomandare l'impresa agli amministratori della cosa pubblica.Mentre il sindaco ragionava dei vantaggi dell'acqua, noi sperimentavamo quelli del vino. I vini generosi di Sant'Eusebio, spesso cantati dal mio Norberto, e quelli di Foresto, che pur dovrebbe cantare, diffondevano l'ilarità nel convito, talchè i severi quesitidi pubblica economia diedero luogo alle ingenue arguzie del parroco, allegro servo del Signore, che coll'assiduo suo intercalarequel che è, è, troncava ogni controversia, e ci invitava a toccare i bicchieri.—Come ti piace questo parroco? mi domandò Norberto.—Mi pare, rispos'io, che il versetto serviteDomino in laetitia, e l'altrojugum suave est, siano scritti per lui.—Hai ragione, mi replicò egli. Se tutti i preti gli somigliassero, il cielo non ci perderebbe nulla, e la terra ci guadagnerebbe moltissimo.—IV.Bussoleno e Chianocco.Spesso in poveri alberghi e in picciol tetti,Nelle calamitadi e nei disagi,Meglio s'aggiungon d'amicizia i petti,Che fra ricchezze invidïose ed agiDelle piene d'insidie e di sospettiCorti regali e splendidi palagi,Ove la caritade è in tutto estinta,Nè si vede amicizia se non finta.Questa ottava dell'Ariosto un bel mattino mi suonò più che bella e soave in Bussoleno, paesello diviso dalla Dora, con vecchie mura merlate e case di stile gotico. Ad una balza vicina, cinto di quattro torri, gli si atterga pittorescamente il Castel Borello, abitato beatamente da un caro ex-arciprete.Un cortese dottore di medicina, che mi accompagnava e trametteva le sue notizie al continuo mormorar della Dora, mi additava a mezzogiorno i monti dellaBalmetta, e alle loro falde le cave diSan Basilio, cave di serizzo, specie di granito, e verso tramontana l'alpe diBalmafolcolla miniera di calcopirite ramifera, somigliante a quella delle cave svedesi, e laFaucimagna, gola di esteso monte che vantasi dellaFuggiera, cava di marmoverde serpentino, quello che più si approssima al verde antico. Ivi giganteggia l'arido picco de'Tre denti, così chiamato da tre punte che si dispiccano al vertice dellaFaucimagna. Visitammo la chiesa parrocchiale, sormontata da un antico campanile, e nel ritornare ci abbattemmo in una allegra compagnia di villani e villanelle, che, adorna di rosse nappe alle cuffie ed ai cappelli, e con mazzolini di fiori al petto ed in mano, iva alternando canti e danze al suono d'un violino.—Che cosa è questo tripudio? io chiesi al mio cicerone.—È una pastorella dei monti di Cesana, che va a sposarsi con un giovane qui delle vicine borgate diMattie.Intanto che il mio cicerone mi dava questa notizia, la sposa spiccatasi dalla comitiva, e lesta come una camozza delle sue montagne, era venuta ad attaccarmi un roseo fiocco sul petto.—Che fate, mia bella sposa! gridai io alla vista di quella strana decorazione.—Che? Non conosce più la Lucia di Bousson?—La Lucia di Bousson! La figlia del pastore Giacomo, che con tanta cortesia mi accolse ospitalmente nella sua capanna, quand'io, malconcio da pioggia dirotta, scendeva dal Monginevra? Oh! sì, sì che ti riconosco agli occhi cilestri ed al labbro di corallo, ed alle trecce d'oro che oggi, siccome quel giorno, si diffondono fra i gigli e le rose del vivace sembiante.Dietro alla sposa era pur venuto, non senza sospetto, lo sposo; se non che appena seppe che io conosceva il padre di Lucia, fece vive istanze perchè andassi a prender parte al convito nuziale.Lo ringraziai del cortese invito, perchè la gita era troppo lunga, e io desiderava visitare il villaggio di Chianocco, per dove c'incamminammo, lasciando che gli sposi, coll'allegra comitiva, si godessero tutto quantoil più bel giorno della vita, come lo chiama lo Scribe.V.—Ha fatto male, mi disse l'accorto mio cicerone, a nonaccettare l'invito degli sposi. Si sarebbe spassato davvero. Le prime accoglienze che la suocera suol fare alla nuora son tali da piacer anche ad un poeta.—Dice davvero?—Certamente. Ecco come si fanno le cose. Quando la brigata giunge alla casa dello sposo, trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al terzo picchio si apre, e in sulla soglia si affaccia la suocera, burbera nel volto, colla mestola appesa alla cintura, e comincia questo dialogo con la nuora:—Che cosa volete?—Entrare in vostra casa, e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi.—Eh! Voi altre ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che l'assetto della casa.—Lasciatemi provare e vedrete.—Ma qui si tratta di pascolare e mugnere gli armenti.—Ed io pascolerò e mugnerò gli armenti.—Di tagliare il fieno e lavorare i campi.—Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi.—Di alzarsi la prima e coricarsi l'ultima, perchè la vecchia suocera possa alzarsi l'ultima e coricarsi la prima.—Ed io farò anche questo.—Ma voi verrete meno a tante fatiche.—Iddio e vostro figlio mi aiuteranno.A queste affettuose parole la suocera smette l'aria sua burbera, e stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora:—Vieni, figlia mia, le dice, vieni, e possa tu non mai scordarti delle fatte promesse.Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla sposa, che da quell'istante fa gli onori della casa, e invita tutta la compagnia a prender posto al banchetto di nozze; nel quale v'ha ciò di curioso che, mentre ciascun convitato ha la sua posata, lo sposo e la sposa, seduti l'uno accanto all'altro, mangiano entrambi nello stesso piatto, e bevono allo stesso bicchiere, quasi a significare che da quell'ora in poi vi è tra loro perfettacomunanza di vita. Insomma le ripeto, conchiudeva il dottore, che a queste nozze di villaggio ella avrebbe passato un bel giorno, e ha fatto male a non accettar l'invito.—E a me pare, al contrario, di aver fatto molto bene.—E perchè?—Perchè vossignoria mi apprese in pochi minuti quanto io non avrei facilmente saputo nel villaggio di Mattie in tutto il giorno.VI.Questo racconto sente del ritratto che il libro dei Proverbi fa della donna massaia, la quale, traendo alla rocca la chioma, vigila al buon governo della famiglia; e mi ricorda altresì certe costumanze di feste nuziali, che trovai in un villaggio delle Calabrie, dove il popolo conserva l'idioma, i riti religiosi e i costumi de' suoi padri albanesi.Quivi la suocera all'entrata della casa avvolge un lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi, e congiungendone i capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentando così uno stretto vincolo d'amore. Poscia i parenti e gli amici insieme cogli sposi stendono le mani intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi alla porta della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima, cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa, che somigliano in parte a quelli della nostra suocera delle Alpi Cozzie.La moderna civiltà bandisce, siccome fole, dalle superbe città queste simboliche cerimonie, e riduce le feste nuziali ad un atto notarile, ed al calcolo di alcune cifre: ed io amo ancora cercarne la poesia rifuggita fra il buon popolo dei monti, ove col suo canto e le sue corone rifiorisce il patto più solenne della vita.VII.Fra questi pensieri giugnemmo alle pendici dell'opposta montagna meridionale al villaggio di Chianocco; e qui, a costo diessere tacciato di monotono scrittore, non voglio passare sotto silenzio l'Orrido di Prabecco, detto anche di Chianocco, dal nome del villaggio, orrido non meno pittoresco di quello di Foresto.La montagna calcarea spaccata o dal lungo lavoro del torrente che vi passa, o da qualche geologico rivolgimento, offre uno spettacolo tanto sublime, che mi sentii l'animo trasportato ora alla spelonca di Collepardo nello Stato Romano, presso la Certosa di Trisulti, ed ora al deserto del Battista nella vicinanze di Betlemme. Una voragine tenebrosa si volge a modo d'immane serpente nelle viscere della montagna, ed io, aggirandomi più volte fra lo svolazzare dei corvi, varcai il torrente che mi contendeva il passo fra le gigantesche erte rocce che, inarcandosi in sul vertice, si approssimano, quasi una forza misteriosa le portasse a congiungersi.Colà nulla mi sorrideva, se ne levi qualche raggio di sole, che, penetrando dalle fenditure, si rifletteva nell'argentea schiuma dell'acque e ne' marmi di vario colore, i quali, luccicando, formavano una specie di mosaico nel letto del torrente. Dopo essermi di molto inoltrato, tornando sulle mie orme, all'orlo della caverna mi si affacciò un alto picco detto laRoccaforte, così appellato dall'apparenza che ha d'una grossa muraglia di castello.Uscito dalla tenebría della spelonca, andai, per serenarmi lo spirito, nella casa del prevosto Cibrario, venerando vecchio, pastore di Chianocco. Ed egli, accoltomi con atti di squisita cortesia, mi parlò del torrente che sbocca dall'Orrido di Prabecco, e della costernazione del suo gregge, quando, nel mattino del 18 ottobre 1846, l'acque grosse devastarono lì presso il molino, ponti e case, e per una porta, or fatta da lui murare, irruppero nel santuario seco trascinando alberi e macerie d'ogni maniera, e, condottomi nella chiesa:—Qui, sclamava con voce affannosa, qui, nella chiesa l'acqua si era levata all'altezza di un metro e mezzo, e sovr'essa galleggiavano travi e ruote del molino colle croci, e i candelabri, e gli arredi della casa del Signore.—Così dicendo il buon pastore dai bianchi capegli, sembrava afflittocome se ancora lo ferissero i lamenti del suo gregge, e l'onda sacrilega si agitasse intorno agli altari.Domandai al prevosto se erasi preso alcun provvedimento o riparo contro alle nuove inondazioni e ai danni del torrente.—Nulla, mi rispose reciso: quattro inondazioni sopravvennero di poi con danno gravissimo.—Che si avrebbe a fare?—Rompere laRoccaforteche chiude l'imboccatura del torrente, e basterebbe.—Mi accommiatai dallo zelante prevosto augurando che il suo desiderio si adempiesse o che altro rimedio si trovasse alla salute del villaggio.VIII.Il sole era tramontato dietro i gioghi del Cenisio, e la notte stendeva le tenebre sulle capanne di Chianocco. Lo splendore delle stelle, il lume delle lucerne dei casolari riflesso nelle invetriate, e le lampane appese nella via a divote imagini, rischiarando que' luoghi alpestri, insegnavano il cammino al mio cicerone, il dottore, che andava visitando alcuni infermi. Accompagnandolo al salutare ufficio entrammo in una casa rischiarata da insolita luce, e quivi ci si offerse una scena quale in vita mia non vidi mai.Un gatto nero dagli occhi scintillanti miagolava fra gli arnesi della cucina, in mezzo alla quale ardeva gran fiamma sotto un paiuolo pieno d'acqua. Uomini e donne, armati di bastone, vi si affaccendavano intorno e attizzavano il fuoco. La più attempata di quelle donne, mormorando parole misteriose, gettò nel paiuolo a determinati intervalli sette piccoli chiodi, sette ramoscelli di rosmarino, sette foglie di malva con altre erbe. Mentre il paiuolo bolliva, tutta quella gente con piglio sdegnoso faceva intorno una sorta di ridda, battendo sul paiuolo con ripetuti colpi di bastone.Il gorgoglìo dell'acqua tinta di strana mistura, le mistiche parole piene d'ira, e quel continuo aggirarsi a tondo di gente convulsa, mi ricordarono i due versi del tragico inglese nel suoMacbeth, chesi riferiscono alla tregenda delle streghe, e che nel ritmo originale sono maravigliosi pel suono delle voci rispondente al subbietto:Double, double toil and trouble;Fire, burn, and, couldron, buble.Raddoppiate, raddoppiate fatiche e cure;Abbrucia, o fuoco, e tu, caldaia, gorgoglia.Mentre io abbacava per iscoprire la ragione di quel ballo infernale, il medico tornava dalla vicina cameretta, annunziando che l'ammalato era in via di guarigione. Allora i parenti ed amici dell'infermo rinnovarono i loro balli con grida di gioia ripercotendo il fumante paiuolo.Uscito di là, chiesi al dottore che mai significasse quello strano spettacolo, che ricordava le nordiche scene delle streghe.—Ella ha colto nel segno, mi rispose il medico: quella rustica gente attribuisce l'infermità del vecchio suo congiunto ed amico al sinistro incontro d'una povera vecchia sdentata, che si regge a stento sulle gruccie, ed è in voce di maliarda; e crede inoltre che i perniciosi effetti della malìa possano essere cacciati colle ridde, cogli scongiuri e colle battute de' bastoni, che vanno a ripercuotersi su la strega istessa. Onde quando io dissi loro che presto risanerebbe, n'esultò riferendolo non tanto alla scienza del medico, quanto alla sua arte di cacciar le malìe.—Durano dunque tuttavia le superstizioni che tormentarono la Maddalena Rumiana? io interruppi.—Non ne faccia tanto le maraviglie, proseguì il dottore: qui si ha pur troppo ancor fede negli incantesimi e nelle arti diaboliche; alle quali spesso il volgo attribuisce i malanni della vita. Non è gran tempo che tumultuarono questi villici, tenendo per fermo che i diavoli su queste rocce rompessero battaglia fra loro, perchè si era veduto levarsi un gran polverìo a intenebrare l'aria. Era un cedimento di monte che nello sprofondare aveva levato quel polverìo straordinario, creduto effetto di battaglia infernale. È tale fra questa gente la credenza nelle malìe, chesi hanno in gran conto i libri di negromanzia, coi quali pretendesi di evocare il malo spirito, interrogarlo, richiederlo di consigli e d'aiuti, ed ottenerne risposte acconce al bisogno, in ispezie per iscoprire tesori, e per mezzo di strane parole e strane erbe fra le quali è molto in credito lafuggia(in francesefougère), la felce, pianticella medicinale con foglie oblunghe, sottili e frastagliate, che s'alza a un metro e mezzo, e che dal negromante deve essere calcata a mezzanotte, al chiarore d'una lanterna, con formule determinate nei libri di magia. Oh! quante volte qui tocca al medico d'incontrarsi colle credute maliarde presso gli infermi, ai quali alcuna fiata, a dir vero, prestano rimedi salutari, accompagnandoli però sempre con istrani scongiuri. Ecco, per esempio, quali parole la maliarda del contado brontola su la risipola applicando il suo impiastro:Se è rossa—che se strozza,Se è bianca—che se scianca,Se è griza—che se sfriza,Se è neira—che se speila!Raccapricciai che qui sulle rive della Dora, dove è accolto il fiore degli ingegni italiani, e all'ombra del vessillo tricolore cresce una nuova civiltà, possano tuttavia allignare superstizioni di tal fatta, nè si cerchi modo a diradicarle.—In ciò molto potrebbero i preti, mi rispose il medico.—E i medici non potrebbero nulla?Il medico tacque.IX.Ed eccovi, miei cortesi lettori, un bel mattino e una trista sera. In Bussoleno fui lieto di apprendere imitabili costumanze che abbelliscono le feste nuziali delle campagne, e meglio dei profumati nostri epitalamii insegnano il governo della famiglia;e in Chianocco dolorai vedendo il villaggio in balìa d'un torrente, e il popolo in balìa della superstizione, torrente ben peggiore dell'altro.X.San-Giorio.Ad un miglio da Bussoleno, sulla riva destra del nostro fiume, s'incontra San-Giorio, paese che da mezzogiorno a ponente si distende a piè d'una giogaia da cui sorgono malinconiche le solitarie rovine d'un castello feudale. L'edera si va abbarbicando fra le fenditure delle grosse muraglie cadenti e per le vuote pareti della quadrangolare chiesuola, e intorno alla rotonda torre merlata che sovrasta gigantesca. Dal mezzo della torre guardava a tramontana una loggia, come accenna attiguo ad una porta il lungo trave sporgente. Da quell'alta loggia, lo attesta costante tradizione, venivano precipitati giù per l'erta scogliera perpendicolare, nuova rupe tarpea, i dannati all'ultimo supplicio, e percotendo nei sottoposti ignudi scogli, tingevano del loro sangue le chiare acque della Dora, che bagna le falde alla orrida rupe del castello.Confortiamo lo sguardo nella distesa dei monti che a tramontana, sul lido sinistro del fiume, a modo di anfiteatro, s'inarcano dal bianco campanile di Foresto alla bruna torre di San Didero (Desiderio).Nella stagione primaverile la vaga famiglia degli augelli, e la rosa e il gelsomino, e i candidi fiorellini del mandorlo e del pero, i purpurei del persico e i bianco-rossi del melo e le infinite qualità di erbe aromatiche fra il verde del castagno, del rovere, del salice e del pioppo, e fra le ghirlande de' pampini spandono ineffabile gaiezza intorno alle capanne dì Chianocco e sul turrito castello di Bruzzolo, memorabile pel trattato quivi sottoscritto nel 1610 da Enrico IV di Francia con Carlo Emanuele di Savoia; e fra i molti casolari, che sparsi in ogni parte della cerchia alpestre,coronati di verzura, sembrano appesi ai ciglioni della montagna, e in mezzo a tanta esultanza della commossa natura, le Alpi Cozzie nel canto dei pastori e dei coloni intonano a Cristo l'inno della risurrezione e dell'amore universo.XI.Zefiro torna, e 'l bel tempo rimenaE i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,E garrir Progne e pianger Filomena,E primavera candida e vermiglia.Con questi soavissimi versi del Petrarca salutiamo il 23 aprile, giorno festivo a San Giorgio, da cui con voce corrotta si appella forse il paese; comechè altri ne voglia trarre la denominazione da un Giorio, martire della legione Tebea.Squillano le campane della chiesa parrocchiale e suonano le musiche nelle vie stipate di popolo. Le quattordici borgate di San-Giorio oggi riposano dai lavori campestri, e i loro abitanti dalle balze meridionali sono discesi in gran folla a far baldoria con quei di Bussoleno, di Villarfocchiardo e di altri circostanti paesi, mentre su le spalle di quattro divoti, fra i canti e le fiaccole dei sacerdoti viene portata in processione una statua di legno, che rappresenta San Giorgio a cavallo, il santo patrono della cavalleria, splendido la testa di piumato cimiero e il petto di aurea corazza, col brando nella destra. Ma quello che attira la moltitudine de' curiosi non è tanto la processione di San Giorgio, quanto lo spettacolo degli spadeggiatori, che, chiuso il capo in un elmo adorno di piume e di nastri, la accompagnano, brandendo enormi spadoni e indossando una strana assisa, con cui pare vogliano imitare le fogge guerresche usate nelle età di mezzo. Io non li saprei descrivere meglio di quello che facesse Norberto Rosa nel 1843[17].«Gli spadeggiatori non camminano mai passo passo, ma asalti a salti l'un dopo l'altro, o a due a due: fatti due salti in avanti, il primo spadeggiatore si volge indietro, batte la lama della sua lunga spada contro quella del compagno che gli vien dietro, e poi torna a far due passi, e poi torna a toccar la spada, e via via. Quando la brigata e la processione si ferma, gli spadeggiatori si fermano anch'essi, ma in una posizione guerriera, cioè colla mano sinistra sul fianco, colla destra orizzontalmente distesa, tenendo impugnato il manico dello spadone, la cui punta va ad appoggiarsi in terra. Le figure poi, i giuochi, i salti, le parate, le contorsioni, le smorfie somme che questi strani visacci fanno, sono infinite. Ora si abbassano tutti due, o tutti quattro, o tutti otto quasi a terra, tenendo i rispettivi spadoni a due mani, quasi che vogliano forbirne la lama nel suolo. Ora gettano gli spadoni in aria capovolti e li riprendono con assai maestria pel manico. Ora si cambiano in aria i rispettivi spadoni, gittandoseli l'un l'altro a non poca distanza».XII.In tali guise armeggiando e danzando bizzarramente gli spadeggiatori accompagnano la processione. Il più bello della bizzarra mostra segue sul pratoParavì. Quivi fra il popolo accorrente rappresentano una scena di rivolta contro il loro duce. Egli si difende dai nemici colla destrezza del suo brando, ma solo non può resistere a lungo contro i molti, nei quali pari alla forza è l'ira. Gli è necessità fuggire. Inutile fuga! I ribelli lo inseguono, lo assalgono, e, prostratolo a colpi di spada e con spari di pistola, lo finiscono.Vittoriosi si guardano l'un l'altro, quasi interrogandosi: cauti s'accostano, origliando, al vinto duca, e fatti certi che più non respira, copertolo di erba sel portano via.Quindi acclamano un altro signore; e il nuovo duce adorno di purpuree seriche insegne, con lungo cappello guernito di penne nere di struzzo, è onorato da' suoi guerrieri e presentato di fiorida tre avvenenti donne. Gli viene pure offerta la tazza delle feste, che spumeggia di vino, ed egli beve esultante, e getta la tazza che ad altri più non deve servire. Eccolo portato su le spalle dei suoi prodi, colla mano sinistra alla cintola, e due alabarde incrociate strette nella destra, percorre trionfante il paese fra le musiche e le acclamazioni del popolo.XIII.Sono grotteschi, a dir vero, questi simulacri di antiche lotte.Un tempo gli spadeggiatori di Val di Susa uscivano nei giorni solenni da diversi paesi ad accompagnare le feste religiose e civili; ma da qualche anno que' di Giaglione, di Venaus e di Chiomonte hanno deposto l'elmo e la serica sopravvesta, e gettato lo spadone fra i vani arnesi delle loro terre. Ultimi e soli rimasero gli spadeggiatori di San-Giorio; e ben era loro debito tener vivo un tal costume nelle Alpi Cozzie, per onorare il santo patrono della cavalleria; imperocchè vogliono alcuni che la loro origine si abbia a cercare tra i gladiatori romani, o tra gli ordini dell'antica cavalleria; altri ne cercano l'origine tra i martiri della legione tebea, ed altri, assegnando loro un'origine meno gloriosa, li credono reliquie de' tanti mimi e buffoni che trastullavano i tirannelli.In tanta discrepanza di opinioni interrogai il degno prevosto di San-Giorio, G. B. Pettignani, che mai significasse la strana scena testè rappresentata nel pratoParavì; e presso la torre quadrangolare che fiancheggia la sua casa, innanzi alla gemebonda fontana che gl'irriga il pensile giardino, egli gentilmente così mi rispose:—Probabilmente è una di quelle tante scene del medio evo, in cui, come a Cesana e ad Ivrea, il popolo si sbarazza del suo oppressore.—Appunto così e non altrimenti, sclamò l'egregio avv. Gianone di Bussoleno, che mi era compagno. Appunto così, e non altrimenti si ha da interpretare, come nella festa delBarro, dadue anni, con dispiacere di molti, cessata nel mio paese. Colà nel pomeriggio del giorno di Pasqua, nella sala del Comune, convenivano i membri del Consiglio, a ciascuno dei quali era consegnato un grosso fuso, nelle due estremità munito di punte di ferro. Quindi fra le musiche, e con gran seguito di popolo, si andava nel prato delBarro, dove, sorteggiati que' consiglieri, partivansi in due campi, e, fissato il segno del bersaglio, giocavano a chi meglio vi colpiva, e i vinti pagavano le spese del convito alla festante brigata.La festa dei fusi ricorda una magnanima nostra popolana, che, tentata da lascivo feudatario, vuolsi che in petto gli abbia confitto il fuso ad arte ferrato, e tolta così di pericolo la sua onestà, e liberata da un tiranno la nostra patria. E il nomeBarroricorda un benemerito Bussolenese, che per testamento legava al Comune la proprietà d'un suo prato, a condizione che ogni anno vi si facesse il giuoco dei fusi, che in segno di riconoscenza verso il gentil donatore, assunse il nome di giuoco delBarro. Bell'esempio di giustizia e di virtù cittadina!XIV.Le strade ferrate e il telegrafo confondono a poco a poco in una famiglia le stirpi diverse, e quella multiforme poesia che nasceva dalla varietà dei caratteri, delle leggi, degli usi e dei costumi, si va grado grado armonizzando nel duplice canto dell'uguaglianza e dell'industria. Noi salutiamo gli acquisti della civiltà; però vorremmo eziandio conservati certi usi e certe feste, così religiose come civili, che, ricordando le virtù degli avi, stimolano i nipoti ad emularle. Ci piacciono pertanto gli spadoni di San Giorio e i fusi delBarro(come in Bussoleno l'avvocato Rivetti con molta cortesia me li mostrò nella sala del Comune), perchè attestano che il popolo delle Alpi Cozzie fu in ogni tempo belligero ed amico a libertà, e che seppe mai sempre meritarsi il titolo di guardiano delle porte d'Italia.XV.Il Sasso d'Orlando e la Grotta di San Valeriano.Dagli spadeggiatori di San-Giorio ai cavalieri erranti di messer Lodovico Ariosto è facile il passo.Alla destra della Dora, fraVillarfocchiardoe Borgone, a pochi passi dall'antica strada reale, mi venne mostrato un sasso che, secondo una falsa tradizione, sarebbe quello che il disperato Orlando spaccò colla sua famosa Durindana, quando vi lesse incisi i nomi di Angelica e di Medoro e le parole che facean fede dei loro beati amori.Dico, secondo una falsa tradizione; imperocchè al di là delle Alpi è il teatro immaginato dall'Ariosto, in cui vien descritta la grotta,Dove Medoro insculse l'epigramma,(Ariosto)che trasse il geloso nipote di Carlomagno ad atti inauditi di disperazione; senzachè i dintorni di Villarfocchiardo, sebben lieti di acque e di selve, non corrispondono agli incantevoli luoghi, ritratti con poetici colori dall'Ariosto.Il sasso mostratomi presso il ponte dellaGiaconerasorge a fior di terra, è lungo circa tre metri, ma non vi si vede fenditura di sorta, sibbene un'incanalatura condotta a colpi di scarpello. Certo è però che la cascina, innanzi alla quale è il sasso, si chiama anche oggidì la cascina Rolando, che suona a un dipresso Rutlando, il vero nome del Duca d'Anglante, mutato dagl'Italiani in quello di Orlando per maggior dolcezza di suono.Un altro particolare diè vigore alla falsa tradizione. Nella cascina Rolando, antico rustico edifizio con due finestre di stile gotico e con merli anneriti dal tempo, a cavaliere della portad'ingresso, era dipinta sulla facciata una Madonna, e in diverse parti lo stemma gentilizio della famiglia Carroccio Fiocchetto, che teneva il feudo di Villarfocchiardo. Inoltre si vedeva figurato un guerriero a cavallo con elmo piumato in testa, ed armato la destra di lunga spada. Forse in quel guerriero si è voluto rappresentare San Giorgio o San Martino, ma il volgo credette ravvisarvi il furioso Orlando. Il tempo e le piogge hanno pressochè cancellato l'affresco della Madonna, e soltanto rispettarono qualche testa, qualche zampa dei leoni dello stemma gentilizio; e del sognato Orlando sono rimaste solo le piume del cimiero e la punta di Durindana.Checchè ne sia, il sasso d'Orlando in Val di Susa venne ricordato eziandio da scrittori stranieri. Ne parla il Valéry nell'operaCuriosités et anecdotes italiennes, e porta a testimonianza il Lalande, che«raconte avoir ouï dire qu'à trois lieues de Suse on voyait une figure de Roland, et que l'on y montrait une pierre énorme fendue par lui d'un coup de son épée, suivant la tradition du pays».Io, guardando la parete merlata del podere, mi assisi nello spianato erboso, innanzi l'antico edifizio, sullo spaccato sasso di Orlando. Un contadino, che mi ci scorse, additommi su la rustica muraglia lo sbiadito guerriero:—Quello è Orlando, mi disse.E accennando dove io sedeva:—Questo è il sasso spaccato da Orlando Furioso.Alle parole del colono, meglio che alla lezione d'un retore, io mi sentii spirare d'intorno un'aria piena di romanzesca poesia; imperocchè dalla leggenda del villano traluceva una cara pagina dell'Ariosto, trasportata sulle rive della nostra Dora e vivificata negli affetti del buon popolo alpigiano, che intorno a quel sasso e innanzi alle reliquie di quel dipinto ricorda le corse vittoriose fatte in Val di Susa da Carlomagno e da' suoi paladini.Al mormorìo delle limpide acque della Dora, e in cospetto alle folte selve che colà ammantano i circostanti piani e le pendici, io immaginava una spelonca presso il sasso famoso, e deliziandomiin tali immagini, ripeteva con l'Ariosto le soavi parole di Medoro[18]:Liete piante, verdi erbe, limpide acque,Spelonca opaca e di fredde ombre grata,.