Se ora ci domandiamo quali sono i frutti sopravvissuti all'azione di cotesto potente, riconosciamo che gli rimane la gloria di avere non già, come dicono i suoi adulatori, iniziata e compiuta dovunque in Europa la lotta contro gli avanzi del feudalismo, ma di averla incommensurabilmente accelerata e facilitata. «Solo l'atmosfera moderna può soffocare il feudalismo», soleva egli dire con conoscenza sicura dei segni dei tempi. Salvo cotesto benefizio, la sua opera rispetto all'Europa sembra vana, assurda. Della sua grande politica il tempo ha ammesso solamente quei risultati che egli non si era proposti. Subito dopo la sua caduta, i popoli restituiti a sé stessi si misero di conserva per una via, che correva direttamente opposta alla via della politica napoleonica. L'impero era stato l'impero della guerra. La classe media pacifica si fa avanti immediatamente dopo Waterloo, e la spada cede all'aratro. Una tacita congiura di tutti i popoli intreccia mille legami di relazioni amichevoli intorno al mondo; le nazioni stabiliscono quel «regno della ragione», che Napoleone esaltava a parole e attraversava coi fatti. La grandezza insanguinata dell'impero, ai figli di un tempo più umano voltisi indietro a guardarla, apparve come l'ultimo spaventevole divampamento delle passioni ferine, che nei tempi andati avevano sconvolto l'Europa; come un avvertimento, che il bruto sonnecchia anche nell'anima dei popoli provetti nella civiltà. Napoleone volle condurre in lizza la terraferma contro l'Inghilterra. Non appena fu caduto, una benefica necessità, ad onta dei reciproci pregiudizi nazionali, provocò quella intesa delle potenze occidentali, che fino a oggi non è stata più rotta in modo duraturo. Egli aspirava a un impero e a una civiltà mondiale. La sua fine dimostrò, che in questa libera fratellanza delle nazioni indipendenti non c'è posto per un cesare, e che da allora tutti i popoli hanno con più profonda coscienza custodito e perfezionato il proprio carattere nazionale.
Il nipote dà all'imperatore il vanto di aver gettato in Italia e in Germania il germe del movimento nazionale. Oh, senza dubbio, il cavallo brutalmente frustato, che s'impenna e si slancia al largo, deve la libertà all'imprudenza del cavaliere! Per la stessa ragione Napoleone merita la gratitudine dei nostri patrioti. Egli adempì quella necessità, che noi allora con le nostre proprie forze non eravamo in grado di compiere; egli mise in frantumi qualche centinaio di staterelli imputriditi e le forme esanimi del santo impero o, come dice ammirativamente il nipote, liberò la Germania meridionale dal giogo del sacro romano impero, e degli stati sovrani centrali si fece un baluardo. La Prussia ringiovanita crebbe nella lotta contro di lui, e crebbe quella passione nazionale, che prima di tutto distrusse l'immediata dominazione straniera, e non avrà posa, finché non avrà annientato anche la sovranità di tutte le corone della Confederazione renana. Così Napoleone ha svegliato l'orgoglio nazionale dormente dei tedeschi, che doveva abbatterlo; così ha collaborato all'unità Germanica, che egli abborriva, ma riteneva verosimile. Parimente fu per l'Italia l'uomo del destino, quantunque disprezzasse i propri connazionali e fin dal principio della sua carriera immettesse nella città delle lagune l'Austria vinta. Spazzò via gli stati decrepiti, raccolse a Lione i migliori uomini del paese in un consiglio di comune politica; distrusse le antichissime antipatie particolaristiche col fatto, che i vicini sempre in ruggine tra loro dovevano pure adattarsi nelle moderne satrapie francesi, e ai popoli effemminati diede la gloria guerriera e l'orgoglio, che un italiano dominava l'Europa. E così operò per l'unità italiana, che odiava e che considerava come un'utopia. In Ispagna la lotta contro Napoleone ridestò un'altra nazionalità in letargo. L'imperatore donò ai polacchi un mezzo stato, e occasionalmente nella guerra con l'Austria chiamò i magiari sotto le armi; ma in nessun modo è dimostrato, che in questo o in quel paese desiderasse un così gagliardo sviluppo delle energie nazionali, quale poi seguì più tardi. Nei Paesi Bassi consolidò l'opera benefica della rivoluzione, l'unità statale, mercé le istituzioni monarchiche non meno necessarie; solo che subito abbatté egli stesso il proprio edifizio; e, dopo la sua caduta, salì al trono la monarchia nazionale degli Orange, da lui odiata. La Svizzera ricevé dalla sua mano l'atto di mediazione. Se non che anche questo, che senza dubbio rappresentava la migliore costituzione che egli avesse dato ai paesi stranieri, era però un peccato contro la natura delle cose, perché rimoveva la neutralità del paese profondamente connaturata col carattere di equilibrio degli stati europei. Infatti, subito dopo la pace la neutralità della confederazione elvetica fu più solidamente ripristinata.
Per tal modo in quasi tutti i paesi di Europa la storia ha effettuato l'opposto dei disegni napoleonici. Dopo la battaglia di Aspern, mentre l'imperatore nel castello di Ebersdorf giaceva in un cupo sopore, i marescialli a bassa voce si consultavano come mai l'esercito sarebbe arrivato al Reno, se egli non si fosse svegliato. Essi presentivano la verità: la politica europea di Napoleone era il ghiribizzo tracotante di un cervello geniale; e di necessità sarebbe andata a rotoli, non appena due occhi si sarebbero chiusi.
L'impero, che nella storia del continente è stato un breve e terribile episodio, ha avuto rispetto alla Francia una conseguenza duratura. Certo, l'èra della Rivoluzione non era chiusa, come potevano vantare anche i panegiristi del dominatore. Venne l'ora, che nessun bottino attirava più la cupidigia del servo della gleba, il timore davanti all'onnipotente era dileguato, l'entusiasmo comune per lo stato militare era sbollito nelle battaglie infelici, il legame innaturale tra l'antica nobiltà e la napoleonica si scioglieva. Allora il liberalismo rialzò il capo; Lainé domandò il ripristinamento dei diritti tolti al popolo. Napoleone ritornando aveva rotto egli stesso il bastone nel proprio governo interno: «il genio ha lottato contro al secolo, il secolo ha vinto». Nelle ore di meditazione riconobbe la giustezza dell'opinione, che avea sempre nutrita suo fratello Giuseppe: «io sono semplicemente un segnalibri nel libro della Rivoluzione. Essa riprincipierà alla linea dove io l'ho lasciata». Non ostante siffatta confessione, il principe di Metternich errò quando disse: «il bonapartismo senza Bonaparte è impossibile». La parola calza rispetto all'Europa, non rispetto alla Francia. Anche la storia deprezzò le opere dell'imperatore, quando seppellì il suo sistema con tutti gli onori scientifici e paragonò lui con Cromwell. Al Protettore, la cui elevatezza morale ecclissa con la sua luce l'egoismo di Napoleone, pure non fu permesso di dare al suo paese leggi durature. Dopo la caduta dell'imperatore, una buona metà delle istituzioni fondate da lui rimasero in vigore: l'ordinamento dispotico dell'amministrazione e dell'esercito si tenne in attitudine ostile davanti al nuovo sistema parlamentare.
Per disgrazia sua e dell'Europa il popolo francese, come già al tempo della Riforma, non aveva preso una posizione chiara e sicura nella lotta di principii dei tempi moderni: nella sua anima contendevano le idee liberali e le cupidigie dispotiche. Se il bonapartismo fosse stato destinato a sparire per sempre, la nazione alla dura scuola del conoscere sé stessa avrebbe dovuto liberarsi delle pericolose passioni, a cui l'impero aveva attinto le sue forze: vanità e gusto violento della guerra, cupidità e smisurato fanatismo di eguaglianza: e preparare al parlamentarismo il solo terreno, sul quale avrebbe potuto gettare radici gagliarde: l'autonomia amministrativa dei distretti e dei comuni. Se di tutto questo non si faceva nulla, era facile ad accadere, che al momento propizio un erede di Napoleone avrebbe afferrato le redini di una società, che era tuttora pregna dello spirito del bonapartismo.
Non si manifesta punto il senso profondo della scienza storica, quando gli stessi fatti, che pel severo pensatore racchiudono le leggi morali della vita dei popoli, vengono giorno per giorno usati e abusati dalla gente frivola allo scopo di esercitare l'arguzia o di palliare le magagne moderne con l'esempio delle malefatte antiche. Molto tempo prima che apparisse il libro di Napoleone III, era già cosa stabilita pei ciechi ammiratori del primo Napoleone, che l'eroe côrso fosse il Cesare moderno; quasi che Bonaparte in persona non avesse pronunziata il 18 brumaio la felice espressione: «Niente nella storia somiglia alla fine del secolo decimottavo». Un serio senso storico lascia da parte i trastulli comparativi di tal natura, con la semplice osservazione, che Cesare trionfò e Napoleone tramontò, Cesare volle il necessario, Napoleone l'impossibile. Il regno di Westfalia andò in frantumi a un attacco cosacco, e anche gli altri stati vassalli si sciolsero come la neve dell'anno trascorso: l'opera di Cesare ha sfidato i secoli, in forme mutate dura tuttora. E basta il ricordo di alcuni fatti a tutti noti, a dimostrare la diversità sia dell'opera che del carattere dell'uno e dell'altro dominatore del mondo.
