SCENA SECONDA.

Una mattina la Gioconda batterà alla nuova porta; io le aprirò; ella entrerà; senza meraviglia io le dirò: Benvenuta.

Egli non contiene più l'amarezza.

Ah, ma tu sembri un fanciullo! Tutto per te si riduce a una chiave. Chiama dunque un fabbro, fa mutare la toppa; e m'avrai salvato.

Cosimo Dalbo,con dolcezza e tristezza.

Non t'adirare. Da principio credevo che tu dovessi soltanto liberarti d'una importuna. Riconosco, ora, che il mio consiglio era puerile.

Lucio Settala,implorando.

Cosimo, amico mio, fa di comprendere!

Cosimo Dalbo.

Comprendo; ma tu neghi.

Lucio Settala,lasciandosi di nuovo trasportare.

Non nego, non nego. Vuoi tu ch'io ti gridi che l'amo?

Si smarrisce, si guarda d'intorno sbigottito. Si passa una mano su la fronte, con un gesto di sofferenza. Abbassa la voce.

Bisognava lasciarmi morire. Pensa: se io che ero ebro di vita, se io che ero frenetico di forza e d'orgoglio, se io volli morire, è certo che riconobbi una necessità ineluttabile. Non potendo vivere nè con lei nè senza di lei, risolsi di partirmi dal mondo. Pensa: io che consideravo il mondo come il mio giardino e che avevo tutte le avidità dinanzi a tutte le bellezze! È certo dunque che riconobbi una necessità ineluttabile, un fato di ferro. Bisognava lasciarmi morire.

Cosimo Dalbo.

Tu disconosci ora la santità d'un miracolo, crudelmente.

Lucio Settala.

Non sono crudele. Per orrore delle crudeltà a cui mi trascinava la violenza del male, per non calpestare una virtù che mi pareva più che umana, per non poter sostenere la dolcezza d'una piccola voce inconsapevole che interrogava, per impedire a me stesso il peggio, comprendi?, per questo mi risolsi. E per orrore di ricominciare io mi rammarico, perché oggi io sono come un disperato che abbia preso un narcotico e si svegli dopo un sonno profondo e ritrovi al suo capezzale la stessa disperazione.

Cosimo Dalbo.

La stessa! Ed ho ancora negli orecchi le tue prime parole: "Non so più nulla; non mi ricordo, non voglio ricordarmi più..." Tu sembravi immemore di tutto, proteso verso un altro bene. Ho ancora negli orecchi il suono della tua voce, quando chiamasti la madre di Beata, levandoti a un tratto, impaziente, come per un ardore che non consentisse indugio. Vedo ancora il tuo sguardo su lei, quando entrò palpitante come una Speranza. E, certo, quella sera tu dovesti inginocchiarti ed ella dovette piangere ed entrambi doveste sentire la bontà della vita.

Lucio Settala.

Sì, sì, così fu: l'adorazione! Tutta l'anima mia si prostrò ai suoi piedi, riconobbe quel che è divino in lei, con una ebrezza di umiltà, con un fervore di riconoscenza indicibili. Fu un rapimento. Tu avevi parlato di un'estasi della luce; io la provai in quegli attimi. Ogni macchia parve cancellata; ogni ombra distrutta. La vita ebbe un nuovo splendore. Io credetti d'essere salvo per sempre....

S'interrompe.

Cosimo Dalbo.

Ma poi?

Lucio Settala.

Poi riconobbi che v'era qualche altra cosa da abolire in me: questa forza che affluisce alle mie dita incessantemente per riprodurre....

Cosimo Dalbo.

Che intendi?

Lucio Settala.

Intendo che forse sarei salvo, se avessi dimenticato anche l'arte. In certi giorni, là nel mio letto, guardandomi le mani indebolite, mi pareva incredibile che potessero ancora creare; mi pareva che avessero perduto ogni virtù. Mi sentivo interamente estraneo a quel mondo di forme in cui avevo vissuto....prima di morire. Pensavo: "Lucio Settala, lo statuario, è trapassato." E imaginavo di farmi giardiniere d'un piccolo giardino.

Egli si siede, come placato, socchiudendo le palpebre, con un'aria di stanchezza, con un sorriso d'ironia appena visibile.

Potare i rosai, annaffiarli, liberarli dai bruchi, agguagliare il bossolo con le cesoie, guidare l'edera su pei muricciuoli, in un giardinetto inclinato verso il fiume dell'Oblío; e non più rammaricarmi di aver lasciato su l'altra riva un glorioso parco popolato di lauri, di cipressi, di mirti, di marmi e di sogni.... Tu mi vedi là, felice, con le cesoie lucenti, vestito di bordatino!

Cosimo Dalbo.

Non ti vedo.

Lucio Settala.

Peccato, amico mio.

Cosimo Dalbo.

Ma chi ti vieta il grande parco? Tu vi rientri pel viale dei cipressi, e trovi sul limite il tuo genio tutelare.

Lucio Settala,levandosi di scatto, come uno che perda di continuo la padronanza di sè.

Tutelare! Ah, mi sembra che tu pieghi una parola su l'altra, come fasce su filaccie, per la paura di sentir pulsare la vita. Hai tu mai premuto il dito su un'arteria messa a nudo, su un tendine lacerato?

Cosimo Dalbo.

Lucio, tu ti adiri ogni momento. V'è in te qualche cosa di acre e di convulso, una specie di esasperazione che t'impedisce di esser giusto. Tu non sei ancora escito di convalescenza, non sei guarito ancora. Un urto improvviso è venuto a turbare l'opera dolce che la Natura compiva in te. Le tue forze che rinascevano si sono inasprite. Se il mio consiglio valesse, io vorrei che tu andassi per ora a Bocca d'Arno, come avevi disegnato. Là, tra il bosco e il mare, tu ritroverai un po' di calma per considerare quale debba essere la tua attitudine; e ritroverai anche la bontà che ti darà lume...

Lucio Settala.

La bontà! La bontà! Credi tu dunque che il lume debba venirmi dalla bontà e non da quell'istinto profondo che volge e precipita il mio spirito verso le più superbe apparizioni della vita? Io sono nato per fare le statue. Quando una forma sostanziale è uscita dalle mie mani con l'impronta della bellezza, l'officio assegnatomi dalla Natura è per me compiuto. Io sono nella mia legge, sia pure di là dal Bene. Non è forse vero? Me lo concedi?

Cosimo Dalbo.

Continua.

Lucio Settala,abbassando la voce.

Il gioco dell'illusione mi ha congiunto a una creatura che non m'era destinata. Ella è un'anima d'un pregio inestimabile, dinanzi a cui mi prostro e adoro. Ma io non scolpisco le anime. Ella non m'era destinata. Quando mi apparve l'altra, io pensai a tutti i blocchi di marmo contenuti nelle cave delle montagne lontane, per la volontà di fermare in ciascuno un suo gesto.