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   ..   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   ..   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   ..   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .Io povero Medor ricompensarviD'altro non posso, che d'ogni or lodarvi;E di pregare ogni signore amante,E cavalieri e damigelle, e ognunaPersona, o paesana e vïandante,Che qui sua volontà meni o fortuna;Ch'all'erbe, all'ombra, all'antro, al rio, alle pianteDica: Benigno abbiate e sole e luna,E de le Ninfe il coro, che provveggiaChe non conduca a voi pastor mai greggia.XVI.Mentre io m'inebbriava negli estri d'Ariosto, e mi vedeva innanzi Orlando investito dalle furie della gelosia, ecco all'improvviso avanzarsi a cavallo, e con grande celerità, un giovane animoso, scintillante negli occhi neri. Era il dottore Rumiano, mio conoscente, che in atto amichevole veniva a stendermi la destra, e, sapendo i miei desiderii, profferivasi di guidarmi sulla riva sinistra del fiume ad una grotta memorabile, un tempo abitata da un santo, onde si è diffusa nel popolo una pia tradizione.Accettai di buon grado l'invito. Salutammo Villarfocchiardo, i suoi annosi castagni e le reliquie dì due antichi monasteri benedettini; e quindi varcammo la Dora sul ponte dellaGiaconera, bellissimo ponte in pietra a tre archi, che illustra il regno di Carlo Alberto, e costò poco meno d'un milione di franchi e l'opera di seianni. Al di là del ponte toccammoBorgone, dove a piè d'ignudo poggio coronato da solitaria torre mi fu additata l'allegra villa di Enrico Montabone, ricco uomo, la cui più preziosa gemma è la bella e colta sua consorte.Traversato il paese, lieto di vigneti, costeggiammo a levante la montagna diFrassinere, passammo presso il ponte della strada ferrata, gettato in linea diagonale sulla Dora, e torcendo a sinistra, giungemmo aSan-Valeriano, piccola borgata, frazione del paese di Borgone, addossata alle rocce cavernose diPietraculera. Quivi entrammo nella chiesuola di San Valeriano, da cui si denomina il divoto villaggio, e penetrammo a sinistra in un disadorno antico oratorio, al cui fianco apresi nella montagna la grotta ove si ricoverò e morì San Valeriano.Attigua allo speco v'ha una piccola finestra d'onde i divoti possono sporgere il capo ed osservarlo. In quel dì una povera donna del villaggio, non ha guari campata da una grave infermità per le assidue cure del Dottor Rumiano, inginocchiata, dalla finestruola sporgeva le congiunte mani, intrecciate fra le deche di un rosario, e mormorava preghiere.Il dottor Rumiano, al vederla:—Eccovi, mi disse, chi meglio di me potrà narrare i prodigi di San Valeriano, e come riparasse in questa grotta.—Oh! ben volentieri, signor dottore, rispose la pia donna: poichè, come più volte le ho detto, io deggio al patrocinio di questo Santo le tante sue cure nella mia infermità, e il poter sostenere insieme colla povertà i continui disastri della vita.—Ed entrata nell'oratorio, andò a prostrarsi innanzi alla grotta, e baciato con riverenza il sasso, così riprese:—Io narrerò del Santo quello che nelle lunghe serate d'inverno, presso al focolare, sino dall'infanzia udii spesso ripetere dalla mia vecchia nonna.Valeriano, Tiburzio, Ignazio, Pancrazio, Maurizio, Giorio e Giacomo erano sette fratelli addetti alla legione Tebea, ed avevano una sorella per nome Cecilia, fatta cristiana prima di loro. Valeriano, persuaso dalle buone opere e dai consigli della sorella,si convertì anch'egli alla fede cristiana, e pertanto fu, dappertutto ove andasse, perseguitato dagl'infedeli. Si ricoverò fra Giaveno e Pinerolo ne' monti di Cumiana, ma anche là fu dai nemici investito; ond'egli spiccato un salto da un masso, potè sfuggire ai suoi persecutori e trovar rifugio sicuro qui lungo la Dora, e propriamente in questa grotta dove santamente morì.A Cumiana un sasso tuttavia serba l'impronta d'un ginocchio del nostro Santo, la chiesa di Villarfocchiardo ne possiede il cadavere, e fra noi si ha una sua reliquia, donataci dal Vescovo di Susa, cara memoria che abbiamo sempre nel cuore e nelle preghiere, che festeggiamo ogni anno il dì 14 aprile.—Così parlava e così credeva la pia donna, e le sue parole e la sua fede mi toccavano il cuore.XVII.Eccovi, miei lettori, a sei miglia da Susa, su le due rive della Dora, due leggende, cavalleresca l'una, religiosa l'altra, frutto ambedue della storia di que' popoli. Imperocchè le leggende sono un elemento storico ampliato, e talvolta travisato dalla immaginazione delle moltitudini.I dominatori stranieri che in diverse età irruppero dalle Alpi colle barbare armi, facendo violenza alle porte d'Italia, e singolarmente Carlomagno col seguito lungo de' suoi paladini, il feudalismo, che di torri e di merli cerchiò le cime de' monti, e i martiri della legione Tebea, e i ricchi monisteri, e i potenti abati, e ferocie di guerra e carità di religione lasciarono forti ricordanze nelle menti dì questi popoli, per cui ne sorse in Val di Susa gran numero di leggende cavalleresche e religiose, che porgerebbero abbondante materia di studio all'erudito filosofo.Tale non è il mio assunto: io sono umile espositore dì memorie che traggo ora dalla storia ed ora dalla tradizione, e spesso dallo spettacolo della natura e dalla imitazione che ne fa l'arte; e appoggiato all'adunco bastone che mi donò un arcade pastore fra lerovine di Messene, seguito il mio cammino, come il cielo m'inspira, meditando e scrivendo.XVIII.Sant'Antonino.DaSan Valerianoper ampia via carrozzabile, ombreggiata da piramidali pioppi, e su d'un ponte di legno varcata la Dora, fui guidato al paese diSant'Antonino, e quivi domandai se nulla vi fosse di nuovo.—Di veramente nuovo, mi fu risposto, abbiamo il prevosto Agostino Belmondo, accolto ora con feste popolari. Annessa alla prepositura v'ha la pingue rendita di cinque mila franchi, che il neo-prevosto saprà usare piamente, perchè evangelico pastore lo annunziano la fama e i versi del bravo sacerdote D. Picco.Visitai il paese benedetto dal nuovo prevosto. Una volta l'aria vi era insalubre, e le pallide febbri vi avevano stanza perenne. Ora non più, perchè il municipio, non perdonando a spesa, costrusse canali per dar libero corso alle acque stagnanti, e ridusse a coltura campi paludosi, provvide il paese di buone acque, derivandole dai monti adiacenti, ed aperse vie comode, che mettono alle campagne ed ai vicini villaggi.Da questi provvedimenti emerse una vita novella; crebbero il lavoro e il guadagno, sorsero abitazioni di ornata architettura, e il popolo si mostra gagliardo e fiorente di salute, e il farmacista Casasco, che spesso richiesto era di rimedi a domare le ostinate febbri, ora trova tempo a coltivare e distillare la menta piperita, molto pregiata nella valle e fuori.XIX.Condove.ComeSant'Antoninodivenne allegro ed agiato provvedendo allapubblica salute, così il vicino paese diCondove, a sinistra della Dora, crebbe in prosperità col suo mercato del mercoledì, il più frequente di commercio in Val dì Susa.Una volta i montanari dalle ville circostanti, colle loro patate, i latticini, la segale, le castagne e frutta e derrate di ogni specie, scendevano la sera del mercoledì in Condove per avviarsi nel giorno seguente di buon mattino al florido mercato di Avigliana. La sera, ragionando quivi delle loro faccende, iniziavano e talvolta terminavano i loro negozi, onde a poco a poco si conobbe che il mercato aviglianese del giovedì si faceva per buona parte nella sera antecedente in Condove. Pertanto venne quivi sancito il mercato di mercoledì, al quale aggiunse eziandio importanza la via nuova che dalla strada provinciale mette al paese.Un sereno mercoledì d'autunno mi aggirai sotto i portici e per le vie liete di commercio e stipate di popolo che danno manifesto indizio della nuova vita di Condove. Passai fra panieri di patate e di castagne, e sacchi di segale addossati l'uno all'altro, fra alte pertiche uncinate, da cui pendevano nastri di ogni colore, fra tavolati carichi di tele e di sete sotto tende sorrette da pali, e in mezzo all'affaccendarsi di chi va e di chi viene, di chi vende e di chi compera, incontrai, presso una fontana, su d'un carro, un nuovo Dulcamara, un uomo di strane sembianze, che, schiamazzando con rauca voce, traea intorno a sè la moltitudine e raccomandava i suoi cerotti, i suoi rimedi per tutti i malanni del mondo; e frattanto sul vicino prato, a pochi passi dalla chiesetta del cimitero, un povero cieco cantava i miracoli d'una Madonna e vendeva pie canzoncine. Così ciascuno spacciava la sua merce nel mercato di Condove, ed io scriveva la mia pagina.Stanco di urti e di schiamazzi, a tramontana del paese salii il poggio diMolaretto(che non va confuso con quello del Moncenisio) e quivi dalla casa del capitano Perodo, che mi è stato assai cortese, ho goduto d'incantevole vista. Fertili e vasti piani, e monti verdeggianti di vigneti e di selve mi stavano d'intorno, e a ponente le giogaie delle Alpi nell'estremo orizzonte biancheggiavano di nevi. Il monte che attirava maggiormente il mio sguardo era asud-est, il Pirchiriano. Su la cima v'ha laSagra di San Michele, alle falde leChiusede' Longobardi. Quante memorie di religione e di guerra si accolgono intorno a quel monte, aspro a chi lo guarda, sublime a chi lo medita!XX.Le Chiuse.Nella storia delle armi trovansi registrati luoghi che divennero famosi, perchè ivi si decisero le sorti di molte e lunghe generazioni. Fra questi è segnalato il villaggio diChiusaalle falde occidentali delPirchiriano, sorto dalleClusæ Longobardorum, fra gl'Italiani non men famoso di Corfinio e di Canne, di Marengo e di Novara. L'avvenimento associato al nome del villaggio è il più grande che illustri Val di Susa, e basterebbe ad illustrare qualunque provincia.Non mi facciano il broncio i Susini additandomi il loro arco ad Augusto; conciossiachè quel monumento non ricordi che l'accorgimento d'un prefetto, il quale per guadagnarsi l'amicizia del padrone, gli innalzò la marmorea mole col danaro delle città a lui soggette:et civitates, quæ sub eo Præfecto fuere.Laddove l'umile villaggio di Chiusa è l'arena in cui si contesero il dominio d'Italia due superbi conquistatori, che, sebbene l'uno più dell'altro infesti al bel nome latino, diedero vita a solenni ordinamenti, dopo un millennio non del tutto estinti.XXI.I Longobardi, questi barbari dalle lunghe barbe e dalle lunghe labarde, condotti dal feroce Alboino, insignoritisi di molta parte d'Italia, ebbero a lottare colla potenza de' papi e per essa caddero. Ariani dapprima, furono ostili ai papi. Divenuti cattolici nel florido regno di Teodolinda e di Agilulfo, dopo qualche tempo di pace, tornarono ad aperte ostilità contro i papi, che invocaronol'aiuto de' Franchi, i quali due volte capitanati da Pipino valicarono il Moncenisio, superarono le Chiuse, e vittoriosi in Pavia imposero tributi ai Longobardi e l'obbligo di restituire le conquiste fatte sopra la Chiesa. Accettarono i vinti le condizioni della pace; ma Desiderio, ultimo dei re longobardi, associatosi al regno il figlio Adelchi o Adelgiso, non le attenne; anzi corse coll'armi le città papali. Carlomagno, il figlio di Pipino, invocato da Roma, con poderoso esercito per le note vie del Cenisio e della Novalesa si fece alle Chiuse, che afforzate di torri e di muraglie dal Pirchiriano al Caprasio, serravano lo sbocco della valle. Caduto di animo, già stava per rivalicare le Alpi, quando, secondo strane leggende, un giullare lombardo, e secondo il racconto della Cronaca Novaliciense, confermatoci da prezioso documento conservato in Cremona[19], un tal Martino, diacono di Ravenna, per reconditi cammini giunto al campo della Novalesa, insegnò a Carlomagno la via ch'egli tenne; per la quale una schiera di Franchi potè sorprendere i Longobardi alle spalle, in tanto che il grosso dell'esercito fra lo scompiglio e la paura li vinceva facilmente alle Chiuse. Importante vittoria, che diede ai Franchi le chiavi d'Italia, e una ingerenza, non cessata per anco, nelle faccende dei pontefici romani, coll'assicurarne le conquiste ed accrescerne l'autorità.XXII.Questa luttuosa catastrofe suggerì ad Alessandro Manzoni due lavori, tesori di patria letteratura, la tragedia l'Adelchi, e il discorso (Della storia longobardica in Italia) che l'accompagna; tale, diremo volentieri con Tommaseo,che di per sè basta alla fama d'un nome.Visitando le Chiuse e i dintorni, ne ammirai la fedele dipintura nelle pagine del Manzoni, non altrimenti che in Grecia, consultando l'Odisseadi Omero, io riscontrava l'antico porto d'Itaca, dove al suo ritorno in patria approdava Ulisse, e la misteriosa grotta dalle due porte, nella quale egli deponeva i ricchi doni avuti nella reggia dei Feaci.Il Manzoni, ponderate le particolarità della cronaca Novaliciense, e studiati i documenti e le opinioni che di quel fatto scrittori diversi ci tramandarono, erudito e filosofo del pari, si mostrò conoscitore peritissimo de' tempi e de' luoghi, quasi che si fosse egli trovato al di là delle Alpi e nella Novalesa ai consigli dei re Franchi, ed a quelli del Longobardo nella reggia di Pavia, o che il suo fatidico spirito aleggiasse nelle pianure lombarde e sui monti cozzii allo scontro dei due tremendi nemici.I gioghi e i valloni, i torrenti e le ghiacciaie, e le leggende del Rocciamelone, alle cui falde sorgevano le tende dei Franchi, tutto è con vivi colori espresso dal nostro poeta nelle parole del diacono Martino a Carlomagno, quando nella Novalesa gli narra come egli giunto presso le Chiuse abbia saputo schivare i vigiliLongobardi, e torcendo a settentrione per ardui e reconditi cammini, condursi al suo campo. Uditelo. Nella nostra Italia dove si odono sempre con piacere ripetere le melodie del Rossini e del Bellini, con pari diletto ed ammirazione si udrà alle Chiuse ripetuta una delle più stupende pagine della poesia Manzoniana. Il monaco Martino interrogato da re Carlo come a lui fosse nota la via, e come al nemico ascosa, risponde:Dio gli acciecò, Dio mi guidò. Dal campoInosservato uscii; l'orme ripresiPoco innanzi calcate; indi alla destraPiegai verso Aquilone, e abbandonandoI battuti sentieri, in un'angustaOscura valle m'internai: ma quantoPiù il passo procedea, tanto allo sguardoPiù spazïosa ella si fea. Qui scorsiGreggie erranti e tuguri: era codestaL'ultima stanza de' mortali: entraiPresso un pastor, chiesi l'ospizio, e sovraLanose pelli riposai la notte.Sorto all'aurora, al buon pastor la viaAddimandai di Francia.—Oltre quei montiSono altri monti, ei disse, ed altri ancora,E lontano lontan Francia; ma viaNon avvi: e mille son quei monti, e tuttiErti, nudi, tremendi, inabitatiSe non da spirti, ed uom mortai giammaiNon li varcò.—Le vie di Dio son molte,Più assai di quelle del mortal, risposi;E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:Indi tra i pani che teneva in serboTanti pigliò di quanti un pellegrinoPuote andar carco: e in rude sacco avvoltiNe gravò le mie spalle: il guiderdoneIo gli pregai dal Cielo; e in via mi posi.Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,E in Dio fidando, lo varcai. Qui nullaTraccia d'uomo apparia; solo foresteD'intatti abeti, ignoti fiumi, e valliSenza sentier: tutto tacea; null'altroChe i miei passi io sentiva, e ad ora ad oraLo scrosciar dei torrenti, o l'improvvisoStrider del falco, o l'aquila dall'ertoNido spiccata in sul mattin, rombandoPassar sovra il mio capo, o sul meriggio,Tocchi dal sole, crepitar del pinoSilvestre i coni. Andai così tre giorni;E sotto l'alte piante, o nei burroniPosai tre notti. Era mia guida il sole;Io sorgeva con esso e il suo viaggioSeguìa, rivolto al suo tramonto. IncertoPur del cammino io gia, di valle in valleTrapassando mai sempre; o se talvoltaD'accessibil pendìo sorgermi innanziVedeva un giogo, e n'attingea la cima,Altre più eccelse cime, innanzi, intornoSovrastavanmi ancora; altre di neveDa sommo ad imo biancheggianti, e quasiRipidi, acuti padiglioni al suoloConfitti; altre ferrigne, erette a guisaDi mura insuperabili.—CadevaIl terzo sol quando un gran monte io scersi,Che sovra gli altri ergea la fronte; ed eraTutto una verde china; e la sua vettaCoronata di piante. A quella parteTosto il passo io rivolsi.—Era la costaOrïentale di quel monte istesso,A cui di contro al sol cadente, il tuoCampo s'appoggia, o sire.—In su le faldeMi colsero le tenebre: le seccheLubriche spoglie degli abeti, ond'eraIl suol gremito, mi fur letto, e spondaGli antichissimi tronchi. Una ridenteSperanza, all'alba, risvegliommi, e pienoDi novello vigor la costa ascesi.Appena il sommo ne toccai, l'orecchioMi percosse un ronzìo che di lontanoParea venir, cupo, incessante: io stetti,Ed immoto ascoltai. Non eran l'acqueRotte fra i sassi in giù; non era il ventoChe investìa le foreste, e sibilando,D'una in altra scorrea; ma veramenteUn rumor di viventi, un indistintoSuon di favelle e d'opre e di pedateBrulicanti da lungi, un agitarsiD'uomini immenso. Il cor balzommi: e il passoAccelerai. Su questa, o re, che a noiSembra di qui lunga ed acuta cimaFendere il ciel, quasi affilata scure,Giace un'ampia pianura, e d'erbe è foltaNon mai calcate in pria. Presi di quellaIl più breve tragitto: ad ogni istanteSi fea il rumor più presso: divoraiL'estrema via; giunsi sull'orlo, il guardoLanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidiLe tende d'Israëllo, i sospiratiPadiglion di Giacobbe: al suol prostrato,Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.XXIII.Tutto qui è evidenza, tutto verità, se ne levi la corona di piante che il poeta nella foga delle immagini diede alle brulle cime del Rocciamelone, dove è muta ogni vegetazione, nè può tronco d'albero, nè filo d'erba germinare.Carlomagno seguiva i consigli del diacono Martino, per la via da lui calcata mandando un manipolo de' suoi prodi, e secondo Cesare Balbo[20]metteva una schiera per le gole laterali e non guardate di Giaveno(cioè nella parte più meridionale della valle)intorno al Pirchiriano, e così prendeva alle spalle i Longobardi.Non mi sembra però probabile che i Franchi tenendo la via del diacono, potessero fare il cammino segnato dal Balbo; imperocchè le gole laterali di Giaveno erano le note vie de' Franchi, calcate due volte da Pipino, in ogni dove dai Longobardi affortificate e vigilate; oltrechè Martino, movendo di là per recarsi alla Novalesa,avrebbe facilmente incontrato i Franchi, e avuta certa notizia dei regali attendamenti senza travagliarsi per diversi giorni in dubbi e difficili cammini.Manzoni mi è sembrato più accorto del Balbo segnando il viaggio del diacono Ravennate, nelle balze settentrionali per le valli di Lemmie e di Usseglio, ignote ai Franchi, non abbastanza vegliate dai Longobardi. La valle di Usseglio guida al colle dellaCroce di Ferro, pel quale con tragitto non lungo a pie' del giogo nevoso del Rocciamelone si giunge alla Novalesa. Di colà scesa una parte dei guerrieri di Carlo Magno, mentre l'altra superava le Chiuse, potè andare ad accamparsi in Giaveno contro i guerrieri del fuggente Desiderio.Ciò non pertanto il Manzoni con singolare modestia, dubitando della verace via tenuta dai Franchi, nel suo discorso avverte argutamente:«Forse una visita ai luoghi potrebbe condurre ad una scoperta più concludente. Sarebbe da desiderarsi che alcuno di coloro che si divertono a tribolar il prossimo, e dei quali il mondo non ha mai avuto difetto, pigliasse a cuore questa scoperta; e lasciando per essa le sue solite occupazioni, si portasse sul luogo, ed indugiasse ivi molto tempo in una tale ricerca».XXIV.Io non ho mai posto fra miei divertimenti quello di tribolare il prossimo; tuttavia mi compiacqui di visitare le Chiuse e i dintorni col fido Norberto Rosa e col suo degno amico Giambattista Rocci, notaio e poeta, il Tommaso Grossi di Val di Susa, saggio ed operoso cittadino. Nato Rocci nel villaggio di Chiusa, era l'uomo più atto ad accompagnarmi in que' luoghi e giovarmi di consiglio.Nota il Manzoni che ai tempi del cronografo della Novalesa sussistevano ancora i fondamenti delle Chiuse:.  .  .  .  .  .  .  Dell'arduo muroChe Val di Susa chiude e dalla FrancaLa Longobarda signoria divide.Ed io aggiungerò che anche oggidì sussistono, e che li ho percorsi dal Pirchiriano al Caprasio. Furono discoperti parte nel costruirsi la strada ferrata e parte dai contadini nel dissodare la terra. Soltanto non appariscono tracce ai pie' del Caprasio, forse nascoste da materiali sovrapposti nell'innalzamento che a più riprese si fece di quel suolo divallato. A pochi passi dal villaggio di Chiusa, il comune addossò alla montagna una grossa muraglia sopra quella de' Longobardi, per far argine agli straripamenti del torrente detto ilRio; e lo spazio d'un miglio circa di lunghezza, che separa i due opposti monti Pirchiriano e Caprasio, dai naturali del luogo viene per antonomasia appellatoLe Mura, certo per ricordanza dell'arduo murolongobardo. Così mi affermarono abitanti del Pirchiriano di ciò richiesti, e per ultimo su la riva sinistra della Dora interrogai un contadino; ed egli pure rilevando il capo fra le pannocchie del suo campicello, e colla destra callosa accennando al dosso rossiccio del monte Caprasio ed alle tracce poco distanti delle antiche Chiuse:—Questi luoghi si chiamano le Mura, mi rispose.Ed io esultante al pari di Châteaubriand, quando lunghesso l'Eurota spronava il suo cavallo fra i discoperti ruderi di Sparta, guardava le macerie dell'arduo muronon per anco avvertite dai moderni itinerarii, razza oziosa di libri che ripete e non aggiunge; e varcando la Dora su d'un ponte di legno, tra il fracasso delle acque scorrenti, mi parve col Manzoni di udire il vincente Carlomagno che tonasse:.  .  .  .  .  .  .Terra d'Italia, io piantoNel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.XXV.A breve distanza dal Monte Caprasio, presso Chiavrie, si vedono le rovine del quadrangolare castello delConte Verde. Seduto innanzi alle sue merlate mura meditai nelle pagine del Manzoni il ferale avvenimento delle Chiuse e le contrarie sentenzedegli scrittori. Alcuni, fra i quali il Giannone, opinarono essere stata una calamità per l'Italia la sconfitta de' Longobardi, i quali a noi mescolati per consuetudine di vita, e ingentiliti nei costumi nostri, sbarazzatisi de' Greci, avrebbero alla fin fine ricomposte le disgregate parti della penisola in una potente nazione. Altri, per contro, danno lode a papa Adriano I, che richiamò i Franchi, perchè,....Quando il dente longobardo morseLa santa Chiesa, sotto alle sue aliCarlo Magno, vincendo, la soccorse[21],e inoltre perchè colla venuta de' Franchi, come asserisce il Manzoni,i Romani ottennero per mezzo de' papi uno stato che li guarentiva dalle invasioni barbariche, e fu un insigne benefizio.Esaminando le contrarie opinioni, io vedeva nelDiscorsodel Manzoni, direi quasi, connaturate le anime del Muratori e del Vico, dei quali egli ci dà il più stupendo ritratto che desiderar si possa: e nella tragedia, come ravvisiamo lo stesso cantore dell'Eneidenelpius Æneas, così nel personaggio dell'Adelchi io riveriva la pia e generosa anima dell'autore, che si riconosce in tutte le sue opere, e la riscontrai nella venerata sua persona, allorchè in compagnia del mio dolce amico ed illustre latinista G. Gando andai la prima volta a inchinarlo su le rive del Verbano, e lo trovai dolorante innanzi al recente sepolcro del filosofo ed amico suo Rosmini.Di pensiero in pensiero fra l'erudito e il filosofo io andava cercando il poeta nazionale, e lo trovava in due cori, potenti voli della lirica italiana.Ermengarda, la figlia di Desiderio, moglie di Carlomagno, cheCon l'ignominia d'un ripudio in frontetorna alla paterna reggia, e ricoveratasi in Brescia nel monistero di San Salvadore, cessa di soffrire cessando di vivere, è tale episodio che trasse dal cuore del poeta un canto che tutti sanno come sia improntato di santo dolore e di carità cristiana.Sparsa le trecce morbideSu l'affannoso petto,Lenta le palme, e roridaDi morte il bianco aspetto,Giace la pia, col tremoloGuardo cercando il ciel.L'altro coro è nell'atto terzo, e vi senti lo stato angoscioso d'Italia.D'un volgo disperso che nome non ha.Nel dramma è rappresentato lo spettacolo di due forze straniere che vengono a cozzare sulla nostra terra, e forse non basta al compiuto trionfo del teatro, perchè fra quella barbara lotta non udiamo il lamento d'Italia, di questa novella Ifigenia, sagrificata all'ambizione di due superbi stranieri, se ne levi il coroDagli atrii muscosi, dai fôri cadenti, ecc.Il poeta nazionale,nel cui pensiero, come ben avverte il Tommaseo,nè la tirannide longobarda era sacra, nè la conquista di Carlo era santa[22], in quel coro si leva gigante coronato di tutta la sua luce. Egli non è franco, non longobardo, non papista; egli si è innalzato al di sopra delle controversie dell'erudizione e della filosofia, e sfolgora nella sfera della giustizia suprema, donde guardando quaggiù alle superbie della polvere umanasente con Balbo, chesignori stranieri, civili o barbari, si rassomigliano; e nelle ultime strofe del coro dirette agli Italiani raccoglie la sintesi di tutto il dramma, il concetto vero e sublime del poeta che maledice, nella lotta delle Chiuse, vinti e vincitori, esclamando:E il premio sperato, promesso a quei fortiSarebbe, o delusi, rivolger le sorti,D'un volgo straniero por fine al dolor?Tornate alle vostre superbe ruine,All'opere imbelli dell'arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor.Il forte si mesce col vinto nemico,Col nuovo signore rimane l'antico,L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.Dividono i servi, dividon gli armenti,Si posano insieme sui campi cruentiD'un volgo disperso che nome non ha.

