Le reiterate e violente vicissitudini del trono nella moderna storia francese e l'egoismo impronto con cui ogni classe dominante ha messo a profitto il proprio potere, hanno annientato in Francia la monarchia, nel senso antico e schietto della parola. L'intima contraddizione nella vita di questo stato si può brevemente compendiare nella proposizione seguente: la Francia non può fare a meno di un gagliardo potere statale raccolto in una sola mano, e nulladimeno ha perduto interamente i costumi e le tradizioni della monarchia legittima. Il nuovo sistema bonapartistico non era né un dispotismo illuminato sullo stile del secolo decimottavo, né un semplice ripristinamento dell'impero militare napoleonico, ma una forma statale per sé stante, affatto moderna: una tirannide personale, eletta dalle moltitudini e governante a pro di cotesto quarto stato pervenuto alla coscienza di sé. Laddove nella monarchia legittima, anche sotto una corona assoluta, tutte le istituzioni e i costumi statali convergevano allo scopo di sottrarre la persona del monarca alla lotta dei partiti e di assicurare anche sotto un principe inetto il regolare andamento della cosa pubblica, all'opposto nella Francia bonapartistica la persona del monarca portava fondamentalmente la responsabilità del destino dello stato. Talché un ministro geniale, sotto un imperatore senza talento o impopolare, non sarebbe stato in grado di assicurare la durata al sistema. Il dottrinario del secondo impero, il duca di Persigny, curò di designare l'eletto del popolo comehomme-peuple: sotto la forma adulatoria l'espressione recava l'esatto significato, che cotesta potenza imperiale era una dignità supremamente personale, che doveva affermarsi nella sollecitudine quotidianamente rinnovata pel bene delle moltitudini. È vero, che la maggioranza degli elettori aveva esaltato il terzo Napoleone in virtù del suo nome: ma nessun uomo imparziale poteva da cotesta potenza dei ricordi napoleonici trarre la conclusione, che la moltitudine dei francesi fosse attaccata ai Bonaparte con la medesima fedeltà con cui i prussiani ai legittimi Hoenzollern o un tempo gli olandesi alla casa tirannica degli Orange. Ogni vincolo di pietà tra popolo e casa regnante fu spezzato in Francia dalle tempeste di due generazioni. Qui l'unico legame possibile tra governanti e governati è costituito dall'interesse; e, col fatto, nessuno stato della storia modernissima ha fatto valere così spregiudicatamente, come il secondo impero, l'egoismo dei suoi sudditi. Il nuovo bonapartismo è stato effettivamente, come amici e nemici lo hanno qualificato, ungouvernement indiscutable; non già semplicemente a cagione della sua origine equivoca, ma principalmente per la ragione che lo spirito di cotesto sistema era grossamente materialistico, e perciò non comportava prove incondizionate.
È evidente che il capo di uno stato siffatto dovesse essere e rimanere responsabile. Quando Laboulaye e gli altri dottrinari dell'empire libéralpartivano in lizza contro cotesta situazione di fatto in nome dei noti principii costituzionali, che regno e responsabilità, insiememente concepiti, fanno contraddizione, e che lo stabilimento dell'impero ereditario esclude per sé stesso la responsabilità del capo dello stato, ebbene, essi davano nel vuoto. Le teorie giuridiche della monarchia parlamentare non comportano adattabilità a una tirannide democratica. La fondazione dell'impero era solo un cambiamento di nome, che non mutava nulla di sostanziale alla vera natura della carica presidenziale. La trasmissibilità di cotesta corona rimase sempre come niente altro che un assegnamento incerto sul futuro, laddove, invece, la responsabilità dell'imperatore era un principio, la cui immutabile permanenza era ognora affermata dai dignitari dell'impero Rouher e Troplong, e il cui adempimento pratico veniva reso possibile dalla stessa costituzione. Bastava che l'imperatore si credesse sicuro del favore delle moltitudini, ed egli, secondo l'articolo 5, aveva facoltà di appellarsi al popolo sovrano: che era un'arme violenta del dispotismo, la quale, usata al momento opportuno e conformemente alla morale napoleonica, era al caso di accrescere sempre che volesse la soverchianza della corona, e in effetto escludeva ogni speranza di un onesto regime parlamentare.
Per contro, posto che le moltitudini venissero nell'idea, che l'eletto non rappresentava più i loro interessi, il proemio della costituzione indicava la via per richiamare l'imperatore alla responsabilità. Dichiarare irresponsabile un capo dello stato francese, ivi è detto, «ciò significa mentire al sentimento pubblico; ciò significa ammettere una finzione, che per tre volte è andata dispersa nel turbine delle rivoluzioni». Più chiaro di così non si può dire, che l'imperatore portava e voleva portare la sua corona col pericolo permanente di essere cacciato da una quarta rivoluzione. Con ciò, dunque, nella superba Francia si era giunti a questo, che la legge fondamentale di una nazione civile con ingenuità cinica confessava: il nostro regime è un giocova-banque, ogni sicurezza del diritto pubblico è una lustra, ogni costituzione nient'altro che un espediente! La corona napoleonica non godeva la sicurezza della monarchia ereditaria, e appunto perciò era provvista di una pienezza di potenza, che un monarca legittimo non ha mai raggiunta: «essendo il capo dello stato responsabile», dice quel proemio, «la sua attività deve essere libera e senza impacci».
Non vi è alcun dubbio, che il nuovo bonapartismo nutriva, come il primo impero, il disegno di fare da terreno neutrale, su cui venissero a ritrovarsi insieme gli avanzi dei vecchi partiti. Esso non si diede briga del passato dei suoi cooperatori, e prese ai suoi servigi quanti riconobbero il nuovo ordine. Permise, dopo alquanti anni di compressione, il ritorno degli avversari esiliati che si obbligavano all'ubbidienza, e non si discostò mai dal proposito di collocare la grandezza della patria al disopra dei partiti. Chi non ricorda lo scritto pateticamente generoso dell'imperatore, che ordinava il rilascio del pericoloso cospiratore Barbès, perché questi aveva espresso il suo entusiasmo patriottico per la guerra di Crimea? Similmente l'impero non volle favorire un ceto solo; seppe contentare l'ambizione e la foga industriale della borghesia e, nello stesso tempo, ripristinare la nobiltà: un eccellente mezzo per vincolare alla corona migliaia di famiglie sia mercé la comune ambizione, sia mercé il timore di una soppressione di titoli nobiliari male acquistati; ma anche una prova, che s'intendeva di riguardare le inclinazioni e i pregiudizi delle classi più alte. Appunto: l'eletto del popolo si applicò un pezzo al disegno di aggiungere all'antica una nuova nobiltà napoleonica. Nei brindisi e nei proclami il signor di Persigny esaltava come merito peculiare del nuovo sistema «l'eminente idea sociale», per cui, avendo ogni governo precedente rappresentata soltanto una delle tre classi della società, l'impero invece le rappresentava medesimamente tutte. Tale vanteria conteneva qualche apparenza di verità. Il quarto stato dominava interamente sulla vita pubblica, non più però a forza di turbolenze e barricate, come nei primi tempi della repubblica: specialmente nelle condizioni ordinarie non era affatto in grado d'impadronirsi immediatamente del potere, come avevano potuto farlo un tempo la nobiltà e la borghesia; e sotto il secondo impero aveva apparentemente, come gli altri tre stati, solo l'incombenza di ubbidire e lavorare.
Ciò non ostante, il quarto stato costituiva in Francia la classe politica, ed era di continuo glorificato dalla burocrazia con panegirici adulatorii. «Dio ha primieramente rivelato il Salvatore a questa che è la classe più numerosa e più interessante della società», affermavano le circolari dei prefetti; e prima delle elezioni del 1857 il ministro Billault dichiarò ufficialmente: «i contadini e gli operai hanno creato l'impero, quelle moltitudini di uomini operosi, che formano l'ampia base del suffragio universale». Perciò il signor di Morny esortò gli elettori a mandare nei corpi legislativi, in luogo dei così detti uomini politici, commercianti presi dalla cerchia della propria professione; e il signor Granier secondo Cassagnac asserì anche più rudemente: «la classe agricola, nocciolo della nazione, domanda già: perché l'imperatore non governa solo?». Lo stesso Napoleone III designò continuamente il suo sistema come ilgouvernement du grand nombre; e quando in una massima sovente ripetuta dichiarava che il suo governo riposava «sul popolo, fonte di ogni potere dello stato, sull'esercito, fonte di ogni forza, sulla religione, fonte di ogni giustizia», in sostanza con questa tricotomia egli esprimeva semplicemente l'unico concetto, che cotesto regime del quarto stato poggiava essenzialmente su quelle forze, le quali determinano la condotta del popolo. Donde appare del tutto rispondente la società stranamente mista della corte napoleonica, innocente assembramento di preti cortigiani, di demagoghi cortigiani, di soldati cortigiani. Consideriamo l'origine del sistema e la sua esistenza durata per lunghi anni, trascorsa impareggiabilmente più pacifica del governo senza posa osteggiato dei Borboni e degli Orléans, e distrutta in fine non da altro che dalle armi straniere, e non potremo disconoscere, che cotesta forma di stato si era sviluppata necessariamente dalle condizioni sociali del paese. La moltitudine arrivata al dominio, sensibile alle idee semplici e generali dell'eguaglianza e dell'autorità statale unica e onnipotente, inclina sempre all'eguale soggezione di tutti a un tiranno nazionale. Anche nelle condizioni incomparabilmente più sane dell'America del Nord, al tempo di Jackson e di Abramo Lincoln, quella tentazione passò rasente al popolo sovrano. Inoltre in Francia la moltitudine, non abituata a governarsi da sé, possiede, secondo che confessa il socialista Duveyrier, «in supremo grado il sentimento della gerarchia»; e sotto il fanatismo dell'eguaglianza ha così completamente smarrita l'intelligenza della libertà, che mille e mille in perfetta buona fede consentono in quella vanteria del bonapartismo ripetuta fino alla nausea: «il terzo Napoleone è il vero fondatore della libertà, giacché dal tempo del secondo impero più non esistono iloti politici».
