IV.

Il 10 dicembre, racconta un bonapartista in delirio, «di botto il pensiero del popolo venne fuori trionfante, potente, completo, irresistibile, come il fiore dell'aloe, che d'un colpo tonante sboccia in un attimo e si spande». Riuscito eletto il pretendente da più di cinque milioni e mezzo di voti, la capitale era schiacciata dalle provincie, la borghesia dai contadini; e, insiememente, precipitavano d'un colpo le tacite speranze dei realisti, perché l'espettazione, che il principe avrebbe spianato la via alla monarchia, riposava sulla supposizione, che avrebbe potuto ottenere non più che una debole votazione. Ora, invece, egli veniva a trovarsi potentemente collocato al disopra dei partiti, coperto dalla colossale maggioranza della nazione. La natura delle cose gli consigliò di lasciare che i vecchi partiti si dissolvessero completamente. Parenti e parassiti, lacché e cacciatori di posti, e la pompa e il fasto di una corte regale accolsero il presidente, quando salì dalla semplicità repubblicana alla cerimonia del giuramento nel palazzo dell'Eliseo. Quel giorno stesso, però, egli disse: «io so bene di dovere un minimo di voti alla mia persona, alcuni ai socialisti e ai realisti, e quasi tutti al mio nome». Parola modesta; solo che, purtroppo, conteneva questo annunzio: la legittimità della quarta dinastia è ristabilita!

Le lotte parlamentari che ora ardono come le ultime lingue di fuoco di un cratere spento, fanno vivo riscontro, per la loro cruda veemenza accoppiata nello stesso tempo all'impostura impotente, con le languenti contese di parte, che un tempo turbarono la nazione dopo la caduta del dominio del Terrore; salvo che sono anche più imbelli, più indegne, più bugiarde di quelle. Un presidente imperiale, un'assemblea nazionale in preponderanza realista e una costituzione repubblicana nata morta componevano le tre forze motrici dello stato: la Francia, notavano con malizia i democratici sociali, si era ingabbiata nella sua nuova carta come in uno strangolatoio. Se, infatti, il presidente avesse voluto mantenere, anche malgrado dell'assemblea nazionale, il potere monarchico di cui godeva come capo dell'amministrazione, sarebbe stato fermato sulla sua via dal principale ostacolo: la completa mancanza nel parlamento di un partito bonapartista visibile. Cotesta situazione innaturale decise sostanzialmente il corso irresistibile degli eventi; il quale era immutabilmente prefisso, giacché la pacifica classe agricola, che era il sostegno del bonapartismo, non contava nel suo seno rappresentanti politici in parlamento. Per gli altri quattro partiti, legittimisti e orleanisti, repubblicani e socialisti, sorgeva irrefutabile la questione: era lecito disprezzare l'ambizione di quell'uomo, il quale aveva sotto di sé il potere esecutivo, e aveva alle spalle la forza morale di cinque milioni e mezzo di suffragi? E l'assemblea nazionale, che mancava essa stessa di appoggio nel popolo, non era tenuta a cercare un terreno d'intesa con la nuova forza della tirannide popolare? Lo spirito di parte fu più forte di tali considerazioni patriottiche. Si era formato il tacito accordo, come disse Thiers, che nessun partito avrebbe sfruttato la repubblica a suo pro. Il che vuol dire, che ogni partito segretamente sperava di sentir presto battere l'ora del proprio dominio, e che era deciso a non cedere il passo a nessun altro. Tanto meno a quello sciocco di presidente.

Tra tutti gli errori in cui i partiti possono incorrere, il più perdonabile è senza dubbio l'inverso giudizio fatto di un uomo politico entrato da poco nelle lotte della vita pubblica; eppure la media degli uomini rimette più volentieri qualunque altro errore, fuori di questo. La lotta dei liberali contro il conte di Bismarck ha condotto anche noi tedeschi a fare la poca onorevole esperienza, che solamente alla banale vanità sembra una degradazione personale il riconoscimento dell'importanza di un avversario preso in dileggio. A Parigi gli avvertimenti del conte Molé e di pochi altri imparziali erano fatti al vento: la maggioranza dell'assemblea nazionale non volle adattarsi a rispettare in pace il presidente. Non lo avevano conosciuto prima, e non vollero conoscerlo ora. Il suo primo messaggio al parlamento offriva un lucido prospetto della situazione del paese; ma lo stesso stile senza frasi, lo stesso riserbo da uomo di stato emanante da quell'atto valse come una novella prova dell'inettitudine del presidente. Il principe era e rimaneva un pazzo, uno «zolfanello», uno straccione animato dall'ambizione banale di pagare i vecchi debiti e contrarne dei nuovi, di sentirsi chiamare monsignore, di tenere serve e cavalli, e via dicendo: il tutto sul tono di quelle finezze, di cui Victor Hugo il Grande ha vuotato il sacco addosso a Napoleone il Piccolo.

Il principe era pervenuto alla sua carica in nome dell'«ordine», e conseguentemente «si circondò di uomini d'ordine di tutti i partiti». Principiava l'êra desolante della reazione europea, giacché di tutti gli stati provati dalla tempesta del marzo il solo piccolo Piemonte mostrò l'energia morale di serbarsi fedele alle idee liberali. Per farsi riputazione nell'Europa bramosa di pace, il principe doveva appoggiarsi ai conservatori. Sul complice e zelatore di tale reazione contava l'assemblea nazionale che, eletta nella primavera del 1849, era presieduta da Dupin con sfacciata partigianeria. L'elezione si era risoluta in una nuova protesta del popolo contro la rivoluzione di febbraio. I repubblicani moderati perderono quasi tutti i seggi, essendosi la loro alleanza coi fanatici dell'ordine già sciolta fin dall'autunno precedente. La colossale maggioranza degli eletti era di reazionari, vale a dire di realisti. Il club bonapartista della via Montmartre si era fuso col grande club dei così detti moderati della via Poitiers: in generale i contadini bonapartisti elessero candidati realisti, perché costoro erano i soli reazionari colti che essi conoscevano, e che erano loro raccomandati dal parroco. Soltanto dalle urne delle grandi città sortirono in copia i nomi democratici sociali; ragione sufficiente per rinfocolare da capo la rabbia di partito dei reazionari.

Nel giugno del 1849, quasi contemporaneamente con l'apertura di questa camera, scoppiò a Parigi e a Lione una rivolta repubblicana prestamente domata: passò di nuovo sul paese la follia del terrore, solo che adesso il terrorismo dei «moderati» non conobbe più limiti. «È tempo», diceva un proclama del presidente, «che i buoni prendano coraggio e i malvagi tremino». Gli stessi uomini, che prima avevano dichiarato intollerabile la temperata severità delle leggi di settembre, a stento ora riuscivano a sfogarsi nei provvedimenti di arbitrio contro i repubblicani. Senza esitazione Odilon Barrot da ministro ricorse contro le riunioni popolari alle stesse leggi scadute fin dal 1793, che Guizot nel febbraio aveva esumate contro Barrot e le adunanze riformiste. Il governo venne autorizzato a chiudere tutti i clubs politici e a proibire le associazioni operaie pel miglioramento del salario. Il consiglio municipale di Parigi fu nominato dal presidente, e fu limitata per gli operai la libera elezione di domicilio nella capitale. Frattanto si susseguivano le deportazioni: con quale frequenza echeggiava a Lambessa il disperato grido dei prigionieri: «giudici o morte»! L'estremo fascino, che circondava tuttora il gran nome della repubblica, andò perduto in cotesti saturnali della reazione. Parve perciò comprensibilissimo, che gli alberi della libertà nel gennaio del 1850 fossero rimossi dalle piazze di Parigi. Come un tempo il primo Napoleone ebbe poco da aggiungere alle leggi eccezionali repubblicane del 18 fruttidoro, così ora il secondo impero deve ai predecessori la più parte dei più famigerati provvedimenti di sicurezza del suo dispotismo. Per esempio, il prescritto draconiano che all'autore del più piccolo articolo di giornale fa ordine di sottoscriversi, è un benefizio della repubblica. I compagni di Luigi Blanc e di Albert erano in esilio fin dall'estate del 1848; nel giugno del 1849 il medesimo destino toccò a Ledru-Rollin e ai suoi prossimi seguaci. I pochi superstiti della Montagna schiumavano di rabbia; e chi in una adunanza vedeva esplodere l'uno contro l'altro questi due opposti irreconciliabili, il materialismo sfrenato e il gretto furore pretesco, sentiva che il giorno della libertà era tramontato. «Il popolo è l'insurrezione,les assommeurs sont incalomniables»; così gridava la destra. Perfino uomini miti e coltissimi, come per esempio l'economista Carlo Dunoyer, diventarono reazionari fanatici in quelle lotte furibonde dei partiti: qualunque richiamo alla necessità di un'amnistia suscitava a tumulto tutte le passioni comuni dei moderati. Finalmente nella primavera del 1850, nei giorni in cui l'elezione del socialista Eugenio Sue a Parigi fece correre di nuovo i brividi addosso ai possidenti, la reazione celebrò il suo ultimo trionfo: la legge del 31 maggio depennò dalle liste tutti gli elettori che non potevano dimostrare di dimorare almeno da tre anni nella loro residenza abituale. In tal modo la grande maggioranza dei lavoratori, cioè tre milioni su dieci milioni di elettori, fu defraudata del voto. Esultò la maggioranza, inebbriata dalla vittoria; presto però avrebbe appreso, che il famoso «capolavoro della restaurazione sociale» segnava il principio della fine.

