ORAZIONE per Cosimo Damiano Delfante

ORAZIONE per Cosimo Damiano DelfanteDentro povera tomba, in mezzo a un'isola lontana dal nostro emisfero giace ilFatale, che nessuna altra cosa ebbe di comune con gli uomini tranne il nascimento, e la morte. Chi mai vorrà giudicarlo, o chi volendo potrà? Tremi la gente d'interrogare quel sepolcro, poiché le sorgeranno nell'anima siffatti pensieri, che ella poi tenterà in vano sostenere, o definire. Educato a dolentissima scuola, io da gran tempo ho appreso a diffidare di coteste azioni, che i popoli chiamano virtú, e delle altre che si vituperano pel mondo come delitti: conobbi l'uomo stimare le imprese dall'evento, e ciò talvolta per ignoranza, spesso per malignità, spessissimo per ambedue: — vidi sempre l'infamia aggravarsi sopra il caduto... Soloperché caduto, onde io e piansi, e risi, e dubitai di tutto. — Dunque con un cuore, che non si atterrisce, né s'infiamma per cosa contemplata, anima grande, mediterò su di te. Molti dei tuoi compagni ti posero in obblio; molti tra i tuoi servi ti abbandonarono: molti ancora di quelli, che beneficasti ti hanno tradito: la voce del poeta, [pg!40] che ti salutava Giove è spenta54; tu dormi polvere,e non coronata, la tua potenza divenne di una memoria..., ma una memoria piú durevole dei secoli, che dall'alto delle Piramidi stettero a vederti vincere le battaglie egiziache!55. Eterno tu avrai il dominio dei tempi avvenire, perché la vittoria ha l'ale, non già la sapienza, né si rapisce la fama come la corona. Tu fosti grande, e tale ti confessava anche l'odio. Ora chi ti levò a sí stupenda altezza, lapietà, o il terroredei viventi? Quel forte nel canto, scorta amorosa dei miei pensieri, lord Byron sorge severo e ti domanda: «Spirito tenebroso! perché conculcasti la stirpe, che umiliando ti si prostrava davanti? Tu potevi salvare, e l'unico dono, che facesti ai tuoi adoratori è stata la tomba. O Dio! doveva il mondo essere sgabello a cosí abbietta creatura?»56. — Difenderò la tua causa. Dimenticando, che veniva dagli uomini la voce:scegli la tua parte, e sii oppressore, o vittima57; non avvertendo al veleno, che si era posto dinanzi per sottrarsi al patibolo, Giovanni di Condorcet irradiava di speranza il tristo carcere e scriveva58: doversi migliorare i destini umani, gli utili ammaestramenti non potere riuscire invano; averli la stampa diffusi per modo, che una nuova barbarie non sarebbe sufficiente a sopprimerli, e la [pg!41] luce della filosofia tanto penetrata nei misteri del sapere da poterne un giorno derivare facoltà di vivere immortali, e notate, uditori, che egli teneva il veleno davanti per fuggire il patibolo. Io per me penso, che questo pur fosse lo scopo delFatale, sebbene piú moderato siccome conveniva all'indole di lui; e meditando sopra le sue azioni sembra, che non repugnasse dal conseguirlo con le armi, con le leggi, e con la religione. — Quando la fortuna del mondo lo condusse in Affrica finse costumi da profeta, e le turbe lo dissero Sultano del fuoco, e Sultano giusto59; — tornato in Europa non depose il disegno, favellò di destini, accennò stelle60, e forse si tenne davvero un eletto di Dio, —e forse egli era: temendo poi in queste nostre contrade troppo scarso il frutto, che si ricava dalla fede, attese il Sapiente a governarecon la ragione, e compose un codice, monumento di antica, e di moderna dottrina; ma le sorti non gli arrisero del tutto in questo nuovo disegno, imperciocché lo stato singolare del secolo presente vogliache l'uomo non sia tanto scempio da lasciarsi andare alle superstizioni, né tanto incivilito per soddisfarsi del nudo ragionamento. — Gli valsero le armi, felicissime un tempo; una volta avverse, funeste per sempre. Il caso lo pose in Francia, ve lo fermò l'occasione, ve lo mantenne il destino; gli parve quel paese quasi un centro donde muovere le fila della sua trama per la universa [pg!42] Europa... furono queste fila di ferro, e di fuoco, eppure piú fragili del velo, che l'insetto ordisce nell'angolo della sala: — disperdi l'opera dell'insetto, ed ei tornerà a rifarla piú animoso di prima; turba l'opera dell'uomo, e questi o disperato si asterrà dal riprenderla, o consumerà la vita in vani conati per nuovamente comporla; quindi se io mal non veggo il paragone torna in vantaggio dell'insetto!Se tu dunque, oFatale, concepisti il disegno diemendare le colpe della creazione, nessun voto piú degno di essere adempito l'Angiolo della preghiera presentò al trono dell'Eterno. — Forse teco rimasero sepolti i destini del mondo, forse l'aquila imperiale fuggendo dalle tue bandiere si portava la speranza, e non pertanto alla gloria, che ti circonda potrebbe aggiungersi altra gloria piú splendida, voglio dir quella di benefattore della umanità, e il tuo sepolcro potrebbe annoverarsi tra i sacri pellegrinaggi.Cosa importa, che il mio spirito contristato neghi l'umano miglioramento, e dica: la guerra è in natura; notateAustininglese il quale dopo diciassette anni di continue fatiche, giunge appena a mantenere in vita comune quattordici animali di specie diversapascendoli quotidianamente a sazietà61; or dunque quanto piú dura impresa fia quella di accordare gli uomini in pace poiché a loro non fu concessa una somma di bene per soddisfarli tutti, o piuttosto un'anima che si [pg!43] potesse soddisfare? Cosa importa, che dai climi, dai costumi, dalle voglie contrarie io derivi argomento di guerra perpetua? Cosa ch'io mostri le pagine della storia eternamente contaminate dalle stesse rapine, dai misfatti medesimi? Cosa ch'io provi la civiltà aver giovato agli uomini per commettere le colpe con sottigliezza maggiore, e per cuoprirle con la ipocrisia togliendo loro quell'unica parte, che avevano di buono, o almeno di non tristo, la sincerità? Cosa, che io dichiari il pensiero di sottoporre, il mondo ad un medesimo reggimento doversi lodare piuttosto come mosso da un cuore sensibile, che da tenersi come uscito da un cervello sano? E quando ancora questa sapienza diffusa producesse alcun bene, potrei dimostrare come non essendo perenne, né dapertutto uguale le sue conseguenze diventerebbero nulle. Dove io questi, ed altri argomenti prendessi ad esporre, avrei reso un mal servigio alla società, né tu rimarresti meno il Benefattore degli uomini, imperciocché io mi sia instruito a considerare il consiglio disgiunto dall'opera, e quando per impotenza riesce inadempito ne attribuisca il biasimo a Colui, che potendo, non concedeva facoltà bastanti per conseguirlo, e la lode a chi volle, e non potè. — Ma io ho fede alla sentenza dell'Ecclesiaste: «Quello che è stato è lo stesso che sarà, e quello che è stato fatto, è lo stesso, che si farà: e non v'è nulla di nuovo sotto il sole. Evvi cosa alcuna della quale altri possa dire: vedi questo, egli è nuovo? già è stato nei secoli, che sono stati avanti di [pg!44] noi»62. E quella mano stessa, che apparve al convito di Balthazar63sopra le rovine dei tempi trascorsi ha scritto la legge:Sii oppresso od oppressore.Ho