CAPITOLO TERZODA SUSA AL PIRCHIRIANOI.Foresto.O leggiadre mie leggitrici, che passate per Val di Susa, se vi piace che il nome d'un vostro diletto vi risuoni amorosamente all'orecchio, venite con meco alla villa Balma fra i pampini, i pioppi e gli ippocàstani della Brumera, e quivi l'eco fedele vi ripeterà non una, ma dodici volte, la sospirata cara parola.Salve, o Dora, salve, o Balma, io sclamai più volte, e l'impietrita ninfa, la mal corrisposta amante di Narciso ripeteva i miei saluti al patrio fiume e all'ospite gentile, mentre io mi avviava al marmoreo villaggio di Foresto, che alle falde orientali del Rocciamelone spunta sulla sinistra riva della Dora a due miglia da Susa.II.Lo svelto e bianco campanile del paesello contrasta mirabilmente colle propinque ignude rocce di color cupo rossastro, che tagliate a picco perpendicolarmente, d'un'altezza non minore di 500 metri, succedonsi le une alle altre con molti segni delle ripetute rivoluzioni della natura, con ripidi solchi di viottoli e di torrentelli, e tentate qua e là dalla mano solerte del colono alpigiano, che raggranella un po' di terra su l'arido masso per fargli abbracciare la vite e la spiga.Da qualche noce soltanto è temperata quella selvaggia orridezza presso il torrente che sbocca da una profonda caverna piena di spavento, denominata perciò l'Orrido di Foresto.Penetrai in quell'Orrido, che a guisa di labirinto si prolunga entro le viscere del monte, e mi pareva di entrare in uno di quegli spechi, d'onde il corsaro guata la ricca preda che solca il mare.Dalle ghiacciaie del Rocciamelone scendono abbondevoli acque con gran fracasso entro la caverna, e raccoltesi in diversi bacini incavati dalla natura e dal tempo, si riversano sopra lisce pietre marmoree, e all'ingresso dell'Orrido scorrono spumeggiando fra le ruote d'un molino presso una povera casetta, di là dal ponte che traversa il torrente. Così il letto di queste acque fosse men basso, chè potrebbero fecondare i vicini campi!Uscendo dall'Orrido levai gli occhi ad ammirare le pittoresche rocce che spaccate in cima lasciano intravvedere un po' di cielo, e in quella vidi un'aquila che aveva in becco un serpentello. Rimasi attonito, e una vecchierella che filava presso la casa del molino:—Non abbia paura, mi sclamò, chè San Basilio protegge questi luoghi dai serpenti. Guardi quel masso a pan di zucchero che è di contro a noi, e vedrà una striscia bianca. È quello il segno rimasto d'un terribile serpente che infestava le circostanti borgate.A queste parole della vecchia, Norberto Rosa, che avevo al fianco, crollava il capo ghignando.Io guardai e vidi veramente quella striscia bianca, che appellasi comunemente il serpente di San Basilio. È una venatura del sasso, la quale somigliando ad un lungo rettile, ha dato occasione alla leggenda riferitami dalla credula vecchierella di Foresto.III.Presso a Foresto veggonsi cave di marmi bianchi e verdi, che servono all'arte: e in quel paese come a Carrara, di frammenti di marmo splendono anco le più umili case.Andammo alla villa dell'avvocato Luciano Genin sindaco del paese: ella ride fra le reliquie d'un tempio sacro alle Dee matrone, secondo si ritrae dalle iscrizioni di parecchie lapidi scoperte ivi in un giardino. Trovai già memorie di queste divinità salutari sulle cime del Monginevra; ma in Foresto direbbesi che duri tuttavia il loro culto, e il risorto loro santuario sia la villa Genin.In sull'imbrunire, stando noi per accommiatarci, i nostri gentili ospiti, in compagnia del gioviale parroco del paese, ci condussero fino a notte fra i meandri de' boschetti e le aiuole del giardino, e quindi, come per caso, ci fecero riuscire in un pergolato sotto la cupola fronzuta d'un verde pinacolo, che rischiarato da molte faci, offerse la vista d'una lauta cena, quasi per virtù d'incanto imbanditaci e presieduta dall'amabile consorte del sindaco, vera dea matrona del luogo.Sedemmo a mensa, e venuti a discorrere d'agricoltura, il sindaco mi comunicò un suo molto bene studiato progetto per assicurare al paese l'abbondanza dell'acque anche ne' tempi di più ostinata siccità. Egli vorrebbe derivare dal Rocciamelone per un traforo di non oltre a 180 metri, ne' gioghi adiacenti al villaggio, parte delle acque de' ghiacciai, le quali servirebbero così a meglio irrigare non solo i campi di Foresto e di Mompantero ai tempi asciutti, ma ad accrescere il volume delle acque della Dora, talvolta scarsa anch'essa ai bisogni dell'agricoltura; il che tornerebbe a grande benefizio delle lontane campagne, principalmente del territorio di Torino, e gioverebbe eziandio e precipuamente alle macchine degli opificii e all'igiene della capitale.Stupii che la spesa di questa altrettanto utile quanto desiderata opera non verrebbe ad eccedere i sessantamila franchi; di che l'utilità grande accoppiata all'economia dovrebbe raccomandare l'impresa agli amministratori della cosa pubblica.Mentre il sindaco ragionava dei vantaggi dell'acqua, noi sperimentavamo quelli del vino. I vini generosi di Sant'Eusebio, spesso cantati dal mio Norberto, e quelli di Foresto, che pur dovrebbe cantare, diffondevano l'ilarità nel convito, talchè i severi quesitidi pubblica economia diedero luogo alle ingenue arguzie del parroco, allegro servo del Signore, che coll'assiduo suo intercalarequel che è, è, troncava ogni controversia, e ci invitava a toccare i bicchieri.—Come ti piace questo parroco? mi domandò Norberto.—Mi pare, rispos'io, che il versetto serviteDomino in laetitia, e l'altrojugum suave est, siano scritti per lui.—Hai ragione, mi replicò egli. Se tutti i preti gli somigliassero, il cielo non ci perderebbe nulla, e la terra ci guadagnerebbe moltissimo.—IV.Bussoleno e Chianocco.Spesso in poveri alberghi e in picciol tetti,Nelle calamitadi e nei disagi,Meglio s'aggiungon d'amicizia i petti,Che fra ricchezze invidïose ed agiDelle piene d'insidie e di sospettiCorti regali e splendidi palagi,Ove la caritade è in tutto estinta,Nè si vede amicizia se non finta.Questa ottava dell'Ariosto un bel mattino mi suonò più che bella e soave in Bussoleno, paesello diviso dalla Dora, con vecchie mura merlate e case di stile gotico. Ad una balza vicina, cinto di quattro torri, gli si atterga pittorescamente il Castel Borello, abitato beatamente da un caro ex-arciprete.Un cortese dottore di medicina, che mi accompagnava e trametteva le sue notizie al continuo mormorar della Dora, mi additava a mezzogiorno i monti dellaBalmetta, e alle loro falde le cave diSan Basilio, cave di serizzo, specie di granito, e verso tramontana l'alpe diBalmafolcolla miniera di calcopirite ramifera, somigliante a quella delle cave svedesi, e laFaucimagna, gola di esteso monte che vantasi dellaFuggiera, cava di marmoverde serpentino, quello che più si approssima al verde antico. Ivi giganteggia l'arido picco de'Tre denti, così chiamato da tre punte che si dispiccano al vertice dellaFaucimagna. Visitammo la chiesa parrocchiale, sormontata da un antico campanile, e nel ritornare ci abbattemmo in una allegra compagnia di villani e villanelle, che, adorna di rosse nappe alle cuffie ed ai cappelli, e con mazzolini di fiori al petto ed in mano, iva alternando canti e danze al suono d'un violino.—Che cosa è questo tripudio? io chiesi al mio cicerone.—È una pastorella dei monti di Cesana, che va a sposarsi con un giovane qui delle vicine borgate diMattie.Intanto che il mio cicerone mi dava questa notizia, la sposa spiccatasi dalla comitiva, e lesta come una camozza delle sue montagne, era venuta ad attaccarmi un roseo fiocco sul petto.—Che fate, mia bella sposa! gridai io alla vista di quella strana decorazione.—Che? Non conosce più la Lucia di Bousson?—La Lucia di Bousson! La figlia del pastore Giacomo, che con tanta cortesia mi accolse ospitalmente nella sua capanna, quand'io, malconcio da pioggia dirotta, scendeva dal Monginevra? Oh! sì, sì che ti riconosco agli occhi cilestri ed al labbro di corallo, ed alle trecce d'oro che oggi, siccome quel giorno, si diffondono fra i gigli e le rose del vivace sembiante.Dietro alla sposa era pur venuto, non senza sospetto, lo sposo; se non che appena seppe che io conosceva il padre di Lucia, fece vive istanze perchè andassi a prender parte al convito nuziale.Lo ringraziai del cortese invito, perchè la gita era troppo lunga, e io desiderava visitare il villaggio di Chianocco, per dove c'incamminammo, lasciando che gli sposi, coll'allegra comitiva, si godessero tutto quantoil più bel giorno della vita, come lo chiama lo Scribe.V.—Ha fatto male, mi disse l'accorto mio cicerone, a nonaccettare l'invito degli sposi. Si sarebbe spassato davvero. Le prime accoglienze che la suocera suol fare alla nuora son tali da piacer anche ad un poeta.—Dice davvero?—Certamente. Ecco come si fanno le cose. Quando la brigata giunge alla casa dello sposo, trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al terzo picchio si apre, e in sulla soglia si affaccia la suocera, burbera nel volto, colla mestola appesa alla cintura, e comincia questo dialogo con la nuora:—Che cosa volete?—Entrare in vostra casa, e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi.—Eh! Voi altre ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che l'assetto della casa.—Lasciatemi provare e vedrete.—Ma qui si tratta di pascolare e mugnere gli armenti.—Ed io pascolerò e mugnerò gli armenti.—Di tagliare il fieno e lavorare i campi.—Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi.—Di alzarsi la prima e coricarsi l'ultima, perchè la vecchia suocera possa alzarsi l'ultima e coricarsi la prima.—Ed io farò anche questo.—Ma voi verrete meno a tante fatiche.—Iddio e vostro figlio mi aiuteranno.A queste affettuose parole la suocera smette l'aria sua burbera, e stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora:—Vieni, figlia mia, le dice, vieni, e possa tu non mai scordarti delle fatte promesse.Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla sposa, che da quell'istante fa gli onori della casa, e invita tutta la compagnia a prender posto al banchetto di nozze; nel quale v'ha ciò di curioso che, mentre ciascun convitato ha la sua posata, lo sposo e la sposa, seduti l'uno accanto all'altro, mangiano entrambi nello stesso piatto, e bevono allo stesso bicchiere, quasi a significare che da quell'ora in poi vi è tra loro perfettacomunanza di vita. Insomma le ripeto, conchiudeva il dottore, che a queste nozze di villaggio ella avrebbe passato un bel giorno, e ha fatto male a non accettar l'invito.—E a me pare, al contrario, di aver fatto molto bene.—E perchè?—Perchè vossignoria mi apprese in pochi minuti quanto io non avrei facilmente saputo nel villaggio di Mattie in tutto il giorno.VI.Questo racconto sente del ritratto che il libro dei Proverbi fa della donna massaia, la quale, traendo alla rocca la chioma, vigila al buon governo della famiglia; e mi ricorda altresì certe costumanze di feste nuziali, che trovai in un villaggio delle Calabrie, dove il popolo conserva l'idioma, i riti religiosi e i costumi de' suoi padri albanesi.Quivi la suocera all'entrata della casa avvolge un lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi, e congiungendone i capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentando così uno stretto vincolo d'amore. Poscia i parenti e gli amici insieme cogli sposi stendono le mani intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi alla porta della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima, cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa, che somigliano in parte a quelli della nostra suocera delle Alpi Cozzie.La moderna civiltà bandisce, siccome fole, dalle superbe città queste simboliche cerimonie, e riduce le feste nuziali ad un atto notarile, ed al calcolo di alcune cifre: ed io amo ancora cercarne la poesia rifuggita fra il buon popolo dei monti, ove col suo canto e le sue corone rifiorisce il patto più solenne della vita.VII.Fra questi pensieri giugnemmo alle pendici dell'opposta montagna meridionale al villaggio di Chianocco; e qui, a costo diessere tacciato di monotono scrittore, non voglio passare sotto silenzio l'Orrido di Prabecco, detto anche di Chianocco, dal nome del villaggio, orrido non meno pittoresco di quello di Foresto.La montagna calcarea spaccata o dal lungo lavoro del torrente che vi passa, o da qualche geologico rivolgimento, offre uno spettacolo tanto sublime, che mi sentii l'animo trasportato ora alla spelonca di Collepardo nello Stato Romano, presso la Certosa di Trisulti, ed ora al deserto del Battista nella vicinanze di Betlemme. Una voragine tenebrosa si volge a modo d'immane serpente nelle viscere della montagna, ed io, aggirandomi più volte fra lo svolazzare dei corvi, varcai il torrente che mi contendeva il passo fra le gigantesche erte rocce che, inarcandosi in sul vertice, si approssimano, quasi una forza misteriosa le portasse a congiungersi.Colà nulla mi sorrideva, se ne levi qualche raggio di sole, che, penetrando dalle fenditure, si rifletteva nell'argentea schiuma dell'acque e ne' marmi di vario colore, i quali, luccicando, formavano una specie di mosaico nel letto del torrente. Dopo essermi di molto inoltrato, tornando sulle mie orme, all'orlo della caverna mi si affacciò un alto picco detto laRoccaforte, così appellato dall'apparenza che ha d'una grossa muraglia di castello.Uscito dalla tenebría della spelonca, andai, per serenarmi lo spirito, nella casa del prevosto Cibrario, venerando vecchio, pastore di Chianocco. Ed egli, accoltomi con atti di squisita cortesia, mi parlò del torrente che sbocca dall'Orrido di Prabecco, e della costernazione del suo gregge, quando, nel mattino del 18 ottobre 1846, l'acque grosse devastarono lì presso il molino, ponti e case, e per una porta, or fatta da lui murare, irruppero nel santuario seco trascinando alberi e macerie d'ogni maniera, e, condottomi nella chiesa:—Qui, sclamava con voce affannosa, qui, nella chiesa l'acqua si era levata all'altezza di un metro e mezzo, e sovr'essa galleggiavano travi e ruote del molino colle croci, e i candelabri, e gli arredi della casa del Signore.—Così dicendo il buon pastore dai bianchi capegli, sembrava afflittocome se ancora lo ferissero i lamenti del suo gregge, e l'onda sacrilega si agitasse intorno agli altari.Domandai al prevosto se erasi preso alcun provvedimento o riparo contro alle nuove inondazioni e ai danni del torrente.—Nulla, mi rispose reciso: quattro inondazioni sopravvennero di poi con danno gravissimo.—Che si avrebbe a fare?—Rompere laRoccaforteche chiude l'imboccatura del torrente, e basterebbe.—Mi accommiatai dallo zelante prevosto augurando che il suo desiderio si adempiesse o che altro rimedio si trovasse alla salute del villaggio.VIII.Il sole era tramontato dietro i gioghi del Cenisio, e la notte stendeva le tenebre sulle capanne di Chianocco. Lo splendore delle stelle, il lume delle lucerne dei casolari riflesso nelle invetriate, e le lampane appese nella via a divote imagini, rischiarando que' luoghi alpestri, insegnavano il cammino al mio cicerone, il dottore, che andava visitando alcuni infermi. Accompagnandolo al salutare ufficio entrammo in una casa rischiarata da insolita luce, e quivi ci si offerse una scena quale in vita mia non vidi mai.Un gatto nero dagli occhi scintillanti miagolava fra gli arnesi della cucina, in mezzo alla quale ardeva gran fiamma sotto un paiuolo pieno d'acqua. Uomini e donne, armati di bastone, vi si affaccendavano intorno e attizzavano il fuoco. La più attempata di quelle donne, mormorando parole misteriose, gettò nel paiuolo a determinati intervalli sette piccoli chiodi, sette ramoscelli di rosmarino, sette foglie di malva con altre erbe. Mentre il paiuolo bolliva, tutta quella gente con piglio sdegnoso faceva intorno una sorta di ridda, battendo sul paiuolo con ripetuti colpi di bastone.Il gorgoglìo dell'acqua tinta di strana mistura, le mistiche parole piene d'ira, e quel continuo aggirarsi a tondo di gente convulsa, mi ricordarono i due versi del tragico inglese nel suoMacbeth, chesi riferiscono alla tregenda delle streghe, e che nel ritmo originale sono maravigliosi pel suono delle voci rispondente al subbietto:Double, double toil and trouble;Fire, burn, and, couldron, buble.Raddoppiate, raddoppiate fatiche e cure;Abbrucia, o fuoco, e tu, caldaia, gorgoglia.Mentre io abbacava per iscoprire la ragione di quel ballo infernale, il medico tornava dalla vicina cameretta, annunziando che l'ammalato era in via di guarigione. Allora i parenti ed amici dell'infermo rinnovarono i loro balli con grida di gioia ripercotendo il fumante paiuolo.Uscito di là, chiesi al dottore che mai significasse quello strano spettacolo, che ricordava le nordiche scene delle streghe.—Ella ha colto nel segno, mi rispose il medico: quella rustica gente attribuisce l'infermità del vecchio suo congiunto ed amico al sinistro incontro d'una povera vecchia sdentata, che si regge a stento sulle gruccie, ed è in voce di maliarda; e crede inoltre che i perniciosi effetti della malìa possano essere cacciati colle ridde, cogli scongiuri e colle battute de' bastoni, che vanno a ripercuotersi su la strega istessa. Onde quando io dissi loro che presto risanerebbe, n'esultò riferendolo non tanto alla scienza del medico, quanto alla sua arte di cacciar le malìe.—Durano dunque tuttavia le superstizioni che tormentarono la Maddalena Rumiana? io interruppi.—Non ne faccia tanto le maraviglie, proseguì il dottore: qui si ha pur troppo ancor fede negli incantesimi e nelle arti diaboliche; alle quali spesso il volgo attribuisce i malanni della vita. Non è gran tempo che tumultuarono questi villici, tenendo per fermo che i diavoli su queste rocce rompessero battaglia fra loro, perchè si era veduto levarsi un gran polverìo a intenebrare l'aria. Era un cedimento di monte che nello sprofondare aveva levato quel polverìo straordinario, creduto effetto di battaglia infernale. È tale fra questa gente la credenza nelle malìe, chesi hanno in gran conto i libri di negromanzia, coi quali pretendesi di evocare il malo spirito, interrogarlo, richiederlo di consigli e d'aiuti, ed ottenerne risposte acconce al bisogno, in ispezie per iscoprire tesori, e per mezzo di strane parole e strane erbe fra le quali è molto in credito lafuggia(in francesefougère), la felce, pianticella medicinale con foglie oblunghe, sottili e frastagliate, che s'alza a un metro e mezzo, e che dal negromante deve essere calcata a mezzanotte, al chiarore d'una lanterna, con formule determinate nei libri di magia. Oh! quante volte qui tocca al medico d'incontrarsi colle credute maliarde presso gli infermi, ai quali alcuna fiata, a dir vero, prestano rimedi salutari, accompagnandoli però sempre con istrani scongiuri. Ecco, per esempio, quali parole la maliarda del contado brontola su la risipola applicando il suo impiastro:Se è rossa—che se strozza,Se è bianca—che se scianca,Se è griza—che se sfriza,Se è neira—che se speila!Raccapricciai che qui sulle rive della Dora, dove è accolto il fiore degli ingegni italiani, e all'ombra del vessillo tricolore cresce una nuova civiltà, possano tuttavia allignare superstizioni di tal fatta, nè si cerchi modo a diradicarle.—In ciò molto potrebbero i preti, mi rispose il medico.