Il suffragio universale vigeva non più, come sotto il primo Napoleone, ridotto dalle liste elettorali, ma completo e in regolare attività. L'esigenza, manifestata un tempo dal parlamento del lavoro al palazzo del Lussemburgo, che da ora in avanti la superiorità della cultura dovesse tanto poco costituire un diritto quanto la superiorità della forza muscolare, aveva ottenuto completa effettuazione. Il suffragio universale formava la base del nuovo diritto pubblico ed entrava in vigore in ogni elezione, in ogni cambiamento dei principii fondamentali della costituzione: gettò in breve tempo radici tanto salde, che nessun partito ha più pensato seriamente di levarlo. Nelle elezioni del 1863 parteciparono il 73,9 per cento, nei plebisciti che fondarono la costituzione e l'impero dal 75 all'84 per cento della popolazione adulta maschile. Abili strumenti del governo, come Thuillier, cavarono da tali dati la conclusione: «l'impero è la più grande e più felice democrazia, che il mondo ha mai vista coronata dalla gloria e dalla libertà»; ma lo storico, invece, per l'appunto in cotesta enorme partecipazione del popolo discerne la prova dello sconfinato potere del dispotismo democratico.
Nei tempi di transizione dal medio evo all'età moderna la storia della maggior parte degli stati ha visto «re della povera gente» i quali, sorretti dalle moltitudini, fiaccarono l'oltracotanza dei piccoli signori. Il dispotismo neofrancese era di un'altra specie. Questo aveva trovato il diritto pubblico già formato da un pezzo, e si sentì chiamato a spianare con gli accorgimenti positivi di un'autorità statale onnipotente l'enorme contesa d'interessi della moderna economia democratica. Si propose, come dice Napoleone III, di «appagare l'attività di questa società anelante, irrequieta, esigente, che attende tutto dal governo»: il sistema, in altre parole, era un socialismo monarchico. Una volta Sainte-Beuve in senato compendiò molto giustamente il cómpito delsocialisme autoritaire, di cui noi abbiamo già rintracciato i primi vestigi nei primi scritti di Luigi Bonaparte: «esso vuol prendere la parte buona delle idee socialistiche, per strapparla alla rivoluzione, e inserirla nell'ordine regolare della società». Non già semplicemente l'indifferenza alle questioni costituzionali propria di tutti i socialisti, bensì la coscienza dell'affinità elettiva condusse nel campo di Bonaparte molti, come i Bixio, i Chevalier, i Duveyrier, che un tempo stavano accosto accosto alle scuole dei socialisti. Anche quei socialisti che per anni dominarono il mondo borsistico del bonapartismo, i due Pereire e i loro compagni, non avevano minimamente abiurato la loro fede.
Ogni regime dispotico è affetto da un tratto mistico: il misticismo del secondo impero si manifestò nella devozione religiosa con cui era celebrata la maestà della volontà popolare, la sagra dell'homme-peuple. Non occorre dire che cotesta sagra era immediatamente caduca, non appena la volontà popolare cangiasse. Certo, il bonapartismo non nutriva pregiudizi, né pretendeva, come anni prima i Borboni, di cancellare il passato, ma si sentiva legato di solidarietà con tutti i governi precedenti: celebrava le idee dell'89 come il principio fondamentale, la fiamma vitale della sua costituzione, e professava con labbro eloquente gl'ideali di libertà, anche se poi col fatto la sopprimeva. L'imperatore asserì: «fedele alla mia origine, io non considero le prerogative della corona come un pegno sacro e intangibile, né come un'eredità dei miei padri, che io deva anzi tutto trasmettere intatto a mio figlio». Ma se il bonapartismo non soffriva di fisime legittimiste, pativa però del morbo ereditario della tirannide, dell'odio a ogni salda limitazione legale del potere dello stato.
L'imperatore poteva garantire concessioni al liberalismo, ma l'eletto del popolo non poteva mai riconoscere una sincera reciprocità di diritti e di doveri fra sé e il corpo legislativo, non mai una vera costituzione. Certamente non era dato introdurre una legge se non mercé l'accordo dell'imperatore, del senato e del corpo legislativo; nondimeno soltanto l'imperatore emanava i decreti necessari all'esecuzione, sebbene la savia disposizione del primo Napoleone, che trasmetteva al senato la regolazione dei casi non previsti dalla costituzione, fosse passata anche al secondo impero. Ma siccome fuori dell'imperatore non esisteva alcun potere che fosse in grado di sistemare coteste difficili idee di diritto pubblico, seguiva in fatto, che tutti i grandi atti legislativi dell'impero emanavano soltanto dall'imperatore. Un decreto imperiale ordinò la successione al trono; un decreto fondò nel 1858 il Consiglio intimo, che era un collegio di personaggi fidati al quale l'imperatore esponeva a consultazione tutto ciò che aggradiva, e che in uno col Consiglio di stato incaricato di tutti i disegni di legge doveva secondo la costituzione formare «la ruota più importante della nostra nuova organizzazione». Un decreto imperiale concesse al corpo legislativo il diritto di mozione, un altro decreto gli ritolse cotesto diritto e gli accordò in risarcimento il diritto d'interpellare il governo. L'imperatore aveva facoltà di decretare sempre che volesse lo stato d'assedio ed era solo tenuto a ottenere suppletivamente la sanzione del senato. In breve, il formidabile dettame napoleonicole pouvoir reprend ses droitspoteva entrare in vigore ogni momento: da un istante all'altro tutte le classi dei cittadini dello stato potevano, come nel 1858, esser poste fuori della legge da una legge di sicurezza.
La mano di ferro in guanti bianchi, cotesto rimedio gradito agli assolutisti pei nostri tempi malati, era col fatto divenuta il retaggio della nuova Francia. Solamente cinque capisaldi della costituzione non potevano abolirsi senza il consenso del popolo sovrano: la responsabilità del capo dello stato, la dipendenza dei ministri dal solo imperatore, il consiglio di stato consultivo, il corpo legislativo deliberante le leggi e il senato comepouvoir ponderateur. In altre parole, la limitazione del potere imperiale, il passaggio al sistema parlamentare era impossibile senza la sanzione della nazione: per contro l'imperatore era libero senz'altro di ampliare la propria potestà, eccetto questo, che non gli era lecito di abolire il corpo legislativo. Nello stesso modo come un tempo il primo Napoleone aveva detto: «il disegno costituzionale di Sieyès abbraccia solamente l'ombra; ma noi abbisogniamo della sostanza, ed io ho collocato cotesta sostanza nel governo», così anche al secondo bonapartismo era dato di vantarsi, che il potere esecutivo formava l'unica forza viva del suo diritto pubblico. È certo, però, che la costituzione del 1852 non ha condotto, come quella consolare, a un accrescimento sempre più soverchiante del dispotismo. L'imperatore ha spesso riconosciuto il bisogno di condizioni di maggiore libertà. Secondo l'assicurazione del duca di Morny, egli nel 1861 lamentava nel Consiglio privato la mancanza di pubblicità e di sindacato come il cancro del sistema; e nel febbraio del 1866 dichiarò al senato: «il mio governo non è stazionario, ma progredisce e vuole progredire». Nel 1865 fece esporre al pubblico i provvedimenti più importanti del suo governo nella compilazionela Politique impériale, con la ferma fiducia, che il giudizio pubblico non avrebbe disconosciuto le benemerenze del regime. Se non che la prima condizione della libertà politica, la sicurezza del diritto comune, la quale importa più delle singole concessioni al liberalismo, era onninamente impossibile nella Francia imperiale.
