Per tutto il tempo che l'erede di Napoleone visse come un prigioniero, il diletto fantastico che ebbe il mondo dalla figura dell'eroe non produsse risultati politici immediati. Avvenne come se i napoleonidi si fossero divisi i due opposti principii, che nell'imperatore erano uniti e concorporati. Il duca di Reichstadt ereditò l'assolutismo paterno, gli altri della famiglia tennero le tradizioni rivoluzionarie della casa. Guardando il debole giovinetto coi bei lineamenti del padre quando s'immergeva fisso nella mappa, o quando con vivacità passionata manovrava il suo battaglione o con l'occhio acceso gridava: «un Napoleone deve ritornare in Francia solamente alla testa di un esercito, a viso aperto, non mai come un cospiratore, come un fantoccio dei liberali»; allora si sentiva davvero, che in quelle vene fluiva sangue puro di Napoleone. Tale era stato il padre in quegli ultimi tempi di orgoglio regale, in cui discuteva della legittimità della quarta dinastia, e parlava con affetto di parente del «suo sventurato zio» Luigi XVI. E, in verità, non era necessario il cattivo verso dedicato da Barthelémy al «figliuolo dell'Uomo» per cattivare il sentimento umano a questo essere ineffabilmente triste, a questo giovinetto, che sulle spalle incolpevoli portava le colpe e la calamità di lotte che avevano scosso il mondo.
Durante le trattative della seconda pace di Parigi, Richelieu e Pozzo di Borgo avevano messa avanti la proposta di educare l'erede di Napoleone allo stato ecclesiastico: disegno, che il vecchio imperatore considerò sempre come la più terribile sventura per la sua famiglia. Le grandi potenze trovarono l'idea accettabile, e tre anni dopo il gabinetto prussiano scrisse: «la professione ecclesiastica non pregiudicherebbe la sorte del principe e tranquillerebbe tutti». Ma la corte di Vienna non tardò a persuadersi, che quell'animo ardente non era nato per fare il prete. L'imperatore Franz nominò il giovine Napoleone duca di Reichstadt; ma tale dignità fu concessa espressamente, dietro rimostranza della Prussia, alla persona del principe, non ai successori. Si era tacitamente convenuto nella presunzione, che la discendenza di Napoleone si sarebbe estinta¹. La fiaba tanto diffusa e creduta, che l'imperatore Franz facesse struggere il nipote tra eccessi precoci, certamente è rifiutata da un pezzo: rispetto al giovine principe non fu seguito altro metodo di educazione, se non quello antico di prammatica secondo il quale erano istruiti gli arciduchi genuini. Il che non vuol dire che l'educazione del duca di Reichstadt non facesse degno riscontro a quel premeditato trattamento dei prigionieri dello Spielberg, che il paterno imperatore dirigeva personalmente. Mentre la sposa austriaca di Napoleone si consolava con l'adulterio sfacciato, tra le braccia del luogotenente maresciallo Neipperg, che null'altro possedeva fuori degli ambigui meriti di bell'uomo, il figlio dalle arti del nonno era reso completamente straniero al suo popolo, straniero alla propria casa. Anche il gran nome di Napoleone gli fu interdetto; l'educazione dell'arciduca Francesco Giuseppe Carlo fu condotta nell'odiosa lingua tedesca. E quando il precoce fanciullo fu preso dal ricordo sempre più attraente e limpido dei giorni in cui fu re, della carrozza d'oro tirata dalle caprette che lo portavano nei viali del giardino delle Tuileries fra gli scoppi di acclamazione dei parigini, proprio allora egli apprese da alcuni assolutisti della più pura acqua la verità intorno a suo padre, o ciò che in una corte simile si chiamava verità! Lo sventurato meditava ora sulle parole promettenti del poeta: «Coraggio, coraggio, o figlio degli dèi, cacciato dal tempio; tu porti sulla fronte il sigillo della origine sacra!». A Schönbrunn era nota l'ansia con cui il despota sospettoso tremava davanti all'idea dell'età maggiore di un tal nipote. L'ambasciatore del Würtemberg, Wintzingerode, scrisse fin dal 1817: «qui a Vienna si principia ad aver paura della crescenza e della spupillatura della dieta più ancora che del giovine Napoleone». Quale destino, i giorni d'oro della fanciullezza tra la diffidente malvagità di nemici implacabili!
¹ Ciò secondo relazioni dell'ambasciatore prussiano a Vienna, generale Krusemark, 4 e 11 febbraio 1818. Napoleone I intravvide il disegno, come dimostrano iMémoires du roi Ioseph(x, 268).
Les rois m'adoraient au berceau, et cependant je suis à Vienne!
Per quanto la sciocca vanità dell'austriaca e i dolori del figlio ribellassero ogni cuore francese, pure la madre di Napoleone suscitò un appassionamento forse anche più profondo. Da quando vivono gli uomini, un religioso timore accompagna le madri dei grandi uomini: la poesia antica possiede pochi luoghi così toccanti, come quel passo di Giovenale, in cui il poeta rimprovera Messalina di aver profanato con le colpe delle sue notti dissolute il corpo che aveva portato il magnanimo Britannico. Ma la madre di tanti re e del primo uomo del tempo, che portava il suo destino con la dignità di una matrona romana, che suscitava dovunque con parole di vero compianto la pietà per «il mio grande e infelice esiliato di Sant'Elena»: «in verità io sono la madre di tutti i dolori», scrisse al cardinal Consalvi: che nella miseria non smarrì nemmeno per un istante la fede nella stella della sua casa: cotesta pallida figura di sofferenza dal nero e profondo occhio côrso, in nere gramaglie, col diadema dei giorni imperiali intrecciato nei capelli canuti, non era forse un'effigie di umanità, che non si poteva dimenticare?
Un atto d'impero del Congresso di Vienna «nell'interesse della pubblica quiete» pose la casa dei napoleonidi sotto la sorveglianza dell'Europa. In ciascuno dei pochi paesi, in cui si era loro permesso di accedere, l'ambasciata delle cinque potenze aveva l'incarico della loro vigilanza, e le autorità erano responsabili della loro buona condotta. Nelle lettere di rimostranza dei Bonaparte condannati al confine ritorna sempre non senza ragione il motto: «noi preferiamo di vivere sotto i Borboni o in Prussia, anziché tollerare un trattamento simile!». I Borboni perseguitavano con un odio cieco la casa del loro capitale nemico. Una legge draconiana proibiva sotto pena di morte ai parenti di Napoleone, anche alle mogli e ai figli, di metter piede in suolo francese. Perfino all'innocente zio Fesch fu vietato di ricomparire nel suo vescovado di Lione. Furono respinte anche le richieste di crediti dei Bonaparte, sebbene legalmente valide. I Borboni di Napoli infastidivano il papa con le continue sollecitazioni di espellere gl'incomodi rifugiati. Più degnamente, sebbene non meno ostile, si comportò la corte prussiana, pur così indimenticabilmente offesa dall'imperatore. Il re col suo sentimento di giustizia appoggiò le pretese pecuniarie dei napoleonidi per quel tanto che erano eque. Ma a nessuno della pericolosa progenie fu permesso di varcare le frontiere prussiane; e gli ambasciatori all'estero ebbero istruzione di vigilare nel modo più rigoroso sulle persone sospette. La corte di Vienna, una volta entrata nel vergognoso parentado, non era più in condizione di vietare addirittura ai suoi parenti il soggiorno nei paesi della corona. E rimediò col sistema dei meschini espedienti polizieschi di perquisizioni e tastamenti. Il principe di Metternich, che in queste faccende non immischiava nemmeno il suo birro di fiducia, non faceva che informarsi ansiosamente, con lettere di suo pugno, sulle mosse della duchessa di Saint-Leu o del conte di Monfort. Non appena corse voce, che il conte Possé, genero di Luciano, sarebbe nominato ambasciatore di Svezia in Italia, il cancelliere scrisse immediatamente al duca di Modena intimandogli di protestare contro la possibile nomina. Con grande mitezza si comportò invece la corte russa, imparentata con Gerolamo e coi Leuchtenberg; più di una volta, anzi, i suoi diplomatici protessero i Bonaparte dalla grossolana persecuzione poliziesca. Ma qualunque iniquità delle grandi potenze era superata dal trattamento rivoltante, che la casa di Girolamo era destinata a sperimentare da parte di uno dei più zelanti servitori dell'usurpatore. Nessuna casa regnante era obbligata all'imperatore più di quella del Würtemberg; perché «prima di Napoleone», come lamenta Gerolamo nelle sue memorie, «non era mai esistita una nazionalità würtemberghese», e il mondo intero sapeva, che lefumées du Germanismenon avevano mai menomamente dato alla testa né al re Federico né ai suoi fedeli. Ma non appena la caduta di Napoleone fu un fatto, il re pretese che sua figlia Caterina si dividesse dal marito che egli stesso le aveva dato. Dalla nobile donna, legata al marito con fedeltà tedesca, ricevé degna risposta: «io ho partecipato alla sua fortuna, ed egli mi appartiene nella disgrazia». Il padre fece rapire la figlia e trasportarla a forza nel Würtemberg; e per un anno intero martirizzò moglie e marito nel castello di Ellwangener, per impadronirsi dei loro beni. Maneggi infami, che misero in luce tutta l'abiezione dello staterello renano e non furono dimenticati dall'istinto vendicativo del sangue côrso.
