XXXI.Il busto del marchese Tancredi Falletti di Barolo, ch'ebbe tanta parte alla erezione di quel funebre edifizio, ammirasi nella chiesuola del Santo Sepolcro annessa al cimitero, dove si giunge per ombroso viale e si entra per due cancelli.Al limitare di quel campo di riposo leggesi la iscrizione delBoucheron che conforta nella fede i visitatori:Locus religiosus ossibus revicturis ad quietem datus. Alta croce di pietra su d'un rialto, centro a quattro viali di cipressi, s'alza nel mezzo del campo. Gli corre intorno un muro adorno di lapidi e sculture entro nicchie e cappellette, in faccia alle quali stendonsi altrettante aiuole ove stanno i sepolcri di privata proprietà; e tutta la parte centrale del cimitero è occupata dai sepolcri comuni.Non bastando però quello spazio ai rapidi trionfi della morte, il Municipio torinese provvide all'ampliamento, e ne affidò la cura all'architetto Carlo Sada. Fu aggiunto al Camposanto in forma di parallelogramma un maestoso ordine di portici diviso in duecento sessantanove arcate con edicole e cappelle acconcie ai monumenti. Catacombe sono incavate sotto i portici, e fra questi e le vie occupato è lo spazio da sepolture private e da marmi storiati.In quel regno della morte i recinti destinati alle diverse professioni religiose sono congiunti da una muraglia comune, espressione della carità che tra fiori e cipressi accoglie amorosamente insieme tutti i figli dell'uomo.Visitando i chiostri della necropoli torinese ammirai un Panteon dell'arte italiana che desta patrie memorie coi nomi piamente scolpiti ne' marmorei monumenti.Colà sono sepolti statisti e guerrieri che lamentiamo sempre come recente sventura della nazione, Barbaroux, Pinelli, Santa Rosa, Gioberti, Bava, Poerio, Siccardi, Maestri, La Farina, ed Emilio e Alfredo Savio, che, fratelli di sangue eroicamente versato in Ancona e Gaeta, hanno comune la tomba.Sono sepolti uomini, i cui ammaestramenti educarono la presente generazione: Boucheron, Biscarra, Buniva, Martini, Genè, Paravia, Plana e Riberi.Sono sepolti poeti e scrittori, le cui pagine onorano la nostra letteratura, Grassi, Berchet, Pellico e Bertolotti.Vi sono sepolte care persone che ci erano congiunte per corrispondenza di gentili e generosi affetti.Mi sentii bagnar gli occhi di pianto quando incontrai il nome della contessa Ottavia Masino Borghese di Mombello, leggiadraletterata e pittrice, nelle cui sale si adunavano artisti e scrittori, fra i quali io le intitolava un cantico della mia giovinezza.Mentre mi andava tergendo le lagrime, altro argomento di pietà venne a stringermi il cuore innanzi all'arco indicato dal numero 100. Io guardava alla sepoltura che il conte Luigi Cibrarioapparecchiava a sè ed a' suoi più cari. Colà rimpianta giace la ornata consorte del venerato amico, Teresa George, dal cui nome esordirono queste povere mie pagine.Sospirai amaramente guardando al cielo, e andai sul sepolcro della famiglia Prever a confortarmi nellaSperanza, mirabile statua del Vela.XXXII.Errai nuovamente nel Camposanto, e mi assalirono nuovi dolori in cospetto a memorie di catastrofi cittadine; mentre su le aiuole funerali io vedeva a due a due, col bianco cuffiotto e in veste di tela azzurra passare le Trovatelle ricoverate nello spedale di Carità.Quelle innocenti figlie della colpa, che non conobbero padre quaggiù, andavano pregando di sepolcro in sepolcro, e dal Padre supremo invocavano pace ai trapassati.M'imbattei nel monumento sacro ai ventisei estinti nello scoppio della Polveriera addì 20 aprile 1852; e in un angolo presso la chiesa mi fu additata la zolla sotto cui dormono i morti nell'incendio della casa Tarino, in via di Po, il 28 agosto 1861.Oimè! altre vittime più numerose e più compiante ricorda un distinto quadrato di terra a tramontana! ColàALLE VITTIMEDEL SETTEMBRE1864lessi nella colonna che, simulacro di futuro monumento, fra due cipressi fu innalzata sulle fôsse in cui giacciono gli uccisi dal piombo fratricida.Erano corsi alcuni giorni dal lagrimato loro anniversario ed ancora si vedevano i segni della mestizia cittadina. Dal sommodella colonna pendevano i lembi d'un velo nero, e su gli scalini del piedistallo, coperto di negri panni erano sparse parecchie corone e sorgeva uno stendardo coll'impronta del caduceo e la scritta:Giovani del Commercio di Torino.Una giovane donna vestita a gramaglie con in mano il rosario era genuflessa sovra una di quelle fôsse, da cui sorgeva modesta croce congiunta al tronco d'un salice. La mesta pregava e singhiozzava; e frattanto a' suoi fianchi bionda fanciullina appendeva corone di fiori ai ramoscelli del salice.Mi appressai, e benchè la sua beltà fosse ormai sfiorata dal dolore, io la riconobbi. Era la Lucia di Bousson, la figlia del pastore Giacomo.—Lucia, anche voi qui ...! le dissi, già commosso per la risposta amara che aspettavo.Ella, pallida e lagrimante, levò gli occhi dalla fôssa; ma, immersa com'era nel dolore, non mi ebbe tosto riconosciuto. Allora io soggiunsi:—Non ravvisate colui che accoglieste ospitalmente nella capanna paterna, là presso alla sorgente della Dora?—Oh sì!;—ella rispose, traendo un profondo sospiro: e, stanca di affanno e di pianto, andò a sedere sui prossimi scalini del piedistallo seco traendo la fanciulletta, mentre l'andava amorevolmente accarezzando.—Oh sì; riprese Lucia: è proprio lei che mi rivide a Bussoleno tutta festevole, quando andavo a nozze col mio buon Maurizio ... ora qui sepolto!—Infelice!—Sì, infelicissimo il mio Maurizio! Egli, acceso d'amor patrio, lasciò la vita pacifica dell'agricoltura per arruolarsi nel nostro esercito, e nella battaglia di Sammartino con atti di valore aveasi acquistato il grado di uffiziale. Ahi! nella sera del fatale 22 settembre in piazza San Carlo corse qua e là per temperare gli animi esacerbati e richiamarli a concordia; e in quell'inaudito tafferuglio di soldati e popolo fu colto dalla palla d'un moschetto!«Mi scoppia il cuore nel ricordare quando nel Borgo Dora alle ore dieci di quella sera infausta mi fu portato in casa tutto grondante sangue. Non valsero cure di ogni maniera a sanargli la piaga mortale. Poche ore sopravvisse! Sempre mi suonano nel cuore le ultime sue parole. «Era meglio, esclamò dolorando, ch'io fossi morto sul côlle di Sammartino combattendo contro i nemici d'Italia, a difesa del Re e della patria! ma morire in pugna fraterna ... oh duro tormento!» Questo straziante pensiero gli affrettò l'ultim'ora, e agonizzando premè la mia destra al suo cuore e mormorò: «Lucia, fatti qualche volta al mio sepolcro colla nostra figliuola, e raccomandale sempre di amare il Re, Torino e l'Italia».