veduto la sapienza pellegrinare attorno la terra, e non posarsi mai, e al suo partire sopprimere ogni traccia della dimora; — ho contemplato un popolo crescere, allargarsi, e dominare per tutta la terra, divenuto poi debole cadere per infermità interna, o per guerra di fuori; cosí tra le nazioni di cui conserviamo memoria avvenne ai Romani, cosí ai Longobardi, cosí ai Francesi sotto Carlo Magno, agli Spagnuoli sotto Carlo V, nuovamente ai Francesi sotto Napoleone, e forse esistono adesso due popoli ai quali si apparecchiano gli stessi destini nelle ragioni del declinare, e del sorgere. Quando io considero l'assiduo alternare di siffatte vicende, esclamo dal profondo dell'anima: oh! perché non si posava il tuo sguardo sopra la terra, che ti dette la vita! Nel modo stesso col quale Dio creò la luce se profferivi la parola: Italia sia, e Italia sarebbe stata. Se al volo antico drizzavi l'aquila romana, meglio della tua francese avrebbe conosciuto; e con la piú robusta percorso la via del firmamento; e se avversa ti stava la fortuna, noi ti avremmo co' nostri petti difeso, superati e non vinti giaceremmo insieme nella terra di Cammillo e degli Scipioni... ma noi avremmo vinto perché la causa delle nazioni cimentata dal sangue dei martiri [pg!45] termina sempre col trionfo, perché la parola del forte, che spira in difesa della patria ha virtú di fecondare la sabbia del deserto... e noi Italiani non siamo sabbia per Dio. — Ahimè! forse anche questo è un delirio, e la differenza, che passa tra il delirio del sapiente, e quello dello stolto consiste in questo, che il primo ha potere di troncarlo, con unforse, mentre il secondo deve continuarlo all'infinito! Cominciai col dubbio, ho concluso col dubbio, valeva meglio tacere... pure qual altra scienza oltre il dubbio conviene al nato per morire? Gli umani ingegni non distinsero mai il bene, e il male: vana, ed incerta ogni cosa, certa soltanto la morte; il periodo di vita, che percorriamo è assai piú breve di quello, che sembra: due terzi della infanzia, e della vecchiezza sono spesi nel sonno, un terzo ne consumiamo nella pubertà, e nella virilità; l'uomo che vive ottant'anni, ne ha dormiti quaranta!64Gli occhi ne furono concessi per contemplare la sciagura, e per piangerla! E nondimeno fra tanto estremo di miseria vi han tali, che godono tormentare l'anima del fratello, e seminargli il sentiero di triboli. Verseremo noi l'ira di uno spirito ardente sopra di loro? Imprecheremo scongiuri su la testa abborrita di cui la ricordanza gli spaventerà piú dei propri rimorsi? Dire parole insomma, che suoneranno loro piú terribili della chiamata dell'angiolo al giudizio di Dio? No. Voi non siete feroci come Catilina, né simulati come Tiberio, né maligni [pg!46] come i Borgia; abbietti, schifosi, meschini non meritate né anche la fama di Erostrato, vivete... io vi condanno a vivere, a rodervi nella coscienza della vostra nullità.Lasciamo di coteste infamie, e di coteste miserie, leviamoci a respirare un aere piú puro, e poiché di siffatta potenza ci erano i cieli cortesi, sorgiamo a meditare le bellezze ideali, circondiamoci d'illusioni, c'inebbriamo di gloria se di felicità non possiamo.Favelliamo di gloria. — Napoleone Buonaparte tratto dalla volontà, e dalle vicende muove in Egitto, lasciando la Francia temuta; e seco parte la fortuna di Francia! Mentre egli vince alle Piramidi, al monte Tabor, ad Aboukir, altri generali francesi le sue conquiste perdevano. — Mantova presa, l'Olanda di Russi e Inglesi ingombrata, la sconfitta della Trebbia, — l'altra di Novi — Massena, già folgore di guerra, adesso condottiero infelice, Scherer respinto, Joubert ucciso, Macdonald, e Moreau superati, ogni cosa in rovina. — Napoleone Buonaparte udite le sinistre notizie, abbandonava Alessandria, si poneva all'avventura sul mare; scampato dagli elementi, e dai nemici, tornava a Parigi. Qui giunto, con tali parole favellava al Direttorio: «Che avete voi fatto di questa Francia, che tanto prosperevole vi aveva lasciata! Dov'era pace, rinvenni la guerra, dove lasciai vittorie, ho incontrato sconfitte... perché tanta miseria quando io vi consegnai i milioni d'Italia? Che avete voi fatto di cento mila Francesi tutti compagni della mia [pg!47] gloria? — Perirono»65. Cosí rampognava per ira, piú per arte. — Soppresso il Direttorio, ridotta in sue mani la somma della Repubblica, pensa ristorarne la declinata fortuna, e agevolmente il poteva, poiché seco era tornata la vittoria: gl'impedimenti, che gli oppongono la natura, e gli uomini superava, con sottilissimo ingegno; il forte Bard sfuggiva, a Chiusella, e a Montebello vinceva, le pianure italiane occupava. Si affronta in mortale combattimento co' suoi nemici nei campi di Marengo; cotesta fu una battaglia di giganti; — l'Austria cadde; — l'Italia tutta in poche ore tornò nel dominio Francese, il Genio del primo Console prevalendo costrinse gli avversari a supplicarlo di pace.Questi fatti raccontava la fama per le città italiane, sicché forte se ne infiammavano le menti di quelli, che le udivano. — Era in que' tempi nei giovani petti Italiani un desiderio, un anelito di accorrere sul campo delle battaglie, che apertamente dimostrò, non anco in essi morto l'antico valore, e santi furono allora i nostri voti, imperciocché Napoleone fingendo amare le libertà italiane, richiamava in vita la Repubblica Cisalpina. — Ah! furono inganni cotesti... Ma l'Antomarchi applicando al cranio di Buonaparte il sistema di Gall, lo trovò tanto potente simulatore,66e il cuore dei giovani si lascia cosí di leggieri prendere alle illusioni, ch'io davvero tremo pel giudizio, che i posteri faranno su la memoria di quel Grande, [pg!48] malgrado le mie difese; — pure se gl'Italiani si lamentano, che tu non li abbia amati, non però ti maledicono mai; essi avrebbero voluto difenderti col proprio sangue, e con quello dei figli, essi quantunque da te delusi pregano Dio, che ti perdoni com'eglino ti hanno perdonato. —Nato da poveri genitori nel 1781, viveva in questa nostra patria Cosimo Damiano Delfante. L'anima caldissima del giovanetto, l'ingegno pronto ed il sentirsi forte gli facevano mal comportare gli oscuri natali; — e l'esperienza insegna essere la ignobilità piú che la chiarezza del linguaggio, stimolo acuto a ben meritare avendo la natura concesso all'uomo maggiori potenze per acquistare, che non per mantenere. Ora pervenuto Cosimo nostro al suo ventiduesimo anno, incapace a reprimere il genio interno, si presentava al padre tutto tremante, e gli diceva: «Chiamarlo la patria, né volere egli rimanersi inoperoso alla chiamata; non badasse al momentaneo dolore, tra poco la fama dei suoi fatti lo consolerebbe di mille doppi; gli desse intanto la paterna, benedizione». — Qual core fosse il mio, mi parlava Giovacchino Delfante, il quale ottuagenario si vive con la vecchia moglie Uliva Bujeri in Livorno, «qual core fosse il mio nel sentire il disegno di Cosimo, pensatelo voi...» e fissatomi in volto aggiungeva: « — No, voi