Cosimo Dalbo.

Ma tu hai già obbedito al comandamento della Natura, generando il capolavoro. Quando vidi la tua statua, pensai ch'ella ti fosse liberatrice. Tu hai perpetuato in tipo ideale e incorruttibile un esemplare caduco della specie. Non sei dunque pago?

Lucio Settala,accendendosi.

Mille statue, non una! Ella è sempre diversa, come una nuvola che ti appare mutata d'attimo in attimo senza che tu la veda mutare. Ogni moto del suo corpo distrugge un'armonia e ne crea un'altra più bella. Tu la preghi che si arresti, che rimanga immobile; e a traverso tutta la sua immobilità passa un torrente di forze oscure come i pensieri passano negli occhi. Comprendi? Comprendi? La vita degli occhi è lo sguardo, questa cosa indicibile, più espressiva d'ogni parola, d'ogni suono, infinitamente profonda e pure istantanea come il baleno, più rapida ancora del baleno, innumerevole, onnipossente: insommalo sguardo. Ora imagina diffusa su tutto il corpo di lei la vita dello sguardo. Comprendi? Un battito di palpebre ti trasfigura un viso umano e ti esprime una immensità di gioia o di dolore. Le ciglia della creatura che ami si abbassano: l'ombra ti cerchia come un fiume un'isola; si sollevano: l'incendio dell'estate brucia il mondo. Un battito ancora: la tua anima si dissolve come una goccia; ancora: tu ti credi il re dell'Universo. Imagina questo mistero su tutto il suo corpo! Imagina per tutte le sue membra, dalla fronte al tallone, questo apparire di vite fulminee! Potrai tu scolpire lo sguardo? Gli Antichi accecarono le statue. Ora—imagina—tutto il corpo di lei è come lo sguardo.

Una pausa. Egli si guarda intorno sospettoso, per tema d'essere udito. Si accosta anche di più all'amico, che lo ascolta con una emozione crescente.

Te l'ho detto: mille statue, non una. La sua bellezza vive in tutti i marmi. Questo sentii, con un'ansietà fatta di rammarico e di fervore, un giorno a Carrara, mentre ella m'era accanto e guardavamo discendere dall'alpe quei grandi buoi aggiogati che trascinano giù le carra dei marmi. Un aspetto della sua perfezione era chiuso per me in ciascuno di quei massi informi. Mi pareva che si partissero da lei verso il minerale bruto mille faville animatrici come da una torcia scossa. Dovevamo scegliere un blocco. Ricordo: era una giornata serena. I marmi deposti risplendevano al sole come le nevi eterne. Udivamo di tratto in tratto il rombo delle mine che squarciavano le viscere alla montagna taciturna. Non dimenticherei quell'ora, anche se morissi un'altra volta... Ella si mise per mezzo a quell'adunazione di cubi bianchi, soffermandosi dinanzi a ciascuno. Si chinava, osservava attentamente la grana, sembrava esplorarne le vene interiori, esitava, sorrideva, passava oltre. Ai miei occhi la sua veste non la copriva. Una specie di affinità divina era tra la sua carne e il marmo che chinandosi ella sfiorava con l'alito. Un'aspirazione confusa pareva salire verso di lei da quella bianchezza inerte. Il vento, il sole, la grandiosità dei monti, le lunghe file dei buoi aggiogati, e la curva antica dei gioghi, e lo stridore dei carri, e la nuvola che saliva dal Tirreno, e il volo altissimo di un'aquila, tutte le apparenze esaltavano il mio spirito in una poesia senza confini, lo inebriavano d'un sogno che non ebbe mai l'eguale in me.... Ah, Cosimo, Cosimo, io ho osato gettare una vita su cui riluce la gloria d'un tal ricordo! Quando ella tese la mano sul marmo che aveva scelto e volgendosi mi disse: "Questo", tutta l'alpe dalle radici alle cime aspirò alla bellezza.

Un fervore straordinario riscalda la sua voce e avviva il suo gesto. Colui che lo ascolta ne è sedotto, e ne dà segno.

Ah, ora tu comprendi! Tu non mi chiederai più se io sia pago. Ora tu sai come debba essere furiosa la mia impazienza se penso che in questo momento ella è là, sola, a piè della Sfinge, che mi aspetta. Pensa: la sua statua è alzata sopra di lei, immobile, immutabile, immune d'ogni miseria; ed ella è là affannata, e la sua vita fluisce, e qualche cosa di lei perisce di continuo nel tempo. L'indugio è la morte.... Ma tu non sai, tu non sai....

Ha l'accento di chi confida un segreto.

Cosimo Dalbo.

Che cosa?

Lucio Settala.

Tu non sai che io avevo già cominciata un'altra statua....

Cosimo Dalbo.

Un'altra?

Lucio Settala.

Sì: rimasta interrotta, abbozzata nella creta. La creta si dissecca, tutto si perde.

Cosimo Dalbo.

Ebbene?

Lucio Settala.

La credevo perduta.

Un sorriso irresistibile gli brilla negli occhi. La sua voce trema.

Non è perduta: è ancora viva. L'ultimo tocco di pollice è là, ancora vivo!

Egli fa l'atto di plasmare, istintivamente.

Cosimo Dalbo.

E come?

Lucio Settala.

Ella sa le cose dell'arte, sa in che modo la creta si mantenga molle. M'aiutava, un tempo. Ella stessa bagnava le tele...

Cosimo Dalbo.

Dunque ella pensava a tenere umida la creta, mentre tu morivi!

Lucio Settala.

Non era forse anche quello un modo di contrastare la morte? Non era anche quello un atto di fede, ammirabile? Ella conservava la mia opera...

Cosimo Dalbo.

Mentre l'altra conservava la tua vita.

Lucio Settala,oscurandosi, tenendo la fronte bassa, senza guardare l'amico, con una voce quasi dura.

Quale delle due cose ha maggior pregio? La vita m'è intollerabile, se mi fu resa gravata d'un divieto. Te l'ho detto: bisognava lasciarmi morire. Quale rinunzia può eguagliare quella che io avevo fatta? Soltanto la morte poteva arrestare l'impeto del desiderio che conduce fatalmente il mio essere verso il suo bene. Ora io rivivo: riconosco in me il medesimo uomo, la medesima forza. Chi mi giudicherà, se proseguo il mio destino?

Cosimo Dalbo,sgomentato, prendendolo per le braccia, come per trattenerlo.

Ma che farai dunque? Hai già risoluto?

Percosso dallo sgomento subitaneo che è nella voce e nell'atto dell'amico, Lucio si smarrisce, vacilla.

Lucio Settala,mettendosi nei capelli le mani febrili.

Che farò? Che farò? Conosci tu una tortura più crudele? Io ho la vertigine; comprendi? Se penso ch'ella è là, e m'attende, e le ore passano, e la mia forza si perde, e il mio ardore si consuma, la vertigine mi afferra l'anima, ed ho paura d'essere trascinato, forse stasera, forse domani. Sai tu che sia la vertigine? Ah, se potessi riaprirmi la ferita che mi fu chiusa!