Il secondo impero si serbò fino alla caduta come un dominio dispotico, e Napoleone III svelò nelle note parole del suo discorso del trono del 14 febbraio 1853 l'estrema ragione di cotesta situazione illegale: «la libertà non ha mai aiutato a fondare un edifizio politico duraturo, ma lo corona quando il tempo lo ha consolidato». Si motteggi pure la piatta balorda concezione dell'essenza della libertà, che si smaschera in questa mezza verità schiettamente napoleonica; ma la famigerata teoria del coronamento dell'edifizio non è del tutto assurda. Non si può rifiutare l'esempio, mille volte addotto dai bonapartisti, dello stato inglese. Anche l'Inghilterra cominciò a godere pienamente la libertà parlamentare, quando i pretendenti Stuardi più non erano pericolosi, e la casa di Hannover era minacciata seriamente solo in alcune parti separate del regno. In Francia, invece, i tre quarti delle energie popolari rimasero sistematicamente materia greggia pel governo dello stato, giacché tre partiti combatterono continuamente il quarto che era al potere. Giorno per giorno toccava al governo, come del resto a tutti i predecessori dal 1815, di lottare per la propria esistenza; e di cotesta sua posizione aveva coscienza viva, né credeva punto a un subitaneo adempimento della solenne profezia del discorso della corona: «le passioni inimiche, unico ostacolo all'espansione delle vostre libertà, andranno sommerse nell'immensità del suffragio universale». Di gran lunga più chiaramente era espressa la verace opinione dell'imperatore in quel luogo dellaVie de César: «i partiti politici non disarmano mai, nemmeno davanti alla gloria nazionale». Perciò l'impero finì sempre col ripiombare da capo nelle pavide dottrine della tirannide: se il paese rispondeva nelle elezioni secondo gl'intendimenti del governo, la nazione era contenta e non abbisognava di riforme; se le elezioni riuscivano a favore dell'opposizione, i vecchi partiti erano tuttora vivi, e ogni concessione portava pericolo. Per sua propria confessione, il governo paventava più malanni da un abuso della libertà che da un abuso del potere, e non si faceva carpire mai un diritto definitivo.
Con l'elevazione delle moltitudini l'imperatore niente altro temeva più, se non lo scontento delle moltitudini. Il gridosilence aux pauvres!che un tempo Lamennais aveva designato come la parola d'ordine della borghesia, valeva anche sotto Napoleone III, ma in un nuovo senso: tutto nella nuova Francia era lecito dire, salvo che non al popolo. Donde il terribile bavaglio del pensiero, dallo stesso primo imperatore appena raggravato, che dalle medesime moltitudini non era sentito immediatamente come una compressione, ma che pure per cagion loro veniva mantenuto fermo. Innegabilmente il bonapartismo si è tenuto lontano da «quel colpevole e imprevidente lasciar andare, che si adorna talvolta col nome di libertà». Il piccolo commercio dei libri offrì un grato campo alle sue cure paterne: nei primi due anni dell'impero già seimila volumi erano stati depennati come immorali dalle liste dei librai ambulanti. Anche il più modesto dei diritti politici, il diritto di petizione, era mozzo. Era permesso presentare petizioni soltanto al senato, che le lasciava sospese a suo libito: tra il corpo legislativo e le moltitudini doveva intercedere semplicemente l'assenza di ogni rapporto. Siccome il diritto delle riunioni politiche, che è legato al suffragio universale come l'àncora al bastimento, venne addirittura annullato dall'impero, può sembrarci strana, ponendovi mente, la rapidità e l'infallibilità con cui le nuove idee di opposizione al governo, affluendo tutti gl'ingegni alla capitale, si diffondevano mercé le libere conversazioni in tutto intero il ceto colto. Ma la disposizione delle persone colte era presa poco in considerazione dal bonapartismo. Anche gli operai potevano discutere tra loro delle proprie aspirazioni sociali. Ciò che bisognava impedire, era l'influenza delle persone colte sulle moltitudini: il profondo scontento degli uomini di pensiero non doveva a nessun patto permeare il quarto stato. Donde la distinzione profondamente accorta fatta dal ministro Pinard tra l'istinto innato di sociabilità e il diritto puramente relativo di riunione. Donde il fatto, che l'unione ginnastica tedesca di Parigi, grazie al favore della casa Rothschild, formò in Francia l'unica associazione che non fosse interamente estranea alle idee politiche; e la superba nazione, che aveva conquistato alla terraferma il diritto di associazione, era nell'anno 1866 talmente sprofondata al disotto delle sue speranze, che perfino i liberali non sapevano elevarsi oltre il desiderio, che dovessero permettersi le pubbliche riunioni almeno negli ultimi venti giorni prima delle elezioni! Che poi alla chetichella non si preparassero guai, lavorava la polizia segreta, la zelante discepola dei Maupas, dei Pietri, dei Lespinasse. Era in funzione anche un gabinetto nero, per quanto l'enorme aumento del movimento postale moderno permetteva le miserabili arti di un'età soggetta. Napoleone III nella sua entrata a Milano, acclamato freneticamente da un popolo a cui portava la libertà e seguito passo su passo da un nugolo di spie i cui ben noti ceffi di briganti italiani suscitavano il riso dei neolatini, ecco una scena, che presenta in piena luce il carattere di cotesta tirannide popolare. Per simili ragioni si spiega anche, come l'ineguaglianza del diritto rispetto ai prodotti sia durevoli che efimeri della stampa, che in uno stato non fondato sulla legge è affatto inevitabile, prevaricasse sotto l'impero oltre ogni misura. Secondo il signor Rouher le idee dell'89 stabiliscono solamente un diritto del singolo di pubblicare la propria opinione, non già un diritto di comunicazione collettiva. I libri, che la povera gente non legge, godono di una libertà di stampa quasi intera. Prévost-Paradol curò, come un tempo i nostri liberali sotto la censura di Karlsbad, di rendere suppletivamente note nei suoi libri le trattazioni che la polizia non gli aveva permesse nella rivista. Per le gazzette aveva vigore l'oracolo di Granier: la stampa inasprisce le controversie senza risolverle, il governo le risolve senza inasprirle. Un armamentario abbastanza soddisfacente per mansuefare la stampa era già predisposto nelle leggi della repubblica: l'imperatore, di soprassello, vi aggiunse nel febbraio 1852 anche l'ammonizione di polizia. In virtù di novantuno ammonizioni piovute nello spazio di quindici mesi sui giornali già da un pezzo intimiditi, il signor di Persigny produsse nella pubblica discussione «quella temperatura moderata nella quale, e soltanto in quella, prospera la libertà». Più importante pel sistema era l'altezza della tassa di bollo sui giornali: il bollo ne avviluppò molti tra le difficoltà finanziarie, li condusse a lerci rapporti con le potenze della borsa, e, soprattutto, precluse la stampa colta alle moltitudini. Il popolano poteva bene cavare dal piccoloMoniteurpoco costoso la convinzione dello splendore dell'impero, oppure corroborare la sua educazione morale sulla perfetta scimunitaggine e sull'oscenità delPetit Journale fogli affini di ciancerie e pettegolezzi. La stampa forestiera era assoggettata dopo, come prima, a una brutalità semplicemente russa: per nessuna qualsiasi via indiretta era dato che al popolo pervenisse notizia, come qualmente in qualche parte del mondo vivessero dei pazzi, i quali non tenevano l'impero come il più libero e il più felice stato del globo. Aggiungiamo, inoltre, una censura teatrale la cui meticolosità altamente comica richiamava sovente ai tempi del vecchio imperatore Franz, e conveniamo francamente, che il governo faceva per l'innocenza politica delle moltitudini ciò che il governo poteva.
A questo senso d'incertezza, che impediva qualunque cambiamento serio del sistema, si accompagnava la macchia morale che bruttava il colpo di stato, e che poteva essere, per quanto dimenticata, perdonata non mai. Napoleone nellaVie de Césarconfessa, che il più grave cómpito di un governo sorto dalla violenza è quello di riconciliarsi gli uomini dabbene. Anche il 2 dicembre, non è dubbio, non fece che ricondurre una rivoluzione in pro del trono; mutò ben poco nei più importanti istituti dell'amministrazione, principalmente nello spirito: per l'uomo colto, che non può veramente vivere senza la libertà del pensiero, col fatto principiò con quel giorno una nuova età. Perciò perfino il moderatissimo Tocqueville non seppe risolversi a prestare il giuramento all'impero. L'accomodazione degli spiriti agili non offriva alcun compenso al profondo disgusto morale della nobiltà intellettuale della nazione. Se il vecchio Dupin ricevé un'alta carica dal bonapartismo perché l'infelice era già ridotto «a dover toccare le rendite dei suoi beni»; se il principe Napoleone, che il due dicembre nessuno riuscì a trovare, si affrettò, dopo la vittoria, a entrare nel campo del fortunato cugino; e via di questo passo all'infinito; potevano bene, questi uomini, consolarsi col sublime apoftegma di Dupin: «io ho sempre appartenuto alla Francia, non mai a un partito». Ma all'accorto autocrata certamente sorgeva spesso il dubbio, se erano davvero coteste le forze morali, su cui potesse reggersi un regime. Una volta un dignitario dell'impero proclamò: «Per le moltitudini come pel singolo vale la regola, che chi domanda e ottiene favore, si lega di gratitudine a chi glielo ha concesso. Questo impone il pubblico pudore». La verità di coteste parole, la cui sovrana alterigia di virtù richiama Guizot, doveva apparire evidente a ogni imparziale, ma difficilmente a una burocrazia, che già aveva visto a terra tanti troni. Burocrazia, d'altronde, la quale con tutta la sua solerzia di servizio covava però uno spirito di corpo affatto deciso: salita in alto in nome dell'«ordine», voleva serbarsi ceto dominante e perciò, dai prefetti fino alle guardie campestri, era reazionaria nell'anima. Anche il partito del governo, che col dolce appoggio dei prefetti era entrato nel corpo legislativo, era composto di fanatici dell'ordine. L'imperatore era la testa più libera del governo; nulladimeno, per tutto il tempo che la dinastia non fu riconosciuta senza riserva dai liberali, si vide costretto ad attuare le sue riforme per mezzo di uomini che aborrivano ogni progresso. In tal modo, da qualunque parte ci facciamo, noi ritorniamo alla conclusione, che l'impero doveva essere e rimanere un dispotismo democratico.
