II.

Basterebbero queste congiunture a spiegare la caduta dei Borboni. L'ubbidienza a una dominazione ritenuta straniera ha un'azione morale dissolvente, e un'antica esperienza, che torna a onore dei popoli di occidente, dice che la condotta debole dello stato di fronte allo straniero si è sempre risolta per loro in una leva della rivoluzione. La Restaurazione prese volentieri il nome di monarchia della tradizione; e il primo manifesto di Luigi XVIII promise di ricongiungere la catena interrotta dei tempi. Una monarchia della tradizione in un popolo, che non possedeva più tradizioni storiche, che aveva rotta con piena coscienza la catena dei tempi! Ciò che era stramazzato sotto l'uragano della Bastiglia, era per le popolazioni il tempo fosco dell'arbitrio e dell'arroganza nobilesca, e non ne sopravviveva che un odio senza limiti. Chi mai parlava ancora dei fasti crociati dei La Tremouille e dei Montmorency? Dopo il risveglio del popolo, nei giorni della ragione e dei diritti dell'uomo, nei giorni della vittoria, gli uomini del terzo e del quarto stato avevano tenuto il fastigio della nazione; e adesso il re presumeva di spazzar via dalla memoria del popolo proprio questo tempo, che per lui costituiva tutta la storia della Francia! Era il contrasto di due epoche divise da un mondo. Il paese motteggiava e beffava, quando i suoi re sanavano un'altra volta i gozzi, quando erano cavati fuori a spettacolo l'orifiamma e l'olio di san Clodoveo, e i paggetti, e i vecchi moschettieri canuti, e tutta la rinchiusa e muffita cianfruscaglia del ripostiglio dinastico; quando ilvive Henri IV!e lacharmante Gabrielleerano rappresentati davanti a un popolo, che aveva tuttora negli orecchi le note inebbrianti della marsigliese. E si poté vedere a quali immagini fosse legato il cuore della nazione, quando il generale Foy tra i plausi frenetici rivendicò alla Francia il tricolore. E non solo il dileggio, ma una grave e ben giustificata sollecitudine invase i ben pensanti, quando il re in virtù del suo diritto regio largì di buon grado la carta costituzionale, che in effetto gli era stata strappata dalla natura delle cose, e si arrischiò di parlare nuovamente a questo popolo, lieto del suo diritto, come a sudditi fedeli. Se la nazione scoteva il capo al nome di Luigi il Grosso e di San Luigi e degli altri illustri antenati, che il re pronunziava volentieri, molti personaggi della Real Casa, però, non avevano mai sentito far parola del maresciallo Ney, e anche i più notevoli degli emigrati, come Richelieu, stavano lì perplessi, ignoranti fino al ridicolo dell'anima nuova di questa giovine Francia, che non avevano più calcata in venticinque anni di prodigiosi trasmutamenti.

Questo contrasto di vedute era aggravato dalla disastrosa inimicizia delle persone. Troppo nobile sangue era stato sparso dall'una e dall'altra parte, e dall'una e dall'altra parte c'era da perdonarsi più che a uomini fosse dato condonare. Era inconcepibile, che i fratelli del re decapitato si stringessero in rapporti leali con gli assassini del sovrano e assassini di Dio; ed era anche più impossibile, che la nazione mettesse confidenza a cotesta nobiltà, che in altri tempi pensava di detronizzare Luigi XVI come fautore della rivoluzione e che in seguito, dopo sterili lotte contro la patria, rimandava a casa i figli a occupare le cariche alla corte dell'imperatore dei plebei. Già sotto il Direttorio la mente più acuta del campo legittimista, De Maistre, aveva predetto le tristi conseguenze di questa incurabile inimicizia delle persone. E adesso che la nobiltà si preparava, come ai tempi di Enrico IV, a considerare il re semplicemente come il primo gentiluomo del paese, e a farsi una prerogativa della parolahonneurcome di unaparole toute à nous, il generale Foy avvertì: «la dinastia corre infallibilmente alla rovina, se si appoggia sopra una nobiltà siffatta». Gli stessi gabinetti alleati non si preclusero del tutto il discernimento, che i nuovi tempi esigevano nuovi uomini, e fin dal principio, e specialmente poi alla seconda pace di Parigi, pensarono a qualche nuovo candidato al trono, ad Eugenio Beauharnais e qualche altro. Anzi i più aspri nemici di Napoleone, come per esempio Stein, riguardavano i Borboni tutt'al più come un punto di appoggio pel paese travagliato, dopo che la debolezza del sistema si era così pietosamente rivelata nei cento giorni. Quando gli ultralegittimisti accumulavano pazzie su pazzie, Metternich scrisse: «i legittimisti legittimano la rivoluzione». Solo i tories inglesi guardavano con lieta fiducia il nuovo stato di cose in Francia, ma anche tra loro i più avveduti principiarono fin dal 1818 a dubitare dell'avvenire della dinastia, secondo che provano i volumi recentemente pubblicati dei dispacci di Wellington.

Come tutti i governi a loro succeduti, i Borboni non uscirono mai interamente dalla lotta per la propria esistenza; come tutti i successori, essi hanno dovuto sempre tornare a dichiarare, che al paese si sarebbe concessa la piena libertà non appena i principii fondamentali del sistema fossero universalmente conosciuti. Un piccolo ma istruttivo sintomo di questa poca sicurezza di tutti i capi di governo è, per esempio, la straordinaria fecondità della zecca francese: ogni nuovo sovrano desidera di vedere subito la propria effigie in palma di mano. La frivola infedeltà celta, ilridendo frangere fidemche esasperava i Romani, ha perduto dopo tante rivoluzioni sanguinose ogni vergogna. La nazione era abituata a scusare ogni violazione del proprio dovere con unbon mot, con uncouplet, con un sorridente_ que voulez-vous? c'est plus fort que moi!_ principiava ormai a considerare lo spergiuro politico come un suo diritto acquisito. I nostri radicali possono apprendere dalla storia modernissima della Francia, che dietro la parola abusata e coperta di ridicolo «dinastia avita» si nasconde una significazione seria: una dinastia nazionale cresciuta insieme col paese è sempre un incommensurabile benefizio civile anche per la nostra generazione democratica.

È noto, che ben poco fu effettuato di quanto pretendevano gl'insensati disegni reazionari, con cui gli emigranti assediarono la corte. Si può dire che la Restaurazione andò in rovina meno per le azioni, che per le intenzioni attribuitele dal popolo. E siccome era stabilito, che la Francia dovesse aspettarsi da cotesta dinastia una lotta implacabile contro i preziosi frutti della Rivoluzione, in ciò stesso ha radice il giudizio di condanna contro il ripristinamento dell'antica regalità. Appena rimpatriati, gli ultralegittimisti principiarono a rimettere in questione tutto ciò che alla nuova Francia era divenuto caro e inseparabile. Siccome il primo console aveva saggiamente riconosciuto la riversibilità dei possessi, gli emigrati ripeterono la loro proprietà. La lotta terminò col pagamento di un miliardo agli emigrati; ma siccome costoro lo riguardarono solamente come un acconto, seguì che tutti i possessori dei beni nazionali perderono il senso della sicurezza sui terreni legittimamente acquistati. Da ciò conseguì la lotta contro il nuovo diritto ereditario. Noi francamente non approviamo una legislazione, che vieta al testatore la disposizione della maggior parte dei suoi beni e sottopone i più delicati segreti della famiglia alle indagini inquisitive del magistrato; ma essa è senza dubbio democratica. Era sopra tutto nazionale, e presto ebbe pel popolo il valore di ragione scritta. In siffatte questioni, che toccano l'intimità della vita di famiglia e l'economia domestica, il legislatore rimane impotente di fronte ai costumi nazionali. Una gran parte del mezzo ceto della campagna doveva la propria esistenza alle leggi sul diritto di successione ereditaria e sulla divisibilità dei beni fondiari; e nessun lavoratore intendeva di rinunziare alla speranza di acquistare un poderuccio come frutto delle sue fatiche. Le vedute democratiche della società moderna, la distribuzione della popolazione tra la città e la campagna, in una parola, molti dei più importanti principii sociali su cui riposava la nuova Francia, erano connessi a queste leggi. E presentemente ogni persona imparziale ritiene per fermo, che i gravi mali di cui soffre l'agricoltura francese non sono in alcun modo cagionati dalla libertà di movimento della proprietà fondiaria. Proprio su cotesti problemi profondamente gravi si contorse il pugno grossolano del partito degli emigrati, il quale propugnava i beni chiusi, e infine arrischiò una proposta di legge sul privilegio della primogenitura. La proposta cadde; si ottenne solo la protezione del maiorascato. Ma il tentativo rimase memorabile; e non fu possibile dissuadere i contadini, che la nobiltà mirasse a ripristinare gli antichi diritti e servitù feudali.