La maggioranza rivelò sfrontatamente, come al tempo del re borghese, il proprio egoismo di classe, anche nelle questioni non strettamente politiche. Chi esemplificava a questi industriali il libero scambio degli stati vicini, si sentiva rispondere con scherno: «gli altri popoli mandino pure in malora le proprie officine in grazia delle vuote teorie; tanto meglio per la nostra industria protetta!». Concordavano in siffatte idee tutti i giornali, dal repubblicanoNationalall'Universultramontano. Il disegno di legge doganale liberale di Sainte-Beuve fu messo da parte, il ministro liberoscambista Buffet e Leone Faucher furono costretti ad accordarsi davanti alla paura dei protezionisti, e il trattato di commercio col Piemonte non si poté rinnovare se non sotto date limitazioni, perché il Piemonte in fatto di navigazione non era da annoverarsi tra i piccoli stati innocui! Era insolenza quella di Massimo d'Azeglio, quando fin dall'aprile del 1849 scrisse canzonando al suo amico Rendu: «il vostro stato lo chiamate ancora repubblica?».

L'assemblea nazionale consumava le proprie forze in siffatti espedienti del furore partigiano e dell'egoismo sociale. Anche il solo prodotto durevole di cotesti legislatori, la legge sull'istruzione del 15 marzo 1850, portava il vasto suggello della mentalità di partito. Subito dopo l'assunzione del presidente, il ministro ultramontano Falloux nominò una commissione per la sistemazione della scuola: era presieduta da Thiers, volteriano. Non invano gliAnnales de la propagande de la foierano diffusi nel paese in 170.000 esemplari, né invano il vescovo Dupanloup faceva da anni il panegirico delle idee dell'89. Il clero si era accostato alla repubblica con pia sommissione, per impetrare subito alla Chiesa la libertà d'insegnamento e di associazione. Laddove i liberali avevano esitato finora a rinvigorire la potenza della Chiesa, che era l'unica forza sociale serbante tuttora una certa indipendenza di fronte all'onnipotenza dello stato, ora invece la paura economica invocava l'ordine a ogni costo. La solidarietà degl'interessi conservatori esigeva che il clero plasmasse e educasse uomini quieti di spirito. In nome dell'ordine, volteriani e ultramontani stretti in bella unione decisero non solamente l'abolizione dell'assolutismo nell'università di Parigi; il che era nei desiderii di ogni animo libero; ma l'assoggettamento dell'istruzione letteraria all'influenza della Chiesa. Quattro vescovi entrarono a far parte del consiglio superiore della pubblica istruzione, e insieme con loro, per ragioni di decenza, anche alcuni rappresentanti degli altri culti: la Chiesa fondò scuole a volontà, e lo stato non richiese più alcun titolo d'idoneità scientifica dagl'insegnanti ecclesiastici.

Anche nella politica estera si manifestò lo stesso cieco zelo di settarismo rivoluzionario. Nella contesa per la costituzione tedesca la Francia naturalmente si schierò allato all'Austria. Solo quando il principe di Schwarzenberg mise avanti il suo disegno di fondazione di un impero di settanta milioni di sudditi, solo allora a Parigi si spaventarono: temerono da una tale proposta, innocente anzi che no, un rafforzamento della Germania, e fecero minacce persistenti a Berlino e a Vienna, fino a quando l'Austria non rifiutò l'adesione dei suoi stati alla confederazione germanica. La questione italiana, tirata avanti tra i peccati di omissione del passato anno, era adesso interamente caduta. Quando poco prima dell'impresa di Novara il re Carlo Alberto domandò aiuto a Parigi, il presidente era propenso a consentire alla proposta; ma i ministri temerono l'ambizione del Piemonte, e la Francia si tenne spettatrice inerte del dominio della sciabola rafforzato di nuovo dall'Austria nel Mezzogiorno di Europa. Per tutto l'anno 1849 il presidente serbò una grande inclinazione a dare man forte al Piemonte; ma lo ritenne il quietismo, lo spirito reazionario dell'assemblea nazionale. Si contentò di prevenire la Toscana dall'adesione a una unione doganale austriaca.

Tanto meno parve tollerabile l'intervento armato degli austriaci e dei napoletani a Roma. Ma gli uomini d'ordine tuonarono contro il radicalismo magnanimo degli ardimentosi triumviri romani, gli ultramontani lamentarono il derubamento delPatrimonium Petri, e anche protestanti liberali, come Coquerel, in quei giorni di felicità reazionaria levarono al cielo il papa come il migliore amico della libertà. Da tali imbarazzanti contraddizioni sorse in fine il disegno, che la Francia sarebbe intervenuta a favore del papa, insieme, e della libertà. Luigi Bonaparte previdentemente, fin da prima della sua elezione, aveva cercato di destreggiarsi tra le due direzioni: il due dicembre scrisse al nunzio, che non aveva niente di comune in Roma col cugino radicale Canino, e che egli voleva il ristabilimento dello stato pontificio; cinque giorni più tardi scrisse sulConstitutionel, che, non ostante tutto, non approvava la spedizione a Roma. Quando salì al governo, l'impresa romana era già cosa conclusa, e l'uomo che un tempo aveva indetto guerra al papato temporale, fu condotto a limarsi per cinque mesi nel tentativo impossibile di far giustizia nello stesso tempo al papa e al liberalismo. Il primo atto importante di politica estera della repubblica, la quale «non doveva mai movere guerre contro la libertà degli altri popoli», si aprì con uno strappo alla costituzione; la prima spedizione guerresca del napoleonide, con una rotta. La nuova assemblea nazionale spinse finalmente le cose alla piega decisiva. Radunatosi questo parlamento reazionario, l'agente diplomatico liberale Lesseps fu richiamato, e rinnovato con sanguinoso calore l'assalto a Roma. Cadde la repubblica romana, prostrata dalle armi della libertà francese: la Francia prestò servizio di birro al papato di ritorno, e gli ultramontani tripudiarono sulla rovina dei demagoghi senza Dio. Era palmare, che la politica dell'intervento della Francia aveva riportato a Roma lo stesso premio, che in Ispagna al tempo di Luigi XVIII: i più gravi sacrifizi di danaro, di uomini e di riputazione tornarono unicamente a profitto della potenza dell'Austria e del partito reazionario. È indubitabile, che il principe non desiderasse menomamente un ripristinamento incondizionato del papa re; anzi Gioberti stesso attesta con quanto zelo Tocqueville, ministro degli esteri, si adoperasse per ottenere garanzie in pro dei diritti politici dei romani. Se non che il presidente non aveva la forza di resistere alla foga reazionaria dell'assemblea nazionale; né al napoleonide era consentito di lasciare invendicata la rotta delle armi francesi. Cacciato l'eroico manipolo di Garibaldi e ristabilito l'antico sgoverno, il principe indirizzò a Edgardo Ney la famosa lettera, che domandava per lo stato pontificio amnistia, amministrazione laica, principii liberali di governo e il codice Napoleone. Il che non era un richiamo valevole pel momento, giacché il presidente conosceva bene, mentre scriveva, l'implacabile odio vendicativo della Curia; era una riserva per l'avvenire e, insieme, un segno ai liberali di Europa, che il principe non aveva ancora rinunziato per sempre ai sogni rivoluzionari della giovinezza.

In tal modo il parlamento faceva da manovale a una reazione vendicativa, e la trappoleria repubblicana era uno schifo per ogni uomo sincero e onesto. Come mai istituzioni di tal sorta avrebbero ispirato un tremebondo ossequio a un principe imperiale? Non cadeva dubbio, che il presidente avrebbe battuta una terribile strada, verso la meta a cui una fede fatalistica lo sospingeva. Era la strada sicura, tanto più che all'indole senza scatti e per nulla impassibile del nipote era completamente estraneo quel gusto brutale delle azioni violente, che era proprio della natura guerriera dello zio. Se altra strada non fosse stata davanti, che quella della violenza, a tutti coloro che conoscevano il passato di cotesto cinico sarebbe parso evidente che egli, stimolato dalla temeraria sfrontatezza di Morny, avrebbe rotto il giuramento con la fredda calma di un giocatore, che onora il successo come suo Dio. E, in verità, l'atmosfera morale di quella età senza fede e senza ideale era poco propizia alla lealtà della coscienza. Se gettiamo uno sguardo sugl'intrighi realisti dell'assemblea nazionale, non possiamo trattenere una dura parola: in cotesta maggioranza cento se ne contavano, che si sarebbero arretrati davanti al rischio del colpo di stato, ma nemmeno trenta davanti allo spergiuro. Una volta che Thiers ed Emilio Girardin, che avevano aiutato il presidente a conquistare il potere, subito dopo lo abbandonavano, noi arrischiamo la scortese affermazione, che cotesta diffalta non fu provocata da scrupoli di coscienza. Questi signori diedero le spalle a Luigi Bonaparte, perché andò a vuoto la loro speranza di dominare l'autocrata.

Specialmente dopo la rivolta del giugno 1849 il presidente sentì la necessità di procedere di accordo coi reazionari. Cercò dapprima di governare parlamentarmente, e nel viaggio che fece nel paese durante l'estate del 1849 si comportò con molta prudenza. Felice occasione di conoscere uomini e cose, e intessere tra il tintinnio dei bicchieri le prime fila della grande cospirazione. Chi oggi rilegge a mente fredda quei brindisi e quei discorsi ufficiali comprende, sempre con nuovo stupore, che solamente i vanitosi oratori dell'assemblea nazionale potevano sorridere di quelle arti di seduzione tanto abili e pericolose. Dovunque, il principe seppe lusingare la boria provinciale: a Rouen lodò la perfezione delle industrie, a Saumur, sede della grande scuola di cavalleria, lo spirito militare; a Poitiers ricordò i giorni procellosi di Carlo VII, ad Epernay le ultime lotte dell'imperatore. Parlò rugiadoso, come un mite uomo di ordine; diffidò dalle teorie dei cervelli esaltati, richiamò alla fede, al rispetto della proprietà e della famiglia. Stimò anche necessario di rievocare un colpo di stato sul tipo di quello del 18 brumaio; perché, spiegò innocentemente, «la Francia non si trova ora nella condizione che richieda un rimedio così eroico». Ad Ham, sicuro, ad Ham, dove la popolazione si affollò tripudiando intorno al prigioniero liberato, egli riconobbe con contrizione i peccati della giovinezza: ora non capiva più quella presunzione che un tempo lo spinse ai tentativi violenti di sovversione, e non lamentava affatto di averli dovuti espiare. Solo una volta, ad Angers, tradì, alquanto più chiaramente, il suo desiderio riposto: «io non ho né il genio, né la potenza di mio zio»: parola significativa in un paese, le cui provincie sono abituate ad attendersi ogni prosperità dal capo dell'amministrazione.