nol potete immaginare perché dalla vostra giovanezza suppongo, che non siate anche padre...» Il mio corpo fremé per ogni fibra, l'anima si sollevò in un sospiro, e tacqui; — egli riprese: «Dio me lo aveva dato per [pg!49] unico figliuolo, e Dio non volle, che sostenesse la mia vecchiezza; — Cosimo fu di persona piú alto di voi, e piú robusto assai; di sguardo benigno, se non che quando lo vinceva l'ira, ne tremavano tutti; e pure malgrado il suo impeto, le amarezze piú forti, che mi abbia apportate sono queste: nella notte in cui arse loScipione, — voi avrete sentito da vostro padre il caso delloScipione, — era un vascello Francese, che incendiò nella nostra spiaggia, chi disse in que' tempi per negligenza, chi per malizia, e veramente in quella occasione si commessero orribili fatti, pochi salvarono le vite, il legno deserto lanciava da ogni parte schegge, e ferramenti infocati, le artiglierie sparavano contro la città; quando giunse la fiamma al magazzino delle polveri parve ne subbissasse Livorno; in quella notte d'inferno, Cosimo non si ridusse a casa, e si rimase con molto suo pericolo a contemplare dal molo cotesto spavento. — L'altro dolore me lo dette nel '98, allorché vennero i Francesi a portarci un palo, e un berretto, che chiamavano la libertà, e ci rapirono monumenti preziosi, ed averi. — Il mio Cosimo non potendo soffrire la superbia di uno tra costoro lo sfidava a duello; il repubblicano non vergognò adoperare l'arme contro un fanciullo di quindici anni, ma il figliuol mio per quello, che poi me ne raccontarono se la cavò bene, perché senza che io ne sapessi nulla, aveva imparato di scherma; — in cuore n'ebbi piacere, ma lo rimproverai comandandogli per quanto aveva caro l'affetto di suo [pg!50] padre non ne facesse piú, alle quali rimostranze, egli scusandosi, rispose: «Che il sangue voleva la sua parte, e chi soffriva in pace l'ingiuria meritava quella, ed altre ancora». Per quanto le mie povere facoltà lo consentivano feci educarlo come meglio potei; tutto egli apprendeva con prestezza maravigliosa in ispecie le lingue, e quando si partí da Livorno sapeva il latino, il francese, e l'inglese, di piú imparò il tedesco, lo svedese, e lo spagnuolo. — Io vedeva andare con lui le mie speranze; l'animo mi presagiva male, rimaneva solo; pure egli affermava chiamarlo in sua difesa la patria, sospirai considerando che non avevo altri figli, e feci il sacrificio alla patria di questo unico mio; — io lo benedissi: la povera Uliva, che dopo la sua morte perdé alquanto del lume dell'intelletto, univa alla mia la sua benedizione, piangendo come piangono le madri quando si staccano da un figliuolo unico, e Cosimo anch'egli tutto in lacrime si partí sul principiare dell'ottobre 1803». Mentre l'ottimo vecchio questi casi mi raccontava, la madre udendo com'io mi fossi quivi condotto per iscrivere la lode del suo figliuolo defunto, mi si accostò vacillando, e con pianto dirotto prese a baciarmi il lembo del mantello! — Volli consolarla, e non trovai la parola.In questa maniera Cosimo Delfante, separatosi dai suoi genitori, giungeva a Reggio, e quivi volontario il 22 ottobre 1803, indossava la veste del soldato. — Egli però non era uomo da starsi lungo tempo confuso col volgo, e infatti da una [pg!51] patente autentica della Repubblica italiana io ricavo come dopo tre giorni lo creassero caporale, dopo otto sergente, dopo ventuno al grado di sotto-tenente, lo promovessero. Nel 14 aprile 1804, il Vice-presidente della Repubblica italiana Melzi di Eril, innamorato delle ottime qualità del nostro concittadino, desiderò che col grado medesimo passasse a far parte della guardia del Presidente nel battaglione dei granatieri; e voglionsi qui riferire le onorate parole con le quali il suo antico superiore Foresti gli accompagnava quest'ordine:«Il capo non può abbastanza palesare il suo dispiacere per la perdita al corpo di un ufficiale, a che per la sua moralità, zelo, ed intelligenza si è distinto nei differenti gradi da lui occupati nella mezza brigata; si compiace però di vederlo collocato in un corpo ove piú vasto campo gli è aperto per dimostrare i suoi talenti, e non dubita, che saprà con la sua condotta meritare la stima, e l'affetto dei nuovi superiori, e camerata, e conservarsi cosí la vantaggiosa opinione, che lascia di lui nella seconda mezza brigata».Esaminando le poche carte, che per fortuna avanzano di questo valoroso, trovo una lettera del Ministro della guerra a lui diretta con la quale gli raccomanda di trasferirsi neidipartimentidell'Olona, del Lario e del Serioper accogliere que' giovani che mossi da entusiasmo volessero militare per la patria, e poco sotto aggiunge molto promettersi dall'opera sua come quello, che aveva grandissima influenza per le sue relazioni ne' mentovatidipartimenti, e pei suoi modi cortesi riusciva gradito [pg!52] all'universale. — Veramente Cosimo Delfante avrebbe con buone parole persuaso i piú schivi, ma giova ripetere come la gioventú italiana non abbia bisogno d'invito per correre alle armi. — Ricorda la Storia come nel 1812 essendo stata imposta l'estrazione su iconscrittidelcantonedi Chivassodipartimentodella Dora nel giorno decimo di ottobre, i giovani di Chivasso, e Varlengo comparissero, quelli di Brandizzo divisi dai torrenti Orco, e Malone gonfi per insolita pioggia mancassero; non era da tentarsi il guado, che l'acqua menava giú a furia, e non si trovavano barche. — Il Viceprefetto saputa la cosa aggiornava la estrazione al sabato venturo; — appena egli aveva profferito il decreto, i giovani di Brandizzo grondanti acqua gli appariscono davanti: — non avevano quei magnanimi sostenuto, che si fosse detto di loro: — i Brandissesi mancarono alla chiamata, dell'onore, e poiché tentati diversi argomenti per traghettare il torrente riuscirono invano, il piú robusto tra essi si lanciò nell'acqua, prese la mano al compagno, e questi a un altro, e cosí procedendo formarono una catena da una sponda all'altra, e con molto pericolo non meno, che con gloria immortale superarono la corrente67. Tal era in que' tempi, e tale sarà, dove l'occasione si mostri, l'ardore della gioventú italiana! —Tornando adesso al nostro concittadino Delfante ho narrato in qual modo nel periodo di pochi giorni dal grado di semplice soldato a quello di [pg!53] sotto-tenente nella guardia del Presidente pervenisse. A tanto gli valsero l'ingegno pronto, le cognizioni acquistate; adesso ardeva distinguersi con qualche bello atto di valore, né imperando Napoleone Buonaparte era lungamente da aspettarsi il modo.Male comportarono gl'Inglesi la pace d'Amiens conchiusa il 23 maggio 1802, e fino da quel tempo Sheridan aveva dimostrato qual fosse l'opinione del pubblico, intorno ai patti nella medesima stabiliti; mandarono pertanto alord Whitworth, ambasciatore a Parigi, perché ordinasse al governo di Francia sgombrare immediatamente l'Olanda, concedere per dieci anni all'Inghilterra il domino di Malta, e Lampedosa; se no, rompesse la guerra. — L'esercito inglese è fatto prigioniero nell'Annover, il duca di Cambridge scampa malapena fuggendo, l'Elettorato cade in potestà dei Francesi. — Napoleone apparecchia a Bologna sul mare le armi per condurre la guerra nelle Isole britanniche; al punto stesso scuoprendo le lunghe arti, sopprime ogni apparenza di uguaglianza, e desidera dominare solo su la Francia e l'Italia.In Francia lo acclamano Imperatore tutti, meno Carnot.L'Italia non può, né vuole contendergli il principato, egli prende di sua mano la corona da gli altari; e se la cinge al capo, e reputando fermare eterne sul capo la potenza, e la vita, esclama nell'orgoglio dell'anima: guai a chi la toccherà! Dio la toccò, Dio, che distrusse con la corona la testa che la portava.