«Ed eccomi abbandonata da tutti con la figliuola sulla fôssa di Maurizio. I miei fratelli morirono pugnando per la patria, e il vecchio genitore mi fu rapito dalla morte poco appresso d'aver avuto la medaglia di Sant'Elena.Ora io non ho più sulla terra che il rosario della buona madre (e lo baciava) per pregare, e questa orfana figliuola ad amare».Frattanto le Trovatelle si erano colà raccolte, e prosternate presso la memorabile colonna pregavano pace intorno al salice di Maurizio. Una suora di Carità, loro guida, mentre io cercava di confortare la sventurata Lucia, le disse:—Non disperate, o donna. Non siete da tutti abbandonata, perchè la Provvidenza, che protegge le trovatelle, veglia pure su le vedove e le orfane; e già per opera di generosi italiani in Torino prepara un conveniente ospizio alla vostra fanciulla, insieme colle altre figlie de' militari.XXXIII.Speranze.Pace alle querimonie, e s'apra l'animo a liete speranze.Anche sui sepolcri germogliano le rose, mentre le nazioni per vie di morte giungono alla meta della loro vita.Il deputato Domenico Berti, ragionando del Piemonte, diceva: «Esso altro non vide in questi ultimi anni davanti a sè che l'Italia, non sognò che l'Italia. Il suo Governo era l'Italia, l'Italia il suo Re, l'Italia la sua bandiera. Visse di vera vita italiana, e non avrebbe potuto vivere altrimenti. E quindi accadde il singolare fenomeno, che mentre agli occhi dello altre province l'Italia diventava Piemontese, agli occhi del Piemontese il Piemonte diventava l'Italia. Sublime trasfigurazione, per cui gli altri Italiani volgevansi a noi per affetto, e noi ci volgevamo a loro per debito[54]».Poichè si è lasciato entrare e maturare nelle altre provincie lo strano pensiero che qui l'Italia divenisse piemontese, a rimuovere l'ingiusto sospetto si volle trasferire il seggio del Governo a Firenze.Nello scorso maggio in riva dell'Arno io lamentava le recenti afflizioni di Torino ed esprimeva dubbi e timori sull'avvenire del Regno d'Italia ragionando con un colto amico di Toscana, che mi confortò nel modo seguente:—«Poeta, mi disse, si tolga il velo alla favola, e in Fetonte rovesciato dal carro di luce nelle acque dell'Eridano presso alla foce della Dora facilmente ravviserai il fondatore della colonia ligure appiè delle Alpi, spodestato e perduto nei disastri d'incaute imprese.«Poeta, ugual sorte sarebbe toccata al fondatore del Regno italico fra il Po e la Dora. Ma qui sull'Arno, non più savoiardo, non più piemontese, ma italiano, il lealissimo fondatore, nella patria di Dante e Michelangelo, di Galileo e Machiavello trarrà vita nuova e sicura dall'idioma e dalle arti, dalle scienze e dalla politica della nazione intera».—Un albero secolare, gli risposi, radicato in terreno acconcio opino che corra pericoli gravi se altri vuole trapiantarlo in campo novello. Ma lasciamo le inutili controversie, e facciam voti chesull'Arno la monarchia trovi la fede costante ed operosa dei popoli subalpini.Firenze acquista la suprema importanza dello Stato, e Torino la perde. Non per questo il Piemonte dovrà disperare, quasi non potesse altrimenti rifarsi dei danni che ora patisce dalle mutate sue condizioni. Il Governo sappia far cessare i rancori sulla Dora e i timori di cessione territoriale nel suolo subalpino, ad alcuni pretesto, ad altri cagione sincera di malcontento.Rasserenati così i Piemontesi, metteranno a pruova la loro mente e le loro forze nelle industrie, apparecchiati a rinnovare lo spettacolo degl'Italiani del medio evo che furono il principal nerbo dei commerci nei mercati del mondo.Torino, non più centro di piccolo Stato, diverrà la città manifatturiera di una popolosa nazione, la Manchester d'Italia; e mettendo i suoi prodotti a concorrenza coi migliori delle altre genti, saprà uguagliarli, se pure non superarli. Allora il Piemonte industriale al resto d'Italia non sarà meno utile del Piemonte politico e guerriero; ed avrà la duplice gloria di aver capitanato la indipendenza nazionale nei campi della politica e dell'industria.Maraviglioso è già stato il Piemonte a benefizio del commercio in tre ardimenti, il traforo del Cenisio trovato e diretto dai tre nostri ingegneri Grandis, Grattoni e Sommeiller, il sussidio dei dieci milioni assicurato al passo del Lucomagno per aprire un varco alla Svizzera ed al cuore della Germania, e il trasferimento della marina militare da Genova alla Spezia; il che oltre l'importanza politica ha quella speciale del commercio, perchè trattasi di lasciare ai traffici l'intero porto genovese.Altri ardimenti nel campo dell'Industria si aspettano dal Piemonte che dai Comizi agrari seppe far germogliare l'albero della libertà italiana.Queste speranze ci allietano, ricordando le pubbliche mostre dei prodotti della industria piemontese fatte nel R. Castello del Valentino. Colà vedemmo i prodotti delle ferriere, gli acciai, gli ori, gli argenti, i lavori in tarsia delle nostre officine, le carte e i cuoi variamente conciati, e i tessuti di seta, lana ecotone. «Ed anche l'arte dei tipi, mi diceva Giambattista Dusso, l'intelligente direttore della Tipografia Scolastica, anche questa operosa ministra del pensiero e dispensatrice dell'umano sapere, sino dalla prima Esposizione del Valentino, nel 1829, fu nobilmente rappresentata dalle premiate edizioni dei Chirio e Mina[55], e poi dalle molteplici e belle edizioni dei Pomba, di Fontana, Botta, Marietti, Franco, Fory e Dalmazzo, Paravia, e Favale, degni seguaci dei nostri Giolito da Trino e Bodoni da Saluzzo».E l'arte dei tipi su queste povere pagine ripeta, che gioconde speranze ci allietano conoscendo le virtù dei Subalpini, e leggendo le più recentiRelazionidel Sindaco Marchese Rorà fatte al Consiglio comunale di Torino. Questo strenuo patrizio qui commendato nella municipale amministrazione, come nella governativa in Ravenna, vuole mantenere incolume la prosperità dell'augusta Torino con ampliate vie e maestosi edifizi, con istituti di credito e nuovi canali di acque, e con tutti i mezzi efficaci al lavoro ed al commercio; e vuole conservate le gloriose aule del Parlamento, eterna testimonianza del senno italiano.