La tirannide socialista volle fare grandi cose, e perciò non le fu lecito di spaventarsi davanti alle spese elevate e ai debiti sopra debiti: più volte ha sospeso subito o limitato l'ammortizzazione del debito; ma a ogni modo anche sotto il regno di luglio si poteva elevare il sensato dubbio: a che cotesto ammortizzamento in piena perdita, se in pari tempo sono contratti nuovi debiti più grandi? L'impero si propose di compensare le spese in necessario aumento con un progresso anche più vivo dell'economia. Un tale sistema non si condanna con l'allegazione di alcuni grandi numeri. Noi piuttosto domanderemo: il benessere del popolo è davvero cresciuto più prontamente che non il carico dello stato? e le enormi spese pubbliche sono state effettivamente produttive? Alla prima domanda bisogna assentire, alla seconda non si può rispondere che con un no reciso.
Per sé stesso il peso del debito non era esorbitante. Se la Gran Bretagna portava con facilità i suoi 19 miliardi, la Francia non poteva certo finire di esinanizione sotto il carico di 12 miliardi e 123 milioni. Anche rispetto alle imposte il ricco paese con un sistema razionale avrebbe reso di gran lunga di più che sotto Napoleone; certamente 2 miliardi e mezzo. L'affermazione del benemerito statistico Horn, che ogni francese pagava allo stato un quarto delle proprie entrate, deve essere riguardata da qualunque persona imparziale come un'esagerazione suggerita dall'odio partigiano. Ma la difettosa ripartizione del peso tributario e l'oppressione dell'agricoltore rincarata dallo stesso stato, rendevano impraticabile un inasprimento delle imposte dirette; talché a ogni nuova esigenza lo stato non vedeva altra via che le contribuzioni indirette e i prestiti. E con che furioso aumento crebbero spese e debiti! Il bilancio di emissione aveva rotto già da un pezzo il terzo miliardo, e si arguiva facilmente che non sarebbe mai più ridisceso ai due miliardi: ben a proposito Thiers aveva esclamato una volta, dopo che il bilancio aveva sormontato il primo miliardo:saluez ce milliard, vous ne le reverrez plus!L'impero divorò in media 800 milioni all'anno più del regno di luglio. L'amministrazione del debito consolidato aveva a pagare, nella primavera del 1870, 364 milioni di rendite annue; dei quali 54 milioni risalivano alla repubblica, 133 milioni erano sopraggiunti sotto l'impero. Cosicché il debito si era raddoppiato in 22 anni, e proprio in quelli in cui il suolo francese non era stato mai calcato da soldato straniero. Inoltre era stato preso a prestito tra comuni e dipartimenti un capitale di 2 miliardi; e il debito fluttuante dello stato raggiunse in fine la vertiginosa altezza di 923 milioni. L'avventatezza di una finanza siffatta è palmare. Nello stesso tempo, però, il movimento ferroviario crebbe di dodici volte, il numero delle locomotive salì da 7779 a 25.027, le miniere di carbon fossile diedero un prodotto di 11 milioni di tonnellate nel 1864, vale a dire considerevolmente più dell'intera produzione europea di carbon fossile calcolata da Villefosse pel 1808; e dopo che gli ultimi prestiti della terza repubblica, non ostante le perturbazioni guerresche tanto gravi, hanno pure condotto a un risultato così cospicuo, è lecito tuttavia affermare, che il benessere del popolo sotto Napoleone III è proceduto a ogni modo di pari passo con lo sbalzo violento del bilancio.
Ma in che cosa dunque furono impiegate quelle somme colossali? Sopra abbiamo visto, che dei capitali usati nei lavori pubblici una parte, e non più che una parte, può tenersi produttiva. Il politico deve considerare come produttivi anche i 1348 milioni inghiottiti dalla guerra di Crimea, e le spese della guerra d'Italia: la scuola di Manchester ci perdonerà una tale eresia. Pure, come era formidabilmente ingrossata l'inveterata dissipazione e la disonestà della burocrazia sotto la stupidità materialistica di cotesto sistema! Quanti milioni in quelle grandi imprese dello stato sdrucciolavano nelle saccocce di luridi costruttori e borsaiuoli di borsa! La corte, le camere e le supreme dignità dello stato esigevano sotto Luigi Filippo 31,5 milioni all'anno; l'impero dové offrire ai suoi fidi ben altre provvisioni, e richiese a tal fine 58,5 milioni, di cui solo per la corte 26,5 milioni, laddove il re borghese si contentava di 13,3 milioni: la metà. Perfino siffatte spese la stampa cortigiana ascrisse a gloria dell'imperatore; e impiantò come una novella scoperta scientifica la tesi, che il lusso, che è giustificato e riesce allietante solamente come un sintomo di elevato benessere popolare, crei addirittura nuovi valori: che è quell'antica teoria del «dar danaro alla gente», che una volta fu bandita in Germania da penne ligie, al tempo del polacco Augusto e dello svevo Carlo. Solo che una favola da nutrice, che cento anni fa riusciva a stento a mettere l'animo in pace alla buona gente paziente della sorgiva del Nesen e dell'Elba Superiore, avrebbe poi trovato credito durevole presso una nazione orgogliosa e tutt'altro che devota suddita?
Circa il 1860 il bonapartismo credé di aver trovato il mezzo di appagamento franco di spesa della sete di gloria nazionale: infatti le spese di spedizioni armate transoceaniche in paesi semibarbari sarebbero state coperte dal bottino e dai tributi. Già le imprese in Cina e in Cocincina avevano dato un esito finanziario dubbio; poi in fine l'inconcepibile follia della spedizione messicana gravò infruttuosamente e ingloriosamente lo stato di un altro miliardo; e d'allora in poi le spese militari,la grosse affaire du budget, salirono con una spaventosa rapidità. Rientrava semplicemente nel corso naturale della politica questa espiazione che ora faceva lo stato di vecchi peccati di omissione, e questo non voler rinunziare alla gloria di prima potenza militare. Negli ultimi anni prima della guerra germanica la Francia consumava 449 milioni annui per l'esercito e la flotta; vale a dire 100 milioni interi in più della Confederazione germanica del Nord, che ne usciva con 91 milioni e mezzo di talleri: e bisogna aggiungere i nuovi prestiti, devoluti quasi esclusivamente a scopi militari, e tra quelli, nel solo anno 1868, un prestito di 440 milioni. L'impero si trovava in cattiva coscienza davanti ai discorsi iracondi dell'opposizione, giacché soltanto la sua propria colpa, la disgraziata impresa del Messico, aveva fatto dei nuovi armamenti una necessità. E come fossero delittuosamente scialacquati i denari delle enormi spese militari, lo avrebbe rivelato la guerra tedesca. Il finanziere più capace del bonapartismo, Fould, si esaurì in esortazioni ed ammonizioni; dopo la sua morte l'impero non ebbe che due uomini, i quali godevano di una certa riputazione alla borsa, Germiny e Vuitry. I creditori dello stato, inquieti già da un pezzo, domandavano per propria sicurezza un sindacato parlamentare più severo sulle finanze. Le notevoli sottoscrizioni ai prestiti del 1868 non affidarono minimamente come una prova di un saldo credito statale, perché il ristagno del commercio versava sul mercato abbondanti capitali disoccupati, e dopo le cattive esperienze fatte lo speculatore si guardava dagli altri titoli di borsa. Il politico serio però non può contentarsi del motto di spirito del signor Thiers: «se è pericoloso, come dicono, possedere la libertà, è però molto costoso non averla»: egli anzi deve penetrare la grave contraddizione di principio in cotesta strana economia statale. Le spese statali erano state mutate fondamentalmente dal socialismo monarchico, ma il sistema delle entrate, astrazion fatta della riforma doganale, sostanzialmente non era stato trasformato: un'idea economica creatrice, che facesse piovere dall'alto le ricchezze della nazione per la politica della felicitazione del popolo, non era nata nel mondo in nessun luogo. La Francia soffriva dello sforzo impossibile di voler conservare in pari tempo tutto il lusso e la lussuria della pace e, insieme, il formidabile arnese della politica di conquista. Presto o tardi doveva scoccare l'ora, che una guerra infelice avrebbe mandato a rotoli il castello di carta di questa economia pubblica di farnetico.
Con quale frequenza non fu espresso nel generale abbrutimento della società sotto la repubblica il nostalgico desiderio: ci si conceda il diritto alla quiete, e il genio francese spiccherà nuovi voli! La quiete venne, venne quiete a macca, ma l'anelato rifiorimento della vita intellettuale non venne; e che non potesse tornare lo mostrava lo stesso lamento, che il mondo si fosse abituato a considerare il pensiero come un lusso, come un'occupazione delle ore morte. La monarchia aristocratica del tempo antico poteva bene portare avanti gli uomini significativi, laddove sotto un dispotismo fondato sulla completa eguaglianza sociale, la potenza delle menti e degli animi non poteva elevarsi di troppo. Si eleggesse pure a modello quanto voleva il bonapartismo i portamenti e le cerimonie di Versailles: i giorni di Racine e di Molière erano andati, e con loro anche il garbo fine di Luigi XIV non tornava più.