[pg!54] Adesso pensoso quel mirabile politico Guglielmo Pitt sopra i destini della patria, volendo volgere altrove la tempesta, ordina nuova lega con Russia, e con Austria. La Baviera sorpresa cede alle armi tedesche. Muove Napoleone al soccorso e seco le milizie italiane, e il nostro Delfante; seguendo le arme delFataleegli vide nemici con la prestezza del desiderio dispersi, Ulma caduta, Vienna presa, lo Imperatore fugato; e Russi, e Tedeschi apprestargli nei campi di Osterlizza una nuova vittoria, nissuna forza pareva potesse resistere a quel Terribile; dodici generali tra russi, e tedeschi spenti sul campo, quarantacinque bandiere, centocinquanta cannoni ornarono il trionfo dei Francesi, uno degl'Imperatori chiedeva pace, l'altro per soverchia generosità lasciato andare. —Cosimo Delfante operò in questa impresa prove di valore, e ne venne ricompensato col grado di tenente. Su le pianure di Osterlizza quantunque inebbriato dalla vittoria non obbliò i cari parenti, che stavano lontani trepidando per la sua vita, e scrisse loro del nuovo grado, delle azioni fatte, di quelle, che statuiva di fare. — Chiesi le lettere al padre, ed egli mi rispose, averle distrutte preso dal dolore all'annunzio della sua morte. — Siccome io credo, che l'affanno di un padre per la perdita dell'unico figlio in qualsivoglia maniera si manifesti sia cosa sacra, cosí mi tacqui sconfortato. —A brevissima pace nuove guerre succedono. Insorge la Prussia. Vinta a Schleitz, ed a Saalfeld, prostrata a Jena, e a Lubecca in quindici giorni [pg!55] cessa di esistere quella potenza, che Federigo il Grande aveva con tanto sangue, e con tanta politica instituita. — Torna la Russia a tentare la sorte delle armi, e le riescono infelici a Czarnuovo, a Pultusk, a Calymin, e sempre; perde altri 25,000 uomini sul campo di Eylau, oltre a 60,000 su quelli di Friedland. — Veramente io dubito forte, che i posteri vogliano aver fede in siffatti racconti, ed anche i presenti gli stimerebbero esagerati dove la turba delle madri, e delle vedove le quali tuttavia piangono, veri non glieli attestasse pur troppo. — Conchiusa la pace di Tilsith, Gustavo IV di Svezia ardiva solo opporsi alla potenza di Buonaparte: a ciò lo inducevano le istigazioni inglesi, e la cupidigia dell'acquisto della Norvegia. — Buonaparte sdegnando adoperare il suo ingegno per opprimere cotesto avversario, manda Brune, e con Brune il Gen. Pino, condottiero delle milizie italiane di cui faceva parte Delfante. Adesso si narra come Pino procedendo alla volta di Stralsunda affidasse la condotta di un buon numero di soldati al nostro cittadino ordinandogli aspettarlo in certo luogo determinato: andava, e attendeva il Delfante; vedendo poi, che tardava, e dubitando che se ne fosse andato oltre, s'incamminava animoso alla volta di Stralsunda; lo raggiunse dopo alcune ore il suo Generale, e turbato non poco pel pericolo a cui si era esposto, lo chiamò incauto, gli disse imprudente. — «Trovate dunque chi meglio adoperi prudenza di me» rispose Cosimo, e se ne andava, senonché richiamatolo il buon generale, dolcemente rimproverandolo lo confortava [pg!56] a deporre lo sdegno, e a starsi di lieto animo, ch'egli avrebbe pensato, secondo i suoi meriti, a ricompensarlo. — Posto l'assedio intorno Stralsunda, certa notte il generale gli commetteva portasse l'ordine ad un suo subalterno di avvicinare i quartieri al forte dell'armata; provvedesse ad eseguirlo celeremente, poiché quella stazione come troppo lontana, poteva da un punto all'altroriuscirepiena di pericolo. Andava Delfante, e trovato che il superiore si era dipartito dai suoi soldati per darsi buon tempo, egli desideroso di corrispondere alla fiducia, che in lui aveva riposto l'ottimo Pino, con singolare perizia operò in modo, che il campo fosse mutato. Il generale soddisfatto per quest'azione, appena n'ebbe inteso il racconto, postagli la mano sulla spalla gli disse: «Tu sei un valoroso capitano» e fino da quel punto Cosimo nostro tenne nella milizia quel grado. — Cadde Stralsunda, imperciocché Gustavo avesse per difenderla la pertinacia, non l'ingegno di Carlo XII, e fu smantellata da Brune; cadde ancora dopo pochi giorni l'isola di Rugen, e cosí ebbe fine la guerra della Pomerania Svedese.Comincia la guerra spagnuola; guerra per la quale si conobbe quanto possano i popoli sebbene inesperti dell'arte militare allorché abbiano fermo di vincere, o seppellirsi sotto le rovine delle loro città: — ogni goccia di sangue versato per la patria produce nuovi difensori, e quelli spenti, altri, e piú fieri risorgono finché l'oppressione non sia superata. — Ma da una parte non combatté sola la cupidigia d'impero; la inquisizione soppressa, [pg!57] le barbare leggi abolite, gli errori o distrutti, o diminuiti, le insolenze feudali raffrenate dimostrano come ancora si volesse migliorare; né dall'altra fu tutto amore di patria, ché vi si aggiunsero le ignoranze superstiziose, e le ferocie di uomini di sangue. Ben fece Napoleone, se il suo genio lo chiamava a mutare i destini degli uomini, a costringerli onde i beneficii della civiltà ricevessero; meglio operarono gli spagnuoli a rigettarli perché partecipati in modo, che parevano una pena, e il benefizio per forza trasmesso equivale all'ingiuria. Forse da ambedue le parti stava la ragione, da ambedue il torto. Nuova, eppure a mio senno, maniera unica è questa per considerare le storie dove l'uomo non voglia ricercare i fatti dei suoi simili per dedurne offese, o difese a coloro, che li operarono, sibbene ammaestramenti di esperienze per giudicare le vicende attuali.Il sig. cav. Laugier, nome carissimo alla gloria delle armi italiane, in certa sua lettera scrivendo del nostro Delfante cosí si esprime: «Reduce dai geli del settentrione, partiva alla volta di Catalogna, desideroso d'imprendere geste maggiori. La battaglia di Trentapassos, quella di Molinos del Rey, l'altra di Valz, la presa di Vique, l'assedio di Girona, la caduta di Hostalrich, e finalmente un numero infinito di fatti di arme levarono tra i piú distinti il nome dell'ottimo Delfante» e poco sotto, «prode quanto buono, e generoso bisognava vedere con quale tenerezza si occupasse degli amici, dei sottoposti, degli stessi nemici tostoché cessava lo strepito