La borghesia benestante, il cui aiuto aveva reso possibile il ritorno dei Borboni, si vide duramente offesa dall'alterigia degli emigrati, e si vide preclusa la carriera degli uffici dal nepotismo nobilesco: anche il più importante dei suoi diritti politici fu minacciato dal progetto che più stava a cuore ai legittimisti, quello di legare il diritto elettorale al possesso fondiario. Un realista moderato e benevolo, il signor di Sesmaisons, riepilogò le riforme indispensabili allo stato nei seguenti capi: maggiorasco generale per la nobiltà, educazione dei figli del patriziato a spese dello stato, gli uffici supremi e la dignità di pari accessibili esclusivamente ai nobili, tribunali di casta pei gentiluomini. Si argomentino da ciò le speranze degli ultralegittimisti, e si misuri la bile delle nuove classi possidenti, di tutte le migliaia e migliaia che si sentivanocitoyens! Gl'industriali udivano ogni giorno i realisti esaltare la Francia come stato agricolo e condannare l'industria come immorale, e si sentivano minacciati dall'idea, che quegli arrabbiati accarezzavano, di ripristinare le gilde. Le cose ristettero ai discorsi senza freno: lo stato conservò quella preziosa libertà d'industria e di esercizio, che fino a poco tempo fa ha fatto apparire agli operai tedeschi perfino la Francia bonapartista come un paese della libertà. In tal modo, insomma, i gravi interessi sociali erano tutti insospettiti ed eccitati; e la corona, che nella più parte dei casi era affatto incolpevole, veniva tratta dall'insensatezza degli emigrati a esserne tenuta responsabile.

La Restaurazione commise nel campo ecclesiastico i suoi errori più gravi, per quanto anche qui la colpa della corona fosse assai inferiore all'accecamento dei suoi fanatici amici. I vescovi dell'antico regime erano gente mondana, inclini alcuni al giansenismo, altri all'enciclopedia, ma legati alla terra dai possedimenti fondiari e dalle parentele patrizie, e perciò patrioti; e vigilavano gelosamente sui diritti dell'episcopato nazionale. In seguito Napoleone fondò il nuovo stato ecclesiastico, cioè una classe d'impiegati senza averi, e parve che effettivamente avesse raggiunto il suo scopo, pubblicamente noto: «il papa raccoglierà gli spiriti sotto la sua mano e li porrà sotto la mia». La Chiesa tremava ancora al fresco ricordo della dea Ragione, i preti s'inchinavano all'imperatore. Napoleone fino agli ultimi giorni della potenza sperò di trattenere il pontefice in Francia e di elevare Parigi a metropoli del mondo cattolico. Dopo la caduta dell'imperatore, la Chiesa si sentì consolidato di nuovo il terreno sotto i piedi; e il mondo apprese con stupore, che il cattolicismo nei giorni della sua passione si era mutato dalle fondamenta, e capì quale spada a due tagli la Rivoluzione avesse brandito contro la Chiesa. Quanto poco conosceva la propria nazione perfino un Mirabeau, se sperava di scattolicare la Francia! Esisteva ora un nuovo cattolicismo, strettamente romano, dominato da una direzione accentrante, che non aveva proceduto con tale austerità nemmeno ai tempi dei Carafa e dei Loyola. Le fila dell'antico clero gallicano si diradano, il giovine clericato senza beni è anche senza patria, e non si cura più di una Chiesa nazionale, ma accorre in vistosi manipoli al campo ultramontano. La Francia diventa il punto di sfogo dello spirito neoromano. Scende al mezzogiorno in guerra aperta di religione contro i protestanti; i provenzali s'impegnano di far salsicce della carne di Calvino. La Chiesa accentrata si foggia una nuova e terribile arma, che presto opererà ad altrettanta distanza e con la stessa potenza demagogica, come in altri tempi gli ordini mendicanti: il giornalismo ultramontano. Lamennais fu il primo, che impugnò quest'arma con tutto il fuoco della fede bretone.

Il partito ultramontano cercò subito d'impadronirsi del potere. Nei primi anni della Restaurazione la festa domenicale fu ben presto resa di rigore, e si ordinò agl'impiegati di assistere alle cerimonie della Chiesa. Seguì il divieto di profanazione dei luoghi di culto sotto pena di morte e il ristabilimento della manomorta. In fine fu aperta una breccia anche nell'elaborato assetto giuridico del matrimonio civile: fu vietato il divorzio; un divieto, che fino a oggi costituisce una stridente anomalia nella legislazione francese. Il partito non poté riuscire a una più vasta deformazione della legge, né sotto l'incredulo Luigi XVIII, né sotto il bigotto suo fratello. Ma le sue raccomandazioni erano onnipotenti, e il biglietto di confessione era la chiave indispensabile a ogni favore dello stato, fino giù alle concessioni ai lustrascarpe: sono noti i versi caustici di Platen suldécrotteurimpenitente. I berretti vescovili e le tonache entrarono in gran numero nell'una e nell'altra Camera. Il partito osò infine intraprendere una persecuzione frenetica contro una meraviglia nazionale, la letteratura illuminista del secolo decimottavo: Voltaire e Rousseau furono proibiti nelle pubbliche biblioteche e nei circoli di lettura. Mentre queste mene ultramontane spargevano chetamente tra le popolazioni delle campagne una sementa che poi sarebbe cresciuta più tardi con lussureggiante rigoglio, le classi colte cresciute alle idee di Voltaire erano eccitate all'estremo. Stampa e tribuna risuonavano nuovamente di rimbrotti contro la tirannide della Congregazione. Il liberalismo, svegliato di soprassalto, corse alla difesa con tutti i mezzi, e costrinse infine il re Carlo, che se ne discolpò umilmente presso il santo Padre, a violare la carta e ad escludere dall'insegnamento i membri della richiamata Compagnia di Gesù. Ciò non ostante, le persone colte perdurarono nell'opinione, che una casta di preti fanatici era padrona dello stato. Preti ed emigrati scavarono la fossa alla dinastia.

Con tutto ciò, non abbiamo ancora posto il dito sul male fondamentale della costituzione in Francia. In sostanza, cotesto stato burocratico napoleonico, col suo parlamento appiccicato, era un'astrattezza; nemmeno una dinastia nazionale e un popolo meno ingovernabile avrebbero potuto conciliarsi in pace in uno stato che effettivamente era diviso al cuore. Quando il barone di Blittersdorff visitò Parigi nel 1824, sentì dovunque la lagnanza: «noi abbiamo il dispotismo di Bonaparte, sfruttato dagli emigrati». Similmente scrisse del bonapartismo Paul Louis Courier:c'est un empire qui dure encore. La lagnanza era ben fondata; ma si errava, se si attribuiva la colpa a mala intenzione dei governanti. Il difetto era insito nelle stesse istituzioni. La sconsolata incapacità di Guizot a cavar lume dalle cose, non si mostra mai così acuta, come quando ripete il vecchio errore dei dottrinari: che lo strumento, la Carta, era eccellente, ma gli mancava l'artefice abile e bene ispirato. Noi della presente generazione, ammaestrati da una dura esperienza della connessione intima tra costituzione e amministrazione, comprendiamo a stento come mai si sia potuta magnificare quale «sistema inglese» cotesta variopinta struttura statale, i cui membri stridono l'uno con l'altro. Era una fola, quella dei legittimisti che salutavano comeroi désiréil pupillo dello straniero; né era meno un errore, quello dei costituzionali celebranti il datore della Carta comeroi législateur. La Carta non meritava affatto il nome di legislazione fondamentale, perché non mutava nulla alle fondamenta del nuovo stato, all'organizzazione amministrativa di Napoleone. Solo il consiglio di stato cedé alcune delle sue attribuzioni al ministero responsabile; rimase però come corte suprema pel diritto amministrativo nel più ampio significato; rimase come capo dell'amministrazione, deliberò su tutte le leggi e regolamenti della corona, e fu, come sotto Napoleone, l'alta scuola dei funzionari amministrativi. Tutti gli altri uffici serbarono la stessa sfera di attività che l'imperatore soldato aveva loro prefinito. L'amministrazione era assolutamente indipendente di fronte ai tribunali, ai governati, alle Camere.

Quanto alla situazione dell'amministrazione davanti al potere giudiziario, era inevitabile che i vecchi parlamenti, che erano stati come protettori dei diritti del popolo nei tempi di fermento anteriori alla rivoluzione, in seguito, dopo che questa fu scoppiata, fossero tenuti come difensori degli esecrati privilegi. L'assemblea nazionale, quindi, cercò di preservare l'applicazione delle nuove leggi rivoluzionarie dagli attentati dei tribunali ostili alle innovazioni, e decise (16-24 agosto 1790): i giudici non devono mai turbare l'attività dell'amministrazione e citare davanti a sé i funzionari amministrativi per atti inerenti alle loro funzioni. Con ciò era elevata a legge l'emancipazione dell'amministrazione dal potere giudiziario, quale già l'aveva desiderata l'antica monarchia, e affermata col fatto. Tutte le proteste della storia liberale tendenziosa non sopprimono la realtà positiva: gli anni stessi della Rivoluzione spianarono con piena innocenza il terreno al moderno dispotismo amministrativo. Su questa base continuò a costruire il primo console, e aggiunse nella costituzione il famoso articolo 75. Vale ormai di norma: chi si vede leso dall'amministrazione, e ciò anche nei suoi diritti privati garantiti dal codice, avanza la sua querela secondo il tramite e i gradi ordinari dell'amministrazione fino al ministero o al consiglio di stato. La persecuzione giudiziaria degli atti dei funzionari è ammissibile solamente in base all'autorisation préalabledel consiglio di stato: questa autorizzazione è concessa ove si tratti di delitto da parte dei funzionari; nella più parte degli altri casi è rifiutata. Nessun tribunale può elevare conflitto di competenza contro un magistrato amministrativo; l'amministrazione, però, deve essere tutelata dalle usurpazioni dei tribunali. Il funzionario amministrativo è puramente un organo senza volontà dei suoi superiori: il principio giuridico, che ognuno risponde dei propri atti, è interpretato dal consiglio di stato secondo latradition des bureaux, nel senso, che l'ordine del superiore sgrava di ogni responsabilità i subalterni in caso di trasgressione della legge. Il funzionario tedesco, a cui i costumi politici del nostro popolo hanno sempre accordato una certa indipendenza dall'alto, è ignoto ai francesi. Aggiungiamo inoltre la misura avara, indegna di un grande stato, degli stipendi in Francia, dove, per giunta, il costo della vita è più caro; il che da una parte favorisce la disonestà ormai divenuta storica della burocrazia francese, e perciò rincara l'amministrazione già senz'altro dispendiosa, e dall'altra aggrava la dipendenza dall'alto; e abbiamo l'immagine di una gerarchia di uffici, che non si può congetturare più illimitata.