Cosimo Dalbo,cercando di trarlo verso la finestra.

Càlmati, càlmati, Lucio! Taci! M'è parso di sentire la voce....

Lucio Settala,trasalendo.

Di Silvia?

Si copre d'un pallore mortale.

Cosimo Dalbo.

Sì. Càlmati! Hai la febbre.

Gli tocca la fronte. Lucio si appoggia al davanzale, quasi che le forze lo abbandonino.

EntraSilvia SettalaconFrancesca Doni. Questa tiene un braccio intorno alla cintura della sorella.

Silvia Settala.

Oh, Dalbo, siete ancora qui?

Ella non vede il viso diLucio, che è rivolto all'aria aperta.

Cosimo Dalbo,ricomponendosi, salutando Francesca.

Lucio mi ha trattenuto....

Silvia Settala.

Aveva molte cose da dirvi?

Cosimo Dalbo.

Ha sempre molte cose da dire, troppe forse. E si stanca.

Silvia Settala.

Vi ha detto che sabato andremo a Bocca d'Arno?

Cosimo Dalbo.

Sì, lo so.

Francesca Doni.

Non siete mai stato a Bocca d'Arno?

Cosimo Dalbo.

No, mai. Conosco la campagna pisana, San Rossore, il Gombo, San Pietro in Grado; ma non mi sono mai spinto sino alla foce. So che la spiaggia è bellissima.

Silviaha lo sguardo fisso al marito che rimane abbandonato sul davanzale, immobile.

Francesca Doni.

Deliziosa in questa stagione: una spiaggia aperta, bassa, di sabbia fina; il mare, il fiume, il bosco; l'odore delle alghe, l'odore della ragia; i gabbiani, gli usignuoli.... Dovreste fare molte visite a Lucio, mentre è là.

Cosimo Dalbo.

Certo.

Silvia Settala.

Potremo ospitarvi.

Ella si stacca dalla sorella e va verso il marito, col suo passo leggero.

Francesca Doni.

Nostra madre ha là una casa molto modesta, ma grande: una casa bianca di dentro e di fuori, in una macchia d'oleandri e di tamerici; e c'è una vecchia spinetta dell'Impero, appartenuta—imaginate a chi!—a una sorella di Napoleone, alla duchessa di Lucca, a quella terribile e ossuta Elisa Baciocchi: una spinetta che qualche volte si sveglia e piange sotto le dita di Silvia; e c'è anche una barca, se il ricordo napoleonico non vi seduce, una bella barca, bianca come la casa.

Silviasi sofferma in silenzio alle spalle diLucio, come sospesa. Egli resta assorto.

Cosimo Dalbo.

Vivere in una barca, su l'acqua, alla ventura: non v'è nulla che riposi di più. Per settimane e settimane ho vissuto così.

Francesca Doni.

Bisogna mettere il convalescente in una barca e affidarlo al buon mare.

Silvia Settala,toccando con un gesto lievissimo la spalla del marito.

Lucio!

Egli trasale e si volge.

Che fai? Siamo qui. C'è Francesca.

Egli guarda in viso la moglie, titubante; poi tenta di sorridere.

Lucio Settala.

Sta per venir giù un rovescio d'acqua. Aspettavo le prime gocciole: l'odore della terra....

Egli si inclina ancora verso la finestra e tende all'aria la mano aperta; che gli trema visibilmente.

Francesca Doni.

Aprile or piange or ride.

Lucio Settala.

Oh, Francesca, come state?

Francesca Doni.

Bene. E voi, Lucio?

Lucio Settala.

Bene, bene.

Francesca Doni.

Si parte dunque sabato?

Lucio Settala,guardando la moglie, trasognato.

Per dove?

Francesca Doni.

Come! Per Bocca d'Arno.

Lucio Settala.

Ah sì, è vero. Ho il capo svanito.

Silvia Settala.

Non ti senti bene, oggi?

Lucio Settala.

Sì, sì, bene. Il tempo un poco m'uggisce; ma mi sento bene, assai bene.

Nell'accento con cui pronunzia le semplici parole egli pone un eccesso di dissimulazione che le rende strane come quelle d'un uomo folle. È palese che l'attenzione dei tre astanti gli è divenuta intollerabile.

Tu vai via, Cosimo?

Cosimo Dalbo.

Sì, vado. È ora.

Egli s'accinge ad uscire.

Lucio Settala.

T'accompagno fino al cancello.

Si muove dalla finestra verso la porta, sollecito.

Silvia Settala.

Così, a capo scoperto?

Lucio Settala.

Sì, ho caldo. Non senti che aria gravosa?

Si sofferma su la soglia aspettando l'amico. Un'acuta pena d'improvviso punge i cuori, ammutolisce le labbra.

Cosimo Dalbo.

A rivederci.

Saluta turbato; esce conLucio. Silviachina il capo, con le ciglia contratte, come chi consideri per risolvere. Poi sembra che un'onda subitanea di energia le sollevi la persona.

Francesca Doni.

Hai veduto il Gaddi?

Silvia Settala.

Non ancora. Oggi non è venuto.

Francesca Doni.

Allora non sai....

Silvia Settala.

Che cosa?

Francesca Doni.

Quel che ha fatto.

Silvia Settala.

No.

Francesca Doni.

È andato dalla Dianti.

Silvia Settala,con una emozione contenuta.

Da colei! Quando?

Francesca Doni.

Ieri.

Silvia Settala.

E tu l'hai veduto?

Francesca Doni.

Sì, l'ho incontrato. Mi ha detto....

Silvia Settala.

Parla dunque!

Francesca Doni.

Andò da lei ieri, verso le tre. Si fece annunziare. Fu ricevuto subito. Ella aveva l'aria sorridente; s'inchinò, non disse una parola, restò in piedi, aspettò che il vecchio parlasse; l'ascoltò con rispetto, tranquilla. Tu imagini quel che egli potè dire per persuaderla a restituire la chiave, a smettere ogni altro tentativo, a non voler più turbare una pace ricuperata col sangue, e con quanto dolore! Ella non gli chiese alla fine se non questo: "È Lucio Settala che vi manda a me?" Alla risposta negativa, soggiunse con un tono fermissimo: "Vogliate perdonarmi, ma io non posso riconoscere se non a lui il diritto di chiedere quel che voi mi chiedete."

Silvia Settala,impallidendo ed ergendosi come per affrontare la lotta.

Ah, è la sua ultima parola? Ebbene, c'è un'altra persona che ha un diritto eguale e lo farà valere. Vedremo.

Francesca Doni,sbigottita.

Che pensi di fare, Silvia?

Silvia Settala.

Quel che è necessario.

Francesca Doni.

Che, dunque?