La nuova corte si mantenne insomma una società di nuovi venuti e di avventurieri: Morny, Walevski, Prospero Merimée non furono dai loro singolari rapporti con la casa imperiale trasfigurati niente affatto in persone per bene. Stava a capo una donna di più che equivoco passato, e le mode che questo capetto affaccendato dettava al mondo con turbinosa vicenda, tenevano in frenesia le sgualdrinelle della capitale. L'imperatore, che nel tratto personale mostrava non già un'affabilità ricercata ma la naturale semplicità dell'uomo perspicace addestrato alla scuola della vita, pure nella sua corte non seppe far di meno dello sfarzo senza gusto dell'avventuriero. Sprezzatore cinico degli uomini, quale era da gran tempo, egli non aveva mai creduto che valesse la pena di mettere seriamente alla prova gli uomini onde era circondato, sebbene i rapporti personali del monarca in un governo assoluto tirino dietro di sé conseguenze inevitabilmente politiche. Perciò intorno al sovrano si pigiava undemi-mondedi uomini e donne della specie più abietta. Le rivelazioni sulle Tuileries, con cui i catoni della terza repubblica si pensavano di distruggere la fama del secondo impero, non propalarono certo nulla di più piccante di ciò che già tutti sapevano. Ma lo spettacolo è nauseante: quella corte priva affatto di pensiero, barcollante tra la lascivia e una superstizione da carbonai; quei parenti imperiali avventurieri, che assediano il cugino fortunato di lettere di pitocchi insolenti; quell'eletto del popolo, che crede sul serio alle stupide stregonerie del visionario Home! In un tale guazzabuglio di destrezza e di teatralità non erano rari solamente i caratteri, tanto che l'impeccabile patriottismo di Touvenel era solitario; ma era quasi sparita la fede nella lealtà disinteressata, nella buona coscienza dei potenti. Si sacrificava a Mammona anche più spudoratamente che sotto il re borghese: la cupidigia dell'oro e del godimento, la paura di sembrare ridicoli con qualche debolezza nulla nulla idealistica, costituivano il sentimento dominante nelle ampie sfere della gioventùblasée. Quando una volta uno speculatore molto stimato a corte s'impiccò pel suo disgraziato gioco di borsa, pervenne ai giornali l'istruzione, che bisognava risparmiare la famiglia, appianare la perdita dei beni e significare che lo sventurato avesse posto fine ai suoi giorni per l'infedeltà della moglie. Piccoli tratti del genere palesano più chiaramente delle lunghe descrizioni a qual misura quella società misurasse i beni della vita.
Parigi, come sotto la reggenza, formava di nuovo l'alta scuola del vizio a tutto il mondo: la civiltà della Francia, parola magica ancora ignota alla prima rivoluzione e che oggi monta la testa dei francesi, si mostrava principalmente nella propaganda dell'immoralità. Pensatori inglesi guidavano da lungo tempo la sfrontatezza non muliebre, la crescente rudezza delle loro dame sul modello di Parigi; e noi tedeschi in quei brutti raddotti, che dalla tapinità dei nostri borghesucci vennero aperti agli stranieri e che perciò dal tipo schietto parigino furono messi a conto della Francia, giorno per giorno sperimentavamo, che la perfetta spudoratezza sprizza per sé stessa dalla parlata francese; per cui non fa più specie. Lagrisettedel Quartiere latino, che con tutta la sua leggerezza era pure la creatura ingenuamente amabile, cantata un tempo da Béranger, era finita da un pezzo. Le successe lalorettesenza cuore e calcolatrice, e più tardi, in linea ascendente, labiche, lacocottee alla fine, per colmo, lapétroleuse! E nella melma di questa impudicizia si mescolò la masnada letteraria dellapetite Bohème, di quegli scrittori putridi, che neicafés litérairessbraitavano in intemerate frenetiche contro ogni sacro modo della vita umana. Lasciamo ai filistei riscaldarsi per quelle orge selvagge, in cui teneva il dominio il cancan regolato dalle guardie di città: da per ogni dove le onde mosse della vita delle metropoli turbinano lo stesso sudiciume. La singolarità della putredine dei costumi parigini consisteva piuttosto in ciò, che si confondevano sempre più i limiti tra la buona società e l'infame, che nessuno sapeva più dire dove principiasse il circolo delle Tuileries e dove finisse quello di Cora Pearl. La spirituale e briosa conversazione degli antichi saloni era sparita; e fu perdita inestimabile per l'urbanità dell'intero continente. La nuova società non dava posto ai pochi veri gentiluomini, tuttora superstiti di migliori dì; non dava posto ai Tocqueville e ai Circourt. I modi sfacciati e pure affettati deldemi-monde, la sua impudenza facchinesca, il fumare e bestemmiare, il gergo della sualangue verteandarono connaturandosi anche nelle più alte sfere. Teresa, l'eroina deicafés-chantants, trovò con le sue sudice canzoni ascolto presso l'imperatore, ed ebbe una valorosa scolara nella principessa di Metternich; e nei salotti della principessa Matilde i frequentatori giocavano a zecchinette e si vezzeggiavano col nomignolo intimo dianimal. La grazia vaporosa dell'antica galanteria francese si era involata; giacché bisognava trovarlo, chi potesse parlare di amore a unafemme entretenue, e chi vi perdesse il tempo in quel mondo ansante, a cui Ponsard teneva lo specchio così:
cette aimable jeunesse donne aux femmes le temps que la Bourse lui laisse!
Soltanto poche famiglie per bene si tenevano lontane da quello scialacquio grossolano, serbavano il costume nel focolare tranquillo. Era esiguo il numero delle madri sollecite della propria missione. Generalmente costituiva la regola tra i ricchi l'educazione dei figli fuori di casa. La futura burocrazia in collegio imparava fin dalle calugini l'arte difficile di piegare la schiena al più alto per schiacciarla al più basso. Alla donna era permessa ogni libertà; la fanciulla cresceva nel rigore del monastero.
L'arte aveva dato da molto tempo le spalle a un siffatto mondo della sensualità e della cupidigia. Lacera il cuore apprendere nelle lettere di Tocqueville, come questo uomo geniale si sentisse in patria più straniero che all'estero, come pensasse di essere sopravvissuto al proprio paese, come cercasse invano le parole per descrivere il buio di caverna delle provincie spopolate. Il poeta francese possedeva tuttora un prezioso privilegio sul tedesco: un vero pubblico, che permetteva a ogni ingegno di conseguire una potente efficacia, e che anche recentemente aveva confermato nella colletta per Lamartine la sua gratitudine alla poesia nazionale. E l'antica passione della scena era tuttora così viva, che in questo paese della burocrazia l'intera metà dei 297 teatri erano mantenuti a spese del comune. Ma, ahimè, qual sacro cibo era offerto in cotesti templi! Dove sono andati gli squilli baccanti di voluttà gallica di vivere, che un tempo Rabelais elevò in onore della diva bottiglia? Dove la protervia deliziosa, che ride in ogni accento della Celimene di Molière? Dove solamente quelle ultime faville della passione della bellezza, che sprizzano ancora dalle voluttuose poesie dei giorni di Luigi Filippo? Chi canta ancora una volta:ah qu'elle est belle en son désordre quand elle tombe les seins nus!? Vi fu un tempo che l'amante, la quale amava o fingeva di amare, era già considerata in poesia come un'eroina arrischiata. Adesso è trasportata disinvoltamente sulla scena la troiettuola che non ha mai amato e fa tranquillamente i suoi conti. Gli scapestrati figliuoli di rigidi genitori, giocoso motivo di commedie antichissimo, si riguardavano come vieti: il poeta moderno prediligeva di rappresentare virtuosi figliuoli di viziosi padri, che era un soggetto semplicemente stomachevole, spoglio per giunta anche del triste merito di esser vero nella prosa della realtà. Feydeau creò ora il capolavoro di questa poesia andata a male: Fanny. Quale solletico per gl'imbecilli ammirare in luogo del solito marito geloso l'amante geloso, che spia dalla finestra i coniugali amplessi dell'amata! Che cosa è più orrida in questa sporchizia, la spudoratezza o la scempiatezza? Va sottinteso, che il poeta di una siffatta età esercita la sua arte come una speculazione industriale. Di regola il romanziere fa riprodurre sulla scena in forma di dramma la propria opera per non perdervi il doppio guadagno. Si raffronti la gelida noia dei drammi di Dumas figlio, che seppe strappare all'impudicizia l'ultimo barlume dell'illusione, coi romanzi di Dumas padre, che ancora oggi divertono: è uno spaventevole calo. Anche neibouffesdi Offenbach, impareggiabilmente più spassevoli e vivaci, non incontriamo più la civetteria del vizio, l'avvenentezza del peccato, che è l'antica magagna francese; all'opposto, l'immoralità si presenta aggressiva, con una insolenza inauditamente sfacciata. L'orgoglio patriottico degli spettatori era inoltre soddisfatto da un fracasso di spettacoli guerreschi, che mettevano in mostra lochic exquisdegli zuavi e dei turcos in una gaia vicenda di felici avventure; e il punto culminante era segnato dal sole elettrico di Austerlitz e da una congruente volatina delle rimefrançais succès, laurier guerrier, gloire victoire. Le prediletteféeriesscesero affatto, fino alla fantocciaggine da burattinai; rape scollate e carote in maglione facevano pirolette; ogni senso estetico si spense in un tafferuglio di cattiva musica e di quadri spettacolosi. L'antico dominio delle salde regole accademiche aveva ceduto alla disordinata incertezza del gusto: l'uomo di mondoblasée il piccolo borghese ingenuo erano concordi nel bearsi della volgarità oscena.
A mio avviso, cotesto lento inaridimento dell'anima popolare si tradisce nel modo più spiacevole proprio nei libri, che si propongono uno scopo morale. Nella sua operaL'amourMichelet intese di sovvenire di nuovo alla nazione la santità del matrimonio: eppure qual uomo, che abbia goduto la proba felicità di un matrimonio tedesco, può leggere senza compassione quelle arrembate frasi sentimentali? L'enigma così meraviglioso e pure così semplice del cuore femminile, il filosofo in conclusione non sa spiegarselo, se non con lo spacciare tutte le donne per fisiologicamente malate! Chi non conosceMonsieur, Madame et Bebédi Gustavo Droz, il bizzarro libro che, diffuso in più di trenta edizioni, rappresenta con precisione fotografica la media delle esperienze della vita coniugale francese? Certo, c'è anima in queste pagine, c'è affetto, anzi anche qualcosa come religione: ma anche quanto triviale solletico dei sensi, quanta vuota eleganza! Quando il pover'uomo descrive le gioie del suo amore, niente lo rapisce tanto, come il profumo penetrante dei capelli dell'amata; e il lettore chiude involontariamente il libro per vedere se questa meravigliosapommade philocomebisogna acquistarla daPinaud et Co, dallaSociété higyènique, oppure da qualche altroami de la tête. Leggendo questi scritti morali dei moderni francesi, non ho mai potuto tenermi dal pensare: o disgraziata nazione, che non sa più distinguere tra le cianciafruscole false dei negozi di mode parigini e i beni eterni della vita!