L'odio dei nemici, dunque, spinse la famiglia dalla parte della rivoluzione e le procurò la fortuna di non essere dimenticata. Alcuni dei Bonaparte si stabilirono in quella Toscana, dove un tempo era vissuto il santo Napoleone, la più parte si raccolsero a Roma intorno aMadame Mère. Riannodarono le antiche relazioni italiane, s'imparentarono, per ordine dell'imperatore, con le grandi famiglie romane. Il detronizzato sperava, che un Bonaparte sarebbe salito un tempo al soglio di San Pietro:il faut s'emparer de Rome. Non erano affatto signori raffinati, mostravano anzi qualcosa della logora eleganza deltailleur endimanché; ma nemmeno caddero in quel vuoto fatuo, che distingue i legittimi pretendenti. Alcuni si occupano di letteratura, altri sono al servizio delle forze radicali del tempo: un Bonaparte combatte e cade a Spetza tra i filelleni, un secondo entra nell'esercito degli Stati Uniti. I napoleonidi tengono carteggio in tutte le parti del mondo; il loro fido Abbatucci viaggia qua e là senza posa. Soffiano nel fuoco di ogni setta che agita l'Italia, e di tanto in tanto si ricordano ai contemporanei con un atto premeditato a impressionare. Gerolamo scongiura con una lettera commovente il principe reggente inglese, che gli sia permesso di recarsi a Sant'Elena a consolare l'infelice fratello; e si dà con ardore alla ricerca, purtroppo vana, di quelle inestimabili lettere, che i principi legittimi avevano deposto ai piedi di Napoleone al tempo della fortuna; e tenta ciò che appartiene propriamente al mondo furfantino.
Tra i napoleonidi i più attivi si rivelarono i Beauharnais, e, insieme, i più amabili, perché immuni dalle allumacature di volgarità attaccate indelebilmente ai genuini Bonaparte. Eugenio cercò di compensare con la solerzia di una segreta attività la debolezza mostrata alla caduta del patrigno. Viveva a Monaco come principe reale, amato da tutti e assai popolare, e aveva intorno una piccola colonia di francesi scontenti. Il suo aiutante, il generale Bataille, possedeva grandi beni a Milano, e manteneva strette le relazioni coi patrioti del Regno d'Italia. Il principe stesso si recava frequentemente ad Augsburg dalla sorella Ortensia, mandava da Abel in viaggio la moglie, a lui molto devota, con incarichi segreti, e insieme coi due Las Casas, al loro ritorno da Sant'Elena, lavorava all'ordito della leggenda napoleonica. Questo focolare tedesco del bonapartismo, come avvertì sovente anche il principe di Metternich, fu lasciato tranquillo: tra i familiari di Eugenio si annoveravano molti ufficiali postali e lo stesso direttore della polizia di Monaco. Persisteva tuttora alla corte e nell'esercito un forte partito bonapartista: una volta il re Massimiliano Giuseppe disse chiaro e tondo all'ambasciatore borbonico: _il vous faut un Eugène!_¹. Del pari instancabilmente esercitava la propria influenza Ortensia, la donna piena di spirito, gaia, leggera, che con l'incanto della sua conversazione aveva saputo incatenare a sé perfino la musoneria degli antichi castelli. Ella avverò ciò che aveva predetto il patrigno:elle embellira mon histoire. Beniamina dell'imperatore e dei parigini, aveva predisposto in silenzio le sue cose fin dal movimento dei cento giorni, e dopo la seconda caduta di Napoleone era rimasta tuttora a Parigi, e vi spandeva oro a piene mani, fino a quando non fu espulsa dal generale Müffling. Ad Augsburg faceva ora la principessa amica del popolo, e teneva un vivo carteggio con l'ambiziosa vedova di Ney. Poi a Roma il suo salotto ospitale procurò al bonapartismo numerosi aderenti tra gli stranieri illustri di passaggio, e molti affiliati, di cui suo figlio un giorno si sarebbe prevalso. Con tutto ciò, il ripristinamento dell'impero non si profilava sull'orizzonte, fintanto che l'unico possibile pretendente, Napoleone II, era in balìa della corte di Vienna. Lo stesso conte di Survilliers, Giuseppe Bonaparte, che tra i fratelli dell'imperatore aveva le maggiori qualità ed era il più radicale, stava tranquillo nei suoi poderi del Delaware, e allontanò Lafayette, quando questohiros des deux mondes, andato a fargli visita durante il suo viaggio trionfale attraverso l'America del Nord, gli tenne parola dell'esaltazione del re di Roma.
¹ Su queste circostanze poco note dànno numerose informazioni i rapporti mandati da Monaco dal generale Zastrow ambasciatore di Prussia negli anni 1817-22.
Non c'era ancora l'uomo, che condensasse in un'idea concreta le vaporose speranze dei napoleonidi; il terrore della borghesia davanti agli orrori delle guerre dell'impero seguitava tuttora a essere più forte del culto fantastico per l'eroe; la Francia credevo ancora in un avvenire parlamentare. I Bonaparte davano nel vuoto; e proprio allora i preti e gli emigrati s'impadronivano di re Carlo e spingevano la borghesia alla giusta difesa. Principiò un governo rivoluzionario. Il quale si vantava, e con lui i seguaci, di unificare in sé le grandi memorie del paese tendenti a disperdersi. Si giudicarono maturi gli ultimi frutti della Rivoluzione, e l'esperienza di pochi anni insegnò, che l'aristocrazia del danaro sfruttava a proprio vantaggio l'immutabile stato burocratico napoleonico con tutta la grossolanità di una morale solvibile.
L'età dell'oro della borghesia. [Scritto in Heidelberg nel 1868.]
Emilio Augier in una scena di non ricordo quale delle sue squisite commedie, fa dire a un fratello spiritoso: «Noi somigliamo a quell'uomo, che pigliava sette raffreddori al mese e si guariva di tutti, eccetto che del primo. Così anche la Francia ha superato felicemente tutte le sue rivoluzioni, eccetto la prima». Lo scherzo a quel tempo fece molto ridere, perché con una trovata piccante esprime il pregiudizio nazionale, che nell'anno di grazia 1789 la sapienza politica fosse scesa in terra in carne e ossa, e che l'avvenire non abbia altro incarico, che di menare ad effetto le verità salvatrici di quella rivelazione. Cotesta credenza non era stata mai tanto salda nei francesi, come nei primi mesi dopo la settimana di luglio, quando l'Europa guardava a Parigi con legittima ammirazione. La capitale con una sollevazione unanime e magnanima aveva difeso la carta costituzionale contro il colpo di stato della corte, e nel turbine della lotta non aveva dimenticato di risparmiare patriotticamente i soldati del paese. La vittoria della rivoluzione sull'antico regime parve subito completa. Sparirono la vecchia dinastia e la camera della nobiltà e con loro le forze che sole finora, come si pensava, avevano isterilito al paese i frutti del 1789. La Francia, come dice la Carta rimaneggiata, riprende i suoi colori. L'animale indeciso, ma di sensi supremamente liberi, che si è convenuto di chiamare il gallo francese, riprincipiò a cantare. Sullo stemma della grande nazione campeggia come simbolo assai significativo un libro aperto con l'iscrizione: «Carta del 1830». Il nuovo re borghese fa sparire gli esecrati gigli anche dal proprio stemma di famiglia. E non solo i folleggianti della gioventù radicale, come il nostro Heine, opinavano di veder fiorire una primavera d'oro dei popoli non appena sarebbero risonate le parole magiche «Lafayette e il tricolore», ma perfino uomini politici seri, come Dahlmann, si compiacevano dell'opposizione giusta e moderata. Né il movimento di Parigi penetrò soltanto in Italia e nei piccoli stati tedeschi: anche l'Inghilterra sperimentò per la prima volta, dopo un decennio, l'influenza dello spirito francese; e la stessa sollevazione delle classi medie, che a Parigi aveva abbattuto i Borboni, condusse di là dalla Manica al Reformbill.
