III.

È un fatto: la guarigione di uno stato malato si può incominciare sia dal basso che dall'alto, per mezzo dell'amministrazione o per mezzo della costituzione. Solo che in Francia tutti gli esperimenti escogitabili di costituzione erano consumati da un pezzo. La speranza in una nuova rivoluzione, espressa dal detto corrente di bocca in bocca: «la Francia ha messo in serbo la libertà», era un confortino da fanciulli. La riforma dell'amministrazione era l'unica via ancora aperta alla libertà politica. Fintanto che i comuni non si contrappongono con la loro propria autonomia alla burocrazia, la libertà di stampa e di associazione mena infallibilmente all'anarchia e l'ampliamento dei diritti della rappresentanza popolare al dispotismo di partito. Soltanto una più libera situazione dei comuni, in modo che, per lo meno, i sindaci non fossero loro imposti, poteva forse indurre le classi abbienti a riguardare come un onore l'esercizio delle cariche comunali. Solo un'attiva partecipazione delle persone colte ai lavori amministrativi poteva finalmente costringere la burocrazia a non sdegnare più i consigli della stampa come un'arroganza dihommes sans mandat. E solo, soprattutto, un'intensa attività della vita comunale poteva forse risvegliare le virtù boccheggianti della costumatezza politica e della fedeltà al proprio dovere, sparite quasi nel turbine delle lotte di partito, poteva scuotere alquanto la potenza enorme della imbestianteroutinee dello schema che dominava tutta quanta la mentalità nazionale. Torbido spettacolo, quello dell'annientamento della vita pubblica nei primi dieci anni dell'impero. Sotto la polizia napoleonica perfino l'allegria del carnevale per le strade era quasi sparita. E quale risveglio doveva poi seguire a quel torpore plumbeo!

Tali erano le circostanze, quando venne a maturazione il giudizio, che lo stato finora si era mosso in un circolo vizioso, e che la riforma dovesse principiare dal basso: la dottrina dell'autonomia amministrativa del Tocqueville, dopo la morte del maestro, era divenuta una forza tra gli uomini pensanti. L'idea dell'autonomia amministrativa era stata derisa come una chimera anche sotto la monarchia di luglio; ora, sotto Napoleone III, il decentramento era la parola d'ordine di una grande scuola di pubblicisti. Odilon Barrot e Laboulaye, Raudot e Desmarets, Regnault e il bonapartista Baudrillart, uomini delle più diverse tendenze, produssero sull'argomento una letteratura, che con la serietà morale e l'alacre fede nell'avvenire annunziava la perseveranza dell'antico e bello idealismo francese, e con l'amabile freschezza attestava quanto erano nuove tali idee sul suolo di Francia. Si principiò a comprendere l'arbitrio antistorico e insipiente della divisione in dipartimenti. Mentre in Bretagna, in Normandia, tra i Baschi e i Guasconi persisteva l'antico spirito provinciale, che era per altro una boria di provincia senza forza politica, e l'alsaziano con tutto il suo patriottismo guardava dall'alto in basso i «francesi neolatini» come un popolo mezzo straniero, col fatto i dipartimenti erano rimasti puri corpi amministrativi. Permaneva impossibile, che paesi come Épinal e Vésoul diventassero centri di uno speciale spirito regionale come Bordeaux o Lione. Era tuttora fattibile designare i dipartimenti con numeri, come aveva un tempo proposto Sieyès col suo odio a tutte le formazioni storiche; tanto apparivano, dopo un'esistenza di sessant'anni, schematici e senza colore. Gli antichi inconvenienti del governo prefettizio diventarono addirittura intollerabili, da quando alla dipendenza dei prefetti furono posti come guardiani dei costumi gl'ispettori generali di polizia e, data la frequenza sistematica dei traslochi, tutti gl'impiegati si assuefecero a considerarsi come uomini senza patria. I consigli generali, è vero, venivano eletti col suffragio universale; ma la loro sfera di azione rimase immutata; anzi qualche uomo indipendente se ne ritrasse, dopo che il governo ottenne il diritto di nominare i presidenti e i segretari e di condurre esso esclusivamente lo scrutinio. Per quanto era certo che un distretto poteva amministrare solamente quello che pagava, altrettanto era certa la morte dell'autonomia in quello stato, i cui consigli generali fin dal tempo del primo imperatore avevano soltanto il misero diritto di riscuotere ai fini dei dipartimenti il quattro per cento sulle imposte statali. Per giunta, una gran parte di questi quattrocentimes facultatifserano impiegati a scopi generali dello stato, per esempio, nel mantenimento dei palazzi delle prefetture e simili. Più aspre ancora erano le accuse contro i circondari: lo stesso Napoleone III nella sua lettera sull'Algeria convenne, che l'abolizione dei sottoprefetti superflui era un desiderio quasi generale.

Con l'articolo 57 della costituzione del 1852 la posizione dei comuni era divenuta ancora più soggetta, essendosi il governo riserbata la facoltà di nominare a suo arbitrio il sindaco dai membri del consiglio generale o anche di chiamare a quella carica dominante un abitante affatto estraneo all'amministrazione comunale. Quell'articolo 57 era a buon diritto uno dei più importanti della costituzione, giacché i sindaci determinavano nelle campagne l'esito delle elezioni. Le sedute del consiglio comunale non erano pubbliche, e il consiglio poteva essere sempre sciolto o sospeso dal governo. I più superbi comuni non erano punto più indipendenti di quei minuscoli comunelli, incapaci di una propria vita particolare, che costituiscono la regola nelle campagne di Francia. Anzi le due città più grandi, Parigi e Lione, erano defraudate del beneficio della legge: il loro rispettivo consiglio comunale era nominato ogni cinque anni dall'imperatore, ed era perciò privo di qualsiasi autorità, non ostante le esaltazioni lodative che Napoleone III dopo l'apertura delBoulevard de Sébastopol, e spesso anche in seguito, aveva prodigato al suo fido Haussmann. Dei 2379 milioni di entrate già nel 1857 erano stati spesi 877 milioni pel dipartimento della Senna. La preferenza data alla capitale diveniva visibile a distanza perfino negli affari della vita quotidiana; tutta quanta la rete ferroviaria dell'impero era essenzialmente gettata a benefizio di Parigi. Pareva inconcepibile a questa burocrazia l'idea che qualcuno potesse viaggiare altrove che da o per Parigi; e lo sa chiunque ha provato qualche volta a recarsi da Parigi a Bordeaux.

Il sistema dell'accentramento burocratico rese ad Algeri le prove più sorprendenti della sua inettitudine all'efficacia creativa. Questa colonia, che poteva invigorirsi solo mercé lo svolgimento affatto libero delle energie individuali, era la terra votata agli esperimenti burocratici, divenuta la caricatura dell'amministrazione della madrepatria. Qui sorrideva all'impiegato la fortuna di un accentramento duplice, poiché tutti gli affari erano in primo tempo decisi nella capitale della colonia e in secondo tempo a Parigi. Nello spazio di una generazione furono saggiati e rifiutati quindici sistemi di organizzazione. Centonovantaduemila europei, ossia la metà della popolazione media di un dipartimento, vi vivevano distribuiti in 71 comuni sotto 3 prefetti, 13 sottoprefetti e 15 commissari civili, e va da sé che il governo di Parigi non aveva alcuna cognizione delle condizioni effettive dell'Algeria, non ostante le infinite relazioni inviate da un esercito d'impiegati. L'imperatore aveva ordinato l'istituzione dei tribunali indigeni, imedjlehs, e lasciato ai nativi la scelta fra i tribunali arabi e i francesi. Tutte le autorità riferirono che gli arabi, animati da una mirabile fede nella giustizia dei franchi, preferivano i tribunali stranieri ai patrii; e quando l'imperatore visitò la colonia, venne fuori, che i medjlehs non esistevano affatto! L'immigrazione ristagnò, perché un'esistenza malcerta sotto la benedizione del formalismo burocratico non poteva sedurre nessun uomo attivo. Un esercito di 76.000 uomini era appena sufficiente a guardare la colonia. Gli uffici arabi fondati per la tutela degl'indigeni si rivelarono incapaci d'intendere la popolazione straniera. Nella lettera al maresciallo Mac-Mahon Napoleone III espresse la speranza, che la Francia per opera di un'amministrazione esemplare in Africa sarebbe in grado di acquistare una preponderanza fra tutti i popoli fino all'Eufrate, e che dal domesticamento degl'indigeni coi costumi francesi sarebbe sorta una «potente individualità», un semitismo gallicizzato. Ma questo desiderio doveva infrangersi contro la tenacità della religione e dei costumi di Oriente, quello contro la stupida rigidezza della burocrazia francese.

La lettera sull'Algeria dimostrò, che l'imperatore non aveva minimamente smesso la sua antica preferenza per l'autonomia amministrativa. La formolafavoriser l'initiative individuelleritorna quasi con la stessa frequenza come un tempo negli scritti di Cavour. Doveva egli desiderare di affrancare dall'influenza della capitale ostile il ceto agricolo delle provincie, puntello del suo dominio. Sapeva altrettanto, quanto il suo amico Persigny, che l'accentramento finiva con lo spegnere negl'impiegati la coscienza della responsabilità personale; presentiva quante erano le forze preziose, ora ai servigi dell'opposizione, che si sarebbero potute avviare, mercé le libertà comunali, per una strada meno pericolosa. Ma la peculiare indecisione della sua mente, il timore da cui era preso davanti a qualsiasi indebolimento del potere statale, e il riguardo allo spirito di casta burocratico tolsero l'ardimento a tale veduta: onde le tanto celebrate prove di decentramento dell'imperatore rimasero tutte senza contenuto concreto, giacché toccavano la forma, non la sostanza dell'amministrazione. Fin dal 25 marzo 1852 un decreto rimetteva nelle mani dei prefetti una serie di affari che finora incombevano al ministro; poiché «si può bene governare da lontano, ma si amministra solo da vicino». Naturalmente il ministro più tardi informò quali magnifici frutti questo decreto aveva portati. Meno impetuoso dei suoi consiglieri, l'imperatore il 24 giugno 1864 incaricò il consiglio di stato di dare il suo avviso sulla semplificazione della pratica degli affari: quale ritardo, se le più semplici questioni amministrative devono passare per undici istanze! Desiderava anche di abolire l'esattore generale e di porre gli esattori delle imposte dei dipartimenti in rapporto diretto con la cassa della capitale. È chiaro, che con siffatte riforme l'amministrazione guadagna in tempo, ma non il popolo in libertà. Ma tali questioni sono pei popoli latini così poco mature alla discussione, che lo stesso La Farina poteva sinceramente ammirare quelle vacue riforme amministrative di Napoleone III. Solo una volta l'impero ha arrischiato un tentativo per l'istituzione di una vera autonomia amministrativa; e fu nel 1852, quando Persigny consentì ai comuni e ai dipartimenti d'imporre alcuni centesimi addizionali senza l'approvazione dello stato; ma la riforma dopo appena qualche anno decadde per l'opposizione dei prefetti.