Il distintivo essenziale dell'incivilimento antico nei suoi tempi gloriosi è l'unilateralità. Anche gli stati dell'evo moderno, che all'osservatore frettoloso appaiono come riproduzioni delle repubbliche antiche, superano infinitamente i loro vecchi modelli per la varietà della propria civilizzazione. La Cartagine della storia moderna era insiememente la culla di Grozio e di Spinoza, e gli stessi mercanti di Amsterdam, che hanno sovente considerato, alla stessa guisa dei punici, il loro stato come una società commerciale, hanno fondato la propria repubblica sulla lotta pei supremi principii spirituali: nei loro fondachi il pensatore perseguitato trovava protezione e ricovero. Per quanto spesso la confederazione degli Etoli sia stata comparata con la Svizzera, altrettanto povero, rozzo, manuale appare a fronte alla patria del calvinismo il paese dei mercenari dell'antichità. Il logoro luogo comune, che denomina gl'inglesi i romani moderni, accusa lì per lì la propria futilità, quando raffrontiamo la magnificenza della poesia inglese con la povertà dell'arte nazionale romana, o la potente attività civile del Parlamento con quel ruvido senato romano, il quale una sola volta favorì un'intrapresa letteraria, e fu quando fece divulgare la traduzione del trattato di Mago sulla coltivazione! Ai popoli ingegnosissimi e mobilissimi dell'antichità mancò d'altra parte la forza di rendere duraturo uno stato in grande stile. Gli antichi non conoscono la società pacifica delle libere nazioni, non conoscono il bello scambio di beni materiali e spirituali tra popoli civili indipendenti. Fino a quando la forza nazionale gli giovaneggia fluida nelle vene, un popolo dell'antichità vuole sottomettere i vicini o annientarli. La vitalità di queste nazioni è potente: durante l'agonia della rivoluzione Roma resistè all'urto dell'oriente sotto Mitridate, e perfino sotto Marco Aurelio Atene vide una rifioritura dell'antico splendore. Ma il ringiovanimento dei popoli malandati dell'antichità non accade punto, come spesso è avvenuto modernamente in Germania e in Ispagna e in Italia, per una libera ricezione ed una elaborazione affatto autonoma degli elementi di civiltà straniera. Le nazioni antiche non mostrano cotesta inclinazione così forte ad assimilarsi la cultura forestiera, se non quando il loro spirito di gioventù è spento e la loro nazionalità si è involata.
Questa rigidità arcigna del costume nazionale, questa incapacità del mondo antico ad ammettere un pacifico equilibrio degli stati, spinse avanti il senato romano sulla via della politica di conquista. L'unilateralità della civiltà antica sparve, senza dubbio, quando finalmente i popoli del Mediterraneo ubbidirono alla città italica; ma era morta anche l'energia nazionale dei popoli insieme fusi, e con questa la radice di ogni grandezza ed originalità del mondo antico. In tale mondo non rimaneva posto alcuno per uno stato che fosse nello stesso tempo nazionale e incivilito. La pressione dei governatori fenici ed egiziani, asiatici e greci e, per la misura non certo la meno notevole, quella dei romani, avevano soffocato nel complesso delle provincie ogni sentimento ideale. La civiltà cartaginese era schiacciata. Dei barbari assoggettati, poi, alcuni erano già penetrati dell'umanità nell'impero, altri le stavano davanti così rudi e forastici, che uno stato nazionale costituito da loro avrebbe significato la morte di ogni civiltà. Gli Elleni fin dal tempo di Alessandro avevano cessato di essere una nazione separata. L'ellenismo, incivilitore del mondo, invase e fecondò tutti i popoli, e divenne, come col suo presentimento ben comprese il vincitore di Pidna, la civiltà dell'evo antico morente. La forza della vita nazionale era talmente venuta meno al popolo greco, che un intelligente testimone oculare delle sue ultime lotte, Polibio, arrivò alla terribile confessione: «se non fossimo andati rapidamente in rovina, noi non saremmo stati salvati».
Fra tanto tumulto di popoli cadenti, solo Roma eccelleva col suo stato perfetto: la missione del Romano era veramentepopulos imperio regere. Anche l'antica forma nazionale della civiltà romana era inaridita da tempo, tanto che sotto Cesare un ramo straniero latinizzato, quello dei Galli cisalpini, conservava la romanità più fedelmente della stessa metropoli. Principiò anzi ad appassire il vigore fisico dei romani. La capitale, secondo che più tardi la descrisse Dionigi di Alicarnasso, era già da gran tempo la più sociale di tutte le città, la più internazionale. Vi affluivano uomini di tutte le lingue, e accanto ai simulacri degli dèi latini era venerato il dio egizio dalla testa di cane. La cultura greca, i costumi e i malcostumi dell'oriente ellenizzato dominavano la città dominatrice del mondo. Se la massa caotica dei paesi depredati dai romani avesse voluto organarsi in un impero, tutti i popoli avrebbero dovuto intendersela tra loro nelle «nostre due lingue», avrebbero dovuto saziarsi di cultura grecoromana e connettersi insieme nell'identico ordinamento dello stato romano. Ma si era ancora ben lungi dalla meta, e tutta l'opulenza della terra serviva ancora a locupletare una città dominatrice, una città travagliata dalla feccia plebea, senza industrie, senza una borghesia operosa. Le provincie erano ancora soggette a diritti ineguali, abbandonate indifese all'avidità dei vicari di un'aristocrazia senza coscienza. Lo sviluppo dell'impero universale era minacciato da due pericoli: il primo, l'illuvione dei barbari, la quale, se la rilassatezza dell'aristocrazia in Roma fosse durata, avrebbe spazzata ogni traccia della civiltà tradizionale; il secondo, i Greci, che, essendo la nazione più numerosa, più attiva e più colta dell'orbita mediterranea, avrebbero senza fallo, se l'energia di uno stato potente non vi avesse opposto il riparo, impresso all'impero dei Romani un carattere bizantino, invece che romano-greco.
Cesare, vero erede delle menti lucide della democrazia, di Sertorio e Gracco, diede con chiara coscienza una completa concretezza al moto di sviluppo inconsciamente iniziato dall'antichità già sul declivio. Egli trasformò un guazzabuglio di provincie, soggette a una città per bisogne servili, in un imperio mondiale di regioni pareggiate giuridicamente; latinizzò le provincie, e col benefizio di un governo monarchico assicurò loro un'esistenza umana. Tutelò l'impero col sistema non mai abbastanza ammirato della difesa offensiva. Quando Cartagine e Corinto risorsero dalle rovine e il senato si aprì agli uomini delle provincie, Cicerone poté invocare a sua posta la rovina alla barbarie invadente: l'impero era fondato, non esisteva più una città tiranna. Proprio secondo lo spirito di Cesare fu pensata la costituzione antonina, che accordò la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'impero mediterraneo; e gloria di Cesare fu quella celebrata dal verso superbo del poeta:Romanae spatium est urbis et orbis idem. Egli divenne il fondatore di un impero universale perché fu un romano; perché in lui il genio del suo popolo s'incarnò così puramente, che noi potremmo renderci conto del carattere della nazione romana, anche se di tutta la storia dell'antichità non ci fosse stato tramandato altro che la biografia di quest'uomo. Come già il popolo greco, l'antico ceppo romano gittò le fioriture più gagliarde poco prima d'inaridire, e la sua potenza sopravvive ancora solamente in innumerevoli gemme e polloni. Cesare e Alessandro sono eroi nazionali per questo, che essi compresero il momento che si offriva al loro popolo di mutare la missione nazionale in cosmopolitica.
Si raffronti ora l'eroe romano, che con sicurezza geniale, come uno strumento dell'eterna Provvidenza, menò a compimento la missione del suo popolo, con l'eroe senza patria dei nostri tempi, il quale vuol costringere nella forma inventata dal suo cervello un mondo di organismi nazionali in fresco sboccio di gioventù; e si riconoscerà che non si può immaginare un contrasto più stridente. Il côrso distrugge oggi quello che ha creato ieri; il romano procede ponderatamente secondo un gran disegno: estende l'impero non più di quanto richiede la sicurezza delle frontiere, ritorna volontariamente sui suoi passi nel bel mezzo della sua carriera vittoriosa: e, quali si fossero i più ampi propositi che ha portato seco nella tomba, questo almeno ci è lecito affermare con sicurezza: che la follia cesariana di Napoleone non ha mai turbato la sublime calma di quella testa. L'onda della vita orientale frattanto batta pure gagliardamente sull'edificio di Cesare; il mezzogiorno e il levante mediterraneo declinino pure di nuovo verso la civiltà di oriente: il seme dell'opera di Cesare dura. Più fortunato di Alessandro, Cesare ha percorso ad occidente il cammino della storia. Senza di lui e senza l'impero dei Romani, non sarebbe esistita la benefica fratellanza dei popoli occidentali, che oggi si ricompone lontana da ogni convulsione guerresca. Egli assicurò ai popoli stanchi dell'antichità un ultimo respiro di vita piena, prima di estinguersi; e quando in fine i nostri padri fracassarono lo scheletro putrido dell'impero universale, ebbene, essi più non erano stranieri, e tramandarono fedelmente ai nipoti quanto era immortale in quel vecchio mondo. Quando oggi i democratici francesi, amareggiati dal tendenzioso cesarismo dei bonapartisti, maledicono i romani come distruttori della libertà celta, noi rispondiamo: «Voi non sapete quel che vi dite: dovete a Cesare, se voi siete francesi e non già Iri!» E chi può dire, se l'idea dell'impero che, nata nella mente di Cesare, ha sollevato l'anima di tanti nobili popoli, oggi sia morta per sempre? se l'impero non sia per risorgere un giorno in forma più umana, come una libera corte arbitrale sulle nazioni tutte amiche?