A malgrado di una tale riservatezza del principe, non era però verosimile che un capo di stato responsabile si sarebbe vincolato ai consigli dei terzi. Il presidente dichiarò nel modo più reciso al principe Napoleone, suo arrogante cugino, che non avrebbe mai tollerato l'influenza di chi si sia, e che intendeva di governare nell'interesse delle moltitudini, non mai di un partito. Anche i ministri sentirono presto sopra di sé la forza di una volontà fatta: s'indussero perfino a decorare, apparentemente per meriti verso la repubblica, i congiurati di Strasburgo, e con tutto ciò non riuscirono a cattivarsi la soddisfazione del padrone. Solo che il principe cercò di legare a sé la testa forte del gabinetto, Tocqueville. Il quale però argomentò: «il principe vuole creature, non già ministri». Inoltre il presidente, il 31 ottobre 1849, annunziò all'assemblea nazionale che la repubblica abbisognava di una guida unica e ferma; che perciò aveva dimesso i ministri e si era circondato di uomini «tanto solleciti della responsabilità mia quanto della loro». «La Francia», esclamò, «cerca la mano, la volontà, la bandiera dell'eletto del 10 dicembre. Tutto un sistema ha trionfato il 10 dicembre. Il solo nome di Napoleone è un programma, e significa, all'interno, ordine, autorità, religione, benessere del popolo, e, all'estero, dignità nazionale». Principiò il governo personale. Conformemente alle dottrine dell'idea napoleonica, vennero chiamati al ministero specialisti come Fould, Rouher, Hautpoul, i quali espressamente dichiararono di stare fuori dei partiti e di riconoscere un solo partito, «la salute della Francia». La piega degli eventi, che del resto risultava inevitabilmente dalla situazione di responsabilità fatta dalla costituzione al presidente, era tale, che Tocqueville convenne perfino: «forse il principe fa bene a mandarci via». Pochi giorni dopo, a una riunione di dignitari della magistratura il presidente insegnò, che la Francia aveva visto passare in varia vicenda costituzioni e governi, e solo le creazioni dell'imperatore erano rimaste!

La voglia di dominare dell'assemblea e la volontà sempre palese e vigile del presidente si erano già azzuffate più di una volta in intrighi odiosi. Fedele agli usi dissipati del tempo che era un fuggiasco, il principe viveva in eterni imbarazzi di pecunia. Ma s'ingannava l'assemblea, se sperava che la nazione avrebbe, come pel passato, ripetute a dileggio le beffe di Cormenin suLouis le désireux. Mormorarono i contadini della spilorceria dei deputati, quando il presidente annunziò ostentatamente la vendita dei suoi cavalli; e il fido Achille Fould trovò sempre nuovi speculatori pronti ad arrischiare il loro danaro sulla grossa partita del principe. L'ostilità dei due poteri, rattoppata cento volte miserabilmente, precipitò in fine ad aperta rottura dopo la legge elettorale del 31 maggio 1850. Ognuno aveva temuto disordini in conseguenza di cotesto attentato a quanto la nazione aveva di più sacro, di cotesta grossolana offesa all'eguaglianza. Quando il popolo, con tutto ciò, persisté nella sua ottusa infingardia, allora in tutti i partiti si sollevò la questione: tale essendo il torpore della nazione, anche un colpo di stato sarebbe tollerato? Si ridestarono speranze antiche e angustie nuove. L'estate del 1850 vide tutti i partiti monarchici affaccendati in alacre faccenda, e rivelò di nuovo la profonda slealtà dei repubblicani dell'oggi. I legittimisti pellegrinavano a Wiesbaden, gli orleanisti a Claremont. Thiers, naturalmente, aveva inteso soltanto di esprimere il proprio rispetto personale al vecchio re; più francamente, Berryer confessò di essere andato a Wiesbaden a compiervi una missione politica. L'una e l'altra manifestazione non ebbero successo. Anzi il duca di Chambord non era adesso affatto disposto a un riconoscimento incondizionato del nuovo diritto pubblico. E veramente tra gli orleanisti si annunziava il disegno, che il duca Joinville concorresse al seggio presidenziale. Anche per questo partito il giuramento alla costituzione non formava alcun ostacolo; sarebbe prestato, come candidamente racconta Dunoyer, solo sotto la tacita riserva, che la Francia avrebbe al più presto ristabilita con mezzi pacifici la monarchia. Mancava però l'ardimento della risoluzione.

Nel frattempo il presidente profittò destramente del favore del caso, che gli permetteva d'inaugurare le ferrovie costruite dagli Orléans. Percorse per la seconda volta il paese e civettò apertamente intorno al favore delle moltitudini. «I miei migliori amici abitano nelle capanne, non nei palazzi», esclamò agli operai delle strade ferrate della Piccardia; e ricordò la parola dell'imperatore dei plebei: «il mio polso batte all'unisono col vostro!», e lamentò con dolore, che la costituzione gli avesse risecato il diritto di grazia. Mostrò a Lione vivo interesse per la cassa di soccorso degli operai: l'applauso dei setaiuoli gli aprì il cuore, e parlò loro come «rappresentante di quelle due grandi manifestazioni nazionali che nel 1804 e nel 1848 si proposero di salvare per mezzo dell'ordine i sublimi principii della Rivoluzione». Anche più trasparente predisse, che l'amor di patria secondo le circostanze avrebbe potuto comandare la rinunzia o la perseveranza, e infine prese fervorosamente commiato: «sarebbe immodesto, se io vi dicessi come l'imperatore: o Lionesi, io vi amo! ma permettetemi di dirvi dal profondo del cuore: o Lionesi, amatemi!». E continuò a parlare in cotesto stile, finché a Caen disse chiaro e tondo: «se il popolo mi imponesse una nuova soma, sarebbe grave colpa da parte mia il sottrarmi all'alta missione!». Nulladimeno, il tripudio delle moltitudini operaie importava poco: i destini del paese erano librati sul puntone della spada. L'odio dell'esercito contro ogni forma parlamentare continuava in nulla disasprito anche sotto l'assemblea reazionaria. Si principiò col disprezzare come chiacchieroni i generali africani: veterani imperiali e giovani lanzichenecchi ambiziosi bramavano di porsi di gran lunga al disopra dei benemeriti condottieri. Attivi faccendieri rinfrescavano infaticabilmente i ricordi della gloria imperiale; e in cento caserme spiccavano le effigie dell'uno e dell'altro Napoleone con sotto il ritornello:

Dieu nous l'a pris et Dieu nous l'a rendu!

Al ritorno dal suo secondo viaggio, il principe passò la grande rassegna sul piano di Satory: il vino corse a fiumi, e i soldati ubbriachi gridavano: viva l'imperatore! La stampa europea scoppiò di nuovo in risa di scherno sul povero pazzo: i bengali di Satory furono paragonati coi tuoni di Austerlitz e il nipote ai fuochi con lo zio al fuoco. Non si riflette alle tante volte che nell'età dei Cesari il destino del mondo fu deciso con simili espedienti. Subito dopo, il generale Changarnier, comandante delle forze armate di Parigi, fu rimosso, e furono divise le sue funzioni e affidate a uomini ligi. Il generale aveva titubato a lungo, tanto da essere la «sfinge» guardata con paura dai partiti in lotta; in fine si buttò ai realisti, perché opinava di dominare il principe e perché non penetrava la situazione del paese. Nemmeno una compagnia, affermava pateticamente, aiuterebbe il presidente al colpo di stato: «discutete in pace, o rappresentanti del popolo!». Così stavano le cose, quando si riaprì dopo un breve aggiornamento l'assemblea nazionale. S'incrociarono dall'una e l'altra parte accuse e contraccuse furibonde, tutte egualmente giustificate, tutte egualmente ignominiose: fedele riflesso di una vita pubblica menzognera, in cui gli uomini leali si contavano sulle dita. Possiamo bene prestar fede al principe, che spesso, davanti a coteste selvagge zuffe parlamentari l'animo gli veniva meno. Il secondo anniversario della sua elezione, egli nel palazzo di città dichiarò, che il suo era il solo potere legittimo, che fosse sorto dal febbraio: piaggiò l'esercito, mutò i ministri a piacimento. Diffidante, Thiers esclamò:l'empire est fait.