Più sodamente, i partiti andarono alla sostanza del problema. Il programma di Nancy del 1865 compendiava i più urgenti desiderii dei partigiani dell'autonomia nelle seguenti proposizioni: i consigli generali eleggerebbero essi medesimi i propri presidenti; il sindaco verrebbe nominato esclusivamente dai membri del consiglio comunale (non osandosi chiedere l'elezione del sindaco); allato al prefetto starebbe una commissione permanente del consiglio generale. Questo disegno immaturo e confuso, frutto di un compromesso tra i liberali e i legittimisti, pure diventò la pietra di paragone dei partiti. Nell'odiosa opposizione, sollevata contro gli uomini di Nancy dalSièclee dall'Opinion nationale, si rivelò il terrorismo dispotico della vecchia democrazia incorreggibile, dellademocratie autoritaire; nella eloquente difesa fattane dalTempse dalJournal des débats, invece, il discernimento più maturo del liberalismo colto. Purtroppo la stampa non illustrò e vagliò veracemente queste idee, volte secondo il pregiudizio dei vari pensatori. Tra i propugnatori dell'autonomia si levarono spesso opinioni ostili allo stato: si combatteva lo stato in odio alla burocrazia. Noi non alludiamo punto al frivolo Emilio Girardin, che una volta per ragioni di opportunità difese l'État fédérée assegnò allo stato il compito di un istituto di assicurazione. Ma anche uomini migliori, come Carlo Dollfus, ricaddero nelle superficiali idee del secolo decimottavo, non concependo altrimenti il governo, che come un sistema di garanzie per la libertà delle persone. E le stesse lotte pel decentramento combattute dalTemps, se vedevano un ideale nella sbocconcellatura degli staterelli tedeschi, non riuscivano, con siffatte aberrazioni, che a rafforzare la presunzione della burocrazia. Laboulaye anzi desiderava l'abolizione della giustizia amministrativa, laddove questa costituisce invece un organo indispensabile per tutti gli stati di terraferma, e la sua magnifica perfezione tecnica è una gloria della Francia. Quando poi per assicurare l'indipendenza ai giudici voleva precludere loro l'avanzamento, egli disconosceva onninamente l'essenza di una società democratica.

Un sobrio esame genera il criterio, che l'autonomia amministrativa in Francia non fosse in grado di alzare che pretese assai modeste. L'accentramento è cresciuto insieme con l'intima sostanza di questa nazionalità. Solamente la prepotenza della capitale ha reso possibile ai francesi di sostenere, con modiche energie spirituali di lavoro, una posizione onorevole nell'incivilimento dell'Europa; oggigiorno, dopo che le colpe della Comune di Parigi hanno quasi spezzato l'influenza dominante della capitale, sembra inevitabile un abbassamento profondo della cultura, se non pure una ricaduta nella barbarie. Una burocrazia stipendiata cona laterei consigli eletti: questa era e sarebbe rimasta a lungo la forma nazionale dell'amministrazione. Si sarebbe potuto trattare, evidentemente, solo di estendere le attribuzioni di questi consigli, e in seguito di attenere finalmente l'antica promessa dei liberali e, oltre il ricorso al consiglio di stato, aprire ai cittadini anche la via giudiziaria avverso l'arbitrio dei funzionari. Non già che noi intendiamo di rifiutare semplicemente al carattere dei francesi l'idoneità alla libera vita comunale. Giacché i prossimi consanguinei proprio delle più bellicose stirpi del paese, i valloni e i vaudesi, hanno sviluppato con grande compitezza nella terra loro l'autonomia; e gli stessi consigli generali francesi, per lo meno al tempo che era loro consentito di eleggersi i propri presidenti, hanno sovente dato gloriose prove di senso comunale fattivo. Solo che, in forza di un'antichissima deformazione politica, specialmente dal tempo della Rivoluzione in poi, le abitudini e le idee burocratiche sono così profondamente penetrate nel popolo, che una completa trasformazione non sembra possibile. Lo splendido esempio dell'autonomia locale nell'antica provincia di Linguadoca non significa, purtroppo, nulla; ché quei tempi furono.

Si poteva lamentare l'ottuso meccanismo della divisione dipartimentale; manifestamente, però, non era fattibile abolirlo. Ogni tentativo di reintegrare le provincie e i loro gradi, come fece un tempo la Restaurazione, avrebbe naturalmente risuscitato l'odio della burocrazia e delle moltitudini contro l'antico regime, risuscitato lo spavento indelebile delle popolazioni davanti a un ritorno della decima e del lavoro servile. L'idea di riunire vari dipartimenti in una regione sotto una grande città come capoluogo, fu sostenuta solo da qualche propugnatore eloquente. Noi però domandiamo: in effetto, si era ancora in tempo, a rispingere indietro l'antichissimo svolgimento storico che aveva concentrato a Parigi i confini del paese? e quante e quali forze spirituali autonome possedeva Lione, fuori degl'interessi di classe del suo clero e del suo mondo commerciale? Una forte autonomia appunto per questo non poteva svilupparsi nei dipartimenti, perché cotesti corpi ufficiali non possedevano forze proprie notevoli. In un paese dove dieci rivoluzioni hanno distrutto tutti gli antichi beni delle corporazioni, non sono possibili altrimenti che per eccezione le istituzioni locali tanto importanti, come gli ospedali circondariali e i nosocomi provinciali in Prussia o le innumerevoli fondazioni delle contee in Inghilterra. Né vi erano troppe speranze di ricostituire cotesti beni locali. La più naturale delle imposte comunali è in tutti i modi l'imposta fondiaria; ma l'elevazione di tali tributi doveva urtare contro una resistenza invincibile da parie di una popolazione agricola oberata. Piaceva al signor Thiers millantare la nuova aristocrazia che, cresciuta dopo la Rivoluzione, costituiva un pegno per l'avvenire della libertà; quasi che un'aristocrazia sociale non dovesse necessariamente sorgere da qualunque sviluppo considerevole dell'economia pubblica! Ad onta di tali sofisticherie permaneva il fatto, che non esisteva nel popolo un'aristocrazia politica di salda autorità. Nella maggioranza delle classi medie non attecchiva affatto una seria volontà di autonomia amministrativa. Né giova appellarsi alle numerose associazioni industriali, in cui l'attività autonoma di quei ceti si è cospicuamente effettuata. Siffatte intraprese, che direttamente o indirettamente profittano alla borsa degl'intraprenditori, non provano nulla rispetto all'energia politica dello spirito pubblico. Tanto che la scuola di Manchester, che è maestra di tutte le società economiche, è in pari tempo la nemica dichiarata della «dispersione di lavoro» delselfgovernement. Nelle classi medie francesi, la cui mano è sempre aperta alle opere caritatevoli, tutti facevano ressa per la legion d'onore e per gli uffici stipendiati, tutti scantonavano davanti al servizio onorario della giuria, della guardia nazionale, dei comuni. La denunzia era stimata un'infamia, come presso tutti i popoli che hanno scarsamente sviluppato il senso della legalità; eppure in ogni rischio, in ogni offesa al diritto si levava subito lamento alla polizia.

Nondimeno l'ostacolo più forte all'autonomia era opposto dal dominio del quarto stato. Le moltitudini democratizzate mostrano ben di rado molta intelligenza del valore della libertà comunale, a cui esse possono partecipare solo fugacemente, al tempo delle elezioni: purtroppo, ubbidiscono generalmente più volentieri a un funzionano stipendiato che sembra fuori dei contrasti di classe, anziché a un magistrato onorario appartenente alle classi abbienti. L'istituzione di una vera e schietta autonomia presuppone una rara forza di rinunzia da parte del potere statale; ma è lecito attendere una siffatta abnegazione dall'assolutismo, se non ve lo violenta una catastrofe formidabile come la pace di Tilsit? Ogni autonomia aggrava di duri sacrifizi gli abbienti; ragion per cui non può introdursi, se non per forza e per ingiunzione dell'autorità dello stato. Laonde ciò che la monarchia legittima in Prussia potè imporre a un popolo tranquillo, educato alla rigida obbedienza, non era dato alla tirannide democratica osarlo rispetto a una nazione irrequieta, che si stima autorizzata a prendere il massimo dallo stato e dargli il minimo.

Non era dunque a sperare l'annullamento del sistema amministrativo burocratico; era a pensare soltanto a una moderazione della sua onnipotenza. L'avvenire della libertà politica dipendeva principalmente dall'esito di cotesta modesta riforma. Se non che i liberali, non appena arrivati al potere, seguirono l'esempio di tutti i governi precedenti. Ollivier gettò indifferentemente in un cantone tutti i desiderii di autonomia amministrativa, di cui egli stesso prima era stato il rappresentante. Di talché la decisione, che il sindaco non dovesse nominarsi se non dal seno stesso del consiglio comunale, segnò quasi l'unico progresso notevole raggiunto dalla vita comunale sotto l'impero.