A noi figli dei popoli giovani gela il cuore, quando ci voltiamo indietro a guardare la Roma imperiale. Un'essenza di vecchiaia è appiccicata all'impero universale. La consolazione delle menti profonde, a cui quel mondo decrepito non può offrire più nulla di grande, è:Patet exitus. Guardiamo con fredda calma gli dèi di Tacito caduti a terra, tra le angosce dei mortali. La cultura dell'epoca ricorda le fabbriche di Costantino: anche queste sono suntuose, non senza qualche tratto di grandezza, ma sono costruite di frammenti, di colonne e archi che un tempo servivano a edifizi più belli. Virgilio e Orazio scrivono versi greci con parole latine, e non di rado sentiamo, che cotesti sono frutti di stufa. Nulladimeno, quelle opere costituiscono la più ricca e potente letteratura mondiale che sia mai esistita, e sono tanto originali, quanto può esserlo una letteratura priva di carattere nazionale. Pure non è piccola gloria, se sotto la protezione dell'impero potevano sorgere nell'anima di popoli affaticati creazioni tanto notevoli; se Roma, già sazia da gran tempo delle voluttà e dei vizi di tutti i paesi, si adornava ancora con le grazie artistiche dell'ampio mondo e si copriva di una veste magnifica di marmi e di ori. L'arte mondiale dell'epoca dei Cesari era il frutto naturale maturato dalla dissoluzione di tutte le civiltà nazionali dell'antichità. Napoleone sognava una letteratura mondiale in un popolo, che aveva vantato recentemente, in Voltaire e gli enciclopedisti, scrittori puramente nazionali, e poco dopo salutava poeti anche più espressamente e recisamente nazionali in Béranger e George Sand.
Lo stato normale del mondo moderno è la pace. Proprio nel secolo decimottavo, sotto il terrore delle guerre di gabinetto, la dottrina della pace perpetua ha trovato eloquenti propugnatori tra i più nobili intelletti. In questi tempi ansiosi di pace il principe della guerra, Bonaparte, si fece avanti come un disturbatore del corso naturale delle cose; la sua caduta finalmente assicura al mondo ciò a cui anela da tanto tempo. La regola dell'antichità è la guerra. Fintanto che il mondo fu ancora in gioventù, il vivere per lo stato con tutta la forza virile, guardarne e accrescerne la potenza nella lotta contro lo straniero, significò per gli uomini dell'antichità lo scopo supremo dell'esistenza. Lo stato antico dei tempi gloriosi è il popolo sovrano in armi. L'impero porta la pace nell'antichità, disarma i cittadini, avvia l'enorme maggioranza degli uomini a un'esistenza puramente sociale: ai modesti doveri della vita comune, all'attività economica ed intellettuale. La furia della guerra, cantata nella Georgica di Virgilio in modo così terribilmente bello, imperversò ancora sulla terra dopo la morte di Cesare; poi il tempio di Giano chiuse le porte per molto tempo. Senza dubbio, la potenza e la grandezza più peculiari dei popoli antichi doverono rimanere devastate dal fondo, quando sparì la guerra, e sparì con essa l'alta passione politica e, insieme, tutto ciò che fino allora aveva occupato l'esistenza del cittadino. Come stavano le cose, la pace dopo il tramonto della libertà costituiva effettivamente il sommo bene della vita. La giustificazione storica dell'impero è:Pacis imponere mores. Certamente anche la pace del mondo antico ci appare feroce ed empia rispetto ai costumi raddolciti dei tempi cristiani, e leggiamo con ribrezzo in quale pieno gaudio di dominio deificato lussuriassero i Cesari e con quali rudi colpi alla nuca costringessero a piegarsi a loro le teste orgogliose dei Corneli e dei Claudi. Eppure, erano venuti tempi tollerabili pei milioni di gente minuta, che ora potevano tirare avanti la loro via con sicurezza. Con le sue parole di contraggenio lo stesso Tacito riconosce in fondo, che le provincie erano contente del nuovo stato (nec abnuebant). La vita umana è riconosciuta e risparmiata; una cultura più raffinata penetra fino nei più bassi strati sociali: i borghesi della piccola città campagnuola di Pompei si ricreano all'armonia dei versi di Ovidio. La missione più nobile della monarchia, il principato protettore dei poveri e dei deboli, fu adempiuta dagl'imperatori almeno per quanto la intendeva la durezza di cuore dell'antichità. Quest'era tranquilla della pace portò miglioramenti e invenzioni in tutti i campi del commercio e dell'industria. I barbari, tenuti al largo di là dalle frontiere dell'impero, si conciliarono con gli elementi della civiltà. La strada romana si stende fino alla Britannia settentrionale, sull'Atlante giganteggia massiccio il magnifico tempio della Vittoria di Lambessa, e nelle convalli ombrose della Selva Nera l'altare di Diana Abnoba guarda il lussurioso bagno romano.
L'orizzonte degli uomini in questo incivilimento eguale dell'occidente si allarga all'infinito. Seneca sogna già lontani giorni avvenire, «in cui sull'Oceano le chiuse del mondo si levano, le terre si aprono incommensurabili e Tule non sarà più l'ultima». Nello stesso modo come l'impero si allunga fino quasi ai confini del mondo conosciuto, così l'antichità, la quale finora ha considerato l'uomo solo in quanto cittadino, si viene lentamente avvicinando alla grande nozione dei diritti dell'uomo. Nel tranquillo raccoglimento della vita puramente sociale, l'uomo, non pago delle opere di una cultura eclettica che non produce più nulla di nuovo, comincia a rientrare nell'intimo del suo cuore: e finalmente risuona nel mondo affaticato il grido di riconciliazione della creatura col Creatore. Ricordando il clamore di battaglia dei cesariani, l'acclamazione aVenus victrixdelle dieci legioni gloriose, ci dà il freddo della nostalgia il pensare quanta magnificenza veniva distrutta dal trionfo dell'imperatore. Ma in fine ci riconcilia la riflessione, che allora si compì un destino irrevocabile, e che tra i mali delle guerre civili era sorto un nuovo ordine di cose, era sorto un mondo al quale noi stessi dobbiamo una buona parte della nostra fortuna umana. Ilvive l'empereur!dell'armata napoleonica ci ricorda solo un barbaro accidente, solo l'infinita miseria, che il capriccio di un uomo inflisse al mondo. Presso al cadavere di Cesare vegliarono per tre notti i Giudei di Roma piangendo il protettore degli oppressi. Napoleone stramazzò fra gli urli di vendetta delle nazioni straniere, mentre il suo popolo, che egli stesso aveva disavvezzato dalla libertà operosa, si tenne indifferente in disparte. Come allora giudicarono i poveri di spirito, la storia giudica oggi.
È certo che i più prudenti bonapartisti già da un pezzo considerarono in segreto la politica europea di Napoleone I come una partita perduta, sebbene il sistema esiga il culto incondizionato di Napoleone, e proibisca l'espressione palese di opinioni tanto eterodosse. Ma con tanta più ostinazione tengono invece alla tesi, che l'imperatore ha fatto per la costituzione della Francia lo stesso che fece Cesare per lo stato romano. Solo che anche questa comparazione non regge a un giudizio più penetrante. Cesare fu il creatore di una nuova forma di stato, Napoleone ristabilì in Francia l'antica costituzione storica, quantunque non abbia affatto rinnovato tutte le istituzioni dell'antico regime. La forma normale dello stato moderno è la monarchia, quella dello stato antico nel suo fiore fu la repubblica. Gli antichi durante i loro più bei tempi chiamano con perfetta ingenuità la monarchiaservitiume la repubblicalibertas, e un Tacito presenta la più orribile follia della storia antica, l'assassinio di Cesare, comelibertas improspere repetita. L'infelice parola di libero stato per repubblica, noi la dobbiamo alle antiche tradizioni, alla sapienza politica dei correttori tirati alla classica. Il sentimento degli antichi ricalcitrava alla monarchia con tale caparbietà, che Augusto, più previdente dello stesso Cesare, salvò le apparenze repubblicane, e solo sotto Tiberio il nuovo regime assunse interamente le forme esteriori della monarchia. L'impero di Cesare non fu una restaurazione, come si potrebbe arguire da qualche particolare richiamo alla costituzione di Servio Tullio; fu una creazione nuova e ardita.