È dolce dire col Marchese Rorà: «Se noi percorriamo i nostri borghi, le numerose officine che vi si trovano possono persuaderci che l'industria già vi esiste; se parliamo con gli stessi industriali, conosciamo che i loro prodotti non servono solo alla consumazione locale, ma sono già esportati in notevole quantità nelle altre province d'Italia ed in parte all'estero. Io sono convinto che noi possiamo aspirare a veder maggiormente svilupparsi la nostra industria»[56].Le speranze del Sindaco abbiano prospero evento, e il Piemonte non cesserà di essere il più gagliardo propugnacolo della monarchia e della libertà d'Italia, sicchè all'uopo i suoi operai saranno soldati, e cittadelle le loro officine.Il trasferimento della metropoli fu accompagnato in Firenze dalle feste del sesto centenario di Dante Alighieri; e le città italiane per mezzo de' loro rappresentanti con ispontanea allegrezza innanzi alla statua del sommo Poeta rinnovarono il patto di concordia, congregati con musiche e vessilli nella memorabile piazza di Santa Croce.Colà il magnanimo Vittorio Emanuele II fu salutato nella piena luce Re nazionale.Leale quanto prode, egli, postergando gli affetti domestici a quelli della nazione, pose a rischio sè e la sua stirpe nei cimenti della guerra e della politica; e a togliere ogni mal sospetto, trasferì da Torino a Firenze quel soglio che sarà un dì stabilmente piantato sulla vetta Capitolina.Nella piazza di Santa Croce Ei non apparve sabaudo o piemontese, ma sovranamente italiano. Egli avea lasciato la reggia de' suoi avi, le tombe de' suoi maggiori e i luoghi a lui più cari perchè consacrati da rimembranze gloriose di famiglia; avea lasciato l'augusta Torino, la città che il vide nascere e che fu esempio maraviglioso di fede e di valore verso di lui e della paterna monarchia: «la città, diciamo collo stesso Re, che seppe custodire i destini d'Italia nella rinascente sua fortuna».Le città italiane accese di tali sensi plaudirono al Monarca guerriero che mise in atto la unità politica tanto augurata dall'Alighieri, e si strinsero fraternamente le destre dove un tempo arsero le discordie municipali.I nostri poeti furono invitati a celebrare sull'Arno la insolita festa: ed io al cortese invito che l'onorevole Gonfaloniere conte Cambray-Digny m'inviò nella R. Università di Cagliari, stimai debito cittadino recarmi a Firenze e recitare un canto nell'Accademia letteraria ivi tenuta il 17 di maggio.Con animo riconoscente ricordo in quella congiuntura i plausi di Firenze a me poeta subalpino. E siccome in essi interpretai, più che altro, uno schietto saluto della Toscana al Piemonte, volentieri compio le pagine consacrate alla Dora, ripetendo il cantico intonato sulle rive dell'Arno.XXXIV.NELSESTO CENTENARIODI DANTE ALIGHIERICELEBRATO IN FIRENZEIo lo vidi: il Cantor de' tre regniLevò il capo dal lugubre piano,Ove al Goto guerriero sovranoReggia e tomba il suo popolo aprì;E dall'erma pineta odorosaSovra l'ale di cento cherubiPer cammin di tempeste e di nubiIl conteso Appennino salì.Io lo vidi: librato ne' cieliAffacciossi alla terra pentita,Che tra i fiori gli diede la vita,Ma, noverca, dal seno il cacciò.Affacciossi con volto sereno,Volentieri a colei perdonando,Che l'ingiusta condanna del bandoCon superstiti onori ammendò.Al vederlo, di Fiesole i côlliDel più splendido april s'ammantarno;E la gemina riva dell'ArnoDi Casella i concenti mandò.Esultarono l'ossa nel TempioDella Croce, e risorsero i vatiDi Säulle e d'Arnaldo, svegliatiDa Colui che il lor verso animò.Del Pöeta le ceneri santeTien gelosa Ravenna, ma saleE vïaggia lo spirto immortaleFra le stelle di libero ciel.Ei su l'Arno ritorna, chiamatoDal desìo del suo Veltro promesso,E consacra con mistico amplessoDell'Italia il monarca fedel.Come, o Dante, mutarsi tu vediL'egra Italia, che serva ploraviDi tiranni bordello e di schiavi,Di stranieri ludibrio fatal!Nella roba di piglio e nel sanguePiù non danno le arpie de' castelli;Giostra rea non è più di fratelliLa tua scissa contrada natal.Ora Italia rinacque, baciandoDel tuo sacro volume le carte;Pria si fece concorde nell'arteColl'unanime culto per te;Poi coll'armi di Micca e Ferruccio,Disfidando l'avversa fortuna,Seppe farsi in te libera ed una,Nelle leggi concorde e nel Re.Ora Italia trïonfa securaNella fè del tuo divo pensiero,E già torna al suo pristino imperoDalla notte di barbare età.Coll'eloquio di Tullio e MaroneDal Tarpeo dominò l'universo,Coll'eloquio che informa il tuo versoAll'antico splendor tornerà.Da vetusto ed informe linguaggio,Fra le plebi obblïato di Roma,Germogliò con leggiadro idïomaLa parola del nostro avvenir;Crebbe al sole d'illustri memorieDa Toscani cantata e da Sardi[57],E si accese di spirti gagliardiNelle prove del patrio martir.Ebbe alfin questa degna parolaDelle muse la gloria suprema,Dal civile tuo sacro pöemaSuggellato d'eterna virtù;Ed espresse fra gli odî fraterniLa bontà dell'ingegno latino,Viva sì ne' tuoi carmi, o Divino,Che per tempo scemata non fu.La bontà degli etruschi ardimenti,Che l'incendio agitò de' tuoi carmi,Nella possa irrompeva dell'armiOnde valse il Tedesco a domar;Penetrò nell'insubre congegnoChe gli elettrici messi governa,Del Cenisio negli antri s'internaE di Sue ricongiunge i due mar.Salve, nunzio dei veri superni,Affratella in magnanimi intentiDel latino legnaggio le gentiDisgregate in lontane città.Col tuo verbo risuscita i giorniCh'ebber vita dall'italo sangue;E l'umano consorzio che langueRinnovato sul Tebro sarà.Torino, addì 25 dicembre 1865.
XXXI.Il busto del marchese Tancredi Falletti di Barolo, ch'ebbe tanta parte alla erezione di quel funebre edifizio, ammirasi nella chiesuola del Santo Sepolcro annessa al cimitero, dove si giunge per ombroso viale e si entra per due cancelli.Al limitare di quel campo di riposo leggesi la iscrizione delBoucheron che conforta nella fede i visitatori:Locus religiosus ossibus revicturis ad quietem datus. Alta croce di pietra su d'un rialto, centro a quattro viali di cipressi, s'alza nel mezzo del campo. Gli corre intorno un muro adorno di lapidi e sculture entro nicchie e cappellette, in faccia alle quali stendonsi altrettante aiuole ove stanno i sepolcri di privata proprietà; e tutta la parte centrale del cimitero è occupata dai sepolcri comuni.Non bastando però quello spazio ai rapidi trionfi della morte, il Municipio torinese provvide all'ampliamento, e ne affidò la cura all'architetto Carlo Sada. Fu aggiunto al Camposanto in forma di parallelogramma un maestoso ordine di portici diviso in duecento sessantanove arcate con edicole e cappelle acconcie ai monumenti. Catacombe sono incavate sotto i portici, e fra questi e le vie occupato è lo spazio da sepolture private e da marmi storiati.In quel regno della morte i recinti destinati alle diverse professioni religiose sono congiunti da una muraglia comune, espressione della carità che tra fiori e cipressi accoglie amorosamente insieme tutti i figli dell'uomo.Visitando i chiostri della necropoli torinese ammirai un Panteon dell'arte italiana che desta patrie memorie coi nomi piamente scolpiti ne' marmorei monumenti.Colà sono sepolti statisti e guerrieri che lamentiamo sempre come recente sventura della nazione, Barbaroux, Pinelli, Santa Rosa, Gioberti, Bava, Poerio, Siccardi, Maestri, La Farina, ed Emilio e Alfredo Savio, che, fratelli di sangue eroicamente versato in Ancona e Gaeta, hanno comune la tomba.Sono sepolti uomini, i cui ammaestramenti educarono la presente generazione: Boucheron, Biscarra, Buniva, Martini, Genè, Paravia, Plana e Riberi.Sono sepolti poeti e scrittori, le cui pagine onorano la nostra letteratura, Grassi, Berchet, Pellico e Bertolotti.Vi sono sepolte care persone che ci erano congiunte per corrispondenza di gentili e generosi affetti.Mi sentii bagnar gli occhi di pianto quando incontrai il nome della contessa Ottavia Masino Borghese di Mombello, leggiadraletterata