della [pg!58] battaglia. — Oh! quante famiglie a cui egli salvava vita, onore, e sostanze innalzarono al cielo fervidissime preci onde invocare la benedizione su quell'anima veramente celeste; non v'era superiore, non compagno, non subalterno, che non lo amasse, e lodasse. A lui davvero poteva applicarsi la divisa di Baiardo: — il cavaliere senza rimprovero, e senza paura». E questo è elogio con tanta pienezza di animo gentile tributato alla memoria del compagno defunto, da meritare, che almeno per una metà ritorni in onore del cav. Laugier. — Il padre Giovacchino Delfante mi narrava siccome presa Figueras il figliuol suo, capitanando una mano di soldati rimanesse stretto all'improvviso da troppo maggior numero di milizie spagnuole, le quali schernendo, e mostrando le armi, intimassero agl'Italiani nostri la resa. — Cosimo voleva animare i suoi con la voce, né, vinto dall'ira, potendo, dava con la spada assai piú forte eccitamento, che con la bocca; si cacciò a corpo perduto nella folla, lo seguitarono i suoi, e ne accaddero molte, disuguali mischie particolari. Ma i nemici si addensavano su quel drappelletto di valorosi, già molti ne avevano uccisi, piú molti feriti; — chiusa allo scampo ogni via. — Delfante volge attorno lo sguardo, e veduto in parte diradato il cerchio, si avventa su quella, si sgombra il sentiero, e guadagna celerissimo co' suoi una forra vicina: il nemico costretto a ridurre la fronte secondo l'angustia del passo, perde ogni vantaggio, avvilito per le troppe morti rallenta l'ardore,... cessa d'inseguire e il nostro cittadino [pg!59] cosparso di sangue spagnuolo, e del suo, riconduce salvi i soldati al campo italiano. Mentre cosí il vecchio padre esponeva le geste del figlio, il sangue gli si era scaldato, e gli ornava il volto coi colori della gioventú.Meritavano queste prodezze conveniente mercede, ed egli già fino dal principio della guerra era stato promosso al grado di aiutante di campo del general Pino; ora per decreto imperiale riceveva l'ordine della corona di ferro; poco dopo la stella della legione di onore. Il cav. Camillo Vaccani nella sua opera degl'Italiani in Ispagna rammenta onoratamente il nostro Delfante, allorché il general Pino, circondato dal colonnello Marsshal, su le alture dei monti Ramannà fece prigionieri 1500 Spagnuoli i quali accorrevano in soccorso di Girona.68Narrasi ancora ch'egli fosse dei primi a salire la breccia del forte Monjoui presso Girona, dove dagli assaliti, e dagli assalitori furono operate prove di prodezza inaudita.In questa guerra spagnuola, io lo avvertiva poc'anzi, si vide fino a qual punto estremo possano giungere o la ferocia, o l'eroismo della creatura umana. — Agostina da Zaragozza, fortissima vergine, fuggiti i difensori, abbattuta la porta Petrillo, non dubita dar fuoco ai cannoni, sfolgorare i Francesi di mitraglia, e ributtarli fuori delle mura; e quantunque l'obbligo mi costringa ad esser breve, a me non riesce esserlo tanto, che lasci innominata per queste mie carte l'illustre donna [pg!60] Lucia Fitz Gerard condottiera della crociata a difesa di Girona69. Nuove battaglie, dico, furono queste, che vado raccontando, né da Napoleone aspettate; e' bisognava a palmo a palmo conquistare il terreno, dispersi oggi i nemici tornavano piú infesti e numerosi domani; il pugnale, e il veleno spensero piú vite, che non le armi guerresche;ed è santo ogni mezzo purché ordinato alla salute della patria. Ridotte in mucchi di sassi le mura delle città, era mestieri combattere di contrada in contrada, di casa in casa, di piano in piano; ardevano i cittadini le proprie dimore, e le rovine, e sé stessi sopra gli odiosi stranieri precipitavano, oppure scavavano buche, vi nascondevano polveri, e con la propria, la morte di molti nemici procuravano. Le malattie, la fame, la dura necessità, che domarono fin qui ogni ente mortale, non vinsero gli Spagnuoli; — morivano, non si arrendevano. Alvarez, comandante di Girona vicino a spirare anziché scendere alla capitolazione dismesse la carica. Solo un dolore era comune ai vinti, quello di non esser morti; rimproverati della feroce loro ostinatezza rispondevano: «Se volete svergognarci davvero, fateci rampogna del viver nostro dopo che giurammo morire; mostrateci gli edifizi, che pur sorgono illesi, non i caduti, i prigionieri non i cadaveri.» — «Infelice popolo, qual frutto ricavasti da tanti sagrifizi? Dove sono i tuoi guerrieri? Quale hanno mercede nel riposo della patria? Come i tuoi destini [pg!61] migliorasti? — Mi valgano le parole del paterno mio amico l'illustre generale Colletta70: «Alvarez morto in carcere, Bleke, Fournays perseguiti, e disgraziati: O-Donnell, sentenziato come traditore, schiva con la fuga la morte: Ballesteros, Morillo vivono spatriati, o prigioni nella Francia: vive in Inghilterra da fuggiasco il prode Mina: l'Empecinado è morto sul patibolo: ed in somma dei piú chiari Spagnuoli chi fu spento per pena, o per nuovi sconvolgimenti, chi piú infelice mena il remo, e chi (gli avventurosi) stan liberi ma dimenticati, e mal visti». — Oh! chiudete il volume della storia, troppo vi soverchiano le memorie dei misfatti, e delle sventure onde l'uomo possa percorrerlo senza sentirsi l'anima travagliata da infinita tristezza. — Salomone profeta apertamente lo insegna: «Non acquistate sapienza, perché in essa si contiene altissimo affanno; non accrescete la scienza, perché in essa è perturbazione di spirito: il ricercare per molti libri non mena a nulla, e la frequente meditazione inaridisce la carne»71.Ora il mio subbietto mi stringe a raccontare altre guerre, altro dolore. Due colossi si stringono in battaglia di morte. Pare, che potenza umana non potesse superare ilFatale, perché i geli, il fuoco la fame si unirono in lega co' suoi nemici, e allora soltanto ne rimase abbattuto, né meno si voleva per abbatterlo. — Nel giorno 22 giugno si apre la impresa russa. Quante speranze affidavano la [pg!62] Francia! Un capitano, che non conobbe mai fuga, un esercito provato di oltre 500,000 uomini numeroso, generali valorosissimi; però sembravano le parole profferite in quei tempi da Napoleone profezia del futuro:«Noi non ancora degenerammo, siamo gli stessi di Osterlizza, varchiamo il Niemen, la seconda guerra contro la Russia sia non meno della prima gloriosa alle armi francesi, e imponga termine alla influenza russa, la quale da ben 50 anni turba le condizioni di Europa»72. Napoleone traghettata la Dwina, espugna il campo trincerato di Drissa, rompe il nemico, lo insegue fin presso Polotosk; — proseguendo il cammino, valica il Boristene, vince a Krasnoie, supera di nuovo i nemici a Smolensko, arde la città; — continua la via, giunge alla Moskowa. Le storie moderne non ricordano battaglia piú sanguinosa di quella, che s'ingaggiò su i campi di Borodino; vi piansero i russi morti 30,000 soldati, 40 generali; non si contarono i feriti. Mi sia concesso dilungarmi alquanto nella narrazione di questa battaglia, avvegnaché gl'Italiani nostri la vincessero, e