Silvia Settala.

Vederla, mettermi di fronte a lei nel luogo stesso dov'ella è un'intrusa. Intendi?

Francesca Doni.

Tu vuoi andare là!

Silvia Settala.

Sì, voglio andare là. So la sua ora. Tu stessa la sai. L'aspetterò. Ella verrà. Finalmente ci guarderemo in viso.

Francesca Doni.

Ma non farai questo.

Silvia Settala.

Come no? Credi tu che mi manchi il coraggio?

Francesca Doni.

Ti supplico, Silvia!

Silvia Settala.

Credi tu che io tremi?

Francesca Doni.

Ti supplico!

Silvia Settala.

Oh, sii pur sicura che non io abbasserò gli occhi, non io verrò meno. Tu dovresti conoscermi omai, per più d'una prova.

Francesca Doni.

Lo so, lo so. Nulla ti vince. Ma pensa: trovarti là dopo tanto, nel luogo stesso dove avvenne l'orribile cosa, là, sola, di fronte a quella donna che ti ha fatto tanto male....

Silvia Settala.

Ebbene? Che importa? Ho forse una volta sola—una volta sola, Francesca!—evitato di compiere quel che m'è parso necessario? Di' tu: m'hai veduta rifiutare qualche peso? A quale tortura mi sono io sottratta? Ben altre pene ho guardate in faccia; e tu lo sai. Tu temi che mi manchi il cuore di porre il piede là dov'egli cadde.... Ma io ebbi cuore di vederlo allora, per la fessura dell'uscio, disteso sul suo letto di morte, e nessuno era dietro di me a sorreggermi; e, prima che mi fosse permesso di accostarmi al suo capezzale, passarono per le mie mani i ferri del chirurgo e le fasce macchiate di sangue.

Francesca Doni.

Sì, sì, è vero: la tua forza è grande. Nulla ti vince. Ma pensa: non è la stessa cosa.... Non è la stessa cosa trovarsi là, all'improvviso, di fronte a una donna che non conosci, capace di tutto come quella, ostinata, impudente....

Silvia Settala.

Non temo di lei. Quel che ella fa è basso. Perchè mi crede sommessa e debole, ella si mostra così audace; perchè tanto tempo sono rimasta in silenzio e in disparte, ella pensa di potermi sopraffare anche una volta. Ma s'inganna. Allora il mio bene era perduto, ogni difesa era inutile. Ora l'ho ricuperato, e lo difendo.

Francesca Doni.

Mio Dio! Tu ti getti in una lotta a corpo a corpo. E se ella resiste?

Silvia Settala.

Resiste come? Ho il mio diritto. Saprò scacciarla.

Francesca Doni.

Silvia, Silvia, sorella mia, ti supplico: indugia ancora qualche giorno, rifletti ancora un poco, prima di far questo! Non precipitare!

Silvia Settala.

Ah, parli bene tu, tu che sei felice, tu che sei sicura, tu che hai la vita serena e nessuna minaccia su la tua pace. Indugiare, riflettere! Ma sai tu a quale estremità io mi ritrovi oggi? Sai tu per quale difesa io mi batta? Per il mio capo e per quello di Beata, per l'esistenza, per la luce degli occhi. Intendi? Non si ricomincia un supplizio dove già tutti i nervi furono lacerati, dove già furono sperimentati tutti gli strazii. Ho dato al dolore tutto quel che potevo dare: ho sentito il ferro duro su la mia nuca e ai miei polsi; alla fine della mia giornata il mio sonno era preso dall'orrore della giornata seguente in cui bisognava pur vivere e, per vivere, seguitare a spremere il cuore che pareva esausto. Ah tu parli bene, tu! Quando tu sorridi nella tua casa, il tuo sorriso medesimo ritorna a te in cento raggi come se tu vivessi nel cristallo. Per me il sorriso era una pena di più; sotto, i denti si serravano; ma Beata non ha visto una mia lacrima. Per mantenere la promessa che è nel suo nome, quando non v'era fibra in me che non si torcesse, le mie mani verso di lei avevano sempre qualche fiore.... Non saprei più ricominciare. Vorrei piuttosto andarmene, alla mia volta: trovare laggiù un po' di spiaggia deserta e coricarmi con Beata perchè il mare ci prendesse.

Francesca Doni,gettando le braccia al collo della sorella, baciandola in viso.

Che dici? Che dici? Tu non devi più temere di nulla. Non ti ama? Non hai riavuto tutto il suo amore? Questo soltanto vale; e il resto è nulla.

Silviachiude gli occhi per alcuni istanti, e l'illusione le illumina la faccia.

Silvia Settala.

Sì, sì, ho riavuto il suo amore.... Sembra.... Come potrei dubitare di quella voce? Quando non sono là, mi chiama, mi cerca; ha bisogno di me; sembra che io debba guidare i suoi passi....

Si scuote; si scioglie dalle braccia della sorella; è ripresa dall'ansietà.

Ma oggi.... L'hai veduto? l'hai guardato?... Oggi non è più come ieri; è diverso.... Un mutamento subitaneo.... L'hai guardato tu quando egli era là alla finestra, chino sul davanzale? Hai udito il suono delle sue parole? Hai veduto come gli tremava il braccio quando l'ha steso fuori? Ah dimmi che anche tu hai sentito che qualche cosa accade, che qualche cosa lo sconvolge.

Francesca Doni.

È convalescente ancora. Pensa: un nulla può turbarlo, l'aria, il tempo...

Silvia Settala.

No, no; non è questo. E non hai veduto? Anche Cosimo Dalbo pareva che facesse uno sforzo per nascondere un'ombra.... I miei occhi non fallano.

Francesca Doni.

No, non pareva. Ha parlato con me.

Silvia Settala,sempre più agitata.

Ma Lucio è disceso ad accompagnarlo e non è risalito ancora. O forse è passato dall'altra parte.

Va alla finestra, spia tra le cortine.

Ah, è ancora là, al cancello, che parla, che parla... Sembra fuori di sè....

Alza gli occhi al nuvolo.

Ora vien giù lo scroscio.

Spia di nuovo, intentissima.

Francesca Doni.

Chiamalo!

Silvia Settala,volgendosi, come incalzata da un pensiero terribile.

Certo è così, certo è così.

Francesca Doni.

Che pensi, ora?

Silvia Settala,fermandosi, pronunziando le parole nettamente, risoluta ma pallidissima.

Lucio sa che colei lo aspetta.

Francesca Doni.

Lo sa? Come?

Silvia Settala.

Non v'è dubbio, non v'è dubbio.

Francesca Doni.

Tu l'imagini.

Silvia Settala.

Lo sento; ne sono certa.

Francesca Doni.

Ma come?

Silvia Settala.

Ma bisognava pure che questo avvenisse; bisognava pure che un giorno ella trovasse il modo. Come? Forse una lettera.... Egli ha ricevuto una lettera.