Non ostante la sua freddezza prosaica, ma con l'istinto dell'uomo di stato, Napoleone III capì quale pericolo per la società si annidava in un'arte tanto abbrutita. Assegnò premi ai drammi morali che offrivano al popolo esempi virtuosi e «idee sane», protesse la commedia casalinga di Ponsard «la Borsa» che gridava al mondo la geniale verità:
l'argent est un bonheur, mais ce n'est pas un titre.
Avrebbe dovuto apprendere però, che l'estro dell'arte è un figlio del tempo: quanto poco sarebbe potuto sorgere un Sofocle sotto Alessandro, tanto meno poteva attecchire il dramma morale nell'aria impura della nuova Parigi. Alcune fini commedie di Augier, alcune opere di Ponsard, principalmenteLe lion amoureuxche è, di questo poeta, il canto del cigno compenetrato da un nobile e forte spirito patriottico, sono i soli frutti sbocciati sopra l'universale imbecillità della recentissima poesia. E anche nelle arti figurative, quale caduta in pochi decenni, da quando Paolo Delaroche aveva dipinto il magnifico emiciclo dellaÉcole des beaux arts! Il parigino partecipava ancora con ardore, come nei giorni più favoriti, all'esposizione delSalon, ancora il talento tecnico della colorazione virtuosa non era perduto nella pittura, ancora qualche artista, come Gerôme nel suo quadro dei gladiatori, sapeva dare a un soggetto brutto un'esecuzione che incantava. Ma il valore spirituale dell'arte si andava inaridendo, e l'osservatore della recentissima pittura storica era continuamente premuto dalla domanda, se effettivamente donne nude e calzoni rossi di soldati rappresentassero tutto il senso profondo della vita umana. Lo schietto fervore artistico soccombeva quasi sotto l'invasione dei dilettanti, che avevano un compagno e un protettore naturale nel direttore dei musei imperiali, il conte Nieuwekerke.
Chi considera tali segni non dubbi della decadenza artistica, generalmente si lascia subito andare all'affermazione, che sotto il nipote il bonapartismo abbia soffocato il talento come sotto lo zio. Se non che anche in questo campo si manifesta al giudizio posato l'ampio divario che corre tra il secondo impero e il primo. L'arte nel nostro secolo prosaico non costituisce più la misura infallibile della vita spirituale. Per contro, l'Italia di Cavour e di Manin ben a ragione protesta, che si valuti alle opere di Verdi la sua potenza geniale; e anche noi tedeschi, quanti poeti drammatici, che potrebbero collocarsi accanto a Ponsard e ad Augier, non abbiamo avuto in quei cinquant'anni tanto fecondi pel nostro sviluppo? Per lo meno può oggi considerarsi l'arte drammatica come lo specchio fedele dell'educazione del popolo. Il tesoro accumulato dei più antichi drammi libera la scena dal dominio illimitato della poesia recentissima: mentre la poesia drammatica contemporanea decadeva, ilThéâtre français, che è sempre il primo teatro del mondo, riproduceva alla ribalta in esecuzioni magistrali i personaggi di Corneille e di Molière. La scienza offre un più valido appoggio al pregio della cultura moderna, e se noi guardiamo addentro, non solamente il confronto del secondo impero con la desolazione spirituale del primo ci appare ridicolo, ma ci si presenta la questione, se la valentia modesta della recente scienza francese non abbia donato al mondo più frutti sani e durevoli, che non dianzi la letteratura presuntuosamente rumorosa della monarchia di luglio.
Seguì al 2 dicembre un tempo sconsolato di temulenza, in cui, stando al ragguaglio di Tocqueville, l'arte di leggere e di scrivere parve quasi perduta. Presto, però, l'insolenza stessa dell'ostentazione del peccato spinse gli spiriti seri a rientrare in sé. E sorse nelle scienze politiche e sociali una nuova letteratura, povera di opere di prim'ordine, ma altrettanto ricca d'indagine positiva e di grave senso morale. L'inestetico uomo di affari Napoleone III era troppo guasto e difforme al gusto e al costume medicei. Non gli mancava affatto, però, l'intelligenza del valore rigidamente scientifico. Gli archivi furono mantenuti come sotto Luigi Filippo, con una intelligenza e una libertà che fanno arrossire noi tedeschi. Molte notevoli opere scientifiche nacquero per suggerimento dell'imperatore, come il bel catalogo della biblioteca storica di Parigi, la raccolta delle lettere e commentari napoleonici, la storia del Congresso di Vienna del conte Angerberg; molti dotti furono sussidiati dallo stato nei loro lavori, come per esempio Baschet nella sua raccolta per la storia della diplomazia veneta. Missioni scientifiche dispendiose e con splendidi risultati furono intraprese in Egitto, in Siria, nell'Asia Minore, in Mesopotamia. Anche le scienze naturali ebbero a lodare le mani bucate di Napoleone; fecero progressi sempre assai notevoli, sebbene il detto dell'alsaziano Würtzla chimie est une science toute françaisesia a ogni modo da tenersi soltanto come una spacconatachauviniste.
Quanto più grave pesava l'oppressione del dispotismo sulla stampa quotidiana e più rari erano gl'ingegni notevoli che si dedicavano al giornalismo, tanto più si preferiva alla corte di leggere opere serie sui problemi sociali e politici, e tanto più il dotto era costretto a svolgere metodicamente le proprie idee e non già a sparpagliarle in articoli e appendici. A principiare dalla scuola dei pubblicisti liberali ricca di buoni ingegni, la quale seguiva le orme di Tocqueville e aveva in Laboulaye la penna più geniale, fino alle opere estremamente conservatrici e piene di pensiero del Le Play sulla riforma sociale, non più che una sola tinta tra i partiti politici rimase fuori, non rappresentata nella nuova scienza dello stato. La questione italiana ispirò lavori pubblicistici, come, per esempio, gli eccellenti scritti sull'Italia di R. Rey, la cui profonda accuratezza non trova affatto l'eguale nella letteratura politica della monarchia di luglio. Anche nella maggior parte di queste opere dominava, come è giusto, uno spirito di opposizione, non però affatto di opposizione sistematica: quasi tutte domandavano solo il perfezionamento delle istituzioni vigenti e l'impiego del potere statale all'ingentilimento delle moltitudini. Siffatta rassegnazione maschia supera, moralmente e politicamente, di molto il puntiglio lunatico che i quaranta immortali dell'Accademia mostravano contro l'impero. L'imperatore, dopo un pazzo tentativo d'infrangere l'indipendenza dell'Accademia, si abituò a lasciarli stagionare, quei vecchi signori, nelle loro giubbe ricamate di palme. Accogliessero pure nel loro seno gli eroi dell'opposizione bianca e della rossa: le parate accademiche e gli spiritualissimi articoli di rivista non erano proprio fatti per rovesciare il trono imperiale, e il lamento di Guizot: «noi stiamo sotto sonanti rovine», significava non più che il profondo sospiro di un vecchio, che vede la fine del mondo perché vede finire il suo mondo.
Da un decennio la scienza tedesca era profondamente penetrata, per la prima volta, nella vita francese. Dollfus e Taine, Renan e Laboulaye si fecero avanti come apostoli dello spirito germanico. Per molto tempo l'Alsazia rappresentò felicemente la parte della mediatrice tra i due grandi popoli; il che vuol dire, che i suoi dotti portavano ai francesi i risultati della scienza tedesca senza punto offrirci un corrispettivo di pari grado. Cotesto ravvicinamento, che ebbe un organo nellaRevue germanique, si fondava pur troppo sulla tacita presupposizione, che i tedeschi si sarebbero contentati, ora e sempre, del regno dell'idea: onde sarebbe corsa lì per lì a dare nelle secche, non appena noi avessimo uno stato con volere e potere indipendente. LaRevue germaniquepassò, e laRevue contemporaine, in cui il signor di Calonne rappresentava le idee tedesche, ebbe un così meschino incontro in mezzo al risvegliarsi dell'odio nazionale, che quasi non fu nemmeno più considerata come un giornale francese.
Comunque, le battaglie boeme avevano scosso alquanto l'antica burbanza dei nostri vicini. Fin dal 1864 Jules Simon aveva suscitato le generali risa di scherno del corpo legislativo, citando le scuole prussiane: «noi non abbiamo da imparare niente, proprio niente, dai prussiani», si gridò da tutte le parti. Negli anni seguenti ebbero il debito riconoscimento le prove condotte dall'imperatore e dall'eccellente ministro Duruy di elevare l'educazione popolare sull'esempio tedesco. Appunto in questo campo Napoleone III ha compiuto tra gravi lotte un gran bene; in questo campo il principe ha attenuto ciò che il presidente aveva promesso. In questi problemi, come in quelli economici, egli sovrastava di gran lunga all'opinione media della nazione: voleva la scuola obbligatoria come in Prussia, ma fra tutti i suoi uomini di stato solo Duruy osò appoggiare una siffatta idea ereticale. Dalla coscrizione del 1857 risultò che un buon terzo dei coscritti non sapevano leggere: solo in 11 dipartimenti, appartenenti la più parte alle provincie orientali mezzo tedesche, il numero dei cresciuti completamente senza scuola scendeva tra il 2 e il 6 per cento: in quasi tutti gli altri saliva di gran lunga più alto, e in alcune plaghe dell'interno e della Bretagna arrivava fino al 58 e al 65 per cento. Risultamenti di tal fatta indussero lo stato a far sorgere scuole da per ogni dove nel paese, o per mezzo di premi o per assunzione diretta; e già nell'inverno del 1865-66 30.000 maestri impartivano l'istruzione a 600.000 adulti. Leconférenceso libere letture scientifiche, già proibite a Parigi per la concorrenza all'università, ora negli ultimi anni dell'impero goderono del favore ufficiale e di un folto concorso; inoltre i professori deicollègeserano comandati a tenere lezioni nelle vicine città di provincia. Furono fondate in seguito scuole tecniche, che dovevano fare per le scienze esatte ciò che i licei per la cultura classica. Sorsero così quelle biblioteche popolari che i comuni alsaziani curarono con benemerita sollecitudine. Ferveva dovunque un'attività supremamente meritoria che, spronata dall'energia francese, condusse già nelle ultime coscrizioni a risultati soddisfacenti, e accennava a promesse di frutti più copiosi per l'avvenire.
