III.

In un tempo di grandi trasformazioni economiche e di un immenso aumento di pretese a carico dello stato, il governo borghese non seppe far nulla di durevole pel benessere del popolo. Non trovò nel mondo un alleato, fuori della classe dominante, di cui la potenza e il prestigio scadevano per altro giorno per giorno, né trovò fiducia nella sua vitalità. La ragione ultima della debolezza di questo stato fu a poco a poco intravvista anche da avversari per partito preso. In un dispaccio diretto allo czar del 21 marzo 1837, il principe di Metternich scriveva:Louis XVIII a inoculé des institutions parlementaires à une administration toute centrale. Una parte della classe dominante si buttò alla fine contro la monarchia di luglio a causa della sua meschina politica estera. Per via della sua stessa origine, questa monarchia fin dal principio aveva solamente l'alternativa tra la propaganda rivoluzionaria e il tentativo indecoroso, e sempre vano, di cattivarsi con la propria debolezza il condono delle corti legittime. Ha amoreggiato occasionalmente con la Rivoluzione, avviandosi poi definitivamente per una china rigida conservatrice, vale a dire per la china di una politica di gelosia, che opponeva grettezza e sospetto a ogni segno di rinvigorimento nazionale dei popoli vicini.

La nuova dinastia rappresentava per sé stessa una viva protesta contro gli aborriti trattati del 1815. Il paese era penetrato da un alto e legittimo senso di orgoglio nazionale; ed era questa la prova espressa, che la Francia si era emancipata dalla tutela straniera. «Se l'Europa tenesse presentemente, come ai cento giorni, settecentomila uomini sotto le armi», confessò il principe di Metternich all'ambasciatore piemontese Pralormo, «io mi deciderei sull'istante a marciare su Parigi». Se ad onta di tali umori le potenze orientali si sentirono costrette a riconoscere il nuovo regime, questo, dunque, era un sintomo della potenza della Francia. Ma questa giusta soddisfazione non appagò il sentimento patriottico eccitato. Poco prima la nazione aveva respinto con lodevole moderazione gli arditi disegni di conquista di Polignac; adesso i vinti di Waterloo avevano riportato la vittoria sulle barricate, e subito mille e mille voci levarono il grido: «vendichiamo Waterloo!» quasi che la battaglia della Belle-Alliance non fosse stata essa stessa la vendetta di un nefando assassinio!

Soltanto l'odio può negare, che l'istinto propagandistico dei francesi non era fatto solamente e sempre di fatua vanagloria, ma che in fondo era mosso da un generoso idealismo: un senso di magnanimità, attraverso a mille intorbidazioni, emanava innegabilmente dalle imprese di conquista della Convenzione, dalla campagna italiana di Napoleone III e, soprattutto, dalla guerra più moralmente pura della Francia moderna: la lotta per l'indipendenza dell'America del Nord. Anche in questo caso venivano a intrecciarsi tra loro le passioni nobili e le riprovevoli, vaghezza di gloria e cupidigia, orgoglio e fantasticherie di felicitamento di popoli, ma soprattutto, nel modo più acuto, la smania incontentabile di novità, che attraeva a una grande guerra per la libertà questa generazione nervosamente sovreccitata. Per diciotto anni il motto di prammatica della stampa guerrafondaia fu:la France s'ennuie!Quanto poi al calcolo del possibile e delle alleanze europee, quelle teste esaltate non se ne erano mai date pensiero. «La Francia isolata», braveggiava un foglio radicale durante le faccende egiziane, «vuol dire la Francia alla testa delle nazioni!». E, mentre la gioventù riscaldata svillaneggiava a gola aperta la tirannide del re borghese, ciò non ostante bramava, che questo popolo gabbato e frodato della libertà propria portasse la libertà agli altri popoli; per la ragione, che di quanto il cielo è alto sulla terra, di tanto il francese sta sul tedesco, il quale, secondo i crudi versi di De Musset, lava nel libero Reno la sua giacchetta di servitore. «Il conquistatore gallico», assicura Luigi Blanc, «lascia dovunque sul suo passaggio i benefizi dell'incivilimento, come il Nilo ricomponendosi nel suo letto lascia il limo fecondo». Cotesta passione propagandistica accendeva la testa alla gioventù; tra i devoti era annoverato anche il giovine duca di Orléans. Ma la maggioranza sensata della nazione propendeva verso le idee liberali dell'economia moderna; solo che si riserbava la prerogativa di biasimare ogni giorno come un'ingiustizia inaudita la divisione dell'Europa fatta dai trattati del 1815. Anche la stampa dei partiti moderati ripeteva con amarezza dolorosa la vecchia favola, che la Francia era troppo gravemente danneggiata, e che la Prussia cresceva minacciosa: la Prussia lacerata dal congresso di Vienna! E in questa conformità attizzava incessantemente l'apprensione dei vicini e la foga bellica della gioventù.

Tra quelli che si presumevano politici consumati dominava l'idea, che l'Europa fosse divisa in due zone nemiche; e che intorno alle due cittadelle della libertà, la Francia e l'Inghilterra, bisognasse stringere una valida cortina di piccoli stati costituzionali, come baluardo contro la servitù dei paesi orientali. Avvaloravano una tale opinione non solo gli umori ostili delle corti di Vienna e di Pietroburgo, ma anche lo spirito niente patriottico dei radicali tedeschi, i quali, in quei primi anni d'inebriamento, erano molto proclivi a salutare il tricolore come il riscattatore che li avrebbe sciolti dalle catene della confederazione. Era questa la vecchia illusione dei dilettanti politici, i quali non hanno mai capito, che la natura complessa dell'associazione dei nostri stati tedeschi consente a mala pena una pura politica di tendenza; che le supreme questioni di dominio internazionale non cadono affatto sotto i modi di vedere delle teorie dei partiti; e che le passioni e gl'interessi del momento hanno in generale nella politica estera maggiore importanza, che non ne abbiano nella politica interna i contrasti durevoli. Come pel passato il vincitore degli ugonotti, Richelieu, aveva appoggiato i protestanti tedeschi e la democrazia degli Orange gli Stuart, così anche adesso sarebbe venuto il tempo, in cui l'Inghilterra parlamentare si sarebbe alleata con le corone assolute dell'oriente contro la Francia costituzionale.

Il re e i suoi dottrinari non erano disposti a secondare la rumorosa corrente bramosa di guerra. Erano troppo chiaroveggenti per non discernere, che un'impresa di conquista sul Reno avrebbe sommerso la stessa corona borghese: «la guerra è la rivoluzione», soleva dire Luigi Filippo: ed erano troppo freddi e pedanti calcolatori, per avvertire e intendere in qualche modo il movente generoso, che si nascondeva indubitabilmente nel delirio della brama di guerra. Si chiarì, purtroppo, anche rispetto alle questioni estere, quanto fossero insostenibili le dotte comparazioni tra il 1688 e il 1830. Laddove la gloriosa rivoluzione inglese era maturata in virtù del favore datole dall'Europa settentrionale tutta protestante, la quale aveva ricondotto quasi spontaneamente lo stato, da una condizione malsana di vassallo, entro la cerchia dei suoi alleati naturali, all'opposto la Francia moderna all'estero era del tutto isolata. Il governo si ostinava sconsigliatamente a tenere una situazione mediana fra i trattati del 1815, che non poteva annullare, e la Rivoluzione, che non poteva interamente rinnegare quale suo terreno originario. In una situazione siffatta, il regno continuò, come sotto i Borboni, a non godere di alcuna autorità: la Francia aveva perduto in Europa il suo antico posto egemonico.

Solo una volta la monarchia di luglio toccò un successo notevole sulle potenze orientali. La rivoluzione belga aveva incontrato rapidamente il favore di tutti i partiti in Francia. Era vantata come liberale insieme e cattolica; e lo scopo che si era prefisso, era di rompere quella compattezza degli stati olandesi, la cui esistenza era un affronto per la Francia. Questa volta il re seppe profittare destramente della lentezza delle potenze orientali, distratte dagli affari della Polonia. Le sue truppe entrarono due volte nel Belgio; e quando alla fine fu strappato alle corti tedesche renitenti il riconoscimento del nuovo stato, e lo czar Nicola non poté altrimenti sfogare il suo impotente malumore per la vittoria della rivoluzione, che rifiutando le relazioni diplomatiche col giovine regno, allora le penne del gabinetto magnificaronola brillante solution françaisedella questione belga. Se non che, un giudizio posato non può consentire a tale millanteria. Senza dubbio, con lo stabilimento dello stato belga il necessario era fatto, il rimedio eroico del momento era riuscito; ma il merito maggiore non era da ascriversi alle armi francesi, bensì all'assistenza perseverante e meno ambigua dell'Inghilterra. Ben a ragione lord Palmerston chiamava il Belgio suo figlio. La sete di gloria della nazione era così poco soddisfatta dei facili trionfi nelle trincee di Anversa, come il piacere della Francia rivoluzionaria della guerra contro Stein ed Erz: i fogli radicali menarono gran lamento, quando il comandante francese sul campo della Belle-Alliance proibì alle sue truppe di condurre a fine la distruzione già iniziata del monumento prussiano di Planchenois e del leone del Mont-Saint-Jean. Il re pacifico non raggiunse una sola delle cupide e dissimulate mire che lo avevano indotto all'intervento. Con quanta dolcezza il vecchio Talleyrand aveva proposto a Londra di elevare Anversa a città libera! Con quanta premura aveva sollecitato da lord Palmerston il Lussemburgo e dall'ambasciatore prussiano una fetta di territorio renano! Si sarebbe ripreso l'affare sassone, sepolto da un bel pezzo: quello di assegnare la Sassonia alla Prussia e il Belgio al re di Sassonia. Ebbe risposte evasive, nient'altro. Anche la speranza di fare del piccolo paese di confine un baluardo per la Francia, si rivelò presto essere un sogno. I forti di frontiera costruiti verso la Francia non furono demoliti; e la totalità dei Paesi Bassi dilaniata dai partiti era stata in sostanza un vicino più debole o, per dirla secondo l'intendimento della piccineria orleanistica, meno pericoloso dei due nuovi stati centrali, abbastanza solidi. Il popolo belga aveva ricevuto con malavoglia non dissimulata i francesi, la seconda volta che erano entrati nel loro territorio. Questa disposizione non migliorò, dopo che quel savio principe si fu insediato sul nuovo trono. E molto, troppo spesso toccò a Luigi Filippo di mandare a Brusselle l'accorta sorella Adelaide, a calmare le apprensioni della corte belga, la quale da un pezzo meditava seriamente di entrare nell'Unione doganale tedesca. La diffidenza delle grandi potenze non ha consentito mai e poi mai alla corte francese, e lo abbiamo visto su a proposito del disegno di unione doganale franco-belga, di esercitare nel Belgio un'influenza predominante.