—E i medici non potrebbero nulla?Il medico tacque.IX.Ed eccovi, miei cortesi lettori, un bel mattino e una trista sera. In Bussoleno fui lieto di apprendere imitabili costumanze che abbelliscono le feste nuziali delle campagne, e meglio dei profumati nostri epitalamii insegnano il governo della famiglia;e in Chianocco dolorai vedendo il villaggio in balìa d'un torrente, e il popolo in balìa della superstizione, torrente ben peggiore dell'altro.X.San-Giorio.Ad un miglio da Bussoleno, sulla riva destra del nostro fiume, s'incontra San-Giorio, paese che da mezzogiorno a ponente si distende a piè d'una giogaia da cui sorgono malinconiche le solitarie rovine d'un castello feudale. L'edera si va abbarbicando fra le fenditure delle grosse muraglie cadenti e per le vuote pareti della quadrangolare chiesuola, e intorno alla rotonda torre merlata che sovrasta gigantesca. Dal mezzo della torre guardava a tramontana una loggia, come accenna attiguo ad una porta il lungo trave sporgente. Da quell'alta loggia, lo attesta costante tradizione, venivano precipitati giù per l'erta scogliera perpendicolare, nuova rupe tarpea, i dannati all'ultimo supplicio, e percotendo nei sottoposti ignudi scogli, tingevano del loro sangue le chiare acque della Dora, che bagna le falde alla orrida rupe del castello.Confortiamo lo sguardo nella distesa dei monti che a tramontana, sul lido sinistro del fiume, a modo di anfiteatro, s'inarcano dal bianco campanile di Foresto alla bruna torre di San Didero (Desiderio).Nella stagione primaverile la vaga famiglia degli augelli, e la rosa e il gelsomino, e i candidi fiorellini del mandorlo e del pero, i purpurei del persico e i bianco-rossi del melo e le infinite qualità di erbe aromatiche fra il verde del castagno, del rovere, del salice e del pioppo, e fra le ghirlande de' pampini spandono ineffabile gaiezza intorno alle capanne dì Chianocco e sul turrito castello di Bruzzolo, memorabile pel trattato quivi sottoscritto nel 1610 da Enrico IV di Francia con Carlo Emanuele di Savoia; e fra i molti casolari, che sparsi in ogni parte della cerchia alpestre,coronati di verzura, sembrano appesi ai ciglioni della montagna, e in mezzo a tanta esultanza della commossa natura, le Alpi Cozzie nel canto dei pastori e dei coloni intonano a Cristo l'inno della risurrezione e dell'amore universo.XI.Zefiro torna, e 'l bel tempo rimenaE i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,E garrir Progne e pianger Filomena,E primavera candida e vermiglia.Con questi soavissimi versi del Petrarca salutiamo il 23 aprile, giorno festivo a San Giorgio, da cui con voce corrotta si appella forse il paese; comechè altri ne voglia trarre la denominazione da un Giorio, martire della legione Tebea.Squillano le campane della chiesa parrocchiale e suonano le musiche nelle vie stipate di popolo. Le quattordici borgate di San-Giorio oggi riposano dai lavori campestri, e i loro abitanti dalle balze meridionali sono discesi in gran folla a far baldoria con quei di Bussoleno, di Villarfocchiardo e di altri circostanti paesi, mentre su le spalle di quattro divoti, fra i canti e le fiaccole dei sacerdoti viene portata in processione una statua di legno, che rappresenta San Giorgio a cavallo, il santo patrono della cavalleria, splendido la testa di piumato cimiero e il petto di aurea corazza, col brando nella destra. Ma quello che attira la moltitudine de' curiosi non è tanto la processione di San Giorgio, quanto lo spettacolo degli spadeggiatori, che, chiuso il capo in un elmo adorno di piume e di nastri, la accompagnano, brandendo enormi spadoni e indossando una strana assisa, con cui pare vogliano imitare le fogge guerresche usate nelle età di mezzo. Io non li saprei descrivere meglio di quello che facesse Norberto Rosa nel 1843[17].«Gli spadeggiatori non camminano mai passo passo, ma asalti a salti l'un dopo l'altro, o a due a due: fatti due salti in avanti, il primo spadeggiatore si volge indietro, batte la lama della sua lunga spada contro quella del compagno che gli vien dietro, e poi torna a far due passi, e poi torna a toccar la spada, e via via. Quando la brigata e la processione si ferma, gli spadeggiatori si fermano anch'essi, ma in una posizione guerriera, cioè colla mano sinistra sul fianco, colla destra orizzontalmente distesa, tenendo impugnato il manico dello spadone, la cui punta va ad appoggiarsi in terra. Le figure poi, i giuochi, i salti, le parate, le contorsioni, le smorfie somme che questi strani visacci fanno, sono infinite. Ora si abbassano tutti due, o tutti quattro, o tutti otto quasi a terra, tenendo i rispettivi spadoni a due mani, quasi che vogliano forbirne la lama nel suolo. Ora gettano gli spadoni in aria capovolti e li riprendono con assai maestria pel manico. Ora si cambiano in aria i rispettivi spadoni, gittandoseli l'un l'altro a non poca distanza».XII.In tali guise armeggiando e danzando bizzarramente gli spadeggiatori accompagnano la processione. Il più bello della bizzarra mostra segue sul pratoParavì. Quivi fra il popolo accorrente rappresentano una scena di rivolta contro il loro duce. Egli si difende dai nemici colla destrezza del suo brando, ma solo non può resistere a lungo contro i molti, nei quali pari alla forza è l'ira. Gli è necessità fuggire. Inutile fuga! I ribelli lo inseguono, lo assalgono, e, prostratolo a colpi di spada e con spari di pistola, lo finiscono.Vittoriosi si guardano l'un l'altro, quasi interrogandosi: cauti s'accostano, origliando, al vinto duca, e fatti certi che più non respira, copertolo di erba sel portano via.Quindi acclamano un altro signore; e il nuovo duce adorno di purpuree seriche insegne, con lungo cappello guernito di penne nere di struzzo, è onorato da' suoi guerrieri e presentato di fiorida tre avvenenti donne. Gli viene pure offerta la tazza delle feste, che spumeggia di vino, ed egli beve esultante, e getta la tazza che ad altri più non deve servire. Eccolo portato su le spalle dei suoi prodi, colla mano sinistra alla cintola, e due alabarde incrociate strette nella destra, percorre trionfante il paese fra le musiche e le acclamazioni del popolo.XIII.Sono grotteschi, a dir vero, questi simulacri di antiche lotte.Un tempo gli spadeggiatori di Val di Susa uscivano nei giorni solenni da diversi paesi ad accompagnare le feste religiose e civili; ma da qualche anno que' di Giaglione, di Venaus e di Chiomonte hanno deposto l'elmo e la serica sopravvesta, e gettato lo spadone fra i vani arnesi delle loro terre. Ultimi e soli rimasero gli spadeggiatori di San-Giorio; e ben era loro debito tener vivo un tal costume nelle Alpi Cozzie, per onorare il santo patrono della cavalleria; imperocchè vogliono alcuni che la loro origine si abbia a cercare tra i gladiatori romani, o tra gli ordini dell'antica cavalleria; altri ne cercano l'origine tra i martiri della legione tebea, ed altri, assegnando loro un'origine meno gloriosa, li credono reliquie de' tanti mimi e buffoni che trastullavano i tirannelli.In tanta discrepanza di opinioni interrogai il degno prevosto di San-Giorio, G. B. Pettignani, che mai significasse la strana scena testè rappresentata nel pratoParavì; e presso la torre quadrangolare che fiancheggia la sua casa, innanzi alla gemebonda fontana che gl'irriga il pensile giardino, egli gentilmente così mi rispose:—Probabilmente è una di quelle tante scene del medio evo, in cui, come a Cesana e ad Ivrea, il popolo si sbarazza del suo oppressore.—Appunto così e non altrimenti, sclamò l'egregio avv. Gianone di Bussoleno, che mi era compagno. Appunto così, e non altrimenti si ha da interpretare, come nella festa delBarro, dadue anni, con dispiacere di molti, cessata nel mio paese. Colà nel pomeriggio del giorno di Pasqua, nella sala del Comune, convenivano i membri del Consiglio, a ciascuno dei quali era consegnato un grosso fuso, nelle due estremità munito di punte di ferro. Quindi fra le musiche, e con gran seguito di popolo, si andava nel prato delBarro, dove, sorteggiati que' consiglieri, partivansi in due campi, e, fissato il segno del bersaglio, giocavano a chi meglio vi colpiva, e i vinti pagavano le spese del convito alla festante brigata.La festa dei fusi ricorda una magnanima nostra popolana, che, tentata da lascivo feudatario, vuolsi che in petto gli abbia confitto il fuso ad arte ferrato, e tolta così di pericolo la sua onestà, e liberata da un tiranno la nostra patria. E il nomeBarroricorda un benemerito Bussolenese, che per testamento legava al Comune la proprietà d'un suo prato, a condizione che ogni anno vi si facesse il giuoco dei fusi, che in segno di riconoscenza verso il gentil donatore, assunse il nome di giuoco delBarro. Bell'esempio di giustizia e di virtù cittadina!XIV.Le strade ferrate e il telegrafo confondono a poco a poco in una famiglia le stirpi diverse, e quella multiforme poesia che nasceva dalla varietà dei caratteri, delle leggi, degli usi e dei costumi, si va grado grado armonizzando nel duplice canto dell'uguaglianza e dell'industria. Noi salutiamo gli acquisti della civiltà; però vorremmo eziandio conservati certi usi e certe feste, così religiose come civili, che, ricordando le virtù degli avi, stimolano i nipoti ad emularle. Ci piacciono pertanto gli spadoni di San Giorio e i fusi delBarro(come in Bussoleno l'avvocato Rivetti con molta cortesia me li mostrò nella sala del Comune), perchè attestano che il popolo delle Alpi Cozzie fu in ogni tempo belligero ed amico a libertà, e che seppe mai sempre meritarsi il titolo di guardiano delle porte d'Italia.XV.Il Sasso d'Orlando e la Grotta di San Valeriano.Dagli spadeggiatori di San-Giorio ai cavalieri erranti di messer Lodovico Ariosto è facile il passo.Alla destra della Dora, fraVillarfocchiardoe Borgone, a pochi passi dall'antica strada reale, mi venne mostrato un sasso che, secondo una falsa tradizione, sarebbe quello che il disperato Orlando spaccò colla sua famosa Durindana, quando vi lesse incisi i nomi di Angelica e di Medoro e le parole che facean fede dei loro beati amori.Dico, secondo una falsa tradizione; imperocchè al di là delle Alpi è il teatro immaginato dall'Ariosto, in cui vien descritta la grotta,Dove Medoro insculse l'epigramma,(Ariosto)che trasse il geloso nipote di Carlomagno ad atti inauditi di disperazione; senzachè i dintorni di Villarfocchiardo, sebben lieti di acque e di selve, non corrispondono agli incantevoli luoghi, ritratti con poetici colori dall'Ariosto.Il sasso mostratomi presso il ponte dellaGiaconerasorge a fior di terra, è lungo circa tre metri, ma non vi si vede fenditura di sorta, sibbene un'incanalatura condotta a colpi di scarpello. Certo è però che la cascina, innanzi alla quale è il sasso, si chiama anche oggidì la cascina Rolando, che suona a un dipresso Rutlando, il vero nome del Duca d'Anglante, mutato dagl'Italiani in quello di Orlando per maggior dolcezza di suono.Un altro particolare diè vigore alla falsa tradizione. Nella cascina Rolando, antico rustico edifizio con due finestre di stile gotico e con merli anneriti dal tempo, a cavaliere della portad'ingresso, era dipinta sulla facciata una Madonna, e in diverse parti lo stemma gentilizio della famiglia Carroccio Fiocchetto, che teneva il feudo di Villarfocchiardo. Inoltre si vedeva figurato un guerriero a cavallo con elmo piumato in testa, ed armato la destra di lunga spada. Forse in quel guerriero si è voluto rappresentare San Giorgio o San Martino, ma il volgo credette ravvisarvi il furioso Orlando. Il tempo e le piogge hanno pressochè cancellato l'affresco della Madonna, e soltanto rispettarono qualche testa, qualche zampa dei leoni dello stemma gentilizio; e del sognato Orlando sono rimaste solo le piume del cimiero e la punta di Durindana.Checchè ne sia, il sasso d'Orlando in Val di Susa venne ricordato eziandio da scrittori stranieri. Ne parla il Valéry nell'operaCuriosités et anecdotes italiennes, e porta a testimonianza il Lalande, che«raconte avoir ouï dire qu'à trois lieues de Suse on voyait une figure de Roland, et que l'on y montrait une pierre énorme fendue par lui d'un coup de son épée, suivant la tradition du pays».Io, guardando la parete merlata del podere, mi assisi nello spianato erboso, innanzi l'antico edifizio, sullo spaccato sasso di Orlando. Un contadino, che mi ci scorse, additommi su la rustica muraglia lo sbiadito guerriero:—Quello è Orlando, mi disse.E accennando dove io sedeva:—Questo è il sasso spaccato da Orlando Furioso.Alle parole del colono, meglio che alla lezione d'un retore, io mi sentii spirare d'intorno un'aria piena di romanzesca poesia; imperocchè dalla leggenda del villano traluceva una cara pagina dell'Ariosto, trasportata sulle rive della nostra Dora e vivificata negli affetti del buon popolo alpigiano, che intorno a quel sasso e innanzi alle reliquie di quel dipinto ricorda le corse vittoriose fatte in Val di Susa da Carlomagno e da' suoi paladini.Al mormorìo delle limpide acque della Dora, e in cospetto alle folte selve che colà ammantano i circostanti piani e le pendici, io immaginava una spelonca presso il sasso famoso, e deliziandomiin tali immagini, ripeteva con l'Ariosto le soavi parole di Medoro[18]:Liete piante, verdi erbe, limpide acque,Spelonca opaca e di fredde ombre grata,.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   ..   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   ..   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   ..   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .Io povero Medor ricompensarviD'altro non posso, che d'ogni or lodarvi;E di pregare ogni signore amante,E cavalieri e damigelle, e ognunaPersona, o paesana e vïandante,Che qui sua volontà meni o fortuna;Ch'all'erbe, all'ombra, all'antro, al rio, alle pianteDica: Benigno abbiate e sole e luna,E de le Ninfe il coro, che provveggiaChe non conduca a voi pastor mai greggia.XVI.Mentre io m'inebbriava negli estri d'Ariosto, e mi vedeva innanzi Orlando investito dalle furie della gelosia, ecco all'improvviso avanzarsi a cavallo, e con grande celerità, un giovane animoso, scintillante negli occhi neri. Era il dottore Rumiano, mio conoscente, che in atto amichevole veniva a stendermi la destra, e, sapendo i miei desiderii, profferivasi di guidarmi sulla riva sinistra del fiume ad una grotta memorabile, un tempo abitata da un santo, onde si è diffusa nel popolo una pia tradizione.Accettai di buon grado l'invito. Salutammo Villarfocchiardo, i suoi annosi castagni e le reliquie dì due antichi monasteri benedettini; e quindi varcammo la Dora sul ponte dellaGiaconera, bellissimo ponte in pietra a tre archi, che illustra il regno di Carlo Alberto, e costò poco meno d'un milione di franchi e l'opera di seianni. Al di là del ponte toccammoBorgone, dove a piè d'ignudo poggio coronato da solitaria torre mi fu additata l'allegra villa di Enrico Montabone, ricco uomo, la cui più preziosa gemma è la bella e colta sua consorte.Traversato il paese, lieto di vigneti, costeggiammo a levante la montagna diFrassinere, passammo presso il ponte della strada ferrata, gettato in linea diagonale sulla Dora, e torcendo a sinistra, giungemmo aSan-Valeriano, piccola borgata, frazione del paese di Borgone, addossata alle rocce cavernose diPietraculera. Quivi entrammo nella chiesuola di San Valeriano, da cui si denomina il divoto villaggio, e penetrammo a sinistra in un disadorno antico oratorio, al cui fianco apresi nella montagna la grotta ove si ricoverò e morì San Valeriano.Attigua allo speco v'ha una piccola finestra d'onde i divoti possono sporgere il capo ed osservarlo. In quel dì una povera donna del villaggio, non ha guari campata da una grave infermità per le assidue cure del Dottor Rumiano, inginocchiata, dalla finestruola sporgeva le congiunte mani, intrecciate fra le deche di un rosario, e mormorava preghiere.Il dottor Rumiano, al vederla:—Eccovi, mi disse, chi meglio di me potrà narrare i prodigi di San Valeriano, e come riparasse in questa grotta.—Oh! ben volentieri, signor dottore, rispose la pia donna: poichè, come più volte le ho detto, io deggio al patrocinio di questo Santo le tante sue cure nella mia infermità, e il poter sostenere insieme colla povertà i continui disastri della vita.—Ed entrata nell'oratorio, andò a prostrarsi innanzi alla grotta, e baciato con riverenza il sasso, così riprese:—Io narrerò del Santo quello che nelle lunghe serate d'inverno, presso al focolare, sino dall'infanzia udii spesso ripetere dalla mia vecchia nonna.Valeriano, Tiburzio, Ignazio, Pancrazio, Maurizio, Giorio e Giacomo erano sette fratelli addetti alla legione Tebea, ed avevano una sorella per nome Cecilia, fatta cristiana prima di loro. Valeriano, persuaso dalle buone opere e dai consigli della sorella,si convertì anch'egli alla fede cristiana, e pertanto fu, dappertutto ove andasse, perseguitato dagl'infedeli. Si ricoverò fra Giaveno e Pinerolo ne' monti di Cumiana, ma anche là fu dai nemici investito; ond'egli spiccato un salto da un masso, potè sfuggire ai suoi persecutori e trovar rifugio sicuro qui lungo la Dora, e propriamente in questa grotta dove santamente morì.A Cumiana un sasso tuttavia serba l'impronta d'un ginocchio del nostro Santo, la chiesa di Villarfocchiardo ne possiede il cadavere, e fra noi si ha una sua reliquia, donataci dal Vescovo di Susa, cara memoria che abbiamo sempre nel cuore e nelle preghiere, che festeggiamo ogni anno il dì 14 aprile.—Così parlava e così credeva la pia donna, e le sue parole e la sua fede mi toccavano il cuore.XVII.Eccovi, miei lettori, a sei miglia da Susa, su le due rive della Dora, due leggende, cavalleresca l'una, religiosa l'altra, frutto ambedue della storia di que' popoli. Imperocchè le leggende sono un elemento storico ampliato, e talvolta travisato dalla immaginazione delle moltitudini.I dominatori stranieri che in diverse età irruppero dalle Alpi colle barbare armi, facendo violenza alle porte d'Italia, e singolarmente Carlomagno col seguito lungo de' suoi paladini, il feudalismo, che di torri e di merli cerchiò le cime de' monti, e i martiri della legione Tebea, e i ricchi monisteri, e i potenti abati, e ferocie di guerra e carità di religione lasciarono forti ricordanze nelle menti dì questi popoli, per cui ne sorse in Val di Susa gran numero di leggende cavalleresche e religiose, che porgerebbero abbondante materia di studio all'erudito filosofo.Tale non è il mio assunto: io sono umile espositore dì memorie che traggo ora dalla storia ed ora dalla tradizione, e spesso dallo spettacolo della natura e dalla imitazione che ne fa l'arte; e appoggiato all'adunco bastone che mi donò un arcade pastore fra lerovine di Messene, seguito il mio cammino, come il cielo m'inspira, meditando e scrivendo.XVIII.Sant'Antonino.DaSan Valerianoper ampia via carrozzabile, ombreggiata da piramidali pioppi, e su d'un ponte di legno varcata la Dora, fui guidato al paese diSant'Antonino, e quivi domandai se nulla vi fosse di nuovo.