Il raffinato e dotto acume riprincipia anche qui il suo gioco con le comparazioni storiche. Forse che non si erano ripetuti, fino ai particolari più minuti, tutti gli eventi che avevano preceduta la gloriosa rivoluzione inglese? Qui come lì regna, aliena ai tempi, con l'appoggio straniero, una dinastia prossima ad estinguersi; qui come lì vediamo una nazione, che sopporta longanime il disordine inveterato, perché vicino alla corona è un principe che può subito portare sul trono sangue giovine e idee moderne; finché, sia nell'uno che nell'altro paese, la nascita inaspettata di un successore legittimo al trono minaccia tutt'a un tratto di perpetuare la dominazione dell'antica casa odiata. In questi tempi tanto cólti non è forse permesso di calcolare il movimento della vita politica con altrettanta sicurezza, come il decorso di una ecclissi di luna? Non era fuori dubbio, che la Francia aveva trovato nel duca di Orléans il suo Orange e nella grande settimana il suo 1688: un raffronto che ilNain jauneaveva già anticipato quattordici anni prima? Ciò che Mirabeau aveva desiderato pel suo paese, lamonarchie sur la surface égale, parve in fine realizzato: il modello della costituzione inglese aveva ricevuto, con l'annientamento dell'aristocrazia, un miglioramento che rispondeva ai costumi democratici della Francia. La rivoluzione sociale compiuta da un pezzo parve politicamente assicurata, perché fu dichiarato formalmente il principio della sovranità popolare, e fu respinta solennemente la presunzione, che i diritti innati fossero concessi alla nazione per grazia reale. D'ora in poi la Carta è una verità: la scienza del diritto pubblico francese è nel suo fiore, e non le rimane altro cómpito, che di spiegare gl'immutabili principii dello statuto. Il nuovo regime riunisce le virtù della monarchia e della repubblica. La Carta contiene tutti gli elementi della libertà repubblicana, come dichiarò Lafayette, che fu il lord-protettore dei francesi nella settimana del turbine. Il re porta solo la corona, ma non governa; è «il re di nostra elezione». Rapida e sicura come una rivoluzione di palazzo, la lotta per le strade spazzò la vecchia dinastia. Da un momento all'altro il duca di Bordeaux diventò non meno incompatibile del nonno: le nuove generazioni conosceranno ciò che ha significato una dinastia di diritto incontestabile in un paese dilaniato dai partiti. In poche settimane furono deposti settantasei prefetti degli ottantasei; l'esercito sterminato degl'impiegati subalterni passò a tamburo battente al potere del momento. Si rinnovarono in conseguenza nella Vandea le lotte e le vittorie dei tempi repubblicani. I colpi della gran settimana, dove erano caduti, avevano schiacciato; e ne misuriamo la portata dall'inesprimibile sgomento che sorprese le potenze della Santa Alleanza. A Vienna non si fece nemmeno parola di mantenimento dellostatu quo antea qualunque costo: l'acquiescenza all'innovazione immutabile diventò l'unica soluzione, per salvare almeno i rimasugli dell'antico ordine europeo.
Anche questa volta l'acume degli statisti e dei filosofi della storia si smarrì. Il nuovo regime a Parigi era un semplice espediente, non già la conclusione necessaria di un grande decorso politico. L'opposizione non era stata iniziata, come un tempo in Inghilterra, né dal re e dal suo esercito, né dalle classi dirigenti, per un accorto calcolo politico: la rivolta, i cui frutti andarono a cadere in grembo ad altri, fu compiuta dal popolo di Parigi, dalle moltitudini. Se ogni rivoluzione promette assai più che non mantenga, le moltitudini in conclusione doverono uscirne assai male e sentirsi bene gabbate, quando videro che sulle barricate del quarto stato s'intronizzava un governo di borghesi. Il quarto stato non era ancora chiaramente consapevole dei propri interessi di classe; ma i veterani dell'esercito imperiale, gli operai e gli studenti, che nella sommossa avevano lottato in prima fila, indiscutibilmente non avrebbero affatto arrisicato la pelle per la casa d'Orléans. Una predisposizione incolta, confusamente radicale, dominava il cervello dei combattenti; la professione di fede della maggioranza sonava insomma: «Si finisca una volta col monopolio, anche con l'ultimo, la monarchia!». Perciò, dopo l'installazione della nuova monarchia, infuriò nel popolo una tempesta di corruccio contro i ciarlatani, che per la vittoria propria avevano pigliato in giro i soldati delle barricate; e, molto tempo dopo, Lamartine poteva ancora lanciare la stupida accusa, che soltanto la debolezza di Lafayette aveva intercettata ai francesi l'agognata repubblica. Il frutto della vittoria doveva necessariamente toccare alla borghesia, perché soltanto essa nella confusione del movimento cieco camminava a uno scopo chiaro. Durante la lotta la camera dei deputati aveva mostrato quell'assoluta viltà, che poi è rimasta l'eredità inalienabile della borghesia francese; ma come la vittoria della rivolta si delineò decisa, allora si arrischiò a uscire dall'ombra. Ciò che desiderava, la caduta della monarchia aristocratica, era un fatto compiuto. Ciò che adesso le premeva, era di salvare il trono e l'ordinamento burocratico; e i partiti della borghesia fecero così presto ad accordarsi sull'elevazione al trono del duca di Orléans, appunto perché ogni indugio avrebbe favorito i disegni più radicali dei repubblicani e dei bonapartisti.
Il nuovo regime, dunque, era nato con la macchia originale dell'incompletezza e della falsità, che si manifestava in mille racconti trasparenti. Il figlio della rivoluzione era costretto a rinnegare e combattere la madre. Si cercò di consolare gli scontenti dicendo, che il nuovo re regnava benché fosse un Borbone; ma era evidente che governava perché era un Borbone, e perché la camera ringraziava il Cielo di aver trovato accanto al trono un principe amico della borghesia. Non poteva chiamarsi Filippo VII, re di Francia, perché principiava la nuova èra della monarchia popolare. Ma nemmeno chiamarsi Filippo I, perché ciò avrebbe annunziato formalmente la rottura col passato: si chiamò dunque Luigi Filippo, Re dei Francesi. L'esistenza della corona è una continua lotta per l'esistenza; una lotta che comprime sul germe ogni idea di una politica fattiva, di efficacia duratura. Già gli stessi nomi del sistema politico, che sotto ilre borghesecozzano l'uno con l'altro, fanno indovinare che cotesta corona fin sul nascere è colpita dalla maledizione della sterilità. Perciò troviamo una «politica di concessione, una politica di resistenza, di riconciliazione, di lasciar correre»; e in generale una vita precaria, dalla mano alla bocca; in generale l'impotente coscienza, che le forze vive del tempo sono fuori del governo. Un principe illuminato non ha mai nutrito meno fiducia nello stato. «Essi sono gli ultimi dei Romani», disse Luigi Filippo al suo Guizot; «la macchina può rompersi ogni momento: come è possibile tirare innanzi un governo liberale tra queste tradizioni assolutiste, e con questo spirito rivoluzionario?» e per la centesima volta ripeté a un altro: «the world will be unkinged; io le dico, che i miei figli non avranno pane da mangiare». Col fatto, il mondo di là dai confini sentiva, che quella corona era posata su due occhi. Ognuno sapeva, che una potente cospirazione rivoluzionaria era in agguato ad aspettare non altro che la morte del re, e anche gli audaci consentivano coi versi di Platen: «molte cose sono legate a lui; forse mai una testa regale fu sacra come la sua».
I primi dieci anni della monarchia di luglio costituiscono una serie ininterrotta di attentati e di guerre in istrada, di rivolte e di tumulti; e anche nel 1846, quando già da un pezzo le pene rigorose e le leggi eccezionali avevano abbastanza ristabilito l'ordine, fu commesso un attentato alla vita del re. Nemmeno la Restaurazione aveva incontrato un'opposizione così astiosa e pertinace. I nuovi partiti si formarono sotto quella; ma la corona rivoluzionaria aveva a lottare in casa e fuori con due partiti chiusi, miranti a scopi precisi: coi repubblicani, che si vedevano gabbati, e coi legittimisti, che non potevano mai perdonare allo spergiuro ladro della corona, al figlio di FilippoEgalité. E nel bel mezzo dei bollori rivoluzionari, la corona stava così incantata e senza un'idea precisa, che si poteva proprio dire, che riceveva la spinta all'azione precisamente dall'improntitudine dei suoi nemici. Quasi tutti gli atti legislativi importanti degli ultimi trent'anni furono compiuti sotto la pressione del terrore dei misfatti radicali; né ci volle meno della macchina infernale di Fieschi, per infondere al governo il coraggio d'introdurre le famose leggi di settembre. Tutti gli uomini di stato della monarchia di luglio mostravano la stessa ansia davanti a ogni moto delle forze popolari, tutti si accordavano nella sollecitudine di contenerle con piccole misure di polizia: quando l'illuminato Thiers, essendo ministro, assicura, che l'associazione è una forza enorme ed è necessario che ne sia assunta la direzione dallo stato, a noi sembra di sentir parlare il suo avversario in persona, Guizot. All'ultimo la corona rese una solenne confessione della propria debolezza: fece fortificare Parigi e Lione. Sperava di prendere due piccioni a una fava, di stabilire cioè la sicurezza all'interno e all'estero. D'altronde il re, quando era principe, si era spesso occupato dei vecchi disegni di Vauban e di Napoleone; e adesso la paura dei nemici interni lo stimolò a condurli a compimento. L'opinione pubblica inasprita non aveva del tutto le traveggole, quando strepitò pel tentatoembastillement de Paris. Nessuno credé alla melensa apologia di Guizot, che in tali intraprese vedeva un segno di pace, una dimostrazione di forza; perché appunto con ipocrisie trasparenti consimili, col pretesto di assicurare la pace con l'estero, la Gironda in altri tempi aveva chiamato a Parigi le bande di assassini di Marsiglia, per sottoporre la capitale al sistema del momento.