Che questo peccato di omissione originasse dall'essenza del bonapartismo, emerge vividamente, non appena consideriamo l'azione del secondo impero e subito vi scopriamo, che lo stato e sempre lo stato ha guidato e compiuto le grandi trasmutazioni sociali degli ultimi due decenni. I più grandi meriti del nuovo bonapartismo riposano sul campo economico, e anche qui si annidano i più grandi pericoli per la sicurezza dello stato. Certo, soltanto la servilità poteva senz'altro riguardare l'imperatore come il creatore della nuova economia. Leggendo gl'inni dei prefetti sullabaguette magiquedel bonapartismo, sembra quasi che l'imperatore non abbia fatto altro che girare l'anello incantato, e subito il traffico irruppe dovunque a ribocco; né più né meno come un tempo i fogli cortigiani tedeschi degli ultimi cinquant'anni derivavano il naturale crescimento del nostro commercio e della nostra industria dalla sfondolata sapienza dei Bruck e dei Beust. Tuttavia Napoleone III a buon conto poteva gloriarsi, che il benessere della nazione non aveva dato sotto nessun governo precedente un così magnifico balzo. Sapeva inoltre, che con l'egoismo dei ricchi e con l'astio e l'invidia dei poveri il sistema del lasciar andare non bastava, e che era indispensabile l'aiuto diretto dello stato per l'elevazione delle plebi. Le pretese delle classi lavoratrici verso lo stato salirono incommensurabilmente con le male abitudini di quei diciotto anni; e nessun governo francese potrà in avvenire sottrarsi al socialismo monarchico. L'origine del nuovo potere, il bisogno di sicurezza, il gusto dispotico del vanaglorioso abbagliamento, e, non per la parte minore, l'animo buono e umano dell'imperatore pel quale il soccorrere era una gioia, cooperarono di conserva a imprimere nel secondo impero le idee dellafraternitésocialista. Non indarno sulla porta del nuovo palazzo del Louvre grandeggiava la statua del Lavoro col corno dell'abbondanza, non indarno in tutti i manifesti napoleonici era esaltato l'ordine come la prima fonte del lavoro. L'ideale dell'imperatore era di menare a termine nella società la vittoria della democrazia mercé la rimozione della miseria delle plebi, mercé i benefizi dell'istruzione, del credito e dei lavori pubblici. «Io voglio», disse una volta, «conquistare alla religione, alla morale, al benessere quella parte tuttora tanto numerosa della popolazione, che conosce appena il nome di Cristo, che può appena soddisfare ai bisogni necessari della vita».

Noi tedeschi professiamo l'opinione avita, che, solo per eccezione e per non poterne far di meno, la fraterna opera dello stato possa mischiarsi nel libero moto delle energie economiche. Più vasti confini sono prefissi al potere statale della Francia dal cammino della sua storia, ed è innegabile che il socialismo monarchico, accanto a molti esperimenti immaturi e precipitosi, ha anche prodotto molte opere di beneficio durevole. Lesociétés de secours mutuellegarono al sistema migliaia e migliaia. Cotesta cassa di risparmio viene istituita in ogni comune, dove il prefetto la giudica necessaria; il presidente è nominato dall'imperatore. Ne crebbe il numero da 2000 nel 1852 a 4118 in 7 anni, con 534.233 soci e 23 milioni di lire di capitale. I fondi, come quelli di tutte le comunità e corporazioni, dovevano depositarsi presso le autorità dello stato: che era un passo avanti sulla via del socialismo monarchico. Gli antichi istituti di beneficenza, numerosi fin dal tempo antico in questo paese cattolico, furono quasi generalmente riordinati sotto Napoleone III; furono amministrati sotto la sorveglianza dello stato da commissioni di nomina prefettizia. Nuove istituzioni crebbero in folla: cucine pei figli degli operai, novelli ospedali e associazioni per la cura degl'infermi a casa: asili per gli operai mutilati e pei convalescenti, «affinché gl'invalidi dell'officina siano pareggiati agl'invalidi della guerra». Ifournauxdel principe imperiale assicuravano al lavoratore un pasto economico; le casse operaie dovevano «rifiutare il pregiudizio che i prestiti si fanno soltanto ai ricchi, e affermare la verità che una buona riputazione è una vera proprietà». La capitale aprì i bagni gratuiti e i comuni riceverono sussidi dallo stato per ottenere ai lavoratori i lavatoi a basso prezzo. I grandi mercati di Parigi provvedevano pel conveniente acquisto dei generi di necessità. La cassa dei fornai percepiva un centesimo per ogni chilogrammo di grano e dava sussidi ai fornai, tanto che il costo di un chilo di pane era disceso sotto la tariffa intrasgredibile di 50 centesimi: e in questo modo l'operaio aveva il pane a buon mercato e il fornaio speculava sul basso prezzo. Anche la liberalità dei fornai e dei beccai sarebbe tornata a vantaggio dei consumatori del quarto stato, se la resistenza dei privilegiati non l'avesse lasciata quasi senza effetto. Nei giorni di penuria, come al tempo della guerra americana, venne perfino distribuito per ragion di stato danaro contante tra i lavoratori. Infine l'imperatore abbozzò il vasto disegno di una grande cassa di assicurazione statale dei lavoratori: che era, chiaro e lampante, un'idea socialistica. L'intento sostanziale raggiunto da tanti e tali benefizi fu l'attaccamento personale degli operai alla Casa dell'imperatore. Napoleone III dichiarò pubblicamente dopo l'incoronazione: «la mia prima visita d'imperatore sarà ai sofferenti»; e d'allora in poi tutte le associazioni pel miglioramento delle classi lavoratrici furono poste sotto il patronato dell'imperatore, dell'imperatrice e del principe ereditario.

Fin da quando era presidente, Napoleone III aveva fatto tradurre il libro di Henry Roberts sulle case operaie, ed egli stesso abbozzò modelli di abitazioni dellecités ouvrières. Il tedesco era invaso da un sentimento assai amaro, allorché, passeggiando in quegli anni per le vie della bella Sundgau, che pareva perduta per sempre per noi, vedeva a sera le schiere fitte di uomini poderosi emigrare dalla porta di Mühlhausen per le linde casette ingiardinate della città operaia: purtroppo, erano la più parte nostri compatrioti, che laggiù erano perduti alla vita tedesca. Il che non ha trattenuto gli economisti nostrani dal riconoscere i meriti umanitari dellaSociété industrielle de Mulhousee dal leggere con gratitudine i suoi bollettini tanto istruttivi. Era questa effettivamente una riforma sociale che andava al fondo: l'operaio che nella gioconda dimora si abitua ai costumi casalinghi e con una modica contribuzione annuale acquista dopo alquanti anni la proprietà della sua casa, ebbene, non è soltanto elevato economicamente; egli viene rifatto moralmente. E mentre lì e nelle vicine Gebweiler e Beaucourt l'antico spirito delle città imperiali animava l'energia di eccellenti cittadini tedeschi, come J. Dollfus, a menare avanti l'opera benefica a cui lo stato contribuiva solo con parchi sussidi, per contro altre città operaie venivano costruite esclusivamente e in preponderanza coi mezzi offerti dallo stato: così a Lilla lacité Napoléonche contava 9000 abitanti, così a Parigi il nuovo quartiere operaio del sobborgo Sant'Antonio. Delle società operaie fondate sotto la repubblica poche erano sopravvissute: sorte con tendenze radicali, dovevano lottare contro il malanimo del governo; ed erano la più parte, per giunta, consorzi di produzione, e si movevano perciò nel dominio malagevolissimo e ingratissimo della vita consorziale. Ma negli ultimi anni dell'impero il favore dello stato ricercò anche coteste leghe di lavoratori. Alla fine il buon diritto dello sciopero venne riconosciuto, e l'importante legge del 25 maggio 1864 accordò alle associazioni operaie piena libertà.

Provveduto in tal modo al pane al quarto stato, non potevano mancare i circensi: parate ed esposizioni per tutto l'anno, rappresentazioni di ogni specie col nuovo benefizio della libertà del teatro, luminarie e spettacoli il genetliaco di Napoleone. Alla Porta San Martino, dove gli antichiboulevardsconfinano col quartiere operaio, l'imperatore fece sorgere ilGran Café Parisien, in cui l'operaio su un divano di velluto poteva gustare il suopetit verrenella luce di candelabri abbaglianti. Parimente, anche il quarto stato doveva partecipare ai vantaggi del debito pubblico, anche la sua borsa attaccarsi al trono imperiale. Dopo che l'assegnazione del titolo fu abbassata a una somma affatto esigua, il numero dei possessori di rendita salì da 292.000 nel 1848 a 1.095.688 nel 1867. È per sé evidente, che cotesta democratizzazione della rendita procurò al sistema molti aderenti; ma è anche più evidente l'influenza nociva sulla sicurezza del credito dello stato, giacché l'uomo di umile condizione è per solito particolarmente suscettibile al timor panico. Dopo la conversione della rendita intrapresa da Villèle sotto i Borboni, e dopo la ripetizione di tale provvedimento per opera di Bineau e di Fould, la cartella al tre per cento fece regola nel debito pubblico francese, come nell'inglese. Di 341 milioni di rendita 303 milioni erano al 3 per cento; e quei titoli erano i preferiti dagli speculatori, giacché la bassa percentuale garantiva la sicurezza da ogni altro possibile abbassamento; salvo, però, che la stessa bassezza della percentuale non andava certo a grado all'uomo d'affari. Ma come fu tremendamente alimentata la foia del gioco, come fu minacciata la solidità del benessere dalla enorme diffusione di tali cartelle, che altalenavano affannosamente nei conflitti della borsa senza mai posa! Non ostante la grande diligenza, il francese ha poca gioia del lavoro: produce indefessamente durante venti anni, per poi apparecchiarsi prematuramente un comodo autunno della vita. La democratizzazione della rendita fondava su questa debolezza nazionale, come aveva fatto, prima della Rivoluzione, l'introduzione del costume antieconomico delle tontine. Il numero deipetits rentiers, che a quaranta o cinquant'anni incrociano le braccia, crebbe considerevolmente sotto l'imperatore; e il bonapartismo trovò appunto in quella cerchia una folla fitta di partigiani zelanti,chauvinistesappaltoni. Esaminando ancora una volta cotesto multiforme armamentario della tirannide democratica, siamo indotti a convenire, che un così immediato legame dei bassi ceti con la persona del capo dello stato si ebbe tutt'al più sotto il dominio degl'imperatori romani, ma nella storia moderna non era esistito mai.