—Di veramente nuovo, mi fu risposto, abbiamo il prevosto Agostino Belmondo, accolto ora con feste popolari. Annessa alla prepositura v'ha la pingue rendita di cinque mila franchi, che il neo-prevosto saprà usare piamente, perchè evangelico pastore lo annunziano la fama e i versi del bravo sacerdote D. Picco.Visitai il paese benedetto dal nuovo prevosto. Una volta l'aria vi era insalubre, e le pallide febbri vi avevano stanza perenne. Ora non più, perchè il municipio, non perdonando a spesa, costrusse canali per dar libero corso alle acque stagnanti, e ridusse a coltura campi paludosi, provvide il paese di buone acque, derivandole dai monti adiacenti, ed aperse vie comode, che mettono alle campagne ed ai vicini villaggi.Da questi provvedimenti emerse una vita novella; crebbero il lavoro e il guadagno, sorsero abitazioni di ornata architettura, e il popolo si mostra gagliardo e fiorente di salute, e il farmacista Casasco, che spesso richiesto era di rimedi a domare le ostinate febbri, ora trova tempo a coltivare e distillare la menta piperita, molto pregiata nella valle e fuori.XIX.Condove.ComeSant'Antoninodivenne allegro ed agiato provvedendo allapubblica salute, così il vicino paese diCondove, a sinistra della Dora, crebbe in prosperità col suo mercato del mercoledì, il più frequente di commercio in Val dì Susa.Una volta i montanari dalle ville circostanti, colle loro patate, i latticini, la segale, le castagne e frutta e derrate di ogni specie, scendevano la sera del mercoledì in Condove per avviarsi nel giorno seguente di buon mattino al florido mercato di Avigliana. La sera, ragionando quivi delle loro faccende, iniziavano e talvolta terminavano i loro negozi, onde a poco a poco si conobbe che il mercato aviglianese del giovedì si faceva per buona parte nella sera antecedente in Condove. Pertanto venne quivi sancito il mercato di mercoledì, al quale aggiunse eziandio importanza la via nuova che dalla strada provinciale mette al paese.Un sereno mercoledì d'autunno mi aggirai sotto i portici e per le vie liete di commercio e stipate di popolo che danno manifesto indizio della nuova vita di Condove. Passai fra panieri di patate e di castagne, e sacchi di segale addossati l'uno all'altro, fra alte pertiche uncinate, da cui pendevano nastri di ogni colore, fra tavolati carichi di tele e di sete sotto tende sorrette da pali, e in mezzo all'affaccendarsi di chi va e di chi viene, di chi vende e di chi compera, incontrai, presso una fontana, su d'un carro, un nuovo Dulcamara, un uomo di strane sembianze, che, schiamazzando con rauca voce, traea intorno a sè la moltitudine e raccomandava i suoi cerotti, i suoi rimedi per tutti i malanni del mondo; e frattanto sul vicino prato, a pochi passi dalla chiesetta del cimitero, un povero cieco cantava i miracoli d'una Madonna e vendeva pie canzoncine. Così ciascuno spacciava la sua merce nel mercato di Condove, ed io scriveva la mia pagina.Stanco di urti e di schiamazzi, a tramontana del paese salii il poggio diMolaretto(che non va confuso con quello del Moncenisio) e quivi dalla casa del capitano Perodo, che mi è stato assai cortese, ho goduto d'incantevole vista. Fertili e vasti piani, e monti verdeggianti di vigneti e di selve mi stavano d'intorno, e a ponente le giogaie delle Alpi nell'estremo orizzonte biancheggiavano di nevi. Il monte che attirava maggiormente il mio sguardo era asud-est, il Pirchiriano. Su la cima v'ha laSagra di San Michele, alle falde leChiusede' Longobardi. Quante memorie di religione e di guerra si accolgono intorno a quel monte, aspro a chi lo guarda, sublime a chi lo medita!XX.Le Chiuse.Nella storia delle armi trovansi registrati luoghi che divennero famosi, perchè ivi si decisero le sorti di molte e lunghe generazioni. Fra questi è segnalato il villaggio diChiusaalle falde occidentali delPirchiriano, sorto dalleClusæ Longobardorum, fra gl'Italiani non men famoso di Corfinio e di Canne, di Marengo e di Novara. L'avvenimento associato al nome del villaggio è il più grande che illustri Val di Susa, e basterebbe ad illustrare qualunque provincia.Non mi facciano il broncio i Susini additandomi il loro arco ad Augusto; conciossiachè quel monumento non ricordi che l'accorgimento d'un prefetto, il quale per guadagnarsi l'amicizia del padrone, gli innalzò la marmorea mole col danaro delle città a lui soggette:et civitates, quæ sub eo Præfecto fuere.Laddove l'umile villaggio di Chiusa è l'arena in cui si contesero il dominio d'Italia due superbi conquistatori, che, sebbene l'uno più dell'altro infesti al bel nome latino, diedero vita a solenni ordinamenti, dopo un millennio non del tutto estinti.XXI.I Longobardi, questi barbari dalle lunghe barbe e dalle lunghe labarde, condotti dal feroce Alboino, insignoritisi di molta parte d'Italia, ebbero a lottare colla potenza de' papi e per essa caddero. Ariani dapprima, furono ostili ai papi. Divenuti cattolici nel florido regno di Teodolinda e di Agilulfo, dopo qualche tempo di pace, tornarono ad aperte ostilità contro i papi, che invocaronol'aiuto de' Franchi, i quali due volte capitanati da Pipino valicarono il Moncenisio, superarono le Chiuse, e vittoriosi in Pavia imposero tributi ai Longobardi e l'obbligo di restituire le conquiste fatte sopra la Chiesa. Accettarono i vinti le condizioni della pace; ma Desiderio, ultimo dei re longobardi, associatosi al regno il figlio Adelchi o Adelgiso, non le attenne; anzi corse coll'armi le città papali. Carlomagno, il figlio di Pipino, invocato da Roma, con poderoso esercito per le note vie del Cenisio e della Novalesa si fece alle Chiuse, che afforzate di torri e di muraglie dal Pirchiriano al Caprasio, serravano lo sbocco della valle. Caduto di animo, già stava per rivalicare le Alpi, quando, secondo strane leggende, un giullare lombardo, e secondo il racconto della Cronaca Novaliciense, confermatoci da prezioso documento conservato in Cremona[19], un tal Martino, diacono di Ravenna, per reconditi cammini giunto al campo della Novalesa, insegnò a Carlomagno la via ch'egli tenne; per la quale una schiera di Franchi potè sorprendere i Longobardi alle spalle, in tanto che il grosso dell'esercito fra lo scompiglio e la paura li vinceva facilmente alle Chiuse. Importante vittoria, che diede ai Franchi le chiavi d'Italia, e una ingerenza, non cessata per anco, nelle faccende dei pontefici romani, coll'assicurarne le conquiste ed accrescerne l'autorità.XXII.Questa luttuosa catastrofe suggerì ad Alessandro Manzoni due lavori, tesori di patria letteratura, la tragedia l'Adelchi, e il discorso (Della storia longobardica in Italia) che l'accompagna; tale, diremo volentieri con Tommaseo,che di per sè basta alla fama d'un nome.Visitando le Chiuse e i dintorni, ne ammirai la fedele dipintura nelle pagine del Manzoni, non altrimenti che in Grecia, consultando l'Odisseadi Omero, io riscontrava l'antico porto d'Itaca, dove al suo ritorno in patria approdava Ulisse, e la misteriosa grotta dalle due porte, nella quale egli deponeva i ricchi doni avuti nella reggia dei Feaci.Il Manzoni, ponderate le particolarità della cronaca Novaliciense, e studiati i documenti e le opinioni che di quel fatto scrittori diversi ci tramandarono, erudito e filosofo del pari, si mostrò conoscitore peritissimo de' tempi e de' luoghi, quasi che si fosse egli trovato al di là delle Alpi e nella Novalesa ai consigli dei re Franchi, ed a quelli del Longobardo nella reggia di Pavia, o che il suo fatidico spirito aleggiasse nelle pianure lombarde e sui monti cozzii allo scontro dei due tremendi nemici.I gioghi e i valloni, i torrenti e le ghiacciaie, e le leggende del Rocciamelone, alle cui falde sorgevano le tende dei Franchi, tutto è con vivi colori espresso dal nostro poeta nelle parole del diacono Martino a Carlomagno, quando nella Novalesa gli narra come egli giunto presso le Chiuse abbia saputo schivare i vigiliLongobardi, e torcendo a settentrione per ardui e reconditi cammini, condursi al suo campo. Uditelo. Nella nostra Italia dove si odono sempre con piacere ripetere le melodie del Rossini e del Bellini, con pari diletto ed ammirazione si udrà alle Chiuse ripetuta una delle più stupende pagine della poesia Manzoniana. Il monaco Martino interrogato da re Carlo come a lui fosse nota la via, e come al nemico ascosa, risponde:Dio gli acciecò, Dio mi guidò. Dal campoInosservato uscii; l'orme ripresiPoco innanzi calcate; indi alla destraPiegai verso Aquilone, e abbandonandoI battuti sentieri, in un'angustaOscura valle m'internai: ma quantoPiù il passo procedea, tanto allo sguardoPiù spazïosa ella si fea. Qui scorsiGreggie erranti e tuguri: era codestaL'ultima stanza de' mortali: entraiPresso un pastor, chiesi l'ospizio, e sovraLanose pelli riposai la notte.Sorto all'aurora, al buon pastor la viaAddimandai di Francia.—Oltre quei montiSono altri monti, ei disse, ed altri ancora,E lontano lontan Francia; ma viaNon avvi: e mille son quei monti, e tuttiErti, nudi, tremendi, inabitatiSe non da spirti, ed uom mortai giammaiNon li varcò.—Le vie di Dio son molte,Più assai di quelle del mortal, risposi;E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:Indi tra i pani che teneva in serboTanti pigliò di quanti un pellegrinoPuote andar carco: e in rude sacco avvoltiNe gravò le mie spalle: il guiderdoneIo gli pregai dal Cielo; e in via mi posi.Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,E in Dio fidando, lo varcai. Qui nullaTraccia d'uomo apparia; solo foresteD'intatti abeti, ignoti fiumi, e valliSenza sentier: tutto tacea; null'altroChe i miei passi io sentiva, e ad ora ad oraLo scrosciar dei torrenti, o l'improvvisoStrider del falco, o l'aquila dall'ertoNido spiccata in sul mattin, rombandoPassar sovra il mio capo, o sul meriggio,Tocchi dal sole, crepitar del pinoSilvestre i coni. Andai così tre giorni;E sotto l'alte piante, o nei burroniPosai tre notti. Era mia guida il sole;Io sorgeva con esso e il suo viaggioSeguìa, rivolto al suo tramonto. IncertoPur del cammino io gia, di valle in valleTrapassando mai sempre; o se talvoltaD'accessibil pendìo sorgermi innanziVedeva un giogo, e n'attingea la cima,Altre più eccelse cime, innanzi, intornoSovrastavanmi ancora; altre di neveDa sommo ad imo biancheggianti, e quasiRipidi, acuti padiglioni al suoloConfitti; altre ferrigne, erette a guisaDi mura insuperabili.—CadevaIl terzo sol quando un gran monte io scersi,Che sovra gli altri ergea la fronte; ed eraTutto una verde china; e la sua vettaCoronata di piante. A quella parteTosto il passo io rivolsi.—Era la costaOrïentale di quel monte istesso,A cui di contro al sol cadente, il tuoCampo s'appoggia, o sire.—In su le faldeMi colsero le tenebre: le seccheLubriche spoglie degli abeti, ond'eraIl suol gremito, mi fur letto, e spondaGli antichissimi tronchi. Una ridenteSperanza, all'alba, risvegliommi, e pienoDi novello vigor la costa ascesi.Appena il sommo ne toccai, l'orecchioMi percosse un ronzìo che di lontanoParea venir, cupo, incessante: io stetti,Ed immoto ascoltai. Non eran l'acqueRotte fra i sassi in giù; non era il ventoChe investìa le foreste, e sibilando,D'una in altra scorrea; ma veramenteUn rumor di viventi, un indistintoSuon di favelle e d'opre e di pedateBrulicanti da lungi, un agitarsiD'uomini immenso. Il cor balzommi: e il passoAccelerai. Su questa, o re, che a noiSembra di qui lunga ed acuta cimaFendere il ciel, quasi affilata scure,Giace un'ampia pianura, e d'erbe è foltaNon mai calcate in pria. Presi di quellaIl più breve tragitto: ad ogni istanteSi fea il rumor più presso: divoraiL'estrema via; giunsi sull'orlo, il guardoLanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidiLe tende d'Israëllo, i sospiratiPadiglion di Giacobbe: al suol prostrato,Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.XXIII.Tutto qui è evidenza, tutto verità, se ne levi la corona di piante che il poeta nella foga delle immagini diede alle brulle cime del Rocciamelone, dove è muta ogni vegetazione, nè può tronco d'albero, nè filo d'erba germinare.Carlomagno seguiva i consigli del diacono Martino, per la via da lui calcata mandando un manipolo de' suoi prodi, e secondo Cesare Balbo[20]metteva una schiera per le gole laterali e non guardate di Giaveno(cioè nella parte più meridionale della valle)intorno al Pirchiriano, e così prendeva alle spalle i Longobardi.Non mi sembra però probabile che i Franchi tenendo la via del diacono, potessero fare il cammino segnato dal Balbo; imperocchè le gole laterali di Giaveno erano le note vie de' Franchi, calcate due volte da Pipino, in ogni dove dai Longobardi affortificate e vigilate; oltrechè Martino, movendo di là per recarsi alla Novalesa,avrebbe facilmente incontrato i Franchi, e avuta certa notizia dei regali attendamenti senza travagliarsi per diversi giorni in dubbi e difficili cammini.Manzoni mi è sembrato più accorto del Balbo segnando il viaggio del diacono Ravennate, nelle balze settentrionali per le valli di Lemmie e di Usseglio, ignote ai Franchi, non abbastanza vegliate dai Longobardi. La valle di Usseglio guida al colle dellaCroce di Ferro, pel quale con tragitto non lungo a pie' del giogo nevoso del Rocciamelone si giunge alla Novalesa. Di colà scesa una parte dei guerrieri di Carlo Magno, mentre l'altra superava le Chiuse, potè andare ad accamparsi in Giaveno contro i guerrieri del fuggente Desiderio.Ciò non pertanto il Manzoni con singolare modestia, dubitando della verace via tenuta dai Franchi, nel suo discorso avverte argutamente:«Forse una visita ai luoghi potrebbe condurre ad una scoperta più concludente. Sarebbe da desiderarsi che alcuno di coloro che si divertono a tribolar il prossimo, e dei quali il mondo non ha mai avuto difetto, pigliasse a cuore questa scoperta; e lasciando per essa le sue solite occupazioni, si portasse sul luogo, ed indugiasse ivi molto tempo in una tale ricerca».XXIV.Io non ho mai posto fra miei divertimenti quello di tribolare il prossimo; tuttavia mi compiacqui di visitare le Chiuse e i dintorni col fido Norberto Rosa e col suo degno amico Giambattista Rocci, notaio e poeta, il Tommaso Grossi di Val di Susa, saggio ed operoso cittadino. Nato Rocci nel villaggio di Chiusa, era l'uomo più atto ad accompagnarmi in que' luoghi e giovarmi di consiglio.Nota il Manzoni che ai tempi del cronografo della Novalesa sussistevano ancora i fondamenti delle Chiuse:.  .  .  .  .  .  .  Dell'arduo muroChe Val di Susa chiude e dalla FrancaLa Longobarda signoria divide.Ed io aggiungerò che anche oggidì sussistono, e che li ho percorsi dal Pirchiriano al Caprasio. Furono discoperti parte nel costruirsi la strada ferrata e parte dai contadini nel dissodare la terra. Soltanto non appariscono tracce ai pie' del Caprasio, forse nascoste da materiali sovrapposti nell'innalzamento che a più riprese si fece di quel suolo divallato. A pochi passi dal villaggio di Chiusa, il comune addossò alla montagna una grossa muraglia sopra quella de' Longobardi, per far argine agli straripamenti del torrente detto ilRio; e lo spazio d'un miglio circa di lunghezza, che separa i due opposti monti Pirchiriano e Caprasio, dai naturali del luogo viene per antonomasia appellatoLe Mura, certo per ricordanza dell'arduo murolongobardo. Così mi affermarono abitanti del Pirchiriano di ciò richiesti, e per ultimo su la riva sinistra della Dora interrogai un contadino; ed egli pure rilevando il capo fra le pannocchie del suo campicello, e colla destra callosa accennando al dosso rossiccio del monte Caprasio ed alle tracce poco distanti delle antiche Chiuse:—Questi luoghi si chiamano le Mura, mi rispose.Ed io esultante al pari di Châteaubriand, quando lunghesso l'Eurota spronava il suo cavallo fra i discoperti ruderi di Sparta, guardava le macerie dell'arduo muronon per anco avvertite dai moderni itinerarii, razza oziosa di libri che ripete e non aggiunge; e varcando la Dora su d'un ponte di legno, tra il fracasso delle acque scorrenti, mi parve col Manzoni di udire il vincente Carlomagno che tonasse:.  .  .  .  .  .  .Terra d'Italia, io piantoNel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.XXV.A breve distanza dal Monte Caprasio, presso Chiavrie, si vedono le rovine del quadrangolare castello delConte Verde. Seduto innanzi alle sue merlate mura meditai nelle pagine del Manzoni il ferale avvenimento delle Chiuse e le contrarie sentenzedegli scrittori. Alcuni, fra i quali il Giannone, opinarono essere stata una calamità per l'Italia la sconfitta de' Longobardi, i quali a noi mescolati per consuetudine di vita, e ingentiliti nei costumi nostri, sbarazzatisi de' Greci, avrebbero alla fin fine ricomposte le disgregate parti della penisola in una potente nazione. Altri, per contro, danno lode a papa Adriano I, che richiamò i Franchi, perchè,....Quando il dente longobardo morseLa santa Chiesa, sotto alle sue aliCarlo Magno, vincendo, la soccorse[21],e inoltre perchè colla venuta de' Franchi, come asserisce il Manzoni,i Romani ottennero per mezzo de' papi uno stato che li guarentiva dalle invasioni barbariche, e fu un insigne benefizio.Esaminando le contrarie opinioni, io vedeva nelDiscorsodel Manzoni, direi quasi, connaturate le anime del Muratori e del Vico, dei quali egli ci dà il più stupendo ritratto che desiderar si possa: e nella tragedia, come ravvisiamo lo stesso cantore dell'Eneidenelpius Æneas, così nel personaggio dell'Adelchi io riveriva la pia e generosa anima dell'autore, che si riconosce in tutte le sue opere, e la riscontrai nella venerata sua persona, allorchè in compagnia del mio dolce amico ed illustre latinista G. Gando andai la prima volta a inchinarlo su le rive del Verbano, e lo trovai dolorante innanzi al recente sepolcro del filosofo ed amico suo Rosmini.Di pensiero in pensiero fra l'erudito e il filosofo io andava cercando il poeta nazionale, e lo trovava in due cori, potenti voli della lirica italiana.Ermengarda, la figlia di Desiderio, moglie di Carlomagno, cheCon l'ignominia d'un ripudio in frontetorna alla paterna reggia, e ricoveratasi in Brescia nel monistero di San Salvadore, cessa di soffrire cessando di vivere, è tale episodio che trasse dal cuore del poeta un canto che tutti sanno come sia improntato di santo dolore e di carità cristiana.Sparsa le trecce morbideSu l'affannoso petto,Lenta le palme, e roridaDi morte il bianco aspetto,Giace la pia, col tremoloGuardo cercando il ciel.L'altro coro è nell'atto terzo, e vi senti lo stato angoscioso d'Italia.D'un volgo disperso che nome non ha.Nel dramma è rappresentato lo spettacolo di due forze straniere che vengono a cozzare sulla nostra terra, e forse non basta al compiuto trionfo del teatro, perchè fra quella barbara lotta non udiamo il lamento d'Italia, di questa novella Ifigenia, sagrificata all'ambizione di due superbi stranieri, se ne levi il coroDagli atrii muscosi, dai fôri cadenti, ecc.Il poeta nazionale,nel cui pensiero, come ben avverte il Tommaseo,nè la tirannide longobarda era sacra, nè la conquista di Carlo era santa[22], in quel coro si leva gigante coronato di tutta la sua luce. Egli non è franco, non longobardo, non papista; egli si è innalzato al di sopra delle controversie dell'erudizione e della filosofia, e sfolgora nella sfera della giustizia suprema, donde guardando quaggiù alle superbie della polvere umanasente con Balbo, chesignori stranieri, civili o barbari, si rassomigliano; e nelle ultime strofe del coro dirette agli Italiani raccoglie la sintesi di tutto il dramma, il concetto vero e sublime del poeta che maledice, nella lotta delle Chiuse, vinti e vincitori, esclamando:E il premio sperato, promesso a quei fortiSarebbe, o delusi, rivolger le sorti,D'un volgo straniero por fine al dolor?Tornate alle vostre superbe ruine,All'opere imbelli dell'arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor.Il forte si mesce col vinto nemico,Col nuovo signore rimane l'antico,L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.Dividono i servi, dividon gli armenti,Si posano insieme sui campi cruentiD'un volgo disperso che nome non ha.