Milioni di uomini sentivano, che questa lotta senza uscita tra i due supremi poteri dello stato non poteva, non doveva durare. Una cupa astiosità si appesantiva sul paese. Nessuno voleva esprimere la propria opinione, perché da tutti si temeva; e nessuno poteva esprimerla, perché la stessa fantasia degli uomini era mutila: non avevano alcun concetto, alcuna idea dell'imminente futuro. L'ipocondrico scritto di Raudot sulla decadenza della Francia, che fu una mortificazione per la boria nazionale, contò, non ostante le esagerazioni, numerosi lettori. Efficacia anche maggiore ottenne lo scritto brutale di Romieu sullo «spettro rosso», con la sua faziosa requisitoria contro «il popolo, questa bestia feroce e stupida». Gli almanacchi e i fogli clandestini, di cui si nutriva la borghesia di provincia, si compiacevano d'infinite invettive contro i nemici della proprietà. L'industria e il commercio non erano in grado di elevarsi, la scienza e l'arte tacevano affatto. La gente si consolava tuttora col pensiero, che cotesta era la conseguenza dei giorni turbolenti; solo più tardi si riconobbe, che effettivamente, dopo la febbre degli ultimi sessant'anni, la forza creatrice della nazione era giaciuta alquanto tempo appassita.

Se non che, piú grave di tutte le sollecitudini del momento, premeva l'ansietà degli enimmi del 1852, anno che avrebbe portato contemporaneamente l'elezione del presidente e dell'assemblea nazionale. Il clero, che da tre anni si era tenuto lontano dal pretendente, ora, dopo la caduta della repubblica romana, era entrato con riconoscenza tra le fila bonapartiste. Anche nei suoi viaggi il principe aveva guadagnato molti aderenti col suo tatto obbligante. In effetto, dal popolo non era amato menomamente, perché gli mancava l'opportunità di mostrare la propria importanza alle moltitudini. Solo che ai vantaggi che già da tre anni lo raccomandavano al popolo, se ne aggiungeva adesso uno nuovo di assai maggior peso: Luigi Bonaparte si trovava già al governo, e la nazione aveva orrore di qualsiasi incerta novità. E siccome non si presentava contro di lui nessuno speciale candidato, rimaneva indubbiamente stabilito, e nessun imparziale lo ha contestato, che il popolo, contrariamente al disposto della costituzione, avrebbe rieletto il principe. Il che era tanto sicuro, che nemmeno una dichiarazione esplicita del presidente di non accettare la rielezione, avrebbe distolto il paese dal suo proposito anticostituzionale. Quale spettacolo, se il popolo avesse eseguito egli stesso il colpo di stato, fomentando in ogni capanna la slealtà e l'indisciplinatezza; se migliaia di funzionari, se l'intera Francia ufficiale avesse incitato la nazione a lacerare lo statuto! Ma i rappresentanti popolari di una democrazia erano poi autorizzati a osservare, contro la volontà del popolo sovrano, la lettera di una costituzione divenuta impossibile? No, certamente: se nel turbine delle contese di parte sopravviveva tuttora una favilla di spirito patrio, l'assemblea nazionale doveva decidere il rimaneggiamento legittimo della costituzione. Tale era la volontà del paese: 79 consigli generali dei dipartimenti sopra 85 domandavano la revisione dello statuto. Che dietro le richieste della revisione si nascondessero alcuni motivi assai loschi, che non fosse sano rimettere in questione il nuovo diritto pubblico fondato appena di recente; tutto ciò non meritava considerazione a confronto con un depravamento politico senza pari e a confronto con l'altro pericolo della guerra civile. Per quanto i complici del bonapartismo abbiano favoleggiato a meraviglia sulle trame sinistre dei rossi, è però certo, che la democrazia sociale preparava per le elezioni del 1852 un ultimo colpo disperato. Una rete di società segrete copriva di nuovo il paese come al tempo della Restaurazione. Laggiù, nel Mezzogiorno, dominava la società dei montagnardi col suo tenuto organo,l'Ami du peuple. In quelle provincie infiammabili l'antico fanatismo borbonico era stato soppiantato da un fiero movimento radicale, che aveva il centro a Marsiglia. Che le cospirazioni comunistiche, anche esse, non vi fossero affatto spente, ciò è ormai fuori dubbio dopo le recenti rivelazioni sull'Internazionale. Si doveva rimanere inerti davanti al malanno che maturava? Il generale Changarnier, quando fu arrestato la mattina del 2 dicembre, opinò che avrebbero potuto risparmiarsi l'incomodo; tanto, la rielezione del presidente era già assicurata. Gl'inconsiderati moralisti, che ripetono tuttora cotesta affermazione e dichiarano il colpo di stato una violenza superflua e inutile, non farebbero meglio a ponderare, se fra tutti i colpi escogitabili, che avrebbero potuto ferire la Francia, il più terribile non sarebbe forse stato propriole coup d'état populaire, vale a dire, la lacerazione dello statuto perpetrata dalla generalità della nazione?

Con tutto ciò il quadro della situazione inauditamente intrigata non è ancora compiuto. Data per certa la rielezione del principe, era altrettanto assodato, che i contadini avrebbero rimandato all'assemblea nazionale una maggioranza di reazionari realisti, giacché non esisteva ancora per nulla un forte partito bonapartista preparato al parlamento. Talché, anche la revisione dello statuto, se pur si fosse attenuta solo a rendere possibile la rielezione del presidente, anticipava non altro, che lo spettacolo di nuovi intrighi infiniti. Solo il ripristinamento della monarchia, già da un pezzo invocata dalle moltitudini, e propriamente della corona napoleonica, l'unica possibile allora, avrebbe avuto virtù di ridare allo stato la salute; e, in effetto, il dilemma «repubblica o monarchia?» fu seriamente dibattuto dalla commissione parlamentare, che trattò della revisione nell'estate del 1851. Un'eccellente relazione, dovuta alla penna di Tocqueville, propose all'assemblea di decidere per la revisione. Ma l'accecamento della Montagna e di alcuni avversari fanatici del presidente impedì che si raccogliesse sulla proposta la maggioranza voluta di tre quarti dell'assemblea. Il diritto esistente era insostenibile, la riforma era preclusa dal voto del 19 luglio. Il problema del prossimo futuro, secondo la parola cruda del radicale Schölcher, sonava:à qui le canon?

Il profondo disgusto che suscitano in ogni uomo retto i grossolani panegirici della stampa bonapartista, non c'impediscono di riconoscere, che in quel momento il presidente era il solo uomo che perseguisse uno scopo politico chiaro, conseguibile. Già da mesi, tutti parlavano della minaccia del colpo di stato, eppure in quell'infinito torpore della nazione un atto violento sembrava altrettanto difficile quanto l'idea della difesa. I partiti si corrodevano in vane leghe, preparandosi, dopo la catastrofe, a giustificare la loro inerzia con la frase vuota: che il disprezzo all'indegno presidente aveva impedito ogni vigilanza. Anche Tocqueville non fece che abbracciare lo sconsolato partito di aspettare il colpo di stato e d'intervenire in seguito, affinché almeno un lecco delle civili libertà fosse salvo! Come ci appare sicuro e superiore, in mezzo a una tale babele, il presidente! Nell'estate del 1851 intraprese il suo terzo viaggio, e chi nelle concioni peregrinanti del principe udiva la reiterata professione di fede immutabile allo statuto proprio in uno con l'annunzio non metaforico del colpo di stato, doveva convenire che la mancanza di coscienza dello zio aveva un degno erede. A Digione il principe diede l'affidamento, ormai non più inconsueto, che avrebbe seguito la voce del paese: «e, credetemi, la Francia nelle mie mani non perirà»: e arrischiò una vivace spostatura contro l'assemblea nazionale, che avrebbe approvate tutte le misure di rigore, rigettate tutte le proposte di clemenza. Sebbene ilMonitoreavesse soppresso il passo, pure un nuovo turbine d'indignazione si scatenò nell'assemblea. Né gli animi eccitati si calmarono, quando alcune settimane dopo, a Beauvais, il principe pronunziò le evangeliche parole: «È confortante il pensiero, che nei supremi pericoli sovente la Provvidenza presceglie un solo a strumento di salvazione». Generalmente traspariva da questi discorsi lo studio di presentare il bonapartismo come un sistema del giusto mezzo, egualmente lontano sia dalle impossibili utopie che dall'antico regime, «quali si fossero le forme in cui questo volesse ammantarsi». Come mai in giorni siffatti Guizot potesse scrivere un libro su Monk, e ciò nella speranza non dissimulata che il principe seguisse il miserevole esempio di quell'eroe; cotesto era un mistero anche pei devoti dell'impeccabile ministro.

Ma al presidente era riserbato un ultimo trionfo: la legge del 31 maggio. Sembra a noi del tutto ammissibile, che solo di contraggenio il principe avesse dato il suo consenso a questa limitazione del suffragio universale, il quale, del resto, costituiva il solo titolo legittimo della sua dinastia: d'altra parte, egli non aveva facoltà d'impedire la legge. E appunto di quest'opera inconsiderata decise ora di servirsi come arme contro l'assemblea nazionale. La stampa bonapartista, con a capo il sempre disinvolto Véron, aprì la campagna contro la legge. Di più, il principe saggiò un tentativo, poi subito smesso, di approccio ai democratici sociali, e finalmente il 4 novembre in un messaggio al parlamento disse: «Nutrite voi forse meno fiducia di Noi nell'espressione della volontà popolare? Ripristinare il suffragio universale significa prendere la bandiera alla guerra civile e l'ultimo argomento all'opposizione». Era quello, dopo il rigetto della revisione dello statuto, un altro grosso sproposito del parlamento l'ostinarsi, per odio al presidente, a tenere in vita una legge che tutti confessavano insostenibile. E così il presidente apparve ora alle moltitudini come il difensore della democrazia di contro a una casta tirannica.