Non era menomamente un governo dell'arbitrio. Il consiglio di stato, che deliberava collegialmente, eccelleva sempre per giustizia e competenza. L'amministrazione si dà un ordinamento giuridico, interpreta le leggi e le completa coi regi avvisi, e si emancipa dal potere giudiziario così completamente, come non aveva mai osato nessun principe europeo prima di Napoleone. Le competenze di questa strapotente amministrazione erano ampliate dalle leggi eccezionali, che ritornavano periodicamente, a causa delle continue cospirazioni di quei tempi bollenti. L'esecrato tribunale eccezionale del Prevosto fu esplicitamente riconosciuto dalla Carta. Ma le stesse corti ordinarie avevano ottenuto da un tratto magistrale del dispotismo napoleonico una organizzazione, che a lungo andare rendeva impossibile ogni opposizione dei tribunali all'amministrazione. Le corti si dividevano in piccole commissioni, a cui i rispettivi membri erano assegnati per brevi periodi di tempo. Questo sistema, che poi purtroppo fu accolto anche in Germania, fu meglio elaborato dalla Restaurazione; e andava da sé, e i Francesi lo capirono bene, che le commissioni giudiziarie più importanti per le questioni di diritto pubblico erano composte solamente dagli uomini del partito che era al potere. La tanto celebrata eguaglianza si rivelò praticamente per una intollerabile ineguaglianza in pregiudizio della minoranza parlamentare. Il conflitto tedesco-danese ci ha insegnato, che una nazione dominante straniera preme sui soggetti più pesantemente di una corona assoluta forestiera; e la Francia costituzionale venne a sperimentare e ad apprendere, che un partito che comanda al potere giudiziario e all'amministrativo, abusa della sua forza per lo meno con così poco riguardo, quanto un imperatore soldato. Il capo del governo, il re, possiede per giusta conseguenza la prerogativa costituzionale di emettere tutti i decreti richiesti dall'applicazione delle leggi e dalla sicurezza dello stato: l'abuso di questo articolo 14 della Carta fornì l'incentivo alla cacciata dei Borboni.

La gerarchia burocratica è altrettanto autonoma di fronte ai non impiegati. Ogni azione in questo stato procede dagli uffici stipendiati dello stato; non esistono magistrati civici nel senso tedesco, né funzionari nominati o eletti dai comuni. Certamente, accanto al prefetto c'è il consiglio generale, accanto al sottoprefetto il consiglio distrettuale, accanto al sindaco il consiglio comunale: tutti collegi di non impiegati, che sono nominati su analoghe liste dal re o dal prefetto. Ma questi consigli, di regola, hanno solamente potere consultivo o quello di un modesto parere; perfino sul bilancio comunale il consiglio comunale non ha altra facoltà che consultiva. Solo in rarissimi casi sono autorizzati a deliberare; per esempio, sull'amministrazione dei beni comunali. L'azione, l'esecuzione spetta solo ai funzionari dello stato, che rispetto ai consiglieri stanno come capi, non già come primi tra pari. I prefetti e i sottoprefetti tengono ininterrottamente nelle mani l'amministrazione, mentre i consigli generali e distrettuali sono convocati transitoriamente, solo per breve tempo. Anche i subalterni sono nominati dallo stato e gli aggiunti del sindaco sono, come questo, sotto l'ordinamento amministrativo del consiglio di stato. Un diritto pubblico siffatto non consentiva alcuno spazio alla doppia qualità del borgomastro tedesco, il quale aveva l'ufficio di organo del potere statale e, insieme, quello di supremo rappresentante del comune autonomo. Tutti sanno, che un formalismo letale e meccanico crebbe a rigoglio su questa gerarchia burocratica meravigliosamente ordinata e rispondente, e che la decisione di ogni più importante problema amministrativo era nelle mani degli uffici di Parigi. Inoltre, la naturale tendenza di una burocrazia in cui si concentrava tutta l'attività dello stato, e le richieste di continuo crescenti dei governati, dovevano spingere all'eccesso quella voglia del governo di molti, che Dunoyer ha caratteristicamente descritto come un socialismo amministrativo. Dall'amministrazione puramente burocratica derivò infine il rapporto malsano dell'impiegato col pubblico. Un ordinamento burocratico che tiene lontano il non impiegato, offre un bersaglio troppo ampio al sospetto e all'antico vizio nazionale dell'invidia; poco mancava, in quei tempi di lotte di partito, che ogni impiegato, solo per questa sua qualità, apparisse sospetto ai governati.

Una volta scappò detto a Napoleone: «se la guerra non fosse per me indispensabile, principierei col comune il nuovo organamento della Francia: la macchina della nostra amministrazione principia appena a organizzarsi». Con simili lampi geniali i grandi uomini di stato, del pari che i grandi scrittori, intendono di dimostrare ai critici, che essi stessi discernono i punti deboli della propria opera con più chiarezza che i censori forestieri. Ma non conviene dare eccessiva importanza alle parole buttate lì occasionalmente: lo stato napoleonico, il carattere del despota non comportava un ordinamento amministrativo diverso. Dopo l'apparizione della Carta, bisognava bene aspettarsi una campagna vigorosa contro il più terribile e importante strumento del dispotismo napoleonico. Ma da chi doveva venire la riforma amministrativa? Non certo dai radicali. La prima riforma comunale della Rivoluzione, che il vecchio Lafayette magnifica va volentieri come un gioiello «della mia repubblica», si era rivelata troppo chiaramente per un'anarchia costituita, perché potesse di nuovo essere desiderata da un partito serio. Non dai dottrinari. Il più considerevole teorico del governo, Benjamin Constant, parla certamente, come un nato svizzero, con predilezione al federalismo e alla libertà dei comuni; egli chiama l'amore del luogo natio la fonte dell'amor di patria; ma non intende di cavarne le conseguenze per la politica francese. La massa del partito mancava affatto del senso dell'autonomia; il motto d'ordine della loro sapienza era «la Carta, l'intera Carta, non altro che la Carta».

Solo alla corte e tra gli emigrati si aveva una seria propensione per la riforma amministrativa. Non si era dimenticato, che un tempo Mirabeau voleva preparare nelle provincie la guerra civile contro la dittatura dalla metropoli radicale. La corona avrebbe volentieri seminato nelle provincie derelitte qualche grano di vita intellettuale autonoma, volentieri avrebbe preservato dalle influenze dello spirito turbolento di Parigi le regioni legittimiste del mezzogiorno. Si ebbe in animo di fondare diciassette università al posto delle facoltà esangui dipendenti dall'istituto centrale di Parigi; si distribuì il superfluo del Louvre nelle gallerie di Digione, Marsiglia e Lione. La nobiltà odiava l'esercito di scritturali, costituito daicommisparigini, con l'antico odio dei signori feudali; e pervenne a ottenere, che i beni comunali confiscati da Napoleone e tuttora invenduti fossero restituiti ai comuni: nei quali propositi assennati ebbe l'appoggio di realisti intelligenti come Martignac, De Serre, Royer Collard. Ma per quei «pellegrini del sepolcro» ogni idea politica torna in ghiribizzo, ogni riforma in leva di costanti cupidigie raffinate. La nobiltà non aveva in orrore lo spirito dispotico della nuova burocrazia, ma i suoi meriti: la sua cultura civile moderna, la libertà della carriera, il diritto comune che tutelava. Dovunque, dagliEtudesdi Polignac come dalle confessioni delle teste calde del partito, s'intravvede la speranza che i principi reali e i governatori appartenenti all'alta nobiltà tornino nuovamente a reggere le antiche provincie ripristinate; e segretamente già si lavorava, per introdurre il requisito della nobiltà nei membri dei consigli generali e distrettuali. Si affacciava in tal modo la desolante minaccia di una nuova Lega, di una nuova Fronda, di una distruzione dell'unità statale gloriosamente raggiunta. Tutto ciò che era vitale e moderno nella nazione insorse contro una tale pazzia. E come un tempo la Convenzione aveva condotto la guerra di sterminio alle provincie per completare la Rivoluzione, così ora la nazione dové tenersi alla dittatura degli uffici di Parigi per evitare che l'opera della Rivoluzione fosse di nuovo messa a repentaglio.