La conseguenza di cotesta forma statale appare indubbia, alla prima occhiata. La piramide della vecchia amministrazione napoleonica, fatta col e pel dispotismo, piantata sull'idea dell'onnipotenza dello stato, trovò il suo vertice naturale nel despota eletto, che impiega in pro delle moltitudini il potere statale e che nei casi estremi è atteso dalla rivoluzione. Anche il Consiglio di stato, il numero dei cui membri fu notevolmente accresciuto, forma di nuovo, come sotto il primo imperatore, il capo e, nello stesso tempo, l'alta scuola dell'amministrazione. Protegge gl'impiegati dalla persecuzione giudiziaria, e discute i disegni di legge con tale minuziosità di formalismo, da far sembrare superfluo al grosso pubblico ogni altro dibattito in parlamento. L'enorme aumento degl'impiegati e l'elevazione degli stipendi legava la burocrazia al sistema, e l'introduzione deicadres de non-activitéfacilitò l'allontanamento, senza troppe cerimonie, dei caratteri incomodi. Anche l'indipendenza della magistratura sembra a stento tuttora un riparo contro l'assolutismo. La promozione dei giudici avviene fondamentalmente come ricompensa di sentimenti dinastici; l'introduzione dei membri del tribunale nella commissione giudiziaria non avviene più, come un tempo, per opera del presidente del tribunale e dei consiglieri anziani, ma per opera del presidente e del procuratore generale. Accanto a cotesta gerarchia delle autorità vige, come prudente concessione alle idee degli anni trascorsi, ilsystème consultatif, la, così detta da Persigny, gerarchia della libertà, vale a dire il corpo legislativo, i consigli generali, distrettuali e comunali, che non hanno parte effettiva nel potere statale, ma sono autorizzati a manifestare di tempo in tempo il proprio consiglio alla burocrazia in nome dei possidenti. Ora, se riesce di mantenere la buona disposizione dell'esercito mercé guerre brevi e fortunate e quella delle moltitudini coi giochi e coi lavori pubblici, e di saziare fino al collo la gente istruita con l'ambiziosa servilità dellafonctionnomaniee della bizza dell'oro, ne vien fuori una specie di stato affatto destituito di ogni contenuto morale, ma benissimo idoneo a serbare l'ordine e il lavoro all'interno e la potenza statale all'estero: che è, come dire, una riproduzione moderna dell'impero bizantino. Anche lì l'imperatore, una volta riconosciuto dai partiti del circo, poteva contare sopra un governo passabilmente tranquillo. Una rigida burocrazia attirava a sé tutti gl'ingegni, assicurava allo stato un'esistenza millenaria, e un movimento attivissimo alla società. Un esercito tecnicamente eccellente riportò per secoli trionfi sugli Ostrogoti e i Vandali, sui Cretesi e i Siri, sugli Armeni e i Bulgari; e se prestiamo fede a Carlyle e ad altri forti intelletti dei nostri tempi, gl'ideali di libertà del nostro secolo non sono in generale da considerarsi altrimenti, che come una specie di rosolia della modernità.
Negli anni fiduciosi del suo dominio Napoleone III ha certamente creduto all'immutabilità delle idee fondamentali della sua nuova costituzione consolare e non ha sognato nemmeno un sistema parlamentare; poiché i più astiosi attacchi dei suoi vecchi scritti movevano precisamente contro cotesta forma statale, e anche quando fu sul trono non risparmiò il suo dispregio a coteste «singolari dottrine dei teorici, cotesto sistema supergeniale, coteste vuote astrazioni». In fine gli agenti dell'imperatore zelarono ad ostentare nei loro discorsi uno sprezzo sconfinato contro il parlamentarismo. Perciò Saint-Arnaud ardeva di sdegno contro la vecchia carreggiata fangosa sulla quale si cade miserabilmente, Baroche contro gli scrupoli pedanteschi dei giuristi costituzionali, Troplong contro il congegno impacciante e forviante della macchina parlamentare. Persigny e il principe Napoleone si rifacevano eternamente al vecchio articolo di fede del bonapartismo, che il sistema parlamentare è oligarchico, che è pernicioso al bene dei molti ed è lusinghiero solo per la vanità dei singoli. E il signor di Morny per l'appunto lamentò, pare impossibile, la sostanziale teatralità dei dibattiti parlamentari: bizzarro rimprovero sulla bocca del bonapartismo, che nelle arti del ciarlatanismo non ha mai trovato il suo maestro. Tale avversione, nata dall'istinto del dispotismo, venne cresciuta e pasciuta dall'inquietante ricordo degli Orléans. I quali erano pel secondo imperatore ciò che i Borboni erano stati pel primo: un oggetto di sollecitudine e di persecuzione incessanti. Noi non rimproveriamo l'invocata confisca dei beni della Casa, perché chi conosce la storia del demanio francese non può negare che questo provvedimento, per quanto esoso possa parere, risponde pienamente alle tradizioni della corona. Ma le maligne allusioni e le fiancate a danno della monarchia di luglio, che ricorrono di continuo nei discorsi dell'imperatore, attestano l'implacabile rancore del carcerato di Ham. Quanto poco da principe fu il discorso del presidente nel castello di Amboise, allorché, rilasciando Abdelkader prigioniero, paragonò la sua propria magnanimità con la tapinità del caduto governo! Capitava, anzi, al livoroso uomo di smarrire il decoro, come pensava agli Orléans: quando annunziò il proprio fidanzamento alle alte corporazioni dello stato, non seppe inibirsi di motteggiare sulla piccola principessa mecklemburghese, di cui l'erede della corona di Luigi Filippo si era dovuto contentare. E quando il duca d'Aumale dispettò il principe Napoleone con la sua mordace lettera sulla storia di Francia, immediatamente fu ordinata la soppressione generale di tutti gli scritti della cacciata dinastia: ordinata dallo stesso príncipe, che un tempo nelle carceri della monarchia di luglio aveva goduto piena libertà di stampa.
Di un tale astio contro il regno di Luigi Filippo fece testimonianza anche la costituzione dell'impero: nella quale le idee dei tempi parlamentari sono cancellate fino alle ultime vestigia, e di una rappresentanza popolare vi si può parlare solamente in senso figurato. Anche noi tedeschi conosciamo gli abusi delle autorità nella elezioni politiche; pure ci è dato affermare arditamente, che, in forza dell'indipendenza dei nostri comuni e dell'educazione delle nostre moltitudini, i casi più vergognosi della corruzione elettorale tedesca, arrivano a stento agli esempi dei tempi di Guizot. Era riserbato al bonapartismo di oscurare tutti i predecessori, e di illustrare così terribilmente alla democrazia l'effetto a due tagli del suffragio universale, che il ministro repubblicano Carnot dovè confessare: «il suffragio universale senza l'educazione del popolo è un pericolo, senza libertà è una menzogna». La lode della sincerità, che isatisfaitsamavano tributare al sistema elettorale del bonapartismo, col fatto era ben fondata. «Il tempo dei mezzi meschini, dei mezzi segreti è passato», disse il ministro Persigny nella sua prima circolare elettorale del febbraio 1852. «Quale imbarazzo per gli elettori, se il governo non designasse egli stesso gli uomini di sua fiducia!» e, aggiungevano ufficiosamente i prefetti, «non rispondendo alla dignità del governo il fare qualcosa a mezzo, esso combatterà i candidati contrari». In ogni collegio fu presentato un candidato ufficiale. Ogni altro candidato eradesavoué d'avance. Giacché, o era un avversario, e sarebbe stata una folle speranza presumere di menare a fine anche adesso, sotto l'imperatore responsabile, propositi ostili al governo; o era un amico, e allora non era lecito, in grazia di un meschino interesse personale, porre a cimento il pubblico bene! Si arrivò a combattere i candidati bonapartisti che non si erano cattivato l'appoggio dei prefetti: chi doveva il proprio stallo unicamente a sé stesso, poteva cadere nel vizio dell'indipendenza. Lo strisciamento del così detto partito illuminato governativo divenne a poco a poco tanto scandaloso, che una volta il signor Rouher ne fu indotto a dichiarare compiacentemente: «noi riconosciamo al partito governativo il diritto di correggere i nostri errori quando abbiamo torto».