Quest'opera creatrice chiuse effettivamente l'èra della rivoluzione, come Napoleone non ha potuto fare, e ricondusse l'impero senescente alla forma naturale e duratura. Davanti all'orribile spettacolo della repubblica romana in isfacelo ogni uomo di senso politico diventa, come il vecchio Drumann, «panegirista della monarchia suo malgrado». Chi presume di trovare ancora la libertà repubblicana nei giorni di Pompeo e l'immacolata nobiltà della sedia curule, rappresenta rispetto alla cruda realtà la stessa parte assurda che fu possibile solo a Catone, quando propose di consegnare Cesare ai Germani. Una rivoluzione quasi secolare, la più lunga e la più brutale della storia, aveva minato nelle fondamenta l'antico costume romano. Il sentimento civile era talmente svanito, che nel bel mezzo della guerra contro gli asiatici gli eserciti di Flacco e di Silla erano schierati l'uno di fronte all'altro minacciosi, e la tremenda vittoria dei Parti a Carrhe destò appena la curiosità a Roma. L'aristocrazia, snervata e depravata, si ruppe in esecrabili frazioni, considerando la patria con egoismo vile, come quel Cicerone, che stimava come il fine dello stato la conservazione delle grandi famiglie. Non erano più cittadini, quelli che in veste di proconsoli abitavano nei castelli tirannici delle provincie e decidevano del bene e del male di milioni di soggetti, col dispotismo di altrettanti sultani. Pompeo senz'ordine del senato poté assoggettare il vasto Oriente e suddividerlo a suo piacere in provincie e monarchie. Dal viluppo d'intrighi e di pettegolezzi di cotesta nobiltà chiusa, scoppiava di botto la ferocia ferina, come in quei giorni di orrore, che Tiberio Gracco soccombé ai randelli e ai piedi di seggiola dei nobili Scipioni e Emili, e trecento cadaveri, abbattuti da siffatte armi, coprirono il foro. Un nucleo sano della cittadinanza si serbava ancora fedele alla legge, ma in fine anch'essa fu disfatta dalla coscienza, che il bel tempo antico era spacciato per sempre. Niente è più terribile nelle ultime guerre civili, quanto la mancanza d'ideale sia dall'una che dall'altra parte. L'enorme turba del partito democratico impazzava pel foglio libero, pel comunismo, intendeva la libertà come un tempo era stata intesa a Corcira. I democratici intelligenti erano convertiti all'idea della monarchia. Di nuovo e sempre, sotto i Gracchi, sotto Cinna e Mario, la società cadente rientrava con l'istinto sicuro della disperazione nel cammino della monarchia. Silla stesso poté ristabilire il governo aristocratico con una signoria monarchica transitoria. Pura aristocrazia significava allora la schiavitù del mondo a profitto delle famiglie nobili; pura democrazia significava la signoria del pugno.
Roma era salita in virtù della disciplina e della maschiezza del suo popolo; andò a fascio quando l'antico spirito romano sparì. Si pensi alla malattia inveterata della società romana, a quella lotta del capitale col lavoro libero la quale aveva quasi distrutto il ceto medio, ai latifondi e ai branchi di schiavi maltrattati, alla crudeltà di questo popolo, che si ricreava ai rantoli dei gladiatori agonizzanti, alla boria denarosa goffamente primitiva della nobiltà, che nelle opere dei suoi filosofi di moda leggeva soddisfatta che solo la ricchezza è morale e onesta; in fine alla nausea profonda di sazietà con cui quel mondo riguardava ormai la stessa opera propria; e si converrà che cotesta Roma, non ostante alcune somiglianze esteriori, non può affatto venir confrontata con la Parigi del secolo decimottavo; e che i francesi conservavano una riserva di forza nazionale e di orgoglio nazionale, che doveva poi svilupparsi gagliardamente durante la Rivoluzione. A Roma si aggiunga inoltre un esercito, che fin dai tempi di Mario sdrucciolava verso la forma di un corpo di mercenari, ammaestrati alla maniera dei gladiatori, strumento docile del comandante supremo, bramoso di un ordinamento monarchico, condotto da una sanguinosa esperienza all'assoluta persuasione, che nelle contese dei partiti decide la spada.
La repubblica era moralmente ed economicamente un'impossibilità. Solo un potere monarchico era in grado di farla finita con la guerra sociale tra povero e ricco, tra servo e padrone, e stabilire una pace tollerabile; e la monarchia doveva essere assoluta. Si sa, che l'antichità non era al caso di liberarsi interamente dal concetto gretto dello stato-città e intendere il senso profondo delle forme rappresentative. Anche i soci, il cui particolare interesse avrebbe dovuto stimolarli al desiderio della costituzione rappresentativa, anche gl'italici, al tempo che il toro sabellico insorse contro la lupa romana nella più spaventevole di tutte le guerre civili, rimasero abbarbicati allo stato-città: l'Italia, lega di città italiche, avrebbe dovuto dominare in luogo di Roma nel modo stesso come Roma dominava. Purtroppo una democrazia degna era inconcepibile negli stati-città fin da quando gl'italici conseguirono la cittadinanza, e la gentaglia delle città campagnuole affluiva alle assemblee sovrane della città dominante. Tale essendo la situazione, non rimaneva che l'assolutismo: il popolo sovrano, come suona la teoria dei giuristi cesarei, ha trasmesso per mezzo dellalex regiail suo potere all'imperatore. Noi moderni rimaniamo atterriti davanti a cotesta strapotenza senza limiti, tanto più che non ereditaria, nelle mani di un sol uomo, e siamo in dubbio se onorarla col nome di regalità. Il regime imperiale è la costituzione di una società profondamente corrotta, morente: per giunta l'opera di Cesare fu sconciata dai successori, deformata, contro l'intenzione del fondatore, in uno stato militare. Ciò non ostante, la dominazione degl'imperatori costituisce la sola conclusione concepibile, necessaria, dello sviluppo politico del mondo antico. Non appenal'empiresvelò la sua vera essenza, la parte viva della nazione, la classe media, gli si levò contro: Cesare invece aveva combattuto un'aristocrazia decrepita, che portava nel cuore la morte. Nell'impero di Napoleone fermentavano e operavano in segreto le idee costituzionali; la gente illuminata guardava con rossore e con ammirazione la libertà dei popoli anglosassoni. Nella Roma imperiale il fuoco delle idee repubblicane volse lentamente in cenere; nessuno sguardo invido ai popoli forestieri turbò la pace dello stato asservito: Roma era la terra, i barbari non contavano.
Napoleone si servì dei partiti repubblicani come aiuto a salire; e odiava i legittimisti come i peggiori nemici della propria dominazione. Cesare era un vero democratico, amava il popolo e avrebbe sdegnato il dileggio napoleonico contro la «canaglia». Sotto la tirannide di Silla ebbe a soffrire per le sue convinzioni democratiche, e il suo odio contro gli aristocratici comprendeva non solo i propri nemici, ma anche i nemici del popolo. Egli legò il proprio potere alla più popolare delle magistrature, al tribunato, e quando da monarca si sollevò, come si addice al genio, sull'unilateralità dei partiti, pure attuò tutti i principii sani del programma democratico. Rispettò la libertà per quanto era possibile; ed è notevole la sua condotta verso i municipi, ai quali serbò la libera elezione delle proprie magistrature. La rivoluzione sociale fu compiuta da lui con prudenza: la distribuzione delle terre, l'abolizione dei requisiti del censo, la colonizzazione oltremarina, la nuova legge sui debiti assicurante la libertà del debitore, tutti questi sono prodotti di una legislazione squisitamente democratica. Napoleone appare inferiore anche sotto questo riguardo. Accettò e ordinò i risultati della rivoluzione sociale già compiuta fino a quello che è il più importante: rifiutò alle classi medie pacifiche la posizione politica, che in una società ispirata ai principii della libera concorrenza le spettava assolutamente.
Il mondo sa le macchie attaccate al nome di Cesare. Egli camminò nel fango di una macchinazione iniqua di partito e per molto tempo esercitò il brutto mestiere del cospiratore. Dei lamenti e degli oltraggi che tengono dietro a ogni strappo alla legge, nessuno gliene fu risparmiato. Egli fu costretto ad avere familiarità con avventurieri abbietti, a tollerare a Tapso e a Munda la ferocia sanguinaria dei suoi mercenari. Dové mandare impuniti i misfatti dei compagni e non sdegnare le goffe menzogne dell'usurpatore, affinché il colpo di stato fosse legittimato e i partiti si riconciliassero. Attirò sul suo capo la maledizione del poeta e di tutti gl'idealisti, come l'imprecazione di Catullo:timete Galliae, hunc time, Britannia: l'impero che il duce della democrazia fondò, fu semplicemente un dispotismo, fu semplicemente il giaciglio di un popolo infermo. Un terribile guiderdone attendeva la vita dell'uomo che, deificato dal popolo fintanto che fu cospiratore, trovò poi poco amore quando coprì di benefizi il mondo in sua balìa. Ma come Shakespeare picchiettò il suo Cesare con uno spruzzo di piccole debolezze, affinché la grandezza dell'eroe spiccasse più luminosa, così lo storico, quanto più scrupolosamente aduna i punti oscuri della vita di Cesare, tanto più soverchiante vede complessionarsi la figura del primo uomo di stato dell'antichità. Mai più tante cose grandi sono state create pel bene di uno stato nel breve giro di cinque anni; e quali disegni, come l'idea della codificazione del diritto, lasciò Cesare incompiuti!