e pittrice, nelle cui sale si adunavano artisti e scrittori, fra i quali io le intitolava un cantico della mia giovinezza.Mentre mi andava tergendo le lagrime, altro argomento di pietà venne a stringermi il cuore innanzi all'arco indicato dal numero 100. Io guardava alla sepoltura che il conte Luigi Cibrarioapparecchiava a sè ed a' suoi più cari. Colà rimpianta giace la ornata consorte del venerato amico, Teresa George, dal cui nome esordirono queste povere mie pagine.Sospirai amaramente guardando al cielo, e andai sul sepolcro della famiglia Prever a confortarmi nellaSperanza, mirabile statua del Vela.XXXII.Errai nuovamente nel Camposanto, e mi assalirono nuovi dolori in cospetto a memorie di catastrofi cittadine; mentre su le aiuole funerali io vedeva a due a due, col bianco cuffiotto e in veste di tela azzurra passare le Trovatelle ricoverate nello spedale di Carità.Quelle innocenti figlie della colpa, che non conobbero padre quaggiù, andavano pregando di sepolcro in sepolcro, e dal Padre supremo invocavano pace ai trapassati.M'imbattei nel monumento sacro ai ventisei estinti nello scoppio della Polveriera addì 20 aprile 1852; e in un angolo presso la chiesa mi fu additata la zolla sotto cui dormono i morti nell'incendio della casa Tarino, in via di Po, il 28 agosto 1861.Oimè! altre vittime più numerose e più compiante ricorda un distinto quadrato di terra a tramontana! ColàALLE VITTIMEDEL SETTEMBRE1864lessi nella colonna che, simulacro di futuro monumento, fra due cipressi fu innalzata sulle fôsse in cui giacciono gli uccisi dal piombo fratricida.Erano corsi alcuni giorni dal lagrimato loro anniversario ed ancora si vedevano i segni della mestizia cittadina. Dal sommodella colonna pendevano i lembi d'un velo nero, e su gli scalini del piedistallo, coperto di negri panni erano sparse parecchie corone e sorgeva uno stendardo coll'impronta del caduceo e la scritta:Giovani del Commercio di Torino.Una giovane donna vestita a gramaglie con in mano il rosario era genuflessa sovra una di quelle fôsse, da cui sorgeva modesta croce congiunta al tronco d'un salice. La mesta pregava e singhiozzava; e frattanto a' suoi fianchi bionda fanciullina appendeva corone di fiori ai ramoscelli del salice.Mi appressai, e benchè la sua beltà fosse ormai sfiorata dal dolore, io la riconobbi. Era la Lucia di Bousson, la figlia del pastore Giacomo.—Lucia, anche voi qui ...! le dissi, già commosso per la risposta amara che aspettavo.Ella, pallida e lagrimante, levò gli occhi dalla fôssa; ma, immersa com'era nel dolore, non mi ebbe tosto riconosciuto. Allora io soggiunsi:—Non ravvisate colui che accoglieste ospitalmente nella capanna paterna, là presso alla sorgente della Dora?—Oh sì!;—ella rispose, traendo un profondo sospiro: e, stanca di affanno e di pianto, andò a sedere sui prossimi scalini del piedistallo seco traendo la fanciulletta, mentre l'andava amorevolmente accarezzando.—Oh sì; riprese Lucia: è proprio lei che mi rivide a Bussoleno tutta festevole, quando andavo a nozze col mio buon Maurizio ... ora qui sepolto!—Infelice!—Sì, infelicissimo il mio Maurizio! Egli, acceso d'amor patrio, lasciò la vita pacifica dell'agricoltura per arruolarsi nel nostro esercito, e nella battaglia di Sammartino con atti di valore aveasi acquistato il grado di uffiziale. Ahi! nella sera del fatale 22 settembre in piazza San Carlo corse qua e là per temperare gli animi esacerbati e richiamarli a concordia; e in quell'inaudito tafferuglio di soldati e popolo fu colto dalla palla d'un moschetto!«Mi scoppia il cuore nel ricordare quando nel Borgo Dora alle ore dieci di quella sera infausta mi fu portato in casa tutto grondante sangue. Non valsero cure di ogni maniera a sanargli la piaga mortale. Poche ore sopravvisse! Sempre mi suonano nel cuore le ultime sue parole. «Era meglio, esclamò dolorando, ch'io fossi morto sul côlle di Sammartino combattendo contro i nemici d'Italia, a difesa del Re e della patria! ma morire in pugna fraterna ... oh duro tormento!» Questo straziante pensiero gli affrettò l'ultim'ora, e agonizzando premè la mia destra al suo cuore e mormorò: «Lucia, fatti qualche volta al mio sepolcro colla nostra figliuola, e raccomandale sempre di amare il Re, Torino e l'Italia».«Ed eccomi abbandonata da tutti con la figliuola sulla fôssa di Maurizio. I miei fratelli morirono pugnando per la patria, e il vecchio genitore mi fu rapito dalla morte poco appresso d'aver avuto la medaglia di Sant'Elena.Ora io non ho più sulla terra che il rosario della buona madre (e lo baciava) per pregare, e questa orfana figliuola ad amare».Frattanto le Trovatelle si erano colà raccolte, e prosternate presso la memorabile colonna pregavano pace intorno al salice di Maurizio. Una suora di Carità, loro guida, mentre io cercava di confortare la sventurata Lucia, le disse:—Non disperate, o donna. Non siete da tutti abbandonata, perchè la Provvidenza, che protegge le trovatelle, veglia pure su le vedove e le orfane; e già per opera di generosi italiani in Torino prepara un conveniente ospizio alla vostra fanciulla, insieme colle altre figlie de' militari.XXXIII.Speranze.Pace alle querimonie, e s'apra l'animo a liete speranze.Anche sui sepolcri germogliano le rose, mentre le nazioni per vie di morte giungono alla meta della loro vita.Il deputato Domenico Berti, ragionando del Piemonte, diceva: «Esso altro non vide in questi ultimi anni davanti a sè che l'Italia, non sognò che l'Italia. Il suo Governo era l'Italia, l'Italia il suo Re, l'Italia la sua bandiera. Visse di vera vita italiana, e non avrebbe potuto vivere altrimenti. E quindi accadde il singolare fenomeno, che mentre agli occhi dello altre province l'Italia diventava Piemontese, agli occhi del Piemontese il Piemonte diventava l'Italia. Sublime trasfigurazione, per cui gli altri Italiani volgevansi a noi per affetto, e noi ci volgevamo a loro per debito[54]».Poichè si è lasciato entrare e maturare nelle altre provincie lo strano pensiero che qui l'Italia divenisse piemontese, a rimuovere l'ingiusto sospetto si volle trasferire il seggio del Governo a Firenze.Nello scorso maggio in riva dell'Arno io lamentava le recenti afflizioni di Torino ed esprimeva dubbi e timori sull'avvenire del Regno d'Italia ragionando con un colto amico di Toscana, che mi confortò nel modo seguente:—«Poeta, mi disse, si tolga il velo alla favola, e in Fetonte rovesciato dal carro di luce nelle acque dell'Eridano presso alla foce della Dora facilmente ravviserai il fondatore della colonia ligure appiè delle Alpi, spodestato e perduto nei disastri d'incaute imprese.«Poeta, ugual sorte sarebbe toccata al fondatore del Regno italico fra il Po e la Dora. Ma qui sull'Arno, non più savoiardo, non più piemontese, ma italiano, il lealissimo fondatore, nella patria di Dante e Michelangelo, di Galileo e Machiavello trarrà vita nuova e sicura dall'idioma e dalle arti, dalle scienze e dalla politica della nazione intera».