Insomma, e intendiamolo bene, l'amministrazione napoleonica era dunque nazionale. In questa, nel codice, nella nuova organizzazione napoleonica delle finanze e dell'esercito aveva trovato la sua conclusione naturale un antichissimo svolgimento politico, laddove il giovine istituto parlamentare era evidentemente e rimaneva un esperimento tirato fuori dalle teorie del diritto naturale, e dall'inconsulta scimmiottatura dello stato inglese. Non è un caso, che la lingua la quale ha trovato il nome della sovranità, non sappia rendere l'idea dell'autonomia dell'amministrazione. Nel modo stesso come in altri tempi l'uno e l'altro cardinale, odiati senza misericordia, pure avevano trovato nei ceti più pacifici della nazione i compagni di lotta contro la nobiltà delle provincie, così anche adesso nessun partito, salvo il legittimista, si attentava sul serio a mettere in agitazione la nuova classe degl'impiegati, perché la sua legge di vita era l'eguaglianza. Tutti i rinomati teorici del diritto amministrativo, da Cormenin, spirito positivo e nazionale, come lo definisce Napoleone III, fino a Laferrière, sono unanimi nell'elogio della burocrazia nazionale. L'ambizione e quella ristrettezza di mezzi, che regna di regola nel paese dell'eguaglianza ereditaria e della prodigalità gaudente, spingono fuori ogni anno dalle classi medie una moltitudine di giovani forze aspiranti agl'impieghi. La nobiltà territoriale non aveva né la popolarità né la buona volontà di dirigere essa stessa l'amministrazione del paese in nome della legge, e, con la limitata ripartizione della proprietà fondiaria, era ben limitato il numero degli uomini che avrebbero potuto assumere le cariche. Bordeaux e Lione erano tuttora liete della loro gloria antica, Tolosa si nominava volentieri laville reinedel mezzogiorno, e il marsigliese cianciava: «se Parigi avesse laCannebière, sarebbe una piccola Marsiglia». Ma da queste velleità di orgoglio e vanità municipale alla seria volontà di prendere nelle proprie mani gli affari del comune, la via è lunga. La piccola prosa della vita comunale era considerata, come nel secolo decimottavo, poco degna dell'uomo colto, che doveva riservarsi solo agli eccitanti problemi della grande politica. L'industria moderna aizzava, come dovunque in Europa, il senso materialistico dei grandi industriali, assorbiva tutte le loro forze nella gara ardente della speculazione, e li alienava dalla vita comunale. I parigini guardavano con diffidenza ogni vestigio di spirito di autonomia nelle provincia legittimista: erano sempre disposti ad agitarsi davanti allo spettro di quel federalismo, che un tempo la Convenzione aveva sanguinosamente combattuto, e che i giacobini nelle loro feste riboccanti di buongusto avevano carreggiato per le vie sotto la forma allegorica di una donna terribile, che sputava sangue e aveva le ceraste avvelenate nei capelli. Quanto ai contadini, si accettava la malinconica riflessione di Turgot: un villaggio è un mucchio di capanne e di abitanti indifferenti come quelle.

La nazione era abituata a lasciare la cura quotidiana dei modesti affari pubblici ai funzionari dello stato; nei suoi costumi era napoleonica senza essa stessa saperlo. Il che divenne palese, quando il ministero Martignac si presentò al parlamento con le proposte di riforma dell'amministrazione distrettuale e locale. I deputati domandarono con grandi parole alla corona le istituzioni municipali, «questi monumenti delle nostre antiche libertà»; ma le riforme furono respinte, perché lo spirito fazioso delle camere preferì al bene offerto l'irraggiungibile meglio; e tutta la discussione si aggirò soltanto su particolari subordinati. Il governo proponeva che i consigli generali e distrettuali istituiti per nomina dovessero per l'avvenire essere eletti; riforma senza dubbio meritoria; e si disputò appassionatamente sull'estensione di cotesto diritto di voto. Ma il nocciolo del male, cioè la posizione d'impotenza fatta aiconseilsconsultivi di fronte agli agenti dello stato, non fu toccato neppure dai più accesi oratori dell'opposizione.

Come l'amministrazione napoleonica continuò a sussistere incontestata, così le fondamenta dell'organizzazione militare napoleonica furono salve nei nuovi tempi per opera del maresciallo Gouvion Saint-Cyr. Fu abbandonato il nome esecrato, non la sostanza della coscrizione. L'armata non era punto una truppa di mercenari nel comun senso. Non ostante la durata della ferma, non ostante il cambio, che fu tenuto in vigore dall'egoismo dei possidenti, l'esercito francese non si è mai alienato durevolmente l'affetto delle popolazioni. Ma la sua organizzazione era diretta a un'offensiva travolgente. I potenti ricordi del tempo dell'imperatore, il corpo degli ufficiali variamente commisto di cólti e d'incólti, il mobile spirito democratico dei tempi alimentavano l'irresistibile ambizione guerresca. Il grande enimma, come mai il pacifico sistema parlamentare potesse conciliarsi con un esercito forte ed efficiente, si rivelò in questo caso più difficile che mai.

Lasciamo volentieri ai bonapartisti la fola partigiana, che il parlamentarismo in Francia sia riuscito affatto inutile. Per lo meno ha impedito molto male. La guerra inevitabile tra la nobiltà e la borghesia ebbe nel parlamento la sua lizza; e queste lotte sociali, esse sole, assicurarono al parlamento l'attenzione appassionata della nazione. Senza il parlamentarismo, gli emigrati probabilmente avrebbero fatto presto ad asservire alle proprie voglie la debole corona. Le camere, col meschino sotterfugio dellachambre introuvable, hanno sovente tenuto mano alle leggi eccezionali. Ciò non ostante, rimane indubbio se la Francia, senza la perplessità della corona davanti alla sindacatura parlamentare, avrebbe conservata la libertà di stampa e la piena libertà personale. L'efficacia del parlamentarismo non poteva andare oltre questi successi negativi. Le camere avevano facoltà di approvare le imposte fondiarie solo per un anno e le imposte indirette anche per lunghi periodi. Ogni anno avrebbero potuto mettere in questione l'esistenza dello stato respingendo il bilancio: di questo diritto non hanno mai fatto uso interamente; e, soprattutto, l'energico patriottismo dei francesi tratteneva l'opposizione dal pericoloso tentativo di scegliere il bilancio militare a strumento delle sue lotte. D'altra parte le camere non erano autorizzate a impedire direttamente la più insignificante misura amministrativa, e in tutte le questioni di tal natura la burocrazia le fronteggiava con l'immensa superiorità della competenza: una superiorità che si sviluppava sempre più potente, a misura che il progressivo perfezionamento tecnico dell'arte di governo utilizzava anche in questo campo i vantaggi della divisione del lavoro.

Data una tale strapotenza nella teoria e all'in grande, e una tale impotenza nella pratica e al minuto, alle camere non rimaneva che una sola via per acquistare influenza sulla direzione dello stato: asservirsi i capi della burocrazia. Già nel 1816 lo scritto di Guizot sul sistema rappresentativo espresse senza tante metafore il desiderio, che l'amministrazione fosse sottomessa alla maggioranza parlamentare.S'emparer du pouvoirè la divisa di ogni partito, e ogni elezione è una lotta per l'esistenza del governo. E mentre la Francia teneva allora lontano da sé il mal costume inglese della corruzione degli elettori esercitata dai candidati, venne però a costituirsi una nuova forma di corruzione, che fece epoca negli stati del continente: tutta quanta la burocrazia raccolse la propria influenza a favore dei candidati del ministero. Si è spesso lamentato cotesto costituzionalismo di orpello dei Borboni, e senza dubbio nessun uomo onesto può lodare le male arti dei sistema. Comandare a una classe d'impiegati ciecamente ubbidienti e indipendenti dal potere giudiziario enonservirsene per mantenersi col suo aiuto al governo, è un atto di abnegazione che in qual modo la legge potrebbe aspettarsi da un ministro, che è un uomo? Quando la burrasca di luglio spazzò la dinastia, allora si vide davvero, che una burocrazia, che non sa opporsi, non può nemmeno sostenere.