Cesare supera non solo per la fecondità ma anche per la moralità della sua politica l'eroe moderno. Questo conserva e accresce come un capitale a frutto l'ansietà generale dei piccoli borghesi, e getta Parigi nella vertigine dei piaceri per farle scordare la libertà. Quello sdegna di mettere a profitto le più indegne passioni, schiaccia e riduce al silenzio gli anarchici, e per mezzo delle rigide leggi matrimoniali si oppone con tutte le forze all'invadente depravazione morale, per quel tanto che le leggi possono impedire la corruttela dei costumi.Nullis polluitur casta domus stupris!canta Orazio con gratitudine ad Augusto; e in codesta grossa iperbole è però involta la verità, che la morale sotto i primi imperatori era in condizioni meno orrende che al tempo di Catilina. Alleghiamo in fine quello che è il contrapposto più sorprendente nella politica dei due dominatori: Cesare era un uomo di stato, Napoleone un soldato. Sopra abbiamo illustrato il carattere prevalentemente militare della politica napoleonica; aggiungiamo ora un altro tratto singolarmente istruttivo: il giudizio sprezzante di Napoleone sulla guerra dell'indipendenza americana. Proprio in questo si tradisce l'unilateralità del tecnico militare. L'imperatore non comprende, che per l'appunto nell'elasticità della difensiva di Washington, in quella catena di meschini scontri di avamposti e di laboriose discussioni nel Congresso, la sostanza specifica della guerra si rivela come la forma violenta della politica, e che Washington va annoverato tra i grandi condottieri per l'appunto per cotesto, che non era puramente un generale. Cesare conduceva la guerra nello stesso senso dell'americano, salvo che con un genio più fertile. Quando a quarant'anni mutò la toga col manto di porpora, pel primo capitano del tempo la guerra non era stata mai altro che un mezzo: non appena raggiunto lo scopo politico, le armi posarono.
Se è pericoloso commisurare tra loro le gesta di Cesare e di Napoleone, ogni confronto dei due uomini nel loro essere umano cade diritto nel ridicolo. Di Cesare è stato riferito, che ripeteva volentieri i versi di Euripide:
εἴπερ γάρ αδικεῖν χρὴ, τυραννίδος πέρι χάλλιστον ἀδικεῖν· τἄλλα δ'εὐσεβεῖν χρεών
(Se è necessario operare contro giustizia, è bello operare contro giustizia per ragion di regno; in tutto il resto è necessaria la giustizia e la pietà). E visse fedele alla massima. Si assunse la colpa enorme; ma non l'avrebbe evitata nessuno, che si fosse proposto di fondare il trono, e di restaurare il mondo nelle sue ragioni. Però davanti alla figura di Cesare uomo ci sorprende sempre come un'emozione nuova lo stupore, che solo in un'epoca simile fu possibile una così pura grandezza. Quel sovrano nato, per quanto erri e pecchi fintanto che vive tra i piccoli uomini come un loro pari, giunto poi sul trono, dispiega tutta quanta la nobiltà della sua natura regale; proprio l'opposto di Napoleone, a cui il godimento del potere infatua il cervello e spinge fuori alla luce quanto aveva di brutto nell'anima. Sopra tutto ci entusiasma il vedere con quanta pienezza e sicurezza Cesare è radicato al suo popolo. Egli spiega la resistenza dei Germani al suo esercito osservando francamente, che «tutti gli uomini per natura aspirano alla libertà e odiano la servitù». L'imparzialità pagana di tali parole dimostra quanto era romano chi le scrisse. Il figlio di un tal popolo sovente a noi moderni si rivela inumano. Solo che a noi non piace udire proprio dalla bocca di Napoleone I il biasimo alla condanna di Uxellodunum e allo scempio degli Usipeti; perché, duro coi barbari alla maniera romana, Cesare ha usato coi compatrioti la bontà di un animo elevato, quale Napoleone non l'ha mostrata pei francesi.
Volle essere chiamato il clemente, non già il fortunato, come Silla, o il grande, come Pompeo; e solamente all'interezza armonica della sua personalità, che non permette un risalto prevalente a nessun tratto particolare, bisogna ascrivere il fatto, che la storia gli ha ricusato quel nome. A lui toccò di conquistare mercé l'opera di lunghe guerre il potere, che all'imperatore dei francesi cadde in grembo con un brusco atto di violenza; ma, più umano di questo, ai nemici e agli amici infedeli usò grazia fino all'imprudenza, e fece la fortuna dei compagni, generoso fino alla prodigalità. Affabile, giusto, magnanimo, la sua eccellente natura non mostra nulla dell'astio vendicativo napoleonico, nulla della volgare prosunzione e dell'iracondia rumorosa del côrso. Cesare era nobile quanto si addice a un sovrano. La fine di Pompeo gli strappò le lacrime; tenne altamente in onore la memoria del suo terribile nemico Silla. E se pure gli avvenne di cadere nell'esecrazione dell'usurpazione e della menzogna, nondimeno ilBellum gallicumci ammaestra quanto fosse estraneo il mentire al carattere dell'uomo. Questo libro, che è uno scritto illustrativo ordinato ad una espressa azione politica, è nella sostanza una limpida fonte storica incomparabilmente più veritiera dei bollettini, e perfino di quelle annotazioni, che Napoleone non destinava a uno scopo politico immediato. La forza di Cesare stravizzò in tutti i piaceri di un tempo che non conosceva limite al godimento; ma il suo cuore rimase abbastanza ricco per consacrare alla madre, alla figlia, alla moglie la tenerezza semplice di un sentimento, che cerchiamo invano nell'anima di Napoleone. Era fatalista come tutti gli eroi; ma la sua irremovibile fiducia in una scorta divina ha assai poco di comune con l'insolente burbanza di Napoleone, che ripicchia con tracotanza sulla «sua stella». E come sono ricche e multiformi le sollecitudini ideali di Cesare! Da pretto romano, non era molto sensibile al mondo estetico e prediligeva la grammatica e le scienze esatte; ciò non ostante, egli promosse alacremente tutte le branche della cultura. Apprezzò la libertà delle lettere, fu il primo a disporre la pubblicazione degli atti del senato, scrisse egli stesso di tanto in tanto sulle questioni del giorno; e infine l'autore dei Commentari poté adornarsi il capo di quella corona di autore classico, che al prosaico côrso rimase irraggiungibile.
In sostanza, del famoso parallelo di Cesare e Napoleone non resta altro, se non che l'uno e l'altro furono grandi uomini ed eroi, l'uno e l'altro usurpatori e nemici dell'aristocrazia, e così di seguito, secondo le banali proposizioni che noi lasciamo ai ragazzi. In poche parole: di quanto l'Europa moderna supera il mondo cadente dell'antichità in forza di gioventù, in moralità, in ricchezza e cultura, di tanto appetto a Napoleone Cesare è più grande. È un gioco arrischiato evocare l'ombra di Cesare; pericoloso per la gloria del primo Bonaparte, più pericoloso per gli epigoni.
Le vecchie e nuove classi abbienti. [Scritto a Kiel nel 1867.]
In un'amena vigna del mio paese sorge una casina, dove un tempo Schiller, come si dice, avrebbe composto ilDon Carlos. Ogni anno un centinaio di forestieri devoti contemplano il buco triangolare nel pavimento, che sarebbe servito da cestino al poeta. Un giorno, tra esaltanti discorsi di consacrazione, furono piantati davanti al portone una quercia di Schiller e un tiglio di Schiller, fu posto all'uscio un album di Schiller, e fu murata sulla facciata una lapide a Schiller. Alla bella celebrazione assistevano solo alcuni iniziati con vari sentimenti. Essi sapevano, che la casina era stata fabbricata circa un paio di decenni dopo la morte del poeta; pure tacevano; e queste linee non implicano minimamente l'intenzione di turbare la pia persuasione dei credenti. Certamente la più parte dei nostri lettori, in occorrenze consimili, hanno verificato con quale forza il famoso principio della formazione dei miti opera anche tra i lumi del secolo decimonono, e anche tra le persone colte. Questo vecchio lieto ricordo ci risovviene involontariamente, ora che cerchiamo d'illustrare uno dei casi di mitificazione moderna più ricchi di effetti duraturi.
La più recente storia della Francia si svolge in buona parte tra le file del quarto stato. Caduto il primo impero, il bonapartismo sopravvive negli animi e principalmente nella fantasia delle folle popolari francesi. Se noi più indoviniamo che comprendiamo i segreti dell'anima dei bassi ceti della nostra propria nazione, tanto più rimaniamo completamente sospesi davanti all'enigma come mai un esecrato macellatore è potuto a mano a mano apparire amabile a una nazione straniera, come mai un duro tiranno sembrarle un dio. In questo caso sono in atto le forze elementari dell'istinto popolare; e noi ci contentiamo di poche postille, e pel resto ci richiamiamo all'antichissima esperienza, che solo ai sacerdoti e ai condottieri accade di diventare, nel vero senso, eroi nazionali. Solo all'eroe della fede e all'eroe della spada è sancito quel supremo favore popolare, che entusiasma i milioni di uomini e schiude la bocca alla leggenda. Su tale argomento la limitatezza, l'incertezza di ogni conoscenza storica si parano dinanzi all'animo in modo scoraggiante. Non solo il giudizio sulla ragione e sul torto delle lotte passate è preso, come s'intende facilmente, nel vortice di una eterna trasformazione; ma anche la questione su quali dei fatti avvenuti meritano l'attenzione e sono degni di essere ricordati, è risoluta dai posteri in modo ben diverso che dai contemporanei. Come una pubblica biblioteca, se vuol rispondere interamente allo scopo, deve contenere a un dipresso tutto ciò che si stampa, perché nessun contemporaneo è in grado di presagire se le fantasticherie oziose di uno sciocco cuculiato appariranno alla posterità utili ed istruttive rispetto a un sistema d'idee ancora sconosciuto, così anche la storia dovrebbe tramandarci tutto ciò che avviene nella vita di un popolo. Disgraziatamente, noi sappiamo soltanto ciò che gli scrittori contemporanei hanno ritenuto memorabile; e oggi noi daremmo via molto volentieri la conoscenza di tante defunte discussioni parlamentari laboriosamente dibattute, se sapessimo con più sicurezza ciò che le nonne filando alla rocca raccontavano del grande imperatore ai nipotini, ciò che i contadini delle provincie hanno lamentato del ministro borghese di Luigi Filippo.