—Un albero secolare, gli risposi, radicato in terreno acconcio opino che corra pericoli gravi se altri vuole trapiantarlo in campo novello. Ma lasciamo le inutili controversie, e facciam voti chesull'Arno la monarchia trovi la fede costante ed operosa dei popoli subalpini.Firenze acquista la suprema importanza dello Stato, e Torino la perde. Non per questo il Piemonte dovrà disperare, quasi non potesse altrimenti rifarsi dei danni che ora patisce dalle mutate sue condizioni. Il Governo sappia far cessare i rancori sulla Dora e i timori di cessione territoriale nel suolo subalpino, ad alcuni pretesto, ad altri cagione sincera di malcontento.Rasserenati così i Piemontesi, metteranno a pruova la loro mente e le loro forze nelle industrie, apparecchiati a rinnovare lo spettacolo degl'Italiani del medio evo che furono il principal nerbo dei commerci nei mercati del mondo.Torino, non più centro di piccolo Stato, diverrà la città manifatturiera di una popolosa nazione, la Manchester d'Italia; e mettendo i suoi prodotti a concorrenza coi migliori delle altre genti, saprà uguagliarli, se pure non superarli. Allora il Piemonte industriale al resto d'Italia non sarà meno utile del Piemonte politico e guerriero; ed avrà la duplice gloria di aver capitanato la indipendenza nazionale nei campi della politica e dell'industria.Maraviglioso è già stato il Piemonte a benefizio del commercio in tre ardimenti, il traforo del Cenisio trovato e diretto dai tre nostri ingegneri Grandis, Grattoni e Sommeiller, il sussidio dei dieci milioni assicurato al passo del Lucomagno per aprire un varco alla Svizzera ed al cuore della Germania, e il trasferimento della marina militare da Genova alla Spezia; il che oltre l'importanza politica ha quella speciale del commercio, perchè trattasi di lasciare ai traffici l'intero porto genovese.Altri ardimenti nel campo dell'Industria si aspettano dal Piemonte che dai Comizi agrari seppe far germogliare l'albero della libertà italiana.Queste speranze ci allietano, ricordando le pubbliche mostre dei prodotti della industria piemontese fatte nel R. Castello del Valentino. Colà vedemmo i prodotti delle ferriere, gli acciai, gli ori, gli argenti, i lavori in tarsia delle nostre officine, le carte e i cuoi variamente conciati, e i tessuti di seta, lana ecotone. «Ed anche l'arte dei tipi, mi diceva Giambattista Dusso, l'intelligente direttore della Tipografia Scolastica, anche questa operosa ministra del pensiero e dispensatrice dell'umano sapere, sino dalla prima Esposizione del Valentino, nel 1829, fu nobilmente rappresentata dalle premiate edizioni dei Chirio e Mina[55], e poi dalle molteplici e belle edizioni dei Pomba, di Fontana, Botta, Marietti, Franco, Fory e Dalmazzo, Paravia, e Favale, degni seguaci dei nostri Giolito da Trino e Bodoni da Saluzzo».E l'arte dei tipi su queste povere pagine ripeta, che gioconde speranze ci allietano conoscendo le virtù dei Subalpini, e leggendo le più recentiRelazionidel Sindaco Marchese Rorà fatte al Consiglio comunale di Torino. Questo strenuo patrizio qui commendato nella municipale amministrazione, come nella governativa in Ravenna, vuole mantenere incolume la prosperità dell'augusta Torino con ampliate vie e maestosi edifizi, con istituti di credito e nuovi canali di acque, e con tutti i mezzi efficaci al lavoro ed al commercio; e vuole conservate le gloriose aule del Parlamento, eterna testimonianza del senno italiano.È dolce dire col Marchese Rorà: «Se noi percorriamo i nostri borghi, le numerose officine che vi si trovano possono persuaderci che l'industria già vi esiste; se parliamo con gli stessi industriali, conosciamo che i loro prodotti non servono solo alla consumazione locale, ma sono già esportati in notevole quantità nelle altre province d'Italia ed in parte all'estero. Io sono convinto che noi possiamo aspirare a veder maggiormente svilupparsi la nostra industria»[56].Le speranze del Sindaco abbiano prospero evento, e il Piemonte non cesserà di essere il più gagliardo propugnacolo della monarchia e della libertà d'Italia, sicchè all'uopo i suoi operai saranno soldati, e cittadelle le loro officine.Il trasferimento della metropoli fu accompagnato in Firenze dalle feste del sesto centenario di Dante Alighieri; e le città italiane per mezzo de' loro rappresentanti con ispontanea allegrezza innanzi alla statua del sommo Poeta rinnovarono il patto di concordia, congregati con musiche e vessilli nella memorabile piazza di Santa Croce.Colà il magnanimo Vittorio Emanuele II fu salutato nella piena luce Re nazionale.Leale quanto prode, egli, postergando gli affetti domestici a quelli della nazione, pose a rischio sè e la sua stirpe nei cimenti della guerra e della politica; e a togliere ogni mal sospetto, trasferì da Torino a Firenze quel soglio che sarà un dì stabilmente piantato sulla vetta Capitolina.Nella piazza di Santa Croce Ei non apparve sabaudo o piemontese, ma sovranamente italiano. Egli avea lasciato la reggia de' suoi avi, le tombe de' suoi maggiori e i luoghi a lui più cari perchè consacrati da rimembranze gloriose di famiglia; avea lasciato l'augusta Torino, la città che il vide nascere e che fu esempio maraviglioso di fede e di valore verso di lui e della paterna monarchia: «la città, diciamo collo stesso Re, che seppe custodire i destini d'Italia nella rinascente sua fortuna».Le città italiane accese di tali sensi plaudirono al Monarca guerriero che mise in atto la unità politica tanto augurata dall'Alighieri, e si strinsero fraternamente le destre dove un tempo arsero le discordie municipali.I nostri poeti furono invitati a celebrare sull'Arno la insolita festa: ed io al cortese invito che l'onorevole Gonfaloniere conte Cambray-Digny m'inviò nella R. Università di Cagliari, stimai debito cittadino recarmi a Firenze e recitare un canto nell'Accademia letteraria ivi tenuta il 17 di maggio.Con animo riconoscente ricordo in quella congiuntura i plausi di Firenze a me poeta subalpino. E siccome in essi interpretai, più che altro, uno schietto saluto della Toscana al Piemonte, volentieri compio le pagine consacrate alla Dora, ripetendo il cantico intonato sulle rive dell'Arno.XXXIV.NELSESTO CENTENARIODI DANTE ALIGHIERICELEBRATO IN FIRENZEIo lo vidi: il Cantor de' tre regniLevò il capo dal lugubre piano,Ove al Goto guerriero sovranoReggia e tomba il suo popolo aprì;E dall'erma pineta odorosaSovra l'ale di cento cherubiPer cammin di tempeste e di nubiIl conteso Appennino salì.Io lo vidi: librato ne' cieliAffacciossi alla terra pentita,Che tra i fiori gli diede la vita,Ma, noverca, dal seno il cacciò.Affacciossi con volto sereno,Volentieri a colei perdonando,Che l'ingiusta condanna del bandoCon superstiti onori ammendò.Al vederlo, di Fiesole i côlliDel più splendido april s'ammantarno;E la gemina riva dell'ArnoDi Casella i