Ma se qui fu raggiunto un mezzo successo, per contro nelle vicende polacche la nazione fu pienamente offesa in tutti i suoi sentimenti più cari. Beniamina dei francesi, perché del pari cattolica e rivoluzionaria, legata alla Francia dal contegno cavalieresco, dall'antica fratellanza di armi, dai mille legami dell'affinità morale e ideale, la Polonia si sollevò contro quello czar, che l'opinione pubblica con la sicurezza del suo istinto detestava come capo della nuova santa alleanza. Un giubilo immenso accompagnava dalla Senna ogni colpo di fucile nelle pianure polacche. Lafayette con l'intera democrazia propugnava la guerra in pro dei polacchi: era arrivato il tempo di riparare a quell'antico misfatto dei gabinetti, che gli storici francesi amano di presentare come il più orribile di tutti i delitti. Per mascherare, beninteso, le colpe consimili del loro proprio popolo. Torna a onore dell'intelligenza del governo l'avere respinto, sdegnando quelle vuote fantasie, una guerra senza costrutto, da condursi per un interesse straniero. Ma quando Sebastiani esaltò i brutali successi militari della Russia con le parole: «l'ordre règne à Varsovie», allora il governo si fece nemica per sempre l'opinione pubblica, né si cattivò per questo la fiducia delle potenze orientali; perché i fuggiaschi polacchi furono accolti in Francia a braccia aperte, i poveri furono soccorsi dai fondi segreti, e il comitato parigino degli emigrati mandò da allora in poi i suoi affiliati a combattere su tutte le barricate del mondo. Il lamento patetico sulla fine della Polonia diventò l'inevitabile pezzo di forza di ogni carica a fondo: ma il governo persisté nel suo contegno ambiguo. Quando poi si accumularono in Polonia violenze su violenze, e quando il principe di Metternich lacerò di propria mano la sua stessa opera, il trattato di Vienna, e la repubblica di Cracovia fu disfatta in piena pace, il conte Molé diresse a Vienna una nota vibrata, dicendo in sostanza che il cancelliere desse schiarimenti in segreto, dovendo egli risponderne al parlamento.

La monarchia di luglio mostrò, come in questa, in tutte le complicazioni estere lo stesso carattere d'indecisione e di falsità. Nello stesso tempo che i ministri dichiaravano solennemente alla camera: «noi abominiamo l'assolutismo e deploriamo i popoli tanto deboli da tollerarlo», Luigi Filippo con lettere poco conferenti a un re dei francesi aveva subito dopo la settimana di luglio impetrato il riconoscimento, per non dire il perdono, delle potenze orientali. La prima ansia era sparita, l'innocua timidità del nuovo regime non tardò a palesarsi, e i conservatori intelligenti finirono con l'accordarsi sulla verità espressa da Wellington, che il nostro sistema di stati non può fare a meno di nessuno dei grandi stati che lo costituiscono, e che in Europa non può compiersi nulla di duraturo sulla via della pace senza la cooperazione della Francia. L'affiatamento delle grandi potenze tedesche diveniva evidentemente più stretto; e principiò tra Luigi Filippo e il cancelliere quel vivo e accurato carteggio, che la diplomazia conobbe comele commérage politiquedei due vecchi. Il re assicurava incessantemente della propria gratitudine indelebile le corti tedesche, protestava il suo odio a quelle idee americane che avvelenavano il continente, lamentava: «le nostre istituzioni dànno buona garanzia contro, non a favore del potere governativo». Pregava che si distinguesse nettamente tra lui e la rivoluzione, e sollecitava premurosamente l'assistenza dei tre gabinetti orientali: «in tal caso potrei fare di più per l'ordine». Per ringraziamento, il principe di Metternich oberava il docile allievo con una lunga sequela di quelle disputazioni politiche infinitamente istruttive che gli erano care, lo esortava a perseverare sulla via della sana politica ad onta della debole maggioranza parlamentare, e via dicendo. Il ministro Ancillon, che ebbe visione di queste lettere per mezzo dell'ambasciata di Vienna, ne andava in gongolo: «il cuore del re non potrà resistere a un predicatore politico di tal forza». E Gentz, la cui pigrizia si adattava volentieri a fare di necessità virtù, adesso ripigliava fiato e opinava, che legittimità e sovranità popolare non sono assoluti opposti, e che anzi possono intendersela tra loro come cattolicismo e protestantismo: «giacché ormai la sovranità popolare è interpretata in modo, che travalica impercettibilmente in una nuova legittimità».

Per contro, lo czar era inesorabile. Fin dall'estate del 1830 aveva proibito ai russi l'aria appestata della Francia, e non passò anno che egli all'odiato re borghese non desse una prova di quella rudezza destituita di qualunque riguardo, che in quei tempi in cui la potenza russa era al colmo, era ammirata dai nostri piccoli re come una geniale forza di carattere. Non ci fu via di dissuaderlo, che quel ladro di corone sarebbe stato a capo della rivoluzione europea: a sentirlo, cotesti borghesi non si sarebbero intrusi mai più nella parentela delle corti legittime. «Lo czar», si lagnò Luigi Filippo con l'ambasciatore d'Austria, «vuol condannare la mia famiglia alla castrazione». In effetto, era uno spettacolo assai umiliante per l'orgogliosa Francia vedere il principe ereditario piatire vanamente la mano di qualche principessa delle maggiori case regnanti. Perfino la corte dello Schwerin non stimò conveniente il parentado con la casa del re borghese, e soltanto la benevolenza personale del re di Prussia procurò alla fine al duca d'Orléans la principessa Elena:une princesse anodine, motteggiò Metternich tra i suoi intimi.

D'altra parte, chi mai avrebbe serbato stima di un gabinetto, di cui ogni giorno che passava adduceva nuove prove di menzogna? Il governo, anche nel novembre del 1833, respinse con altezzose espressioni l'invito delle potenze orientali alla stretta osservanza delle misure sui fuorusciti; mentre, proprio nello stesso tempo, la polizia segreta parigina teneva regolarmente informate le corti legittime sulle mene dei rivoluzionari. Si dava appoggio ai malcontenti tedeschi sparpagliati in Alsazia dalla caccia alla demagogia, e si permetteva segretamente ai pedoni loro emissari di mantenere i rapporti di là delle frontiere; né si vedeva malvolentieri che la democrazia tedesca si affratellasse con la francese e inventasse una carmagnola alemanna sul glorioso modello gallico. In tutte le corti tedesche si aveva cognizione della circolare segreta ministeriale del settembre 1833, nella quale si ordinava agli agenti francesi di produrre una lista dei francofili e dei capi dell'opposizione, particolarmente dei paesi della riva sinistra del Reno. E lo stesso gabinetto, che esercitava in quel modo la propaganda rivoluzionaria, qualche anno dopo minacciò di guerra la Svizzera, perché questa si rifiutava di espellere il cittadino svizzero Luigi Bonaparte. In tutti i piccoli stati costituzionali gli ambasciatori francesi si atteggiavano come se toccasse a loro il carico di governare lo stato, e diventarono dovunque intollerabili con la loro amicizia inframmettente e saccente; beninteso, però, che cotesti magnanimi protettori della libertà tedesca mostravano per ogni parola pungente della nostra stampa una suscettibilità nervosa, quale nemmeno il principe di Metternich in persona. Si trattava la dieta con aperto dileggio. Siccome la Francia teneva a mandare in lungo l'affare del Lussemburgo, fu espressa la speranza, «che la dieta sia per iniziare le misure, che intende di adottare, con la lentezza e la prudente moderazione che distinguono i suoi atti, e usi e anche reiteri i differimenti possibili! Tale longanimità risponde al carattere della dieta»¹. La Francia e l'Inghilterra risposero con una protesta sgarbata alle famose decisioni dietali del 1832, e diedero così alla dieta, che rigettò recisamente l'inframmettenza straniera, la gradita occasione di cattivarsi una volta tanto il plauso dei patrioti. La corte francese, non rinsavita ancora, tentò, dopo il colpo di stato dello Hannover, d'indurre il governo inglese a movere a Francoforte una protesta collettiva; e dopo il rifiuto dell'Inghilterra, negò recisamente agli ambasciatori tedeschi cotesta sua intenzione.

¹ Dispaccio circolare del ministero degli esteri francese agli ambasciatori francesi in Germania del 30 dicembre 1830.

Siamo giusti. Vi sono tempi sterili e senza energia, che non consentono ampiezza alla politica estera. In Italia e in Oriente le cose non erano mature per le grandi risoluzioni e comandavano una politica di attesa e di sospensiva. Ma, mentre altrove si osò anche in questo tempo meschino una creazione sana, piena di avvenire, di politica nazionale, invece la monarchia di luglio non rivelò che paura e miserabile invidia. La nostra giovine unione commerciale non ebbe, fuori dell'Austria, un nemico più velenoso di questi borghesi. Le corti di Parigi e di Vienna discussero nel 1833 il disegno di staccare la Baviera e il Würtemberg dall'Unione doganale prussiana, accordando una riduzione di tariffe alle frontiere tedesche meridionali; ma l'idea abortì per l'incapacità dei due gabinetti in materia economica. Frattanto l'ambasciatore a Berlino Bresson, l'ambasciatore a Francoforte D'Alleye e soprattutto l'abilissimo Engelhardt, console a Mainz, visitavano le piccole corti, scongiuravano il commercio locale di non cedere alle lusinghe dell'ambizione soperchiatrice prussiana; ma il fanatismo settario dei liberali del nostro mezzogiorno non porse altro che troppo benevolo ascolto a siffatte esortazioni. La questione dell'unità nazionale trionfò alla fine di tutte le aberrazioni dello spirito partigiano, e gl'intrighi stranieri ebbero una fine vergognosa.