Dobbiamo illustrare il modo come si venne formando la leggenda napoleonica mercé il tranquillo e incosciente lavoro della fantasia nazionale, e come in pari tempo la cosciente attività dei napoleonidi preparò la restaurazione dell'impero. Considereremo, inoltre, come e perché l'ordinamento amministrativo di Napoleone si affermò come la parte più viva e vitale della costituzione dello stato francese, e domanderemo, in fine, perché la nazione non trovò alcuna tranquillità nel sistema costituzionale. L'esperimento parlamentare dei francesi non merita punto l'indifferenza, che generalmente dimostrano a esso in Germania. Anzi alcune di quelle forze politiche, che anche presso noi tedeschi operano renitenti allo stato parlamentare, appaiono in questo caso con una chiarezza e una precisione, con un'evidenza tipica, come mai altrove. Un ordinamento burocratico, più rigido e dispotico del tedesco, si oppone direttamente alle idee rivoluzionarie, che in Francia si svolgono con energia anche maggiore che da noi. Proprietari e proletari, contadini e operai della città lottano apertamente in Francia pei rispettivi interessi di classe, nel medesimo tempo in cui in Germania questi potenti contrasti sociali seguivano il loro corso quasi inconsapevolmente l'uno accanto all'altro. Mentre da noi la lotta per l'unità della nazione predominava su tutte le contese di parte, e il timore ispirato dalle idee nazionali spingeva i partiti ultramontani e feudali ad allearsi con le piccole corone, in Francia già da secoli il problema dell'unità nazionale era stato risoluto felicemente: i partiti sono tratti a svelare la loro intima natura nelle congiunture più semplici e più grandi; e si avanzano come nemici della monarchia.
Anche se il risultato di queste considerazioni non approda ad altro che a riuscire molto scoraggiante, noi però riproviamo la superbia di tanti politici inglesi e, purtroppo, anche tedeschi, i quali, per via delle lotte parlamentari senza costrutto, negano addirittura ai francesi l'attitudine alla libertà politica. Una volta che al cristianesimo è riuscito di trionfare di tante proclività naturali tutt'altro che cristiane dei popoli d'Europa, non abbandoniamo dunque la speranza, che un progresso veramente più adeguato della civiltà, ossia l'ordinata partecipazione dei governati al governo dello stato, sarà per realizzarsi dovunque sul nostro continente, anche se le forme di questa libertà porteranno, per la salute del mondo, un'impronta nazionale molto diversa. Forse che quella timida piccola borghesia tedesca affatto disabituata alla vita pubblica, a cui Stein donò l'ordinamento civico, aveva più preparazione dei francesi di oggi all'autonomia amministrativa? Eppure in cotesti distretti prosperò la vitale e sana municipalità, che noi stimiamo come la parte sicura e salda della libertà popolare tedesca. Con che fuoco e con quanto buon diritto noi patrioti tedeschi siamo andati in collera, quando anche tre anni fa gli stranieri, allungando un dito magico sul nostro sminuzzolamento di cinque secoli, profetarono l'eternità degli staterelli tedeschi!
No, la questione della libertà non è una questione di razze. Noi crediamo fermamente, che a nessuno dei grandi popoli civili la conseguenza di un'antica colpa renda così difficile la via a una libertà razionale, come ai francesi. La storia non è pei sanguinari: allo stesso modo come spande munificamente anche sulle generazioni lontane la benedizione dei fatti magnanimi, così pure prova sui figli i peccati dei padri, dimenticando molto a rilento, e con una rigidezza inesorabile, che la piana bonomia non sospetta nemmeno. Chi non ha visto che a Königgrätz il gran Federico si trovava in mezzo ai suoi Prussiani, chi non comprende che il vecchio peccato mortale della confederazione del Reno ha castigato sé stesso per sessanta anni nel popolo della nostra Germania meridionale, ebbene, non ha occhi per discernere la dipendenza profonda delle cose storiche. Principalmente la Francia può dirne qualcosa dell'immortalità della colpa storica. Mirabeau è una figura che percuote così tragicamente, appunto perché nulla sua vita si specchia il destino del suo popolo: come l'ombra della scapigliata giovinezza si allungò tra Mirabeau e la corona e gl'impedì di prendere la posizione giusta al momento giusto, così anche la nazione compì solo a mezzo la sua prima rivoluzione, perché portava sulle spalle il peso di un passato colpevole, perché sotto l'oppressione dell'antico regime le semplici virtù del cittadino le erano svanite. Similmente oggi. Nessuno statista pensante dubita, che le condizioni fisiologiche assai sconfortanti della popolazione francese, la sua poca fecondità, il numero eccessivo di deboli e di storpi, se non derivano da una causa sola, certo hanno una causa sostanziale nelle guerre del primo impero, che menò al macello la gioventù sana maschile. Lo storico troverà con poca fatica anche nella vita politica gli effetti duraturi di quegli anni turbolenti: le voglie anarchiche del tempo della Rivoluzione, le abitudini dispotiche dell'impero, e, sopra tutto, gli odi irreconciliabili dei vecchi partiti.
Con tutto ciò non è impossibile, che i nostri vicini siano per ripigliare le forze e buttar via la trista eredità dei vecchi tempi. Con una vitalità inesplicabile, la nazione ha superato scosse spasmodiche che avrebbero annientato la più parte degli altri popoli; le sue condizioni economiche sono oggi incomparabilmente più favorevoli, la sua moralità forse non peggiore che sotto l'antico regime (giacché in questioni così delicate un popolo giustamente non deve essere raffrontato che con sé stesso). L'amore al lavoro è tuttora intatto come al tempo antico. Anche quel difetto nazionale, di cui si servono gli avversari per dimostrare l'incorreggibilità dei francesi, ossia la smania irrequieta della novità, appare allo sguardo penetrante sotto un'altra luce, non appena si riconosca, che questo popolo instabile conserva i suoi più importanti costumi politici con una immobilità quasi priva di pensiero; che lo stato francese in cinquant'anni si è mutato meno, che non abbia mai fatto in pari tempo la cosa pubblica di ogni altro popolo civile. Non c'è dunque ragione di disperare interamente della forza politica dei francesi; salvo che solo la gente leggera può aspettare per un prossimo avvenire l'avviamento dello stato alla libertà costituzionale.
Ogni giudizio preciso sull'antico sistema di governo in Francia è sempre esposto all'ira dei partiti. A rischio di essere accusati di legittimismo, osiamo affermare, che la Francia nel nostro secolo non ha visto giorni più felici di quelli della Restaurazione. Dopo che la ferocia sanguinaria dei giorni del terrore fu svaporata e la corona si fu accorta, che il grido di guerra degli emigrantivive le roi quand méme!usciva dai più pericolosi nemici della monarchia, la nazione entrò per la prima volta nel pieno godimento di quei benefizi della Rivoluzione, che finora le erano stati amareggiati dalla crudezza del regno del terrore, dalle leggi eccezionali del Direttorio e dell'Impero. La corona si adoperò a mantenersi al disopra dei partiti, a garantire anche agli avversari la libertà della lotta leale. Quando finalmente gli eserciti degli alleati lasciarono il paese, si offrì allora lo stesso spettacolo che avviene quando si alza la saracinesca sulla cateratta di un ruscello montano: la generazione che nella grande fantasmagoria dell'impero era stata fondamentalmente avvezza a misconoscere arte e scienza e a non curarsi dello stato, di botto sviluppò un vigore potente e prodigo, in ogni campo del pensiero e della creazione. Isalonideserti si riaprirono alla graziosa varietà delle belle conversazioni, ripristinarono quel mondo dello spirito e della eleganza, ormai sconosciuto ai nostri giorni, tormentati dalla politica e dalla sensualità: nobili dame spirituali, come la duchessa di Duras, ricevevano di nuovo gli omaggi di uomini squisitamente colti. Gli arditi novatori del romanticismo, Victor Hugo e i suoi compagni, principiarono la lotta strepitosa che liberò finalmente la Francia dalla scomunica del sillabo accademico. La poesia, che finora non era stata stimata che come rettorica, come «il più bel genere della prosa», adesso cerca di formare il proprio carattere, di penetrare gli enimmi del cuore umano. Anche le fantasie cattoliche della giovine scuola conferiscono naturalmente all'aspetto di questo popolo romanico. Con Sainte-Beuve principia un novello e più libero avviamento della critica estetica, e Quinet e Cousin già si arrischiano a illustrare ai loro connazionali le idee di Herder e di Hegel. Nello stesso tempo sorgono i migliori nomi, che ha conosciuto l'arte francese da Poussin in poi. Nel campo della scienza politico-storica fiorisce rigogliosa una nuova generazione diligente insieme e intelligente, dotta e dedita alle lotte dei nostri giorni. Con quale gioia la gioventù salutò alla Sorbona le entusiasmanti prolusioni di Villemain e di Cousin! Con quale piacere perfino il vecchio Goethe, poco sensibile alle simpatie politiche, parlò al suo Eckermann delGlobee dei primi passi di Mignet e di Guizot! Arride a questi giovani ingegni l'invidiabile, rapido, impetuoso successo, che la nostra vita sociale sparpagliata ricusa al tedesco. Era un risveglio affatto spontaneo degli spiriti: giacché la corte dei Borbotti sa promovere l'arte solo col dispendio, ma davanti all'essenza dell'arte è ottusa come un tempo fu Napoleone. L'industria e il commercio risentono l'immenso benefizio della pace: i lati oscuri della vita industriale moderna rimangono ancora avvolti pei più in una cupa ombra: i socialisti non raccolgono che una piccola comunità di fedeli.