Anche il segreto non offriva alcuna garanzia alla libertà del voto. La votazione procedeva per comune, e i piccoli comuni della campagna ubbidivano infallibilmente agli ordini del rispettivo sindaco, il cui zelo ufficiale si era vie più rinfervorato da quando al signor di Persigny era venuta la felice idea di aprire anche ai sindaci villerecci la speranza fino allora preclusa del nastro rosso. Nei primi anni l'imperatore contò tanto fermamente sull'influenza dei suoi funzionari, che il ministro Billault vietò ai sindaci di comparire personalmente nella votazione comunale. I collegi erano rimaneggiati a placito del governo; e nella formazione delle liste elettorali la burocrazia mestava con libertà sovrana, di modo che la popolazione di Parigi incommensurabilmente salita contava nel 1863 meno elettori di sei anni avanti. E da quando, nella seconda elezione dell'impero, alcuni che avevano rifiutato il giuramento erano riusciti a farsi eleggere, ogni candidato era tenuto a prestare in anticipazione il giuramento allo statuto. I comitati elettorali caddero sotto la proibizione delcode Napoléon; la libertà del voto esige, come dichiara ufficialmente il signor Thullier nel 1865, che gli elettori non siano «terrorizzati» dai comitati. Un caso grazioso generalmente disponeva, che la mattina delle elezioni pubblici affissi sulle cantonate riferissero le nuove ferrovie e canali che lo stato si proponeva di donare al dipartimento. A questa corruzione elettorale dall'alto si sposò a poco a poco un sistema di corruzione privata tale, che quasi si trattasse di accumulare nell'impero tutte le magagne del parlamentarismo inglese e dell'antico parlamentarismo francese. Le spese elettorali, che, per altro, data la grande estensione dei collegi di provincia, erano considerevoli per gli stessi candidati ufficiali a cui lo stato alleviava una parte del dispendio, erano quasi incomportabili agli sprovvisti di una fortuna, specialmente da quando i candidati presero l'uso di promettere al corpo elettorale opere di pubblica utilità, di costruire monumenti, fontane, e via dicendo.
Un corpo legislativo nato da siffatta origine non doveva conseguentemente esser padrone in casa propria. L'imperatore nominava i presidenti e i questori; e siccome notoriamente in Francia anche il presidente del tribunale si crede in dovere di militare in un partito, i presidenti del parlamento imperiale esercitavano un «terrorismo» sfacciato contro i loro avversari politici. Un tratto magistrale del dispotismo democratico era anche l'alta indennità assegnata ai deputati. In Europa la Francia aveva la rappresentanza popolare più costosa: il bilancio delle due camere, che sotto Luigi Filippo ammontava a 2,2 milioni, salì nell'impero a 12 milioni. Questo andamento, che sembra essere sfuggito alla riflessione dei nostri tedeschi fanatici della dieta, risponde, come dice la legge, «ai fondamenti democratici della nostra costituzione», alimenta l'indolenza verso i doveri civili gratuiti, favorita conseguentemente dallo stato burocratico, e abbassa indubitabilmente l'autorità morale della rappresentanza popolare. L'ineleggibilità degl'impiegati parve una concessione al liberalismo, giacché non era a sperare da un impiegato napoleonico una condotta appena appena indipendente nel corpo legislativo; solo che in cotesto stato burocratico si veniva a sottrarre al parlamento, insieme con la burocrazia, anche la competenza tecnica: la grande maggioranza della camera era composta di dilettanti. Tuttavia il postulato più congruente della costituzione sul corpo legislativo era il prescritto, che la stampa dovesse pubblicare semplicemente un resoconto ufficiale dell'andamento delle sedute. In tal modo veniva effettivamente espresso senza equivoco il carattere segreto del parlamento e il volere del governo di non permettere mai il rafforzamento dell'assemblea. Il corpo legislativo approva o respinge i disegni di legge in blocco; quanto alle proposte di emendamenti «che tanto spesso turbano l'economia di una legge», ne è permessa la semplice consultazione nel caso che il consiglio di stato le abbia precedentemente dichiarate ammissibili. Il principio della dipendenza del ministro esclusivamente dall'imperatore era mantenuto nella costituzione con tale fiscalismo, che solamente ai membri del consiglio di stato, e non già ai ministri come tali, era consentito di rappresentare il governo davanti al corpo legislativo. La proposta di una provvisione al famigerato conte Palikao, condotta poi a fine sotto altra forma, e l'insensato disegno di un ampio diboscamento furono per lunghi anni i due soli notevoli abbozzi di legge che vennero ritirati davanti all'opposizione dei deputati. Nei casi dubbi la presunzione legittima parlava naturalmente contro il corpo legislativo; e siccome il solo imperatore era autorizzato alla conclusione dei trattati di commercio, seguiva che anche la radicale trasformazione delle tariffe doganali era condotta esclusivamente dalla corona.
Non meno deplorando era il procedimento rispetto ai diritti finanziari della camera. Certo, avevano fatto presto a passare i giorni baldanzosi della vittoria, quando il ministro Bineau era al caso d'impiantare l'innocente teoria, che la rappresentanza popolare determina la somma da erogarsi per l'amministrazione dello stato, ma che sull'impiego nei singoli capitoli decide esclusivamente il governo. Ma, anche dopo estesi alquanto i diritti del corpo legislativo, permanevano tuttora cinque bilanci, ilbudget général, extraordinaire, supplémentaire, rectificatife ilbudget de l'amortissement, che potevano tutti pubblicarsi in forma provvisoria o definitiva. I bilanci provvisori abbisognavano di tre, perfino di cinque anni, per arrivare alla forma definitiva! Di continuo giacevano contemporaneamente tre o quattro bilanci annuali non ancora chiusi. Il governo godeva della facoltà, abusata senza riguardo, deivirements, cioè della distrazione dei fondi approvati ad altri capitoli, entro le 59 sezioni del bilancio. A farla breve, davanti a un sistema finanziario talmente caotico, che la vera situazione risultava di rado chiara perfino all'occhio conoscitore di Achille Fould, ogni sindacato parlamentare efficace si arrestava muto.
Il senato napoleonico era anche più nullo del corpo legislativo. Una camera alta, che riunisce in sé competenza e indipendenza, e che poi in cotesta società democratica viene fuori dalle elezioni fatte solamente dai consigli generali dei dipartimenti; ecco, è un'idea, che fu molto discussa dai partiti liberali. L'imperatore preferì la nomina fatta esclusivamente dalla corona. Il senato formò il ritrovo dei dignitari e dei bigotti dell'impero, e, soprattutto, l'ospizio di tutti gli strumenti logori che l'imperatore buttava da parte. A ogni modo le discussioni del senato, giusta il desiderio del fondatore, non erano nemmeno più, come quelle della camera dei pari sotto gli Orléans, «meramente un pallido riflesso dei dibattiti dell'altra camera»; esse significavano puro niente, e solo di tanto in tanto attraevano un'attenzione fugace, quando il fanatismo dell'ordine si sfogava tra questi beniamini dell'impero in scenate veementi. Il senato era «il custode del patto fondamentale della nazione», e vigilava gelosamente sui propri diritti. Respinse con indignazione una istanza che perorava la presentazione delle petizioni anche al corpo legislativo, e nel 1865 proibì fuori del senato qualsiasi discussione che mirasse a mutamento o critica della costituzione. Si mostrò più tollerante verso l'alto. La voce di un solo senatore, quella del maresciallo Mac-Mahon, si levò avverso la legge di sicurezza del 1858. I decreti imperiali, che alteravano la costituzione, furono sempre accettati con contrizione dal custode del patto fondamentale, ma sollecitamente, senza proteste. Del suo diritto d'iniziativa, per quanto è a nostra notizia, il senato ha fatto uso soltanto due volte: quando stese una relazione sui trovatelli e quando discusse il primo libro di uncode rural. Tale modestia rispondeva ai buoni costumi burocratici dello stato, ed ebbe anche il suo premio: secondo la costituzione il capo dello stato aveva facoltà di guiderdonare della loro buona condotta i singoli senatori; e pochi anni dopo tutti i senatori vennero stipendiati.
I prodotti parlamentari del bonapartismo erano con calcolo prudente diretti a questo: che non dovessero mai costituire una forza. Donde la ferrea conseguenza che l'edifizio statale era puramente un'apparenza. La profonda contraddizione intima, che già da due generazioni compenetrava lo stato francese, non fu risoluta in alcun modo nemmeno dall'impero. Se l'avidità e l'ambizione nazionale dei francesi favorivano il dispotismo, nulladimeno anche durante quel tempo di stanchezza sopravvissero in questo popolo altamente dotato molte forze ideali, intese a forme più libere di stato. La nazione sentiva sempre il bisogno di essere governata da un'autorità ferrea, e, insieme, di assalire il governo. Se il sistema parlamentare era una falsità su questo suolo e abusava del dispotismo amministrativo ai fini dei partiti, anche l'impero però non era meno una falsità. I ricordi dei grandi giorni della Rivoluzione e del tempo in cui l'Europa tendeva l'orecchio in ascolto alla tribuna delPalais Bourbon, duravano indelebili: la forza di queste tradizioni impediva, che la dileggiata «gerarchia della libertà» diventasse un innocuo accessorio dello stato. La necessità degli ordinamenti costituzionali circa il 1860 picchiava adagio alle porte, ma percettibilmente, anche in Russia; le colpe della reazione europea avevano rafforzato tra i popoli il sentimento della solidarietà. La civiltà del secolo sforzò dovunque il dispotismo a mettersi la maschera liberale, e costrinse i bonapartisti a celebrare l'imperatore soldato come un eroe della libertà e della pace. Diede anzi un'importanza crescente al pietoso corpo legislativo dell'impero.