In uno stato burocratico la lotta tra il potere esecutivo e il legislativo deve infallibilmente menare alla vittoria dell'esecutivo, quando però il capo dell'amministrazione possa contare sulla validità del proprio volere e sull'indifferenza delle popolazioni. Sin dalla fine di ottobre, dichiarata la guerra, un gabinetto di proseliti personalmente ligi circondò il presidente. Già da un pezzo il principe aveva ravvisato nel generale Saint-Arnaud l'avventuriero arrischiato e senza coscienza che faceva al caso suo. Per procurare al suo uomo un po' di grido, fu intrapresa una spedizione contro i Cabili. Tornato dall'Africa vittorioso, l'eroe ottenne il portafoglio della guerra, e immantinente risovvenne alle truppe il dovere della cieca ubbidienza militare. Il presidente ricevé gli ufficiali con l'assicurazione: «il giorno del pericolo io non mi condurrò come i miei predecessori; non vi dirò: marciate, vi seguo! vi dirò: io marcio, seguitemi!». In conseguenza di tali avvenimenti, i questori della camera presentarono la mozione, che l'assemblea nazionale avocasse a sé il regolamento di ordine dell'esercito. Che, dati gli umori ostili dell'esercito, cotesta idea non avrebbe seguito, era evidente; ma, affinché tutta l'azione dell'assemblea non apparisse un vacuo apparato verbale, bisognava venire all'estremo tentativo di difesa. Il parlamento era colpevole di falli indimenticabili, perché troppo sovente aveva posto al disopra del bene del paese l'odio reazionario della fazione: ed ora, giusto contrappasso, gli toccava di andare alla malora sotto la rabbia settaria della Montagna. L'odio ai dispregiatori dei sacri giorni di febbraio stava ai socialisti più a cuore, che non la preservazione della repubblica. Essi si ribadirono come i rappresentanti schietti di quella democrazia dell'invidia, che gl'italiani qualificano col nome incisivo didemocrazia di rappresaglia. E non vollero prestare nuove armi agli assassini del suffragio universale: la mozione dei questori fu rigettata. Fu il terzo grosso sproposito del parlamento. Esso stesso, il parlamento, diede la partita perduta. Il presidente, secondo che ammette lo stesso Granier sulla fede di Cassagnac, era deciso, non appena la proposta dei questori fosse stata approvata, a rispondere immediatamente con un atto di autorità. Caduta la proposta, disse sollevato:cela va peut-être mieux!Ora sapeva, che contro di lui non esisteva nemmeno l'ombra di una volontà, e che se il colpo di stato avesse incontrato mille avversari, non un uomo si sarebbe mai afflitto per quel parlamento.

La sola giustificazione possibile del colpo di stato è nelle incalcolabili perturbazioni che minacciava di apportare l'anno 1852, e nella necessità della monarchia, ammessa ormai dalle manifestazioni non ambigue della volontà popolare non solo, ma, in fondo, perfino dalle ultime discussioni dell'assemblea nazionale. Il presidente scansò gli sbagli del 18 brumaio, e prese a modello la rigidezza ferrea, rapidamente risolutiva, con cui altra volta lo zio aveva compresso il 13 vendemmiale Parigi sollevata. Anche ai quattro uomini, che soli il principe aveva iniziati ai suoi torbidi segreti, Morny, Saint-Arnaud, Persigny e Maupas, appartiene la testimonianza, che tutti insieme seguivano con la sicurezza della virtuosità le teorie del catechismo della tirannide di Machiavelli. Morny era l'anima dell'impresa: dal silenzio del suo gabinetto dirigeva i movimenti delle truppe, quando alla fine il 3 dicembre, con sua alta soddisfazione, la rivolta nelle strade si annunziò abbastanza fiacca. Se il 2 dicembre fu una necessità, e oggi qual uomo che abbia senso politico può ancora contestarlo? è però non meno sicuro, che negli animi superficiali degli sfrontati venturieri offertisi sicari al colpo di stato, non è a ricercare nulla di quella profonda serietà, di cui un atto di ardimento storico suole compenetrare gli audaci autori. La sera del 1º dicembre disse il signor di Morny: «se è questione di scopa, procurerò di trovarmi dalla parte del manico»; e il mattino del giorno seguente, mentre i birri invadevano la camera dei deputati, Saint-Arnaud e Mocquart si baloccavano con spiritosaggini scimunite: come sarebbero stati spassevoli a vedere il piccolo Thiers e il piccolo Baze in camiciola, davanti ai graduati di polizia! E coteste vecchie storie innominabili, il signor Véron dopo quindici anni le serve in tavola un'altra volta, con vanitoso compiacimento. La massima incontestabile, che un uomo di stato non deve volere nulla più morale del necessario, non basta evidentemente a discolpare la frivola e feroce criminosità dello strumento del necessario. Se una congiura, perpetrata dai custodi stessi della legge, è certamente la più esosa di tutte le violazioni del diritto, per giunta cotesta enormezza fu resa quasi inespiabile dalla nullità morale dei consoci, dei quali il presidente si valse. E anche l'esecuzione del colpo di stato procedé con brutalità sproporzionata e inutile.

Lasciamo ad altri il rimestare in quella lordizia e descrivere particolareggiato, come il generale Forcy fece prendere pel colletto i deputati, come il generale Saint-Arnaud fece punire di morte sul momento i còlti sulle barricate, come la soldatesca avvinazzata si sparse dopo la vittoria ad assassinare e inferocire nei viali dei boulevards, come i difensori delle barricate rimasti lì furono spazzati via in mucchio, tanto che i superstiti si riversarono al camposanto per riconoscere a un braccio, a un piede sporgente dalla terra i loro cari caduti. Il sistema delle deportazioni e delle proscrizioni, maneggiato dall'assemblea nazionale con così miserabile maltalento, si ritorse adesso contro i suoi autori. È ben lecito calcolare, che durante lo stato d'assedio proclamato su una gran parte del paese, 80.000 persone furono imprigionate: nemmeno a Napoli e a Roma la reazione aveva così radicalmente fatto piazza pulita degli avversari.

Tra gli avvenimenti della rivoluzione di brumaio il giudizio morale stima il più obbrobrioso non già la brutale irruzione della soldatesca nella sala dei cinquecento, ma la seduta serotina del 19 brumaio, non menzionata dalla maggior parte delle opere storiche, nella quale essa medesima, l'assemblea dei cinquecento, dichiarò di avere il generale Bonaparte ben meritato della patria. Del pari, il punto tragico impressionante del colpo di stato di dicembre non è la barbarie degli sgherri, non è il pathos rettorico a buon mercato che i deputati sfoggiarono in faccia ai soldati irruenti; è invece la sorte delle rappresentanze popolari, le cui armi spirituali, quando vengono al cozzo con la potenza del pugno, si rivelano compassionevoli: e noi lasciamo ai bonapartisti il gusto di farne le beffe. Il terribile della catastrofe è il fatto, che la maggioranza della nazione approvò il colpo di stato. Può darsi che il presidente, da professatore fatalistico qual era della fede napoleonica, avesse stimato le simpatie popolari più forti di quel che erano; comunque, aveva per sé l'enorme maggioranza delle provincia, e gli operai della capitale non lo avversavano. Appena mille sollevati, appartenenti i più ai ceti colti, erano accorsi alle barricate. Gli uomini del camiciotto guardarono con malizia, come i principalitransporteursfossero raggiunti dal taglione. Il sobborgo Sant'Antonio era stato completamente disarmato fin dalla sollevazione di giugno; e ai membri dell'assemblea nazionale che comandavano la resistenza fu risposto con sprezzo: «perché combatteremmo contro l'uomo, che ci ha dato il suffragio universale?». Tanto era profonda la voragine, che separava le folle dai repubblicani colti! La grande maggioranza della popolazione della capitale diede prova di una frivolezza completa; la ressa dei curiosi invase i luoghi delle barricate vinte come un circo di nuovo genere, e tutti si rallegravano, che gli annali della capitale del mondo si fossero ancora una volta arricchiti di un formidabile avvenimento. In alcuni dipartimenti del centro e del Mezzogiorno tumultuarono i contadini e i piccoli borghesi; nel Varo a capo della rivolta era una dea della libertà. Comunque, fu significante, che gli umili nelle provincie principiassero finalmente a mostrare una volontà; del resto le turbolenze furono per ogni dove facilmente sedate.

Noi non annettiamo valore al fatto, che la versatile burocrazia anche questa volta si conformò, e nella sua grande maggioranza sottoscrisse il riconoscimento formale del colpo di stato, che il nuovo sovrano, con sicura conoscenza degli uomini, richiese immediatamente; né vogliamo indagare se il rialzo, con cui la borsa di Parigi salutò il 2 dicembre, fu provocato da abili incette da parte dei compari di Fould. Ma la gioia cieca dei possidenti, la rapida ripresa degli affari, la completa indifferenza con cui era guardato ogni nuovo tratto violento del governo, non lasciavano dubbi sull'opinione del paese. Sette milioni di francesi sancirono col loro voto il colpo di stato. E l'esercito? Come mai i figli del contado avrebbero prestato la loro spada al napoleonide, se i contadini non avessero voluto l'impero?