Certo, le piccole arti poliziesche del trono di luglio non erano affatto oppressive: un cittadino della repubblica di febbraio poteva riguardare questi tempi orleanesi come l'età dell'oro della libertà. Ma quando fu intollerabilmente ristretto il diritto di riunione; quando per decreto reale la camera dei pari fu destinata a corte di giustizia pei reati politici; quando lo sconcio della polizia segreta e degliagents provocateursprosperò lussureggiante come al tempo di Napoleone; quando il re borghese era informato precedentemente della più parte delle mene rivoluzionarie e verisimilmente anche dell'ammutinamento di Francoforte; allora un sistema siffatto, pericoloso per ogni stato costituzionale, doveva necessariamente riuscire mortale a un regno nato dalla rivoluzione. Cosa che apparve chiara, quando il pretendente Luigi Bonaparte gridò sarcasticamente: «la nostra vita sociale è oppressa come in Russia o in Austria, e voi parlate di uno stato parlamentare sul tipo inglese!» Ma la satira amara sulla libertà della monarchia di luglio fu questa, che più tardi il secondo impero distrusse con trionfale fiducia in sé stesso le fortificazioni, che erano state erette sotto Luigi Filippo tra le rocce ferrigne dominanti il sobborgo industriale di La Croix Rousse a Lione. Nel suo terrore dei nemici radicali, il sistema si attaccava a tutti i sostegni, e alla fine si alleò coi suoi nemici nati, gli ultramontani.Jamais une position nette!diceva l'accusa di Metternich, ogni volta che egli parlava della politica estera della dinastia di luglio con l'ambasciatore prussiano; e lo stesso biasimo colpisce anche la sua politica interna.
In mezzo a tante titubazioni, il carattere fondamentale immutato del nuovo regime rimane la paura: il dominio del ceto medio, dei partiti del centro. Gli estremi ruderi delle classi privilegiate dell'antico regime precipitarono nella settimana di luglio; e sotto questo aspetto, ma solo per questo aspetto, il 1830 costituisce il termine conclusivo dello sviluppo iniziato dalla Rivoluzione. Era naufragata la speranza di conciliare tra loro le antiche e le nuove classi possidenti. «Se la camera dei pari non esistesse, sospetterei che non possa esistere», disse una volta dubbioso Beniamino Constant. Le colpe degli ultramontani avevano rincarato fino all'odio aperto tale disposizione diffidente dei partiti del centro e, insieme, avevano provato, che questa nobiltà priva di forze proprie doveva tutta la sua importanza al favore della corte. E ora la dinastia amica della nobiltà era caduta, e immediatamente, per la prima e l'ultima volta nella storia di una grande potenza europea, si era fatto avanti il ceto medio e aveva preso tutto intero per sé il possesso dell'ordine costituito. In che modo la borghesia ha sostenuto la prova? Non solo dimostrò qualità molto meschine nel governo dello stato, ma rivelò, per giunta, una rozzezza di egoismo di classe, che fece degnamente riscontro con le più vili aberrazioni dell'antica albagia nobilesca. La borghesia francese non rintuzzò affatto l'opinione radicata in tutte le colonie, che un governo mercantile è la più misera e pusillanime forma di sgoverno; e Luigi Filippo ribadì ancora una volta, che il ceto medio è incapace di una politica estera ardita. Un liberale non si decide facilmente a consentire in un giudizio di tal fatta; ma dopo un lungo periodo di apologia di sé stesso destituita di ogni senso critico, il liberalismo oggi ha l'impellente bisogno di un freddo esame di coscienza; e noi abbiamo il dovere di valutare con la più rigida misura la morale politica dei partiti borghesi. Non è affatto un caso, se proprio gli aderenti a cotesto indirizzo si sono in ogni tempo riputati i più nobili e i migliori uomini della nazione; ma se volessero essere ciò che affermano di essere, non starebbero essi in mezzo ai partiti, ma al disopra dei partiti.
Volete mantenere sulle classi medie il giudizio che, espresso una volta da Thierry, è passato come un domma nella dottrina liberale? È vero, che la borghesia mira solo a questo, cioè a far discendere fino a sé tutto ciò che le è sopra, e a far salire alla propria altezza tutto ciò che le è sotto? Senza dubbio il terzo stato in Francia ha infranto il dominio della nobiltà, ha conquistato i propri diritti in nome di tutti e ha dato la libertà sociale alle classi infime. Ma già durante la Rivoluzione non dissimulò all'indagatore acuto i segni dell'ambizione del potere e dell'egoismo. Il terzo stato è tutto, dichiarò il suo apostolo Sieyès, e Rabaud de Saint-Etienne rincalza: «Levate via la nobiltà e il clero, e vi rimane sempre la nazione!». Gli antichi privilegiati devono domandare la riammissione nel terzo stato, secondo la massima che suona in tutte le vie; giacché il terzo stato iniziò la grande Rivoluzione con una usurpazione. E quando nel luglio pervenne al governo, mostrò subito tutti i difetti di una casta dominante. Il principe di Metternich con grande verità osservò, parlando al conte di Maltzan, che il ceto medio dopo la caduta della nobiltà aveva cessato di essere il ceto medio. Per questi uomini non sono sacri né il trono né l'altare; è sacro solo il danaro. Tutto lo stato è avviato come una società per azioni: questo rimprovero, che è stato diretto cento volte a torto contro il sistema costituzionale, in questo caso coglie perfettamente al segno. Quasi tutti i diritti politici sono connessi alla proprietà e al pagamento delle imposte. Con la stessa gelosia, con cui un tempo la nobiltà s'impuntigliava sulle prerogative del sangue bleu, adesso la borghesia invigila sui privilegi della borsa. Una volta che tre milioni di francesi erano astretti alle armi nella guardia nazionale e appena duecentomila godevano il diritto di eleggere i deputati, col fatto la tribuna era diventata un monopolio, come lamentavano i radicali. La prima camera dei deputati del regime borghese, più ingenerosa del governo stesso, rifiuta ogni importante riduzione del censo, che è troppo alto e incompatibile con le condizioni economiche francesi: la stessa cultura non è ritenuta come un compenso rispetto al danaro; qualunque capacità in basso censo è respinta. In seguito, poiché la corrente democratica del tempo penetra lentamente fino alla camera, solo la minoranza si arrischia a domandare una riforma della legge elettorale; ma per gran parte dell'opposizione questodesideratumè una pura manovra di partito, e solo per pochissimi deputati è la conseguenza di uno schietto riconoscimento dei diritti popolari. «Ogni sistema ha bisogno di una aristocrazia», esclamò trionfalmente il deputato Jaubert; «i feudatari del nostro regime sono i grandi commercianti e industriali».
Fu mantenuto nel modo più rigido, come il politico anche il tramezzo sociale che divideva l'aristocrazia del danaro dai ceti inferiori. Il matrimonio di convenienza, sorgente di gravi mali morali e anche politici per gli alti stati della Francia dai tempi antichi fino oggigiorno, costituisce tuttora la regola in ogni caso: il borghese è fermo nell'idea, che la borsa non può sposare che la borsa. Come un tempo la nobiltà cortigiana nella sala dell'oeil de boeufmotteggiava con cinico disprezzo umano sullaroture, così adesso il banchiere parlava con sdegnoso cipiglio delbas peuple, così il signor Thiers della «folla venale». E la folla non è disprezzata soltanto: cotesta borghesia senza cuore non vuol nemmeno saperne, che la folla ha bisogni ed esigenze, che non coincidono con gl'interessi di classe dei dominanti. I privilegi sono morti, ripetono incessantemente gli organi della borghesia: la legge non vieta a nessuno di costituirsi la possidenza necessaria al diritto elettorale: sotto le teocrazie o le monarchie militari il governo poteva derivare da una casta, ma non mai più sotto lainfluence bourgeoise. «Non vi sono più lotte di classe», esclamò Guizot tutto beato, «perché non vi sono più, ora, interessi profondamente diversi e nemici; e ciò nel mondo non è mai accaduto, prima di adesso». Sì, certamente: nel mondo non era mai accaduto, che il figlio di un evo benigno e umanitario, un coltissimo ministro monarchico, potesse dimenticare così colposamente la missione più bella della corona, la cura dei poveri e dei deboli. Sì, certamente: nel mondo non era mai accaduto, che un principe prudente e sperimentato, il quale aveva mangiato il pane dell'esilio e aveva fitti gli occhi nelle mani callose del lavoratore, adesso accettasse ciecamente tutti i pregiudizi di casta di una plutocrazia senza cuore.
Quando guardiamo a cotesta borghesia la quale, imbozzolata nel suo egoismo e nella sua burbanza, nel vasto mondo non sa vedere che solo sé stessa, ci sovviene involontariamente di quelle nobili dame dell'antico regime, che si spogliavano ingenuamente in presenza dei loro lacché, tanto era lontana da loro l'idea, che la così detta canaglia fossero uomini. «Noi», proclamava Guizot ai suoi fedeli, «noi, i tre poteri, siamo i soli organi legittimi della sovranità popolare: fuori di noi non c'è che usurpazione e rivoluzione». Gridasse pure al soccorso la plebe, e si sollevasse pure in lotta disperata per vivere lavorando o morire combattendo: ilpays légal, la camera e la plutocrazia elettorale, teneva sodo al sistema; e quindi il re borghese era fermo nellapensée immuable, che qualunque passo fuori dell'oligarchia costituita conducesse diviato al sovvertimento della società. L'amore dell'ordine delle classi dominanti salì al fanatismo del quieto vivere; la borghesia grassa escogitò pel povero popolo l'infame espressione: «le classi pericolose». Gli altri elementi sociali, che non erano legati a lei, furono trattati dall'oligarchia nello stesso modo come i lavoratori: con vilipendio perfetto. «Mi rimproverano», disse Guizot, «di prender gusto a bravare il disfavore dell'opinione pubblica. È un errore; non ne ho mai fatto caso». Da un tale orgoglio derivò la noncuranza della stampa; che per un governo costituzionale è cosa imperdonabile. Solo che i ministri, come usava allora in Francia ogni uomo politico in vista, avevano ciascuno il suo scudiero letterario; anzi una di queste penne compiacenti scrisse perfino nel 1847 la famosa monografiaLa présidence du conseil de monsieur Guizot, in cui la sconfinata vanagloria del sistema si gonfia fino alla follia. Del rimanente, si era sicuri delpays légal: che cosa importava, che il popolino si ubbriacasse ai prodotti della stampa sovversiva? Si giudicò che non francasse la spesa di dare un'adeguata confutazione al libro di Luigi Blanc, così agile, e tanto pericoloso quanto facilmente confutabile, che si chiamava laStoria dei dieci anni.