Alla pace sepolcrale delle elezioni del 1852 seguì la veemente lotta elettorale del 1857. Invano il discorso del trono vantò, che solamente qualche contrasto di opinione in qualche luogo aveva turbato il contento generale. Invano la stampa ufficiale cercò di dipingere come traditori e cospiratori i cinque uomini di coraggio, i quali, soli nel corpo legislativo, avevano osato per lo spazio di sei anni di opporsi al governo. A ogni modo, la coorte serrata dei deputati ligi era rimasta tuttora immune dal contagio. «Mi parli fuori, Morny ci guarda», disse perplesso un deputato di saldo carattere all'Ollivier, quando costui, che era uno dei cinque, si mise a parlargli nell'aula. Ma la società colta incominciò a plaudire ai discorsi dei cinque; il «frondeggiare» e l'opporsi tornò in moda. L'imperatore e il suo Morny seguivano con cautela il cambiamento di umore del tempo; pensavano di tenere a segno l'opposizione con concessioni opportune, senza rinunziare a nessun diritto sostanziale dell'homme-peuple. Quando già, dopo la campagna d'Italia, era stata concessa un'amnistia generale, apparve di botto, completamente inaspettato, e, in verità, non punto strappato da un movimento prepotente dello spirito nazionale, ma liberamente emanato dalla decisione spontanea dell'imperatore, il decreto del 24 novembre 1860,le décret sauveur, come lo chiamò il marchese di Boissy, che permetteva la pubblicità delle sedute parlamentari. Così l'essenza del corpo legislativo venne mutata d'un colpo; di un gran consiglio generale diventò una forma di rappresentanza popolare. Subito, però, il nuovo acquisto del diritto d'interpellanza fece anche manifesta l'inconsistenza di un parlamento che doveva soddisfare la nazione senza limitare il governo. La discussione delle interpellanze eccitava il popolo con la sua rettorica veemente e, in fondo, a vuoto, tormentava l'ascoltatore intelligente con l'eterna ripetizione delle idee elementari ormai trite e ritrite della dottrina costituzionale; e il rendimento pratico si riduceva a ritardare di un mese gli affari.
Con quel decreto del novembre era arrivato per lo stato di Napoleone III il momento, che per ogni governo malcerto è il più critico: l'istante che comincia a riformarsi. Ma questo istante, essendo la forza politica della nazione presso che spenta, durò dieci anni interi. L'opposizione prese vigore lentamente; riportò alcuni successi nelle elezioni del 1863 e più nelle elezioni suppletive e nella ricostituzione dei consigli comunali: nella potente capitale si determinò una importante maggioranza contro il governo. Era venuta su una nuova generazione, la cui coscienza non era compenetrata dalla memoria dei terrori dei giorni di febbraio; e il despota doveva essere assalito sovente dal sinistro pensiero: che cosa accade ora, se le moltitudini, abituate come sono a addebitare all'imperatore ogni calamità, anche il cattivo raccolto e la penuria, in un momento di strettezze economiche fanno causa comune coi ceti colti, covanti già da un pezzo il livore? Principiò, come Morny, a tenere per inevitabile il ravvicinamento al sistema parlamentare. Ogni anno apportò nuovi diritti al corpo legislativo: visione degli atti della diplomazia, approvazione dei crediti supplementari, e via di seguito; finché la tribuna, che era uno spauracchio pel corretto bonapartismo, fu ripristinata nel bello emiciclo del Palazzo Borbone. Ciascuno di questi esperimenti di saggio non era per l'opinione pubblica invadente che una semplice leva per sollevare nuove esigenze, fino a quando non si conchiuse col domandare chiaro e netto il parlamentarismo «inglese». Occorre tuttora la prova, che le classi colte erano prese da un inganno enorme? Un solo sguardo all'importanza delle moltitudini insegna, che quei desiderii dottrinari non toccavano affatto il punto cancrenoso del nuovo stato francese, e che la loro realizzazione non avrebbe, senz'alcun dubbio, contentato per nulla la classe politicamente più influente. Ciò che questo stato esigeva, era la limitazione del potere statale ottenuta mercè una trasformazione fondamentale dell'amministrazione. Su questo nuovo basamento poteva sorgere forse, col progredire degli anni, un governo parlamentare. Invece, la stampa ricantava l'antica canzone della divisione dei poteri; domandava, senza confessarlo a sé stessa lealmente, il puro ritorno a un sistema caduto sotto le proprie colpe, il ritorno a quel burocratico-parlamentare dispotismo di partito, che per tanto tempo era stato per la Francia una calamità. Tutto ciò che chiedevano i dottrinari delloempire libéral, la Francia lo aveva già posseduto con l'atto addizionale dei cento giorni; e sotto il secondo impero come sotto il primo era altrettanto inconcepibile, che l'eletto del popolo, il dominatore assoluto dell'amministrazione e dell'esercito, che rappresentava la generalità della nazione, dovesse ubbidire lealmente a una maggioranza parlamentare, che aveva dietro di sé soltanto una parte del popolo. Ma chi, come l'autore di queste linee, insisté allora sull'eretica affermazione, che «il bonapartismo parlamentare fosse la menzogna di tutte le menzogne», si vide precipuamente spacciato dai liberali con l'affermazione, che tutto stava che il parlamentarismo principiasse con l'esistere, perché poi l'indipendenza dell'amministrazione si sarebbe fatta da sé! Tanto era cieca tuttora la fede nelle forze meravigliose del vecchio modello costituzionale!
Ma si era poi prodotta nella vita dei partiti una salutare chiarezza, la quale giustificasse l'espettativa, che la nazione sarebbe per comportare più felicemente che non negli anni trascorsi l'enorme contraddizione tra l'amministrazione dispotica e il regime costituzionale? La risposta esprime un profondo rimprovero. I vecchi partiti erano consunti, i nuovi non ancora nati. La monarchia dei Borboni e degli Orléans formò i repubblicani, la repubblica tirò su una generazione di reazionari, e sotto l'impero lo spirito di contraddizione creò in verità molti scontenti, ma non punto un forte partito liberale con propositi precisi e tenaci. Il dominio dei legittimisti nella nuova Francia era impossibile; se pure ci è dato, d'altronde, servirci di questo pericoloso aggettivo a proposito delle vicende incalcolabili della nazione francese. Gli orleanisti avevano imparato poco. Non i soli espatriati si divoravano in un'odio sterile, come quel Dunoyer, un tempo tanto sennato, il quale ora nella sua opera sul secondo impero non ha saputo esprimere altro che corruccio e assurdi e l'eternoquiconque est loup agisse en loup. Anche quelli rimasti a casa non si erano emancipati dalle idee dei già da un pezzo trascorsi dì: la responsabilità ministeriale e il contegno ostile verso la Germania costituivano tuttora gli articoli capitali della loro fede politica. I repubblicani moderati contavano ancora, come venti anni avanti, molti nomi altamente rispettabili e virili, ma non erano spalleggiati dalle moltitudini, e vivevano anch'essi meno del novello pensiero che dell'odio contro il due dicembre, «che non è una data, ma un delitto». Dei radicali, alcuni erano convolati al principe rosso, altri si ubbriacavano di fantasticherie sterminatrici di ogni stato, di ogni ordine sociale. Quale abisso di dissolutezza blasfematrice si aprì a Liegi, quando nel congresso degli studenti il leone del Quartiere latino fece udire il suo ruggito! E qual furore frenetico e bavoso nei fogli volanti di quella letteratura profuga, che empiva le vetrine dei librai di Ginevra e di Bruxelles! Ipamphletsdei rossi sulla moglie di Cesare testimoniavano l'antica e torva affinità tra la sete di sangue e la lussuria. Le minacce dei Boichot e dei Pyat contro il Soulouque bianco, che una volta bisognava pure decidersi a rinchiudere in una gabbia accanto alle belve nelJardin des Plantes, gl'immondi vituperii dei profughi contro la regina d'Inghilterra quale alleata di Napoleone, tutto ciò mostrava la pertinacia in nulla allentata del tradizionale atroce odio di partito, che di necessità impediva la franca riconciliazione delle persone assennate. Dovunque guardiamo, non scorgiamo mai in nessun luogo uno scopo conseguibile, in nessun luogo nemmeno un nuovo ideale falso, che fosse propugnato da un partito potente e conscio. Dovunque una cupa e confusa inquietudine, che permetteva ai più tristi duellatori, a un Rogeard e a un Rochefort, di rappresentare una parte, anche se non sapessero scrivere meglio che perversamente e impudentemente.