Uno dei più importanti tra quegli energici espedienti socialistici intesi a domare insieme e ad accontentare i lavoratori, fu il famoso riassetto delle città. L'imperatore volle porsi in grado di buttar giù con la mitraglia ogni turbolenza piazzaiuola; e, se si propose di prevenire il ritorno di sorprese tanto sciagurate quale la rivoluzione di febbraio, adempì puramente al suo dovere monarchico. L'ampia via di Rivoli collegò le Tuileries col palazzo di città, centro antico delle sommosse; il boulevard di Sebastopoli fu gettato tra la via Saint-Martin e la via Saint-Denys, già teatro di tante lotte sotto il regime borghese. L'asfalto, con cui i boulevards furono pavimentati, portò via agli eroi delle barricate i consueti materiali di costruzione. Il palazzo imperiale formò in uno col Louvre una piccola fortezza, che era possibile sbarrare subitamente coi massicci cancelli della piazza del Carosello. Ampi cammini sotterranei pel decorso dei rifiuti, servivano anche, nel caso, a preparare un inaspettato arrivo di truppe sui punti minacciati. Salde caserme in tutte le posizioni strategiche importanti; squares verdi nei nodi stradali, ameni agli occhi e ai polmoni, ma anche agevoli ad abbarrarsi allo scoppio della battaglia nelle strade. In una parola, l'impero parve abbastanza assicurato da un rude colpo di mano. Quando una volta fu squarciato a colpi di mitraglia un quartiere operaio in rivolta, l'imperatore rifiutò con commoventi parole il nome diBoulevard de la reine Hortenseproposto per la nuova strada, e scelse quello di un operaio, Richard Lenoir, salito alla ricchezza col proprio lavoro; volendo così attestare la propria alta estimazione alla nobiltà del lavoro e, nello stesso tempo, ricordare agli operai che l'impero sapeva adoperare tanto la frusta che il bericuocolo.

Lo stato non si propose di provvedere puramente alla sicurezza, ma anche alla bellezza e alla sanità delle città e alla facilitazione delle vie di traffico. Chi ha visitato Rouen nel 1865, quando le nuove nette linee stradali avevano sventrato allora il vecchio reticolo di vie muffite, vorrà consentire che molte città mancano affatto di aria, di luce, di libero respiro. Ma l'impresa, ben giustificata e condotta sul principio, ingrossò presto oltre tutti i limiti ragionevoli, si contraffece in uno di quei violenti rivolgimenti sociali, che possono accadere soltanto negli stati non liberi. Il colossale è una prerogativa dei despoti; le gigantesche demolizioni e riedificazioni del bonapartismo ricordano in verità quelle grandiose costruzioni di Oriente, che testimoniano non già della grandezza del popolo che le eresse, ma solo della cupezza della sua schiavitù, della potenza dei suoi despoti. Parigi e Lione, Bordeaux e Marsiglia, tutte le grandi e perfino le medie città dell'impero gareggiarono in cotesta furia edificatoria. Strade e acquedotti, cattedrali e palazzi di borsa sprillarono di sotterra; accanto al potente porto militare di Cherbourg, creazione favorita del primo imperatore, naturalmente menata a termine in grande stile dal nipote, sorgevano in tutte le piazze marittime nuovi moli e darsene. Un decreto imperiale accordò ai comuni il diritto di espropriazione, e il socialismo autoritario, imperversando nella più sorprendente spregiudicata maniera contro la proprietà privata, non sorvolò, nelle domande di risarcimento, sulle opinioni politiche dei proprietari cacciati via. Le case più solide vennero così abbandonate al capriccio della fortuna: Ledru-Rollin riguadagnò con un boulevard imperiale i propri beni per metà perduti, cento altri piangevano la rovina dei loro averi. A Parigi, dove il prefetto della Senna Haussmann dovè costringere all'espropriazione sé stesso, ogni estate apportava nuove meraviglie. Nel 1865 erano già stati spesi in dodici anni 1222 milioni, e nel 1869 altri 1500 milioni per la trasformazione della capitale. Bagattelle come i dodici magnifici boulevards che a guisa di raggiera danno all'Arc de l'Étoile, attiravano appena l'attenzione. Il potere illimitato di un uomo nella superba capitale era unico nella storia moderna. Dove si era mai udito, che a un possente comune sia stato dichiarato di ufficio, che i suoi abitanti sono nomadi e che esso non appartiene a sé medesimo, ma allo stato?

Quanto alla provvisione dei mezzi, un comodo spediente fu porto anzitutto dalla malsana costituzione daziaria delle città. Siccome la sorgente d'introiti più importante delle città rampollava dai dazi, seguiva che qui un consiglio comunale s'induceva al dispendio con facilità di gran lunga maggiore che non nelle campagne, dove le spese comunali erano strappate a stento dalle imposte sui fondi e sugli affitti. Ma quando anche questo mezzo non bastò più, allora fu applicata anche ai comuni la vecchia spropositata teoria, che sia lecito scaricare sulle spalle del futuro i pesi del presente: teoria, che un tempo fu difesa con tanto sterile acume da Gentz, e che adesso godeva di una riputazione ufficiale nel nuovo impero. Bastò un decreto imperiale ad autorizzare i comuni ai prestiti. La Cassa dei Depositi accordò il credito a lunga scadenza e a mite interesse; riconciliatosi col signor Haussmann, si mostrò anche più compiacente ilCrédit foncier, che consolidò il debito fluttuante di Parigi. Quando riuscì di convertire effettivamente in capitali fissi redditizi i valori investiti, allora anche la speculazione così convulsamente salita potè sortire effetti salutari: a Lione in nove anni, dal 1854 al 1863, il debito dai dieci montò ai cinquantaquattro milioni; ma col forte aumento della popolazione e del benessere crebbero in pari tempo, per l'ammortizzazione del debito e per le spese straordinarie, su tre milioni e mezzo 620.000 lire di sopravanzo di entrate accertate: che, come si vede, è un risultato propizio. Per contro, a Marsiglia in 18 anni, dal 1847 al 1865, il debito crebbe da 17 a 91 milioni e le entrate solamente del cinque e mezzo per cento su 20,9 milioni. Finalmente a Parigi la gravezza del debito si era in otto anni, dal 1859, decuplicato due volte, progredendo da 49 a 984 milioni; e il bilancio preventivo pel 1868 s'impostò su 245 milioni, vale a dire circa più della metà di quanto occorre al regno del Belgio pel mantenimento dello stato! Davanti a tali cifre era effettivamente possibile tranquillarsi solo risalendo alla teoria bandita con giustificata baldanza dai giornali bonapartisti: uno stato, un comune è tanto più ricco, quanto più pesante è il carico dei suoi debiti. Né dava troppa consolazione il fatto, che il prefetto della Senna aveva speso quelle somme prodigiose non puramente pel fasto orientale del palazzo di città che era altresì la sua fortezza, ma anche a scopi utili, e aveva elevato da 1,1 milioni, che erano nel 1847, a 6,5 milioni nel 1867 le spese della capitale per l'istruzione popolare.

La speranza dell'imperatore, che la vista delle magnificenze edilizie cittadine avrebbe risvegliato nei provinciali il senso della bellezza, venne meno necessariamente per colpa della precipitazione febbrile delle imprese. Superata la prima impressione di abbagliamento, e in ispecie su alcune nuove piazze a Lione la vista delle superbe fontane tra folti di verzura in mezzo al tumulto del mercato è davvero incantevole, l'occhio del forestiero, e particolarmente del settentrionale abituato alle belle casine serene che spiccano così chiare e nitide nell'aria tenera della campagna, avverte subito il nessun gusto e la gramezza della nuova edilizia. Brulle caserme, incartocciate qua e là di qualche ghirigoro rococò pieno di pretese, ecco tutto; e il tutto è una fedele immagine di questa età della matematica e della muffosità cortigiana, dell'accentramento e dell'uniformazione militare. E soprattutto colpisce sgarbatamente la servile imitazione delle fabbriche parigine; pare quasi che le provincie abbiano smarrito ogni idea propria e indipendente. Ognuno conosce ilPont Neufcon la statua di Enrico IV nell'Isola della Senna; ognuno la torre antica diSaint-Jacques de la Boucherie, che come una pietra terminale della vecchia Parigi, allietata da un viale verde, guarda giù la distesa delle magnifiche strade in linea retta: che è uno dei più gradevoli effetti della magia architettonica moderna. Sul ponte di Rouen, allo stesso posto, incontriamo la statua di Corneille; e il consiglio comunale della città normanna non ebbe pace, finché non mise su un mozzicone di torre gotica che, circondata di verde proprio per l'appunto come Saint-Jacques, doveva segnare il confine tra la vecchia e la nuova Rouen, e via dicendo. Non è meraviglia, dunque, se questa eterna uniformità stanca le persone colte; e se si levarono alti e aspri lamenti contro il disamorato spirito d'innovazione, che distruggeva i più venerandi monumenti delle antiche città, e che non sapeva recedere in rispetto nemmeno davanti alla pace del cimitero di Montmartre, davanti ai gloriosi viali alberati del giardino del Lussemburgo.

Le considerazioni dei locandieri del popolo pesavano più dei malumori degli amici dell'arte e degli storici. Lo scopo essenziale di tali massicci fabbricati era di dare occupazione agli operai e generosi guadagni. Col fatto, centinaia di migliaia di lavoratori affluivano nelle città. Manifestamente la loro condizione era lieta, perché il salario era elevato, i dazi, gravi pei lavoratori, erano compensati dal basso prezzo del pane, e le abitazioni non eccedenti la pigione di 250 lire erano franche di tassa locativa. Ma è destino del socialismo monarchico il potere iniziare e rinfocolare nuovi moti nella società, ma non il poterli mantenere durevolmente. Questa morbosa furia fabbricatoria doveva pure arrivare a fine una volta. L'idea grossolana, propria del nostro tempo manovale, e già troppo a lungo diffusa e familiare, che lo stato deva promovere l'arte per dar pane agli artisti, operava sul secondo impero con tutto il peso di un problema sociale. Un esercito d'intraprenditori e di coadiutori esigeva un'occupazione fissa dallo stato, che li aveva attratti lontano dal paese e dall'ufficio loro; poiché proprio lo stato aveva, tra con l'ingiunzione o col favore, adescato le città alle trasformazioni edilizie. In tal modo i lavori pubblici dell'impero diventarono a poco a poco officine nazionali nel senso proprio della rivoluzione di febbraio: si fabbricava per fabbricare, e nessuno sapeva dove andava a riuscire cotesta vite perpetua. Il lavoratore venuto dalla campagna non era affatto più contento nelle grandi città: si sentiva sommerso e ubbriacato dal lusso abbagliante, appetto al quale il salario, per quanto rispettabile, gli pareva una misera carità.