La monarchia di luglio annunziò il proprio avvento alle grandi potenze con un ribocco di espressioni pateticamente liberali: il diritto di disporre di sé, del quale la Francia si era fatta ragione, appartiene anche a tutte le altre nazioni. Cotesto principio del non intervento, che rispondeva evidentemente a un concetto fondamentale giusto, ma che nella sua sterilità dottrinale calzava tanto poco alla complicatissima rete dei nostri stati confederati quanto le teorie dell'intervento della Santa Alleanza, gittò al suo apparire un terrore enorme nelle corti conservatrici. Il principe di Metternich lamentò «questo nuovo e inaudito diritto dei popoli, questo sovvertimento di tutte le regole che hanno governato finora la politica degli stati europei». La corte di Vienna, però, ebbe presto motivo di tranquillarsi; perché, quando l'Austria soffocò la rivoluzione nell'Italia centrale facendo marciare due volte le proprie truppe negli stati pontifici, e affermò imperturbabilmente la propria sovranità sulla Penisola non ostante il disordine delle sue forze militari palese a tutti gl'intenditori, il re borghese spedì ad Ancona un debole corpo francese e fece dichiarare segretamente all'ambasciatore austriaco, che questa occupazione era seguita per pura ragion di forma, per puro riguardo all'orgoglio nazionale francese! Per altro, un equo giudizio riconosce, che le dichiarazioni sleali del governo alle camere erano spesso imposte dalla necessità: le interpellanze incessanti sugli affari in corso della politica estera, costituivano un abuso innaturale, penoso anche pel più abile ministro. Il corpo di spedizione ad Ancona fu richiamato ingloriosamente come era stato mandato; e di questa mortificazione non riuscì a consolare il paese l'espressione patetica: «il sangue dei francesi appartiene solo alla Francia». La Francia arrischiò soltanto alcune deboli esortazioni per mitigare l'intollerabile sgoverno di Roma, e sopportò longanimemente, che Carlo Alberto di Sardegna, il quale a quei tempi era tuttora un rigido legittimista, proibisse nel suo stato la legion d'onore e dimostrasse il più rude disprezzo alla monarchia borghese. In questo modo, stando all'atto pratico di questo sistema, il non intervento significava per la Francia il diritto d'intervenire consecutivamente, non appena un'altra grande potenza si fosse immischiata negli affari di un terzo stato. Vale a dire, era un legare le mani solo a sé stessi, come ebbe subito a riconoscere con soddisfazione il principe di Metternich; era un rinunciare alla iniziativa propria, senza punto impedire l'ingerenza alle altre nazioni.

In Ispagna la monarchia di luglio riportò successi parimente infelici. All'antica parentela delle corti borboniche si sarebbe potuto sostituire un legame più nobile, l'affinità delle istituzioni nei due stati del pari illegittimi e costituzionali: «per la Francia i migliori alleati sono i popoli liberi», dichiarò il gabinetto di Parigi. E la lega dell'occidente liberale parve davvero un fatto compiuto, quando la Francia e l'Inghilterra ebbero conchiusa la quadruplice alleanza con le due regine degli stati iberici. Laddove però l'Inghilterra consolidò nel Portogallo, suo antico baluardo avanzato, la propria supremazia, il re borghese invece non riuscì ad acquistare un'influenza duratura sul gabinetto di Madrid. Aveva fondate ragioni di temere la suscettibilità dell'orgoglio nazionale degli spagnuoli; onde si restrinse a disarmare sul suolo francese le bande carliste e a rinforzare i cristini con munizioni e con una legione straniera: quanto bastava per cadere in sospetto dell'Austria, e quanto non bastava per farsi indispensabile agli spagnuoli! Gl'intrighi che corsero un intero decennio per le sale dell'Escuriale tra l'ambasciatore francese e l'inglese, provarono a sufficienza su quali deboli basi si reggesse la celebrataentente cordialedelle potenze occidentali. L'odio contro la perfida Albione ricorse nel popolo francese con la stessa passione che al tempo del primo impero, e l'amicizia dei gabinetti ebbe presto a soffrire una grave scossa dall'opposizione dei rispettivi interessi in Oriente.

Luigi XIV, fin da allora, aveva compreso l'importanza dell'Egitto rispetto al dominio del Mediterraneo e al commercio con l'India, e aveva porto ascolto alle geniali fantasie egiziane del nostro Leibnitz. La spedizione compiuta dal genio di Bonaparte aveva, in seguito, fatto più caro il paese a ogni cuore di Francia. Il disegno napoleonico di sottrarre all'Inghilterra, mercé il taglio dell'istmo di Suez, il comando delle comunicazioni con l'India, divenne il tema preferito della stampa francese, specialmente da quando l'Inghilterra, facendosi delle rocce di Aden una Gibilterra orientale, si era apprestata una nuova stazione di tappa sulla propria linea oceanica. Proprio allora, sotto l'energica signoria di Mohammed Alì, si era iniziato quel tale sistema di far felici i popoli dall'alto, di stile napoleonico: tutta la Francia andava in visibilio pel despota illuminato, nel quale la tradizionale predilezione dell'Oriente pei costumi francesi si era incarnata con un vigore più forte del consueto. Il governo di luglio non voleva combattere la Porta, ma nemmeno riuscì a far argine all'aberrazione della fantasia nazionale; né gli bastò l'animo all'idea ardita di condurre Mohammed Alì a Stambul, e di rinvigorire e rinnovare l'impero vacillante degli Osmani con un maestro di palazzo illuminato ed abile. Si smarrì quindi per una via ripida, in cui la Russia in agguato si proponeva di attirarlo da tempo: esso indebolì la Porta e s'inimicò con l'Inghilterra, dal momento che sosteneva i vassalli sediziosi contro il loro sultano, e con mezzi, per giunta, sleali, degni di siffatti uomini di stato; e infine rimase di botto isolato di fronte all'unanime coalizione delle quattro potenze.

Nei momenti critici della monarchia di luglio emerse adunque nel modo più vivo, che il governo parlamentare non aveva potuto, durante il corso di una generazione, coltivare saldamente su questo suolo la sana moderazione dei popoli liberi. Tutto il paese rintronava di nuovo di selvagge grida di guerra, il ministro Thiers lanciava rumorosamente le frasi grosse del club dei giacobini, perfino il re nei momenti d'ira minacciava di mettersi in capo il berretto rosso, e la diplomazia tedesca esclamava corrucciata: «il 1830 è di nuovo al governo!». Questo popolo prese sul serio l'inanità delle sue fantasticherie egiziane, tanto che gli parvero una ragione legittima sufficiente ad autorizzare una scorreria sul Reno. Alla fine l'amore del quieto vivere del regime borghese riebbe il sopravvento: Guizot mostrò il coraggio morale, raro in lui, di fronteggiare la passione traviata della nazione. Ma la remissività verso l'estero, per quanto in sé ragionevole, pure, dopo le burbanzose minacce degli ultimi mesi, prese l'aspetto di una disfatta vergognosa. L'influenza della Francia in Oriente ne fu annullata per tutto un decennio. L'Inghilterra spadronava in Oriente, osteggiata dagl'intrighi russi; e nell'Asia interna erano parimente sole Inghilterra e Russia a condurre la lotta storica del mondo pel dominio del Levante. Le furie del partito bellicoso di Francia ottennero in Germania gli effetti, che non avevano conseguito le ragioni sennate dei nostri più prudenti patrioti: i nostri liberali principiarono a stornarsi dagl'idoli gallici, e lo spirito del 1813 risorse anche fuori del regno di Prussia. La superba Inghilterra seppe così poco dissimulare il disprezzo per la vicina umiliata, che l'anno appresso lord Palmerston marchiò con parole inauditamente prive di ogni riguardo un affare d'interesse strettamente francese, la politica coloniale ad Algeri; d'altronde erano troppe le prove dell'ardente ambizione della Francia, perché il senso della fiducia potesse comunque ritornare nellaentente cordialedelle potenze occidentali, rappattumate per forza di necessità.

Il perturbamento della pace interna divenne inevitabile. Si era troppo fondato sulla speranza, che l'Inghilterra non avrebbe mai rotto, non avrebbe mai abbandonato l'alleanza con lo stato costituzionale. Avvenuta la disfatta diplomatica, perciò stesso il nuovo «ministero degli esteri», allora istituito, era privo di ogni autorità morale. «L'Inghilterra ci comanda, la congiura delle potenze ci preclude l'Oriente, la politica del gabinetto ci butta in viso la vergogna», erano le frasi d'effetto che empivano le colonne della stampa, anche di quella moderata. Ogni avvenimento all'estero suscitava nella nazione una irritabilità morbosa. Perfino Pomara, la paradisiaca regina del mare australe, diventò per l'opposizione una sacra reliquia nazionale. La pura pratica amministrativa, a chi spettasse il diritto di visita sui negrieri, sollevò tale tempesta, che nel 1842 gli elettori concorsero alle urne al gridopas de droit de visite!e bisognò ritirare il trattato già conchiuso, che accordava quel diritto agl'incrociatori inglesi.