Si raccolse a poco a poco sotto la guida dell'Ollivier un nuovo partito del centro, liberale insieme e dinastico, iltiers parti: chi però conosceva l'agile chiacchieratore, dubitava seriamente, se era a cercare proprio lì la forza morale, che avrebbe ringiovanito uno stato ammalazzato. Si comprende l'acre sprezzo del despota pei suoi nemici, pel vino spumante di quei discorsi di opposizione. I discorsi di tre ore l'uno, con cui il vecchio Thiers soleva rapire il corpo legislativo, colpivano a segno con alcune punte acute e maligne le debolezze e i falli del bonapartismo; ma tradivano a ogni passo la sterilità intellettuale del vegliardo che si disfaceva in una vanità cavillante. I liberali si erano alla fine convertiti alla regola casalinga di prudenza, che la migliore costituzione è quella esistente, sempre che si sappia farne buon uso: fin dal 1863 erano rientrati nell'agone della politica pratica, e una parte dei loro pubblicisti difendeva già le idee avveniristiche dell'indipendenza dell'amministrazione. Solo che queste idee non costituivano un vasto programma di partito pel pubblico bene, non erano approfondite e comprese nella loro importanza vera. LaFrance nouvelledi Prévost-Paradol, il celebre programma del liberalismo, non conteneva un sol capitolo sull'amministrazione dei comuni. In quel parlamento pieno di lamentazioni furono manifestate nuove idee quasi soltanto dal banco dei ministri: davanti alle teorie liberoscambiste del potente «viceimperatore» Rouher, gli eroi dell'opposizione figuravano la più parte da reazionari. Non pareva verosimile, che nei lunghi e silenziosi anni di riflessione su sé stessa la nazione non avesse proprio imparato nulla delle virtù della disciplina parlamentare, del tranquillo predominio di sé, del contegno virile! Ancora e sempre l'antico uzzolo fanciullesco degli effetti teatrali, l'antica atroce ferinità dell'odio di partito. Nessuna seduta del corpo legislativo soddisfaceva i pariginiblasés, se non era drogata da unincident, da una scenata di maldicenza e furore di parte. Dopo che i legislatori con la faccia in fiamme e con un selvaggio dimenamento di braccia si erano sfogati per un pezzo nel palleggio dei vituperii, il presidente aveva cura di levarsi solennemente e di pronunziare quella parola tragicomica che, inconcepibile nel parlamento inglese o nel tedesco, divenne nel francese una espressione addirittura rituale: «Signori, l'incidente è chiuso!». Presto si sarebbe provato, se i piccanti incidenti erano in grado di allevare una generazione di statisti parlamentari!
Donde derivò, in fondo, l'evoluzione liberale, che alienò a mano a mano dal dispotismo democratico le classi abbienti finora soddisfatte? Da tre fonti. Dalla onesta indignazione della nessuna libertà dello stato; dalla brama inarrestabile di novità; e finalmente e principalmente da quella gelosia per la Germania, che passava come un filo rosso attraverso tutte le fluttuazioni dello spirito pubblico. Già da quando fu fondato lo stato tedesco settentrionale, da quando l'idolo delprestigefrancese principiò a vacillare, la maggioranza della nazione cominciò a sentire vivamente l'onta del dispotismo; ma questo nuovo sentimento liberale, proprio perché non era stato punto acquistato e travagliato con una faticosa elaborazione, non si manifestò veramente stabile e di tempra provata. Solo dopo la battaglia di Königgrätz l'imperatore si vide costretto a una seconda riforma decisiva. Il 19 gennaio 1867 scrisse a Rouher quella lettera teatrale, che annunziava solennemente il «coronamento dell'edifizio». La discussione delleadressesvenne, per desiderio di Morny moribondo, sostituita dal diritto d'interpellanza. Ma anche questa savia riforma ancora una volta svelava semplicemente l'assurdità del sistema. Il ministro di stato, che dopo il decreto del novembre aveva parlato pei suoi silenti colleghi come un difensore platonico, adesso in verità era il capo del ministero. Il viceimperatore Rouher rappresentava la politica del governo all'ingrande, ogni ministro difendeva, in forza di uno speciale incarico, l'amministrazione del proprio ministero. Da ciò sorse inevitabilmente la necessità di una politica comune del ministero, affinché non si rinnovassero anche più spiacevolmente i casi, già troppe volte avvenuti, di stridente contraddizione tra i vari ministri. Per giunta, lo stesso despota democratico responsabile doveva costantemente respingere ogni solidarietà tra i ministri. Di più: quanto maggiormente i dibattiti prendevano sostanza di contenuto e di vita, altrettanto risultava sensibile, che la finzione costituzionale dell'infallibilità del re non è altro, che una circonlocuzione dell'idea «dominio della legge». Siccome non è concepibile in un parlamento l'appello alla ribellione, dovevano dunque esservi funzionari responsabili che rispondessero a ogni pubblica lagnanza. Perciò la tirannide responsabile era incompatibile con la libertà di parola di una seria discussione parlamentare; ogni rimprovero, in tal caso, andava a colpire l'imperatore, scoteva l'autorità della corona, oppure, come va da sé, era soffocato dal campanello presidenziale.
Invecchiando, il despota si difendeva ancora: ricordò novellamente alla nazione «i titoli legittimi dei Bonaparte», le menzionò novellamente i potenti plebisciti, che avevano fondato con sei grandi votazioni la potestà della sua casa. Ma la fede nell'avvenire dei Bonaparte era andata a fondo, da quando l'imperatore si era attaccato un'altra volta a quella Chiesa avida di dominazione, la quale troppo bene sapeva, che il bonapartismo aveva assai più bisogno del proprio aiuto che non essa della sua protezione. I bonapartisti parlavano ancora con baldanza, cercavano anzi di assumere il tono affabile della monarchia patriarcale. NelleMemoriedi Véron, negliAnnales de la paixdi Guettrot e simiglianti libri, parlava un'affettuosità fanciullesca, che ricordava ilLibretto del re Giovanni di Sassoniae le operette affini prodotte dalla servilità dei piccoli stati tedeschi. Ma il tono era ricercato e affettato: il parallelo, di moda in altri tempi, tra Augusto e il terzo Napoleone cominciava a sollevare nel mondo i fischi. La stampa dichiarava sempre più animosamente, tra il plauso degli stranieri, che solo il parlamentarismo, l'intero e vero parlamentarismo, poteva salvare la calante Casa imperiale. Sonava sempre più alto l'antico aforismola France est centre gauche, laddove un prossimo avvenire doveva far manifesto, che l'ebbrezza di un successo guerresco è a questo popolo sempre più cara di qualsiasi ideale politico. L'imperatore non poteva più tenere con mano ferma, una volta allentate, le redini del governo. Una ricca concessione seguì l'altra. Nel marzo del 1868 apparve la legge sulla stampa. Il giudizio del tribunale della polizia dei costumi venne a sostituire l'arbitrio delle ammonizioni di polizia; e con l'abbassamento della tassa del bollo i giornali acquistarono la possibilità dell'assetto finanziario e dell'indipendenza. Certo, la penetrazione della stampa colta nel quarto stato, che era ciò che più importava, non era punto facilitata dalla lieve riduzione del bollo. Le persone colte non vedevano di buon occhio la fondazione di giornali locali indipendenti, in grado di sorvegliare per filo e per segno i maneggi dei prefetti onnipotenti; a cotesto liberalismo la sgargiante rettorica dei grandi fogli parigini sembrava più importante di una stampa di provincia modesta ma efficace. Nello stesso mese entrò in vigore la legge sulle riunioni, che dava in tutto prova della vigile diffidenza del dispotismo: non si permetteva adunanza, se prima i partecipanti non avessero precedentemente dichiarato ciascuno la propria persona, la condizione, il domicilio; facoltà incondizionata ai prefetti di rimandarla, sempre che ne temessero pericolo per la pubblica quiete. Ma anche questa limitata libertà di riunione effettivamente era troppa per una nazione, che aveva malmenato il diritto di socialità nella sconvenienza dei clubs e delle cospirazioni. Janzé e gli altri rugiadosi creduloni deltiers-partitripudiavano, che non fosse a un dipresso rimasto nulla più della costituzione del 1852.
Solo che noi domandiamo: in che modo ha usato la Francia della sua nuova libertà? E anche adesso la risposta suona profondamente triste. Si palesò ora per la prima volta quale mostruoso pericolo costituiva il fatto, che un popolo passionato e geniale si fosse per lo spazio di due decenni interamente disabituato dalla vita pubblica. Quando riflettiamo alla follia che seguì al turbine di febbraio, dopo che la nazione aveva potuto per lo spazio di una generazione attingere ammaestramento e consapevolezza dalla libera stampa, noi non ci stupiamo affatto che una generazione, la quale non si era più addestrata alla disciplina della libertà e non aveva alcuna conoscenza degli affari dello stato, non sapesse distinguere tra radicalismo e spirito di libertà, e si abbandonasse senza guida al turbine delle passioni.