Non è dubbio, che le accuse clamorose alsystème corrompu et corrupteur, al governo deicumulardse alla tariffa della coscienza dei ministri, erano esagerate in modo incredibile dalla parzialità dell'odio settario francese. Appetto alla corruttela del secondo impero, le tacche morali della monarchia di luglio sono un balocco. E se indaghiamo acutamente, troviamo che, in fondo, la Francia ha goduto solo una volta un'amministrazione strettamente onesta: sotto Napoleone I, il quale seppe frenare in patria l'avidità dei suoi impiegati, e allentò loro le redini sul collo nei paesi esteri assoggettati. Ma la corruzione c'era, e appariva tanto ripugnante, perché si presentava con quella volgare impudenza dello spirito piazzaiuolo borghese, che l'antica nobiltà cortigiana in tal forma non conosceva affatto; e soprattutto perché era ipocrita. Gli avventurieri del secondo impero, i Morny e i Magnan, non facevano mistero, che la loro vita era fondata sul mercato delle vanità, sulla tavola da gioco esigente spadaccini consumati; ma sotto Luigi Filippo la cupidigia rode tutte le ossa della classe dominante, mentre i suoi ministri predicano alla camera ligia i luoghi comuni della sapienza e della virtù. Le infernali bische parigine furono chiuse con untuosi discorsi penitenziali, e fu abolita la lotteria regia; ma tutta l'amministrazione era una traforelleria. Guizot si ritirò povero dal governo dello stato: per lo sporco mercato del matrimonio spagnuolo ricevé solamente un Murillo e i ritratti della coppia reale, che il Catone moderno naturalmente non mancò di descrivere minutamente ai lettori delle sue memorie. E questo stesso uomo dice ingenuamente ai propri elettori: «se io vi costruisco strade e canali, voi per questo ve ne sentite corrotti?». L'intero governo costituisce una schiacciante conferma dell'antica verità, che nello stato la piccola morale uccide la grande: una verità, che noi tedeschi abbiamo abbastanza provata sulla rettitudine civica e sulla corruttela politica dei nostri piccoli regni.
La camera al grido: «la Carta deve diventare una verità», abolì a un dipresso tutte le disposizioni costituzionali che contraddicevano al dominio esclusivo della borghesia. Ne seguì una proporzionale dimissione dei vecchi impiegati; ma il governo non poté soddisfare affatto interamente le vendette e l'insaziabilità di posti della camera. In quelle prime settimane Lafayette procurò posti lucrativi a cento dei suoi seguaci. Presto si fu trascinati lontano dallafatalité gouvernementale, e si accrebbero e suddivisero gl'impieghi. Secondo la relazione della commissione di finanza dell'assemblea nazionale repubblicana, il governo di luglio creò trentacinquemila nuovi impieghi, in generale quasi tutti posti subalterni per impiegati, che potevano essere congedati senz'altro. Un ministro, dopo avere accomodato un amico in un impiego, si lamentò disperatamente: «oggi ho creato un altro ingrato e dieci scontenti». A chi non può offrire un impiego, rimangono come ultimo scampo i fondi segreti, che pagano puntualmente i mandati per la parte assegnata al latore. La legge elettorale divise il regno in una moltitudine di ritagli; e il detto che Dupin fissò come divisa di una politica estera gretta, «chacun pour soi, chacun chez soi!» diventò presto il motto a cui si uniformò la condotta dei collegi. Dagli stalli di deputati ministeriali la via mena agl'impieghi e ai diritti lucrativi, ed è un dovere del padre di famiglia borghese avvalorare il proprio voto cedendolo al migliore dei parenti. Perciò ogni elezione riporta alla camera un fondo immutato di partito ministeriale, che segue qualunque governo; perciò il popolo si conferma nel vecchio disgraziato sospetto, che in ogni uomo di governo vede un corrotto. Il processo del ministro Teste, che, preso in sé, significa poco o nulla, perché siffatti scandali della corruzione possono sempre ripetersi nell'aria impura delle nostre grandi città, pure ha avuto un'importanza tanto decisiva, perché autorizzò il severo giudizio, che un governo come quello non sarebbe potuto esistere senza manutengoli di tal conio. Quando Alessio di Tocqueville, che fece così spesso la Cassandra della monarchia di luglio, considerava cotesta dissoluzione dei costumi politici, riconosceva che il suo paese era maturo pel dispotismo: «non vedo ancora nessuno», esclamò alla camera nel gennaio del 1842, «che sia abbastanza forte per diventare il nostro padrone; ma presto o tardi un padrone verrà». E siccome le forme della legge erano, non ostante tutto, osservate, Guizot rispose asciutto ai preopinanti: «ciò che voi chiamate corruzione è semplicemente l'attività dell'amministrazione!».
È evidente, che un tale sistema doveva mantenere inalterata la burocrazia napoleonica. Di tanto in tanto i partiti alzarono la voce, sebbene a vuoto, pel decentramento, e già nel 1835 apparve un'opera che ha fatto epoca nella storia delle teorie politiche del continente: quella di Alessio di Tocqueville, il più grande pensatore politico che abbia avuto la Francia dopo Bodino e Montesquieu. Ma le idee dellaDémocratie en Ameriquecamminavano ancora rozze ed estranee tra i costumi dispotici del paese: molto lette e molto ammirate, esse esigevano del tempo per essere comprese, e solo sotto il secondo impero raccolsero una considerevole schiera di seguaci intelligenti. Ciò che il governo intendeva per decentramento, splende non ambiguo in una circolare classica di Guizot ai prefetti dell'alta Saona: «il peggior pericolo per un popolo», egli declama animatamente, «è l'accentramento degli spiriti. È necessario che in ogni luogo del paese si formino piccoli nuclei di opinioni indipendenti; per la qual cosa è indispensabile deporre qualche centinaio di sindaci legittimisti». Laorganisation paperassièretirava innanzi con la sua piatta attività abituale, e la carestia del 1847 doveva dimostrare, che questo governo di scrivani, nella tranquillità delle sue montagne di pratiche, non vedeva neppure i fenomeni più saltanti della vita commerciale; e non fu fatto nulla per liberare dalle sue terribili catene il commercio delle granaglie, perché i prefetti avevano concordemente informato Parigi, che non era da pensare a una carestia. A ogni modo furono introdotte alcune riforme, intese a tutelare i cittadini dall'arbitrio delle autorità. Le corti prevostali erano state abolite, e fu mutato l'articolo 14 della Carta, che era stato funesto ai Borboni. Il re da ora in poi può emanare solo i decreti necessari all'applicazione delle leggi e non oltrepassanti i limiti della legge. Ma qui purtroppo la camera, con le migliori intenzioni e dominata dalla dottrina dell'assoluta separazione dei poteri, aveva preteso l'impossibile. L'amministrazione non può mai fare a meno della guida del legislatore: l'articolo in tal senso era insostenibile, e non fu osservato. Come per l'innanzi, i decreti reali regolano mille rapporti a cui il legislatore non ha pensato; come per l'innanzi, l'amministrazione costituisce un ordine autonomo accanto alla giustizia e al parlamento.
L'atto addizionale dei cento giorni aveva promesso, che una legge avrebbe corretto l'articolo 75 della costituzione consolare, secondo il quale ogni accusa giudiziaria a un funzionario amministrativo non aveva corso se non dietro decisione del consiglio di stato. La legge non era apparsa, e i dottrinari, fino a quando si tenevano all'opposizione, badavano, secondando l'iniziativa del loro maestro Beniamino Constant, a richiamare continuamente i Borboni alla promessa napoleonica. Il funzionario rimane imperseguibile dai tribunali civili, e l'anno 1832 porta ai governati soltanto una nuova garanzia: le sedute del consiglio di stato, quando funge da tribunale amministrativo, sono pubbliche. Parimente caddero sterili i tentativi di acquistare ai governati il diritto di autarchia in talune branche specifiche dell'amministrazione. Una serie di leggi lodevoli dal 1831 al 1838 stabilisce, che iconseilsdei dipartimenti, dei circondari e dei comuni siano eletti in avvenire dai contribuenti più alti, e non più nominati dal re; ma la sfera di attività di queste assemblee rimane l'antica, e, come finora, l'azione dell'amministrazione è esclusivamente nelle mani dei funzionari stipendiati di nomina.