Quando le camere, passato il movimento della lotta elettorale, si sono costituite e i partiti hanno misurato le proprie forze, sopravviene un compromesso tacito tra le due classi possidenti che sostengono la monarchia: il governo ottiene la maggioranza a patto che soddisfi nello stesso tempo gl'interessi di classe e dell'alta borghesia e della nobiltà. Questo insegna con ingrata chiarezza la legislazione economica del tempo. I finanzieri notevoli della Restaurazione e lo stesso Luigi XVIII professavano le dottrine di Adamo Smith, ma nessuno di loro pervenne alla comprensione che l'economia politica è la scienza praticamente liberatrice e peculiare del nostro secolo industriale; e sacrificarono compiacenti le migliori cognizioni ai riguardi della lotta parlamentare. Il sistema proibitivo era radicato in questo stato fin dal tempo di Colbert: l'amministrazione burocratica e il dazio protettore erano l'effetto di un medesimo spirito statale. Dopo il breve episodio della prima assemblea nazionale, che inclinava alle vedute fisiocratiche, la Convenzione nella lotta contro l'Inghilterra era ritornata al sistema nazionale del commercio, e i divieti d'importazione di Napoleone appagarono pienamente l'egoismo miope degli industriali. I dazi proibitivi sui prodotti industriali forestieri rimasero sostanzialmente inalterati sotto la restaurazione, e l'interesse di classe dei grandi proprietari di terre aggiunse nuovi dazi sui prodotti greggi. L'importazione di tutti i prodotti agricoli nominati fu proibita, o caricata di dazi che eguagliavano il divieto, i cereali furono assoggettati alla scala mobile delle mercuriali, il ferro e l'acciaio furono protetti per riguardo dei grandi proprietari di boschi. La Francia con la sua politica commerciale era alla retroguardia dei popoli civili: tutti gli stati vicini furono lesi, e anche gli staterelli del nostro mezzogiorno furono costretti alle rappresaglie. Cotesta assurdità politico commerciale esercitava, soprattutto, un'influenza nefasta sulla morale pubblica. Il governo non riuscì mai a che le camere ne avessero abbastanza, ormai, di esprimere con inverecondia spaventevole il loro egoismo sociale. Nelle classi possidenti s'insinuarono la diffidenza della propria forza, la credenza che lo stato andasse responsabile della sorte del pigio. «Io temevo più l'invasione del bestiame che l'irruzione dei cosacchi», disse più tardi il maresciallo Bugeaud, grande agricoltore, ed espresse con quelle parole l'animo dei suoi consorti di casta.

Intanto l'uomo del popolo stava in disparte mezzo astioso, mezzo indifferente. I Borboni gli erano estranei. Gli omaggi rugiadosi diloyautédelle dame e degli eroi di anticamera al divinizzato «figlio di Europa», l'odierno duca di Chambord, non significano nulla: la stessa venerazione era stata prodigata un tempo al re di Roma, e sarà mostrata più in là da questopeuple de héros et de valetsanche al conte di Parigi e al recentissimo figlio di Francia, e certamente anche al figlio di un prossimo detentore del potere. Le moltitudini andavano in visibilio quando i borghesi della camera sventavano un nuovo intrigo reazionario degli esosi emigrati: all'ultimo si fece strada in loro la convinzione, che i gran signori nelle camere curassero solamente i loro propri affari privati. Una camera eletta appena da 90000 elettori non poteva considerarsi rappresentanza popolare, tanto meno in Francia; perché qui dall'indole del popolo e dal livellamento sociale derivava inevitabilmente il suffragio universale, che in Germania evidentemente rimase tuttora allo stato di pianta esotica, di precoce esperimento. Il quarto stato non aveva risentito nulla dei famosi benefizi della Carta. Ne aveva soltanto l'obbligo del servizio militare e una parte iniqua del peso tributario: si vedeva la vita artatamente rincarata dal dazio protettivo, e la cultura intellettuale così scelleratamente trascurata dalla potenza dello stato padrona di tutto, che di 6 milioni di fanciulli in età di scuola, 4 milioni crescevano senza alcuna istruzione.

Se ora computiamo di nuovo coteste circostanze, cioè la dinastia stabilita dalle baionette straniere e straniata dai tempi e dal popolo, i segreti raggiri dei preti e degli emigrati, l'amministrazione napoleonica e, infine, l'aspra lotta dei partiti nelle camere, la quale portò poco benefizio al complesso delle popolazioni senza che forse non uno intravvedesse le cause di tale sterilità, noi ci spieghiamo facilmente, che la nazione così eccitabile come era, ed avvezza ai trionfi abbaglianti e alle grandi passioni di un'età portentosa, comportasse sotto cotesto mite regime appena qualche ora di pace interna. Lo spensierato borghese poteva pure, dopo una nuova disfatta dei legittimisti, riposarsi nell'idea, che l'èra della rivoluzione fosse felicemente chiusa: il suo barbiere era un barone, e il conte bancarottiere si era sottomesso al lustrascarpe: gloriosi eventi, che il poeta della borghesia, Scribe, cantava nel suo capolavoroAvant, pendant et aprèscome i frutti d'oro della libertà francese. Lo spirito di opposizione si svegliò di botto, e crebbe potente nella parte più vivace della nazione. Quando Federico Gentz osservò da vicino l'enorme diffusione della letteratura liberale parigina, fu preso da un incubo, come se gli avessero annunciata l'entrata dei Russi a Costantinopoli. Come ai tempi delRéveil du peuple, si diceva ora un'altra volta:si l'aristocrate conspire, conspirons la perte des rois. Tutto il paese era coperto da una rete di società segrete, che s'intrecciava con levenditedei carbonari e con lagiuntedei rivoluzionari spagnuoli. L'amministrazione dispotica, che impacciava ogni libero movimento delle energie popolari, aveva in ciò qualche colpa: una rampogna anche più aspra colpì i capi dell'opposizione. In quella circostanza principalmente, Lafayette chiuse con una fine degna una vita piena di peccati. Egli era sempre il vecchio Grandison-Cromwell, bollato a fuoco da Mirabeau: un bel parlatore sentimentale, che aveva infatuato la gioventù coi suoi discorsi unguentosi sulla santa insurrezione; e un ambizioso intrigante, che aveva alimentato senza coscienza le più brutali abitudini del tempo della Rivoluzione, ed era riuscito a distruggere chi sa per quanto nel popolo il senso della legalità. Cotesto malcontento divoratore si manifestava in innumerevoli tumulti, attentati, ammutinamenti militari. Il movimento rivoluzionario non si prefiggeva uno scopo definito: alcuni sognavano la repubblica, altri speravano su Napoleone II, altri ancora sul duca d'Orléans.

Il sentimento comune dei cospiratori era l'irreligiosità. Il risveglio del partito ultramontano aveva, per rapido contraccolpo, risuscitato l'anticlericalismo della Rivoluzione; giacché in quest'epoca mondiale soltanto l'odio all'intolleranza della Chiesa era in grado di accalorare le classi cólte a prender parte alle questioni di fede. Gazzette e clubs, caricature e teatri si accanivano nel dileggio dei preti; il contrassegno dei liberali era l'avversione alla Chiesa. Come da una parte la corte si adoperava a schiacciare il ricordo della Rivoluzione, così dall'altra tutti gli scontenti erano d'accordo nel farne l'apoteosi. E si avverò anche questa volta il vecchio malvezzo del mondo, di tenere per grandi uomini gli autori di grandi misfatti. Questa generazione agitata non volle proprio saperne del fatto incontestabile, che la maggioranza delle assemblee rivoluzionarie era stata spinta alle sue risoluzioni estreme dal batticuore e dalla codardia; derideva la profonda verità, che il fanatismo è il retaggio inalienabile della grettezza, e che la moderazione del genio è un privilegio di nobiltà. E secondo che le ferite impresse dal giogo ferreo dell'impero si venivano lentamente rimarginando, nella fantasia oziosa del popolo a poco a poco si alzava sempre più imponente e abbagliante la gigantesca figura di Napoleone. Béranger è il cantore più nazionale del tempo appunto per questo, che non si solleva sulla cultura media della nazione, ma senza giudizio critico, come questa, si entusiasma e canta tutto d'un fiato la Rivoluzione e il suo domatore.

A chi aveva osservato da vicino il prigioniero di Sant'Elena, cotesto risveglio del culto di Napoleone doveva certo sembrare incomprensibile. La storia moderna non conosce spettacolo, che provochi con tanta violenza l'odio amaro degli uomini, come questa fine furfantina di un grandioso arringo di eroe. Certamente nessun conoscitore di uomini si sorprende, che la passione vulcanica di questo violento si sfoghi ora in una irrequietezza febbrile, e in un maligno arrabbiarsi coi buoi e i gatti del vicino: il non far niente doveva essere un inferno per questo genio della potente attività, il quale non poteva trovare la sua pace nel poetare e pensare, come il filosofo di Sans-Souci. Ma quante menzogne gli scorrevano dalle labbra! con quanta inverecondia ripeteva l'impudente falsità di essere stato attirato in prigione dalla malafede inglese! come ricantava la centesima volta la vecchia fola dell'oro inglese, della neve russa, del tradimento sassone, sole pretese cause della sua orribile caduta, e la nuova promessa dell'impero della libertà, che voleva fondare! E parlando fantasticamente della lega della libertà del futuro, della federazione della Francia con l'Inghilterra e l'America, mostrava sempre però in ogni osservazione della politica del giorno la durezza in nessun modo ammaestrevole del despota: i liberali per lui sono giacobini, Decazes è un ideologo, il disegno di un bill di riforme in Inghilterra è un'utopia. E con che raffinata cattiveria fu bistrattato e denigrato e ridotto alla disperazione Hudson Lowe, finché il povero diavolo, che era un pedante tagliato nel legname, ma era un uomo onesto, entrò negli annali come un babau erostratesco, e fu maledetto dai poeti di tutti i popoli! E quale scena, quando l'imperatore fece staccare dal suo vasellame le aquile gloriose e sminuzzare e vendere l'argento, mentre col fatto avrebbe potuto sempre toccar danaro in Europa dai parenti e dagli avanzi salvati dei suoi beni! Era un sistema ben premeditato, e ne convengono bruscamente il generale Montholon e Las Casas nel noto brano del suo diario; sistema che raggiunse pienamente lo scopo. Lord Holland e i whigs profittarono degli orrori di Sant'Elena come di uno strumento bellico assai comodo contro il gabinetto tory. Quando l'emissario di Sant'Elena incaricato di annunziare all'Europa i misteri della petrosa isola fu, per ordine della corte di Vienna, arrestato e malmenato dalla polizia di Francoforte, trovò, appunto per questo, benevolo ascolto tra i malcontenti tedeschi. E molti anni dopo la morte di Napoleone, Hudson Lowe al suo apparire in Germania fu accusato dai liberali di tentato assassinio in danno del giovane Las Casas.