concenti mandò.Esultarono l'ossa nel TempioDella Croce, e risorsero i vatiDi Säulle e d'Arnaldo, svegliatiDa Colui che il lor verso animò.Del Pöeta le ceneri santeTien gelosa Ravenna, ma saleE vïaggia lo spirto immortaleFra le stelle di libero ciel.Ei su l'Arno ritorna, chiamatoDal desìo del suo Veltro promesso,E consacra con mistico amplessoDell'Italia il monarca fedel.Come, o Dante, mutarsi tu vediL'egra Italia, che serva ploraviDi tiranni bordello e di schiavi,Di stranieri ludibrio fatal!Nella roba di piglio e nel sanguePiù non danno le arpie de' castelli;Giostra rea non è più di fratelliLa tua scissa contrada natal.Ora Italia rinacque, baciandoDel tuo sacro volume le carte;Pria si fece concorde nell'arteColl'unanime culto per te;Poi coll'armi di Micca e Ferruccio,Disfidando l'avversa fortuna,Seppe farsi in te libera ed una,Nelle leggi concorde e nel Re.Ora Italia trïonfa securaNella fè del tuo divo pensiero,E già torna al suo pristino imperoDalla notte di barbare età.Coll'eloquio di Tullio e MaroneDal Tarpeo dominò l'universo,Coll'eloquio che informa il tuo versoAll'antico splendor tornerà.Da vetusto ed informe linguaggio,Fra le plebi obblïato di Roma,Germogliò con leggiadro idïomaLa parola del nostro avvenir;Crebbe al sole d'illustri memorieDa Toscani cantata e da Sardi[57],E si accese di spirti gagliardiNelle prove del patrio martir.Ebbe alfin questa degna parolaDelle muse la gloria suprema,Dal civile tuo sacro pöemaSuggellato d'eterna virtù;Ed espresse fra gli odî fraterniLa bontà dell'ingegno latino,Viva sì ne' tuoi carmi, o Divino,Che per tempo scemata non fu.La bontà degli etruschi ardimenti,Che l'incendio agitò de' tuoi carmi,Nella possa irrompeva dell'armiOnde valse il Tedesco a domar;Penetrò nell'insubre congegnoChe gli elettrici messi governa,Del Cenisio negli antri s'internaE di Sue ricongiunge i due mar.Salve, nunzio dei veri superni,Affratella in magnanimi intentiDel latino legnaggio le gentiDisgregate in lontane città.Col tuo verbo risuscita i giorniCh'ebber vita dall'italo sangue;E l'umano consorzio che langueRinnovato sul Tebro sarà.Torino, addì 25 dicembre 1865.
Il busto del marchese Tancredi Falletti di Barolo, ch'ebbe tanta parte alla erezione di quel funebre edifizio, ammirasi nella chiesuola del Santo Sepolcro annessa al cimitero, dove si giunge per ombroso viale e si entra per due cancelli.
Al limitare di quel campo di riposo leggesi la iscrizione delBoucheron che conforta nella fede i visitatori:Locus religiosus ossibus revicturis ad quietem datus. Alta croce di pietra su d'un rialto, centro a quattro viali di cipressi, s'alza nel mezzo del campo. Gli corre intorno un muro adorno di lapidi e sculture entro nicchie e cappellette, in faccia alle quali stendonsi altrettante aiuole ove stanno i sepolcri di privata proprietà; e tutta la parte centrale del cimitero è occupata dai sepolcri comuni.
Non bastando però quello spazio ai rapidi trionfi della morte, il Municipio torinese provvide all'ampliamento, e ne affidò la cura all'architetto Carlo Sada. Fu aggiunto al Camposanto in forma di parallelogramma un maestoso ordine di portici diviso in duecento sessantanove arcate con edicole e cappelle acconcie ai monumenti. Catacombe sono incavate sotto i portici, e fra questi e le vie occupato è lo spazio da sepolture private e da marmi storiati.
In quel regno della morte i recinti destinati alle diverse professioni religiose sono congiunti da una muraglia comune, espressione della carità che tra fiori e cipressi accoglie amorosamente insieme tutti i figli dell'uomo.
Visitando i chiostri della necropoli torinese ammirai un Panteon dell'arte italiana che desta patrie memorie coi nomi piamente scolpiti ne' marmorei monumenti.
Colà sono sepolti statisti e guerrieri che lamentiamo sempre come recente sventura della nazione, Barbaroux, Pinelli, Santa Rosa, Gioberti, Bava, Poerio, Siccardi, Maestri, La Farina, ed Emilio e Alfredo Savio, che, fratelli di sangue eroicamente versato in Ancona e Gaeta, hanno comune la tomba.
Sono sepolti uomini, i cui ammaestramenti educarono la presente generazione: Boucheron, Biscarra, Buniva, Martini, Genè, Paravia, Plana e Riberi.
Sono sepolti poeti e scrittori, le cui pagine onorano la nostra letteratura, Grassi, Berchet, Pellico e Bertolotti.
Vi sono sepolte care persone che ci erano congiunte per corrispondenza di gentili e generosi affetti.
Mi sentii bagnar gli occhi di pianto quando incontrai il nome della contessa Ottavia Masino Borghese di Mombello, leggiadraletterata e pittrice, nelle cui sale si adunavano artisti e scrittori, fra i quali io le intitolava un cantico della mia giovinezza.
Mentre mi andava tergendo le lagrime, altro argomento di pietà venne a stringermi il cuore innanzi all'arco indicato dal numero 100. Io guardava alla sepoltura che il conte Luigi Cibrarioapparecchiava a sè ed a' suoi più cari. Colà rimpianta giace la ornata consorte del venerato amico, Teresa George, dal cui nome esordirono queste povere mie pagine.
Sospirai amaramente guardando al cielo, e andai sul sepolcro della famiglia Prever a confortarmi nellaSperanza, mirabile statua del Vela.
Errai nuovamente nel Camposanto, e mi assalirono nuovi dolori in cospetto a memorie di catastrofi cittadine; mentre su le aiuole funerali io vedeva a due a due, col bianco cuffiotto e in veste di tela azzurra passare le Trovatelle ricoverate nello spedale di Carità.
Quelle innocenti figlie della colpa, che non conobbero padre quaggiù, andavano pregando di sepolcro in sepolcro, e dal Padre supremo invocavano pace ai trapassati.
M'imbattei nel monumento sacro ai ventisei estinti nello scoppio della Polveriera addì 20 aprile 1852; e in un angolo presso la chiesa mi fu additata la zolla sotto cui dormono i morti nell'incendio della casa Tarino, in via di Po, il 28 agosto 1861.
Oimè! altre vittime più numerose e più compiante ricorda un distinto quadrato di terra a tramontana! Colà
ALLE VITTIMEDEL SETTEMBRE1864
lessi nella colonna che, simulacro di futuro monumento, fra due cipressi fu innalzata sulle fôsse in cui giacciono gli uccisi dal piombo fratricida.
Erano corsi alcuni giorni dal lagrimato loro anniversario ed ancora si vedevano i segni della mestizia cittadina. Dal sommodella colonna pendevano i lembi d'un velo nero, e su gli scalini del piedistallo, coperto di negri panni erano sparse parecchie corone e sorgeva uno stendardo coll'impronta del caduceo e la scritta:Giovani del Commercio di Torino.
Una giovane donna vestita a gramaglie con in mano il rosario era genuflessa sovra una di quelle fôsse, da cui sorgeva modesta croce congiunta al tronco d'un salice. La mesta pregava e singhiozzava; e frattanto a' suoi fianchi bionda fanciullina appendeva corone di fiori ai ramoscelli del salice.
Mi appressai, e benchè la sua beltà fosse ormai sfiorata dal dolore, io la riconobbi. Era la Lucia di Bousson, la figlia del pastore Giacomo.