La debolezza di questo movimento era solo in ciò, che il dispotismo era completamente destituito di quello zelo morale, che solo rende feconda l'educazione. Per giunta, in questo regime non poteva tollerarsi né ammettersi l'efficacia della scienza sullo stato. Mentre l'una mano porgeva al lavoratore gli elementi della cultura, l'altra uccideva in lui ogni virtù di espansione morale con la scelleratezza oscena di quella stampa clandestina semiufficiale, in cui lahaute bicheriespampanava la sua vita infame. Da una parte l'istruzione; dall'altra il signor Trimm col suoPetit Journal, le turpitudini dei giornali umoristici parigini e la stupidità atroce della stampa di provincia, che da Arles a Metz, dalForumalCourier de la Mosellemostrava per ogni dove la medesima nullaggine: in verità, il contrasto sarebbe ameno, se non fosse tanto triste! E principalmente in questo si rivelò l'intima falsità di un sistema, che continuamente doveva distruggere la propria opera. Non cadeva dubbio, che Napoleone bramasse sinceramente l'elevazione della cultura popolare; eppure il suo governo minò le basi di ogni incivilimento.
La profonda quiete dei primi anni imperiali diede ansa a tutti i partiti battuti di tirare la somma del loro operato. Duvergier de Hauranne principiò la storia dell'età parlamentare, Guizot scrisse le sue memorie, Garnier-Pagès, Luigi Blanc ed altri offrirono contributi alla storia della rivoluzione di febbraio. Sebbene queste opere non dissimulino l'unilateralità partigiana, pure noi tedeschi ne apprezzeremo di molto il valore, se le raffrontiamo con l'indifferenza che il popolo nostro mostra per la sua storia recente: fino a oggi non è ancora apparsa presso di noi una forte opera, ispirata da un partito, sulla rivoluzione tedesca.
Quando il mondo ufficiale si prostrò nella polvere davanti all'idolo del bonapartismo, quando il grande Imperatore riapparve nel manto imperiale, come gli aveva bramato, sulla colonna Vendôme, allora il liberalismo abiurò come un sol uomo la fede napoleonica, e lo stesso Thiers negli ultimi volumi della sua opera cominciò a parlare in sordina. Le ghirlande di Béranger appassirono. Da quando l'impero aveva seppellito sotto gli onori ufficiali il poeta nazionale, le sue poesie erano scomparse dalla buona società. Una rigida critica storica si volse sull'età napoleonica, e sovente diede in tale eccesso, da porre talvolta noi tedeschi nella strana condizione di dover difendere il nostro grande nemico contro i Charras, i Barni, i Chauffour-Kestner. Poi, verso la fine dei giorni neonapoleonici, Lanfrey principiò la sua storia di Napoleone I, che è un libro d'importanza storica modesta, ma di altissima veridicità. Più vasta efficacia di questi gravi scritti ebbero i «romanzi nazionali» dell'alsaziano Erckmann e del lorenese Chatrian; frutti di un meticciamento poetico sullo stile delle opere di Mühlbach, ma composti con assai maggior talento e qua e là con schietta potenza poetica, sebbene niente affatto immuni da pregiudizi; che, per esempio, cinque prussiani bastano appena a tenere in rispetto un francese; compenetrati però dal senso umano di una cultura salubre, offrono una dipintura potente dei mali e dei misfatti delle guerre ingiuste e un'esortazione alla pace di alto valore pei popoli zelatori di guerra. Perfino la grande Rivoluzione deificata fu, in questa età di ritorno degli spiriti in sé stessi, raggiunta dalla fredda critica. Il libro di Edgardo Quinet sulla Rivoluzione rimane a gran distanza dalla splendida opera di Tocqueville sull'antico regime; ma quale progresso scientifico e, anche più, dell'educazione morale rispetto alla storia della Gironda di Lamartine! La situazione, dunque, non era tanto penosa, come l'ammetteva il malinconico Renan; se s'intendeva di costringerla alla mediocrità, la nazione però non era diventata addirittura nulla e triviale. Quelle opere modeste, piene di un senso reale di verità, iniziarono in silenzio col loro animoso odio a qualunque dispotismo, anche al giacobino, quel gravoso lavoro di raccoglimento e di esame di coscienza, che a un popolo non libero riesce più salutare di una letteratura classica. Certo, il consolidamento di questa cultura più nobile esigeva decenni per gittare frutti, e, intanto, la classe politica del bonapartismo fu appena tocca dalla rigenerazione della scienza.
Lo stesso Napoleone III senza volerlo promosse il risveglio della critica storica con la sua vita di Cesare. Su questo strano libro, a cui è dovuto l'appunto, che mai con maggior dispendio si ottennero più scarsi risultati scientifici, oggi che la curiosità è dileguata da un pezzo, vale ancora la pena di spendere una parola? Se è sorprendente, come mai l'imperatore abbia trovato la forza e l'agio per una tale attività, pure è anche più enigmatico, che non abbia saputo resistere alla tentazione di ricalcare quell'ardente terreno della storia, che già al pretendente era stato poco amico. Solo un pedante si meraviglierà dell'indagine difettosa del dilettante imperiale; accanto ad accurate ricerche di compagni anonimi sulla situazione di Bibracte, accanto a diligenti comunicazioni prese dai lavori della scienza tedesca, e perfino dalla metrologia del nostro solerte Hultsch, procede una critica innocente, che con perfetta ingenuità si giova come fonti storiche dei discorsi di Cesare e di Memmio poetati da Sallustio. L'impressione diventa supremamente comica, quando l'autore si avventura nei più difficili compiti dello storico, e cerca di abbracciare in un quadro riassuntivo tutto un modo di civiltà: qui si tratta di sapere molto, per dire assai poco; e qui anche il lettore più devoto non sa contenere i sereni ricordi dei giorni d'oro del ginnasio, quando si sente raccontare, che Atene era una molto bella città, con un porto chiamato Pireo e con una statua di Pallade di oro e di avorio. E più stupefattivo ancora di tali inevitabili deficienze del dilettantismo, si rivela l'ineffabile banalità del giudizio storico e politico, si rivela quel crogiolarsi nel vuoto dei luoghi comuni. Da per tutto un superficiale prammatismo, una maniera arbitraria di costruire i fatti, che col fraseggiare al futuro della lingua francese, con quegli eterniainsi tomberont, les Romains tourneront, assume anche l'affettazione solenne dell'oracolo. Quel fatalismo, che nella vita disponeva l'imperatore ai supremi rischi, non appare nella scienza né chiaro né profondo; si risolve, in fondo, in niente altro, che in una sottomissione cieca al successo: il valore di una istituzione si tiene dimostrato dalla sua durata. E l'uomo, che sa bene egli stesso l'arte del dominatore, si prostra abbagliato davanti al suo eroe, non più che come un tremebondo erudito da scartabelli al cospetto di un guerriero digrignante. Tutto è ammirato in Cesare, tutto, anche i versi: è un goffo partito preso di apologia, per cui la nostra parlata onesta usa il vocaboloweissbrennen(ardere a fiamma incandescente, col senso di discolpare).
Soltanto pochi lettori misurano interamente l'ampio tratto che corre tra il dire e il fare; e perciò un'opera così aberrante doveva necessariamente confondere il giudizio del mondo sulle forze intellettuali dell'autore. Quando l'eroe del 2 dicembre desidera i rimedi eroici e il salvatore alla società romana malata, quando esalta lo spirito di fiducia che fondò il pieno potere dell'imperio, e lancia sguardi biechi allo spirito di sfiducia proprio delle nostre abitudini costituzionali, ebbene, allora il colpo di stato non appare più semplicemente come un fatto, ma come un principio, il principio della violazione del diritto. L'opposizione di tutti i cervelli liberi, che non fu certo messa a tacere dai discorsi cesarei del fido Troplong, fu ora violentemente disfidata, e tanto più, perché gl'impiegati ligi e compiacenti introdussero nelle scuole il parto storico imperiale. L'opposizione colse con ardore la comoda opportunità di sfogare in impertinenze contro Cesare e Augusto il corruccio contro il bonapartismo. I risultamenti scientifici di cotestaopposition d'allusionfurono tapini: la santa gravità della storia castiga spietatamente ogni abuso tendenzioso. Comunque, parve un progresso il fatto, che ora finalmente per la prima volta dopo tanto tempo fosse mandato in pezzi l'idolo dell'eroismo personificante la nazione, e fosse descritta con passionata eloquenza la profonda immoralità del dominio violento e la necessità di prefinire saldi limiti legali a ogni potere dello stato.