L'imperatore era morto: una lastra di pietra nuda coprì la tomba, a cui l'ignobile nemico ricusò anche il nome glorioso del defunto. Il testamento annunziava con quale ardore l'italiano aveva amato la sua Francia, raccomandava al figlio di rimanere francese e di dare un giorno al paese la libertà, come il padre gli aveva assicurato l'eguaglianza. Al piccolo uomo tornava lusinghiera la notizia, che il grande imperatore aveva legato i duecento milioni della sua privata fortuna all'esercito e, tra gli alleati, ai paesi esausti di frontiera; un incantevole riscontro al miliardo degli emigrati! E la fabbrica delle memorie intraprese subito il suo massiccio lavoro. Lettere, diari, conversazioni dell'imperatore inondano il mercato librario: un miscuglio mirabile di verità e di menzogna, di pensieri geniali e d'infernale malizia, diabolicamente interessante anche per l'avversario. La materia della storiografia imperialistica fu presto elaborata: Bignon e Ségur aprirono la serie di quella istorica faconda, agile, instancabile, ma in fondo sleale, che dominò per trent'anni sull'opinione media dell'Europa, e soffocò gl'ingenui racconti di un Droz o di un Barante.

E poi, quale si fosse l'indegnità del vinto, non era forse una figura toccante, che trascinava irresistibilmente la fantasia del poeta, quella dell'uomo incarcerato iniquamente, del prigioniero di milioni di uomini, di questo Prometeo incatenato alla rupe, al quale l'avoltoio britanno lacerava il fianco? Non appena Béranger fece dire all'imperatore «Io sono il Dio del mondo» e celebrò le aquile, compianse i misconosciuti eroi di Austerlitz e gridò il suo angosciosoadieu donc, pauvre gloire!che una voce si aggiunse subito all'altra, finché il coro pieno dei poeti francesi cantò la gloria dell'imperatore. Un solo tra i nuovi poeti rinomati della Francia resisté a tale tentazione (sia permesso di accennare qui anticipatamente alla letteratura della monarchia di luglio). Domandiamoci che cosa voglia dire per la Germania il fatto, che Schiller non abbia condotto a compimento il disegno della sua Fridericiade, e misureremo ciò che significa l'immortalità poetica di Napoleone. S'intende bene come Victor Hugo, a posto su tutte le selle, abbia dovuto montare anche questo destriero di parata: cantò, e lo stile di questi versi bisogna goderlo nella sua bellezza naturale:

ce front prodigieux, ce crâne fait au moule du globe impérial.

Ma anche Lamartine, il nemico leale dell'impero, che avrebbe voluto fare apporre sulla tomba napoleonica l'inscrizione:à Napoléon—seul!fece poi passare davanti ai suoi lettori la figura del prigioniero in un crepuscolo romantico, con le braccia incrociate sull'ampio petto e con la bianca fronte, la fronte meditabonda, china, ottenebrata, sparsa di terrore. Il pittore David, il vecchio giacobino rigido, celebrò in lettere ampollose la grandezza dell'impero. Edgardo Quinet, che più tardi si adoprò a diffondere nel suo paese un giudizio equanime sulla Rivoluzione, a trent'anni ripete fedelmente, nel suo ciclo di canti «Napoleone», tutti i dommi della religione napoleonica, e mise in bocca al despota le parole:j'ai couronné le peuple en France, en Allemagne. Se gli uomini più notevoli servivano con tanta compiacenza il feticismo nazionale, s'intende anche quanto si desse da fare il formicaio affaccendato della genticciuola del Parnaso. Spogliando le appendici di trenta o quarant'anni dopo, ci si stupisce a incontrare quasi in ogni numero isouvenirs de l'empire. Tutti i teatri dei boulevards compravano le vecchie uniformi della guardia dell'imperatore, e rappresentare l'imperatore col suo piccolo cappello costituiva il pezzo di bravura di ogni caratterista. È chiarissimo seguire il modo con cui questo gioco della fantasia, procedendo timido e riservato sul principio, poi in seguito lasciò andare a mano a mano la vergogna e il buonsenso e arrivò fino all'assurdo sfacciato. Le poesie francesi tradotte da Byron biasimano ancora la sete di sangue dell'imperatore, lamentano che un Napoleone si sia potuto trasformare in sire, l'eroe precipitare a re. Ma come il ricordo delle malefatte dell'imperatore veniva via via sempre più impallidendo, l'infatuazione invece saliva fino all'inconscia e schietta bestemmia. Dopo la morte della vecchia Letizia, i giornali riportarono una poesia di Blanchemain con versi come i seguenti:

et on lui réfusa cette faveur dernière, d'accompagner son fils à son lointain Calvaire, cette autre mère des douleurs!

La sostanza proteiforme del bonapartismo offrì un'arma a qualunque opposizione, un appagamento a ogni passione nazionale. Era certo assai comodo schernire i Borboni col nome dell'imperatore popolano e il pacifico re dei borghesi con l'eroe di Austerlitz, e contrapporre a ogni governo debole il grandioso ordinamento dell'impero. E siccome lo splendore dell'impero usato per tanti anni dall'opposizione era un po' abusato, venne in fine a tempo la leggenda napoleonica a raggiungere lo scopo. Il duro despota, che si era uniformato al criterio che «solo un soldato sa regnare; bisogna governare solo con gli stivali e gli sproni», adesso, venti anni appena dopo la sua morte, dagl'insensati della mezza cultura era tenuto come un eroe della libertà: il 18 brumaio aveva preservato la Francia dal ritorno del feudalismo, e l'intima natura dell'imperatore si era palesata nella più involontaria delle sue azioni, nell'atto addizionale forzato del 1815!

Tra tutti i viventi, dopo Napoleone III, nessuno più del signor Thiers ha potentemente promosso il bonapartismo, e fra tutti quelli a cui il nuovo impero non ha risparmiato i suoi colpi, nessuno meno di lui merita compassione. Chi tuttora nutriva il sospetto, se l'odio di milioni d'uomini al grande macellatore in realtà non avesse fondato motivo, avrebbe potuto illuminarsi all'opera storica del grandecauseur, la quale con trasparente chiarezza, con cognizione ostentatamente profonda, svolse tutta quanta la magnificenza della mitologia napoleonica nel linguaggio elegante deisalons. La disonestà spaventosa di questo libro, l'oltraggioso disprezzo degli avversari era schiettamente napoleonico, e anche più era tale il modo di vedere le cose del mondo, il giudizio storico, a cui s'ispirava il liberalissimo e coltissimo storico. Per l'astuto uomo tutto il senso profondo della storia consiste nelle spedizioni, nelle trattative diplomatiche, nelle misure finanziarie: il supremo giudice storico è per lui il successo materiale; la gloria con i suoi raggi illustra ogni misfatto sanguinoso. Solo una perturbazione dell'ordine naturale, solo le forze diaboliche del tradimento e dello spergiuro, principalmente dell'orribile lega di virtù di Königsberg, poterono defraudare la Francia del dominio mondiale che le apparteneva di diritto. Il 18 brumaio porse allo storico cospirante con la fortuna l'occasione di esibire una filosofia del colpo di stato, che poi uno scolare docile avrebbe con letterale apprendimento applicata sul corpo dello stesso maestro. E cotesto evangelo del bonapartismo era celebrato dall'avversario Lamartine come il libro del secolo! L'armata ritrovò la sua vita e il suo spirito nella lettura della storia delle guerre napoleoniche; vi conobbe tutti gli eroi dei giorni napoleonici, dal mammalucco Rustan fino al grande Cambronne, che in realtà non aveva affatto pronunziata la bella parola «la guardia muore, ma non si arrende»; e frattanto rimaneva in tale risibile ignoranza della storia degli eserciti nemici, che trent'anni dopo il maresciallo Soult chiese premurosamente al nostro generale Brandt informazioni intorno al benemerito artigliere prussiano Scharnhorst.