—Lucia, anche voi qui ...! le dissi, già commosso per la risposta amara che aspettavo.
Ella, pallida e lagrimante, levò gli occhi dalla fôssa; ma, immersa com'era nel dolore, non mi ebbe tosto riconosciuto. Allora io soggiunsi:
—Non ravvisate colui che accoglieste ospitalmente nella capanna paterna, là presso alla sorgente della Dora?
—Oh sì!;—ella rispose, traendo un profondo sospiro: e, stanca di affanno e di pianto, andò a sedere sui prossimi scalini del piedistallo seco traendo la fanciulletta, mentre l'andava amorevolmente accarezzando.
—Oh sì; riprese Lucia: è proprio lei che mi rivide a Bussoleno tutta festevole, quando andavo a nozze col mio buon Maurizio ... ora qui sepolto!
—Infelice!
—Sì, infelicissimo il mio Maurizio! Egli, acceso d'amor patrio, lasciò la vita pacifica dell'agricoltura per arruolarsi nel nostro esercito, e nella battaglia di Sammartino con atti di valore aveasi acquistato il grado di uffiziale. Ahi! nella sera del fatale 22 settembre in piazza San Carlo corse qua e là per temperare gli animi esacerbati e richiamarli a concordia; e in quell'inaudito tafferuglio di soldati e popolo fu colto dalla palla d'un moschetto!
«Mi scoppia il cuore nel ricordare quando nel Borgo Dora alle ore dieci di quella sera infausta mi fu portato in casa tutto grondante sangue. Non valsero cure di ogni maniera a sanargli la piaga mortale. Poche ore sopravvisse! Sempre mi suonano nel cuore le ultime sue parole. «Era meglio, esclamò dolorando, ch'io fossi morto sul côlle di Sammartino combattendo contro i nemici d'Italia, a difesa del Re e della patria! ma morire in pugna fraterna ... oh duro tormento!» Questo straziante pensiero gli affrettò l'ultim'ora, e agonizzando premè la mia destra al suo cuore e mormorò: «Lucia, fatti qualche volta al mio sepolcro colla nostra figliuola, e raccomandale sempre di amare il Re, Torino e l'Italia».
«Ed eccomi abbandonata da tutti con la figliuola sulla fôssa di Maurizio. I miei fratelli morirono pugnando per la patria, e il vecchio genitore mi fu rapito dalla morte poco appresso d'aver avuto la medaglia di Sant'Elena.
Ora io non ho più sulla terra che il rosario della buona madre (e lo baciava) per pregare, e questa orfana figliuola ad amare».
Frattanto le Trovatelle si erano colà raccolte, e prosternate presso la memorabile colonna pregavano pace intorno al salice di Maurizio. Una suora di Carità, loro guida, mentre io cercava di confortare la sventurata Lucia, le disse:
—Non disperate, o donna. Non siete da tutti abbandonata, perchè la Provvidenza, che protegge le trovatelle, veglia pure su le vedove e le orfane; e già per opera di generosi italiani in Torino prepara un conveniente ospizio alla vostra fanciulla, insieme colle altre figlie de' militari.
Speranze.
Pace alle querimonie, e s'apra l'animo a liete speranze.
Anche sui sepolcri germogliano le rose, mentre le nazioni per vie di morte giungono alla meta della loro vita.
Il deputato Domenico Berti, ragionando del Piemonte, diceva: «Esso altro non vide in questi ultimi anni davanti a sè che l'Italia, non sognò che l'Italia. Il suo Governo era l'Italia, l'Italia il suo Re, l'Italia la sua bandiera. Visse di vera vita italiana, e non avrebbe potuto vivere altrimenti. E quindi accadde il singolare fenomeno, che mentre agli occhi dello altre province l'Italia diventava Piemontese, agli occhi del Piemontese il Piemonte diventava l'Italia. Sublime trasfigurazione, per cui gli altri Italiani volgevansi a noi per affetto, e noi ci volgevamo a loro per debito[54]».
Poichè si è lasciato entrare e maturare nelle altre provincie lo strano pensiero che qui l'Italia divenisse piemontese, a rimuovere l'ingiusto sospetto si volle trasferire il seggio del Governo a Firenze.
Nello scorso maggio in riva dell'Arno io lamentava le recenti afflizioni di Torino ed esprimeva dubbi e timori sull'avvenire del Regno d'Italia ragionando con un colto amico di Toscana, che mi confortò nel modo seguente:—«Poeta, mi disse, si tolga il velo alla favola, e in Fetonte rovesciato dal carro di luce nelle acque dell'Eridano presso alla foce della Dora facilmente ravviserai il fondatore della colonia ligure appiè delle Alpi, spodestato e perduto nei disastri d'incaute imprese.
«Poeta, ugual sorte sarebbe toccata al fondatore del Regno italico fra il Po e la Dora. Ma qui sull'Arno, non più savoiardo, non più piemontese, ma italiano, il lealissimo fondatore, nella patria di Dante e Michelangelo, di Galileo e Machiavello trarrà vita nuova e sicura dall'idioma e dalle arti, dalle scienze e dalla politica della nazione intera».
—Un albero secolare, gli risposi, radicato in terreno acconcio opino che corra pericoli gravi se altri vuole trapiantarlo in campo novello. Ma lasciamo le inutili controversie, e facciam voti chesull'Arno la monarchia trovi la fede costante ed operosa dei popoli subalpini.
Firenze acquista la suprema importanza dello Stato, e Torino la perde. Non per questo il Piemonte dovrà disperare, quasi non potesse altrimenti rifarsi dei danni che ora patisce dalle mutate sue condizioni. Il Governo sappia far cessare i rancori sulla Dora e i timori di cessione territoriale nel suolo subalpino, ad alcuni pretesto, ad altri cagione sincera di malcontento.
Rasserenati così i Piemontesi, metteranno a pruova la loro mente e le loro forze nelle industrie, apparecchiati a rinnovare lo spettacolo degl'Italiani del medio evo che furono il principal nerbo dei commerci nei mercati del mondo.
Torino, non più centro di piccolo Stato, diverrà la città manifatturiera di una popolosa nazione, la Manchester d'Italia; e mettendo i suoi prodotti a concorrenza coi migliori delle altre genti, saprà uguagliarli, se pure non superarli. Allora il Piemonte industriale al resto d'Italia non sarà meno utile del Piemonte politico e guerriero; ed avrà la duplice gloria di aver capitanato la indipendenza nazionale nei campi della politica e dell'industria.
Maraviglioso è già stato il Piemonte a benefizio del commercio in tre ardimenti, il traforo del Cenisio trovato e diretto dai tre nostri ingegneri Grandis, Grattoni e Sommeiller, il sussidio dei dieci milioni assicurato al passo del Lucomagno per aprire un varco alla Svizzera ed al cuore della Germania, e il trasferimento della marina militare da Genova alla Spezia; il che oltre l'importanza politica ha quella speciale del commercio, perchè trattasi di lasciare ai traffici l'intero porto genovese.
Altri ardimenti nel campo dell'Industria si aspettano dal Piemonte che dai Comizi agrari seppe far germogliare l'albero della libertà italiana.