Cosimo Delfante vi operasse prove mirabili. La somma delle cose si era ridotta su certa eminenza coronata da fortini commessi alla difesa del generale Ostermann, e divisa dai Francesi mediante il burrone di Goriskoi. — Augusto Caulincourt, generale, guidando la seconda divisione dei corazzieri, con imperterrito animo si caccia giú del dirupo; fulminato dalle [pg!63] batterie nemiche perde la vita; indietreggiano i suoi. Allora il rialzo parve convertirsi in vulcano: ne uscí prima una tempesta di fuoco, poi i cavalieri russi per calpestare i corazzieri respinti. Mentre in questa parte la fortuna favorisce alle armi di Russia, il principe Eugenio con l'esercito italico investe di fianco il fortino. I Russi capitanati dal general Likaczen sostengono francamente l'assalto. Cosimo Delfante considerando il poco frutto che si ricava da quel trarre di lontano, e l'indugio mortale, dispone avventurare un urto disperato; accennato ai prodi compagni, nulla badando alle schegge striscianti intorno al suo capo, si spinge primo contro il ridotto: all'urto disperato oppongono i Russi disperata resistenza, rifiutano i quartieri, antepongono la morte alla resa; — rimasero tutti miseramente trucidati. — Likaczen, capitano infelice non codardo, sdegnoso di sopravvivere ai suoi, si precipita tra le file italiane cercando la bella morte, e gl'Italiani in quella ebbrezza di sangue cupidi di vendetta gliel'avrebbero data, allorché Delfante gridava: «si rimanessero, volere il russo un duello, e a lui appartenere per diritto». Cosí dicendo lo affronta, e lo disarma. Likaczen, fermo di finire la vita tratta una pistola se la volge alla tempia, e qui pure Cosimo lo trattiene, e confortandolo con animose parole, lo consigliava a vivere e gli rendeva la spada. Il principe Eugenio lo creò aiutante comandante dello stato maggiore sul campo di battaglia, dicendo ad alta voce: «Valoroso [pg!64] Delfante, quest'oggi ti sei comportato da eroe»73. — Vinta la battaglia di Borodino, Moscua viene in potere dell'armata francese. Fin dove poteva salire la potenza delFataleè ormai salita, adesso sentirà come siano amari i passi della fuga, come lacrimose le vittorie peggiori delle sconfitte, come duro l'esilio! — Gli storici di questa impresa scrivono che meno sfortunosa sarebbe riuscita la ritirata dove Napoleone avesse preso il sentiero di Kalouga, e di Toula per alla Lituania, e parve che a lui pure piacesse il disegno, e gl'Italiani con gloria eterna vincendo a Malo-Jarolavetz, gli sgombravano i passi, ma o il destino lo accecasse, o meglio di quello possiamo supporre noi prevedesse, ordinò la ritirata a Smolensko. Le sventure della grande armata furono descritte; qualcheduno, che le vide, vive tuttora per raccontarle, e i popoli atterriti conoscono come reggimenti interi abbracciatisi per ischermirsi dal freddo durante la notte fossero contemplati alla mattina vacillare, e cadere senza, che se ne rilevasse pure uno; udirono le genti come gli umani cadaveri servissero a mantenere il fuoco per riscaldare i mal vivi, e questi piegarsi avidissimi su quelle orribili fiamme, e venire al sangue onde ributtarne gli accorrenti, finché spinti sovr'esse mentre studiano fuggire la morte minacciata dal gelo, muoiono miseramente abbruciati: tali e piú tremende sventure ascoltammo, sí che i tormenti dell'inferno di Dante ci parvero fievole immaginazioni a confronto [pg!65] di queste verità. — Il 13 di novembre 1812, l'esercito d'Italia ridotto a 5000 ordinati, e due volte tanti tra donne, infermi per malattia naturale, o per ferite, ed altra gente di ogni maniera, lacerati senza posa ai fianchi, e alle spalle dai cosacchi, giungeva a grande stento su la sponda del Wop; due mesi prima era ruscello, adesso spaventoso torrente, vollero costruirvi un ponte co' legni delle case vicine, ma quelli, che vi si erano riparati, mostrarono contrastarle col ferro; tentarono traghettare i cannoni carreggiandoli su le acque gelate; il ghiaccio si ruppe, cannoni, e cannonieri sprofondando scomparvero per sempre; frattanto il giorno declinava, il freddo si faceva piú intenso, i cosacchi impazienti di strage e di rapina ingrossavano. Gli artiglieri italiani, quantunque presso al morire desiderano rallegrarsi il cuore con una qualche vendetta, e abbandonati i bagagli si ritirano; sopraggiungono le torme dei barbari, stendono le mani alla preda... una traccia di polvere accesa dai nostri artiglieri appicca il fuoco ai cassoni delle munizioni di guerra; — rapitori, e rapine vengono con miserabile eccidio sbalestrati per aria. — Animoso, non utile conforto; nuovi cosacchi piú inferociti di prima tornano all'assalto. — Di su, di giú, come finsero gli antichi cantori dei dannati lungo la sponda dell'Acheronte andavano i nostri per la riva del Wop, ponevano un piede per iscendere e non si attentavano; que' ghiaccioli taglienti, le acque grosse, l'altra sponda, lontana atterrivano i piú forti; in questa le minaccie dei vincitori, e gli [pg!66] urli dei vinti cresceano, e si udiva all'intorno un suono di pianto, un gemere confuso, un invocare, e un imprecare il cielo, un chiedere, e non trovare soccorso, che rifiniva il cuore di acutissimo spasimo. — Il Viceré pensoso non sapeva a qual partito appigliarsi; — leva gli occhi, e guarda fisso Cosimo nostro; questi intende qual cosa gli domandasse il buon principe col guardo, dacché con la voce non osava manifestargliela, si trae il cappello, lo agita in segno di sicurezza, e si lancia nel fiume; molti come lui avventurosi toccarono la riva opposta, molti non la toccarono; — ma senza Cosimo Delfante sarebbero morti tutti74.Mi avvicino a descrivere la morte di questo valoroso. Correva il giorno 15 di novembre, quando il principe Eugenio con alcuni dei suoi si dilungava da una torma di gente disordinata, infelice residuo dell'esercito d'Italia; all'improvviso lo circondano molte migliaia di Russi capitanate dal generale Miloradowitch, e gl'intimano la resa; — la gente, che seguitava Eugenio facendosegli intorno lo scongiurano ad allontanarsi finché n'è tempo, salvasse gli avanzi dell'armata, ella penserebbe di per sé stessa alla sua salute; repugnante, Eugenio abbandona quel pugno di prodi, raggiunge i suoi, ed ingaggia battaglia su i piani di Krasnoie. La colonna dei fuorviati rimasta priva di capo si ordina sotto il tempestare delle palle nemiche, e composta in drappelli serrati dà dentro alle file dei Russi; erano 1500 contro 15 e piú mila [pg!67] nemici; — questi pensando, che volessero deporre le armi, aprono la fronte, e li lasciano entrare; quindi vedendo com'eglino non si disponessero a nessun atto di ossequio li pregano a dimettere ogni tentativo di resistenza; rispondevano combattendo; sdegnosi i Russi li fulminano con tutti i cannoni; meglio di mezzi cadono, gli altri continuano; i Russi sia maraviglia, o terrore non osano toccarli, ed essi orribilmente laceri si riparano entro le linee italiane, le quali gli accolsero con altissime grida di gioia. — Ora i Russi