Certo, a chi osserva da vicino i francesi non può sfuggire, che solamente una cerchia ristretta era tocca sul serio e a fondo da coteste nuove idee. Nello stesso torno di tempo in cui la critica storica condannava senza discrezione l'imperatore soldato, dilagava pel paese il grido di guerra, sempre rifacendosi a nuovo, sempre ingrossando più gagliardo. Per una legge storica in perpetuo ricorrente, la boria nazionale cresceva in tanto più dismisura, in quanto che i francesi dovevano non a sé stessi la loro magnifica posizione di grande potenza, bensì alla fortuna e al tatto del loro dominatore. Durante i primi giorni di emozione della guerra franco-germanica, W. Wehrenpfennig qualificò per la prima volta, che io sappia, cotesta oltracotanza come un delirio di grandezza, una megalomania. L'espressione fece rapidamente il giro dei giornali tedeschi, perché egli aveva fitto il chiodo a segno. Ed effettivamente era una malattia epidemica degli spiriti. Mentre gli storici notomizzavano e confutavano la leggenda napoleonica, un'altra fola con mirabile rapidità si annidava nei cervelli: il mito bismarchiano. Nessun giudizio, nessuna cultura fece argine alla potenza irrompente di questa menzogna, finché in fine la nazione non fu più capace di distinguere tra l'apparenza e la verità.
Il risveglio graduale della vita scientifica incontrò, per giunta, un nemico formidabile nel partito ultramontano. Napoleone III seguiva la teoria della solidarietà degl'interessi conservatori, onde vedeva nella Chiesa un puntello della tirannide e l'unica potenza ideale che potesse preservare le moltitudini ignoranti dalla turpezza della bramosia materialistica. «Il mio governo», disse nel settembre del 1852, alla posa della prima pietra della cattedrale di Marsiglia, «il mio governo, lo dichiaro con orgoglio, è forse il solo, che abbia favorito la religione per sé stessa; giacché l'ha sostenuta non già quale strumento politico, non già per piacere a un partito, bensì soltanto per convinzione». Il giorno di Capodanno dopo il colpo di stato fu cantato solennemente il Tedeum in ringraziamento della salvezza della società, il Pantheon fu restituito al culto di Santa Genoveffa, e accordata su semplice ordine governativo la formazione di nuovi ordini femminili. Nei primi anni dell'impero fu stretta anche più salda la lega tra il dispotismo temporale e lo spirituale. Il clero rendeva ossequio «all'inviato del Signore, all'eletto della sua Grazia, allo strumento del divino Consiglio» in discorsi adulatorii, rugiadosi di servilità, come appena sotto il primo imperatore. L'affinità elettiva tra la Chiesa militante e il gloriosissimo esercito, questi due grandi corpi animati dallo spirito dell'ordine e dell'ubbidienza, fu il tema preferito della ossequente predicazione dal pergamo. Tutto lo sdegno dell'uomo e del cristiano per una tale profanazione delle cose più sacre fu espresso in una bella lettera, che in quel torno di tempo Tocqueville diresse a uno di quei vescovi ligi. Quando principiarono le complicazioni orientali, e i popi fanatici infiammavano i russi ortodossi alla guerra contro la Mezzaluna, i preti francesi celebrarono la lotta della Chiesa cattolica contro gli scismatici moscoviti, e un reggimento di corazzieri sfilò per Lione e salì al santuario montano diNotre Dame de Fourvièresper portare nella guerra santa la benedizione della Chiesa.
Anche la disposizione delle classi abbienti, come il favore del governo, offrì il terreno propizio alla potenza della Chiesa. L'indifferenza religiosa dei francesi fece il dominio degli ultramontani. Quella serietà della coscienza protestante, che conquista e rivive le verità della fede con gravi prove e con tragedie dell'anima, trovò ben di rado dimora in cotesta educazione mondana. Pei più la religione valeva soltanto come un fattore nel calcolo politico, e un cambiamento di religione per ragion di coscienza era riguardato come una pazzia. La nobiltà incredula dei Borboni era stata ricondotta unicamente dalle esperienze politiche della Rivoluzione nel seno della Chiesa unica beatificatrice. La borghesia dalle angosce dei giorni di febbraio e dal furibondo odio antireligioso dei radicali attinse la persuasione politica, che la Chiesa fosse indispensabile alla pace sociale. Singole anime più profonde poterono realmente restituirsi in quei giorni di turbine alla fede antica; ma la gran maggioranza dei borghesi colti entro la cerchia fidata non faceva mistero, che si rispettasse la Chiesa per le mogli e i figli, e principalmente per le moltitudini e per la pace sociale. Mentre la stampa liberale parlava sprezzantemente del papato, come di una potenza finita, l'uomo medio liberale, per desiderio della moglie guidata dal confessore, mandava alle scuole clericali i figliuoli, che crescendo avrebbero percorso la stessa parabola del padre. In una parola, motteggiavano e si sobbarcavano, né più né meno come gl'italiani del Rinascimento. Si può seguire a passo a passo cotesto persistente abbassamento del coraggio morale: al tempo della rivoluzione di luglio tutto quanto il liberalismo unanime chiedeva il ripristinamento della libertà del divorzio; poi lo zelo si moderò, e oggi di tale questione si parla appena. In una società appoggiata sulle moltitudini ciecamente credenti, una tale religiosità venuta fuori dalla paura economica e dall'ignavia del pensiero deve infallibilmente fare il gioco del partito, che cerca la sostanza della Chiesa nel suo dominio.
Abbiamo visto sopra, che la legge ultramontana del 1850 sull'istruzione fu un parto degli spericoloni volteriani in bella lega coi clericali: da allora la potenza della Chiesa seguitò a crescere irresistibilmente. Il numero degli ecclesiastici secolari, che sotto la Restaurazione e il regno di luglio non procedeva di pari passo col lento accrescersi della popolazione, salì in 14 anni, dal 1847 al 1861, da 37.000 a 44.000, e la dotazione pagata loro dallo stato da 36 a 45 milioni, senza includervi altri 2 milioni per fabbriche religiose. La ricchezza della manomorta non crebbe meno rapidamente: sorgevano da per tutto nuove chiese, monasteri, scuole ecclesiastiche. La Chiesa era sulla buona strada per riacquistare in pochi decenni tutta la massa dei beni, che un tempo aveva accumulato con l'opera di tanti secoli. Questa potente restaurazione si effettuò in tutti i paesi di lingua francese: già da un pezzo Ginevra, la Roma calvinistica, era una città prevalentemente cattolica, e il Belgio era la terra celebrata della preteria. Però lo stato dominante della gerarchia ristabilita era tenuto dal monacato: lo spirito della nuova Roma era custodito nel modo più fedele nel chiuso dei chiostri. Sotto l'impero rimisero salde radici innumerevoli ordini antichi e novelli, e non soltanto i valenti e dotti padri dell'Oratorio, ma anche altri di dubbio valore morale. Lo stato andò loro incontro premurosamente, e solo di rado ricadde nelle vecchie abitudini della diffidenza burocratica, come, per esempio, nel 1867, quando soppresse il Consiglio generale delle Conferenze di San Vincenzo di Paola. Lo stesso duca di Persigny notò con sorpresa, come la Curia romana desse la preferenza agli ordini regolari e perfino nelle encicliche li preponesse ai secolari; e Lacordaire gli assicurò di essersi fatto monaco, per godere di maggior libertà e influenza che da semplice prete.
Dallo stesso spirito procedeva il rinnovellato zelo pel servizio delle immagini e delle reliquie, per tutti i dommi e le cerimonie che più aspramente contrastavano col protestantismo. Il culto di Maria nella Francia imperiale fu curato con una sentimentalità lattimosa, che sovente suscitò un vero e coraggioso disdegno tra gli ultramontani tedeschi. Tutta la valle del Rodano, antica patria benedetta del clero francese, è ora consacrata alla Madonna. La serie è aperta daNotre Dame de Fourvièressopra Lione e chiusa daNotre Dame de la Gardesul porto di Marsiglia: quasi in ogni città del Rodano, a Vienne, Avignone, Viviers si eleva sulla cima che domina la valle una grandiosa statua di Maria; e furono tutte innalzate sotto il secondo impero. Anche più orgogliosa giganteggia la Madonna colossale, sull'erto dirupo a piombo sulla vallata di Le Puy. Una sola volta mi sono abbattuto in una somigliante ostentazione del cattolicismo in terra tedesca: sulle rocce rosse della Mosella, dirimpetto al santo Treveri. Il potere assoluto del papato parve siffattamente assicurato nella Chiesa moderna e l'accentramento condotto con tale acume, che nelle prossime generazioni una scissura della Chiesa offriva qualche probabilità di riuscita tutt'al più nel caso di un conclave molto contrastato. Il clero ubbidisce ai vescovi incondizionatamente, come i soldati agli ufficiali: parole testuali, con cui il cardinale Bonnechose ritrasse in senato lo spirito mutato della religione dell'amore. La sostanza romana trionfava dovunque, anche negli accidenti formalistici: il Breviarium Romanum, le pianete romane soppiantavano gli antichi usi delle chiese locali. Con la bollaIneffabilis Deusil papa creò di arbitrio il nuovo domma dell'Immacolata Concezione, e questo tratto di autorità, inaudito nella più antica storia della Chiesa, fu accolto dal mondo cattolico senza notevole opposizione, e con gioia dalla maggioranza del clero francese. L'inalienabilità dello Stato della Chiesa fu con santo zelo difeso come un domma da tutti i pulpiti: perfino il volteriano Thiers dichiarò idea fondamentale del cattolicismo la sovranità temporale del papa in Roma. Le idee gallicane del sistema episcopale incontrarono difensori coraggiosi soltanto in pochi fogli, laddove gli ultramontani possedevano un giornale quasi in tutte le maggiori città di provincia. L'ambiziosa crudezza degli scritti di Veuillot non sarebbe stata possibile nemmeno sotto la Restaurazione.Les Études réligieuses, organo dei gesuiti francesi, rappresentavano in verità un indirizzo più blando che non laCiviltà cattolicao le voci di Santa Maria di Laach; ma come mai avrebbero potuto combattere durevolmente il domma dell'infallibilità papale? Quando alla fine si radunò il concilio e quel domma sacrilego fu effettivamente annunziato, la gran maggioranza dei prelati francesi stette col papa infallibile.