Effettivamente questa sfiducia non era del tutto infondata. Il gabinetto cadeva sempre più giù nei maneggi reazionari, e sempre più calorosamente Guizot protestava al cancelliere il carattere rigidamente conservatore della sua politica, mentre nello stesso tempo i giornali ministeriali annunziavano ai parigini, che l'avvenire del liberalismo poggiava sull'alleanza delle potenze occidentali. Ogni volta che in questi quarant'anni sorgeva in vista qualche nuova costituzione di stato a libertà, la Francia, piccina e invida, pigliava le parti dell'antico sgoverno. Principiava in Italia quel gran movimento, che doveva condurla infallibilmente alla lotta contro il dominio forestiero. Ma Guizot incoraggia, sì, il papa alle riforme liberali, e manda fucili alla guardia nazionale romana; contemporaneamente, però, raccoglie nel Mezzogiorno della Francia, a tutela del papato temporale quell'esercito, che poi effettivamente sotto la repubblica va a combattere sul Gianicolo. Egli scongiura il partito riformatore di serbare al movimento un carattere romano, toscano, piemontese, perché una quistione italiana sarebbe la rivoluzione! Avesse almeno accettato le idee federalistiche del suo ambasciatore Rossi, l'inconsistenza delle quali a quel tempo non era ancora provata! Mai più: l'austero conservatore consentiva invece nell'opinione di Mazzini, che all'Italia rimanesse soltanto la scelta tra l'Austria e l'anarchia. I suoi fogli ufficiosi usavano il linguaggio più ignobile verso Carlo Alberto di Sardegna, insospettivano le corti sulle ambizioni del Piemonte, esaltavano Ferdinando di Napoli come il re nazionale della Penisola. L'ambasciatore a Torino dichiarò, che lo scritto moderatissimo di Cesare Balbo leSperanze d'Italia, era un'offesa alla Francia; e il ministro in persona fu sferzato dall'annichilante ironia di Cavour, perché la mattina esprimeva al principe Brignole il compiacimento del re borghese per le riforme albertine, e la sera si lagnava col conte Appony della politica di avventure dei piemontesi! Nel 1848 Guizot dichiarò, che a Napoli la costituzione era possibile al più presto fra dieci anni, e proprio allora i Borboni impauriti l'avevano già proclamata. Tale essendo la grettezza mentale delle Tuileries, la corte di Torino fu costretta a imprendere il programma idealisticol'Italia farà da sé, e a dichiarare da sola, con forze impari, la guerra all'Austria. La forza vivificatrice di siffatta politica era anche in questo caso l'invidia, l'antica disgraziata predilezione francese per le piccole nazionalità dei bückeburghesi e dei parmensi, la perfetta incapacità di comprendere i segni di un grande tempo.

Il che si chiarì anche meglio, quando la Svizzera si dispose a porre un termine all'anarchia della confederazione, ai perturbamenti degli ultramontani. Guizot sapeva, che l'Austria cercava di stornare l'attenzione del gabinetto di Parigi dall'Italia sulla Svizzera, e conosceva la parzialità delle relazioni del suo ambasciatore ultramontano. Nulladimeno, vide nei gesuiti di Lucerna i difensori dell'ordine. Aveva orrore della barbarie inevitabilmente congiunta alle spedizioni di volontari dei radicali svizzeri, più orrore dellagrande république unitaireche sarebbe risultata da questo movimento; quasi che quella grande Francia avesse qualcosa a temere dalla Svizzera! Prese senza riserva il partito delSonderbund, esigendo dai confederati, che portassero le controversie religiose davanti al papa e le politiche davanti alle grandi potenze. Si mise in condizione di sentirsi dire da lord Palmerston, che cotesto era un voler polonizzare la Svizzera; e alla fine si fece giocare nel modo più ridicolo dal rivale, che differì la propria adesione all'intervento delle grandi potenze, fino a quando ilSonderbund, non si fu disperso ai quattro venti. E il cieco uomo tenne duro in tutte queste vecchie sciocchezze, con vergognosa incapacità d'imparar nulla, fino al 1867, dopo che la rivoluzione svizzera aveva già dato frutti tanto benefici, e dopo che l'esperienza di due decenni aveva dimostrato, che un partito unitario in Isvizzera non esisteva!

La monarchia di luglio aveva fatto cadere pietosamente il principio del non intervento annunziato con tanta pompa, e altrettanto sbagliava Guizot nel pensarsi di rappresentare in Oriente il difensore della politica conservatrice. Quando il conflitto delle Chiese a Colonia svelò il profondo dissidio d'interessi tra l'Austria e la Prussia, la sollecitudine più grave di Metternich era che la Prussia non avesse a collegarsi col liberalismo e con la corte di Parigi; onde egli si affrettò a preoccupare le Tuileries del protestantismo combattente del gabinetto di Berlino. Anche in questi ultimi anni reazionari di Luigi Filippo, il cancelliere tornò all'opinione espressa altra volta all'ambasciatore von Canitz: «quel governo non può essere affatto forte, quando gli tocca di combattere la rivoluzione: esso non può collocarsi sulla stessa linea dove ci troviamo noi; ciò sarebbe contro natura». Che il re borghese, con tutta la sua officiosità, non avesse menomamente rinunziato ai segreti disegni dell'ambizione francese, era trapelato anche durante le turbolenze svizzere da piccole furberie di ogni specie, come, per esempio, dall'ingenua proposta di Guizot di trasferire a Ginevra la sede delle cinque ambasciate, e con queste il centro della politica federale. «La Francia è amata e temuta dovunque», proclamavano vittoriosamente i difensori di Guizot. Questapolitique calme et préponderante de la Francesi rivelò nel desiderio ripetuto continuamente, e invano, di convocare a Parigi un congresso, in cui il re borghese sarebbe dovuto apparire l'arbitro dell'Europa!

La Spagna ridiventò la terra del destino per una dinastia francese. Per via di una parentela priva di qualsiasi valore politico, la buona reputazione del gabinetto fu irreparabilmente danneggiata da brutte menzogne; talché in un momento d'ira lord Palmerston ebbe ad esclamare, che dal tempo dell'impero l'ambizione francese non si era mai mostrata così arrogante. Le vanterie della stampa ministeriale confermavano, purtroppo, la penosa verità di fatto, che questo regime rivoluzionario era ricaduto nelle idee della vecchia politica borbonica di famiglia. Quando il re Federico Guglielmo IV sul principio del 1848 salutò il re borghese come la spada e il braccio della legittimità, e il conte Nesselrode durante la rivoluzione di febbraio scrisse a Parigi che la Francia era divenuta più forte in pace che in guerra, perché riparata da un argine di stati costituzionali viventi del suo spirito, ciò significava che l'acuto contrasto di questi elogi interessati ribadiva ancora una volta la verità, che la politica di un «Napoleone della pace» sarebbe stata altrettanto contraddittoria quanto il suo stesso nome. L'annessione di Cracovia tornò ad offrire nuovamente l'inestimabile opportunità di riannodare l'alleanza infranta delle potenze occidentali; ma questo favore della sorte cadde pure senza profitto.

Anche l'unico acquisto territoriale, che toccò al re pacifico, si palesò per un guadagno ambiguo. La nazione vide con soddisfazione, che per la prima volta da un millennio a questa parte capitava all'occidente di strappare un pezzo di terra africana alla civiltà orientale; anzi le teste infiammabili ravvisarono in questo fatto un passo avanti pel dominio del Mediterraneo. L'esito, in verità, fu meschino. Su quel suolo, dove era solamente possibile promovere il più libero sviluppo delle energie economiche, l'amministrazione militare e di polizia divenne anche più perniciosa che nella madrepatria. La vecchia Francia aveva mostrato attitudini colonizzatrici soltanto sul suolo del Canadà, la moderna non ancora in nessun luogo. Senza dubbio, la dura scuola di queste lotte africane plasmò la più parte dei rinomati generali della repubblica e del secondo impero, ma suscitò anche quello spirito sanguinario di lanzichenecchi, che ebbe in Bugeaud il maestro e in Pelissier il più crudo rappresentante. La strage della via Transnonain provò, che la ferocia dei soldati poteva volgersi anche contro i cittadini; e fin dal tempo dell'attentato di Strasburgo, Tocqueville manifestò l'apprensione, se in un tale esercito non si annidasse il più gran pericolo per la Francia. Il regime di luglio accrebbe l'esercito di altri centomila uomini, istituì le armi speciali dei cacciatori e degli zuavi. Eccellenti ingegneri, come il maresciallo Niel, si dedicarono alle nuove e numerose fortificazioni. Ogni iniziato sapeva, che più di tutto stava a cuore al re il rinvigorimento e perfezionamento dell'esercito, e che solo per questo erano state intraprese le vendite in massa dei boschi. Ciò non ostante, solo nella marina si riuscì ad infondere il sentimento dinastico, e ciò fu dovuto all'influenza personale del cavalieresco duca di Joinville. La maggioranza dell'esercito e del popolo guardava con freddezza o impazienza l'esistenza non militare di questo governo; e come nella crisi del 1840, la brama insaziata di gloria guerresca sempre spuntava di nuovo in mille piccole occasioni. Quando un ufficiale, il cui occhiello vagheggiava il nastrino rosso, ebbe inventata la favola della grande vittoria di Masagran, il colpevole, dopo che l'inganno fu scoperto, certamente fu rimosso in segreto e punito, ma nessun grande giornale ebbe il coraggio di riconoscere l'impostura. Lagloire de Masagranrimase acquisita al capitale di gloria della nazione, le vie di Masagran a Parigi e a Nancy esistono tuttora, e pochi anni or sono Napoleone III ricordava ancora all'armata d'Africa gli eroi di Isly e di Masagran!

Le persone dei capi di governo, come il sistema di governo per sé stesso, non poterono entrare nel cuore di questo popolo soldato. Per quanto gli adulatori del re celebrassero l'eroe di Jemappes, questaâme toute française, che non aveva mai portato la spada contro la Francia, stava però il fatto, che il duca di Chartres non aveva trascorso i giorni più gloriosi del suo paese in comunione col suo popolo. Accadeva, come se l'istinto delle moltitudini subodorasse qualcosa della realtà da tempo dimenticata, che cotesto discepolo di Dumouriez più di una volta durante l'impero si era offerto di condurre un'impresa contro la patria. Anche sugli Orléans cadeva un poco dell'esecrazione ai Borboni, e pel popolo Luigi Filippo rimase uno straniero. Esaurite le variazioni del motteggio sull'ombrello reale, la stampa si mise a rosolare la persona del re e la sua testa a pera con una ironia amara, con una impertinenza che nessuno aveva mai arrisicato nemmeno contro Carlo X. La diffidenza dell'opinione pubblica seguiva ogni suo passo, faceva di lui l'uomo meno libero del suo popolo: egli non si risolse mai a sostenere neppure una volta un'impresa teatrale, per tema che la nazione non avesse a fiutarvi la speculazione e la cupidigia. Ma bisogna, del resto, biasimare la ferocia di una febbrile lotta di partito: che non era affatto un vero francese cotesto re, l'astuto mercante, che non era mai stato giovine, che aveva strisciato sulla via del trono attraverso piccoli intrighi codardi, che anche da re esercitava l'antico mestiere di droghiere indecoroso anche per un principe, che non ostante tutta la sua esperienza del mondo non aveva mai conosciuto la potenza vivificatrice delle idee, che con tutta la sua clemenza non aveva mai compreso il più bel dovere della regalità, la protezione degli oppressi, e che non ostante la sua «rispettabilità» borghese era pronto alla birbonata, come quando aveva rotto la fede al prigioniero Abdel Kader. Anche le virtù della sua vita domestica borghesemente semplice rimasero incomprese a questo popolo cavalleresco.