Nessun partito dell'epoca intravvede le cause ultime della illiberalità dello stato: s'incontrano tutti nella convinzione, che l'intera vita pubblica dello stato, l'intera attività politica deve essere esercitata dagl'impiegati stipendiati. Perciò il diritto d'iniziativa strappato dal parlamento nella rivoluzione di luglio, non fu esercitato quasi mai. Quando Lamartine magnifica ai repubblicani il governo come «la nazione operante», egli si accorda perfettamente con Guizot, il quale vede «rappresentata nel governo la compiuta unificazione dell'idea sociale». Era caduto l'ultimo potere autonomo, la camera dei pari, che attraversava la via a cotesta unificazione dell'idea sociale. La corona aveva, con furberia corta, volto a suo profitto il fanatismo di eguaglianza della nazione, e aveva istituito una camera alta nominata dal re, la quale agevolava il presente alla burocrazia, ma certo non garentiva in nessun modo l'avvenire. La camera dei deputati si eleggeva tra le minacce e le promesse della burocrazia, si empiva sempre più di funzionari, finché si arrivò a questo, che tra 459 deputati duecento erano impiegati. La macchina burocratica dell'imperatore soldato lavorava con sicurezza: guai alla mano che si fosse arrischiata a impigliarsi, per fermarlo, in cotesto ingranamento così ben calettato! Una espressione di Leone Faucher al tempo della repubblica rende eccellentemente, all'evidenza, lo spirito di questa amministrazione. Quando Cavour sviluppava al precursore e propugnatore del libero scambio le proprie idee libero-scambiste, Faucher secco secco opinò: «coteste idee si propugnano fintanto che si è fuori del governo; quando si diventa ministri, si buttano dalla finestra». Nessuno accuserà un uomo dell'ingegno di Leone Faucher di quell'angusto amor proprio, che moveva un tempo i politici dei nostri piccoli stati a deridere come non pratica ogni veduta politica profonda; e ciò sol perché egli non proveniva dalla direzione distrettuale del cantone di Zwickau o dall'ispettorato delle strade di Eschenheim. Lo statista francese riconosceva semplicemente il fatto, che nessun ministro può eseguire nulla contro le abitudini dispotiche di tutela, che sono radicate nell'anima e nell'organismo di cotesta amministrazione.
La vita parlamentare, in tali condizioni, doveva dechinare precipitosamente. Laddove gli atti parlamentari della Restaurazione erano colmati dalla lotta straordinariamente significativa di due classi sociali, ora, invece, una sola classe domina le camere. La vita dello stato decade a unjeu des institutions, come dice la caratteristica espressione francese; nella pratica si rivela di gran lunga più formale e vuota di contenuto, che non nella teoria di Montesquieu. La corona e le due camere non valgono nulla per sé: sono semplicemente gli organi di una sola forza sociale, la borghesia, che governa lo stato; perciò i tre poteri si equilibrano tra loro. E se si fa astrazione dai legittimisti e dai deboli rudimenti della tendenza repubblicana, si può dire, che in questa camera non esistono partiti, perché gli uomini della borghesia sono concordi in tutte le questioni sostanziali della politica interna: tutti quanti vogliono che la macchina burocratica tiri innanzi, per sfruttarla a profitto della classe dominante. Quando il pretendente Luigi Bonaparte rimproverò a questo sistema lo sconcio di non vantare la presenza di un partito conservatore, col fatto il rimprovero colpiva direttamente il popolo fuori delle camere; perché ilpays légalnella sua maggioranza era composto di conservatori, ma non aveva animo, né era educato all'abnegazione e al sacrifizio. A tutte le elezioni della monarchia di luglio andava a segno la confessione, che Guizot fece una volta a proposito di una lotta elettorale: non si contende pei principii, ma per un caos di candidati che il governo appoggia o combatte. «La nostra intenzione è di rovesciare quanti più governi è possibile», riconobbe uno dei capi dell'opposizione.
Perciò, quando le camere risonavano di lotte furenti, non si trattava di altro che deigrands amours-propres, come soleva dire il re, cioè dell'ambizione personale dei singoli uomini, la quale sollevava i putiferi. La camera si scisse in fine in sette partiti; ma intanto nessuno sapeva dire quale fosse il contrasto di opinioni che divideva cotesti gruppi: ognuno sapeva di certo soltanto questo, che Guizot e Thiers, Odilon Barrot e Molé non perdonavano affatto l'uno all'altro lo stallo di ministro. Per cui Lamartine lanciò sul viso altiers partil'accusa: «Voi non rappresentate nessun principio, voi rappresentate soloune tactique». In Francia divenne letteralmente realtà la sciocca favola la quale afferma, che in Inghilterra un voto parlamentare sfavorevole al gabinetto conduca necessariamente al ritiro dei ministri. Un caso, un momento di malumore, una parola imprevidente sfuggita dal banco dei ministri bastano a rovesciare un gabinetto. Durante la caccia sfrontata ai portafogli, i capiparte smarriscono interamente ogni dignità e rispetto, e il re finisce col domandarsi se non gli convenga lasciare intenzionalmente i capi delle camere logorarsi in sempre nuove crisi ministeriali, per dimostrare da sua parte la propria indispensabilità. In effetto, l'astuto sovrano, come un tempo Giorgio III d'Inghilterra, cercò di attraversare con la propria politica personale i disegni dei ministri incomodi. Lo stesso Guizot, con tutta l'imperturbabile alterigia del suo puritanesimo, non riesce a nascondere un certo impaccio, quando nelle sue memorie narra della coalizione che concertò coi suoi nemici per buttare a terra l'incomodo rivale Molé. Questa smania d'intrigo arriva in Thiers alla maggiore indegnità. Egli come deputato di opposizione tuona con indignazione patriottica contro il diritto degl'incrociatori inglesi di visitare le navi sospette negriere; eppure il trattato del 1833, sul quale era fondato il diritto di visita, era stato conchiuso precisamente quando Thiers stesso era ministro del commercio! Per pregiudicare Guizot, egli attacca anche il re, con una astiosità che sulla bocca di un monarchico sembra grottesca perfino al repubblicano Lamartine; gabella cotesta roba per unavertir la royauté; ma avvertimenti di tal sorta possono seppellire affatto il rispetto, per altro assai debole, del popolo pel re borghese. L'antica colpa nazionale, l'invidia, era pericolosamente fomentata in questa lizza corsa per cattivarsi la maggioranza parlamentare. L'invidia, non altro che l'invidia, aveva un tempo, negli anni così detti innocenti della Rivoluzione, respinto Mirabeau dal posto direttivo di uomo di stato, che gli era dovuto; l'invidia, e non altro, si sollevava ora contro ogni governante semplicemente perché governava. A Guizot potevano perdonarsi tutte le colpe, ma non quest'una, che era rimasto per sette anni al governo.
Siccome sulle questioni pratiche dell'amministrazione la borghesia si trovava d'accordo, l'opposizione scelse a preferenza, come campo ai suoi attacchi, le discussioni, la cui indeterminata generalità forniva esercitazione a tutti i vizi della rettorica ampollosa e a tutte le cavillosità dell'arte avvocatesca; e l'indagine sui fondi segreti; ossia queldéfilé des fonds secrets, che è temuto da ogni governo, e in cui l'inimicizia personale può avvolgersi nel manto della indignazione morale. Ma il fianco più gradito agli assalti, il contenuto di tutte le grandi battaglie parlamentari, era offerto dalla politica estera, vale a dire da quella parte della vita pubblica, che meno di tutte si confà ai dibattiti parlamentari. Le astrazioni delle dispute parlamentari non diventano popolari facilmente; il pubblico non riesce a rendersi conto, che sovente l'accettazione di un emendamento di due linee o il frego a una particella decide di un grande principio politico. Perciò questa lotta parlamentare senza scopo e senza contenuto sembrò alle popolazioni una noiosa guerra di chiacchiere. Ed è vero anche troppo (e i lamenti sinceri di qualche scrittore del medio ceto non mutano nulla alla cosa), che la maggioranza dei francesi vide con perfetta indifferenza cadere il sistema parlamentare. La stessa borghesia principiò a stancarsi: le lotte elettorali non furono mai più combattute con la partecipazione passionata del tempo della Restaurazione. Il numero dei votanti oscilla tra il settantacinque e l'ottantatré per cento: che è una media modesta rispetto a una legge elettorale, che accorda il voto solamente a una piccola minoranza. Anzi i giornali liberali tedeschi, che non si decidevano a sconfessare la loro fede nello stato-tipo della libertà moderna, convennero alla fine, che la baracca non riusciva a nessun costrutto pratico, se ogni tanto, dopo una grande scena parlamentare, un altro nuovo ministro andava ad alloggiare per alcuni mesi nel magnificocaravanserragliodel Boulevard dei Cappuccini. Il governo di partito, magnificato dalla dottrina costituzionale, rappresentava sotto i Borboni un pericolo per lo stato, perché il passaggio dei portafogli nelle mani degli ultramontani poteva condurre allo strappo della costituzione; e sotto gli Orléans era una rovina del prestigio della corona, una lorda sorgente di miserabili intrighi.