Queste speranze ci allietano, ricordando le pubbliche mostre dei prodotti della industria piemontese fatte nel R. Castello del Valentino. Colà vedemmo i prodotti delle ferriere, gli acciai, gli ori, gli argenti, i lavori in tarsia delle nostre officine, le carte e i cuoi variamente conciati, e i tessuti di seta, lana ecotone. «Ed anche l'arte dei tipi, mi diceva Giambattista Dusso, l'intelligente direttore della Tipografia Scolastica, anche questa operosa ministra del pensiero e dispensatrice dell'umano sapere, sino dalla prima Esposizione del Valentino, nel 1829, fu nobilmente rappresentata dalle premiate edizioni dei Chirio e Mina[55], e poi dalle molteplici e belle edizioni dei Pomba, di Fontana, Botta, Marietti, Franco, Fory e Dalmazzo, Paravia, e Favale, degni seguaci dei nostri Giolito da Trino e Bodoni da Saluzzo».
E l'arte dei tipi su queste povere pagine ripeta, che gioconde speranze ci allietano conoscendo le virtù dei Subalpini, e leggendo le più recentiRelazionidel Sindaco Marchese Rorà fatte al Consiglio comunale di Torino. Questo strenuo patrizio qui commendato nella municipale amministrazione, come nella governativa in Ravenna, vuole mantenere incolume la prosperità dell'augusta Torino con ampliate vie e maestosi edifizi, con istituti di credito e nuovi canali di acque, e con tutti i mezzi efficaci al lavoro ed al commercio; e vuole conservate le gloriose aule del Parlamento, eterna testimonianza del senno italiano.
È dolce dire col Marchese Rorà: «Se noi percorriamo i nostri borghi, le numerose officine che vi si trovano possono persuaderci che l'industria già vi esiste; se parliamo con gli stessi industriali, conosciamo che i loro prodotti non servono solo alla consumazione locale, ma sono già esportati in notevole quantità nelle altre province d'Italia ed in parte all'estero. Io sono convinto che noi possiamo aspirare a veder maggiormente svilupparsi la nostra industria»[56].
Le speranze del Sindaco abbiano prospero evento, e il Piemonte non cesserà di essere il più gagliardo propugnacolo della monarchia e della libertà d'Italia, sicchè all'uopo i suoi operai saranno soldati, e cittadelle le loro officine.
Il trasferimento della metropoli fu accompagnato in Firenze dalle feste del sesto centenario di Dante Alighieri; e le città italiane per mezzo de' loro rappresentanti con ispontanea allegrezza innanzi alla statua del sommo Poeta rinnovarono il patto di concordia, congregati con musiche e vessilli nella memorabile piazza di Santa Croce.
Colà il magnanimo Vittorio Emanuele II fu salutato nella piena luce Re nazionale.
Leale quanto prode, egli, postergando gli affetti domestici a quelli della nazione, pose a rischio sè e la sua stirpe nei cimenti della guerra e della politica; e a togliere ogni mal sospetto, trasferì da Torino a Firenze quel soglio che sarà un dì stabilmente piantato sulla vetta Capitolina.
Nella piazza di Santa Croce Ei non apparve sabaudo o piemontese, ma sovranamente italiano. Egli avea lasciato la reggia de' suoi avi, le tombe de' suoi maggiori e i luoghi a lui più cari perchè consacrati da rimembranze gloriose di famiglia; avea lasciato l'augusta Torino, la città che il vide nascere e che fu esempio maraviglioso di fede e di valore verso di lui e della paterna monarchia: «la città, diciamo collo stesso Re, che seppe custodire i destini d'Italia nella rinascente sua fortuna».
Le città italiane accese di tali sensi plaudirono al Monarca guerriero che mise in atto la unità politica tanto augurata dall'Alighieri, e si strinsero fraternamente le destre dove un tempo arsero le discordie municipali.
I nostri poeti furono invitati a celebrare sull'Arno la insolita festa: ed io al cortese invito che l'onorevole Gonfaloniere conte Cambray-Digny m'inviò nella R. Università di Cagliari, stimai debito cittadino recarmi a Firenze e recitare un canto nell'Accademia letteraria ivi tenuta il 17 di maggio.
Con animo riconoscente ricordo in quella congiuntura i plausi di Firenze a me poeta subalpino. E siccome in essi interpretai, più che altro, uno schietto saluto della Toscana al Piemonte, volentieri compio le pagine consacrate alla Dora, ripetendo il cantico intonato sulle rive dell'Arno.
NEL
SESTO CENTENARIO
DI DANTE ALIGHIERI
CELEBRATO IN FIRENZE
Io lo vidi: il Cantor de' tre regniLevò il capo dal lugubre piano,Ove al Goto guerriero sovranoReggia e tomba il suo popolo aprì;
E dall'erma pineta odorosaSovra l'ale di cento cherubiPer cammin di tempeste e di nubiIl conteso Appennino salì.
Io lo vidi: librato ne' cieliAffacciossi alla terra pentita,Che tra i fiori gli diede la vita,Ma, noverca, dal seno il cacciò.
Affacciossi con volto sereno,Volentieri a colei perdonando,Che l'ingiusta condanna del bandoCon superstiti onori ammendò.
Al vederlo, di Fiesole i côlliDel più splendido april s'ammantarno;E la gemina riva dell'ArnoDi Casella i concenti mandò.
Esultarono l'ossa nel TempioDella Croce, e risorsero i vatiDi Säulle e d'Arnaldo, svegliatiDa Colui che il lor verso animò.
Del Pöeta le ceneri santeTien gelosa Ravenna, ma saleE vïaggia lo spirto immortaleFra le stelle di libero ciel.
Ei su l'Arno ritorna, chiamatoDal desìo del suo Veltro promesso,E consacra con mistico amplessoDell'Italia il monarca fedel.
Come, o Dante, mutarsi tu vediL'egra Italia, che serva ploraviDi tiranni bordello e di schiavi,Di stranieri ludibrio fatal!
Nella roba di piglio e nel sanguePiù non danno le arpie de' castelli;Giostra rea non è più di fratelliLa tua scissa contrada natal.
Ora Italia rinacque, baciandoDel tuo sacro volume le carte;Pria si fece concorde nell'arteColl'unanime culto per te;
Poi coll'armi di Micca e Ferruccio,Disfidando l'avversa fortuna,Seppe farsi in te libera ed una,Nelle leggi concorde e nel Re.
Ora Italia trïonfa securaNella fè del tuo divo pensiero,E già torna al suo pristino imperoDalla notte di barbare età.
Coll'eloquio di Tullio e MaroneDal Tarpeo dominò l'universo,Coll'eloquio che informa il tuo versoAll'antico splendor tornerà.
Da vetusto ed informe linguaggio,Fra le plebi obblïato di Roma,Germogliò con leggiadro idïomaLa parola del nostro avvenir;
Crebbe al sole d'illustri memorieDa Toscani cantata e da Sardi[57],E si accese di spirti gagliardiNelle prove del patrio martir.
Ebbe alfin questa degna parolaDelle muse la gloria suprema,Dal civile tuo sacro pöemaSuggellato d'eterna virtù;
Ed espresse fra gli odî fraterniLa bontà dell'ingegno latino,Viva sì ne' tuoi carmi, o Divino,Che per tempo scemata non fu.
La bontà degli etruschi ardimenti,Che l'incendio agitò de' tuoi carmi,Nella possa irrompeva dell'armiOnde valse il Tedesco a domar;
Penetrò nell'insubre congegnoChe gli elettrici messi governa,Del Cenisio negli antri s'internaE di Sue ricongiunge i due mar.
Salve, nunzio dei veri superni,Affratella in magnanimi intentiDel latino legnaggio le gentiDisgregate in lontane città.
Col tuo verbo risuscita i giorniCh'ebber vita dall'italo sangue;E l'umano consorzio che langueRinnovato sul Tebro sarà.
Torino, addì 25 dicembre 1865.