Lo zelo ultramontano si mostrò tanto più esoso, quanto più vivamente si sentiva, che la nuova potenza della Chiesa non era menomamente fondata su un ringagliardimento della fede. Donde l'affannamento a rapire alle biblioteche le opere di Voltaire e di Rousseau, donde il pauroso effetto di quel libro di Renan, che con tutte le sue deficienze scientifiche pure era sorto da uno spirito profondamente religioso. Nel senato del primo impero sederono Laplace e Volney, Cabanis, Tracy e Sieyès: nel nuovo senato il solo Sainte-Beuve osò difendere il diritto della libera indagine. Con quale furore i Maupas, i Canrobert, i Ségur si gettarono sul difensore di Renan, e con quale ingenuità il conte Chapuis-Montlaville confessò le ragioni mondane di questo zelo di fede: «qui non è permesso di difendere questi uomini, che alzano il tizzone contro la società!». È difficile stabilire in che misura il dirizzone ultramontano penetrasse nel basso clero. Ma nell'episcopato dominava assoluto lo spirito dei Dupanloup e dei Bonnechose; e questo bastava. Infatti, una volta che i 18 arcivescovi e i 67 vescovi nominavano i parroci e li trasferivano a loro piacimento nell'interno delle diocesi, si comprende, che non poteva certo manifestarsi apertamente lo spirito nazionale che avvelenava la fede a molti curati. Inoltre, le pretensioni del nuovo papato trovavano potenti appoggi alla corte. Una volta, parlando della moglie, l'imperatore disse al cardinale Bonnechose: «è il fortunato privilegio della donna, questo, di tenersi estranea alla ragion di stato e ai freddi calcoli della politica, e di abbandonarsi esclusivamente alle magnanime ispirazioni del cuore». Col fatto, dalla sua Eugenia avrebbe dovuto apprendere, che quelle magnanime ispirazioni del cuore muliebre possono intrudersi anche nei freddi calcoli della politica. Tendenze spagnole, altezzose e imperiose, idee, che da Caterina dei Medici in poi non si erano potute più sostenere sul trono francese, dominavanol'entouragedell'imperatrice; e un'amicizia da sorelle collegava le Tuileries a quella grettissima tra le corti, che circondava la regina Isabella e la monaca Patrocinio.
Il fiuto fino del partito spagnuolo subodorò, che il carattere della moderna cultura popolare è determinato in sostanza dalle scuole superiori. I licei imperiali non erano tenuti pericolosi, fintanto che la Chiesa se ne divideva con lo stato la soprintendenza, e fintanto che lo stesso spirito di uniformità pretesco-militare vi dominava così allegramente, che alla medesima ora i medesimi problemi erano proposti a Perpignano e a Lilla. Più scabrosa era l'istruzione elementare obbligatoria, propugnata dall'infaticabile ministro Duruy. Godendo nuovamente la Chiesa dei suoi antichi beni, non avrebbe trovato nulla a ridire, se lo stato anche per l'avvenire avesse speso 450 milioni per l'esercito e da 23 a 29 per l'istruzione. Del resto, anche la scuola obbligatoria era comportabile, una volta che il parroco invigilava accuratamente sulla scuola popolare. Ma la cultura accademica fuori affatto delle mani della Chiesa ha effetti semplicemente rovinosi. Non basta, che accanto a ogni facoltà teologica dello stato sia un seminario ecclesiastico; giacché i nemici nati della fede miracolosa, gli storici e i naturalisti, esercitano senza disturbo alcuno nelle altre facoltà la loro opera di perturbazione. L'assegnazione delle cattedre per concorso aggrava certamente il male dell'assunzione degli eretici dichiarati; talché con un nuovo sbalzo della scienza mondana incombe il malaugurato pericolo, che le conferenze della Sorbona abbiano un successo clamoroso ed impressionante come ai tempi di Cousin e di Guizot, e i magnifici codici della biblioteca imperiale siano esplorati non più quasi soltanto da dotti forestieri, ma anche dai francesi. Onde, a un ordine di Roma, sorse di botto da ogni parte del campo clericale la richiesta che anche l'istruzione superiore fosse sottoposta alla Chiesa: in fondo, si accarezzava la speranza di una così detta libera università cattolica, come quella di Lovanio. Se non che, questo stato burocratico e accentrato non si trovava, come la provincia neutrale del Belgio, in grado di sopportare la lotta incessante di due partiti egualmente forti sui principii della vita sociale: la sua scienza mondana non è e non può essere realmente libera, fintanto che dura l'accentramento burocratico. Una università cattolica a Tolosa non incontrerebbe quindi nessuna controforza viva; e i sogni dei clericali allora potrebbero tradursi in realtà di vita, quando lo stato e la Chiesa si sottoponessero alla cultura. Qualora la Chiesa fosse vissuta modestamente nella missione della cura delle anime, avrebbe potuto, in questa età del culto di Mammona e del godimento sensuale, diventare una sorgente di salvezza per migliaia di anime oppresse; ed in effetto, in molti dipartimenti abbandonati essa si serbava tuttora l'unica custode dell'idealismo, possedeva tuttora alcuni eccellenti seminar! ecclesiastici, come, per esempio, la scuola di San Sulpizio, i quali pel loro zelo scientifico e la rigidezza morale sapevano riaffermare la loro antica fama. Ma i loro poteri direttivi sono scaduti nel gesuitismo, ed essi, ad onta di tutta l'ascesi in moda, si sono secolarizzati nel senso peggiore, e combattono a morte ogni libera moralità, ogni idea fondamentale della vita moderna.
Noi non ci annoveriamo tra quei pusillanimi che, spaventati dall'onda che sale delle potenze ultramontane, dubitano dell'avvenire della libera educazione umana. Sappiamo bene, che la Chiesa dell'autorità non sarà abbattuta solamente con le armi dello spirito. Noi perciò non fondiamo troppo solidamente sull'esperienza, che questa Chiesa non ha proprio alcun merito nelle gesta liberatrici della civiltà moderna, principalmente nella emancipazione delle classi umili, e che domina sopra forze spirituali sempre incomparabilmente inferiori a quelle dello stato e della scienza. Ma sta in fatto, che anche la potenza materiale del protestantismo è in condizione pari con la Chiesa romana. Il mondo moderno appartiene alla fede evangelica. Dovunque una spedizione porta l'ascia e la carabina nella foresta vergine, in nove casi su dieci è il protestante quello che dischiude all'incivilimento la selva. E davanti all'avvenire maestoso che si apre in Occidente al protestantismo, si rattarpano, Dio sia lodato! tutti i trionfi europei della vecchia Chiesa.
In Francia stesso la vittoria del partito ispano-romano era ancora tutt'altro che assicurata. Noi annettiamo scarso valore all'incontro che in ampia cerchia ebbero Renan e altri liberi pensatori; giacché siffatte voci di opposizione, che nella buona società francese non mancarono mai, non menano affatto all'affrancamento degli spiriti. Anche il protestantismo sul suolo francese non contrabbilancia punto in modo sufficiente le forze ultramontane. Un protestante può solamente considerare con sincera allegrezza, che questa gloriosa Chiesa di martiri della fede evangelica si è negli ultimi decenni risvegliata a nuova vita. Istituì sotto la compressione stessa della Restaurazione le sue società bibliche, e ha da allora partecipato con vigoroso zelo a tutte le lotte della teologia tedesca: gli sforzi crittocattolici di una ortodossia insulsa, rappresentati con la consueta infallibilità dal vecchio Guizot, incontrarono pochi seguaci. Non era però assicurata la posizione legale delle comunità evangeliche: l'indegno decreto del 25 marzo 1852 sottopose le adunanze alle comminazioni delCode pénal, di modo che il frequentare le chiese da parte delle donne e dei fanciulli dipendeva puramente dall'arbitrio delle autorità. La Chiesa perseverò bravamente, e questa potente vita religiosa evangelica adempì in Alsazia l'ufficio di estrema difesa della lingua e dei costumi tedeschi. Solo che, siccome il protestantismo in Francia era alimentato sostanzialmente dalla fonte tedesca, appunto per questo poteva sempre serbarsi solamente come una manifestazione provinciale, e appunto per questo i protestanti alsaziani, stando al giudizio di un calvinista dichiarato come il generale Ducrot, non erano considerati come veri francesi. La speranza di alcuni rabbini, che riescirà col tempo diévangéliser la France, a ogni uomo posato si rivela un sogno, ed è poi divenuta pienamente caduca da quando l'Alsazia è ritornata alla patria. Ragioni politiche avevano cagionato la reviviscenza del clero ultramontano, e congiunture politiche altresì formarono finora i limiti del suo dominio.
Anche la popolazione credente delle campagne fu trattenuta da ricordi politici dall'assoggettarsi internamente alla Chiesa. Il contadino seguiva il prete, ma non aveva punto dimenticato i mali giorni delle decime ecclesiastiche e dei pesi feudali: per poco che l'ambizione pretesca avesse prevaricato dai confini della prudenza, poteva riavvampare di botto l'antico odio mortale ai preti e ai gentiluomini. Inoltre, la paura dei rossi nemici della fede era presso le classi colte largamente compensata dalla potenza delle tradizioni rivoluzionarie. L'orgoglio patriottico, il sentimento energico dello stato nei francesi pensanti non ha finora comportato mai un assoggettamento dello stato alla Chiesa. La cultura mondana del secolo si aombra davanti a ogni avviamento religioso estremo, come davanti a ogni soluzione recisa dei problemi religiosi. La maggioranza dei francesi non voleva che il papa perdesse il dominio di Roma, ma tanto meno voleva che acquistasse il dominio della Francia.