Non è dubbio, che nell'accusa significata allora nellaPresseda Emilio Girardin parla anche la sofistica di un partigiano esasperato: «Niente strade, niente canali, le strade vicinali ridotte in uno stato miserando, niente per la proprietà, niente, sempre niente!». E non torna in nessun modo in onore della probità e della rispettabilità degli uomini di stato del secondo impero il fatto, che il ministro di stato Rouher abbia evocato la grossa parola di un'opposizione furente, e abbia qualificato sbrigativamente comerien!il risultato della legislazione parlamentare. Qual giovamento veniva al popolo, che il bilancio si dividesse in 338 capitoli, e che la camera censurasse con una salamistreria da maestruolo ogni alterazione al numero intrasgredibile dei posti al pranzo dello stato? Che utile dava al piccolo borghese, che il ministero, tremando innanzi alla camera, si astenesse dai prestiti anche necessari, e riuscisse a nascondere la situazione sfavorevole delle finanze secondo l'uso dei governi deboli, cioè con l'illecito accrescimento del debito fluttuante? Il governo borghese non aveva cuore pei contadini, pei due terzi della nazione. Certo, anche l'onnipotenza di questo stato era impotente davanti al grave male inveterato dell'agricoltura, davanti all'assenteismo: solo un cambiamento radicale dei costumi avrebbe avuto virtù d'indurre i ricchi proprietari a preferire l'uniformità della vita di campagna al lusso delle grandi città. La penuria del capitale premeva più che mai i contadini con l'aggravamento del credito, che li costringeva a pagare sui prestiti dall'otto all'undici per cento. Effettivamente l'autorità dello stato poteva in questo caso venir loro in aiuto con una riforma della insensata legislazione ipotecaria; ma questa riforma cadde! Anche la Banca di Francia serbava il proprio monopolio: la borghesia di Parigi non volle percepire gli utili delle banche di provincia. Si aggiungano le mostruose tasse di bollo e di registro, che in media stavano come 4 a 5 sull'intero importo delle imposte indirette e gravavano smisuratamente sulla proprietà fondiaria.
Il dazio protettore riusciva veramente rovinoso all'agricoltura. In effetto Guizot, che non si era mai occupato di economia, seppe trovare anche per questi problemi la frase politica sonora: una politica conservatrice ha la missione di proteggere efficacemente tutti gl'interessi sociali esistenti. Per contro, il re era libero-scambista; e anche in questo i francesi palesarono il loro talento impareggiabile nel diffondere nel mondo nuove idee sociali. Il movimento inglese del libero scambio traversò il canale; sorse ilJournal des économistes, e la scuola di Bastiat presentò la teoria della libera concorrenza come un bene generale dell'Europa. Tanto più incomprensibile riesce la progressiva degenerazione della politica commerciale, che si accompagna a un tale raffinamento delle teorie. L'egoismo degl'industriali si solleva senza ritegno, e trova eloquenti difensori nella società per la protezione del lavoro nazionale, in Odier e in Lebeuf. Il governo non osa opporsi agl'interessi di classe della borghesia. Tronca le trattative con l'Inghilterra sui reciproci alleggerimenti commerciali, perché teme l'insinuazione di essersi posto al soldo degl'inglesi. Offre agli stati confinanti tedeschi una riduzione sul dazio del bestiame e della lana; ma subito i consigli generali lanciano l'allarme, e il gabinetto si ferma. Accarezza l'idea ardita di una lega doganale col Belgio, ma non trova il coraggio di menare a fine il disegno in onta all'opposizione della Russia e dell'Inghilterra, né alla previdente ombrosità del re Leopoldo. Guizot cede, e nello stesso tempo prega premurosamente il conte Appony di non parlargli più della questione, affinché sia in grado di assicurare la camera che non è trattenuto dalla riluttanza straniera! E tanto per fare qualche cosa, la Francia accorda le tariffe differenziali di favore ad alcuni prodotti belgi, ma anche questa concessione rimane limitata al solo Belgio, affinché i filatori nazionali non si sentano minacciati.
Anche più che sotto la Restaurazione, le camere erano contrarie alla libertà del commercio, all'opposto del governo; e quando questo arrischiò un modesto tentativo inteso a moderare alcune voci della tariffa, finì poi, intimidito, con l'accordarsi, a discapito della sua stessa proposta. Non prima del 1847 fu presentato un disegno di riforma doganale completa, ma i deputati rappresentanti l'industria seppellirono la legge agli atti. Durante questi tentativi di saggio, l'antico sistema proibitivo perdurò inalterato, aggravato anzi in molti casi, e in un caso solo fu positivamente alleviato, cioè con l'abolizione dei diritti di transito. Fu proibita specificamente l'importazione dei tessuti di lana e di cotone; al che l'Inghilterra rispose con l'inasprimento sui vini francesi: talché il contadino patì un danno doppio; vide cioè rincarare le stoffe per coprirsi, e restringere il mercato del suo prodotto preferito. Lo stato-tipo costituzionale guardava con infinito disprezzo la barbarie tedesca: «le agitazioni sul Reno», scriveva al tempo della festa di Hambach il ministro dell'interno ai prefetti dei dipartimenti di frontiera, «derivano solamente da questo, che i tedeschi paragonano le condizioni del loro paese col felice stato della Francia». Non fu poca vergogna, quando in quello stesso torno di tempo la Prussia, alla proposta della Francia per alcune reciproche riduzioni doganali, rispose con un rifiuto motivato dalla notevole osservazione, che, dato lo sviluppo più alto della legislazione dell'Unione doganale tedesca (Zollverein), la Francia non si trovava in condizione di negoziare punto per punto; che prima avrebbe dovuto farla finita col sistema proibitivo, e riconoscere il principio del liberalismo che la Prussia aveva accolto fin dal 1818¹.
¹ Nota del ministero degli esteri del 7 febbraio 1834 all'ambasciatore von Arnim a Darmstadt (di pugno di Eichhorn).
Per la potente unità statale della Francia riuscì anche più vergognoso il paragone con la sbocconcellata Germania in fatto di comunicazioni. È vero che sotto Luigi Filippo il bilancio dei lavori pubblici salì da 33 a 69 milioni: furono costruite alcune grandi strade regie, alcuni porti furono ingranditi, e fu ampliata con nuove vie d'acqua l'invidiabile canalizzazione, che non ha l'eguale nel continente. Ma quando furono introdotte le ferrovie, e nella stessa Germania, più povera della Francia, l'industria privata s'impadronì con successo del nuovo mezzo di comunicazione commerciale, la monarchia di luglio palesò una inettitudine desolante, che Cavour ha flagellato in uno scritto magistrale. La Francia per anni non ebbe che una sola ferrovia, la ferrovia di diletto che conduceva i parigini ai passatempi di Versailles. Ostacoli aveva subito frapposto la furia partigiana delle camere, che non intendevano di dimostrare alcuna fiducia al ministero di allora; ostacoli l'egoismo dei grandi banchieri, che miravano a riservare a sé la grossa speculazione. Quando finalmente fu approvato il grandioso disegno di una rete ferroviaria ben distribuita, si fece avanti il gretto interesse di campanile, che il sistema in massima aveva stimolato: nessuna delle città grandi volle cedere l'una all'altra la priorità, e perciò nessun tronco tra i più importanti fu menato rapidamente a termine, ma furono tutti principiati contemporaneamente, fino a che, per concludere, il presidente della repubblica non ebbe solennemente inaugurate con vanagloria napoleonica tutte le strade ferrate già in progetto sotto la monarchia di luglio. Il quale scioperato regime non seppe condurre all'approvazione neppure alcune modeste riforme amministrative, come, per esempio, la trasformazione delle Poste, della quale Rolando Hill aveva da lungo tempo indicato il modo. Non era affatto da pensare, dunque, a un'iniziativa ardita, per estirpare i mali economici profondamente radicati, il contadino del mezzogiorno occidentale implorava invano il dissodamento dei latifondi deserti, dellelandes, che soltanto lo stato avrebbe potuto intraprendere.
Precisamente a questo sistema è pochissimo perdonabile una siffatta improduttività nella politica economica. Non era certo un regime mondo di ciarlataneria e di fantasticheria, come raccontano gli apologisti; ma era pure un governo di freddo intelletto, prosaico, come la classe a cui serviva. La monarchia di luglio ha compiaciuto un po' meno dei predecessori al solito vizio nazionale della vanagloria: non poteva far pompa della santità divina dei gigli, né della gloria imperiale; doveva contentarsi di cercare i suoi puntelli nel savio promovimento degl'interessi materiali. La prodigiosa rivoluzione del commercio e dell'industria aveva spinto sul proscenio della vita europea tutte le più primitive e gravi questioni sociali; e come mai la corsa sarebbe stata più fermata dalla fame e dall'amore? Ma la monarchia borghese barcolla come colpita da cecità davanti ai segni dei tempi. Quando lo stomaco digiuno e l'invidia furibonda sollevarono allaCroix roussela spaventosa sommossa operaia, alle Tuileries, dopo il primo spavento, si tornò a respirare con sollievo: si era temuta una cospirazione repubblicana, e, il Cielo sia lodato! si trattava semplicemente di una guerra sociale! Si vedeva con terrore l'accorrere in folla delle popolazioni campagnuole nelle officine industriali, e si proibivano per principio o si aggravavano i prestiti alle grandi città, affinché con l'erezione dei quartieri operai non venisse rinforzato l'esercito volontario dei demagoghi. A Rouen e a Lilla nellaRue de la bassessee nellaImpasse des cloaquesla miseria ringhia atroce come il nome delle strade; il vizio, l'indigenza e l'infermità si stringono ammucchiati nelle viuzze tetre dietro il Pantheon. Ma la città crede di avere adempiuto ai propri doveri, quando ha vigilato sui reietti e addestrato i suoi soldati alla battaglia per le vie. Ogni associazione operaia è legata al placito della polizia, che di regola è rifiutato dalla borghesia sospettosa; la lega aperta dei deboli contro i forti, lo sciopero, è rigorosamente proibito. Data una tale pienezza di compressione, ben poco importa che le casse di risparmio da tredici siano salite a cinquecentodiciannove.