inseguenti l'armata d'Italia appoggiano la destra a un bosco, la sinistra alla strada maestra. Eugenio studiando di sgombrare il cammino oppone la seconda divisione alla sinistra dei Russi, la prima alla destra, nel centro mette la guardia reale, la divisione Pino in riserva, gli sbrancati si celano in certe macchie dietro l'ala destra del generale Pino. — I cavalieri russi dànno la carica; respinti dai nostri composti in battaglione quadrato cominciano a sfolgorare con la mitraglia, e gl'Italiani di tutto manchevoli mal potendo rispondere a que' fuochi, soffrono gravissimi danni. — Eugenio si affanna a provvedere, e spinge la seconda divisione contro il fianco destro del nemico, ma oppressa da un fuoco terribile e da una cavalleria numerosa, si ripiega anch'ella in battaglione quadrato. Rimasta per siffatta maniera scoperta la sinistra della guardia reale, i dragoni di Kargonpoll e di Moscou si sforzano romperla; ributtati aspramente non replicano l'assalto. Il Viceré favellando agli ufficiali circostanti domandava a chi di loro con alquanti de' piú valorosi desse il cuore di procedere lungo la [pg!68] strada maestra, per raccogliere la prima divisione. Si offriva volenteroso Delfante, e seco lui 200 spontanei. Quasi presago esser coteste le sue ultime, operò prove di stupendo valore; lanciandosi con quel drappelletto contro la foga dei cavalieri russi li trattenne, e convertí la battaglia in molti combattimenti a corpo a corpo; ferito nella tempia non si rimosse, né fece sembiante di dolore, o di terrore; continuando la mischia venne di nuovo ferito sul ginocchio, e sebbene la virtú vitale per la perdita del sangue appoco appoco in lui si estinguesse, non pareva che pensasse a posarsi. Un generoso Francese, il signore di Ville-Blanche, vedutolo tutto sanguinoso lo tolse per le braccia, e facendogli forza lo trasse in disparte per fasciargli le piaghe. — Sopraggiunse Eugenio, e chiamatolo a nome lo conforta a darsi coraggio: «Altezza, risponde Cosimo, io mi sento morire, vi raccomando la mia famiglia». — Compiute appena le parole, una palla di cannone gli rompe le spalle, e spicca la testa dal busto al Ville-Blanche. Il viceré si allontanava smarrito, i duecento compagni del nostro eroe morirono tutti, ma prima di cadere, nel sangue dei nemici lo vendicarono. —Dove giacciono le ossa di Cosimo Delfante, onde se qualche suo patriotto pellegrinasse in quelle remote contrade invochi sopra di loro la pace dei forti? — La pianura di Krasnoie è grande, e va ingombra d'infinite altre ossa; eppure alle sacre reliquie manca, o Italiani, non solo l'onore del sepolcro, ma nessuno tra voi ebbe fin qui anima potente a diffondere su que' campi di gloria la luce del canto.[pg!69] O Italiani, non amate voi vostri morti? L'inno della lode tacerà dunque pei defunti perché questi non dieno né speranze, né doni? — Sovente però il turpe lusinghiere del vivo null'altro consegue dalla sua viltà tranne una speranza delusa, mentre il celebratore dei morti nel compartirla altrui acquista fama. Pochi furono gl'Italiani scrittori i quali di conveniente elogio placassero le ombre dei nostri defunti, la qual cosa dimostra quanto vada ingombra la mente dei troppi di paura, e di viltà, quanto nei pochi sieno grandi e l'amore, e l'ardire; — benefizio estremo, che la fortuna o il destino concedono alle nazioni cadute di condensare le virtú antiche della massa del popolo in alcuni magnanimi, quasi scelti custodi di un deposito sacro; io poi non sono un magnanimo, ma nel mio cuore arde una fiamma di vita, e non temo con forti accenti rilevare le glorie dei nostri valorosi; — e felice la patria quando la lode dei trapassati non vorrà considerarsi come esperimento d'immaginare arguto, o di ornato scrivere sibbene come ufficio cittadino. — Veramente a noi non dovrebbe esser mestieri l'andare con tanto studio ricercando le geste dei nostri guerrieri se piú fosse stato generoso quel popolo di cui abbracciammo la causa; — sconoscente! ei rifiutò far menzione dei nostri, egli usurpò le nostre glorie75: italiano, e non francese fu il soldato il quale mezzo sepolto dalla neve nelle lande di Russia nessun'altro pensiero ebbe presso alla morte se non quello di porre in salvo la stella dei prodi, che acquistò combattendo [pg!70] sul campo di Vagria: popolo sconoscente! dimenticando, che noi col nostro sangue ti acquistammo potenza, e onde meglio ci gravasse il giogo francese pugnammo con mani italiane poiché76ilFatale, quantunque nato di questa terra temendo nella nostra libertà il tuo servaggio negò di rompere le antiche catene, tu applaudisti al sussurro poetico di uno tra i tuoi il quale, seguitando i canti del fanciullo Aroldo, come la iena i passi del leone, osò chiamar noipolvere di uomini!77. Oh! Aroldo si beava nel sorriso del cielo italiano, e gemé considerando, che cuopriva una terra addolorata, e quel suo gemito ci consolava di un secolo di sventura. — Barbaro straniero, che insulti l'angoscia solenne di un popolo caduto, possano le tue parole tornarti amare su l'anima quanto la maledizione di tuo padre moribondo. — Or non è molto, quasi in ammenda di tanto delitto mosse da quel paese una voce di conforto, e di lode a noi infelici Italiani,78ma la piaga fatta dall'orgoglio alla sventura non cosí di leggieri risana. Tenete per voi la lode, e l'oltraggio, noi né quella curiamo, né questo:Il giudizio dei posteri veglia severo su le colpe dei popoli, e noi fidenti ci commettiamo a quel giudizio.Ora nuovamente mi è dolce volgermi a voi, giovani fratelli: — vedete l'onore italiano come vilipeso! — Sentite qual ne corra bisogno di provvedere alla fama nostra! — una gente, che altra volta chiamammo barbara, come esempio di barbarie [pg!71] ci addita. — Siate grandi! — né mi rispondete: — che giova affannarci? non hai tu scritto, che gli uomini saranno sempre infelici? — Ma io ho scritto ancora, che voi potrete diventare potenti; — e le mie parole erano di dubbio; — assuefatto a dubitare di tutto per fuggire la pena di un sistema, pensate voi ch'io volessi assumere la parte dell'Apostolo del male? — Operiamo magnanimamente, non ci curiamo del fine: — forse l'antico agricoltore non pianterà l'ulivo perché le sue mani non ne raccorranno il frutto? — E forse io lessi male le pagine della storia; — e forse l'affanno in cui andava sepolto il bel fiore dei miei anni giovanili mi fece temere ov'era sicurezza; — chi sono io perché mi crediate come a Profeta? — Non vi sarò compagno nel sepolcro? — Sia adunque con voi anche quella speranza, che la natura doveva avermi compartita; — e dove la pietà dei superstiti, fornito questo terreno pellegrinaggio pel quale ho già stanche le membra, mi credesse degno di una lapide, che mi distingua dal volgo dei morti, possano i figli felici stender la mano su quella lapide, e dire: «Egli ha mentito». Essi però non oltraggino la mia polvere, perché se il decreto di mutare quelli, ch'io riputava destini si fosse dovuto scrivere col sangue, io avrei dato il sangue, e del piú puro del mio cuore — e se a me, come a loro fossero corsi favorevoli i tempi, avrei forse agli antichi canti di questa nostra terra aggiunto nuove melodie, e la gioia avrebbe afforzato l'ale dell'alta fantasia, mentre ora di giorno in giorno s'illanguidisce nell'amarezza, e nel dolore.[pg!75]