Tale essendo la smoderata situazione di favore degli operai delle città, lo spopolamento delle campagne venne aumentando in modo estremamente grave. Una volta l'imperatore disse agl'industriali di ritorno dall'esposizione di Londra, che essi avevano ben meritato della Francia, perché ogni splendido prodotto economico di un popolo dà a divedere l'altezza di tutta intera la sua civiltà. Cotesto vanagloriosotous les progrès marchent de frontnon era altro che una delle tante illusioni della politica del materialismo. Per l'appunto nella storia del secondo impero lo storico serio trova ancora una volta confermata la triviale verità, che l'uomo non vive di solo pane. Così è: approfondendo questo proverbio, egli riconoscerà, che le società umane, le quali aspirano e tendono solamente ai beni materiali, finiscono col perdere insieme con lo zelo morale anche la forza del progresso economico. L'imperatore sperava, che i contadini reduci dalle città avrebbero diffuso nelle campagne l'abitudine di una nutrizione più solida, carnea; ma nessuno vi ritornava. Anche per l'addietro le laboriose contrade della Creuse, della Marche, del Limousin mandavano lontano i giovani a prestare la loro opera di muratori: ora principiarono a spopolarsi, perché gli operai non intendevano più di dar le spalle ai piaceri delle grandi città. Tra gli anni 1851 e 1856 la popolazione diminuì in 20 dipartimenti, anzi in quello dell'alta Saône circa di un intero decimo: la popolazione di tutto l'impero crebbe non più che di 256.000 anime, e quella della capitale di circa 305.000. In verità gli anni seguenti mostrano un aumento alquanto più vivo, ma le stesse statistiche ufficiose doverono designare coteste condizioni morbose con l'accettevole perifrasi: «la popolazione rimane stazionaria».

Nei primi 60 anni del secolo la popolazione dell'impero era cresciuta a un dipresso del 0,57 per cento all'anno: le occorrevano quindi, per raddoppiarsi, 150 anni: alla Germania, secondo i dati raccolti finora, circa 55 anni. A quei sacerdoti di Mammona, che in un fitto stuolo di fanciulli vedono non più che pure bocche inutili, diamo il modo di ponderare quale spostamento di energie abbia arrecato la scarsa fecondità della popolazione francese. Nel 1816 vivevano in Francia su ogni miglio quadrato 500 uomini più che in Germania, esclusa l'Austria; viceversa nel 1861 il miglio quadrato in Germania era divenuto più denso di 300 uomini, e al principio della guerra germanica la Francia era già superata in popolazione assoluta dalla Prussia e dagli stati settentrionali e meridionali della Confederazione! Certo, nessuno esperto in materia si sorprende, che nella nuova età napoleonica le cittaduzze al disotto dei 3000 abitanti siano discese in media tra il 12 e il 14 per cento; giacché l'età delle ferrovie, il cui traffico è per sua natura accentrante, ha prodotto gli stessi fenomeni in tutta Europa. Ma il persistente decremento della popolazione agricola, mentre Parigi e Lilla, Saint-Etienne e altri centri manifatturieri crescevano di continuo, era innegabilmente un sintomo di malsania sociale. Noi però non lamentiamo, come molti patrioti francesi, che la stirpe gallica non mostri più la medesima fecondità, che nel secolo decimosettimo o tuttora oggigiorno al Canadà: l'accrescimento più lento della popolazione, del pari che il difficoltarsi dei matrimoni, si accompagna di regola lato a lato con la grande elevazione della cultura. Solo che, se riflettiamo che la Francia, grazie alla sua libertà di convivenza e non ostante il celibato obbligatorio dei suoi soldati e dei suoi 45.000 ecclesiastici secolari, conta meno celibi che non forse qualunque altro paese d'Europa, il ristagno della popolazione ci appare in una luce assai torbida. La persistente diminuzione dei figli, dei quali nascevano in media da un matrimonio 4,1 sotto il primo imperatore e ne nascono 3,14 sotto il secondo, non si spiega minimamente, considerata in grande, con la cautela della prudenza. Dipende o dalla devastazione morale del vizio o dalla debolezza corporea; ed effettivamente il celibato dell'esercito e la rinnovata distruzione di 200.000 uomini vigorosi inghiottiti dalle guerre del secondo impero, hanno sostanzialmente agevolato il matrimonio agli storpi e agli scriati. Anche il divieto della ricerca della paternità, indetto dal crudo spirito lanzichenecco del primo Napoleone, ha certamente attenuato il numero delle nascite illegittime, e ha perciò riscosso sovente il plauso della scuola di Manchester; ma oggi uomini più seri si pongono la domanda, se quella legge draconiana non ha esacerbato i traviamenti che riescono incomparabilmente più perniciosi alla sanità del corpo e alla morale.

La nazione francese non era più in grado di atteggiarsi a prima potenza incontestata del continente; bene o male doveva conformarsi alle condizioni di un equilibrio europeo seriamente inteso. Se il fatto dell'incivilimento pacifico del mondo può, protratto in lungo, tornare solamente in bene, tanto più un'altra conseguenza dell'arresto della popolazione in Francia move a tristezza ogni pensatore. La storia europea esordisce con l'aristocrazia popolare dei cittadini ellenici, e allora toccherà il culmine, quando l'aristocrazia popolare della razza bianca dominerà le terre di là dagli oceani. Nella grandiosa lotta mondiale, che sorge per tali questioni pregne di destini, la sorte più propizia è toccata alla stirpe anglosassone. Anche il tedesco deve guardare con balda fiducia a questo grande avvenire. Perciò si è già da tempo avuto cura, che la solerzia tedesca e l'operosità tedesca abbiano degni rappresentanti nel Mississipì e nel Yang-tse-Kiang, nel Cile come nel Giappone; e fin dal giorno di Königgrätz noi possiamo anche sperare, che nei paesi transatlantici la nazionalità e la lingua della Germania dureranno. Invece il francese avrà in questa gara una parte molto subordinata. La Francia non conosce emigrazione. Significano poco i 200.000 abitanti che abbandonano il paese nello spazio di dieci anni; significano quasi nulla, se poniamo mente, che le buone intelligenze delle classi medie fanno ressa quasi tutte per gl'impieghi, e che la Francia non manda negli uffici degli scali transatlantici le energie della sana gioventù, come la Germania o l'Inghilterra, ma gente per la più parte bacata o corrotta. Chi sa apprezzare pienamente la multiforme ricchezza della civiltà europea, lamenta con dolore, che questo inaridimento di forze del popolo francese minacci di aprire una lacuna irreparabile nella cultura del mondo. Ma il dado è gettato, e se tutti i segni non ingannano, la Francia dovrà rimanere una potenza europea in quel prodigioso avvenire, in cui sarà fatta la storia universale, in cui tedeschi e russi, inglesi e nordamericani troveranno nuove vie al commercio mondiale e nuove forme all'ascensione umana.

Il vezzo dei lavoratori delle città, che minacciava così gravemente l'equilibrio delle forze economiche, aveva almeno procurato all'impero il fedele attaccamento dei figliuoli prediletti? La sollevazione della Comune di Parigi dà una risposta schiacciante. I vantaggi, che l'impero accordò agli operai, non sono minimamente da paragonarsi con l'affrancamento da un'oppressione indicibile, concesso un tempo dai Cesari di Roma agli abitanti delle provincie. L'operaio teneva in faccia al bonapartismo un atteggiamento meno ostile che in faccia ai borghesi e ai legittimisti; il suo antico odio contro itransporteursdel sistema parlamentare non era ancora dissipato interamente. Lo stesso intento, così esaltato dai radicali, del dominio diretto del popolo, trovava pochi partigiani: in generale in questo mondo dibusinessnon vi era più posto per le teorie e gl'ideali. Una parte degli operai capì effettivamente ciò che i bonapartisti inculcavano loro senza tregua, che, cioè, «solo un governo forte e saldo può recar loro i miglioramenti, che gli arruffapopoli promettono a vuoto». Ma era vano cercare un vestigio di gratitudine sincera verso l'imperial benefattore. Se i potenti dell'impero piaggiavano le mani callose, se il poeta bonapartista Méry cantava agli operai della Tipografia centrale delle Ferrovie:

sachez bien que le jour viendra où de vos mains jaillira la lumière;

il quarto stato ne tirava la teoria, che esso governava l'impero e che la corte lo temeva. In verità, era assai breve la via che correva tra queste lusingherie e l'atroce canzone, che dopo la rivoluzione di febbraio sgargagliavano per tutti i canti della capitale:

un jour viendra que le riche éclairé donn'ra sa fille au forçat libéré!