Qui, in questa mezza disposizione, in questa disposizione incerta della nazione, nella sua inettezza a giudicare le questioni religiose sotto aspetti religiosi, qui è da cercarsi la chiave della tentennante politica ecclesiastica dell'impero. Napoleone III colmò di favore la Chiesa come nessun altro monarca francese, ma dové pure riconoscere presto i pericoli di una rotta, i cui scogli furono fin dal 1852 avvisati da lontano dall'occhio acuto di Cavour. L'imperatore sentì, che al disopra del suo capo cresceva la dominazione ultramontana, e ammonì soventi volte i prelati: che dal tempo di San Luigi lo stato non aveva mai rinunziato al suo diritto di sovranità. Ma alla fine la guerra d'Italia fece manifesto il dissidio tra gl'interessi ultramontani e i nazionali. Si avverò di nuovo l'antica esperienza, che nei guai la Chiesa è più formidabile che mai. I vescovi, con una arditezza che somigliava molto all'aperta ribellione, levarono la voce pel dominio temporale del papa; e ciò, sia al ritorno dei prelati dalla canonizzazione dei martiri giapponesi, che, di nuovo, dopo la convenzione di settembre. Sovvenne loro di bel nuovo, che un napoleonide non sarebbe giammai un figlio fido della Chiesa. La corte da allora titubò indecisa tra le sue tradizioni rivoluzionarie e le nuove tendenze spagnoleggianti, né più né meno come il Pantheon, il quale, restituito al culto divino, pure continuò a portare in fronte l'iscrizione mondana:aux grands hommes la patrie reconnaissante.
Negli ultimi anni, mentre l'impero invecchiava, il partito spagnuolo alla corte guadagnò la mano. Poteva Napoleone, ed egli solo in Europa, impedire il domma dell'infallibilità; ma all'uomo ormai stanco venne meno la forza di cimentare faccia a faccia la moglie. Mentre si teneva il concilio vaticano, le sue truppe proteggevano Roma: la stessa battaglia che lo rovesciò dal trono donò agl'italiani la Città eterna. La politica ecclesiastica del nuovo bonapartismo è stata un misfatto indelebile contro l'educazione nazionale, che pure l'imperatore intendeva di promovere; aggiunse alla tremenda corruttela del paese anche il vizio dell'ipocrisia e della superbia pretesca e, ciò non ostante, non raggiunse lo scopo di fare del clero un saldo sostegno alla Casa dei napoleonidi. Piuttosto, i gesuiti aiutarono a scavare la fossa al trono imperiale. Essi avevano bisogno di una complicazione europea per fare scivolare in porto il loro nuovo domma mezzo inavvertito dalle grandi potenze; perciò le aizzarono e incalzarono alla guerra onde Napoleone fu sfracellato. E così anche il secondo impero, come già da tempo gli spagnuoli e i polacchi, ebbe a sperimentare, che corre infallibilmente alla rovina ogni regno che si appoggia alla Compagnia di Gesù.
Per l'esecuzione dei disegni prescelti di politica estera, che ognuno attribuiva fiduciosamente al napoleonide, il nuovo sovrano disponeva di uno strumento eccellente, che era il miglior lascito dell'eredità della monarchia di luglio. Le vittorie africane erano per l'esercito una scuola insieme e uno sprone alla brama di gloria. Tutta l'organizzazione dell'esercito era preordinata alla guerra offensiva. In questi reggimenti senza patria, raccozzati da tutte le provincie, guidati da ufficiali scapoli, e cambianti continuamente di guarnigione, non poteva mai spegnersi lo spirito di lanzichenecco di chi vuol battersi unicamente per vedere quale è il più forte. In nessun altro esercito un generale avrebbe potuto rivolgere al comandante supremo le parole, che il maresciallo Castellane gridò all'imperatore: «Sire, l'armata si annoia: se vogliamo batterci, bisogna essere in due: su chi dobbiamo avventarci?». L'imperatore curava premurosamente questa colonna del suo dominio, e, come lo zio, vedeva nell'armata, «la vera nobiltà del nostro popolo», e nella sua storia la propria storia. Ognuno sa quanto si operò di notevole nei primi anni dell'impero per elevare l'efficienza bellica dell'esercito, quanto romore suscitarono sui campi di Lombardia i nuovi cannoni rigati, quanto a lungo il campo di Mourmelon fu ammirato come l'alta scuola della tattica, e come l'imperatore intendesse di risollevare anche la figliastra di questa armata, la cavalleria, con l'introduzione dei piccoli e focosi cavalli algerini. Ai reggimenti rinforzati degli zuavi furono annesse le nuove truppe barbare dei turcos, e le incerte idee dell'oggi sul diritto delle genti permisero all'imperatore di adoperare questi selvaggi contro i soldati europei. Anche la flotta, dopo sforzi enormi, eguagliò finalmente l'inglese in numero di navi e in artiglierie, sebbene non potesse mai divenire come in Inghilterra un'arma nazionale capace di un continuo ringagliardimento.
L'asserzione tanto motteggiata di Napoleone III:l'empire c'est la paix, non era affatto una mera bugia, ma semplicemente un'altra di quelle mezze verità, in cui si palesava l'intima contraddizione del bonapartismo. Tutti i provvedimenti del socialismo monarchico, della felicitazione dispotica delle moltitudini, potevano prosperare unicamente in tempo di pace. Il nipote non era un uomo di guerra, un capitano: i disegni della sua politica europea non erano ispirati dalla cruda frenesia della percossa. Eppure egli aveva bisogno della devozione festosa dei suoi soldati, eppure l'impero doveva l'esistenza al culto della gloria guerresca. In tutti i tempi scabrosi i giornali ufficiosi non avevano che a sollevare la questione del Reno, per occupare le teste irrequiete del popolo e dell'esercito: avvenne così immediatamente dopo il colpo di stato, così dopo la battaglia di Königgrätz. Il signor Lavallée insegnò nella scuola militare di Saint-Cyr la teoria dei confini naturali con una goffaggine stupefacente; e il cattivo libro che scrisse sull'argomento fu coronato dall'Accademia. Perfino il sostenitore del rischiaramento pacifico, Duruy, nella sua introduzione alla storia francese ribatte con passionata indignazione su «quell'enorme lacuna nei nostri confini», che si stende da Lauterburg a Dunkerque. Per lui la lingua tedesca in Alsazia è semplicemente un rozzo dialetto illegittimo; e gli alsaziani devono unicamente alla personale equanimità dell'imperatore, se la loro parlata non è sparita interamente dalle scuole.
Le spettacolose parate militari dell'impero erano eseguite con una teatralità vanagloriosa, con una crudezza di sentimento, che ricordava l'antica Roma. Quando le truppe di ritorno da Sebastopoli sfilarono davanti alla colonna Vendôme, ogni reggimento era preceduto dalle suore di carità e dalle figure squallide dei feriti; e i soldati erano tutti nella divisa da campo sporca e in brandelli, affinché ai cittadiniblasésdella capitale apparisse bene avvistata la selvaggia maestà della guerra, la gloria di fare il soldato. Anche il vestito da funambolo degli zuavi e dei turcos era diretto più a eccitare la curiosità dei parigini che a incutere spavento ai nemici. L'impero fu sollecito del sentimento dinastico nell'esercito con miglior successo che non la monarchia di luglio. I pochi ufficiali liberali, che un tempo si aggruppavano intorno ai generali africani, furono prestamente rimossi o convertiti. Una guardia del corpo di 50.000 uomini, ben addestrati e meglio pagati, portava l'uniforme dell'antica Guardia imperiale, e viveva e sfolgorava dei ricordi napoleonici: il principe imperiale faceva gli esercizi tra le fila dei figli della Guardia. Gli ufficiali di merito arrivavano a una posizione splendida: la paga dei generali richiedeva l'enorme somma annuale di 21 milioni. La croce della Legion d'onore era conseguibile anche dai semplici soldati, e le nuove medaglie militari premiavano i meriti più modesti. Fu istituita una medaglia commemorativa per ogni campagna; perfino la passeggiata militare a Pechino fu ricordata dalla medaglia col dragone.
Urgeva soprattutto di formare una razza di vecchi soldati di professione, la cui bandiera fosse la casa e la patria. Fu fondata la cassa di esenzione che con le alte entrate e pensioni attirava gli usciti di ferma a continuare nel servizio come capitolanti; anche il soldato semplice aveva la certezza di ricevere dopo venticinque anni di servizio 500 lire all'anno, e anche più se era decorato. In tal modo si formò rapidamente un corpo scelto di 170.000 soldati di professione. Che il peso delle pensioni militari aumentasse in 10 anni di circa 20 milioni, non era cosa di cui si desse pensiero la finanza imperiale. Anche la zotichezza lanzichenecca dei vecchi soldati, e il bagordare deivieux grognardsstraripante in molti eccessi taciuti dalla stampa, non scandalizzava un gran che: comunque, il sentimento napoleonico dei pretoriani era assicurato. La guerra d'Italia scoprì per la prima volta la rifioritura dei punti neri di un siffatto procedimento. Quanto più gagliardamente allignava il ceppo dei soldati di mestiere, tanto meno rendevano le leve di milizie giovani, fino a scendere a circa 23.000 uomini all'anno; e tanto più scarso era per conseguenza il numero delle truppe di riserva istruite. Si cercò di sopperire, dando alla meglio a una parte dei coscritti una istruzione accelerata. Capitò allora la guerra del Messico, che impose gravi sacrifizi imprevisti: nel paese la forza effettiva delle truppe era molto ridotta, e negletti i magazzini e gli armamenti; e quando in mezzo a un siffatto scompiglio rimbombò l'eco formidabile di Königgrätz e tutti gli occhi si volsero all'esercito, allora il governo dové pure capire l'assurdità della sua politica militare. Subito si buttò sulla via opposta, e arrischiò la proposta del servizio generale obbligatorio.