La sopravvivenza di un sistema politico caduto, che conserva la sua efficacia anche senza l'ausilio di un partito vigoroso, è, per quanto io ne sappia, un fenomeno senza esempio. È avvenuto in Francia. Il bonapartismo viveva come una forza attiva nelle istituzioni dello stato, nelle consuetudini politiche, nella fantasia del popolo. Un partito bonapartistico numeroso, cólto, mirante a uno scopo chiaro, non è esistito fino al 2 dicembre. Nei primi anni della Restaurazione il grido «viva Napoleone!» risonò ancora nei tumulti di Lione e di Grenoble; e davanti al caffè Foy a Palazzo Reale accaddero occasionalmente tafferugli sanguinosi tra ex-ufficiali imperiali e legittimisti. E anche nel 1817 Gneisenau, con l'intuito penetrante dell'odio, scriveva che, se Napoleone fosse allora ritornato, governerebbe più illimitatamente di prima, e che fino a quando un soldato dell'imperatore avrebbe avuto il respiro, il popolo ambizioso e vendicativo non avrebbe mai trovato pace. Lo stesso Duvergier de Hauranne confessò, che un trono del re di Roma o del principe Eugenio poteva contare in ogni tempo su numerosi partigiani. Ciò non ostante, partite le truppe straniere, la nazione si buttò appassionatamente nelle lotte parlamentari: spariscono gli ultimi poveri aneliti del bonapartismo. Il partito bonapartista si ritira nell'ombra, mette le mani in ogni congiura: la confusione, l'anarchia è evidentemente il suo scopo prossimo. L'abbate Gregoire, la cui apparizione alla camera era per provocare una così profonda agitazione della vita parlamentare, era stato eletto a Grenoble, una delle più importanti sedi del bonapartismo. Nelle società segrete di Lafayette e complici fu stretta misteriosamente l'alleanza tra i bonapartisti e i radicali. Ma sul momento nessuno credeva al rinnovamento dell'impero.

Un tardo avvenire avrebbe appreso, che la santa austerità della storia non è abusata impunemente nei trastulli della vanità. In quella generazione rumorosa alcuni chiamassero pure il vitello d'oro «Napoleone»; altri lo chiamassero «1789»; fatto sta che tanto gli uni che gli altri erano professi d'idolatria. Dietro la deificazione di moda al tempo della Rivoluzione, si nascondevano un'albagia sconfinata della nazione, che godeva di chiamarsi il popolo messianico della libertà, e un disprezzo degli altri popoli non meno frivolo. Si misconosceva la verità, che le forze attive della storia operano onnipresenti ed eterne. Non si voleva vedere, che l'antica struttura bronzea dello stato inglese rappresentava nella libertà moderna una parte per lo meno eguale a quella della Rivoluzione francese. Tanto meno si riconosceva, che la spada della Germania aveva salvato la nobile varietà della civiltà europea, e che i pensatori della Germania avevano di nuovo ricordato al mondo il diritto inalienabile della nazionalità. E si sarebbe pure dovuto capire almeno, che la Prussia con la sua libertà comunale buttava al suo popolo in armi le fondamenta di una società, che non cedeva punto in energia di vita allo stato burocratico dellaégalité. Il pensiero fondamentale di quella mostruosa falsificazione della storia era in questa presunzione: l'Europa è obbligata ad ammirare la Francia, e se un dominatore della grande nazione costringe il continente ad adempiere questo dovere, allora tutto gli è permesso! Ma come e quando quella fatua specchiatura di sé stessi, quell'apoteosi della rivoluzione e dell'impero, con cui si trastullavano le persone cólte, si era diffusa anche nelle popolazioni? in quelle popolazioni, che serbano tuttora sentimenti ingenui e greggi, e che non fantasticano mai senza insiememente volere?

Eppure ciò avvenne. Lo stesso imperatore già si era eccellentemente compreso al proverbio:give me the ballad-making and I will rule the people. I cantastorie propalavano la gloria della grande armata, figure di cera e illustrazioni mostravano ai contadini i lineamenti dell'imperatore e dei suoi eroi. L'antico appassionamento della gente di bassa condizione pel plebeo che aveva mostrato ai grandi ciò che sa fare la forza di un uomo, ora fu accresciuto dai Borboni con la guerra che, come per un accecamento mandato loro da Dio, bandirono contro tutti i ricordi e le memorie imperiali. Qui un prefetto fece bruciare l'immagine del mangiatore di uomini Bonaparte insieme con un'aquila viva, là fu buttato in carcere un veterano perché portava alla casacca un bottone con l'aquila. La polizia dava incessantemente la caccia alle statuette e ai busti dell'imperatore, che erano venduti nascosti nei pomi dei bastoni o nelle tabacchiere a doppio fondo. La statua della colonna Vendôme fu tenuta celata a lungo nello studio di un artista fidato, adorna di bandiere tricolori, finché i Borboni la fecero prendere di là e rifondere pel nuovo monumento a quell'Enrico IV, che il popolo non conosceva più. Affluirono nei villaggi i veterani, coperti di ferite, derelitti, offesi dai nuovi luogotenenti nobili che non avevano mai fiutato l'odore della polvere; «e ciascuno di essi diventò un Omero improvvisato dell'epopea imperiale», come dice un orleanista, il conte di Montalivet. Perfino il codice dell'impero dové smettere il nome del suo autore, e i partigiani dell'imperatore furono perseguitati perfino sul vestibolo neutrale dell'accademia. Anche all'estero le popolazioni non si stancavano di almanaccare sull'uomo satanico. La fantasia degli orientali fuse questa figura di eroe con un'altra apparizione della lontana antichità: i beduini raccontavano della cavalcata nel deserto, che il sultano dei franchi, Iskander (Alessandro), aveva fatta di nuovo a oriente dopo duemila anni. I palermitani sapevano, che il grande isolano sarebbe riapparso e avrebbe precipitato nel mare il massiccio del monte Pellegrino. In Turingia il popolo bisbigliava, che l'imperatore aveva liberato a Kyffhäuser il Barbarossa. E dovunque le moltitudini credevano, che un tale uomo non potesse morire. La credenza in tale immortalità si sparse anche in Francia, a personificare le grandi memorie esclusivamente in questo eroe. Egli era ilgros papa, ilpère la Violette, e soprattutto il «piccolo caporale». È nota l'influenza e il senso di amor proprio che i vecchi sottufficiali serbano in tutti gli eserciti stanziali; tanto che anche nella campagna del 1859 gli zuavi elessero il re d'Italia a loro caporale onorario. L'imperatore con la sua maestria nel maneggio degli uomini aveva cattivato ciecamente alla propria persona per l'appunto questa classe dei sottufficiali; e se pensava a loro, poteva ben dire con piena confidenza: «chi tocca la mia memoria morde il granito». Anche in quelle provincie del mezzogiorno che un tempo avevano oltraggiato l'imperatore fuggiasco, la gente del popolo non poté resistere a lungo alla propaganda dei veterani: era, in verità, gloria della Francia quella di cui i vecchi narravano i fasti, e il principe della guerra con tutti i suoi delitti era un eroe non meno nazionale del re degli emigrati. Proprio qui, tra le moltitudini, il bonapartismo trovò e trova la sua forza. Si adempì alla lettera la profezia del cantore:

on parlera de sa gloire dans la chaume bien longtemps, l'humble toît en cinquante ans n'aura pas d'autre histoire.

Napoleone pel popolo divenne il rappresentante, il compendio della storia moderna.

Il più strano in questo sviluppo della leggenda napoleonica è la cooperazione dello straniero. La lega delle corti legittime e delle forze nazionali, che aveva abbattuto l'imperatore, si sciolse di botto dopo la vittoria. La lotta pel diritto delle nazioni si chiuse con una ripartizione di paesi, che a mala pena era meno arbitraria della trasformazione della carta geografica fatta da Napoleone; la guerra per la libertà dell'Europa approdò a quella dittatura della Santa Alleanza, che comandò solo con un po' più di mitezza, ma incomparabilmente con più inconsideratezza che non un tempo il dominatore del mondo. Un amaro scontento s'impadronì dei popoli delusi, e con quello si fece strada un cambiamento profondo di opinione sulle lotte passate: un cambiamento, che ancora oggi suscita il malumore in noi patrioti prussiani, e che pure era necessario, se la vita tedesca era destinata a non cadere interamente nel sopore. In una parola, i tedeschi si abituarono a guardare con gli occhi dei loro nemici l'episodio più glorioso della loro storia moderna. In Prussia, dove il nobile sentimento della guerra di libertà non sparì mai interamente, la vita pubblica si era estinta, la nazione curava in silenzio le sue piaghe, e la pazzia della caccia alla demagogia e l'aggiornamento della costituzione soffocavano la pura gioia della grande lotta. Mentre i francesi non erano mai sazi di contemplare le immagini della loro rivoluzione, in Germania né l'arte né la storiografia presero a trattare la grata materia della guerra di liberazione; e, d'altronde, se l'arte propende al culto degli eroi, si compiace di essere svegliata più dallo splendore di un grand'uomo, che dalle gesta di un gran popolo.