Pochi mesi dopo che Jules Favre aveva pomposamente assicurato, che non esisteva plebe a Parigi, le petroliere della Comune apparecchiavano l'orrenda festa dei morti! Gli atti del Congresso del Lavoro di Ginevra del 1866 porsero un quadro istruttivo del cambiamento di animo di queste classi. Non un discorso sulle fantasticherie comunistiche dei tempi andati. Si disputò commercialmente, con talento pratico e con minacciosa serietà: gli operai intendevano di diventare capitalisti, consideravano la povertà e il salario come un'infamia e desideravano quanto meno la riduzione della giornata a otto ore, laddove al tempo della rivoluzione di febbraio le moltitudini si tenevano a dieci ore. Più tardi, al Congresso del Lavoro di Bruxelles, si domandò il pareggiamento della cultura, diégaliser les intelligences, se il mondo voleva effettivamente ottenere la vera eguaglianza. Quando ildemi-monderitornava dalle corse di Vincennes all'elegante quartiere diNotre Dame de Lorette, ed era uno splendido rimescolio di cabs, di broughams, di chaises, di snelli cavalli inglesi e di gravipercherons, di lacchè rossi e di postiglioni verdi, la folla domenicale che si allineava sui vasti boulevards gettava occhiate in cagnesco e insulti sulla sfilata, e accadeva sovente, che uomini in camiciotto rompessero le file per strappare dalla sua carrozza una bella dama ingioiellata. Chi ha assistito a una tale scena dev'essere ben fanciullone per credere, che la coscienza del popolo si elevi al cospetto del vizio scialante. Era l'antico immortale livore contro la ricchezza, e nemmeno il fasto della corte sfuggiva a una siffatta invidia. «Io voglio lavorare con le vostre mani e voi dovete digerire col mio stomaco»; così dice, secondo ilPropos de Labiénus, il patto fondamentale conchiuso da Napoleone III col suo popolo; e mille e mille seguivano l'opinione di Rogeard. L'atteggiamento politico di cotesta turba ignorante e insolente, che nemmeno l'emigrazione dei senza mestiere determinato sarebbe riuscita ad espurgare, non si poteva assolutamente calcolare. Anche la battaglia di giugno del 1848 aveva abbattuto solo pel momento la furia di saccheggio dei comunisti. L'iscrizione a una società segreta era, come per l'innanzi, il congruente dovere di onore di ogni operaio che sapeva leggere e scrivere; la lega dell'Internazionale, i cui inizi rimontano probabilmente ai giorni della rivoluzione di febbraio, coscriveva segretamente numerosi affiliati. Il nuovo diritto di sciopero fu abusato fino ai più rozzi e insensati scioperamenti. Una volta, prima delle elezioni comunali a Marsiglia, i giornali ufficiosi minacciarono, che se le elezioni fossero riuscite contrarie al governo, si sarebbero sospese le costruzioni pubbliche della città, che occupavano circa 50.000 operai: ma fu una minaccia che poi naturalmente non si ebbe il coraggio di effettuare. Ciò non ostante, gli operai votarono per l'opposizione, e non già perché amassero i retori del partito in parlamento, ma perché il governo, per quanto avesse fatto per loro, non aveva mai fatto abbastanza. A farla breve, nemmeno alle arti magiche del socialismo monarchico era riuscito di riconciliare il lavoro col capitale.

A tutta prima, la preferenza data ai lavoratori delle città sulle popolazioni delle campagne sembra enimmatica, perché l'imperatore ai ceti agricoli doveva il trono. Sovente egli si qualificava, con orgoglio imperatore contadino; e assicurava spesso che, più giusto della monarchia di luglio, intendeva di compiere l'elevazione dell'agricoltura prima della riforma della politica commerciale. Dichiarò il miglioramento dell'agricoltura più importante della trasformazione edilizia delle città, ed esigé dai prefetti, che alla coltura delle terre «rifacessero il debito posto tra i grandi interessi del paese»; per cui i ministri, poiché notoriamente ogni ordine imperiale veniva eseguito, affidarono che gl'illuminati intendimenti di Sua Maestà erano da tempo effettuati, e che l'agronomia non era mai stata tanto popolare e stimata come al presente. Il duca di Persigny curava con zelo particolare coteste inclinazioni bucoliche dell'imperatore; faceva la sua regolare apparizione in tutte le festività agricole del suo paese, nel contado di Forez; per esaltare di contro all'irrequietudine e all'odio di classe delle città l'innocenza, la fedeltà, la temperanza dei contadini. Anche i prefetti impararono presto a melodiare sui trilli di questo Teocrito bonapartista. Ad onta di ciò, perché mai l'agricoltura rimase la figliastra dell'impero? Dai tempi dei bagaudi galloromani l'agricoltore francese effettivamente non era mai stato fortunato: ma perché questa antica triste legge della storia francese non si mutò sotto l'imperatore contadino? I contadini costituivano il sostegno più sicuro dell'impero; il loro sentimento bonapartistico era talmente appassionato, che in caso di bisogno sarebbe stato agevole rievocare appunto nelle contrade più rozze, dell'impero una jacquerie per l'imperatore. Ma precisamente per questo tornava meglio trascurare i contadini anziché gli operai, di cui era immediato il pericolo che minacciavano. Inoltre la modestia e la lentezza dei lavori agricoli offriva poco spazio a quei magnifici spettacoli di parata, di cui la tirannide aveva bisogno. L'agricoltura è la più libera delle professioni e non può fiorire durevolmente senza una certa indipendenza dei comuni campagnuoli; ragione per cui subisce l'opposizione istintiva della burocrazia. Inoltre gl'impiegati, del tutto educati e conformati cittadinamente, si ritrovano nuovi, in completa incompetenza, davanti alla coltura della terra. Da tempo immemorabile non esisteva un prefetto, che fosse egli stesso un attivo agronomo: quel vincolo tra gli uffici amministrativi e le grandi proprietà fondiarie che in modo così prezioso è stabilito nei consigli provinciali prussiani, non era concepibile nelle condizioni sociali della Francia. Fin dalla rivoluzione di luglio la grande proprietà fondiaria era sospettata di sentimenti legittimisti: la monarchia borghese dimostrò al Congresso centrale degli Agricoltori, presieduto dall'antico ministro borbonico Decazes, un malvolere dichiarato, che da allora si perpetuò nella burocrazia. Siccome, per giunta, a ogni grande possedimento fondiario è collegato un casato aristocratico, e siccome i progressi tecnici notevoli dell'agricoltura non possono di regola venire che da questi aristocratici campagnuoli, anche la stampa nel suo zelo di eguaglianza porse un gramo appoggio agli sforzi per le riforme dell'agricoltura.

Talché in tale campo i saggi felicitatori dell'imperatore ebbero esito scarso, sebbene Napoleone III abbia indiscutibilmente procacciato, per l'agricoltura mille volte più della monarchia di luglio. Furono fondate una folla di società agricole, e fatte innumerevoli esposizioni, in cui il prefetto appuntava al solerte agricoltore il distintivo d'onore dal nastro azzurro, e anche, nei momenti solenni di virile commozione, imprimeva un casto bacio sulle labbra di una esemplare vergine vaccaia. Grandiosi istituti di credito dovevano riparare alla scarsezza di capitale dei contadini, e fin dal 1859 esisteva, messa su riccamente, una società di assicurazione per la gente di campagna. Nelle scuole elementari fu resa di rigore la diffusione delle cognizioni agricole, e nel 1866 fu disposta con gran fragore un'inchiesta di stato su tutte le escogitabili condizioni dell'agricoltura. Lo stato ha con dispendi enormi dissodato lelandesdeserte del Mezzogiorno occidentale e le ha ripartite a piccoli proprietari, in modo che oggigiorno la Guascogna comprende tuttora soltanto 9.500 ettari di terre incolte contro 283.000 che erano nel 1857. Nelle regioni più abbandonate della Sologna e del Berry l'imperatore fondò anche poderi modello, i cui successi tecnici, strappati a forza di spese fuori di ogni convenienza, non offrivano certo alcun modello al povero contadino. Tuttavia il maggior merito, che l'imperatore si fece rispetto all'agricoltura, era fondato nella sua politica commerciale. Quando Napoleone III tra l'esosa resistenza dei proprietari di terre ridusse prima il dazio sulle telerie e il bestiame e poi soppresse i dazi protettori agricoli e abolì interamente la scala mobile, egli menò a termine una riforma salutare, che sarà riconosciuta un giorno da una generazione imparziale.

Purtroppo, i propositi illuminati del monarca erano però attraversati di continuo dalla saccenteria burocratica. Le società agricole erano sottoposte alla sorveglianza dei prefetti, e perciò non prosperavano. La loro unificazione a un centro era tenuta pericolosa; perfino negli ultimi tempi più liberali dell'impero fu proibito un congresso di vinicoltori. I commercianti eleggevano bensì le camere di commercio, ma il prefetto nominava ilconseil, che nelle questioni agricole gli dava i pareri tecnici. In tal modo accadeva, che nei consigli non prendeva parte nemmeno uno solo dei grandi proprietari di terre. Il prefetto aveva la presidenza e nominava il segretario. L'onnisapienza burocratica non si teneva non di rado dal vietare la raccolta, se il grano secondo l'opinione del prefetto non era ancora maturo, e vietava la sarchiatura della paglia, perché la tirannide socialistica doveva aver cura degli spigolatori; e quante altre cose meglio sono degne del paese degli Abderiti, il signor di Esterno le ha descritte nella sua unilaterale ma istruttiva monografiaLes privilégiés de l'ancien régime et les privilégiés du nouveau. Se il sistema delle strade vicinali, ad onta di tutti i richiami dell'imperatore, non si potè sviluppare, e alcune regioni della Francia centrale ricordavano le Gallie romane perché magnifiche strade imperiali attraversavano un paese impraticabile, la colpa era ora e sempre dell'amministrazione burocratica. Solo i comuni autonomi costruiscono le vie vicinali; e, parimente, solo i comuni autonomi assicurano i rimedi all'inconveniente, che i ragazzi dei contadini non imparino mai a conoscere le idee elementari della teoria del loro mestiere.