Francesca Doni.

E tu non vigili!

Silvia Settala,con un atto di disdegno.

Anche questo?

Francesca Doni.

Ma forse t'inganni.

Silvia Settala.

Non m'inganno. Dopo la visita del vecchio, ella ha scritto. L'indugio omai non è più possibile, neppure d'un giorno, neppure d'un'ora. Tu comprendi il pericolo. Sia anche tornato a me con tutta l'anima sua, si sia anche distaccato da lei interamente, si sia anche volto a un'altra vita, a un altro bene, non senti tu quale possa ancora essere il fascino di una donna che gli dice, ostinata e sicura: "Sono qui; aspetto?" Sapere ch'ella è là, che non un giorno manca alla sua attesa, che nulla può sconfidarla.... Comprendi il pericolo? Se Lucio ha saputo stamani ch'ella lo aspetta, bisogna ch'egli sappia stasera—e dalla mia bocca medesima—ch'ella non lo aspetta più.

Un'energia indomabile afforza ed eleva tutta la sua persona.

Questo saprà stasera; glie lo prometto.

Ella tende la mano verso la finestra, col gesto di chi giura.

Vuoi accompagnarmi?

Francesca Doni,sbigottita, supplichevole.

Silvia, Silvia, rifletti ancora un minuto! Pensa a quel che fai!

Silvia Settala.

Non ti chiedo aiuto. Ti chiedo che tu m'accompagni soltanto fino alla porta. Per il resto, basto io sola; è necessario anzi che io rimanga sola. Vuoi? Che ora è?

Si volge per guardar l'ora; va verso la tavola.

Francesca Doni,arrestandola.

Ti supplico! Dammi ascolto, Silvia! Il cuore mi dice che non può venir bene da quel che vuoi fare. Dà ascolto alla tua sorella! Ti supplico!

Silvia Settala,con un gesto d'insofferenza.

Ma non hai dunque ancora compreso quel ch'io gioco in questo momento? Lasciami. Vado sola.

Si china su la tavola, guarda l'ora.

Sono le quattro. Non ho un minuto da perdere. Hai una vettura, giù?

La pioggia scroscia subitamente su gli alberi del giardino.

Francesca Doni.

Non senti che rovescio d'acqua? Non uscire! Rimanda tutto a domani. Vieni, ascolta.

Cerca di attirarla.

Aspetta almeno che spiova.

Silvia Settala.

Non ho un minuto da perdere. Bisogna che io sia là, prima di lei; bisogna ch'ella mi trovi là come nella mia casa. Intendi? Lasciami. Sùbito il cappello, il mantello, i guanti... Giovanna!

Ella passa nella stanza attigua chiamando la sua donna.Francesca Doni, presa dallo sgomento, va verso la finestra dove scroscia la pioggia.

Francesca Doni.

Mio Dio! Mio Dio!

Guarda nel giardino; chiama.

Lucio! Lucio!

Torna verso la porta d'ond'è scomparsa la sorella.

Silvia Settala,riapparendo, ansante.

Eccomi pronta. Ho lasciato là Beata che piange. Voleva uscire con me. Tu rimani, ti prego: va a consolarla. Io esco sola. Prendo la tua vettura. A rivederci.

Fa l'atto di baciare la sorella.

Francesca Doni.

Tu vai, dunque? È risoluto?

Silvia Settala.

Vado.

Francesca Doni.

T'accompagno.

Silvia Settala.

Andiamo.

Involontariamente, ella si sofferma e volge gli occhi in giro come per abbracciare con uno sguardo tutte le cose predilette. Le cortine palpitano; la pioggia scroscia. Ella aspira la fragranza umida che entra per le finestre. Solo per un attimo, l'arco teso della sua volontà si allenta.

L'odore della terra...

Trasale vedendo apparire d'improvviso, su la soglia ond'ella sta per uscire, Lucio febricitante, a capo scoperto, con i capelli e gli abiti molli di pioggia. Si guardano. Un intervallo di silenzio gravissimo.

Lucio Settala,con la voce rotta.

Tu esci?

Silvia Settala.

Sì, esco.

Lucio Settala.

Come sei pallida!

Silviasi passa una mano su la gota.

Dove vai? S'è aperto il cielo.

Egli si tocca i capelli stillanti.

Silvia Settala.

Bisogna ch'io esca. Non tarderò molto a ritornare. C'è Beata di là, che piange perché voleva venire con me. Va a consolarla; dille che le porterò forse una cosa bella.

Luciocon un atto repentino la prende per le mani e la guarda fissamente negli occhi.

Silvia Settala,padrona della sua forza, con un accento chiaro e fermo.

Che hai, Lucio?

Egli abbassa le palpebre. Ella libera le mani, scotendole forte come per un saluto. La tempra della sua volontà squilla nella sua voce vivida.

A rivederci! Andiamo, Francesca. È ora.

Esce rapidamente, seguita dalla sorella.Lucio Settalarimane a capo chino, vacillante, sotto un pensiero che lo folgora.

Una stanza alta e spaziosa, illuminata da un lucernario, coperta di tappezzerie cupe. Nella parete del fondo è un'apertura rettangolare, assai più larga di una porta, che mette nello studio attiguo dello scultore. Su l'architrave sono fissi alcuni frammenti del fregio fidiaco delle Panatenaiche; contro i due stipiti sono erette due grandi figure alate "vestite di vento": la Nike di Samotracia e quella scolpita da Pæonios per il tempio dorico di Olimpia consacrato a Zeus; occupa il vano una cortina rossa.

Nella parete destra, una porta è nascosta da una portiera pesante e ricca; nella sinistra, un uscioletto a muro è dissimulato dalla tappezzeria. Amplissimi divani, coperti di drappi e di cuscini, ricorrono in torno. Le figure sono disposte ad arte, per secondare la meditazione e il sogno: un fascio di spighe in un raso di rame sta innanzi al bassorilievo eleusino di Demeter; un piccolo Pegaso di bronzo su uno stelo di verde antico sta innanzi alla Medusa Ludovisia.

Il sentimento espresso dall'aspetto del luogo è diversissimo da quello che addolcisce la stanza dell'altra casa in vista del poggio mistico. La scelta e le analogie di tutte le forme rivelano qui l'aspirazione verso una vita carnale, vittoriosa e creatrice. Le due Messaggere divine sembrano agitare e ampliare incessantemente l'aria chiusa con la foga del loro volo immenso.

Silvia Settalaè nel mezzo della stanza, in piedi, avendo già deposto il cappello, il mantello, i guanti. Sembra ch'ella cerchi di riconoscere le cose, quasi di rendersele novamente familiari, di ristabilire una comunione con esse, di non sentirsi estranea. Ella domina la sua angoscia, sotto gli occhi della sorella.Francesca Donis'è seduta, perché le ginocchia le tremano e il cuore le batte troppo forte.

Silvia Settala,guardando intorno.