Perché mai in un paese in cui l'eguaglianza è deificata e domina il quarto stato, cotesta idea si abbatté in una opposizione furente? Mutare la costituzione dell'esercito vuol dire trasformare la costituzione dello stato. Il servizio militare generale obbligatorio è impossibile in una società burocratica; basta la sua rigogliosa esistenza a provare quanto siano radicati in Prussia i pubblici costumi dell'autonomia amministrativa. Non soltanto il ricco aborriva in Francia la prestazione personale del servizio militare allo stato; i lavoratori altresì, i leali contadini diventarono riottosi e ribelli, quando corse per le terre il grido:il n'y aura plus de bons numéros!Nessuno voleva rinunziare alla speranza, che la fortuna del sorteggio lo dispensasse dal suo dovere civile. Il servizio generale obbligatorio è inattuabile senza corpi di armata provinciali: diventa di una durezza intollerabile, quando costringe le persone colte a servire, anche in tempo di pace, lontano dal proprio paese, in reggimenti nomadi. Siccome il bonapartismo aveva sempre in mano il mezzo di creare una così detta opinione pubblica e di suscitare l'apparenza di un generale entusiasmo guerresco, il sistema di Scharnhorst non poteva spiegare in Francia la felice azione pacifica che ha avuto presso di noi. Lì, invece, il servizio obbligatorio sarebbe stato uno strumento di servitù, avrebbe assoggettato tutta la gioventù alla disciplina militare, impegnato tutte le forze della nazione in una politica estera lunatica. Perciò, quasi soltanto nella bellicosa Lorena i primi disegni del maresciallo Niel furono accolti con giubilo, da per tutto con terrore.
Il superficiale dilettantismo dell'opposizione si confermò ancora una volta nella discussione del corpo legislativo sulla legge militare. I medesimi retori, che avevano rimproverato l'imperatore di arrendevolezza alla Prussia, celebrarono con perorazioni grandiloque l'ideale immorale e impossibile della pace universale, levarono al cielo il sistema militare svizzero, pel quale in Francia il terreno di consistenza mancava affatto, asseverarono, che solamente la libertà renda invincibile l'esercito. Il compromesso, a cui venne alla fine il governo con l'egoismo dei possidenti, non mutò nulla alle basi dell'antico ordinamento militare napoleonico. Solo che fu rafforzata la leva annuale, fu formata sulla carta una gagliarda armata di riserva, fu migliorato l'armamento. Ma il cambio rimase, sebbene scorciato a dieci anni, rimase la lunga ferma, rimase lo sparpagliamento dell'esercito in reggimenti isolati, senza patria; in una parola, l'organizzazione militare per l'aggressione. Lo spirito delle truppe, dopo come prima, era determinato dai soldati di mestiere, di cui espresse il sentimento il generale Changarnier nei suoi giudizi sprezzanti sulle milizie prussiane. Dopo come prima, il coscritto francese entrava con terrore e con sgomento nella caserma, per poi conformarsi rapidamente sotto le bandiere all'irrequieta iattanza militare dei veterani. In questo esercito e in questo spirito della nazione, unicamente qui si annidava la minaccia alla pace universale tanto melodrammaticamente lamentata dagli apostoli pacifisti francesi.
Il dispotismo, anche nelle riforme militari, si rivelò inetto ad apprezzare degnamente le forze morali della vita dei popoli. Quando era pretendente, Luigi Napoleone aveva scritto parole di ammirazione per l'ordinamento militare prussiano; adesso riceveva sull'esercito prussiano informazioni intelligenti e imparziali dal colonnello Stossel. Ma le lettere rimasero inosservate, nemmeno lette. La camarilla militare non voleva vedere, che ogni riservista tedesco e ogni uomo della Landwehr aveva percorso nell'esercito permanente la scuola della disciplina e dell'esercitazione tecnica, e che proprio in ciò consisteva la forza incomparabile dell'esercito tedesco; nutriva unicamente l'idea di superare il rivale con l'enorme superiorità del numero. Perciò fu messa su la massa senza istruzione e senza valore della Guardia mobile, e si persisté con cieca muffosità nell'illusione, che la Landwehr prussiana non fosse buona a nulla, laddove sarebbe bastato uno sguardo fugace sulle leggi militari della Germania settentrionale a mostrare il contrario. Si smargiassava sulle nuove armi, chassepots e mitragliatrici, e intanto si era legati per tira avanti di stupidaroutinea una tattica già vecchia decrepita, si maneggiavano le truppe secondo un regolamento del 1791, e si mandavano fuor dei piedi gli ammonitori con la frase baldanzosa: «il nostro esercito possiede la tradizione della vittoria!». Il despota non poteva desiderare, che un generale si cattivasse un partito compatto tra le sue truppe; perciò distribuì il paese in grandiCommandos, a cui tra rapidi trasferimenti erano assegnati i singoli reggimenti; e non rifletté, che un tale sbrancamento dell'esercito nuoceva allo spirito di camerati delle truppe, e che allo scoppio di una guerra avrebbe costretto a una nuova formazione dell'armata e avrebbe così menomata la prontezza dell'efficienza offensiva dello stato. Anche nell'esercito la carie morale della vita di questo popolo divorava ogni cosa intorno a sé. Già durante la guerra d'Italia un diplomatico inglese, acuto osservatore, che aveva conosciuto da vicino i vincitori di Solferino, scrisse alla sua corte: «questo esercito sarà irreparabilmente perduto, non appena gli sarà contrapposta un'armata di salda disciplina». E da allora le truppe si depravarono anche peggio nelle spedizioni di sacco al Messico e in Cina. Un nepotismo spudorato, maneggiato dalle dame della corte, allentava affatto il nodo compagnevole, del resto già sciolto, tra gli ufficiali; la disciplina non rispettava i condottieri, i quali passavano la più parte del tempo tra vuote millanterie, modicissimo lavoro e lautissimo far niente.
Frattanto la Francia credeva al suo invincibile esercito, e siccome Luigi Napoleone, per lo meno nei primi anni di regno, partecipava a cotesta fede, è dunque innegabile, che egli per lungo tempo fece uso moderato della potente arma offensiva, che opinava di avere sotto mano. Dal tempo di Enrico IV egli era il primo sovrano di Francia, che si occupasse delle questioni europee con intelligente sollecitudine pel bene dell'intero continente, e non già coi soli preconcetti dell'ambizione francese o dell'ambizione personale. Nei suoi anni migliori sostituì alla politica orleanista dell'invidia rilevanti vedute europee. Le medesime corti, che avevano salutato con gioia il colpo di stato, dopo vista l'orientazione assunta dal trono imperiale, guardarono con comprensibile diffidenza alla politica europea del nuovo sovrano. Per un sovrano francese il nome imperiale non poteva mai risolversi in una troppo innocente decorazione, come il titolo d'imperial crownper la corona della Gran Bretagna. Il nome di Napoleone III sonava come un'evizione degli antichi confini dell'impero mondiale, a cui lo zio non aveva formalmente rinunziato mai. In verità, il nipote fece assicurazioni soddisfacenti; ma il sospetto delle corti continuò. Un protocollo segreto, firmato a Londra il 2 dicembre 1852 dagli ambasciatori delle quattro grandi potenze, ammise il principio del non intervento, assumendo che la fondazione dell'impero fosse un puro mutamento del regime interno della Francia. La Prussia, come la minacciata più da vicino, essendo la sola grande potenza confinante con la Francia, prese puramente atto dell'accaduto, con la dichiarazione formale, che con ciò non s'intendeva né di esprimere un'opinione, né di riconoscere le eventuali conseguenze. Lo czar Nicola rifiutò al nuovo venuto il titolo di «caro fratello».
La faccendoneria che traspariva irrequieta nelle Tuileries, il disegno, portato in giro per le corti, di una grande unione doganale dei popoli latini, i maneggi odiosi che la Francia iniziò col Belgio e la Svizzera, erano cose che non potevano scemare la diffidenza delle corone. Il napoleonide era il nemico nato dei trattati del 1815, che, sia pure lacerati qua e là, determinavano sempre, però, la conformazione della carta dell'Europa di mezzo. Non poteva certo lasciare l'impero nella posizione modesta, che gli era stata fatta fin dal Congresso di Vienna. L'istituzione della medaglia di Sant' Elena, che fu una vera provocazione sfacciata, dimostrava che il nipote non aveva punto dimenticato le tradizioni militari della sua Casa. Né sulla fiducia personale poteva contare il furbo, che aveva conquistato il trono con un gioco di bindolerie. «Napoleone mente sempre, e quando tace congiura», ecco come lord Cowley fissò più tardi l'avviso allora predominante nelle corti. In effetto, il gusto delle cabale e delle vie traverse durante una vita avventurosa, era diventato nell'imperatore una seconda natura. Gli piaceva di lasciarsi continuamente per lo meno due porte aperte: si atteneva fedelmente al principio, che la politica francese non aveva mai rinnegato da tre secoli, vale a dire all'adagio:promettre ça n'engage à rien. Anche i disegni che non avevano nulla a temere dalla luce del sole, egli curava di prepararli in profonda segretezza, come un cospiratore, lanciandoli poi di colpo fuori delle tenebre. Due tentazioni opposte si contendevano il napoleonide. Seguendo la prima, avrebbe potuto presentarsi come l'erede dello zio e intraprendere contro l'Inghilterra la guerra di vendetta, domandata mille volte da saccenti fanfaroni. Stante la elaborazione ingegnosa del credito inglese, le cui fila si raccoglievano tutte alla capitale, non pareva affatto inconcepibile, che una breve dominazione di truppe straniere a Londra avrebbe potuto scompigliare l'intero regno, e indurre a una pace umiliante quel popolo mercantile e poco bellicoso, còlto alla sprovvista. Oppure, seguendo la seconda tentazione, avrebbe potuto dedicarsi ai disegni del bonapartismo rosso, alle idee pazzesche, che il principe Napoleone fece sostenere dall'Opinion nationalee che poi egli medesimo espresse nel maggio del 1865 nel suo famigerato discorso ad Aiaccio. Il principe venne fuori con la botta demagogica del prigioniero di Sant'Elena: «il mio nome sarà sempre pei popoli la stella polare del loro diritto». E pretese una tendenziosa politica di radicalismo, che, secondo il presagio dello zio, avrebbe collocato il sostenitore a capo dell'Europa; chiese il ripristinamento della Polonia, la lotta contro l'Austria reazionaria, e via di seguito.