In luogo di attaccarsi alle particolari falsificazioni che si frammischiarono nel voto universale, conviene piuttosto all'uomo politico cogliere nel nodo vitale l'essenza di una società democratica, il significato del proverbio criminosamente abusatovox populi vox Dei. Il più duro assolutismo che conoscesse il secolo decimonono, fu fondato da una manifestazione della volontà popolare democratica. Nei primi anni si trovarono di conserva contro il nuovo sovrano presso che tutte le menti rappresentative della nazione, quasi tutti i nomi illustri dell'arte e della scienza, della politica e delle armi; nemici tutti; e con una unanimità a stento udita nella storia. Principiò un tempo, in cui i cervelli imbamboliti si adagiarono nel puro nulla del non pensare, e per le nature più nobili andò perduto quasi tutto ciò che forma per loro il miglior contenuto della vita; innegabilmente, però, le moltitudini furono per alcuni anni felici e contente. Tanto grama è l'importanza dell'ingegno e del pensiero in una età di democrazia e di economia! La rivoluzione di febbraio feriva gl'interessi della proprietà; ragion per cui le si levò subito contro un'opposizione vittoriosa. Il colpo di stato fu un benefizio per l'industria e il commercio; non colse nessuno così gravemente come i capi spirituali della nazione, gli uomini del pensiero; e perciò l'opposizione si ridestò a rilento, e tanto più poi, perché in questo popolo la potenza delle idee non aveva più la forza di annientare il dispotismo. Non la Francia, sibbene la spada tedesca avrebbe un giorno annientato il terzo come già il primo Napoleone. Il parlamentarismo, che per lo spazio di una generazione aveva mosso e occupato la nobiltà intellettuale del paese, sparì in un sol giorno, senza lasciar traccia, come inghiottito dalla terra, senza nemmeno un ricordo potente dietro di sé, senza un partito fervente. Perché effettivamente in cotesto stato burocratico esso non era mai vissuto, e nello spasimo dell'agonia solo questo aveva ricordato alla nazione: che la servitù della Francia era stata stabilita per mezzo del parlamento. Offese violente alla costituzione, come la legge del 31 maggio, e segrete trame traditoresche con gli Orléans: ecco le ultime gesta degli eroi di virtù del parlamento francese.

Le estreme cause della catastrofe rimontano lontano. Il presente, perduto di sé stesso come Narciso, ripete senza riguardo la grave verità, che la Francia ha rotto con la sua storia. Esso non sa, che in questa sola parola è tutto un mondo riboccante di colpa. L'esperienza di ogni giorno insegna fino a qual punto la risoluzione di principiare una nuova vita devasti le anime anche più salde, e quanto raro avvenga. E noi ci meravigliamo se una grande nazione, che è dimentica del suo passato, vada barcolloni tra l'indisciplinabilità sediziosa e la sottomissione cieca! Noi protestanti non riusciamo a considerare le precipitose convulsioni della vita francese, senza lamentare ancora una volta il calamitoso editto che bandì dalla Francia la fede evangelica. Quando a un popolo ardimentoso e geniale non resta altra scelta che la Chiesa dell'autorità e del piatto ossequio; quando nelle questioni più sacre, supremamente personali, gli è tolta la debita libertà, gli è tolto il terreno della discussione e della comprensione, allora un'agitazione convulsa invade tutta intera la sua vita spirituale; terribili contraddizioni vengono immediatamente a cozzo, e la società, sbattuta da una lotta irresolubile, ritorna sempre a cercare di nuovo la propria salvezza nella servitù.

Conferisce ai tedeschi il riandare anche la complicità del proprio popolo, la complicità dell'intera Europa. Non solamente il papa salutò con riboccanti benedizioni l'eroe del 2 dicembre; in tutti i paesi europei i possidenti acclamarono al nuovo sovrano. Taluni, come lord Palmerston, penetrarono la necessità del rivolgimento; i più si rallegrarono spensieratamente di essere stati sgravati alla fine dalle ansie per la sicurezza dello scrigno. Perfino lo czar Nicola, l'antico avversario dei Bonaparte, riconobbe benevolmente i meriti che il presidente si era acquistati per la causa dell'ordine. La corte viennese segretamente sperò che il colpo di stato ricondurrebbe decisamente a una restaurazione borbonica; perciò Felice Schwarzenberg non stimò inopportuno celebrareun individu tel que Louis Napoléoncome un eroe della causa conservatrice. Il nome stesso «salvatore della società» depone come un indimenticabile testimonio di miseria per l'animo virile di quella età profondamente caduta. Ma anche più miserabile dell'allegria del borghesume salvato, apparve la vigliaccheria del radicalismo tedesco, il quale, in luogo di resistere virilmente in casa alle improntitudini della reazione, per un anno intero confermò il proprio coraggio civile nelle spiritosaggini niente pericolose su «Lui». Ma quanto più rumorosamente i radicali berteggiavano e schernivano, tanto più profondamente il nuovo sistema s'insinuava nelle istituzioni dei paesi vicini. «Il suffragio universale è il lavoro», proclama la meglio fondata tra le spampanate del nuovo bonapartismo: il 2 dicembre significa il principio di una nuova età piena di una produzione economica elevata al grado supremo. Laddove il primo impero aveva con la sua tracotanza violenta chiamato a raccolta tutte le forze morali dei vicini, ora invece cotesta nuova scostumatezza e crapulosità francese traboccò dalle frontiere rovinando e stupidendo: tirannide di una immoralità senza idee, alla quale in quei cinquant'anni non si sottrasse interamente nessun popolo di Europa.

Il nuovo sovrano indubitabilmente era molto superiore al suoentourage. Tanto che fin dal principio a un giudizio imparziale non poté sfuggire, che egli non si proponeva né di calcare le orme sanguigne dello zio, né di disfarsi nella nullità del cavaliere di ventura coronato dalla vittoria. All'opposto, per la prima volta nella nuova Francia iniziò egli un regime, che dagli esordi aveva a misurarsi con l'opposizione della capitale: tuttora sotto lo stato di assedio un terzo degli elettori parigini pronunziarono il loronoavverso il nuovo ordinamento. In tale rischio, il presidente non poteva sdegnare nessun'arme che gli venisse a mano. Si servì della sciabola, e, alla maniera dello zio, parlò all'esercito come alla parte scelta della nazione. Si servì del confessionale, e incorò gli ultramontani alle più arrischiate speranze. Si servì della dedizione degli spiriti, e la burocrazia, ligia in ogni tempo, fece presto a ricorrere a tutti gl'intrighi della vecchia polizia imperiale. La rabbia del tacimento,la fureur de silence, dominò in Francia, mentre la stampa presidenziale annunziava con giubilo: noi abbiamo un padrone! L'introduzione del nuovo statuto dichiarò, che il capo supremo dello stato era personalmente responsabile. L'articolo fu assai motteggiato; eppure conteneva una delle poche verità sperdute fra le tante bugie accumulate in cotesta costituzione. L'enorme responsabilità, che pesava sul nuovo sovrano, sarebbe stata comportabile solamente nel caso, che egli fosse riuscito a sanare il proprio governo dalla macchia dell'origine e a dare sviluppo a quelle idee di progresso, che indubbiamente sono involte nella sostanza proteiforme del bonapartismo.

Fu ristabilita la calma, non già la pace degli spiriti. Già fin da prima del colpo di stato una circolare segreta del radicale «Comitato di opposizione» aveva dichiarato, che da ora in poi era impossibile ogni perdono in riguardo delle classi abbienti. Adesso, per giunta, alle vecchie contese che scindevano il paese ne era sopraggiunta una nuova, e talmente soverchievole, che al paragone tutte le altre scissure sparivano: la Francia si ruppe un'altra volta, come dopo i cento giorni, in due nazioni: i vincitori e i vinti del 2 dicembre. E cotesto contrasto durò fino alla caduta del terzo Napoleone. Il secondo impero ha apportato parecchi successi cospicui alla potenza e al benessere del paese, ma per lo spazio di venti anni non gli venne mai fatto di persuadere la nazione al tranquillo e incondizionato riconoscimento del novello regime.

Il Secondo Impero. [Scritto in Heidelberg nel 1871.]

L'opinione corta dei molti viene sempre determinata dall'impressione dell'ultim'ora. Da quando il secondo impero ha trovato una fine obbrobriosa sul campo di Sédan, la figura del terzo Napoleone è fitta nella mente del popolo tedesco come quella di un empio violatore della pace, e questo giudizio nazionale non sarà forse mai cambiato, certo non lo sarà nell'avvenire prossimo. Se io mi arrischiassi di ripubblicare, corrette oggi e completate, le osservazioni sul recente fenomeno del bonapartismo che scrissi nel 1868, mostrerei la presunzione di voler influire sul sentimento popolare, che ben a ragione domanda sempre idee semplici, complete, senza contraddizioni. Mi rivolgo alla breve cerchia di coloro, che non s'infastidiscono di riandare la conturbante storia clinica del popolo francese in questi ultimi ottant'anni. Chi ha cercato di farlo coscienziosamente, prima di condannare perentoriamente l'edifizio statale di Napoleone III, proporrà piuttosto il quesito, se è possibile, innanzi tutto, di ben governare cotesta nazione; e ne caverà la conclusione, che il secondo impero non ha cagionato la rovina della Francia, ma l'ha trattenuta per due decenni. Toccò all'ultimo Bonaparte, mercé la propria accortezza, mercé il favore della fortuna e la debolezza dei popoli vicini, di alzare ancora una volta lo stato francese a una pienezza di potenza, che sopravanzava di gran lunga la potenzialità morale della nazione.

Non possiamo affermare, che il contegno dei nostri vicini a nostro riguardo sia cambiato sostanzialmente dal tempo del trattato di Vienna. E cerchiamo la ragione di cotesta politica ora irritante, ora minacciosa, ora violentemente aggressiva, non già in un sistema qual si sia, ma, parte nel carattere nazionale, che non muterà, fintanto che l'educazione del popolo francese sarà volta a svegliare l'ambizione esteriore in luogo dell'intimità morale dell'anima; parte in noi stessi, nel nostro sminuzzolamento, nelle nostre guerre civili, che permisero ai francesi di fare assegnamento sulla debolezza della Germania. Ora che l'impero germanico gloriosamente risorto ha strappato il terreno sotto i piedi a tutte coteste amichevoli calcolazioni dei vicini, il tedesco può con superbo sentimento di tranquillità riandare i recenti destini del paese confinante.