È strano: sembra più grande....

Francesca Doni.

Che cosa?

Silvia Settala.

La stanza. Non sembra più la stessa....

Ella guarda intorno, con l'aspetto di chi respiri un'aria insolita. Un intervallo di silenzio.

Francesca Doni,vigilante.

Hai chiusa la porta?

Silvia Settala.

Sì, l'ho chiusa.

Francesca Doni.

Si sentirà aprire....

Silvia Settala.

Hai paura? Non è l'ora. Fra un minuto, vattene.

Francesca Doni.

Dove?

Silvia Settala.

Vuoi aspettarmi nella vettura? su la strada?

Francesca Doni.

No, è impossibile. Vorrei rimaner qui, stare più vicina... Se potessi nascondermi!

Silvia Settala.

Nasconderti, qui? No. Bisogna ch'io sia sola.

Francesca Doni.

Abbi pietà di me! Morrei d'ambascia.

Silvia Settala.

Attendi. Ci dev'essere là un'uscita segreta.

Seguendo il ricordo, va verso il muro dov'è l'uscio dissimulato; cerca, trova, apre. Un'onda di luce la investe.

Vedi? Si passa di qui nella stanza dei modelli, poi in un corridoio. In fondo al corridoio v'è una porta che mette sul Mugnone. Vuoi passare di qui?

Francesca Doni.

Sì; ma lascia chi'io rimanga nella stanza o nel corridoio, ad aspettare. Aspetterò che tu mi chiami.

Silvia Settala.

Certo, aspetterai ch'io ti chiami?

Francesca Doni.

Sì, te lo prometto.

Silvia Settala.

Non aver paura. Vedi? C'è il sole su le vetrate.

Entrambe guardano per l'uscio semiaperto. Il chiarore interno illumina i loro volti. Una striscia luminosa si allunga sul pavimento.

Francesca Doni.

Non piove più. Guarda quante primavere su l'argine!

Silvia Settala.

Va ad aspettarmi su l'argine, all'aria aperta; va.

Francesca Doni.

C'è un povero cavallo malato, con le gambe nell'acqua. Vedi? E le rondini volano rasente... Penso una cosa.

Ella trasale e si volge subitamente indietro spiando le pieghe immobili della portiera.

Silvia Settala.

Che hai?

Francesca Doni.

Mi pareva d'aver sentito...

Entrambe tendono l'orecchio.

Silvia Settala.

No, t'inganni. È ancora presto. E poi, la porta della scala fa un gran rumore quando si richiude... Non hai sentito dianzi? Le mura tremavano.

Francesca Doni,implorando.

Silvia!

Silvia Settala.

Che hai, ora?

Francesca Doni.

Ascoltami. Sei ancora in tempo. Vieni via, vieni via, almeno per oggi! Fa una prova, almeno. Ella saprà che tu sei stata qui. Parleremo di nuovo col custode. Tu dovresti anzi lasciar qui qualche segno, dimenticare un guanto, per esempio.... Ella comprenderà, non tornerà più.

Silvia Settala.

Basterà un guanto? Ah come tutto è facile pel tuo cuore!

Ella guarda novamente in giro con una segreta disperazione.

Non c'è più nulla di me, qui

La sorella rimane presso l'uscio semichiuso, con la persona illuminata a metà dal riflesso vivo.Silviadà qualche passo nella stanza. Un intervallo di silenzio.

Tutto sembra più grande, più alto, più oscuro...

Francesca Doni.

È l'ombra che t'illude. C'è poca luce. Bisogna tirare la tenda del lucernario.

Silvia Settala.

No; meglio così.

Ella seguita a guardare per ogni angolo, come cercando una traccia.

Dimmi...

L'emozione le tronca la voce.

Quella sera ti vennero a chiamare, tu accorresti. Tu ti trovasti qui, nella prima ora...

Esita.

Dove fu? Ti ricordi in che posto?

Francesca Doni.

Di là, nello studio, sotto la statua.... No, non andare!

Silviasi volge verso la cortina rossa che pende tra le due Vittorie. Ai suoi piedi, come una linea divisiva, si allunga la sottile zona di sole.

Silvia Settala,sommessamente.

La statua è là.

Francesca Doni.

Non andare!

Silvia rimane per alcuni attimi immobile e muta davanti alla cortina chiusa, da cui la separa la zona lucente.

Non andare!

Silviafa un passo, di là dai raggi, quasi con impeto, come per varcare un ostacolo; con un gesto rapido solleva un lembo, s'insinua tra le pieghe, sparisce. La cortina si richiude dietro di lei, grave e folta. Alcuni attimi di silenzio, in cui non s'ode se non il respiro affannato della sorella. D'improvviso, per entro al cupo colore di porpora, riappare la faccia pallidissima dell'eroina, che sembra irradiata dal lume dell'opera sovrana. Anche le sue mani ignude, che separano i lembi, sembrano risplendere sul cupo colore. I suoi occhi restano intenti, allargati dalla meraviglia, abbagliati non da una visione di morte ma da una imagine di vita perfetta. Trema nelle orbite l'indizio d'un'onda saliente. Due meravigliose lacrime si formano a poco a poco nel cavo, brillano, sgorgano, solcano le gote. Prima che giungano alla bocca, ella le arresta con le dita, le diffonde su la faccia, quasi per lavarsene come d'una rugiada lustrale; poichè non dal ricordo o dalla traccia del sanguinoso fatto umano ella è commossa ma dall'apparizione dell'opera bella, immune e sola. Ella ha ricevuto il benefizio sommo della Bellezza: la tregua della sua angoscia, la pausa dei suoi timori. La folgore sublime della gioia ha traversata la sua anima sanandola per qualche attimo, rendendola cristallina come le lacrime. Non sono queste sue lacrime se non l'offerta ardente e muta dell'anima alCapolavoro.

Silvia, Silvia, tu piangi!

Silvia Settala,sommessamente, col segno del silenzio.

Taci.

Ella si distacca dalla cortina. Interroga sommessamente.

L'hai veduta? L'hai veduta?

Francesca Doni,frantendendo, con un sussulto.

Chi? lei? È là?

Silvia Settala.

No; la statua....

La sorella accenna di sì. Ella fa un gesto che esprime il suo abbagliamento. S'ode il rumore d'una porta pesante che si richiude. Entrambe sobbalzano.

Eccola! Vattene, vattene.

Francesca Doni,tendendo le braccia verso di lei con un'ultima implorazione angosciosa.

Oh, sorella mia!

Silvia Settala, ritrovando l'energia primitiva.

Vattene! Non temere.

Ella sospinge la sorella per l'apertura; richiude l'uscio. La zona di sole sparisce; la stanza torna nell'ombra eguale.