Lo spaccio pubblico della vita tedesca era dominato dai liberali dei piccoli stati, uomini cioè, che non partecipavano allo sdegno eroico della guerra tedesca; e tra loro molti erano ebrei, i quali, messi in un cantone da leggi imprudenti, non potevano certo acquistare facilmente il sentimento sereno dell'orgoglio nazionale tedesco. Al rude odio ai francesi dei giorni teutonici successe una divinizzazione parimente cieca della vita francese; la gioventù, che si era affacciata alla vita così compatta e con freschezza così giovanile e tedesca, si ruppe rapidamente in leghe segrete, sull'esempio dei cospiratori francesi. È lecito affermare, che gli ultimi due decenni hanno precluso ai tedeschi meridionali l'intelligenza della guerra di libertà. Presto doveva rivelarsi l'affinità elettiva che collega il liberalismo triviale con la burocrazia e col senso apatriottico, col nessun sentimento di patria. Non appena il partito ultramontano in Baviera si arrischiò a mostrarsi di nuovo, subito i liberali desiderarono il ritorno dei giorni di Montgelas, e parecchi tirolesi illuminati maledissero la memoria di Andrea Hofer. La gioventù di Westfalia e di Berg si sollevava al grido «avanti coi diritti neolatini!». Il primo tentativo di abolire il codice Napoleone mise in agitazione tutte le regioni renane. Pel secolo democratico l'eguaglianza poteva più della nazionalità. Il codice era stimato liberale perché aveva introdotto l'eguaglianza incondizionata davanti alla legge e, inoltre, l'istituzione dei giurati. Si tornò all'antica regola, che il nostro occidente assorba più civiltà che non ne emani; e furono accolte con gratitudine tutte le meraviglie della libertà francese, culto napoleonico incluso, perché l'imperatore era il nemico dei nemici del radicalismo. La nascita del quale, sorto di peso dalla democrazia forestiera, offre uno degli spettacoli più ripugnanti della storia tedesca. Di anno in anno le teste calde della nostra gioventù accorrevano alla città della libertà, e predicavano la genialità del primo popolo del mondo, il quale senza l'oppressione della tirannide scolastica tedesca si educava da sé, con tutta spontaneità, al coraggio e alla libertà, allo spirito e alla bellezza. Quando un avversario di Napoleone, il Börne, si trovò davanti alla colonna Vendôme, domandò: «il giunco tedesco diventa più forte, sol perché l'uragano abbatte la quercia?», e si scordava della piccola inezia, che l'uragano eravamo noi. L'andazzo era tutto concorde in una siffatta diminuzione delle gesta tedesche, in un siffatto svillaneggiamento della patria; e non tardarono alcuni cervelli esaltati a correre alle conseguenze estreme, e a presentarsi apertamente in veste di sacerdoti di Napoleone, come fece specialmente Enrico Heine. La rabbia contro la Prussia e il linguaggio dei feudali di Potsdam, e quella frivola civetteria che con la glorificazione del genio mira insieme a mettere in mostra il proprio genio, cavarono al poeta l'odioso «Libro di Le Grand». Solo la perfetta assenza di carattere e di pensiero della corte di Vienna spiega l'enimma, come mai al poeta radicale si sia associato, secondo, il signor di Zedlitz: il panegirista sfegatato del principe di Metternich intrecciò una corona funebre al côrso, e vi aggiunse l'idolatria pei francesi. Fu anche più notevole il fatto, che la stessa letteratura amena, che è impolitica per natura, s'iniziò al culto di moda: innumerevoli novellisti e lirici, come per esempio Guglielmo Hauff nel libroBozzetti dell'imperatore, glorificarono senza secondi fini l'eroismo imperiale.

Anche in Germania la leggenda napoleonica ebbe seguito specialmente nel popolo. Noi pure avevamo i nostri veterani napoleonici: l'esercito sassone vantava come sua gloria suprema la giornata della Moscowa, e il bavarese la campagna del Danubio del 1809. Chi visita le antiche case franche del nostro mezzogiorno si abbatte in una quantità innumerevole di ritratti dell'imperatore, e qua e là, nelle regioni anteriori dell'antico impero d'Austria, in qualche figura dell'arciduca Carlo e della battaglia di Stockach, ma non incontra quasi in nessun luogo una vecchia immagine di Blücher o di Stein. Una volta in una locanda di campagna nell'alta Selva Nera io vidi una figura ingiallita di venti anni prima, di quelle vendute nelle fiere. Un animale con tre corpi e una testa (la domesticità tedesca ha in maniera singolare eletto l'innocente cervo in luogo di una bestia imparlamentare) giace pigro e stupido nel bosco: tra gli alberi si eleva gloriosa l'ombra di Napoleone; sotto si leggono i versi:

Tu ci vedi qui all'aria aperta importunati da una sola testa. Ora indovina a chi di noi tre appartiene la testa.

Dopo la morte di Hudson Lowe i fogli radicali tedeschi dedicarono all'uomo, che un tempo era stato onorato dall'amicizia di Gneisenau, il melodioso addio:

Finalmente, o tomba, tu nascondi il mostro vomitato dall'umanità, come l'avoltoio ecc. ecc.

Un conoscitore della parte indiscriminata della nostra letteratura aggiungerebbe facilmente dei bei pezzi complementari. I fogli radicali degli ultimi trent'anni formicolano di allusioni maliziose all'imperatore. «Il risveglio di Napoleone, ovvero Egli vive ancora. Sogno di un principe legittimo», tale è il titolo di un articolo nello «Staffile» (Geissel) di Hundt-Radowsky, sul quale la polizia tedesca braccava con zelo particolare. Per quanto siffatte velleità non abbiano alcuna importanza, pure un francese, che osservi superficialmente, ne avrebbe abbastanza per dire con una certa verità, che la venerazione dei suoi compatrioti per l'imperatore liberale è nutrita anche nei piccoli stati tedeschi.

In Italia il risveglio dell'entusiasmo napoleonico fu incomparabilmente più forte e più giustificato. L'imperatore era considerato come il più grande degl'italiani: aveva risuscitato dal sonno millenario il sacro nome del paese, aveva frenato con leggi moderne l'antico disordine tradizionale, aveva versato con gesta senza pari un'ambizione inquieta nel cuore della snervata gioventù. Di tanto in tanto all'Elba gli era ribollito nelle vene il sangue italico: egli promise: «a Parigi sono stato un Cesare, a Roma sarò un Camillo». Sulle nuove strade alpine, nell'arena cesarea della capitale lombarda, nel duomo risorto dalle rovine, nell'Arco di trionfo, a cui l'imperatore aveva destinato l'Impresa di Alessandro del più grande scultore moderno, e che ora glorificava le imprese dell'Austria, l'italiano incontrava a ogni piè sospinto nel settentrione della penisola le orme del grande compatriota. Il suo Regno d'Italia era stato un governo ben più umano e nazionale del dominio austriaco e della forca borbonica. L'odio ai francesi, che la musa di Alfieri aveva bandito alla gioventù, dileguava a poco a poco sotto la cupa compressione della nuova dominazione straniera. Niccolini, che in altri tempi con un alto grido di sdegno aveva atteso sulla via di Brenno il figlio d'Italia discendente dalle Alpi, e non aveva trovato che sarcasmo per l'iscrizione della medaglia commemorativa francesel'Italie délivrée à Marengo, adesso intonava canti di disprezzo pei nani che ballavano sulla tomba del gigante. Il cordoglio umano pel trapasso di una grandezza unica suggerì a Manzoni l'espressione travolgente in quella poderosa ode, che con una strappata geniale leva via la sostanza dalle maraviglie dell'impero:E il lampo dei manipoli E l'onda dei cavalli: e perciò essa sola vale tutte le altre opere dell'epopea napoleonica. Il giovine Santarosa nei suoi primi scritti aveva maledetto il tiranno, che aveva arrossato d'italo sangue i piani nevosi della Russia; ma da uomo maturo si riconciliò coi francesi e i napoleonidi. E come lui Massimo d'Azeglio, il figlio dell'emigrato piemontese. Nella bella lettera di conforto che Pio VII scrisse alla madre di Napoleone, non parla soltanto l'uomo amabile, né soltanto il papa la cui Chiesa andava debitrice all'imperatore del ripristinamento, ma anche l'italiano. I carbonari, dianzi nemici di Murat, dopo si erano intesi con gli amici di Napoleone. Il bonapartismo viveva inestirpabile nel cuore degli ufficiali della vecchia armata italiana. Essi avevano rinnovellata per la prima volta sotto il côrso la gloria delle armi nazionali, ed erano adesso i capi naturali di ogni rivolta contro l'Austria, proprio allo stesso modo come i veterani dei lancieri polacchi dell'imperatore avevano nella loro patria elevato a segnacolo di patriottismo la religione napoleonica, e stavano in prima linea in ogni lotta contro i russi.

Un cambiamento di opinione principiò perfino tra gli spagnuoli, che poco prima avevano combattuto con odio atroce l'usurpatore. I liberali spagnuoli sfuggiti agli orrori della reazione borbonica avevano cercato, già durante i cento giorni, di stringersi all'imperatore, e quando, otto anni dopo, i Borboni francesi rinsaldarono il trono vacillante del cugino spagnuolo, i veterani napoleonici accorsero tra le fila dell'esercito della libertà delle Cortes. Nel Belgio il grato Verviers eresse una statua all'imperatore, che aveva dato vigore alle industrie cittadine. In Inghilterra l'energia dell'orgoglio nazionale e la sanità dello stato non permisero mai al bonapartismo di diffondersi ampiamente. Una parte della nobiltà whig, lord e lady Holland, lady Blessington e il suo circolo serbarono un'adorazione fanatica pel nemico dei torys. In quel torno Byron levò la voce contro il trionfo delle anime piccole sul genio, e si accordarono con lui, senza però la misura, senza la nobiltà del maestro, alcuni scrittori radicali.


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