Gl'istituti di credito posti in iscena con tanta pompa, aggranfiati dal furibondo spirito affarista del tempo, non profittarono quasi in niente al mestiere senza pretese del contadino. La società delCrédit foncierimpiegò in 13 anni, dal 1852 al 1865, 714 milioni, di cui la metà nella trasformazione edilizia di Parigi, e per la campagna non più che la somma risibilmente meschina di 57 milioni. Anche lecités ouvrièresdoverono presto rinunziare all'assistenza di quella società, giacché i dividendi alti, che lo speculatore agognava, non potevano certo uscire da un'impresa veramente di pubblica utilità. Altrettanto sterile per l'agricoltura si dimostrò il così dettoCrédit agricole. C'è di più: gli esattori delle imposte, agenti ufficiali delCrédit foncier, ricevendo il premio per ogni somma che versavano alla società, si davano da fare per attirare a Parigi i risparmi dei contadini, invece di far affluire sull'agricoltura il danaro della capitale. Importanti società agricole per assicurazione dalle alluvioni e simili furono costituite invano; il gioco di borsa o l'alto dividendo delle banche di credito di Parigi sembravano più attraenti. E come inciampò nella speculazione, il contadino si disaffezionò dal suo modesto mestiere. In questo modo l'agricoltore ebbe a soffrire sotto il socialismo monarchico per due ragioni: i capitali della campagna affluirono alla metropoli, e in pari tempo salì il salario pei lavori campestri, perché i lavori edilizi delle città richiamavano i giornalieri.

Il dirizzone burocratico impedì anche a questo regime del moto perpetuo di metter mano a correggere le antiche leggi difettose che opprimevano l'agricoltore. IlCode rural, al quale dal 1808 lavorarono cinque sistemi, non fu mai ultimato. Il principio salutare della libera divisibilità delle terre sortisce effetti palesemente rovinosi, se non viene alleviato l'aggravio delle preselle. Ma l'elevata tassazione delle permute, che i Borboni avevano abolito sull'esempio della Prussia e dell'Inghilterra, reintegrata poi dagli Orléans, continuò tuttora sotto l'impero, in guisa che le contribuzioni degli appezzamenti ampiamente scompartiti avanzavano appena. Le tasse sulla vendita dei fondi e annesse spese legali ammontavano al 10 per cento del valore: nel 1862 furono venduti per 2 miliardi di fondi con un dispendio di 214 milioni tra spese e tasse. Non meno oneroso riusciva con le sue spese e formalità afflittive l'ordinamento ipotecario tuttora immutato. Ma ciò che opprimeva i contadini non erano le imposte dirette, come affermavano gli oratori di opposizione; e nemmeno le tasse irragionevoli sulle porte e le finestre, poiché gli abituri senza finestre, che tanto ripugnano all'occhio dell'uomo del Nord, non sono affatto incomportabili con le abitudini di vita degli uomini del Sud. Ciò che pesava duramente sull'agricoltore era la mancanza di credito, aggravata da una legislazione agraria introdotta sotto il dominio delle classi medie urbane e dalla febbre della speculazione dell'impero. Nel 1850 di 7,846 milioni di proprietà fondiarie 3 milioni erano esentate per insolvibilità. L'assoggettamento della campagna al capitale cittadino, cotesto antico malanno dell'Italia, cominciò a propagarsi anche in Francia: assai di frequente il piccolo proprietario rustico nelle regioni molto appezzate del canale veniva incettato affatto dai fabbricanti di Rouen e di Elbeuf. Perfino la sicurezza delle persone e della proprietà non era abbastanza tutelata in campagna. Tale ineguaglianza era gravemente sentita da un popolo, che aveva rotto con tutti i privilegi.

Questa terra meravigliosamente ricca, i cui immensi rinfranchi non possono apprezzarsi facilmente, superò senza troppi lamenti, sugli esordi dell'impero, tre cattive raccolte l'una dietro l'altra, il colera, varie guerre e inondazioni. L'agricoltura cavò, come è giusto, qualche vantaggio dal nuovo risveglio dell'ardore economico. Menzioniamo soltanto l'allevamento dei cavalli, il cui numero e valore, non ostante le ferrovie, salì notevolmente. L'esportazione dei percherons crebbe di anno in anno, e i corridori francesi batterono ripetutamente nelle corse di Baden e di Parigi i cavalli inglesi e tedeschi. Noi inoltre non siamo affatto dell'avviso di molti politici conservatori, che sia necessario all'agricoltura francese il passaggio al sistema inglese dell'affitto. Qui si tratta di costumi e idee tenaci della nazione, che sono più potenti delle dottrine di partito. Ammesso pure che il fittaiuolo inglese raggiunga risultati tecnicamente più splendidi, nulladimeno la Francia nei suoi milioni di liberi contadini possiede un tesoro morale, il cui valore politico aprirebbe facilmente gli occhi agli scettici nell'evento di una guerra europea. Ma i monti d'oro, che l'impero prometteva agli agricoltori, sono tuttora un sogno. Il piccolo agricoltore, ignorante e senza capitale, sa tuttora usare assai poco i concimi, e non sa quasi affatto d'irrigazione e di bonificamento; e tuttora risuona l'antico lamento degli agronomi, che l'agricoltura si volga unicamente ai cereali e trascuri l'allevamento del bestiame e gli erbaggi. Insomma anche sotto l'imperatore contadino l'agricoltura rimase il mestiere più umile, incomparabilmente meno onorato e lucrativo della burocrazia e del foro, dell'industria e della borsa.

Mentre l'agricoltura non sapeva risollevarsi dalla sua malsania inveterata, per contro il commercio e l'industria venivano iniziati alle fortune di un'età novella da un atto dell'imperatore, che, già mezzo dimenticato dagl'ingrati contemporanei, basta da solo ad assicurare al nome di Napoleone III una fama imperitura. Per assicurare la libertà del commercio, l'imperatore dové romperla con alcuni dommi della religione napoleonica, con le abitudini burocratiche e coi pregiudizi nazionali; anzi, di più, addirittura con la tradizione storica del suo stato. Un tempo egli aveva rispettato fidamente le idee protezioniste dello zio; poi era stato testimone oculare dell'ardita conversione di Roberto Peel, e più tardi apprese da Cavour, da Michele Chevalier e dai conservatori progressisti della monarchia di luglio, Morny e Girardin, quanto le loro aspirazioni liberoscambiste avessero esacerbato la borghesia. Ma lo stesso Girardin si aspettava solo per un lontano avvenire l'abiura, da parte del governo, dell'antichissima consuetudine del sistema proibitivo. Frattanto l'imperatore aveva capito le mutate condizioni del commercio mondiale; e che egli abbia osato gettarsi nell'alta marea della moderna vita commerciale, che sia stato capace di comprendere la nuova età sullo sboccio, che abbia opposto una volta all'egoismo delle classi un atto monarchico di giustizia distributiva, ecco, in ciò appunto consiste la più bella gloria del suo governo. Egli previde, che la riforma delle insostenibili tariffe della Francia e dell'Inghilterra s'imponeva, e che questa riforma, senza un'intesa reciproca, minacciava di sconvolgere gl'interessi industriali dei due paesi. Ed egli profittò del momento favorevole, quando la riputazione dell'impero dopo le vittorie in Italia toccava il culmine, per cercare, con l'opera di specialisti dei due stati, principalmente di Cobden e di Chevalier, un accomodamento delle reciproche pretese, per altro estremamente difficile, tanto era grande la differenza delle due tariffe. Finalmente il 23 gennaio 1860 il trattato di commercio fu concluso. Subito dopo la statua di Richard Cobden fu rizzata a buon diritto nel castello di Versailles in mezzo ai grandi della Francia. Quando la somma di tutto il commercio di esportazione e d'importazione, che nel 1850 ascendeva a non più che 2500 milioni, ammontò nel 1865 a 7614 milioni; quando l'esportazione, singolarmente degliarticles de Parise degli oggetti anche più fini in cui s'invaloriscono il senso squisito della bellezza e il gusto dei francesi, crebbe affatto smisuratamente; allora siffatti numeri doverono ben provare a ogni persona imparziale i benefizi del libero traffico, ad onta della riconosciuta abilità della statistica imperiale, che dimostrava continuamente ciò che voleva dimostrare.

Considerazioni politiche ed economiche costrinsero, l'imperatore a spingere la libertà del commercio sulla via dei dazi differenziali e dei trattati commerciali. Si trattava di cattivare il consenso del corpo legislativo, del quale, dato il cambiamento legale generale delle tariffe, era impossibile far di meno. Si trattava inoltre d'indurre, col timore di perdere il mercato francese, gli stati vicini sul cammino del libero traffico e, nello stesso tempo, assicurare qualche compenso all'industria francese. E soprattutto l'eletto del popolo aveva a cuore di apparire al mondo come l'apportatore di pace e il precursore di un progresso europeo. Volle sentirsi in diritto di dire alla camera di commercio di Lione: «la Francia in Europa dà l'impulso a tutte le idee grandi e magnanime»; e conciliare in tal modo molti interessi di classe danneggiati, appagando la vanità nazionale. Si susseguirono rapidamente l'uno all'altro i trattati di commercio col Belgio, con l'Italia, con la Germania. La diplomazia, conformandosi al sogno d'oro dell'apostolo della pace, parve immergersi completamente nella politica commerciale; e nacque allora quella nuova forma umanissima dei trattati di commercio, la quale non mira più ad assicurare prerogative alle parti contraenti, ma vuole soltanto impedire, che rimanga adito al privilegio dei terzi. Mercé questa catena di trattati commerciali, mercé il trattato di passaporto con l'Inghilterra e via dicendo, fu fondato il mercato libero dell'Europa occidentale, e fu effettuato in senso equo e ragionevole quel sistema federativo europeo, a cui invano si era sforzato di pervenire lo zio con astuta cupidigia di dominio. L'imperatore poté annunziare con soddisfazione: «è compiuta finalmente la terribile invasione da tanto tempo predetta sul suolo inglese», e invitare la sua nazione a «inaugurare baldamente una nuova êra di pace».