Tutto il nauseabondo lordume, che un tempo si era rincantucciato tra le colonne della stampa spatriata, adesso era venduto sui boulevards della capitale: i palati sovreccitati inghiottivano avidamente laLanternedi Rochefort, indubitabilmente il più comune e il più insipiente giornale d'infamia, che sia mai apparso in una nazione incivilita. Urlava nei clubs parigini la bestialità selvaggia di una plebe scostumata: di tempo in tempo i demagoghi menavano a spasso il popolo sovrano in unajournée, in immondi eccessi per le strade. Qual meraviglia, se i borghesi impauriti già movessero a Rouher lamento, che la mano del governo non fosse più sentita? E venne il giorno della prova, l'elezione del 23 maggio 1869. La questione per la Francia era di sapere, se dietro questo mostruoso clamore radicale non si nascondesse forse una qualche forza morale. La prova fu sostenuta vituperosamente. Nelle elezioni del 1852 il governo aveva riportato 5 milioni di voti contro 872.000 dati all'opposizione; nel 1857 6 milioni contro 840.000; nel 1863 il numero di voti dell'opposizione salì a milioni 1,8 contro 5,36, e nel 1869 a milioni 3,31 contro 4,66. Alla prima occhiata questi numeri sembrano una chiara dimostrazione dell'ingrossamento continuo dell'opposizione. Eppure la verità era ben diversa. I primi tre risultati delle elezioni erano l'espressione fedele, l'ultimo una falsificazione della volontà del paese. L'enorme maggioranza della nazione si era col fatto talmente convertita alle idee liberali, che Emilio Girardin, l'augure delle rivoluzioni, credeva già di vedere il principio della fine; ciò non ostante, essa non trovò in sé il coraggio di opporre resistenza a quelle male arti della pressione elettorale napoleonica, che Rouher mise in azione anche questa volta.
Era una solenne dichiarazione di bancarotta della nazione; e, per giunta, ognuno sapeva che il dispotismo, intimidito e scoraggiato, non si trovava più in condizione di adoperare i mezzi violenti di un tempo. Dopo questo grande saggio di fermezza del carattere nazionale, era facile prevedere, che si sarebbe dimostrato una lustra anche il progresso dell'intelligenza politica, che gli ultimi anni avrebbero dovuto arrecare. La nuova camera risultò composta di 40 radicali, 60 appartenenti al recentetiers-partie 200 mammalucchi ed arcadi, fida falange di Rouher. Ma la così detta opinione pubblica si rivelò ancora una volta come una forza irresistibile. Una parte dei bonapartisti, spaventati dal fracasso della stampa e dei clubs volse di botto a sinistra, e così, con un atto di completa insensatezza, nacque la mozione dei 116, che domandava nuovi diritti costituzionali. Rouher fu dimesso; ma, proprio quando si solennizzava il centenario dell'avo, l'imperatore giaceva infermo gravemente, e il mondo sentiva che la dinastia sarebbe condannata non appena quei due occhi si fossero chiusi. Dopo la guarigione il despota angustiato pubblicò il senatoconsulto del 6 settembre, che annunzio il principio della responsabilità ministeriale. Finalmente il 2 gennaio fu chiamato il ministero Ollivier, che iniziò formalmente l'êra del bonapartismo parlamentare.
Non impropriamente l'imperatore paragonò sé stesso a un viandante stanco, che si spoglia di una parte del fardello per avanzare più speditamente sulla propria strada: adempì fedelmente a tutti i doveri di un corretto regal fantoccio costituzionale, rinunziò al diritto del carteggio diplomatico coi suoi ambasciatori, e, di più, dimise Haussman, il suo fido prefetto della Senna. Inoltre Ollivier, rifulgendo di sapienza, di unzione e di virtù, annunziò che il governo da ora in poi non avrebbe designato candidati ufficiali nelle elezioni. Tutti i liberali giubilavano, che ora finalmente la Francia vestisse latoga virilis, ora finalmente con una novella quarta notte di agosto il governo dalle mani degli avvocati e dei burocratici passasse in quelle dei possidenti indipendenti. Il posatoJournal des débatsprofetava, che presto in Prussia avrebbero sospirato «la libertà come in Francia». IlTimesvedeva vicino il tempo, che il virtuoso esempio della signora Ollivier, borghesemente semplice, avrebbe nobilitato i costumi della corte delle Tuileries. Effettivamente, la Francia ora possedeva «la più libera» costituzione della sua storia, uno statuto, che conteneva tutti gli articoli di fede del liberalismo ortodosso di gran lunga più compiutamente, che non in altri tempi l'atto addizionale di Napoleone I. Pure, l'antico dispotismo dei prefetti non si era, in verità, menomamente cambiato: proprio allora, sotto la protezione della recentissima libertà, 450 cittadini francesi, in parte conlettres de cachet, furono buttati in prigione, perché la polizia pretendeva di avere scoperto una congiura. Questa inaudita trasformazione magica, che teneva il mondo in sospeso, col fatto era semplicemente la grossolana replica di una commedia, di cui i francesi si erano pasciuti fino alla nausea. Il dispotismo di un partito cacciava l'altro: la soluzione del giorno era novellamentes'emparer du pouvoir.
Il nuovo gabinetto era composto di uomini appartenenti a tutti e quattro gli antichi partiti moderati, uomini il cui nome irreprensibile era vantaggiosamente separato dall'entouragenon ben famato dall'imperatore. Ma da un momento all'altro sgusciarono fuori dallo sdegnoso ritiro tutti gli antichi costituzionali che avevano finora combattuto l'impero a morte, e domandarono sfacciatamente uffici e prebende: nessuno più petulantemente degli orleanisti, i quali avevano sempre conservato il vecchio cupido spirito di consorteria dell'età dell'oro della borghesia. Non era forse umano, che l'imperatrice, gaia e innamorata della vita, guardasse con occhio bieco lo speculatore di virtù Ollivier, che tronfiava nel paludamento della sua civica incorruttibilità, e nel frattempo proteggeva con tanta tenerezza tutti i cugini e i cugini dei cugini, e faceva perfino l'occhio di triglia all'amicizia del vecchio banchiere Magne, a che la rendita non scadesse nemmeno di una lira? Era da far carico all'imperatore, se non riusciva a sfranchirsi dalla diffidenza verso i suoi nuovi amici orleanisti? Il cinico non aveva mai contato sulla fedeltà, stando di fatto, che gli antichi bonapartisti rigidi, come Gerolamo David e compagni, erano legati alla casa dei Napoleone da interessi incomparabilmente più solidi, che non il vecchio Guizot e gli altri transfughi orleanisti. Nel marzo Ollivier raccolse in una costituzione, che era la dodicesima dal 1789, i nuovi diritti della libertà. Ma non vi faceva neppure un accenno a quelle modeste riforme amministrative, che sole possono apportare forza e vita alla costituzione. Il sindaco veniva, come prima, nominato dal governo, il funzionario rimase protetto da ogni querela dei cittadini. La camera, la cui maggioranza non rispondeva punto all'animo del paese, non fu affatto sciolta, e i vecchi arnesi devoti del dispotismo serbarono le loro cariche prefettizie: le nuove commissioni parlamentari, nominate per la trasformazione di tutti i rami della vita pubblica, effettuarono un bel nulla.
Ora finalmente si fece avanti la questione, che presto o tardi doveva essere posta. L'imperatore anche adesso era sempre l'eletto responsabile del popolo. Su disposto della vecchia costituzione egli domandava, che il nuovo statuto fosse accettato dal popolo sovrano mercé il plebiscito. Tale domanda significava, che Napoleone si sentiva tuttora l'homme-peuple, e che perciò non avrebbe mai potuto guidare un governo sinceramente parlamentare; solo che, indubitabilmente, il diritto positivo dava ragione all'imperatore. Di più, il plebiscito era una necessità politica. I radicali già svergognavano la nuova costituzione, che fosse niente altro che il pasticcio di pochi senatori tecnici: e siccome in questo paese ognuno s'inchina umilmente davanti al suffragio universale, essi presto o tardi avrebbero infallibilmente costretto l'imperatore a fare appello al popolo. Ma i liberali francesi mostrarono ancora una volta di mancare della prima virtù del libero cittadino: il senso della legalità. Della questione di diritto si parlò appena; non si faceva che biasimare il despota, di aver subito seppellito il regime parlamentare appena fondato. L'8 di maggio la nazione con sette milioni di voti contro uno e mezzo ratificò l'impero parlamentare. Napoleone ora sapeva di possedere nella devozione delle moltitudini una riserva contro l'intemperanza dei parlatori parlamentari; ma nello stesso momento fu tormentato dal pensiero degli umori dell'esercito, che aveva dato 47.000 voti contro l'impero. Diveniva intanto sempre più impetuoso l'ardore guerresco dei vecchi bonapartisti, che temevano di essere soppiantati nelle loro cariche dai cupidi amici di Ollivier; e si vestiva di seduzioni sempre crescenti l'idea che propugnavano, di ristabilire con una guerra nazionale la cadente autorità della corona. In questo modo, nel tripudio della nazione accecata, tra il fragoroso clamore guerresco di una scellerata spedizione di preda, il bonapartismo parlamentare andava a sommergersi senza lasciar traccia. Dal 18 brumaio la nazione aveva cercato la libertà in cinque sistemi differenti. Fu addebitato alla guerra europea il fallimento del primo impero, ai legittimisti quello della Restaurazione, alla borghesia quello della monarchia di luglio, agli operai della capitale quello della repubblica. Non si trovava questa volta nessuna giustificazione straniera né un partito, che potesse colpirsi come capro espiatorio. La nazione, tutta intera la nazione aveva con una lunga sequela di follie e di colpe dimostrato di non essere atta, né ora né per molto tempo appresso, a comportare la libertà.