La Restaurazione ha prodotto tra i suoi uomini di stato nomi come Villèle e Louis, de Serre e Martignac, che, quando gli odii di partito taceranno, la Francia ricorderà con onore. Liquidano il duro debito di guerra, riordinano esemplarmente le finanze, riorganizzano l'esercito vinto, creano dal nulla la flotta perduta. L'inviolabilità del domicilio e della proprietà, la libertà personale sono meglio tutelate che non forse sotto il governo più recente. E si accorgono ora i francesi di avere raggiunta una conquista più nobile, più duratura dell'ebbrezza di vittoria dell'impero: perché la loro carta costituzionale è stata considerata diffusamente in ogni paese di terraferma come il catechismo del diritto razionale, e i liberali di ogni nazione hanno imparato dallaMinerva, e ogni articolo di fondo di un gran giornale parigino aveva il valore di un avvenimento. Al dispotismo onnipotente di Napoleone è seguita subito una monarchia, in cui le Camere godono di maggiori diritti del parlamento inglese. Esse hanno approvato anno per anno tutti i bilanci dello Stato; nessun ministro poteva osare di mantenersi al governo contro il volere delle Camere. Il mondo risonava della grande parola della tribuna francese; e questo splendore dell'eloquenza non concerneva punto fatti personali, come sotto la monarchia di luglio. Erano lotte serie, combattute con la partecipazione passionata della nazione: sotto la Restaurazione hanno acceduto alle urne non mai meno dell'84 per cento, talvolta fino al 91 per cento degli elettori. Questo generale accaloramento alla politica ha qualcosa dell'ingenua allegria della giovinezza: la libertà della parola, ammutolita per tanto tempo, riopera con l'incanto della novità. L'ardore delle lotte di partito sembra un segno di forza e di salute rispetto al silenzio innaturale del governo di polizia di Napoleone. Il mondo torna a credere speranzosamente all'ideale politico. Forti partiti di tutte le classi si conciliarono lealmente col regime parlamentare: quelli che non lo fecero, come i repubblicani non convertiti, i partigiani di Napoleone, i legittimisti fanatici, si videro almeno costretti a simulare la loro sottomissione allo statuto. Due volte, sotto il governo del centro circa il 1819 e poi sul principio del ministero Martignac, si ebbe l'impressione, che la mannaia delle lotte civili fosse sepolta, che l'eredità della Rivoluzione fosse stata accettata dai Borboni senza benefizio, che fosse stato dimenticato il vecchio assassinio della dinastia perpetrato dal popolo. La nobiltà contava ancora antiche e illustri famiglie di grande potenza. I suoi figli avevano combattuto un tempo per la Francia su innumerevoli campi di battaglia; e adesso anche alcuni benemeriti dignitari di Napoleone aderirono all'alta nobiltà borbonica. La camera dei pari fu sovente salutata dalle ovazioni popolari, e fu stimata usbergo dei diritti del popolo. Parve non impossibile, che l'intesa pacifica tra le vecchie e le nuove classi possidenti, base morale della Restaurazione, sarebbe per durare.
Non ostante cotesti lati chiari, la Restaurazione non incorse puramente a caso nelle stoltezze di Carlo X: come afferma Guizot, fuori del parlamento stava in aria, senza base: pel complesso della nazione non fu mai altro che una palliata dominazione straniera. La politica pratica nel nostro secolo addottrinato sui libri viene traviata non solo dalle passioni o dai malintesi interessi, ma anche dagli errori dottrinali. Per esempio, i patrioti tedeschi si son fatti trarre in errore per anni e anni dalla comparazione dotta, e zoppicante sui due piedi, della confederazione germanica con l'americana e la svizzera; e similmente il ricordo scientifico dell'Inghilterra di Carlo II ha esercitato una tale influenza dissennante, da metterci quasi in sospetto del beneficio della scienza storica. L'edifizio statale di Cromwell, coperto alla meglio da una tettoia provvisoria, andò in conquasso tra i motteggi della nazione: un generale inglese richiamò il re legittimo; il partito repubblicano subito si disperse ai quattro venti, e i falli accumulati dai due ultimi Stuart indussero a suo malgrado il popolo fedele a una seconda sollevazione. Ben diversamente in Francia. È semplicemente falso, se gl'inveleniti avversari del bonapartismo oggi lo affermano, che Napoleone fu abbattuto altrettanto dalla Francia quanto dall'Europa. Se l'inverno del 1813 egli avesse accettato le proposte di pace ingiustamente miti degli avversari, avrebbe potuto contare sopra un governo assicurato per molto tempo; e anche dopo che la sua alterigia imperiale ebbe tirati gli eserciti stranieri sul suolo della Francia, l'odio del popolo al massacratore non era alla lunga abbastanza forte per spezzare dagl'incastri interni le ferree giunture dello stato militare. Solo gli stranieri buttarono a terra Napoleone, e gli stranieri ricondussero l'antica dinastia. Per quanto le singole e lontane provincie del sud e dell'ovest salutassero con gioia la bandiera dei fiordalisi, rimane però assolutamente vera rispetto all'enorme maggioranza della nazione la scomunicata affermazione di Manuel, che la Francia accolse di mala voglia il ritorno dei Borboni. I nostri vicini si vantano a ragione di un vantaggio su tutte le altre grandi potenze: la Francia non possiede nessuna Irlanda, nessuna Polonia; le sue provincie sono tutte francesi con tutta l'anima. Oggi però si è aperta in questa nazionalità compatta una screpolatura assai più difficile a sanare del particolarismo di qualche provincia: il regno si è diviso in due nazioni, i vincitori e i vinti di Waterloo.
La Francia fin dai tempi dei due cardinali si era abituata a essere la potenza egemone della terraferma. Sebbene questa supremazia si fosse andata a mano a mano indebolendo notevolmente sotto Luigi XV, si era però tuttora in Francia tanto sicuri della propria grandezza, che gli ufficiali borbonici battuti a Rossbach divulgarono in patria le lodi del colto re di Prussia. Chi avrebbe allora minimamente presagito, che cotesti stranieri avrebbero signoreggiato la Francia? Poi, durante le guerre della coalizione, era divampata contro lo straniero una passionata esacerbazione, e adesso alla splendida èra del dominio mondiale della Francia seguiva un governo installato dagli stranieri. La nazione aveva appena finito di lamentare, che la grande guerra per la supremazia di là dal mare si fosse chiusa con la vittoria della razza germanica; adesso, per colmo, anche la posizione del regno in terraferma appariva compromessa, e lo stato dechinava a potenza di second'ordine. La seconda pace di Parigi apre una breccia nella famosa frontiera di ferro di Vauban; la meschinità dei diplomatici della Santa Alleanza, invece di rinforzare la Germania, infligge alla Francia l'onta indimenticabile delle guarnigioni straniere. E, per colmo di vergogna, in tutte le disfatte francesi la parte più gloriosa era stata sostenuta dalla piccola dileggiata Prussia! Lo stesso Chateaubriand non osò difendere la Prussia, e anche oggi in Francia i libri di storia che corrono per le mani parlano della nostra vittoria come di un'ingiustizia, di un'imperdonabile impudenza, laddove lamentano le vittorie degl'inglesi, dei russi, degli austriaci come puri infortuni. Le dure esperienze inducono nell'anima della nazione un'alterazione dell'antica indole. Questo popolo che in altri tempi era il più ospitale di Europa, che accoglieva gli stranieri senza punto considerarli come stranieri, mostra ora in numerose occasioni un odio aspro e selvaggio al forestiero: tutta la stampa di quel tempo echeggia di un tono ostile contro i paesi esteri. Nel 1822 a Parigi si negava a una compagnia inglese il permesso di dare rappresentazioni, e si andava cento volte in visibilio al versojamais en France l'Anglais ne régnera: oggi ancora riesce facile far montare in bestia il contadino francese con le paroleétrangereprussien. E chi erano i fortunati, che condussero l'odiato straniero al governo dello stato? Gli emigrati, la scellerata nobile marmaglia, che pei privilegi del blasone avevano impugnato la spada contro la patria. Un odio sconfinato animava il popolo contro quei traditori, ogni rapporto con loro era un'onta: a Guizot non si perdonò mai d'essersi recato durante i cento giorni dagli emigrati a Gand. Anche Napoleone aveva mostrato un senso squisito di questo istinto delle popolazioni: nella sua prima campagna d'Italia scrisse al generalissimo piemontese, che la presenza dei parricidi macchiava l'onore del campo nemico; e in seguito ebbe sempre a ricordare, che mai nessun napoleonide aveva portato le armi contro la patria, e che anche il generale Beauharnais aveva prescelto la ghigliottina all'emigrazione. Nessuna potenza al mondo era in grado di cancellare questi sinistri ricordi. La tempesta parlamentare che terminò con l'espulsione di Manuel, scoppiò perché Manuel aveva ricordato l'invasione. Egli aveva evocato l'ombra sanguinosa che s'interponeva tra la nazione e il governo.