Cotesta ascensione dei popoli promossa dal dispotismo non ispira certo un appagamento così sereno, quale fu dato un tempo da quel rinfrancante spettacolo di rischiaramento degli spiriti nella libera disputa, che precede in Inghilterra l'abolizione delle leggi sul grano. I liberoscambisti di Francia un tempo lamentavano, che fosse loro rifiutata la diffusione delle proprie idee con la libertà di parola; ma accettarono ora con allegrezza ilcoup d'autorité, anzi lo accettarono con orgoglio. Il che è certamente un triste argomento per l'inefficacia dell'educazione politica. Bisogna pur dire la cruda parola: senza l'imposizione imperiale, la Francia ancora per decenni sarebbe rimasta priva del benefizio del libero scambio. La spaventosa insipienza e l'egoismo della maggior parte dei membri del corpo legislativo, inviluppati in mille affari d'industria e di accanita speculazione, non lasciavano dubbio, che una riforma parlamentare della politica commerciale fosse impossibile. La volontà del monarca in questo caso speciale aveva non soltanto migliorato la legge, ma anche sollecitato l'educazione della nazione alla libertà, almeno per quanto la libertà era compatibile in questo paese. Il momento politico favorevole della riforma fu, sotto l'aspetto economico, scelto assai infelicemente. Il paese soffriva della cattiva raccolta del 1861, il commercio del cotone della guerra americana; e alcuni rami dell'industria effettivamente non erano ancora abbastanza maturi per reggere alla concorrenza inglese. Nulladimeno la disposizione liberoscambista del Mezzogiorno e dell'Occidente prese a poco a poco il sopravvento sulle perplessità protezioniste del Settentrione. Se in Francia si sono consumate nel passato decennio non più che 10 libbre di caffé e 3 libbre di zucchero a testa, e nell'Unione doganale, incomparabilmente meno favorita dalla natura, 10, 50 libbre di caffé e 4 di zucchero, bisogna sempre a ogni modo tener conto delle differenti abitudini di consumo dei settentrionali e dei meridionali; tuttavia anche da queste e consimili cifre risulta chiaro, che l'economia del privilegiato paese non dava ancora ciò che poteva. Principalmente nella stampa si fece sempre più viva la persuasione, che solo l'affrancamento delle forze economiche avrebbe potuto mettere interamente in valore la potenzialità del paese: se la pace durava, pareva impossibile una ricaduta nel sistema proibitivo inteso secondo i dettami della scuola pratica degli ultimi anni. La libertà del commercio dà all'uomo moderno la piena coscienza della sua energia personale. E assai di rado la prima ampia breccia nel sistema della tutela burocratica è stata aperta da un atto dispotico del governo burocratico.

Il detto di Napoleone III: «un popolo è tanto più ricco e felice quanta più ricchezza e felicità contribuisce ad arrecare agli altri», era a poco a poco divenuto in Francia un luogo comune. Era a sperare, che cotesta verità fondamentale umana della moderna arte di governo sarebbe appresa anche nei rapporti delle classi e sarebbe applicata nella politica estera. Ma in questo, come in tutti gli altri campi della vita pubblica, la guerra germanica e la terza repubblica hanno apportato una rude reazione: la follia della politica commerciale del grande cittadino Thiers doveva di nuovo dimostrare al mondo, che lamédiocrité méconnuedi Luigi Napoleone ad onta di tutti i suoi falli era stata più prudente e più liberale che non sarebbe mai un uomo di stato dell'ultima generazione francese.

Il famoso aforismo: «la Francia è abbastanza ricca per pagare la sua gloria», non manca di fondamento: la prodigiosa potenza del lavoro e del risparmio nell'economia moderna supera ogni previsione. La terraferma non aveva mai visto forse una produzione economica così gigantesca, come nei due massimi momenti della speculazione sotto l'impero, cioè dopo il colpo di stato e dopo la guerra di Crimea. Era il tempo che Girardin disse:il n'y à plus rien à faire aujourd'hui que de se faire millionaire. Perfino cotesto instancabile regime imperiale non poté tener dietro ai colossali progressi del traffico. La riforma delle poste e l'estensione delle linee telegrafiche, che destarono tanta meraviglia dopo il colpo di stato, a breve andare non bastarono più: presto la posta francese rimase alla coda rispetto ai paesi vicini. All'antica rete ferroviaria delle sei grandi compagnie se ne aggiunse una seconda e più recentemente anche una terza: talché, mentre nel 1857 si avevano 1330 chilometri di ferrovie, nove anni dopo si era a 21.050 chilometri in esercizio o in costruzione, e ogni giorno sorgevano nuovi progetti. Le opere dell'impero nel campo della politica economica posero affatto in ombra i provvedimenti dei Borboni e degli Orléans; solo che risentivano morbosamente dei due difetti, che rimontano ai mali politici fondamentali del sistema. L'esagerato accentramento gravava anche sul traffico: il monopolio della banca era sempre in vigore, ed effettivamente la Banca di Francia non era in realtà che la banca di Parigi, e il suo credito andava in preponderanza tutto a favore della capitale. E lo spirito di speculazione vertiginosa e vanagloriosa, che era nell'essenza della tirannide democratica, raggiunse appunto nella vita industriale un'altezza spaventevole: una pioggia d'oro doveva consolare la borghesia defraudata dei suoi beni ideali. Certo, il gioco di borsa è inveterato sul suolo di Parigi, era già in vigore in tempi di economia tuttora bambina, nei giorni di Law, quando evidentemente tornava più rovinoso di ora, che una parte degli speculatori di borsa esercitano come una seria incombenza l'ufficio di pionieri. Ma i 9998 milioni di prestiti esteri che furono negoziati alla borsa di Parigi nei dieci anni dopo il 1855, e nel solo anno 1863 1205 milioni, indicano in verità uno stato di febbre; e tanto più, perché i prestiti più vertiginosi degli stati più discreditati, quali l'Austria e il Messico, l'Italia e la Spagna, la Russia e la Turchia, godevano del particolare favore dei pezzi grossi della borsa di Parigi. Quando gl'ipocondrici eruditi hanno ravvicinato gli epuloni del secondo impero a Roma antica, l'obiezione da fare era semplice: la ricchezza moderna è ammassata col lavoro, quella dei Romani era un ammassamento di rapine. Tuttavia innanzi alle ditte Mirès e Solar, Pereire e Co., e tante altre scandalose fortune nate di fresco, anche quest'ultima consolazione sembra di dubbia efficacia.

Il governo stesso risentiva penosamente di cotesta strapotenza artificialmente abbottata della borsa, e si vide costretto nei suoi disegni politici a trarre un partito supremamente indecoroso dal ribasso; e raccolse così non altro che i frutti del suo operato. Il potere statale del bonapartismo si credé in dovere di additare la via anche al capitale della nazione. Indusse i possidenti a collocare miliardi in Italia, nel Messico, in Austria; e a tutti è noto quanto favore partigiano accordò lo stato ai nuovi istituti di credito, e con quanta spudoratezza la Società del Credito mobiliare ebbe agio di sfruttare i più importanti interessi commerciali del paese alla locupletazione della ditta. L'idea di una società di credito che deve servire soltanto allo scopo di trovare nuovi collocamenti al capitale e di provocare nuove imprese per azioni, risponde chiaramente al carattere di uno stato burocratico dove ognuno è abituato a seguire la spinta venuta dall'alto; ragion per cui non ha mai trovato il buon terreno di attecchimento nei paesi dell'attività industriale indipendente, in Inghilterra e nell'America del Nord. La società condusse alcuni anni di abbagliante splendore, che sedussero alla lode anticipata anche l'economista londinese; in seguito, in quel tempo di sfiducia che fin dal 1864 gravò sul traffico, risultò palese, che l'unione in una sola mano di una così ponderosa e multiforme congerie d'imprese superava oltre ogni misura la potenza intellettuale di un uomo. La splendida intrapresa volse al tramonto: anche in questo caso il sistema seppe svegliare energie, ma non seppe menarle avanti e conservarle. Riflettendo su tali esperienze, noi intendiamo bene il perché uno dei nostri principali commercianti tedeschi, un autentico rappresentante della vecchia borghesia, soleva dire mestamente: «tempi come quelli di Luigi Filippo, noi non li rivedremo più!». L'estensione degli affari era smisuratamente aumentata fin dai giorni della monarchia borghese; ma l'arrabattarsi febbrile dello stato socialistico, la grossolana foia di godimento del tempo facevano apparire anche l'attività economica come un'avventura, come un giocar d'audacia. Inoltre la formazione del capitale sempre dal nuovo fu turbata dal fasto della corte e dalle guerre, dall'inaudita spensieratezza dell'amministrazione finanziaria.

Se promesse vi sono, non mantenute in seguito, sono indubbiamente quelle fatte dal pretendente di economie napoleoniche, che ritornano sempre negli scritti di Luigi Bonaparte in mezzo a vivaci attacchi contro gli sperperi del parlamentarismo. Ma il nipote non poteva, come lo zio, alleggerire il proprio stato mercé i tributi dei paesi soggiogati, né possedeva il talento finanziario, il senso militare dell'ordine che aveva l'antenato. Il motto d'ordine in voga tra i malcontenti, «libertà o bancarotta», era certo una frase, e altrettanto vuota e frivola come l'altra «libertà o guerra». Le finanze dell'impero anche nella primavera del 1870 non versavano affatto in condizioni tanto disperate, come il bilancio dell'antico regime prima della Rivoluzione; e nemmeno possiamo concedere, che ai tempi parlamentari il mantenimento dello stato si sia segnalato in fatto di ordine e di economia. Soltanto la Restaurazione ha amministrato esemplarmente le finanze, e ciò per opera di burocratici come Villèle e Louis, i quali del resto non aderivano minimamente alla dottrina costituzionale. Durante la fioritura del parlamentarismo l'indebitamento dello stato crebbe invece irrefrenabilmente, sebbene la monarchia di luglio ben poco avesse fatto pel benessere dei molti e per la potenza del regno. Anche la situazione malsincera e malsicura del bilancio è una eredità del tempo parlamentare. Fin dal 1848 Lasteyrie mosse l'accusa ben giustificata: «l'impalcatura del nostro bilancio è rinzeppata d'inganni e finzioni». L'ultimo prestito del regno di luglio, nel 1847, fu conchiuso al corso di 75 lire e 15 centesimi; ma le rendite furono subito iscritte nel Gran libro, mentre il capitale fu versato a poco a poco appena in due anni; donde sortì un corso solamente di poco più favorevole di quello, a cui poté arrivare nel 1868 l'impero, dopo provvedimenti incomparabilmente più grandi e onerosi a favore del pubblico bene. La nota lettera del duca di Joinville scritta poco prima del febbraio porge spiegazioni indubbie sulle angustie dell'economia pubblica del regime borghese.


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