Silvia Settalasi tiene in piedi, con la faccia rivolta verso la porta, con lo sguardo fisso, quasi irrigidita nell'aspettazione. In mezzo all'alto silenzio s'ode distintamente stridere la chiave che apre. L'aspettante non muta attitudine. Una mano solleva la portiera. EntraGioconda Dianti, richiudendo la porta dietro di sè. Da prima, ella non scorge l'avversaria, poichè viene dalla luce nell'ombra e un velo denso le nasconde tutto il viso. Quando la scorge, s'arresta con un grido soffocato. Entrambe rimangono per alcuni attimi l'una di fronte all'altra, senza parlare.

Silvia Settala,con un accento fermo e chiaro, ma scevro di risentimento o di minaccia.

Io sono Silvia Settala.

La rivale tace, sempre velata. Una pausa.

Voi?

Gioconda Dianti,a voce bassa.

Non lo sapete, signora?

Silvia Settala,sempre contenendosi.

So soltanto che voi siete entrata qui come in un luogo che vi appartenga. Mi trovate qui sicura come nella mia casa. Una di noi due usurpa, dunque, il diritto dell'altra; una di noi due è l'intrusa. Quale?

Una pausa.

Io, forse?

Gioconda Dianti,sempre chiusa nel velo e a voce bassa, come per attenuare la sua audacia.

Forse.

Silvia Settalasi fa anche più pallida e vacilla un poco, come chi riceva un colpo a dentro.

Silvia Settala,risollevandosi, vibrante di sdegno.

Ebbene, v'è una donna che ha attirato un uomo nella sua rete con le peggiori lusinghe; che lo ha strappato alla pace della casa, alla nobiltà dell'arte, alla gentilezza di un sogno da lui nutrito per anni col fiore della sua forza; che lo ha travolto in un delirio torbido e violento dov'egli ha smarrito ogni senso di bontà e di giustizia; che gli ha inflitto i tormenti più acuti che possa mai inventare la crudeltà d'un carnefice malato di tedio; che lo ha esausto e inaridito tenendogli accesa di continuo nelle vene una febbre perversa; che gli ha resa intollerabile la vita, che gli ha armata la mano, che lo ha spinto a uccidersi; che infine lo ha saputo moribondo per giorni e giorni sopra un letto lontano, intorno a cui si combatteva una lotta senza tregua contro la morte; e che non ha avuto rimorso, non pietà, non vergogna, ma è rientrata nel luogo sinistro prima che il sangue fosse lavato, meditando di riattaccarsi alla preda, aspettandola di nuovo al varco, calcolando a uno a uno gli effetti della sua temerità e della sua tenacia, promettendosi il piacere di una nuova ruina. V'è una donna che ha fatto questo; che ha detto:—Una forte e nobile vita fioriva liberamente nel mondo: io l'ho abbrancata, l'ho piegata, l'ho abbassata, poi l'ho troncata d'un colpo. Ho creduto di averla distrutta per sempre. Ed ecco che essa rigermoglia, si rinnova, si rialza, può rifiorire! Ecco che intorno a lei le ferite si chiudono, il dolore si calma, la speranza risorge, può sorridere la gioia! Patirò io un tal sopruso? Mi lascerò io così deludere? No. Io ricomincerò, ritenterò, avrò ragione d'ogni resistenza, sarò implacabile.—V'è una donna che ha promesso questo a sè medesima, che ha impugnata la sua volontà come una scure, che è pronta a vibrare i nuovi colpi sorridendo. La conoscete voi? Ella è entrata qui col viso coperto, ha parlato con una voce sorda, ha proferito dianzi una parola gelida, calcolando pur sempre su la sua audacia e su l'altrui remissione. La conoscete?

Gioconda Dianti,senza mutare il modo.

Quella che io conosco è diversa. Soltanto perchè è triste dinanzi a voi, ella parla a voce bassa. Rispetta il grande e doloroso amore che vi fa vivere; ammira la virtù che v'inalza. Mentre parlavate, comprendeva bene che soltanto per consolare un'indicibile disperazione la vostra parola figurava un'imagine così diversa della persona vera. Non v'è nulla d'implacabile in lei; ma ella stessa obbedisce a una potenza che può essere implacabile.

Silvia Settala,amara e altiera.

So che siete esperta in tutti i linguaggi.

Gioconda Dianti.

Che giova questa durezza? Le vostre prime parole avevano un altro suono; e pareva, quando voi mi avete rivolta una domanda, che voleste conoscere semplicemente la verità.

Silvia Settala.

E quale è dunque la vostra verità?

Gioconda Dianti.

La verità che vale, dinanzi a noi, è una sola: verità d'amore. Voi lo sapete. Ma temo di ferire.

Silvia Settala.

Non temete di ferire.

Gioconda Dianti.

La donna, a cui faceste tante accuse, fu ardentemente amata e—soffrite ch'io lo dica!—d'un glorioso amore. Ella non abbassò ma esaltò una vita forte. E poichè l'ultima voce ch'ella udì, poche ore prima che si compiesse l'atto terribile, l'ultima fu di amore, ella crede d'essere ancora amata. E questa è la verità che vale.

Silvia Settala,perdutamente.

S'inganna, s'inganna.... V'ingannate! Egli non vi ama più, non vi ama più; forse non vi ha amata mai. Non fu amore il suo ma attossicazione, ma servitù atroce, demenza e arsura. Quando egli soffriva sul suo guanciale, il ricordo gli passava di tratto in tratto negli occhi come un baleno di terrore. Piangendo ai miei piedi, egli ha benedetto il sangue che è valso a riscattarlo.... Non vi ama, non vi ama!

Gioconda Dianti.

Il vostro amore grida come un naufrago.

Silvia Settala.

Non vi ama! Siete stata per lui come l'assillo, l'avete reso furente, l'avete spinto alla morte....

Gioconda Dianti.

Non io, non io l'ho spinto alla morte; ma voi stessa. Sì, per riscattarsi da un vincolo egli ha voluto morire, ma non da quello che mi legava a lui: da un altro, dal vostro, da quello che gli imponeva la vostra virtù o la vostra legge e che lo faceva soffrire intollerabilmente.

Silvia Settala.

Ah, non v'è nulla che voi non osiate travolgere! Da lui, dalla sua bocca, in un'ora in cui tutta la sua anima era alzata nella luce, da lui io l'ho udito:—Se la violenza è valsa a spezzare un giogo, sia benedetta!—Da lui io l'ho udito, quando tutta la sua anima si riapriva nella verità.

Gioconda Dianti.

Ma qui, poche ore prima ch'egli cedesse all'orribile pensiero, qui—tutte queste cose ne sono testimoni—egli mi parlò le più ardenti e le più dolci parole ch'ebbe il suo amore; qui mi chiamò anche una volta vita della sua vita; qui mi disse anche una volta il suo sogno d'oblio, di libertà, di arte, di gioia. E qui mi disse la sua insofferenza del legame, il peso inevitabile della bontà, più crudele d'ogni altro, e l'orrore del supplizio cotidiano, la ripugnanza a rientrare nella casa del silenzio e delle lacrime, la ripugnanza omai divenuta invincibile....