DA SUSA AL PIRCHIRIANO

Foresto.

O leggiadre mie leggitrici, che passate per Val di Susa, se vi piace che il nome d'un vostro diletto vi risuoni amorosamente all'orecchio, venite con meco alla villa Balma fra i pampini, i pioppi e gli ippocàstani della Brumera, e quivi l'eco fedele vi ripeterà non una, ma dodici volte, la sospirata cara parola.

Salve, o Dora, salve, o Balma, io sclamai più volte, e l'impietrita ninfa, la mal corrisposta amante di Narciso ripeteva i miei saluti al patrio fiume e all'ospite gentile, mentre io mi avviava al marmoreo villaggio di Foresto, che alle falde orientali del Rocciamelone spunta sulla sinistra riva della Dora a due miglia da Susa.

Lo svelto e bianco campanile del paesello contrasta mirabilmente colle propinque ignude rocce di color cupo rossastro, che tagliate a picco perpendicolarmente, d'un'altezza non minore di 500 metri, succedonsi le une alle altre con molti segni delle ripetute rivoluzioni della natura, con ripidi solchi di viottoli e di torrentelli, e tentate qua e là dalla mano solerte del colono alpigiano, che raggranella un po' di terra su l'arido masso per fargli abbracciare la vite e la spiga.

Da qualche noce soltanto è temperata quella selvaggia orridezza presso il torrente che sbocca da una profonda caverna piena di spavento, denominata perciò l'Orrido di Foresto.

Penetrai in quell'Orrido, che a guisa di labirinto si prolunga entro le viscere del monte, e mi pareva di entrare in uno di quegli spechi, d'onde il corsaro guata la ricca preda che solca il mare.

Dalle ghiacciaie del Rocciamelone scendono abbondevoli acque con gran fracasso entro la caverna, e raccoltesi in diversi bacini incavati dalla natura e dal tempo, si riversano sopra lisce pietre marmoree, e all'ingresso dell'Orrido scorrono spumeggiando fra le ruote d'un molino presso una povera casetta, di là dal ponte che traversa il torrente. Così il letto di queste acque fosse men basso, chè potrebbero fecondare i vicini campi!

Uscendo dall'Orrido levai gli occhi ad ammirare le pittoresche rocce che spaccate in cima lasciano intravvedere un po' di cielo, e in quella vidi un'aquila che aveva in becco un serpentello. Rimasi attonito, e una vecchierella che filava presso la casa del molino:

—Non abbia paura, mi sclamò, chè San Basilio protegge questi luoghi dai serpenti. Guardi quel masso a pan di zucchero che è di contro a noi, e vedrà una striscia bianca. È quello il segno rimasto d'un terribile serpente che infestava le circostanti borgate.

A queste parole della vecchia, Norberto Rosa, che avevo al fianco, crollava il capo ghignando.

Io guardai e vidi veramente quella striscia bianca, che appellasi comunemente il serpente di San Basilio. È una venatura del sasso, la quale somigliando ad un lungo rettile, ha dato occasione alla leggenda riferitami dalla credula vecchierella di Foresto.

Presso a Foresto veggonsi cave di marmi bianchi e verdi, che servono all'arte: e in quel paese come a Carrara, di frammenti di marmo splendono anco le più umili case.

Andammo alla villa dell'avvocato Luciano Genin sindaco del paese: ella ride fra le reliquie d'un tempio sacro alle Dee matrone, secondo si ritrae dalle iscrizioni di parecchie lapidi scoperte ivi in un giardino. Trovai già memorie di queste divinità salutari sulle cime del Monginevra; ma in Foresto direbbesi che duri tuttavia il loro culto, e il risorto loro santuario sia la villa Genin.

In sull'imbrunire, stando noi per accommiatarci, i nostri gentili ospiti, in compagnia del gioviale parroco del paese, ci condussero fino a notte fra i meandri de' boschetti e le aiuole del giardino, e quindi, come per caso, ci fecero riuscire in un pergolato sotto la cupola fronzuta d'un verde pinacolo, che rischiarato da molte faci, offerse la vista d'una lauta cena, quasi per virtù d'incanto imbanditaci e presieduta dall'amabile consorte del sindaco, vera dea matrona del luogo.

Sedemmo a mensa, e venuti a discorrere d'agricoltura, il sindaco mi comunicò un suo molto bene studiato progetto per assicurare al paese l'abbondanza dell'acque anche ne' tempi di più ostinata siccità. Egli vorrebbe derivare dal Rocciamelone per un traforo di non oltre a 180 metri, ne' gioghi adiacenti al villaggio, parte delle acque de' ghiacciai, le quali servirebbero così a meglio irrigare non solo i campi di Foresto e di Mompantero ai tempi asciutti, ma ad accrescere il volume delle acque della Dora, talvolta scarsa anch'essa ai bisogni dell'agricoltura; il che tornerebbe a grande benefizio delle lontane campagne, principalmente del territorio di Torino, e gioverebbe eziandio e precipuamente alle macchine degli opificii e all'igiene della capitale.

Stupii che la spesa di questa altrettanto utile quanto desiderata opera non verrebbe ad eccedere i sessantamila franchi; di che l'utilità grande accoppiata all'economia dovrebbe raccomandare l'impresa agli amministratori della cosa pubblica.

Mentre il sindaco ragionava dei vantaggi dell'acqua, noi sperimentavamo quelli del vino. I vini generosi di Sant'Eusebio, spesso cantati dal mio Norberto, e quelli di Foresto, che pur dovrebbe cantare, diffondevano l'ilarità nel convito, talchè i severi quesitidi pubblica economia diedero luogo alle ingenue arguzie del parroco, allegro servo del Signore, che coll'assiduo suo intercalarequel che è, è, troncava ogni controversia, e ci invitava a toccare i bicchieri.

—Come ti piace questo parroco? mi domandò Norberto.

—Mi pare, rispos'io, che il versetto serviteDomino in laetitia, e l'altrojugum suave est, siano scritti per lui.

—Hai ragione, mi replicò egli. Se tutti i preti gli somigliassero, il cielo non ci perderebbe nulla, e la terra ci guadagnerebbe moltissimo.—

Bussoleno e Chianocco.

Spesso in poveri alberghi e in picciol tetti,Nelle calamitadi e nei disagi,Meglio s'aggiungon d'amicizia i petti,Che fra ricchezze invidïose ed agiDelle piene d'insidie e di sospettiCorti regali e splendidi palagi,Ove la caritade è in tutto estinta,Nè si vede amicizia se non finta.

Questa ottava dell'Ariosto un bel mattino mi suonò più che bella e soave in Bussoleno, paesello diviso dalla Dora, con vecchie mura merlate e case di stile gotico. Ad una balza vicina, cinto di quattro torri, gli si atterga pittorescamente il Castel Borello, abitato beatamente da un caro ex-arciprete.

Un cortese dottore di medicina, che mi accompagnava e trametteva le sue notizie al continuo mormorar della Dora, mi additava a mezzogiorno i monti dellaBalmetta, e alle loro falde le cave diSan Basilio, cave di serizzo, specie di granito, e verso tramontana l'alpe diBalmafolcolla miniera di calcopirite ramifera, somigliante a quella delle cave svedesi, e laFaucimagna, gola di esteso monte che vantasi dellaFuggiera, cava di marmoverde serpentino, quello che più si approssima al verde antico. Ivi giganteggia l'arido picco de'Tre denti, così chiamato da tre punte che si dispiccano al vertice dellaFaucimagna. Visitammo la chiesa parrocchiale, sormontata da un antico campanile, e nel ritornare ci abbattemmo in una allegra compagnia di villani e villanelle, che, adorna di rosse nappe alle cuffie ed ai cappelli, e con mazzolini di fiori al petto ed in mano, iva alternando canti e danze al suono d'un violino.

—Che cosa è questo tripudio? io chiesi al mio cicerone.

—È una pastorella dei monti di Cesana, che va a sposarsi con un giovane qui delle vicine borgate diMattie.

Intanto che il mio cicerone mi dava questa notizia, la sposa spiccatasi dalla comitiva, e lesta come una camozza delle sue montagne, era venuta ad attaccarmi un roseo fiocco sul petto.

—Che fate, mia bella sposa! gridai io alla vista di quella strana decorazione.

—Che? Non conosce più la Lucia di Bousson?

—La Lucia di Bousson! La figlia del pastore Giacomo, che con tanta cortesia mi accolse ospitalmente nella sua capanna, quand'io, malconcio da pioggia dirotta, scendeva dal Monginevra? Oh! sì, sì che ti riconosco agli occhi cilestri ed al labbro di corallo, ed alle trecce d'oro che oggi, siccome quel giorno, si diffondono fra i gigli e le rose del vivace sembiante.

Dietro alla sposa era pur venuto, non senza sospetto, lo sposo; se non che appena seppe che io conosceva il padre di Lucia, fece vive istanze perchè andassi a prender parte al convito nuziale.

Lo ringraziai del cortese invito, perchè la gita era troppo lunga, e io desiderava visitare il villaggio di Chianocco, per dove c'incamminammo, lasciando che gli sposi, coll'allegra comitiva, si godessero tutto quantoil più bel giorno della vita, come lo chiama lo Scribe.

—Ha fatto male, mi disse l'accorto mio cicerone, a nonaccettare l'invito degli sposi. Si sarebbe spassato davvero. Le prime accoglienze che la suocera suol fare alla nuora son tali da piacer anche ad un poeta.

—Dice davvero?

—Certamente. Ecco come si fanno le cose. Quando la brigata giunge alla casa dello sposo, trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al terzo picchio si apre, e in sulla soglia si affaccia la suocera, burbera nel volto, colla mestola appesa alla cintura, e comincia questo dialogo con la nuora:

—Che cosa volete?

—Entrare in vostra casa, e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi.

—Eh! Voi altre ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che l'assetto della casa.

—Lasciatemi provare e vedrete.

—Ma qui si tratta di pascolare e mugnere gli armenti.

—Ed io pascolerò e mugnerò gli armenti.

—Di tagliare il fieno e lavorare i campi.

—Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi.

—Di alzarsi la prima e coricarsi l'ultima, perchè la vecchia suocera possa alzarsi l'ultima e coricarsi la prima.

—Ed io farò anche questo.

—Ma voi verrete meno a tante fatiche.

—Iddio e vostro figlio mi aiuteranno.

A queste affettuose parole la suocera smette l'aria sua burbera, e stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora:

—Vieni, figlia mia, le dice, vieni, e possa tu non mai scordarti delle fatte promesse.

Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla sposa, che da quell'istante fa gli onori della casa, e invita tutta la compagnia a prender posto al banchetto di nozze; nel quale v'ha ciò di curioso che, mentre ciascun convitato ha la sua posata, lo sposo e la sposa, seduti l'uno accanto all'altro, mangiano entrambi nello stesso piatto, e bevono allo stesso bicchiere, quasi a significare che da quell'ora in poi vi è tra loro perfettacomunanza di vita. Insomma le ripeto, conchiudeva il dottore, che a queste nozze di villaggio ella avrebbe passato un bel giorno, e ha fatto male a non accettar l'invito.

—E a me pare, al contrario, di aver fatto molto bene.

—E perchè?

—Perchè vossignoria mi apprese in pochi minuti quanto io non avrei facilmente saputo nel villaggio di Mattie in tutto il giorno.

Questo racconto sente del ritratto che il libro dei Proverbi fa della donna massaia, la quale, traendo alla rocca la chioma, vigila al buon governo della famiglia; e mi ricorda altresì certe costumanze di feste nuziali, che trovai in un villaggio delle Calabrie, dove il popolo conserva l'idioma, i riti religiosi e i costumi de' suoi padri albanesi.

Quivi la suocera all'entrata della casa avvolge un lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi, e congiungendone i capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentando così uno stretto vincolo d'amore. Poscia i parenti e gli amici insieme cogli sposi stendono le mani intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi alla porta della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima, cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa, che somigliano in parte a quelli della nostra suocera delle Alpi Cozzie.

La moderna civiltà bandisce, siccome fole, dalle superbe città queste simboliche cerimonie, e riduce le feste nuziali ad un atto notarile, ed al calcolo di alcune cifre: ed io amo ancora cercarne la poesia rifuggita fra il buon popolo dei monti, ove col suo canto e le sue corone rifiorisce il patto più solenne della vita.

Fra questi pensieri giugnemmo alle pendici dell'opposta montagna meridionale al villaggio di Chianocco; e qui, a costo diessere tacciato di monotono scrittore, non voglio passare sotto silenzio l'Orrido di Prabecco, detto anche di Chianocco, dal nome del villaggio, orrido non meno pittoresco di quello di Foresto.

La montagna calcarea spaccata o dal lungo lavoro del torrente che vi passa, o da qualche geologico rivolgimento, offre uno spettacolo tanto sublime, che mi sentii l'animo trasportato ora alla spelonca di Collepardo nello Stato Romano, presso la Certosa di Trisulti, ed ora al deserto del Battista nella vicinanze di Betlemme. Una voragine tenebrosa si volge a modo d'immane serpente nelle viscere della montagna, ed io, aggirandomi più volte fra lo svolazzare dei corvi, varcai il torrente che mi contendeva il passo fra le gigantesche erte rocce che, inarcandosi in sul vertice, si approssimano, quasi una forza misteriosa le portasse a congiungersi.

Colà nulla mi sorrideva, se ne levi qualche raggio di sole, che, penetrando dalle fenditure, si rifletteva nell'argentea schiuma dell'acque e ne' marmi di vario colore, i quali, luccicando, formavano una specie di mosaico nel letto del torrente. Dopo essermi di molto inoltrato, tornando sulle mie orme, all'orlo della caverna mi si affacciò un alto picco detto laRoccaforte, così appellato dall'apparenza che ha d'una grossa muraglia di castello.

Uscito dalla tenebría della spelonca, andai, per serenarmi lo spirito, nella casa del prevosto Cibrario, venerando vecchio, pastore di Chianocco. Ed egli, accoltomi con atti di squisita cortesia, mi parlò del torrente che sbocca dall'Orrido di Prabecco, e della costernazione del suo gregge, quando, nel mattino del 18 ottobre 1846, l'acque grosse devastarono lì presso il molino, ponti e case, e per una porta, or fatta da lui murare, irruppero nel santuario seco trascinando alberi e macerie d'ogni maniera, e, condottomi nella chiesa:

—Qui, sclamava con voce affannosa, qui, nella chiesa l'acqua si era levata all'altezza di un metro e mezzo, e sovr'essa galleggiavano travi e ruote del molino colle croci, e i candelabri, e gli arredi della casa del Signore.—

Così dicendo il buon pastore dai bianchi capegli, sembrava afflittocome se ancora lo ferissero i lamenti del suo gregge, e l'onda sacrilega si agitasse intorno agli altari.

Domandai al prevosto se erasi preso alcun provvedimento o riparo contro alle nuove inondazioni e ai danni del torrente.

—Nulla, mi rispose reciso: quattro inondazioni sopravvennero di poi con danno gravissimo.

—Che si avrebbe a fare?

—Rompere laRoccaforteche chiude l'imboccatura del torrente, e basterebbe.—

Mi accommiatai dallo zelante prevosto augurando che il suo desiderio si adempiesse o che altro rimedio si trovasse alla salute del villaggio.

Il sole era tramontato dietro i gioghi del Cenisio, e la notte stendeva le tenebre sulle capanne di Chianocco. Lo splendore delle stelle, il lume delle lucerne dei casolari riflesso nelle invetriate, e le lampane appese nella via a divote imagini, rischiarando que' luoghi alpestri, insegnavano il cammino al mio cicerone, il dottore, che andava visitando alcuni infermi. Accompagnandolo al salutare ufficio entrammo in una casa rischiarata da insolita luce, e quivi ci si offerse una scena quale in vita mia non vidi mai.

Un gatto nero dagli occhi scintillanti miagolava fra gli arnesi della cucina, in mezzo alla quale ardeva gran fiamma sotto un paiuolo pieno d'acqua. Uomini e donne, armati di bastone, vi si affaccendavano intorno e attizzavano il fuoco. La più attempata di quelle donne, mormorando parole misteriose, gettò nel paiuolo a determinati intervalli sette piccoli chiodi, sette ramoscelli di rosmarino, sette foglie di malva con altre erbe. Mentre il paiuolo bolliva, tutta quella gente con piglio sdegnoso faceva intorno una sorta di ridda, battendo sul paiuolo con ripetuti colpi di bastone.