Davanti alla nazione il suo Guizot era quasi più straniero ancora. Ai francesi riusciva simpatica e tollerabile la fatua vanità, ma non mai e in nessun modo l'arida noia di quella sofisticheria implacabilmente pedante. Anche noi lettori tedeschi dimentichiamo la considerazione dovuta al magnifico valore scientifico e a qualche incontestabile merito politico dell'uomo, quando sotto le sonore massime morali delle sue memorie scopriamo la malafede, l'ipocrisia del silenzio; quando in ogni pagina di questi otto volumi leggiamo nelle o tra le righe sempre la stessa ed unica conclusione: «io avevo sempre ragione». Prima aveva visto cadere sotto la ghigliottina il capo del padre, poi lamentato le carneficine dell'impero; e dalle esperienze della giovinezza aveva cavato la persuasione di essere destinato a condurre la lotta della virtù contro tutte le selvagge passioni. Ora gli amici rievocano per lui le parole che un tempo padre Giuseppe rivolse a Richelieu:l'oeuvre de V. Exc. est de rétablir le fort Estat de cette monarchie et de couper court aux mauvaises entreprises qui troublent l'esprit des hommes. Chi può ascoltare con pazienza questo sapientissimo dei sapienti, quando spiega la politica dei dottrinari come «un misto di elevatezza filosofica e di moderazione politica, la considerazione razionale dei diritti e dei vari dati di fatto, una dottrina rinnovatrice insieme e conservatrice, antirivoluzionaria senza essere reazionaria, modesta in fondo, sebbene sovente superba nelle parole»? O quando il ministro vanta alla camera questo modello di politica comeune politique un peu grande seulement, e dichiara all'opposizione, che i suoi rimproveri non raggiungerebbero mai l'altezza del suo dispregio, ed esprime al re lo stupore per la somiglianza della politica di Washington con la sua propria? Dopo i giorni di febbraio, quando s'incontrò a Londra con Metternich profugo, e questi secondo il suo solito osservò: «l'errore non ha rasentato mai la mia mente», Guizot rispose: «io sono stato più fortunato, perché ho notato spesso nella mia vita, che mi ero ingannato». Noi però indoviniamo facilmente chi dei due era il più prosuntuoso; e nel corso complessivo della storia francese riscontriamo solo un'altra volta una compiacenza di sé, una sufficienza così smisurata e pedante: in quel Necker, che, come Guizot, fu l'autore principale di una terribile rivoluzione, e, come costui, non si batté mai contrito il petto per domandarsi, se il giudizio divino della storia non pesasse anche le colpe sue. C'è a stupire, se la nazione sempre amabile in tutte le sue stravaganze accolse soltanto di contraggenio le esose teorie della pace e dell'ordine dalla bocca che mai sorrise di questo arido maestro di scuola, di questo ambizioso e imperioso speculatore di virtù?

Come doveva riuscire incomoda l'ombra dell'imperatore a questo governo non legittimo, né glorioso, né libero! Il re d'altronde, almeno lui, non partecipava menomamente la prosuntuosa confidenza di Guizot, il quale nel bonapartismo vedeva soltanto una grande memoria, «che non aveva più nulla da offrire alla Francia soddisfatta». Sopra abbiamo descritto in che modo la istituzione di questo regime di ripiego fosse stata accelerata dalla paura delle mene imperiali e repubblicane. Col fatto, durante la settimana di luglio un pugno di partigiani e di veterani aveva arrisicato per due volte il tentativo di proclamare l'impero. Subito dopo, nel settembre, Giuseppe Bonaparte elevò pubblica protesta contro la nuova dinastia: ricordò alla camera di luglio che Napoleone II era stato formalmente elevato al trono, e fece appello contro la decisione del parlamento al suffragio universale come al giudice supremo delle rivoluzioni. Da allora le dimostrazioni bonapartiste, invece della rivoluzione, si susseguirono da per tutto; e la stampa di opposizione si abbandonò al gusto fazioso di dipingere il sovrano pacifico come un vincitore di battaglie. Le uniformi imperiali fecero la loro apparizione in via Varsavia e il genetliaco di Napoleone fu celebrato solennemente. Una petizione domandò al parlamento che l'imperatore fosse ricollocato sopra la colonna Vendôme; e subito Giuseppe Bonaparte prese da ciò animo ad annunziare sui giornali inglesi, che l'imperatore aveva sempre voluto la libertà, salvo che ne aveva differito il completo adempimento al tempo della pace.

Per quanto siffatte manifestazioni rimanessero deboli ed isolate, pure il re borghese non si liberò mai della paura del grande morto. Egli stava di fronte ai napoleonidi come prima l'imperatore di fronte ai Borboni. La sua condotta sospettosa nella rivoluzione di Romagna non gli era stata imposta puramente dal suo amore dell'inerte quieto vivere, ma anche dalla paura dei giovani principi Bonaparte, che associavano alla sedizione «il loro nome conquistatore». Quando Ortensia col figlio salvo passò per Parigi, il re permise non altro che una visita alla principessa, la quale in altri tempi sotto l'impero aveva benevolmente interceduto per lui; ma il colloquio fu tenuto segreto alla stessa diplomazia francese; e non appena si udirono presso la colonna Vendôme alcune grida sospette, subito i pericolosi ospiti doverono abbandonare il paese. Una nuova legge di espulsione inibì ai Bonaparte insieme e ai Borboni il suolo della Francia, non però sotto pena capitale. Il re volle sottoporre a una medesima legge le due dinastie detronizzate con l'intenzione, che il popolo considerasse l'una e l'altra come forze della reazione dirette contro la libera corona borghese. Non appena sorse nel Belgio il disegno di chiamare al nuovo trono un Leuchtenberg, il re fu spinto dal timore a un passo ardito: fece propalare a Brusselle la voce, che egli avrebbe visto volentieri l'esaltazione del figlio, il duca di Nemours. Scansata con questa mossa la candidatura del napoleonide, la politica borghese ricadde nella sua consueta sterilità, e rinunziò magnanimamente all'elevazione del proprio principe. Abbiamo già ricordato, che l'apprensione ispirata dall'esule Luigi Bonaparte, protettore dei profughi polacchi, aveva provocato una minaccia di guerra alla Svizzera. È meno noto, che anche la politica interna del re moveva da timori somiglianti. Il conte Molé con sorprendente diligenza aveva fatto fin dal settembre 1830 dichiarare a Vienna, che il suo re avrebbe mantenuto l'espulsione dei napoleonidi; e il nuovo ambasciatore conte Belliard, appena arrivato sul Danubio, manifestò l'intenzione di un abboccamento con Maria Luisa e il duca di Reichstadt: «desiderio abbastanza indiscreto, che naturalmente gli fu rifiutato». Da allora il principe di Metternich capì i punti deboli del governo di luglio. Troppo aveva egli tremato davanti al giovine Napoleone; e adesso volle «farsene un'arma per ridurre in Francia taluni partiti alla ragione¹». S'intende da sé, che il tremebondo statista non si propose mai, sul serio, di condurre a Parigi con le baionette austriache il giovine despota. Ma la minaccia ebbe effetto; e il ministero Périer curò con santo zelo il ristabilimento dell'«ordine».

¹ Metternich manifestò tale intenzione all'ambasciatore prussiano barone von Maltzahn (la cui relazione è datata del 5 settembre 1830). Che la minaccia fosse effettivamente espressa, è rapportato dall'ambasciatore piemontese conte Pralormo (di cui vedi la relazione del 13 marzo 1831 presso BIANCHI,Storia documentata della diplomazia europea in Italia, III, 345).

Il re sentiva quanto poco il suo posato regime fosse atto a offrire al popolo quell'entusiasmo, di cui abbisogna qualunque governo. In tale imbarazzo, andò a dar di capo in un rimedio singolare che, triviale come è, non si descrive se non con frasi ironiche: egli spiegò una premura particolare pei ricordi napoleonici, e tentò di guarire con la cura omeopatica l'ambizione guerresca della nazione. Ma come prima i Borboni con la loro febbre di persecuzione erano riusciti soltanto a rinfocolare la leggenda napoleonica, così ora la conclusione fu, che era impossibile cacciare il diavolo con Belzebù. La colonna Vendôme fu di nuovo adorna della statua dell'imperatore, e a Boulogne fu terminato il monumento alla grande armata. L'arco di trionfo sulla piazza del Carosello ebbe i bassorilievi commemoranti la campagna più gloriosa dell'imperatore. Fu compiuto ai Campi Elisi l'arco dell'Étoile, e coperto con quelle sculture che presentano al riguardante un mondo guerriero. Più tardi il bonapartismo chiamòles actes réparateurscotesto giocare col fuoco. Anche quando il re cercava di mostrarsi equanime con tutti i partiti, il suo mecenatismo però stimolava unicamente l'orgoglio guerresco del popolo.À toutes les gloires de la France!dice l'iscrizione su quella pinacoteca storica a Versailles, che il regale storiofilo raccolse con bello zelo. Ma chi percorre queste sale interminabili, e col capo in tumulto ripensa ai turbini di polvere e di fumo, al lampeggiare delle spade, ai battaglioni lanciati alla carica, alle mischie, ai corpi laceri, alle unghie scalpitanti dei cavalli, che da mille cornici ci abbarbagliano gli occhi, finisce col domandare a sé stesso, se in Francia non esista che solo un'unica gloria: la gloria del guerriero. La beniamina dell'arte è la guerra. Le noiose solennità ufficiali delle incoronazioni e delle proclamazioni di statuti scompaiono quasi, appetto all'ardore di vita e di verità di quelle immagini di battaglie di Orazio Vernet, che trascinano lo spettatore come una marsigliese dipinta. Guardate un po' i soldati francesi, quando la domenica discutono e si esaltano davanti ai quadri algerini! Certo, l'istinto borghese del quieto vivere, di cui aveva bisogno la monarchia di luglio, fu tutt'altro che fomentato da codesto museo di battaglie.