Silvia Settala.

No, no! Mentite.

Gioconda Dianti.

Per sfuggire a quell'angoscia, una sera che tutto gli parve più triste e più muto, egli cercò la morte....

Silvia Settala.

Mentite! Mentite! Io ero lontana.

Gioconda Dianti.

E voi mi accusate d'avergli inflitto un tormento infame, d'essere stata il suo carnefice! Ah, le vostre mani soltanto, le vostre mani di bontà e di perdono, gli preparavano ogni sera un letto di spine ove egli non volle più distendersi. Ma, quando egli entrava qui dove io l'attendeva come si attende il dio che crea, era trasfigurato. Egli ritrovava dinanzi alla sua opera la forza, la gioia, la fede. Sì, una febbre continua gli ardeva il sangue, tenuta accesa da me (e questo è tutto il mio orgoglio); ma al fuoco di quella febbre egli ha foggiato un capolavoro.

Indica col gesto la sua statua che la cortina nasconde.

Silvia Settala.

Non è il primo; non sarà l'ultimo.

Gioconda Dianti.

Certo, non sarà l'ultimo; poichè un altro è pronto a balzare dal suo viluppo di creta, un altro ha palpitato già sotto il pollice animatore, un altro è là semivivo, e attende d'attimo in attimo che il miracolo dell'arte lo tragga intero alla luce. Ah voi non potete comprendere questa impazienza della materia a cui fu promesso il dono della vita perfetta!

Silvia Settalasi volge verso la cortina; fa qualche passo, lentamente, con l'apparenza d'un atto involontario, quasi che obbedisca a un'attrazione misteriosa.

È là; la creta è là. Quel primo spiracolo ch'egli vi aveva infuso, io l'ho conservato di giorno in giorno come si bagna il solco dov'è il seme profondo. Non l'ho lasciato perire. L'impronta è là, intatta. L'ultimo tocco, che vi pose la sua mano febrile nell'ultima ora, è là visibile, energico e fresco come di ieri, tanto potente che la mia speranza in mezzo alla frenesia del dolore vi si affisò come a un suggello di vita e ne prese forza.

Silvia Settalas'arresta dinanzi alla cortina, come la prima volta; e vi rimane immobile e muta.

Sì, è vero, voi eravate intanto al capezzale del moribondo, protesa in una lotta senza tregua per strapparlo alla morte; e per questo foste invidiata, e per questo siate lodata in eterno. Voi avevate la lotta, l'agitazione, lo sforzo: avevate da compiere qualche cosa che vi pareva sovrumana e che vi dava l'ebrezza. Io, sotto il divieto, nella lontananza e nella solitudine, non potevo se non raccogliere e stringere—con tutta la volontà contratta—il mio dolore in un vóto. La mia fede era pari alla vostra; certo, si collegò con la vostra contro la morte. L'ultima favilla creatrice partita dal suo genio, dal fuoco divino che è in lui, io non l'ho lasciata estinguere, io l'ho tenuta sempre viva, con una vigilanza religiosa e ininterrotta.... Ah, chi può dire fin dove sia giunta la forza preservatrice di un tal vóto?

Silvia Settalafa l'atto di volgersi con violenza, come per rispondere; ma si trattiene.

Lo so, lo so: è ben semplice e facile quel che io ho fatto; lo so: non è uno sforzo eroico, è l'umile cómpito di un manovale. Ma non è l'atto quel che importa. Quel che importa è lo spirito con cui l'atto si compie; quel che solo importa è il fervore. Nulla è più sacro dell'opera che comincia a vivere. Se il sentimento con cui io l'ho custodita può rivelarsi alla vostra anima, andate e guardate! Perchè l'opera séguiti a vivere è necessaria la mia presenza visibile. Riconoscendo questa necessità, voi comprenderete come io nel rispondere "forse" a una vostra domanda ho voluto rispettare un dubbio che poteva essere in voi ma che non era in me, che non è in me. Voi non potete sentirvi sicura qui come nella vostra casa. Questa non è una casa. Gli affetti familiari non hanno qui la loro sede; le virtù domestiche non hanno qui il loro sacrario. Questo è un luogo fuori delle leggi e fuori dei diritti comuni. Qui uno scultore fa le sue statue. Vi sta egli solo con gli strumenti della sua arte. Ora io non sono se non uno strumento dell'arte sua. La Natura mi ha mandato verso di lui per portargli un messaggio e per servirlo. Obbedisco; lo attendo per servirlo ancora. S'egli ora entrasse, potrebbe riprendere l'opera interrotta che aveva incominciato a vivere sotto le sue dita. Andate e guardate!

Silvia Settalaè rimasta dinanzi alla cortina, senza avanzare. Un tremito sempre più forte le scuote la persona, indizio della grande agitazione interiore; mentre le parole della rivale si fanno sempre più pronte e stringenti, divenendo alla fine limpide e ostili. D'improvviso ella si volge, anelante, impetuosa, risoluta alle difese estreme.

Silvia Settala.

No. È inutile. Troppo abili parole. Voi siete esperta in tutti i linguaggi. Trasfigurate in un atto di amore e di fede quel che non è se non un accorgimento e un'insidia. L'opera che fu interrotta doveva perdersi. Con la mano medesima che aveva impresso nella creta il segno di vita, con la mano medesima egli strinse l'arma e la rivolse contro il suo cuore. Egli non dubitò di mettere tra sè e la sua opera il più oscuro degli abissi. La morte è passata di là, e ha reciso ogni legame. Quel che fu interrotto sarà perduto. Ora egli è rinato, è un uomo nuovo, aspira ad altre conquiste. Nei suoi occhi si è fatta una nuova luce; la sua forza è impaziente di creare altre forme. Tutto quel che è dietro di lui, tutto quel che è di là dall'ombra, non ha più alcun potere e alcun pregio. Che mai gli importa che una vecchia creta cada in polvere? Egli l'ha dimenticata. Ne troverà della più recente per infondervi il soffio della sua rinascenza, per modellarla a imagine dell'idea che oggi l'infiamma. Giù, la vecchia creta! Come potete voi mostrarvi convinta d'esser necessaria alla sua arte? Nessuno è necessario all'uomo che crea. Tutto converge in lui. Dite che la Natura vi ha mandato verso di lui per portargli un messaggio. Ebbene egli lo ha accolto, lo ha compreso ed ha risposto con una espressione sublime. Che altro potrebbe egli trarre da voi? Che altro potreste voi dargli? Non è concesso toccare due volte il medesimo vertice, compiere due volte il medesimo prodigio. Voi siete rimasta di là, di là dall'ombra, lontana, sola, su la vecchia terra. Egli va ora verso le terre nuove, dove riceverà altri messaggi. La sua forza sembra vergine, e la bellezza del mondo è infinita.


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