Il gorgoglìo dell'acqua tinta di strana mistura, le mistiche parole piene d'ira, e quel continuo aggirarsi a tondo di gente convulsa, mi ricordarono i due versi del tragico inglese nel suoMacbeth, chesi riferiscono alla tregenda delle streghe, e che nel ritmo originale sono maravigliosi pel suono delle voci rispondente al subbietto:

Double, double toil and trouble;Fire, burn, and, couldron, buble.Raddoppiate, raddoppiate fatiche e cure;Abbrucia, o fuoco, e tu, caldaia, gorgoglia.

Mentre io abbacava per iscoprire la ragione di quel ballo infernale, il medico tornava dalla vicina cameretta, annunziando che l'ammalato era in via di guarigione. Allora i parenti ed amici dell'infermo rinnovarono i loro balli con grida di gioia ripercotendo il fumante paiuolo.

Uscito di là, chiesi al dottore che mai significasse quello strano spettacolo, che ricordava le nordiche scene delle streghe.

—Ella ha colto nel segno, mi rispose il medico: quella rustica gente attribuisce l'infermità del vecchio suo congiunto ed amico al sinistro incontro d'una povera vecchia sdentata, che si regge a stento sulle gruccie, ed è in voce di maliarda; e crede inoltre che i perniciosi effetti della malìa possano essere cacciati colle ridde, cogli scongiuri e colle battute de' bastoni, che vanno a ripercuotersi su la strega istessa. Onde quando io dissi loro che presto risanerebbe, n'esultò riferendolo non tanto alla scienza del medico, quanto alla sua arte di cacciar le malìe.

—Durano dunque tuttavia le superstizioni che tormentarono la Maddalena Rumiana? io interruppi.

—Non ne faccia tanto le maraviglie, proseguì il dottore: qui si ha pur troppo ancor fede negli incantesimi e nelle arti diaboliche; alle quali spesso il volgo attribuisce i malanni della vita. Non è gran tempo che tumultuarono questi villici, tenendo per fermo che i diavoli su queste rocce rompessero battaglia fra loro, perchè si era veduto levarsi un gran polverìo a intenebrare l'aria. Era un cedimento di monte che nello sprofondare aveva levato quel polverìo straordinario, creduto effetto di battaglia infernale. È tale fra questa gente la credenza nelle malìe, chesi hanno in gran conto i libri di negromanzia, coi quali pretendesi di evocare il malo spirito, interrogarlo, richiederlo di consigli e d'aiuti, ed ottenerne risposte acconce al bisogno, in ispezie per iscoprire tesori, e per mezzo di strane parole e strane erbe fra le quali è molto in credito lafuggia(in francesefougère), la felce, pianticella medicinale con foglie oblunghe, sottili e frastagliate, che s'alza a un metro e mezzo, e che dal negromante deve essere calcata a mezzanotte, al chiarore d'una lanterna, con formule determinate nei libri di magia. Oh! quante volte qui tocca al medico d'incontrarsi colle credute maliarde presso gli infermi, ai quali alcuna fiata, a dir vero, prestano rimedi salutari, accompagnandoli però sempre con istrani scongiuri. Ecco, per esempio, quali parole la maliarda del contado brontola su la risipola applicando il suo impiastro:

Se è rossa—che se strozza,Se è bianca—che se scianca,Se è griza—che se sfriza,Se è neira—che se speila!

Raccapricciai che qui sulle rive della Dora, dove è accolto il fiore degli ingegni italiani, e all'ombra del vessillo tricolore cresce una nuova civiltà, possano tuttavia allignare superstizioni di tal fatta, nè si cerchi modo a diradicarle.

—In ciò molto potrebbero i preti, mi rispose il medico.

—E i medici non potrebbero nulla?

Il medico tacque.

Ed eccovi, miei cortesi lettori, un bel mattino e una trista sera. In Bussoleno fui lieto di apprendere imitabili costumanze che abbelliscono le feste nuziali delle campagne, e meglio dei profumati nostri epitalamii insegnano il governo della famiglia;e in Chianocco dolorai vedendo il villaggio in balìa d'un torrente, e il popolo in balìa della superstizione, torrente ben peggiore dell'altro.

San-Giorio.

Ad un miglio da Bussoleno, sulla riva destra del nostro fiume, s'incontra San-Giorio, paese che da mezzogiorno a ponente si distende a piè d'una giogaia da cui sorgono malinconiche le solitarie rovine d'un castello feudale. L'edera si va abbarbicando fra le fenditure delle grosse muraglie cadenti e per le vuote pareti della quadrangolare chiesuola, e intorno alla rotonda torre merlata che sovrasta gigantesca. Dal mezzo della torre guardava a tramontana una loggia, come accenna attiguo ad una porta il lungo trave sporgente. Da quell'alta loggia, lo attesta costante tradizione, venivano precipitati giù per l'erta scogliera perpendicolare, nuova rupe tarpea, i dannati all'ultimo supplicio, e percotendo nei sottoposti ignudi scogli, tingevano del loro sangue le chiare acque della Dora, che bagna le falde alla orrida rupe del castello.

Confortiamo lo sguardo nella distesa dei monti che a tramontana, sul lido sinistro del fiume, a modo di anfiteatro, s'inarcano dal bianco campanile di Foresto alla bruna torre di San Didero (Desiderio).

Nella stagione primaverile la vaga famiglia degli augelli, e la rosa e il gelsomino, e i candidi fiorellini del mandorlo e del pero, i purpurei del persico e i bianco-rossi del melo e le infinite qualità di erbe aromatiche fra il verde del castagno, del rovere, del salice e del pioppo, e fra le ghirlande de' pampini spandono ineffabile gaiezza intorno alle capanne dì Chianocco e sul turrito castello di Bruzzolo, memorabile pel trattato quivi sottoscritto nel 1610 da Enrico IV di Francia con Carlo Emanuele di Savoia; e fra i molti casolari, che sparsi in ogni parte della cerchia alpestre,coronati di verzura, sembrano appesi ai ciglioni della montagna, e in mezzo a tanta esultanza della commossa natura, le Alpi Cozzie nel canto dei pastori e dei coloni intonano a Cristo l'inno della risurrezione e dell'amore universo.

Zefiro torna, e 'l bel tempo rimenaE i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,E garrir Progne e pianger Filomena,E primavera candida e vermiglia.

Con questi soavissimi versi del Petrarca salutiamo il 23 aprile, giorno festivo a San Giorgio, da cui con voce corrotta si appella forse il paese; comechè altri ne voglia trarre la denominazione da un Giorio, martire della legione Tebea.

Squillano le campane della chiesa parrocchiale e suonano le musiche nelle vie stipate di popolo. Le quattordici borgate di San-Giorio oggi riposano dai lavori campestri, e i loro abitanti dalle balze meridionali sono discesi in gran folla a far baldoria con quei di Bussoleno, di Villarfocchiardo e di altri circostanti paesi, mentre su le spalle di quattro divoti, fra i canti e le fiaccole dei sacerdoti viene portata in processione una statua di legno, che rappresenta San Giorgio a cavallo, il santo patrono della cavalleria, splendido la testa di piumato cimiero e il petto di aurea corazza, col brando nella destra. Ma quello che attira la moltitudine de' curiosi non è tanto la processione di San Giorgio, quanto lo spettacolo degli spadeggiatori, che, chiuso il capo in un elmo adorno di piume e di nastri, la accompagnano, brandendo enormi spadoni e indossando una strana assisa, con cui pare vogliano imitare le fogge guerresche usate nelle età di mezzo. Io non li saprei descrivere meglio di quello che facesse Norberto Rosa nel 1843[17].

«Gli spadeggiatori non camminano mai passo passo, ma asalti a salti l'un dopo l'altro, o a due a due: fatti due salti in avanti, il primo spadeggiatore si volge indietro, batte la lama della sua lunga spada contro quella del compagno che gli vien dietro, e poi torna a far due passi, e poi torna a toccar la spada, e via via. Quando la brigata e la processione si ferma, gli spadeggiatori si fermano anch'essi, ma in una posizione guerriera, cioè colla mano sinistra sul fianco, colla destra orizzontalmente distesa, tenendo impugnato il manico dello spadone, la cui punta va ad appoggiarsi in terra. Le figure poi, i giuochi, i salti, le parate, le contorsioni, le smorfie somme che questi strani visacci fanno, sono infinite. Ora si abbassano tutti due, o tutti quattro, o tutti otto quasi a terra, tenendo i rispettivi spadoni a due mani, quasi che vogliano forbirne la lama nel suolo. Ora gettano gli spadoni in aria capovolti e li riprendono con assai maestria pel manico. Ora si cambiano in aria i rispettivi spadoni, gittandoseli l'un l'altro a non poca distanza».

In tali guise armeggiando e danzando bizzarramente gli spadeggiatori accompagnano la processione. Il più bello della bizzarra mostra segue sul pratoParavì. Quivi fra il popolo accorrente rappresentano una scena di rivolta contro il loro duce. Egli si difende dai nemici colla destrezza del suo brando, ma solo non può resistere a lungo contro i molti, nei quali pari alla forza è l'ira. Gli è necessità fuggire. Inutile fuga! I ribelli lo inseguono, lo assalgono, e, prostratolo a colpi di spada e con spari di pistola, lo finiscono.

Vittoriosi si guardano l'un l'altro, quasi interrogandosi: cauti s'accostano, origliando, al vinto duca, e fatti certi che più non respira, copertolo di erba sel portano via.

Quindi acclamano un altro signore; e il nuovo duce adorno di purpuree seriche insegne, con lungo cappello guernito di penne nere di struzzo, è onorato da' suoi guerrieri e presentato di fiorida tre avvenenti donne. Gli viene pure offerta la tazza delle feste, che spumeggia di vino, ed egli beve esultante, e getta la tazza che ad altri più non deve servire. Eccolo portato su le spalle dei suoi prodi, colla mano sinistra alla cintola, e due alabarde incrociate strette nella destra, percorre trionfante il paese fra le musiche e le acclamazioni del popolo.

Sono grotteschi, a dir vero, questi simulacri di antiche lotte.

Un tempo gli spadeggiatori di Val di Susa uscivano nei giorni solenni da diversi paesi ad accompagnare le feste religiose e civili; ma da qualche anno que' di Giaglione, di Venaus e di Chiomonte hanno deposto l'elmo e la serica sopravvesta, e gettato lo spadone fra i vani arnesi delle loro terre. Ultimi e soli rimasero gli spadeggiatori di San-Giorio; e ben era loro debito tener vivo un tal costume nelle Alpi Cozzie, per onorare il santo patrono della cavalleria; imperocchè vogliono alcuni che la loro origine si abbia a cercare tra i gladiatori romani, o tra gli ordini dell'antica cavalleria; altri ne cercano l'origine tra i martiri della legione tebea, ed altri, assegnando loro un'origine meno gloriosa, li credono reliquie de' tanti mimi e buffoni che trastullavano i tirannelli.

In tanta discrepanza di opinioni interrogai il degno prevosto di San-Giorio, G. B. Pettignani, che mai significasse la strana scena testè rappresentata nel pratoParavì; e presso la torre quadrangolare che fiancheggia la sua casa, innanzi alla gemebonda fontana che gl'irriga il pensile giardino, egli gentilmente così mi rispose:

—Probabilmente è una di quelle tante scene del medio evo, in cui, come a Cesana e ad Ivrea, il popolo si sbarazza del suo oppressore.

—Appunto così e non altrimenti, sclamò l'egregio avv. Gianone di Bussoleno, che mi era compagno. Appunto così, e non altrimenti si ha da interpretare, come nella festa delBarro, dadue anni, con dispiacere di molti, cessata nel mio paese. Colà nel pomeriggio del giorno di Pasqua, nella sala del Comune, convenivano i membri del Consiglio, a ciascuno dei quali era consegnato un grosso fuso, nelle due estremità munito di punte di ferro. Quindi fra le musiche, e con gran seguito di popolo, si andava nel prato delBarro, dove, sorteggiati que' consiglieri, partivansi in due campi, e, fissato il segno del bersaglio, giocavano a chi meglio vi colpiva, e i vinti pagavano le spese del convito alla festante brigata.

La festa dei fusi ricorda una magnanima nostra popolana, che, tentata da lascivo feudatario, vuolsi che in petto gli abbia confitto il fuso ad arte ferrato, e tolta così di pericolo la sua onestà, e liberata da un tiranno la nostra patria. E il nomeBarroricorda un benemerito Bussolenese, che per testamento legava al Comune la proprietà d'un suo prato, a condizione che ogni anno vi si facesse il giuoco dei fusi, che in segno di riconoscenza verso il gentil donatore, assunse il nome di giuoco delBarro. Bell'esempio di giustizia e di virtù cittadina!

Le strade ferrate e il telegrafo confondono a poco a poco in una famiglia le stirpi diverse, e quella multiforme poesia che nasceva dalla varietà dei caratteri, delle leggi, degli usi e dei costumi, si va grado grado armonizzando nel duplice canto dell'uguaglianza e dell'industria. Noi salutiamo gli acquisti della civiltà; però vorremmo eziandio conservati certi usi e certe feste, così religiose come civili, che, ricordando le virtù degli avi, stimolano i nipoti ad emularle. Ci piacciono pertanto gli spadoni di San Giorio e i fusi delBarro(come in Bussoleno l'avvocato Rivetti con molta cortesia me li mostrò nella sala del Comune), perchè attestano che il popolo delle Alpi Cozzie fu in ogni tempo belligero ed amico a libertà, e che seppe mai sempre meritarsi il titolo di guardiano delle porte d'Italia.

Il Sasso d'Orlando e la Grotta di San Valeriano.

Dagli spadeggiatori di San-Giorio ai cavalieri erranti di messer Lodovico Ariosto è facile il passo.

Alla destra della Dora, fraVillarfocchiardoe Borgone, a pochi passi dall'antica strada reale, mi venne mostrato un sasso che, secondo una falsa tradizione, sarebbe quello che il disperato Orlando spaccò colla sua famosa Durindana, quando vi lesse incisi i nomi di Angelica e di Medoro e le parole che facean fede dei loro beati amori.

Dico, secondo una falsa tradizione; imperocchè al di là delle Alpi è il teatro immaginato dall'Ariosto, in cui vien descritta la grotta,

Dove Medoro insculse l'epigramma,

(Ariosto)

che trasse il geloso nipote di Carlomagno ad atti inauditi di disperazione; senzachè i dintorni di Villarfocchiardo, sebben lieti di acque e di selve, non corrispondono agli incantevoli luoghi, ritratti con poetici colori dall'Ariosto.

Il sasso mostratomi presso il ponte dellaGiaconerasorge a fior di terra, è lungo circa tre metri, ma non vi si vede fenditura di sorta, sibbene un'incanalatura condotta a colpi di scarpello. Certo è però che la cascina, innanzi alla quale è il sasso, si chiama anche oggidì la cascina Rolando, che suona a un dipresso Rutlando, il vero nome del Duca d'Anglante, mutato dagl'Italiani in quello di Orlando per maggior dolcezza di suono.

Un altro particolare diè vigore alla falsa tradizione. Nella cascina Rolando, antico rustico edifizio con due finestre di stile gotico e con merli anneriti dal tempo, a cavaliere della portad'ingresso, era dipinta sulla facciata una Madonna, e in diverse parti lo stemma gentilizio della famiglia Carroccio Fiocchetto, che teneva il feudo di Villarfocchiardo. Inoltre si vedeva figurato un guerriero a cavallo con elmo piumato in testa, ed armato la destra di lunga spada. Forse in quel guerriero si è voluto rappresentare San Giorgio o San Martino, ma il volgo credette ravvisarvi il furioso Orlando. Il tempo e le piogge hanno pressochè cancellato l'affresco della Madonna, e soltanto rispettarono qualche testa, qualche zampa dei leoni dello stemma gentilizio; e del sognato Orlando sono rimaste solo le piume del cimiero e la punta di Durindana.

Checchè ne sia, il sasso d'Orlando in Val di Susa venne ricordato eziandio da scrittori stranieri. Ne parla il Valéry nell'operaCuriosités et anecdotes italiennes, e porta a testimonianza il Lalande, che«raconte avoir ouï dire qu'à trois lieues de Suse on voyait une figure de Roland, et que l'on y montrait une pierre énorme fendue par lui d'un coup de son épée, suivant la tradition du pays».

Io, guardando la parete merlata del podere, mi assisi nello spianato erboso, innanzi l'antico edifizio, sullo spaccato sasso di Orlando. Un contadino, che mi ci scorse, additommi su la rustica muraglia lo sbiadito guerriero:

—Quello è Orlando, mi disse.

E accennando dove io sedeva:

—Questo è il sasso spaccato da Orlando Furioso.

Alle parole del colono, meglio che alla lezione d'un retore, io mi sentii spirare d'intorno un'aria piena di romanzesca poesia; imperocchè dalla leggenda del villano traluceva una cara pagina dell'Ariosto, trasportata sulle rive della nostra Dora e vivificata negli affetti del buon popolo alpigiano, che intorno a quel sasso e innanzi alle reliquie di quel dipinto ricorda le corse vittoriose fatte in Val di Susa da Carlomagno e da' suoi paladini.

Al mormorìo delle limpide acque della Dora, e in cospetto alle folte selve che colà ammantano i circostanti piani e le pendici, io immaginava una spelonca presso il sasso famoso, e deliziandomiin tali immagini, ripeteva con l'Ariosto le soavi parole di Medoro[18]:

Liete piante, verdi erbe, limpide acque,Spelonca opaca e di fredde ombre grata,.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   ..   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   ..   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   ..   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .Io povero Medor ricompensarviD'altro non posso, che d'ogni or lodarvi;

E di pregare ogni signore amante,E cavalieri e damigelle, e ognunaPersona, o paesana e vïandante,Che qui sua volontà meni o fortuna;Ch'all'erbe, all'ombra, all'antro, al rio, alle pianteDica: Benigno abbiate e sole e luna,E de le Ninfe il coro, che provveggiaChe non conduca a voi pastor mai greggia.

Mentre io m'inebbriava negli estri d'Ariosto, e mi vedeva innanzi Orlando investito dalle furie della gelosia, ecco all'improvviso avanzarsi a cavallo, e con grande celerità, un giovane animoso, scintillante negli occhi neri. Era il dottore Rumiano, mio conoscente, che in atto amichevole veniva a stendermi la destra, e, sapendo i miei desiderii, profferivasi di guidarmi sulla riva sinistra del fiume ad una grotta memorabile, un tempo abitata da un santo, onde si è diffusa nel popolo una pia tradizione.

Accettai di buon grado l'invito. Salutammo Villarfocchiardo, i suoi annosi castagni e le reliquie dì due antichi monasteri benedettini; e quindi varcammo la Dora sul ponte dellaGiaconera, bellissimo ponte in pietra a tre archi, che illustra il regno di Carlo Alberto, e costò poco meno d'un milione di franchi e l'opera di seianni. Al di là del ponte toccammoBorgone, dove a piè d'ignudo poggio coronato da solitaria torre mi fu additata l'allegra villa di Enrico Montabone, ricco uomo, la cui più preziosa gemma è la bella e colta sua consorte.

Traversato il paese, lieto di vigneti, costeggiammo a levante la montagna diFrassinere, passammo presso il ponte della strada ferrata, gettato in linea diagonale sulla Dora, e torcendo a sinistra, giungemmo aSan-Valeriano, piccola borgata, frazione del paese di Borgone, addossata alle rocce cavernose diPietraculera. Quivi entrammo nella chiesuola di San Valeriano, da cui si denomina il divoto villaggio, e penetrammo a sinistra in un disadorno antico oratorio, al cui fianco apresi nella montagna la grotta ove si ricoverò e morì San Valeriano.

Attigua allo speco v'ha una piccola finestra d'onde i divoti possono sporgere il capo ed osservarlo. In quel dì una povera donna del villaggio, non ha guari campata da una grave infermità per le assidue cure del Dottor Rumiano, inginocchiata, dalla finestruola sporgeva le congiunte mani, intrecciate fra le deche di un rosario, e mormorava preghiere.

Il dottor Rumiano, al vederla:

—Eccovi, mi disse, chi meglio di me potrà narrare i prodigi di San Valeriano, e come riparasse in questa grotta.

—Oh! ben volentieri, signor dottore, rispose la pia donna: poichè, come più volte le ho detto, io deggio al patrocinio di questo Santo le tante sue cure nella mia infermità, e il poter sostenere insieme colla povertà i continui disastri della vita.—

Ed entrata nell'oratorio, andò a prostrarsi innanzi alla grotta, e baciato con riverenza il sasso, così riprese:

—Io narrerò del Santo quello che nelle lunghe serate d'inverno, presso al focolare, sino dall'infanzia udii spesso ripetere dalla mia vecchia nonna.

Valeriano, Tiburzio, Ignazio, Pancrazio, Maurizio, Giorio e Giacomo erano sette fratelli addetti alla legione Tebea, ed avevano una sorella per nome Cecilia, fatta cristiana prima di loro. Valeriano, persuaso dalle buone opere e dai consigli della sorella,si convertì anch'egli alla fede cristiana, e pertanto fu, dappertutto ove andasse, perseguitato dagl'infedeli. Si ricoverò fra Giaveno e Pinerolo ne' monti di Cumiana, ma anche là fu dai nemici investito; ond'egli spiccato un salto da un masso, potè sfuggire ai suoi persecutori e trovar rifugio sicuro qui lungo la Dora, e propriamente in questa grotta dove santamente morì.

A Cumiana un sasso tuttavia serba l'impronta d'un ginocchio del nostro Santo, la chiesa di Villarfocchiardo ne possiede il cadavere, e fra noi si ha una sua reliquia, donataci dal Vescovo di Susa, cara memoria che abbiamo sempre nel cuore e nelle preghiere, che festeggiamo ogni anno il dì 14 aprile.—

Così parlava e così credeva la pia donna, e le sue parole e la sua fede mi toccavano il cuore.

Eccovi, miei lettori, a sei miglia da Susa, su le due rive della Dora, due leggende, cavalleresca l'una, religiosa l'altra, frutto ambedue della storia di que' popoli. Imperocchè le leggende sono un elemento storico ampliato, e talvolta travisato dalla immaginazione delle moltitudini.

I dominatori stranieri che in diverse età irruppero dalle Alpi colle barbare armi, facendo violenza alle porte d'Italia, e singolarmente Carlomagno col seguito lungo de' suoi paladini, il feudalismo, che di torri e di merli cerchiò le cime de' monti, e i martiri della legione Tebea, e i ricchi monisteri, e i potenti abati, e ferocie di guerra e carità di religione lasciarono forti ricordanze nelle menti dì questi popoli, per cui ne sorse in Val di Susa gran numero di leggende cavalleresche e religiose, che porgerebbero abbondante materia di studio all'erudito filosofo.