Il re, messosi a fare l'ammiratore dell'impero, si vide costretto, in onta all'odio che a quello portavano i Borboni, a favorire gli uomini del tempo imperiale. Chiamò nel suo consiglio Montalivet, il figlio del ministro napoleonico, Molé, il grande dignitario napoleonico che non aveva mai cessato di ammirare l'impero come il trionfo delle idee dell'89, e anche Soult, per la ragione cheil me faut une grande épée!Perfino il cattivo vecchio Savary, il gran birro aulico di Napoleone, fu gratificato di un'alta carica dal re della libertà. E allo stesso maresciallo Clauzel, nel quale si era personificato a pennello lo spirito lanzichenecco senza legge dei tempi napoleonici, toccò di rappresentare la sua parte nei panni di un ministro parlamentare. Gérard e Lobau ebbero il bastone di maresciallo, perché il prigioniero di Sant'Elena aveva pensato a loro; Gourgaud ed Heymes divennero aiutanti del re. Pareva come se l'intero esercito della Belle-Alliance fosse per rivivere. In principio, prima che la debolezza della monarchia di luglio fosse intravveduta, cotesta risurrezione vittoriosa del nome napoleonico accrebbe l'apprensione delle corti orientali. Per chi conosce da vicino la vita familiare degli uomini di Sant'Elena, e sa che le loro mogli pregavano addirittura davanti all'effigie dell'imperatore, e che le loro figlie si vantavano senza ritegno alcuno di essere sue figlie, ebbene, riesce incomprensibile, come mai un Orléans abbia potuto sperare di cattivarsi proprio in quella cerchia seguaci fedeli.

Allibì Guizot stesso, e l'astuto Palmerston non seppe reprimere un sorriso, quando il re fece officiare il gabinetto inglese per la consegna del cadavere dell'imperatore. Il nipote di Filippo Égalité riconduceva le ceneri dell'imperatore alle rive della Senna, dove l'esule aveva bramato di riposare. Centomila persone coprivano in silenzio, serrate le une alle altre dal rigore invernale, l'ampia strada da Neuilly a Parigi, e ancora una volta risorse dalla tomba lo splendore di un giorno unico. Allato alla bara dell'imperatore procedevano gli uomini di Sant'Elena, i Gourgaud, Bertrand, Las Casas; i cappotti chiusi dei veterani ecclissavano gli abiti dorati dei potenti del piccolo oggi, e i cannoni delle batterie napoleoniche, trofei del nemico, salutavano col loro rimbombo l'imperatore che entrava tra i suoi invalidi. La stessa sera Guizot soddisfatto scrisse al conte Mounier: «è stata una pura teatralità!». E già prima il ministro Du Chatel aveva compendiato il terribile accecamento del governo nelle parole: «A questa nuova monarchia, che per la prima ha assembrato e soddisfatto tutta la potenza e tutti i desiderii della Rivoluzione, incombe in verità l'obbligo di erigere il monumento e il sepolcro di un eroe nazionale, e di onorarlo senza tema alcuna. Perché solo una cosa esiste, una unica cosa, la quale non ha nulla a temere dal paragone con la gloria; ed è la libertà». Oh, senza dubbio: solo la libertà non aveva nulla a temere da quell'ombra!

Frattanto il duca di Reichstadt era morto. Dopo le giornate di luglio Giuseppe Bonaparte aveva invano tempestato di lettere l'imperatore Francesco, Maria Luisa, Metternich e in fine anche il giovine Napoleone, per domandar loro il ristabilimento dell'impero. E invano la marchesa Napoleona Camerata fece nello stesso torno di tempo un viaggio a Vienna, a scongiurare il figlio dell'imperatore di erigersi a condottiero della Francia rivoluzionaria «con la mente volta a quella lotta mortale, con cui i sovrani dell'Europa avevano fatto espiare al padre il delitto di essere stato con loro troppo magnanimo». Il gabinetto di Vienna congedò l'esaltata, la quale non ricevé più udienza dal giovine legittimista della casa Bonaparte. Perché fra le tante notizie terrifiche di quei giorni agitati, nessuna lo aveva così profondamente scosso come l'annunzio, che sua madre era dovuta fuggire da Parma, cacciata dalla rivoluzione. Egli apparve in lacrime davanti al nonno; voleva marciare, correre a riconquistare con le truppe austriache l'ultima zolla di terra, che era rimasta di Napoleone al nome napoleonico. L'imperatore lo respinse, il principe finì in affanno e dolore; e il libro del legittimista Montbel descrisse ai francesi la straziante infelicità di quella giovine esistenza. Ma nello stesso tempo in cui Napoleone II voleva combattere per sua madre, i figli di Ortensia alzarono la bandiera del tricolore italiano. Per loro Maria Luisa era puramente la perfida austriaca. Il principe Napoleone invitò il papa a rinunziare al potere temporale; e fu questa l'occasione in cui il destino del suo minor fratello Luigi s'incontrò per la prima volta con quello di Pio IX: il giovine vescovo Mastai Ferretti tenne arditamente testa ai volontari. Il movimento fu domato, il principe Napoleone fu portato via da una improvvisa malattia. L'altro fratello era fuggito; e si affrettava a correre in aiuto della rivoluzione polacca, quando sulla via lo raggiunse la nuova della caduta di Varsavia. In seguito, morti il fratello e il cugino, rimase pei bonapartisti il legittimo erede del trono imperiale. Assunse il nome di Napoleone: «un grave peso», confessa egli medesimo; «ma io saprò portarlo!». La sua ambizione è ricondotta sulla Francia per le vie del radicalismo cosmopolita; perciò egli si guarda bene di assumere il contegno dispotico del cugino. Ormai per lo spazio di sedici anni il bonapartismo agita l'arma demagogica, ed esercita la sua influenza come alleato della rivoluzione.

Il principe Luigi attraverso gli ultimi anni dell'impero aveva acquistato una coscienza alquanto più chiara che non il suo disgraziato cugino: egli sedeva con sua madre dietro l'imperatore quando nei cento giorni fu pomposamente celebrata sul campo di maggio l'ultima grande solennità dell'impero. In seguito, la vita provvisoria del profugo lo indurò alle difficoltà finanziarie, alla strategia dei debiti. Il giovine che da fanciullo aveva visto i genitori divisi dall'infedeltà e dall'incompatibilità, era necessariamente portato a farsi un'opinione cinica degli uomini. Non per questo, però, la vita di questo giovine era del tutto nuda di sentimento; giacché sul fanciullo vegliava la tenerezza di una madre piena d'ingegno, dotata di animo gagliardo sebbene priva di senso morale, agitata da un ardente entusiasmo per l'impero. Come la più parte degli uomini notevoli, egli doveva a sua madre la sostanza migliore della vita. Questo principe, in contrasto reciso con l'impetuosità del duca di Reichstadt, palesò di buon'ora un temperamento flemmatico, quasi che nelle vene gli fluisse sangue olandese; e appunto cotesta indole non francese, la quale non esclude menomamente passioni vigorose e tenaci, lo fece atto a osservare spregiudicatamente la nazione francese, come se gli fosse straniera. Conobbe nella dotta scuola di Augusta l'idealismo della nostra educazione classica, a Roma la maestà del mondo antico; ma alla sua natura fredda era affatto ignota la fantasia rovente, che un tempo incatenò irresistibilmente lo zio agli eroi di Plutarco. Egli apprese a conoscere l'antichità nel modo come apprendeva ogni altra cosa, vale a dire con intelligenza lenta, ma forte e sicura; e negli anni maturi compose da dilettante alcuni scritti di storia antica, in cui il culto dei Cesari costituisce il domma del suo sistema politico. Solo che non gli è mai riuscito di penetrare veracemente nello spirito dell'antichità, e di comprendere a fondo le forze divine operanti nella storia. Fin dal principio egli è stato un uomo unilateralmente moderno, una testa savia ma senza impeti geniali, avendo dedicato la facoltà migliore del suo ingegno alle scienze esatte, all'osservazione del presente.

Ogni rapporto con un giovine così chiuso tornava un po' imbarazzante alle nature semplici, graduali, come per esempio il bravo vescovo Wessenberg. Chi guardava più sotto, come il generale Dufour, ravvisava, dietro il riserbo tranquillo e dolce, una perseveranza ferrea; e non tardava a sperimentare, che il principe era effettivamente quello che lo zio chiamavaun homme carré, e che l'arditezza dei suoi disegni faceva equilibrio con la tenacia della sua volontà. Aveva imparato per tempo ad ascoltare tranquillamente consigli da ogni parte e in fine a seguire il proprio. Quando la madre perplessa tentò di stornarlo dai suoi disegni, il figlio amorosissimo si rivelò come ildoux entêté. La madre lo richiamava invano a non principiare come un avventuriero, ma ad attendere l'appello della volontà popolare, come lo zio, e a ristabilire l'ordine con la forza del suo nome magico. Una credenza fatalistica nella sua stella, potente come un'idea fissa, si era impadronita di quella testa fredda. L'impazienza dell'ambizione lo buttò capofitto nella rivoluzione di Romagna: il giovine soldato vi apparve in atteggiamento abbastanza guascone, su un destriero in gualdrappa bianca, rossa e verde; mentre suo fratello parlava minaccioso della forza invincibile che li seguiva. La conseguenza naturale di questa levata di scudi fu l'espulsione di tutti i Bonaparte da Roma. Seguì il misterioso soggiorno a Parigi, durante il quale il principe iniziò la trama di una congiura, almeno a quanto afferma solennemente il duca d'Aumale; e ne prese conoscenza e animo per avere a vile la debolezza del nuovo regime. La madre si rifiutò di comprare con la rinunzia al suo gran nome la libera dimora del figlio in Francia. Talché, dopo una breve fermata a Boulogne e una visita al monumento di Napoleone sui campi dove un giorno si era adunato l'esercito di Austerlitz, si ritornò allo spatriamento. Ma le fila della propaganda democratica arrivavano anche alla quieta Arenenberg. Il principe si teneva in relazione coi profughi polacchi, tra le cui fila aveva testé combattuto il suo parente Walewski. Egli era «superbo di essere annoverato tra gli sbanditi, perché oggi l'esilio è la sorte di tutte le anime nobili». S'illuse ai sogni filellenici, e plaudì a ogni moto che minacciò di lacerare il trattato del 1815. Di tanto in tanto arrivava da Parigi qualche malcontento, e recava al napoleonide il promettente saluto gridatogli dal vecchio Chateaubriand: «il passato ritorna, per salutare il futuro».