Il tema, tuttavia, si presenta poco grato. Giacché l'antico e irrevocabile presentimento, che anche cotesto pomposo impero si sarebbe alla fine rivelato per niente altro che una nuova precarietà, ha già da tempo impresso un segno passionato di esagerazione su tutti i giudizi dei nemici del pari e degli amici. Ogni parola di condiscendenza ci si secca nella penna, quando udiamo con quale sfacciata ciarlataneria il bonapartismo ha saputo cantare la propria gloria: il nostro modesto elogio tedesco non salirà mai alla grandiosità dell'apoftegma di Rouher: «no, no, non è stato mai commesso un errore!». Anche un comodo biasimo appare triviale rispetto a un sistema, sul quale, come sopra una gigantesca avventura, gli stessi avversari moderati, fin da gran tempo prima che soccombesse, avevano calato in forma solenne la pietra sepolcrale. In tale eccesso di lode e di condanna è difficile mantenere la linea ferma e netta del giudizio storico; tanto più difficile, in quanto l'intima contraddizione del bonapartismo, la diabolica mezza verità, che noi abbiamo così spesso dimostrato essere il carattere fondamentale del dispotismo rivoluzionario, si presenta nel secondo impero con una energia addirittura suicida. Il terzo Napoleone non ha mai, con la parola o con l'opera, stabilita una tesi, che egli stesso non abbia subito dopo tolta via con una antitesi. Delle pericolose passioni di cui febbricitava la Francia, egli personalmente era certo più immune, che non forse qualsiasi uomo in vista tra i francesi contemporanei; solo che la necessità di sostenersi, l'intima essenza del suo sistema lo forzava a solleticare continuatamente quelle passioni; di modo che sopra di lui e sopra la sua Casa si compì la nemesi, che presto o tardi doveva raggiungere la tracotanza sacrilega dell'intero popolo.

La malagevolezza maggiore per venire a un sicuro giudizio politico è determinata dai fondamenti sociali del nuovo stato francese. In ogni tempo l'egoismo di casta è stato la disposizione congenita di tutte le classi dominanti; e allora appare odiosissimo agli occhi della posterità, quando si manifesta ingenuo e inconscio ai dominanti che hanno cambiato natura. Ognuno oggigiorno sente emanare dagli scritti dell'antichità la superbia intellettuale di quelle dense aristocrazie, che guardavano sugli schiavi e i banausi come sul vuoto aere. Pochi o nessuno di noi sospettiamo, quanto noi stessi siamo compenetrati da sentimenti e pregiudizi affini. Il ceto medio, che al presente determina in Germania l'opinione pubblica, riconosce nell'illimitata concorrenza la sostanza della libertà sociale, e nella più ampia discussione il primo inevitabile presupposto della libertà politica: esso tra lotte indimenticabili si spupillò dalle fedi dommatiche. Dobbiamo a un tale spirito l'emancipazione dei contadini; a quello dobbiamo, se i nostri ceti colti sono i più liberali e i più giusti di tutte le classi governanti della storia. Tuttavia un severo esame ci dice, che anche noi, mentre lavoriamo per questo puro ideale politico, parliamo poi soltanto come gente scatenata. Un superbo gentiluomo del secolo decimottavo più facilmente avrebbe potuto intendere le idee della crescente borghesia, che non noi iniziarci nel globo intellettuale del quarto stato.

L'inclinazione delle classi lavoratrici è stata descritta da Aristotele col classico: χαίρουσιν ἐάν τις ἐᾷ πρὸς τοῖς ἰδίοις σχολάζειν: parola, che nei tempi moderni più liberi può bene essere mitigata, ma non mai confutata. La vita privata, la fatica e la cura della casa, forma per questi strati sociali il nocciolo dell'esistenza: potrebbero con pieno diritto aspirare a prender parte al governo dello stato, ma non si trovano in condizione di offrire allo stato un'opera durevole e regolare. Si riscaldano di rado per quella vivace lotta degl'intelletti che per l'uomo colto forma il pane della vita, e sono molto proclivi a dar via la libertà del pensiero per un governo forte e benigno, che promova energicamente il benessere dei molti: tra tutte le potenze spirituali è però sempre quella della Chiesa, che esercita su cotesti animi l'incanto più forte. È questa la ragione che difficolta al dotto un giudizio sicuro sul più recente grado di sviluppo del bonapartismo. Nel mondo moderno l'importanza del quarto stato non era stata mai così invadente come sotto il secondo impero. Al tempo della Convenzione le moltitudini parigine dominavano il potere dello stato e mutuavano una parte della loro potenza al sicuro lavoro della macchina amministrativa. Sotto Napoleone III erano fuori del governo; ciò non ostante il quarto stato costituiva la classe più importante: il continuo riguardo al contentamento degli umili formò il pensiero direttivo del nuovo bonapartismo. Anche oggi, sotto la così detta repubblica, l'avvenire della nazione è indubitabilmente nelle mani dei contadini e degli operai. Solo che dove domina il quarto stato, ivi domina anche il suo concetto sensuale della vita. E nella nuova Francia appare così spaventosa la rozzezza morale, il disprezzo di tutti i beni ideali, che senza volerlo si corre a una congettura, la quale, certo, non è storicamente dimostrabile. L'apparenza è, che tutti i nobili elementi latini e germanici siano stati interamente schiumati da questa nazionalità commista, e che sia tornato sopra a ribollire il sedimento impuro dell'antichità celta. Se di sotto a un tale strato fitto d'ipocrisia e d'immoralità vuole distinguere il merito di un siffatto sistema sorretto sul quarto stato, l'uomo colto deve reprimere con forza molte delle più care e nobili idee proprie del suo ceto.

Il secondo impero capita nei due più ricchi decenni contemporanei; e se riflettiamo con quale agilità ha pazzamente corvettato e ha cangiato il giudizio del mondo sul terzo Napoleone, sentiamo vivamente come siamo diventati vecchi in pochi giorni. Il nuovo bonapartismo, opposto vivente dell'infingardo regno borghese, ha trasformato più profondamente e più violentemente di qualsiasi altro regime moderno le condizioni sociali del suo paese; la baldanza del suo assoluto volere osò parecchie riforme recidenti dalle radici, per le quali un parlamento non avrebbe trovato né il coraggio né la spregiudicatezza. Solo che la precipitosa caduta di questo sistema dell'affario conferma ancora una volta la regola, che un governo tanto meno è stabile, quanto più ampiamente allarga la propria attività.

Raccogliamo innanzi tutto le brevi memorie del presente negli stadi principali che il secondo impero ha percorso. La sua storia si divide in due periodi nettamente distinti. Nello stesso modo come un tempo, subito dopo l'anno 1840, sorse opinione, che la stella degli Orléans corresse all'occiduo, così, dopo il 1860 il giudizio generale ritenne, che l'impero del terzo Napoleone avesse sormontato il suo culmine. Con questo, però, che il decennio dell'ascesa era la fase del dispotismo non mitigato in nulla, laddove il decennio della discesa era il tempo delle prove liberali! Non occorre altro che guardare freddamente in faccia questi dati di fatto per riconoscere immediatamente la verità, che il bonapartismo con le concessioni alle idee liberali dei ceti più alti aveva rotto fede a sé stesso, e che la nazione non era più capace di comportare un regime di libertà.

Al colpo di stato seguì prima un anno di transizione, che fu per l'immoralità del nuovo sistema la stagione della fioritura. Laddove i mentiti discorsi del presidente al tempo dell'assemblea nazionale trovavano spiegazione nella situazione politica, in appresso, invece, la gherminella repubblicana del 1852 appare semplicemente frivola e ordinaria. Il presidente stimava necessario un terzo plebiscito per consolidare la propria potenza? Oppure il fatalista opinava di poter salire al supremo potere solamente, come lo zio, per tre gradi? Certo, era decisivo il fatto, che il 2 dicembre il principe tenne a serbare l'apparenza, che il colpo di stato servisse a salvare la repubblica. Ciò in riguardo alle grandi potenze, le quali in verità diedero la loro approvazione alla vittoria dell'«ordine», pur non volendo nessuna di loro il ripristinamento dell'impero. Insomma, la Francia ufficiale imposturò, ancora per lo spazio di dieci mesi, con frasi ipocrite la fede repubblicana, quantunque il colpo di stato nient'altro potesse significare, che l'erezione del trono. Nel settembre del 1852, durante il viaggio ufficiale attraverso il paese, il presidente assicurava tuttora, che nel grido ripetuto «viva l'imperatore!» egli riconosceva più un tenero ricordo che una espettazione: ma il ministro dell'interno faceva prender nota dei nomi delle persone che in quel viaggio imperiale venivano a contatto col principe, «affinché non vadano perduti alla storia». Il flemmatico uomo si era tenuto freddo e calmo in mezzo a quell'ardente entusiasmo popolare, il quale indubitabilmente dimostrava, che le popolazioni avevano interpretato il senso dell'ultima elezione di dicembre assai più giusto, che non le grandi corti. Alcune settimane più tardi la brama del paese di ristabilire l'impero si manifestò irresistibile: la nazione esigeva, secondo l'enfatica espressione del sindaco di Sevres, lo sposalizio della Francia con l'inviato di Dio. Seguì allora, stesa da Troplong, quella relazione del senato, che noi senza esitazione possiamo definire il capolavoro del moderno bizantinismo. Perché mai anche il linguaggio del fido senato non avrebbe dovuto sinfoniare fino all'ardimento ditirambico? Appunto, Troplong medesimo lo confessa: vi sono momenti in cui anche l'entusiasmo ha il diritto di risolvere questioni! La nazione incorona sé stessa incoronando Napoleone; in tal modo ella trae nobile e pacifica vendetta dei trattati del 1815. La repubblica cede la propria essenza tramessa alla dignità imperiale mercé il popolo sovrano, e la grande ombra dalle nubi guarda appagata l'esaltazione del nipote.