È noto che Luigi XVIII non si mostrò affatto quello schiavo dello straniero, che lo tacciò l'opposizione invelenita. Quantunque partendo dall'Inghilterra avesse detto al principe reggente le indecorose parole: «dopo Dio, devo il mio trono a questo glorioso paese», pure non gli mancò interamente il senso dell'onore dello stato. Né il paese dové in minima parte alle sue preghiere le miti condizioni della prima pace di Parigi. Poi, in onta, naturalmente, alla Germania, cercò di strappare lo stato all'isolamento, e al Congresso di Vienna gli riuscì di stringere contro la Prussia e la Russia l'alleanza, che era tanto onorevole per l'abilità della politica borbonica, quanto ingloriosa per l'Austria e l'Inghilterra. Ripristinati i Borboni per la seconda volta, quantunque l'autorità della dinastia all'estero fosse già caduta, egli si adoperò con successo a liberare la Francia dalle guarnigioni straniere. Frattanto la situazione diplomatica dello stato era molto aggravata: la Francia aveva contro di sé la coalizione delle potenze orientali, e non le rimaneva che da scegliere tra l'isolamento e la guerra contro una superiorità di forze schiacciante. Anche al congresso di Aquisgrana le potenze orientali decisero il pronto intervento, non appena in Francia si fossero rinnovate le scene del 1789. Se pure il protocollo fosse rimasto segreto, l'istinto delle popolazioni, però, suole ingannarsi di rado in questioni di onore nazionale. Il popolo sentì, che l'orgogliosa Francia era sotto la vigilanza poliziesca della Santa Alleanza; e naturalmente si avverò anche troppo presto la predizione di Guglielmo von Humboldt dopo la conclusione della seconda pace di Parigi: la Francia non sarà mai calma, fintanto che l'Europa pretenderà di tenerla sotto tutela.
Solo un governo dotato di ardimento, che avesse fatto tutt'uno con la nazione, avrebbe potuto salvare lo stato da cotesta situazione umiliante. Ma i Borboni non vollero mai e non poterono farsi un cuore col proprio popolo, anzi sotto Carlo X la diffidenza verso il paese della Rivoluzione si manifestò sfacciata: «io mi sento interamente elvetico», disse quel cieco principe alla sua guardia svizzera. La grande turba degli emigrati continua come prima a tramare i suoi vecchi bassi intrighi, viaggia per implorare l'aiuto straniero e accusare presso gli stranieri la propria patria. Bergasse, quello stesso matto, che un tempo aveva influito alla corte contro i consigli di Mirabeau, nel settembre del 1820 presentò allo czar un memoriale: che la Francia era il covo di tutte le cospirazioni europee, che la casa dei Capetingi, essendo la più antica delle dinastie, era il principale bersaglio dello spirito settario; che era necessario un congresso che sbandisse solennemente le dottrine dell'ateismo e del sovversivismo, e via di questo passo. Il conte Jouffroy comparve al congresso di Verona come rappresentante di un così detto comitato realista, ed espresse il desiderio, che le potenze orientali guarissero il gabinetto di Parigi delle sue debolezze liberali; e che Villèle dovesse agire come ministro della Santa Alleanza, non già puramente come ministro della Francia¹. Se nelpavillon Marsanera alimentato un tale trescamento senza patria, nessuno ha a meravigliarsi, che durante la guerra di Spagna corresse nel popolo l'assurda diceria, che il re avesse voluto allontanare l'esercito, affinché nel frattempo gli alleati invadessero la Francia e vi ristabilissero l'assolutismo!
¹ I due memoriali suddetti, notoriamente non i soli del genere, furono comunicati in copia dall'ambasciatore badese a Berlino alla corte di Carlsruhe. (Nota dell'A.)
Tale essendo la situazione, anche i più abili statisti della Restaurazione non avrebbero potuto perseguire nella politica estera grandi e positivi fini: si viveva alla giornata. Durante i primi anni della Santa Alleanza si comportavano come grandi potenze solamente la Russia e l'Austria; poi contro la loro preponderanza si levò Canning, non già la casa di Borbone. Ordinariamente i Borboni si tennero lontani dalla violenta politica tendenziosa della Santa Alleanza. Ma la buona intelligenza felicemente ristabilita con l'Inghilterra non si concretò in una efficace alleanza delle potenze occidentali; perché tra l'Inghilterra e la Francia si frapponeva la questione orientale, e una politica del liberalismo in grande stile riusciva impossibile ai legittimisti di tutte le dinastie. Il gabinetto capiva che la Francia non doveva tollerare l'intervento cronico dell'Austria in Italia; ma alla fine la paura della rivoluzione prevalse, e si conchiuse col contentarsi di assumere la protezione del minacciato diritto ereditario che veniva a Carlo Alberto da Carignano. La guerra di Spagna parve allora un ritorno dei gloriosi tempi dell'antica politica di famiglia seguita dai Borboni; Chateaubriand si vantò di avere esteso la signoria della Francia fino alle colonne d'Ercole, e di aver compiuto in poche settimane ciò a cui non era arrivato in molti anni Napoleone. A conti fatti la strepitosa impresa si dimostrò risolta in fumo rispetto alla potenza della Francia: i Borboni spagnuoli ripagarono i loro cugini francesi con quella ingrata albagia, che il dispotismo restaurato ha mostrato in ogni tempo pei suoi più moderati difensori. Solamente, e non altro, si era stimolato l'istinto guerresco, avido di supremazia, della nazione, e posto ognuno in grado di confrontare gli allori a buon mercato della bandiera dei fiordalisi con la gloria del tricolore.
Fatta eccezione solo della repubblica, che generalmente non guardò alle questioni europee, nessun governo francese di questo secolo è stato per noi tedeschi un vicino fido ed equanime; e probabilmente questa situazione durerà fino a quando il nostro contadino renano vedrà il francese Carlomagno camminare a notte lungo il Reno e benedire i nostri tralci tedeschi, fino a quando la nostra canzone popolare canterà e racconterà l'anello incantato di Fastrada. Anche la Restaurazione, dunque, tramò alla chetichella le sue piccole cattive arti contro la Germania. Si dettero buone parole al re Guglielmo del Würtemberg quando corse a Parigi a lagnarsi delle mire di supremazia della Germania; si lavorò sott'acqua contro la nostra unità commerciale in formazione, e si favorì la lega commerciale della Germania centrale, che poneva la Sassonia e lo Hannover contro l'unione doganale prussiana. Allora come sempre la corte delle Tuileries cercò di tenere in tutela le corti della Germania meridionale, mosse vivaci rimostranze, che a Monaco alcune strade fossero state intitolate alle vittorie di Brienne e di Arcis, sostenne il re Luigi di Baviera quando, spaventato dei primi passi arditi della politica commerciale prussiana, ebbe a farne lamento a Parigi, e lo coprì poi di rimproveri quando il nobile principe si accostò alla lega doganale prussiana. Però tali piccoli intrighi non potevano appagare in alcun modo la presuntuosità nazionale. L'aspirazione ai confini naturali era fortemente sentita dal popolo come un sacro diritto, e si manifestava nel piccolo come nel grande, nelle mode del giorno, come per esempio la foggia di pettinaturachemin de Mayenceallora in voga, e nelle accuse dell'opposizione. Lo stesso Chateaubriand vagheggiava il disegno di alleanza con la Russia, che avrebbe dovuto conquistare ai francesi il Reno, ai russi i Balcani. Quando finalmente Polignac prese sul serio questi sogni e, trattando segretamente con la Russia, vagheggiò l'idea di una campagna sul Reno, allora la nazione per un momento fu richiamata del tutto alle proprie questioni interne, e il frivolo disegno cadde.
Quasi tutti erano irritati dai rapporti che la corte aveva con la Russia. La posizione dominante, che Pozzo di Borgo teneva dai primi anni della Restaurazione e poi di nuovo sotto Carlo X, era indegna della Francia: perfino i diplomatici tedeschi della scuola conservatrice ebbero a dire, che non si sapeva se Pozzo fosse ministro di Russia o di Francia. E ciò in un momento, in cui la crisi orientale con le sue sorprese periodiche minacciava la pace del mondo! Non si voleva a nessun patto abbandonare la Turchia, vincolata da un'antica amicizia, introdotta per la prima volta dalla Francia nella cerchia degli stati europei; si subodorava l'intendimento della politica grecofila della Russia, che lo czar Alessandro davanti al principe Lieven aveva compendiato in una parola:il me faut une Grèce!Ma nemmeno si poteva resistere al fanatismo filellenico dei liberali, giacché l'opinione pubblica eccitata era ridivenuta una forza, e forza attiva anche nella politica estera; tanto meno, nell'antagonismo tra l'Inghilterra e la Russia dominante la questione orientale, s'intendeva di prendere partito per l'Inghilterra, che sul Bosforo difendeva il Gange. Così la Russia, che in Oriente era la sola a conoscere il terreno, attirò la corte di Parigi da una falsa posizione all'altra. I Turchi sono traditi a Navarrino, l'istinto guerresco nazionale è nuovamente ridesto dalla vittoriosa e non sanguinosa spedizione di Morea; e alla fine la Turchia è indebolita dall'amputazione fattale della Grecia, e la Russia senza ostacoli preme sui Balcani. Osservando cotesta feconda politica europea dei Borboni, comprendiamo facilmente la ragione per che allora i francesi inviperiti cantavano con Casimiro Delavigne:ces esclaves d'hier, aujourd'hui nos tyrans!e il ritornello di Béranger:en France soyons français!sonava scortesia ai Borboni.