Il principe aveva sempre curato di procurarsi amici fedeli e di legare a sé l'entouragein cieca sommissione: la fortuna ora gli conduceva l'amico più fido e più devoto, Fialin Persigny. Per dare ai lettori un'idea dello stile seguito dal bonapartismo nella fabbricazione delle sue favole, nella sua mitificazione, menzioniamo l'edificante istoria, la quale racconta il come cotesto Saulo si convertì in napoleonico Paulo. Il signor Giuseppe de la Roa nella sua officiosa biografia del duca di Persigny ci ha dato pel primo il racconto meraviglioso, e poi il signor Véron ce lo ha particolareggiato con doverosa commozione. Il giovine scapigliato, che nell'armata di pace del re borghese non poteva stare alle mosse, conobbe in un suo viaggio nella Svevia una dama, e fissò con lei un appuntamento a Ludwigsburg. Il giorno stabilito, mentre ebbro di amore faceva sferzare i cavalli che lo portavano al convegno, tutt'a un tratto il suo cocchiere svevo con gioia improvvisa agitò in aria il cappello e gridò, in francese, s'intende:Vive Napoléon!Rasente, in vettura, era passato un giovine cadetto wurtemberghese, dalla fisonomia napoleonica: uno dei figli di Gerolamo. Il grido colpì come un fulmine il giovine immerso nei suoi sogni. «Come?» si domandò: «questi barbari svevi vanno in visibilio al nome dell'imperatore, e noi francesi…?!». Il convegno e l'ora felice sono dimenticati: egli passa tutta la notte all'aria aperta, tra meditando e sognando. Come spuntò il giorno, la sua decisione era presa: egli doveva essere il Loyola della religione napoleonica. Di follia ne aveva abbastanza. È fuori dubbio però, che d'allora in poi il giovine lavorò al ristabilimento dell'impero con la passione e la pertinacia di un fanatico. Fondò una rassegna bonapartista, di cui potè portare a termine un solo numero, presentò al re Giuseppe una memoria sul rinnovamento del partito bonapartista, che presso di lui trovò tepido consenso; per contro ebbe ardita diffusione da Luigi d'Olanda. Alla fine si affrettò a recarsi ad Arenenberg, dove capitò proprio quando la casa principesca era piena di preparativi nuziali. Il pretendente voleva sposare sua cugina, la vezzosa e poco morale principessa Matilde, e intanto si affaticava nel cómpito ingrato di educare il suo futuro cognato, il principe Napoleone. Ma dopo l'arrivo di Persigny abbandonò il suo disegno di matrimonio: i due compagni di fede s'intesero immediatamente, e si misero insieme a covare la pazza idea del colpo di mano di Strasburgo.

Il nipote aveva volentieri alle labbra l'insegnamento dello zio: «in ogni intrapresa bisogna assegnare un terzo al caso e due terzi al calcolo»; ma non seppe applicarlo. Presentiva forse il principe, che a Parigi meno che altrove avrebbe potuto sperare partigiani e contarvi? O lo accecava l'evento abbagliante, ma purtroppo eccezionale, dei cento giorni? Comunque sia, egli in un paese del tutto accentrato si arrisicò a principiare proprio dalla provincia il cambiamento rivoluzionario del regime. Un tempo, a Tolone, il quarto reggimento di artiglieria aveva cooperato alla gloria incipiente del suo capitano Bonaparte, e durante i cento giorni fu dato a Grenoble il segnale della diffalta dell'esercito dai Borboni. Il principe non dubitava che questi vecchi ricordi vivessero cocenti nell'anima dell'esercito come nella sua; credeva che il suo solo apparire in divisa imperiale avrebbe trascinato i cannonieri a venir meno al giuramento. Il colpo pazzamente temerario finì in modo ridicolo, ma le corti di Parigi e di Vienna ebbero un tremito di angoscioso terrore. Giacché nello stesso tempo fu scoperta tra gli ussari a Vendôme una congiura repubblicana, di cui probabilmente il principe aveva avuto prenozione; e poi, per giunta, i giurati alsaziani pronunziarono tra gli applausi scroscianti del pubblico l'assoluzione dei complici del pretendente. Il fanatismo di eguaglianza di questo popolo stimò lodevole lo spergiuro della giuria, perché il reo principale era stato graziato. Del rimanente, la popolazione guardò l'attentato con una indifferenza, che, se il principe vi avesse riflettuto più scaltramente, avrebbe dovuto incorarlo piuttosto che scoraggiarlo: giacché una congiura siffattamente frivola e scapigliata, sotto un altro governo, sotto un governo radicato nel popolo, avrebbe sollevato un uragano d'indignazione.

In un momento di debolezza il prigioniero mandò a Luigi Filippo una lettera dimessa; e nella solitudine del carcere gli risorse una reminiscenza sentimentale degli anni di scuola in terra tedesca. Egli tradusse l'Idealedi Schiller: «io vidi le sacre ghirlande della gloria profanate da una fronte volgare», vale a dire, quella di Luigi Filippo. E non si convertì affatto: «resto fermo nella mia fede», scrisse alla madre, «e non mi curo dei clamori plebei». Persigny, poi, proclamò baldanzosamente, che la Francia un giorno si sarebbe pentita di essere rimasta sorda al grido di un Napoleone. Il principe fu rilasciato, a condizione che emigrasse in America. Ciò non ostante, dopo un breve intervallo ritornò in Isvizzera. E siccome il governo di luglio esigeva il suo allontanamento e minacciava, egli s'intertenne a tutt'agio fino a quando la sconsigliata paura dei borghesi non ebbe restituito un po' di lustro al suo nome; e infine dichiarò pateticamente ai confederati, che non intendeva con un più largo indugio mettere a repentaglio la sicurezza della sua seconda patria. Si volse quindi all'Inghilterra, dove divise il suo tempo tra il lavoro serio e i facili godimenti, e corse rischio di sommergersi nella inanità, della comune vita di avventura. A teatro i suoi fidi parlavano in palco con impertinenti vanterie del grande avvenire del principe. Il piacevole conversatore era bene accolto dalla nobiltà inglese, che però alzava le spalle suldreamer of dreams. Ma destava maggiore interesse nella cerchia di quei cavalieri d'industria ed esimi cavalieri di ventura, i quali, gittati sulle spiagge ospitali dalle lotte di partito del continente, trovavano uno zelante protettore nel bizzarro e aristocratico radicale Tommaso Duncombe, lo sportmann felicitatore di popoli. Una disgraziata intesa venne avviata anche col pazzo Carlo di Braunschweig; e nel torneo della nobiltà tory ad Eglinton il pretendente fece la sua comparsa nel costume molto significativo di Guglielmo III di Orange.

Quando gli Orléans fecero la traslazione delle ceneri dell'imperatore, il principe e lo zio Giuseppe elevarono pubblica protesta: a chi doveva a Waterloo la sua fortuna, non si addiceva di prendere in mano la spada del vinto. L'entusiasmo napoleonico che percorse il paese, incoraggiò il principe a un nuovo tentativo. Arrischiò lo sbarco di Boulogne; e questa volta parve davvero che dovesse sparire sotto le risa del mondo. Ma che farsa! l'aquila viva, ingegnosamente ammaestrata in altri tempi a librarsi nelle ore solenni sul capo dell'imperatore, adesso era legata sulla prora del vascello imperiale! E quale contrasto superlativamente comico! l'erede di Napoleone ripescato in molle dall'acqua, e dichiarato in arresto dalla guardia nazionale nello stesso momento in cui la Belle Poule portava attraverso l'Oceano il duca di Joinville con le ceneri dell'imperatore! Ma anche questa maledizione del ridicolo, che in Francia più che in qualsiasi altro luogo riesce disastrosa, non poté in alcun modo scorare il pretendente, che davanti ai pari dichiarò: «Io rappresento innanzi a voi un principio, una istituzione e una disfatta. Il principio è la sovranità popolare, l'istituzione è l'impero, la disfatta è Waterloo. Il principio voi lo avete riconosciuto, l'impero voi lo avete servito, la disfatta noi vogliamo vendicarla. Non esiste alcun contrasto tra voi e me».