Tale non è il mio assunto: io sono umile espositore dì memorie che traggo ora dalla storia ed ora dalla tradizione, e spesso dallo spettacolo della natura e dalla imitazione che ne fa l'arte; e appoggiato all'adunco bastone che mi donò un arcade pastore fra lerovine di Messene, seguito il mio cammino, come il cielo m'inspira, meditando e scrivendo.

Sant'Antonino.

DaSan Valerianoper ampia via carrozzabile, ombreggiata da piramidali pioppi, e su d'un ponte di legno varcata la Dora, fui guidato al paese diSant'Antonino, e quivi domandai se nulla vi fosse di nuovo.

—Di veramente nuovo, mi fu risposto, abbiamo il prevosto Agostino Belmondo, accolto ora con feste popolari. Annessa alla prepositura v'ha la pingue rendita di cinque mila franchi, che il neo-prevosto saprà usare piamente, perchè evangelico pastore lo annunziano la fama e i versi del bravo sacerdote D. Picco.

Visitai il paese benedetto dal nuovo prevosto. Una volta l'aria vi era insalubre, e le pallide febbri vi avevano stanza perenne. Ora non più, perchè il municipio, non perdonando a spesa, costrusse canali per dar libero corso alle acque stagnanti, e ridusse a coltura campi paludosi, provvide il paese di buone acque, derivandole dai monti adiacenti, ed aperse vie comode, che mettono alle campagne ed ai vicini villaggi.

Da questi provvedimenti emerse una vita novella; crebbero il lavoro e il guadagno, sorsero abitazioni di ornata architettura, e il popolo si mostra gagliardo e fiorente di salute, e il farmacista Casasco, che spesso richiesto era di rimedi a domare le ostinate febbri, ora trova tempo a coltivare e distillare la menta piperita, molto pregiata nella valle e fuori.

Condove.

ComeSant'Antoninodivenne allegro ed agiato provvedendo allapubblica salute, così il vicino paese diCondove, a sinistra della Dora, crebbe in prosperità col suo mercato del mercoledì, il più frequente di commercio in Val dì Susa.

Una volta i montanari dalle ville circostanti, colle loro patate, i latticini, la segale, le castagne e frutta e derrate di ogni specie, scendevano la sera del mercoledì in Condove per avviarsi nel giorno seguente di buon mattino al florido mercato di Avigliana. La sera, ragionando quivi delle loro faccende, iniziavano e talvolta terminavano i loro negozi, onde a poco a poco si conobbe che il mercato aviglianese del giovedì si faceva per buona parte nella sera antecedente in Condove. Pertanto venne quivi sancito il mercato di mercoledì, al quale aggiunse eziandio importanza la via nuova che dalla strada provinciale mette al paese.

Un sereno mercoledì d'autunno mi aggirai sotto i portici e per le vie liete di commercio e stipate di popolo che danno manifesto indizio della nuova vita di Condove. Passai fra panieri di patate e di castagne, e sacchi di segale addossati l'uno all'altro, fra alte pertiche uncinate, da cui pendevano nastri di ogni colore, fra tavolati carichi di tele e di sete sotto tende sorrette da pali, e in mezzo all'affaccendarsi di chi va e di chi viene, di chi vende e di chi compera, incontrai, presso una fontana, su d'un carro, un nuovo Dulcamara, un uomo di strane sembianze, che, schiamazzando con rauca voce, traea intorno a sè la moltitudine e raccomandava i suoi cerotti, i suoi rimedi per tutti i malanni del mondo; e frattanto sul vicino prato, a pochi passi dalla chiesetta del cimitero, un povero cieco cantava i miracoli d'una Madonna e vendeva pie canzoncine. Così ciascuno spacciava la sua merce nel mercato di Condove, ed io scriveva la mia pagina.

Stanco di urti e di schiamazzi, a tramontana del paese salii il poggio diMolaretto(che non va confuso con quello del Moncenisio) e quivi dalla casa del capitano Perodo, che mi è stato assai cortese, ho goduto d'incantevole vista. Fertili e vasti piani, e monti verdeggianti di vigneti e di selve mi stavano d'intorno, e a ponente le giogaie delle Alpi nell'estremo orizzonte biancheggiavano di nevi. Il monte che attirava maggiormente il mio sguardo era asud-est, il Pirchiriano. Su la cima v'ha laSagra di San Michele, alle falde leChiusede' Longobardi. Quante memorie di religione e di guerra si accolgono intorno a quel monte, aspro a chi lo guarda, sublime a chi lo medita!

Le Chiuse.

Nella storia delle armi trovansi registrati luoghi che divennero famosi, perchè ivi si decisero le sorti di molte e lunghe generazioni. Fra questi è segnalato il villaggio diChiusaalle falde occidentali delPirchiriano, sorto dalleClusæ Longobardorum, fra gl'Italiani non men famoso di Corfinio e di Canne, di Marengo e di Novara. L'avvenimento associato al nome del villaggio è il più grande che illustri Val di Susa, e basterebbe ad illustrare qualunque provincia.

Non mi facciano il broncio i Susini additandomi il loro arco ad Augusto; conciossiachè quel monumento non ricordi che l'accorgimento d'un prefetto, il quale per guadagnarsi l'amicizia del padrone, gli innalzò la marmorea mole col danaro delle città a lui soggette:et civitates, quæ sub eo Præfecto fuere.Laddove l'umile villaggio di Chiusa è l'arena in cui si contesero il dominio d'Italia due superbi conquistatori, che, sebbene l'uno più dell'altro infesti al bel nome latino, diedero vita a solenni ordinamenti, dopo un millennio non del tutto estinti.

I Longobardi, questi barbari dalle lunghe barbe e dalle lunghe labarde, condotti dal feroce Alboino, insignoritisi di molta parte d'Italia, ebbero a lottare colla potenza de' papi e per essa caddero. Ariani dapprima, furono ostili ai papi. Divenuti cattolici nel florido regno di Teodolinda e di Agilulfo, dopo qualche tempo di pace, tornarono ad aperte ostilità contro i papi, che invocaronol'aiuto de' Franchi, i quali due volte capitanati da Pipino valicarono il Moncenisio, superarono le Chiuse, e vittoriosi in Pavia imposero tributi ai Longobardi e l'obbligo di restituire le conquiste fatte sopra la Chiesa. Accettarono i vinti le condizioni della pace; ma Desiderio, ultimo dei re longobardi, associatosi al regno il figlio Adelchi o Adelgiso, non le attenne; anzi corse coll'armi le città papali. Carlomagno, il figlio di Pipino, invocato da Roma, con poderoso esercito per le note vie del Cenisio e della Novalesa si fece alle Chiuse, che afforzate di torri e di muraglie dal Pirchiriano al Caprasio, serravano lo sbocco della valle. Caduto di animo, già stava per rivalicare le Alpi, quando, secondo strane leggende, un giullare lombardo, e secondo il racconto della Cronaca Novaliciense, confermatoci da prezioso documento conservato in Cremona[19], un tal Martino, diacono di Ravenna, per reconditi cammini giunto al campo della Novalesa, insegnò a Carlomagno la via ch'egli tenne; per la quale una schiera di Franchi potè sorprendere i Longobardi alle spalle, in tanto che il grosso dell'esercito fra lo scompiglio e la paura li vinceva facilmente alle Chiuse. Importante vittoria, che diede ai Franchi le chiavi d'Italia, e una ingerenza, non cessata per anco, nelle faccende dei pontefici romani, coll'assicurarne le conquiste ed accrescerne l'autorità.

Questa luttuosa catastrofe suggerì ad Alessandro Manzoni due lavori, tesori di patria letteratura, la tragedia l'Adelchi, e il discorso (Della storia longobardica in Italia) che l'accompagna; tale, diremo volentieri con Tommaseo,che di per sè basta alla fama d'un nome.

Visitando le Chiuse e i dintorni, ne ammirai la fedele dipintura nelle pagine del Manzoni, non altrimenti che in Grecia, consultando l'Odisseadi Omero, io riscontrava l'antico porto d'Itaca, dove al suo ritorno in patria approdava Ulisse, e la misteriosa grotta dalle due porte, nella quale egli deponeva i ricchi doni avuti nella reggia dei Feaci.

Il Manzoni, ponderate le particolarità della cronaca Novaliciense, e studiati i documenti e le opinioni che di quel fatto scrittori diversi ci tramandarono, erudito e filosofo del pari, si mostrò conoscitore peritissimo de' tempi e de' luoghi, quasi che si fosse egli trovato al di là delle Alpi e nella Novalesa ai consigli dei re Franchi, ed a quelli del Longobardo nella reggia di Pavia, o che il suo fatidico spirito aleggiasse nelle pianure lombarde e sui monti cozzii allo scontro dei due tremendi nemici.

I gioghi e i valloni, i torrenti e le ghiacciaie, e le leggende del Rocciamelone, alle cui falde sorgevano le tende dei Franchi, tutto è con vivi colori espresso dal nostro poeta nelle parole del diacono Martino a Carlomagno, quando nella Novalesa gli narra come egli giunto presso le Chiuse abbia saputo schivare i vigiliLongobardi, e torcendo a settentrione per ardui e reconditi cammini, condursi al suo campo. Uditelo. Nella nostra Italia dove si odono sempre con piacere ripetere le melodie del Rossini e del Bellini, con pari diletto ed ammirazione si udrà alle Chiuse ripetuta una delle più stupende pagine della poesia Manzoniana. Il monaco Martino interrogato da re Carlo come a lui fosse nota la via, e come al nemico ascosa, risponde:

Dio gli acciecò, Dio mi guidò. Dal campoInosservato uscii; l'orme ripresiPoco innanzi calcate; indi alla destraPiegai verso Aquilone, e abbandonandoI battuti sentieri, in un'angustaOscura valle m'internai: ma quantoPiù il passo procedea, tanto allo sguardoPiù spazïosa ella si fea. Qui scorsiGreggie erranti e tuguri: era codestaL'ultima stanza de' mortali: entraiPresso un pastor, chiesi l'ospizio, e sovraLanose pelli riposai la notte.Sorto all'aurora, al buon pastor la viaAddimandai di Francia.—Oltre quei montiSono altri monti, ei disse, ed altri ancora,E lontano lontan Francia; ma viaNon avvi: e mille son quei monti, e tuttiErti, nudi, tremendi, inabitatiSe non da spirti, ed uom mortai giammaiNon li varcò.—Le vie di Dio son molte,Più assai di quelle del mortal, risposi;E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:Indi tra i pani che teneva in serboTanti pigliò di quanti un pellegrinoPuote andar carco: e in rude sacco avvoltiNe gravò le mie spalle: il guiderdoneIo gli pregai dal Cielo; e in via mi posi.Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,E in Dio fidando, lo varcai. Qui nullaTraccia d'uomo apparia; solo foresteD'intatti abeti, ignoti fiumi, e valliSenza sentier: tutto tacea; null'altroChe i miei passi io sentiva, e ad ora ad oraLo scrosciar dei torrenti, o l'improvvisoStrider del falco, o l'aquila dall'ertoNido spiccata in sul mattin, rombandoPassar sovra il mio capo, o sul meriggio,Tocchi dal sole, crepitar del pinoSilvestre i coni. Andai così tre giorni;E sotto l'alte piante, o nei burroniPosai tre notti. Era mia guida il sole;Io sorgeva con esso e il suo viaggioSeguìa, rivolto al suo tramonto. IncertoPur del cammino io gia, di valle in valleTrapassando mai sempre; o se talvoltaD'accessibil pendìo sorgermi innanziVedeva un giogo, e n'attingea la cima,Altre più eccelse cime, innanzi, intornoSovrastavanmi ancora; altre di neveDa sommo ad imo biancheggianti, e quasiRipidi, acuti padiglioni al suoloConfitti; altre ferrigne, erette a guisaDi mura insuperabili.—CadevaIl terzo sol quando un gran monte io scersi,Che sovra gli altri ergea la fronte; ed eraTutto una verde china; e la sua vettaCoronata di piante. A quella parteTosto il passo io rivolsi.—Era la costaOrïentale di quel monte istesso,A cui di contro al sol cadente, il tuoCampo s'appoggia, o sire.—In su le faldeMi colsero le tenebre: le seccheLubriche spoglie degli abeti, ond'eraIl suol gremito, mi fur letto, e spondaGli antichissimi tronchi. Una ridenteSperanza, all'alba, risvegliommi, e pienoDi novello vigor la costa ascesi.Appena il sommo ne toccai, l'orecchioMi percosse un ronzìo che di lontanoParea venir, cupo, incessante: io stetti,Ed immoto ascoltai. Non eran l'acqueRotte fra i sassi in giù; non era il ventoChe investìa le foreste, e sibilando,D'una in altra scorrea; ma veramenteUn rumor di viventi, un indistintoSuon di favelle e d'opre e di pedateBrulicanti da lungi, un agitarsiD'uomini immenso. Il cor balzommi: e il passoAccelerai. Su questa, o re, che a noiSembra di qui lunga ed acuta cimaFendere il ciel, quasi affilata scure,Giace un'ampia pianura, e d'erbe è foltaNon mai calcate in pria. Presi di quellaIl più breve tragitto: ad ogni istanteSi fea il rumor più presso: divoraiL'estrema via; giunsi sull'orlo, il guardoLanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidiLe tende d'Israëllo, i sospiratiPadiglion di Giacobbe: al suol prostrato,Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

Tutto qui è evidenza, tutto verità, se ne levi la corona di piante che il poeta nella foga delle immagini diede alle brulle cime del Rocciamelone, dove è muta ogni vegetazione, nè può tronco d'albero, nè filo d'erba germinare.

Carlomagno seguiva i consigli del diacono Martino, per la via da lui calcata mandando un manipolo de' suoi prodi, e secondo Cesare Balbo[20]metteva una schiera per le gole laterali e non guardate di Giaveno(cioè nella parte più meridionale della valle)intorno al Pirchiriano, e così prendeva alle spalle i Longobardi.

Non mi sembra però probabile che i Franchi tenendo la via del diacono, potessero fare il cammino segnato dal Balbo; imperocchè le gole laterali di Giaveno erano le note vie de' Franchi, calcate due volte da Pipino, in ogni dove dai Longobardi affortificate e vigilate; oltrechè Martino, movendo di là per recarsi alla Novalesa,avrebbe facilmente incontrato i Franchi, e avuta certa notizia dei regali attendamenti senza travagliarsi per diversi giorni in dubbi e difficili cammini.

Manzoni mi è sembrato più accorto del Balbo segnando il viaggio del diacono Ravennate, nelle balze settentrionali per le valli di Lemmie e di Usseglio, ignote ai Franchi, non abbastanza vegliate dai Longobardi. La valle di Usseglio guida al colle dellaCroce di Ferro, pel quale con tragitto non lungo a pie' del giogo nevoso del Rocciamelone si giunge alla Novalesa. Di colà scesa una parte dei guerrieri di Carlo Magno, mentre l'altra superava le Chiuse, potè andare ad accamparsi in Giaveno contro i guerrieri del fuggente Desiderio.

Ciò non pertanto il Manzoni con singolare modestia, dubitando della verace via tenuta dai Franchi, nel suo discorso avverte argutamente:

«Forse una visita ai luoghi potrebbe condurre ad una scoperta più concludente. Sarebbe da desiderarsi che alcuno di coloro che si divertono a tribolar il prossimo, e dei quali il mondo non ha mai avuto difetto, pigliasse a cuore questa scoperta; e lasciando per essa le sue solite occupazioni, si portasse sul luogo, ed indugiasse ivi molto tempo in una tale ricerca».

Io non ho mai posto fra miei divertimenti quello di tribolare il prossimo; tuttavia mi compiacqui di visitare le Chiuse e i dintorni col fido Norberto Rosa e col suo degno amico Giambattista Rocci, notaio e poeta, il Tommaso Grossi di Val di Susa, saggio ed operoso cittadino. Nato Rocci nel villaggio di Chiusa, era l'uomo più atto ad accompagnarmi in que' luoghi e giovarmi di consiglio.

Nota il Manzoni che ai tempi del cronografo della Novalesa sussistevano ancora i fondamenti delle Chiuse:

.  .  .  .  .  .  .  Dell'arduo muroChe Val di Susa chiude e dalla FrancaLa Longobarda signoria divide.

Ed io aggiungerò che anche oggidì sussistono, e che li ho percorsi dal Pirchiriano al Caprasio. Furono discoperti parte nel costruirsi la strada ferrata e parte dai contadini nel dissodare la terra. Soltanto non appariscono tracce ai pie' del Caprasio, forse nascoste da materiali sovrapposti nell'innalzamento che a più riprese si fece di quel suolo divallato. A pochi passi dal villaggio di Chiusa, il comune addossò alla montagna una grossa muraglia sopra quella de' Longobardi, per far argine agli straripamenti del torrente detto ilRio; e lo spazio d'un miglio circa di lunghezza, che separa i due opposti monti Pirchiriano e Caprasio, dai naturali del luogo viene per antonomasia appellatoLe Mura, certo per ricordanza dell'arduo murolongobardo. Così mi affermarono abitanti del Pirchiriano di ciò richiesti, e per ultimo su la riva sinistra della Dora interrogai un contadino; ed egli pure rilevando il capo fra le pannocchie del suo campicello, e colla destra callosa accennando al dosso rossiccio del monte Caprasio ed alle tracce poco distanti delle antiche Chiuse:

—Questi luoghi si chiamano le Mura, mi rispose.

Ed io esultante al pari di Châteaubriand, quando lunghesso l'Eurota spronava il suo cavallo fra i discoperti ruderi di Sparta, guardava le macerie dell'arduo muronon per anco avvertite dai moderni itinerarii, razza oziosa di libri che ripete e non aggiunge; e varcando la Dora su d'un ponte di legno, tra il fracasso delle acque scorrenti, mi parve col Manzoni di udire il vincente Carlomagno che tonasse:

.  .  .  .  .  .  .Terra d'Italia, io pianto

Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.

A breve distanza dal Monte Caprasio, presso Chiavrie, si vedono le rovine del quadrangolare castello delConte Verde. Seduto innanzi alle sue merlate mura meditai nelle pagine del Manzoni il ferale avvenimento delle Chiuse e le contrarie sentenzedegli scrittori. Alcuni, fra i quali il Giannone, opinarono essere stata una calamità per l'Italia la sconfitta de' Longobardi, i quali a noi mescolati per consuetudine di vita, e ingentiliti nei costumi nostri, sbarazzatisi de' Greci, avrebbero alla fin fine ricomposte le disgregate parti della penisola in una potente nazione. Altri, per contro, danno lode a papa Adriano I, che richiamò i Franchi, perchè,

....Quando il dente longobardo morse

La santa Chiesa, sotto alle sue aliCarlo Magno, vincendo, la soccorse[21],

e inoltre perchè colla venuta de' Franchi, come asserisce il Manzoni,i Romani ottennero per mezzo de' papi uno stato che li guarentiva dalle invasioni barbariche, e fu un insigne benefizio.

Esaminando le contrarie opinioni, io vedeva nelDiscorsodel Manzoni, direi quasi, connaturate le anime del Muratori e del Vico, dei quali egli ci dà il più stupendo ritratto che desiderar si possa: e nella tragedia, come ravvisiamo lo stesso cantore dell'Eneidenelpius Æneas, così nel personaggio dell'Adelchi io riveriva la pia e generosa anima dell'autore, che si riconosce in tutte le sue opere, e la riscontrai nella venerata sua persona, allorchè in compagnia del mio dolce amico ed illustre latinista G. Gando andai la prima volta a inchinarlo su le rive del Verbano, e lo trovai dolorante innanzi al recente sepolcro del filosofo ed amico suo Rosmini.

Di pensiero in pensiero fra l'erudito e il filosofo io andava cercando il poeta nazionale, e lo trovava in due cori, potenti voli della lirica italiana.

Ermengarda, la figlia di Desiderio, moglie di Carlomagno, che

Con l'ignominia d'un ripudio in fronte

torna alla paterna reggia, e ricoveratasi in Brescia nel monistero di San Salvadore, cessa di soffrire cessando di vivere, è tale episodio che trasse dal cuore del poeta un canto che tutti sanno come sia improntato di santo dolore e di carità cristiana.

Sparsa le trecce morbideSu l'affannoso petto,Lenta le palme, e roridaDi morte il bianco aspetto,Giace la pia, col tremoloGuardo cercando il ciel.

L'altro coro è nell'atto terzo, e vi senti lo stato angoscioso d'Italia.

D'un volgo disperso che nome non ha.

Nel dramma è rappresentato lo spettacolo di due forze straniere che vengono a cozzare sulla nostra terra, e forse non basta al compiuto trionfo del teatro, perchè fra quella barbara lotta non udiamo il lamento d'Italia, di questa novella Ifigenia, sagrificata all'ambizione di due superbi stranieri, se ne levi il coro

Dagli atrii muscosi, dai fôri cadenti, ecc.

Il poeta nazionale,nel cui pensiero, come ben avverte il Tommaseo,nè la tirannide longobarda era sacra, nè la conquista di Carlo era santa[22], in quel coro si leva gigante coronato di tutta la sua luce. Egli non è franco, non longobardo, non papista; egli si è innalzato al di sopra delle controversie dell'erudizione e della filosofia, e sfolgora nella sfera della giustizia suprema, donde guardando quaggiù alle superbie della polvere umanasente con Balbo, chesignori stranieri, civili o barbari, si rassomigliano; e nelle ultime strofe del coro dirette agli Italiani raccoglie la sintesi di tutto il dramma, il concetto vero e sublime del poeta che maledice, nella lotta delle Chiuse, vinti e vincitori, esclamando:

E il premio sperato, promesso a quei fortiSarebbe, o delusi, rivolger le sorti,D'un volgo straniero por fine al dolor?Tornate alle vostre superbe ruine,All'opere imbelli dell'arse officine,Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,Col nuovo signore rimane l'antico,L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.Dividono i servi, dividon gli armenti,Si posano insieme sui campi cruentiD'un volgo disperso che nome non ha.


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