I bisogni del contadino privo del credito non sono punto alleviati, l'antica tradizionale propensione romana alla vita in città è tanto più rinforzata dall'attrattiva del gioco d'azzardo dell'industria moderna. La capitale è ampliata con un enorme sobborgo industriale, e anche in altre grandi città la popolazione cresce rapidamente; ma l'accrescimento degli abitanti si ferma subito in campagna, anzi alcuni dipartimenti delle Alpi e del Giura scemano di continuo. Gli statistici previdenti avrebbero potuto fin da allora calcolare il momento, in cui la piccola Prussia sarebbe cresciuta appetto al potente vicino anche nel numero degli abitanti. Il sistema dei due figli diventa una regola ampiamente diffusa nelle sfere della società; e non già che si appoggi su un prudente dominio dei sensi; si accompagna invece passo per passo con un aumento orribile della prostituzione, con le più selvagge aberrazioni dell'istinto animale. La semplicità sennata dell'antichità si atteneva al principio aristotelico, che la metà dello stato si sarebbe rimbarbarita, se la condizione delle donne fosse mal regolata. Ma in Francia l'emancipazione delle donne e la glorificazione della carne erano predicate ed esercitate ad ogni canto di strada; e il re invecchiando era fermo più che mai e impassibile nella suapensée immuable, come era Guizot nel suotoryisme bourgeois. I tre poteri delpays légaldiscutevano sui dazi protettori e si disputavano i portafogli di ministri, come se tutto fosse in regola. E a quel mondo di miseria, che dovunque faceva ressa pregando, minacciando, delinquendo, si pensavano essi di aver pensato abbastanza, quando avevano mitigato qualche rigido articolo del codice penale.
In alcuni casi particolari la monarchia di luglio mostrò cure premurose e zelanti per la povera gente; e fu al tempo del miglior Guizot, quando egli dirigeva il ministero più popolare e più rispondente al suo ingegno, quello dell'istruzione. Anche allora non si smentì menomamente l'uomo, che aveva ricevuto le impressioni decisive della vita dalle scene del terrore sotto il dominio della Convenzione: per lui il più gran problema della società moderna era la dominazione delle anime, che bisogna raggiungere per opera dell'autorità dello stato. Grande e duraturo merito fu quello del ministro, il quale di proprio moto spontaneo, e non già sospinto dalla stampa, che era quasi indifferente a questioni di tanta importanza, trasformò le scuole popolari fino allora vergognosamente neglette, e conquistò al paese quasi un altro milione di scolari. Fu ripristinata la sezione accademica delle scienze politiche e morali soppressa dall'imperatore soldato, l'indagine storica fu largamente sovvenuta, e in generale fu dimostrato, che a capo del governo borghese erano intenditori della scienza. Certo, non fu raggiunto il successo completo; perché all'introduzione della scuola obbligatoria resistevano l'odio del clero, l'egoismo della borghesia, che avrebbe volentieri interdetto agli operai il lusso della cultura, e infine quella disposizione di ostilità allo stato e necessariamente rigogliosa, che si nasconde sotto il manto della tutela burocratica; disposizione, che solo di malavoglia si sobbarca a nuovi doveri verso il pubblico; umori tutti di tal natura, che si suol rendere con la bella locuzione: lo spirito d'indipendenza della nazione.
Maggiore interesse suscitò la lotta per la libertà d'insegnamento; il cui corso mostrò apertamente come era penetrata a fondo nei costumi della nazione l'idea dell'onnipotenza dello stato. L'università napoleonica aveva eccellentemente risposto allo scopo del fondatore. Tutto il corpo insegnante dei licei era un docile strumento nelle mani del ministro. Gli era espressamente proibito «il vano piacere di una seducente improvvisazione»; l'insegnamento era disceso a un precettismo affatto meccanico. Anche adesso la più parte dei francesi colti ripensano con odio al tempo della scuola, e non già, come i tedeschi e gl'inglesi, con affettuosa gaiezza. Persino Ernesto Renan confessa che l'insegnamento nei seminari teologici sia meno comprimente dell'istruzione dei licei, e Bastiat prova tanta nausea del metodismo del falso classicismo, che ne è trasportato a lottare contro tutta la cultura classica. Ma non appena la Chiesa dichiara la guerra all'università, e, sia in nome della fede, sia in nome della libertà, domanda la fine del monopolio di stato, subito tutti gli organi della pubblica opinione prendono le parti dell'università: alla mentalità comune burocratica la libertà della Chiesa appare come dominio della Chiesa; pel liberalismo volgare s'intende per libertà solo la violenza ai propri nemici. In realtà Guizot finì col comprovare, che egli stesso per libertà d'insegnamento non intendeva punto la libera gara di tutti, ma la prerogativa della Chiesa. I gesuiti riaprirono i loro istituti d'insegnamento in onta alla costituzione; ma il governo assisté al disprezzo della legge con debolezza insieme e doppiezza, perché stimò l'avviamento ultramontano come un sostegno della politica conservatrice, e salutò con gioia, lo confessa Guizot in persona, ogni rinvigorimento dello spirito cattolico.
Alla Chiesa toccò di sopportare un'altra esplosione di odio religioso, accumulato sotto i Borboni, nelle giornate selvagge in cui fu rovinato il palazzo dell'arcivescovo di Parigi e l'iconoclastia guastò gli atri di San Germano d'Auxerre. In seguito essa parve ritirarsi dalla vita pubblica, rinunziare alle pretese di Chiesa di stato, e conservare di fronte alla legge soltanto l'autorità di religione della maggioranza dei francesi. I preti, sospettati fin da principio come nemici della dinastia di luglio, non arrivarono mai, neppure nel tempo appresso, al dominio delle Tuileries. Proprio ora apparve palese, che le moltitudini erano rimaste così fedelmente legate alla loro fede cattolica, come al tempo in cui i contadini avevano impugnate le armi contro le leggi anticlericali della Costituente. Sotto la Restaurazione l'ostilità dei liberali non aveva avuto di mira la Chiesa, ma propriamente la Chiesa dominatrice dello stato. Sotto il re borghese l'antico odio alla fede non si risveglia, se non quando lo stato fa mostra di favorire la Chiesa. La stampa schiamazza contro i preti non appena un colonnello manda il suo reggimento alla messa, e l'ira delle giornate borboniche riavvampa in grandi fiamme, ma per breve tempo, quando Guizot appoggia ilSonderbunde assicura ai gesuiti un'indulgenza contraria alla legge. Ma come lo stato ritorna al suo contegno indifferente, anche la stampa non porge più alcuna attenzione alla vita ecclesiastica.
In questo modo, in un raccoglimento che ebbe maggiori conseguenze che non sotto la Restaurazione, furono buttate le basi di quel rinnovamento della potenza ultramontana, la cui estensione sotto la repubblica doveva poi sorprendere il mondo. Roma si chiuse più inflessibilmente che mai contro ogni idea moderna, respinse il tentativo dell'Avenir, di riconciliare la Chiesa con la democrazia, e condannò la libertà di coscienza come undeliramentum. I giornali ultramontani crescono a tutto spiano, e annunziano con fiducia sempre maggiore le teorie di un illimitato dominio, dopo che lo spirito neoromano ha riportato il suo primo grande trionfo nella controversia col vescovo di Colonia. Lo zelo bigotto risorse vivamente non solo in quelle contrade legittimiste della Bretagna, dove il contadino considera un re non incoronato e benedetto dal papa quasi tanto empio quanto un prete non consacrato, ma anche nelle regioni più colte del paese. Migliaia di fedeli si affollavano sotto il pulpito del padre Lacordaire, e il mite abbate Coeur seppe conquistare completamente il gran mondo, stanco d'ironie e canzonature, assicurandolo che la Chiesa non combatteva affatto ciò che era di sano nelle idee della Rivoluzione. Stato, comuni e privati edificavano a gara nuove chiese; ogni giorno apportava donazioni e legati alle pie fondazioni, e d'ogn'intorno nel paese sorgevano grandi confraternite laiche. Tutto quanto il sesso debole, che non trovava alcuna soddisfazione nella piatta insensibilità dell'illuminismo volteriano, era a poco a poco sempre più riconquistato alla dottrina rigorosamente cattolica. E siccome nei matrimoni francesi chi regna è la donna, sorse a poco a poco nelle case per bene quella falsa situazione, che non è l'ultimo tra i sintomi morbosi della moderna civiltà francese: donne, ligie al confessore, uomini, liberi pensatori al circolo, e in casa bigotti e ipocriti. Che cosa significava per lo stato francese cotesto eccessivo innalzamento della potenza della Chiesa? È chiaro, che la Chiesa romana poteva diventare l'alleata di un Bonaparte, di un Borbone, di una repubblica; che poteva aiutare ogni governo che soddisfacesse le classi credenti, nobiltà o popolo; ma che rimaneva la nemica naturale della monarchia di luglio, la quale, malgrado delle debolezze ultramontane del suo ministro protestante, aveva trovato i suoi puntelli solo tra i volteriani della borghesia.