Sotto la tutela del nuovo trono si svolgono veementi tutte le energie del lavoro e la vertigine della speculazione: giace una quiete profonda sulla vita intellettuale e politica. L'opinione dei popoli odiava l'imperatore in cui vedeva il cagnotto della reazione europea, che perseguitava per ogni dove, perfino nell'asilo dei paesi liberi, i campioni della repubblica; e tremava pensando all'ora, in cui egli infallibilmente avrebbe imboccato la via dello zio. Le corti tentennavano tra la ripugnanza contro il risalito e il rispetto verso il salvatore della società. Negli affari europei dava il tono la Russia; e precisamente quella corte mantenne di fronte al napoleonide, non appena fu esaltato imperatore, l'attitudine della rigida alterigia legittimista. In quel torno i disordini orientali offrirono l'opportunità di sperimentare la potenza della Francia e i talenti del suo capo. Seguì un brusco spostamento delle alleanze e dei rapporti internazionali, che ricordò vivamente il tempo splendido del Consolato, allorché Bonaparte, minacciato pur dianzi da una coalizione soverchiante, riuscì in pochi mesi ad assembrare in lega gli stati del Mezzogiorno e del Settentrione contro il diritto marittimo inglese. In verità, i risultati della spedizione di Crimea ebbero scarsa efficacia sul mondo orientale, quasi nulla; ma la gloria guerriera delle aquile imperiali fu novellamente sancita, e i rinfranchi del paese si palesarono inesauribili, giacché nel bel mezzo della guerra la capitale lussuriò anche di più nell'orgia della vita neonapoleonica e apparecchiò una fastosa esposizione alle industrie dell'Europa. Il napoleonide ebbe la soddisfazione, che nell'anniversario della sua conquista di Parigi un congresso europeo raccolto sulla Senna sotto la presidenza dell'ambasciatore francese segnò la conclusione della pace. La preponderanza della Russia era spezzata. Di nuovo la Francia si chiamava la grande nazione. Subito dopo venne alla luce il principe imperiale: gli eserciti francese, inglese, italiano, turco e russo festeggiarono in pari tempo in Oriente la nascita del principe ereditario. Il sistema nazionale era eternato, come dissero le autorità nello stile del primo impero. Nel febbraio 1857 l'imperatore poté congedare il devoto corpo legislativo con la confidenza, che presto si direbbe del secondo impero come un tempo del Consolato: «regnava da per tutto il contento, e chi non nutriva nel cuore malvage passioni gioiva della felicità del paese».

Capitò allora un contrattempo: l'attentato di Orsini stornò per alquanto tempo Napoleone III dal suo comportamento, e il sistema, prima appena raddolcito, di oppressione fu novellamente raggravato. Il subisso di felicitazioni da cui fu inondato l'imperatore per l'avvenuto scampo, dimostrarono però al mondo fino a qual segno le popolazioni avessero bisogno di lui: che indubitabilmente parlava in loro un certo qual misto di sentimenti nobili e di servilità, come nell'odeDivis orte bonische in un'epoca affine Grazio cantò ad Augusto. Nessuno ha così incisivamente significato di cotesto attacco la ragione ideale, come l'enfant terribledei bonapartisti, il marchese di Boissy, con le parole: «noi tutti amiamo l'imperatore, perché ognuno dice a sé stesso: in quale pantano cadremmo, se Napoleone morisse!». Proprio in quei giorni in cui l'opinione pubblica liberale farneticava nuovamente sull'imperatore, egli s'incontrò con Cavour a Plombières, e portò a maturità il pensiero più ardito e più benefico della sua politica europea. Giacché, per quanto lo stesso imperatore abbia più tardi peccato rispetto all'Italia e per quanto anche il corso degli avvenimenti abbia deluso le aspettazioni del napoleonide, pure al terzo Napoleone rimane la gloria, che senza il suo aiuto il risorgimento dell'Italia forse non sarebbe stato mai iniziato, e certamente non avrebbe trionfato. Nelle ore in cui tra le tripudianti acclamazioni degli operai di Parigi l'imperatore si accingeva a partire pel campo, appariva effettivamente un sovrano nazionale, il rappresentante della Rivoluzione. Dopo la vittoria di Solferino l'egemonia della Francia tra i popoli latini parve assicurata. Anche i liberali illuminati s'inchinarono al liberatore dell'Italia, e in ampia sfera fu ripetuta la lode smisurata: Napoleone il Piccolo riposava agl'Invalidi, Napoleone il Grande regnava alle Tuileries. Era il tempo che l'Europa nella solennità del Capodanno tendeva l'orecchio a Parigi, con l'emozione angosciosa del bambino bruciato. Ed ora, con la consapevolezza della propria potenza, l'imperatore arrischiò la grande riforma della politica commerciale: la superba idea di raccogliere tutta l'Europa occidentale in un unico dominio aperto al libero scambio si avviò verso l'effettuazione.

Eppure l'ora felice dell'impero era già dileguata. Principiò il dichino, da quando la storia richiamò dovunque nuove complicazioni sociali, a cui non rispondeva menomamente la pretesa della Francia di essere maestra di tutto il mondo. La stessa fondazione del regno d'Italia era, per lo meno, tutt'altro che profittevole alla supremazia della corona napoleonica. Inoltre, l'inevitabile inazione del gabinetto durante la sollevazione polacca dimostrò che la Francia non era abbastanza forte per garantire i suoi così detti alleati. L'imperatore tentò indarno di comparire ancora una volta come il patrono della pace europea; egli invitò a un congresso le grandi potenze con espressioni quasi minacciose: ogni rifiuto avrebbe tradito segreti disegni, che temevano la luce del giorno! La guerra dello Schleswig-Holstein, e con quella il grande imbocco della politica tedesca, principiò per l'appunto quando coteste burbanzose parole si sparsero pel mondo. Il ritegno dell'imperatore durante le lotte per Düppel ed Alsen gli procurò da parte dei tedeschi riconoscenza e talvolta eccessivo apprezzamento, motteggi e biasimo da parte del suo popolo. Frattanto il secondo impero aveva trovato nel Messico la sua Spagna. Una catena di strafalcioni grossolani, una inesplicabile disconoscenza della vitalità ed energia degli Stati Uniti condussero a una disfatta obbrobriosa, misero a repentaglio la dignità e la riputazione della corona, sconvolsero siffattamente le finanze e l'esercito, che allo scoppio della grande guerra germanica lo stato non era nella condizione voluta per l'entrata in campagna. In tal modo si compì la fondazione dello stato settentrionale tedesco: un terribile colpo per tutti i più cari pregiudizi dei nostri vicini: e nello stesso tempo l'unificazione dell'Italia incominciata dalla Francia fu spinta a termine dalla vittoria della Prussia.

Nel frattempo l'imperatore era invecchiato, e i validi coadiutori che sostenevano la sua corona, l'uno dopo l'altro, erano spariti: Saint-Arnaud e Magnan, Pietri e Mocquart, Fould, Pélissier e Walewski, e poi i tre non surrogabili, che più di tutti avevano lavorato con coscienza di uomini di stato alla fondazione duratura dell'impero: Billault, Thouvenel e quel Morny, che aveva inculcato così spesso al despota tentennante la fresca energia della risoluzione netta. D'altronde, qui come per ogni dove, il dispotismo si era rivelato incapace di produrre nuovi grandi ingegni di uomini di stato. L'opposizione delle classi colte si ridestò a nuovo ardore, l'attitudine di fronda ritornò a essere un'arte in moda, e fin dal tempo della ritirata del Messico risonò tra gli avversari il grido sempre più baldanzoso:l'empire est défait. Lo sfasciamento delCrédit mobiliere il disavanzo crescente del bilancio dello stato, lo spopolamento delle campagne e l'urbanesimo suscitarono il sospetto sulla sanità del nuovo rigoglio economico; e la giornata di Königgrätz aguzzò gli occhi sui rischi e le menomazioni alla propria patria. Anche la fiducia dei popoli vicini fu distrutta dalle fondamenta dal brutto affare del Lussemburgo e dalla rioccupazione di Roma. Così, incalzato di dentro e di fuori, dopo reiterati slanciamenti e arretramenti, alla fine Napoleone si buttò avanti sulla strada delle riforme costituzionali, che già aveva aperta col decreto del 24 novembre 1860. Ma il richiamo «guerra o libertà», che saliva dalle fila dell'opposizione, testimoniava tristamente sia dell'oltracotanza abituata a calcare coi piedi il diritto dei vicini, sia, insiememente, della disperazione di un popolo, che sente l'indegnità della propria posizione senza trovare in sé la forza durevole per risollevarsi. Il contegno servile della popolazione nella campagna elettorale del 1869 dimostrò, che effettivamente l'energia politica era completamente svanita. Non punto una volontà popolare ferma e sicura, ma solamente la confusa e lunatica scontentezza delle classi alte indusse il despota a cedere a mano a mano alle rinascenti idee costituzionali. Finalmente il ministero Ollivier arrischiò il tentativo di riconciliare la tirannide col parlamentarismo: tentativo, che doveva sommergersi nel suo proprio assurdo. La gherminella costituzionale placò tanto poco il livore dei vinti del 2 dicembre, quanto la malvagia libidine guerresca della nazione. L'imperatore cercò di liberarsi dalla sua posizione insostenibile, prima con un appello al popolo, poi con una guerra ardentemente agognata dalla nazione. La nostra buona spada mandò in frantumi il suo trono; e senza fede, senza dignità, nel modo stesso come in altri tempi si era inchinata al colpo di stato, così ora la nazione abbandonò il «salvatore della società», perché sul campo di battaglia non era stato fortunato.


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