Il re fece tradurre ad Ham l'incorreggibile cospiratore; e fu questo un espediente per la propria sicurezza, ma non era né un atto di magnanimità né un segno di forza, come osservò scaltramente Berryer nella sua difesa. Il benefizio della legge francese non era punto goduto da chi senza sua colpa era fin dalla fanciullezza tra gli esiliati; ne portava, all'opposto, soltanto il rigore. Gli Orléans avevano condotto nuovamente gli sguardi del mondo sul pretendente. Durante il tempo di tranquillo raccoglimento nella prigione, che egli stesso celebrò come il suo corso di noviziato nella università di Ham, il principe non aveva punto abbandonato la lotta; scrisse anzi articoli violenti nel nuovoJournal de l'empire, ilProgrès du Pas de Calais. Mantenne le relazioni con gli amici inglesi, e conchiuse infine con Carlo di Braunschweig un patto solenne, in forza del quale i due principi legittimi si garantivano a vicenda il trono dei rispettivi padri e si promettevano mutua assistenza¹. Solo che, siccome il patrimonio del prigioniero consisteva puramente in una massa cospicua di debiti, laddove invece il guelfo possedeva la più ricca collezione di diamanti del mondo, evidentemente il patto leonino non significava altro, se non che il danaro guelfo doveva essere a disposizione degl'intrighi bonapartisti. Certo, l'avaro Braunschweig si mostrò cattivo pagatore; ma anche il suo debitore, fedele alla rispettabilità ereditaria dei Bonaparte, non seppe risovvenirsi dell'antico patto nei giorni della fortuna. Frattanto la stampa di opposizione utilizzò il pretendente pei suoi attacchi faziosi: incisioni sentimentali rappresentavano la pallida figura del sofferente dietro le inferriate. La liberazione del cospiratore fu chiesta ripetutamente, e da Emilio Girardin nel modo più strepitoso; finché Duncombe e il fido medico Conneau menarono a termine il colpo lungamente meditato, e una fuga avventurosa rimise su tutte le bocche il nome del principe.

¹ Stampato inThe life and correspondence of Thomas Slingsby Duncombe, London, 1868, II, 10.

Solo che far parlare di sé in un modo siffatto, è certamente un ambiguo guadagno. In sostanza, nell'opinione pubblica il principe acquistò la riputazione di matto. Chi tentava e ritentava con una così imperturbabile pertinacia un disegno pazzesco, non poteva essere che uno sciocco, oppure un carattere fuori del comune: comunque, l'indolenza del mondo in ogni caso trova più comodo sbrigarsi delle cose enigmatiche col motteggio. Il nome così pretensioso del napoleonide era in troppo comica sproporzione con le sue intraprese; e le lettere querule che il vecchio re Luigi mandava a Luigi Filippo per iscusare iljeune étourdi, certamente non rialzavano la riputazione del principe. Gli scritti del quale erano ignoti ai più; e chi li aveva alle mani, se ne distoglieva immediatamente, perché, laddove tutta la pubblicistica agitava unicamente i problemi dello stato parlamentare, quelli invece consideravano e sostenevano un modo di vedere che era fuori di tutti i partiti. E una siffatta insubordinazione alla cultura media del momento, viene punita regolarmente nel mondo moderno col disprezzo tacito.

A noi, che oggi scorriamo più spassionatamente gli scritti del principe, riesce incomprensibile come mai un tale autore non abbia incontrato nessuna considerazione. Giacché questi scritti non solo non rispondono punto a ciò che comunemente si aspetta dai peccati letterari di un principe, ma meritano semplicemente un posto onorevole nella storia della pubblicistica. Essi non sono il prodotto di una mente geniale, ma di un'intelligenza eminentemente pratica, sensata e sicura nell'osservazione, ferma e indipendente nel giudizio. Anche l'esposizione è chiara e serrata, connettetéschiettamente francese: il principe sa istradare prontamente i suoi lettori e dare un rilievo pratico a tutte le sue tesi. La ricchezza delle idee, il pathos della veridicità, la potenza della fantasia, che fanno lo storico, a lui sono negati; ma nella sua esposizione discussiva egli con destrezza e senza esitazioni di coscienza sa servirsi, in modo eccellente ai propri fini, delle presunzioni storiche del presente. In una parola, egli ci si rivela per un giornalista provetto; e chi ammette che questi scritti non avevano importanza scientifica e letteraria, ma costituivano esclusivamente il programma di una politica pratica, deve anche usare un po' d'imparzialità e riconoscere, che siasi in essi rivelato un singolare talento di uomo di stato.

Quando Luigi Bonaparte salì allo stallo presidenziale, il signor Thiers e compagni si fecero un dovere d'inondarlo di pressanti consigli, come quello che non conoscesse punto la Francia. Mirabile fatuità! Il profugo nel suo soggiorno all'estero aveva studiato il proprio paese di gran lunga più acutamente e giustamente, che non in patria gl'intellettuali della borghesia. Laddove la stampa, forte delle opinioni del momento, consentiva solo per pietà cristiana a tollerare provvisoriamente la monarchia come un'ultima concessione a pregiudizi inveterati, all'opposto il principe affermò sicuro e reciso: «una monarchia di otto secoli non viene commutata in repubblica per la burrasca di pochi anni». Come un tempo Mirabeau, ficcando nelle cose il suo sguardo penetrante, aveva pensato che la gioia di un Richelieu sarebbe stata la soppressione del feudalismo, parimente anche il napoleonide comprese, che il livellamento della società favoriva ed esigeva un solido potere monarchico. La repubblica richiede un'aristocrazia, la nostra società democratica vuole una corona. Col tracollo degli antichi stati, egli vede la nazione sfarinarsi in granelli di sabbia; granelli di sabbia che, cementati insieme da un gagliardo potere statale, costituiscono una roccia irremovibile, ma disuniti fanno solo polvere. Così dice la tesi preferita del napoleonide, vale a dire una metafora, che, parafrasata le mille volte, ritorna in tutti gli scritti del bonapartismo con la stessa frequenza e la stessa significazione, con cui nelle lettere di Metternich ritorna l'immagine della casa del vicino in fiamme, che io devo spegnere se non voglio andare in fuoco anche io. Mentre la dottrina del parlamentarismo unica beatificatrice occupava tutte le teste, il principe riconobbe subito, che i progressi compiuti dalla Francia negli ultimi cinquant'anni si erano ottenuti in virtù delle istituzioni che l'imperatore le aveva date. Il sistema parlamentare non trovò in Francia il sostegno di un forte senso della legalità, di un irremovibile amore della libertà personale: si getti pure arbitrariamente in carcere un cittadino francese: la voce pubblica se ne starà tranquilla, fino a quando le passioni faziose del giorno non se ne saranno prese. Pel francese il supremo bene politico è l'eguaglianza: e in tempi tumultuosi la nazione è presto racquietata dallo strepito delle armi e della gloria guerresca. Come si vede, questo uomo di stato pensa della sua nazione meschinamente, in modo quasi cinicamente basso; ma egli ha scorto chiaramente i punti neri della mentalità nazionale.

Il principe si fece avanti in questa società scomposta, bramosa di ordine, con l'irremovibile fede, che soltanto la tirannide popolare poteva giovarle, e questa soltanto fosse legittima. Come un tempo l'imperatore appena eletto s'impose ai suoi deputati dicendo: «io ho un titolo di diritto, voi non ne avete alcuno!» così ora il nipote parafrasò: «l'erede di un governo eletto da quattro milioni di cittadini non può inchinarsi a un re eletto da duecento deputati». In mezzo a un mondo afflitto da mille dubbi scettici il napoleonide camminava con la sicurezza di un sonnambulo. Aveva fede in sé stesso e nell'assolutismo militare al quale attribuiva la rinomanza dell'idea napoleonica. Questa idea risorgerebbe dalle ceneri in conformità di un divino esempio: la fede politica, come la religiosa, ha avuto i suoi martiri; egli, come in quella, sarebbe l'apostolo e avrebbe il suo regno. Egli direbbe ai francesi come san Remigio disse al re dei Franchi: «giù il capo, o Sicambro! Brucia ciò che adori, e adora ciò che hai bruciato!». Il principe viveva e respirava in questo cerchio d'idee; quando riportava il discorso sull'imperatore, pareva sovente che un'allucinazione s'impadronisse di quel cervello freddo. Nei giorni del trasporto funebre da Neuilly a Parigi, il nipote indirizzò una lettera allo zio. Gli parla come a un vivo, gli dà delSiree delVoi; e dipinge i potenti del giorno atteggiati in palese ad onorare l'eroe e in segreto a pregare: «O Dio, non lo svegliare!», a raccogliere la giovine armata, ma a dirle: «Incrociate le braccia!», a rinnovare il tricolore ma non le aquile, a rispettare il morto ma a gittarne in carcere l'erede; e vede infine l'imperatore chinarsi sul nipote a confortarlo: «Tu soffri per me, io son contento di te!».

La sua speciale situazione indusse il pretendente ad assumere l'attitudine di consumarsi in cieca e incondizionata ammirazione davanti all'imperatore. Le più stupide fole della leggenda napoleonica furono fedelmente rimesse in voga, giacché questo cinico sapeva, che qualunque bugia ostinatamente ripetuta finisce con l'essere creduta dalle moltitudini irriflessive. Si rivolge primieramente ai popoli del Danubio e della Sprea e dice loro, che avrebbero adorato il benefattore già ripagato d'ingratitudine, e che tutte le nazioni libere avrebbero ripristinata l'opera dell'imperatore. Tutto ciò non è menomamente più disonesto della grande maggioranza degli scritti di partito francesi; il principe, anzi, parla più lealmente di Guizot, perché a suo vantaggio torna la stessa duplicità di aspetto del bonapartismo: egli può o vuole vedere soltanto un lato dell'azione napoleonica. La Francia ringiovanita dalla Rivoluzione e organizzata dall'imperatore; Napoleone, vero rappresentante, esecutore testamentario della Rivoluzione, mediatore tra due secoli, tra la monarchia e la democrazia; l'eroe che ha disciplinato e perciò compiuta l'eguaglianza, che ha preparata la libertà; il soldato plebeo che ha fondato un regime difenditivo e democratico: son questi i principii fondamentali universalmente noti della dottrina neonapoleonica, e ognuno contiene una mezza verità. Chi legge tra le righe si avvede subito, che il principe conosce gli errori che portarono lo zio a rovina, ma che non li riconosce. Di un rinnovamento della monarchia universale non si parla affatto. Anche nella vita interna dello stato il pretendente ripudia la cruda forma di dispotismo che si manifestò nell'impero, e vuol tornare al suo ideale, che è la costituzione consolare. Egli concede, che Napoleone ha portato a termine soltanto la rivoluzione sociale, non la politica, ed evita puramente la questione, se sul terreno della dittatura consolare sia possibile in generale la formazione progressiva della libertà politica.


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