ORAZIONE per Cosimo Damiano DelfanteDentro povera tomba, in mezzo a un'isola lontana dal nostro emisfero giace ilFatale, che nessuna altra cosa ebbe di comune con gli uomini tranne il nascimento, e la morte. Chi mai vorrà giudicarlo, o chi volendo potrà? Tremi la gente d'interrogare quel sepolcro, poiché le sorgeranno nell'anima siffatti pensieri, che ella poi tenterà in vano sostenere, o definire. Educato a dolentissima scuola, io da gran tempo ho appreso a diffidare di coteste azioni, che i popoli chiamano virtú, e delle altre che si vituperano pel mondo come delitti: conobbi l'uomo stimare le imprese dall'evento, e ciò talvolta per ignoranza, spesso per malignità, spessissimo per ambedue: — vidi sempre l'infamia aggravarsi sopra il caduto... Soloperché caduto, onde io e piansi, e risi, e dubitai di tutto. — Dunque con un cuore, che non si atterrisce, né s'infiamma per cosa contemplata, anima grande, mediterò su di te. Molti dei tuoi compagni ti posero in obblio; molti tra i tuoi servi ti abbandonarono: molti ancora di quelli, che beneficasti ti hanno tradito: la voce del poeta, [pg!40] che ti salutava Giove è spenta54; tu dormi polvere,e non coronata, la tua potenza divenne di una memoria..., ma una memoria piú durevole dei secoli, che dall'alto delle Piramidi stettero a vederti vincere le battaglie egiziache!55. Eterno tu avrai il dominio dei tempi avvenire, perché la vittoria ha l'ale, non già la sapienza, né si rapisce la fama come la corona. Tu fosti grande, e tale ti confessava anche l'odio. Ora chi ti levò a sí stupenda altezza, lapietà, o il terroredei viventi? Quel forte nel canto, scorta amorosa dei miei pensieri, lord Byron sorge severo e ti domanda: «Spirito tenebroso! perché conculcasti la stirpe, che umiliando ti si prostrava davanti? Tu potevi salvare, e l'unico dono, che facesti ai tuoi adoratori è stata la tomba. O Dio! doveva il mondo essere sgabello a cosí abbietta creatura?»56. — Difenderò la tua causa. Dimenticando, che veniva dagli uomini la voce:scegli la tua parte, e sii oppressore, o vittima57; non avvertendo al veleno, che si era posto dinanzi per sottrarsi al patibolo, Giovanni di Condorcet irradiava di speranza il tristo carcere e scriveva58: doversi migliorare i destini umani, gli utili ammaestramenti non potere riuscire invano; averli la stampa diffusi per modo, che una nuova barbarie non sarebbe sufficiente a sopprimerli, e la [pg!41] luce della filosofia tanto penetrata nei misteri del sapere da poterne un giorno derivare facoltà di vivere immortali, e notate, uditori, che egli teneva il veleno davanti per fuggire il patibolo. Io per me penso, che questo pur fosse lo scopo delFatale, sebbene piú moderato siccome conveniva all'indole di lui; e meditando sopra le sue azioni sembra, che non repugnasse dal conseguirlo con le armi, con le leggi, e con la religione. — Quando la fortuna del mondo lo condusse in Affrica finse costumi da profeta, e le turbe lo dissero Sultano del fuoco, e Sultano giusto59; — tornato in Europa non depose il disegno, favellò di destini, accennò stelle60, e forse si tenne davvero un eletto di Dio, —e forse egli era: temendo poi in queste nostre contrade troppo scarso il frutto, che si ricava dalla fede, attese il Sapiente a governarecon la ragione, e compose un codice, monumento di antica, e di moderna dottrina; ma le sorti non gli arrisero del tutto in questo nuovo disegno, imperciocché lo stato singolare del secolo presente vogliache l'uomo non sia tanto scempio da lasciarsi andare alle superstizioni, né tanto incivilito per soddisfarsi del nudo ragionamento. — Gli valsero le armi, felicissime un tempo; una volta avverse, funeste per sempre. Il caso lo pose in Francia, ve lo fermò l'occasione, ve lo mantenne il destino; gli parve quel paese quasi un centro donde muovere le fila della sua trama per la universa [pg!42] Europa... furono queste fila di ferro, e di fuoco, eppure piú fragili del velo, che l'insetto ordisce nell'angolo della sala: — disperdi l'opera dell'insetto, ed ei tornerà a rifarla piú animoso di prima; turba l'opera dell'uomo, e questi o disperato si asterrà dal riprenderla, o consumerà la vita in vani conati per nuovamente comporla; quindi se io mal non veggo il paragone torna in vantaggio dell'insetto!Se tu dunque, oFatale, concepisti il disegno diemendare le colpe della creazione, nessun voto piú degno di essere adempito l'Angiolo della preghiera presentò al trono dell'Eterno. — Forse teco rimasero sepolti i destini del mondo, forse l'aquila imperiale fuggendo dalle tue bandiere si portava la speranza, e non pertanto alla gloria, che ti circonda potrebbe aggiungersi altra gloria piú splendida, voglio dir quella di benefattore della umanità, e il tuo sepolcro potrebbe annoverarsi tra i sacri pellegrinaggi.Cosa importa, che il mio spirito contristato neghi l'umano miglioramento, e dica: la guerra è in natura; notateAustininglese il quale dopo diciassette anni di continue fatiche, giunge appena a mantenere in vita comune quattordici animali di specie diversapascendoli quotidianamente a sazietà61; or dunque quanto piú dura impresa fia quella di accordare gli uomini in pace poiché a loro non fu concessa una somma di bene per soddisfarli tutti, o piuttosto un'anima che si [pg!43] potesse soddisfare? Cosa importa, che dai climi, dai costumi, dalle voglie contrarie io derivi argomento di guerra perpetua? Cosa ch'io mostri le pagine della storia eternamente contaminate dalle stesse rapine, dai misfatti medesimi? Cosa ch'io provi la civiltà aver giovato agli uomini per commettere le colpe con sottigliezza maggiore, e per cuoprirle con la ipocrisia togliendo loro quell'unica parte, che avevano di buono, o almeno di non tristo, la sincerità? Cosa, che io dichiari il pensiero di sottoporre, il mondo ad un medesimo reggimento doversi lodare piuttosto come mosso da un cuore sensibile, che da tenersi come uscito da un cervello sano? E quando ancora questa sapienza diffusa producesse alcun bene, potrei dimostrare come non essendo perenne, né dapertutto uguale le sue conseguenze diventerebbero nulle. Dove io questi, ed altri argomenti prendessi ad esporre, avrei reso un mal servigio alla società, né tu rimarresti meno il Benefattore degli uomini, imperciocché io mi sia instruito a considerare il consiglio disgiunto dall'opera, e quando per impotenza riesce inadempito ne attribuisca il biasimo a Colui, che potendo, non concedeva facoltà bastanti per conseguirlo, e la lode a chi volle, e non potè. — Ma io ho fede alla sentenza dell'Ecclesiaste: «Quello che è stato è lo stesso che sarà, e quello che è stato fatto, è lo stesso, che si farà: e non v'è nulla di nuovo sotto il sole. Evvi cosa alcuna della quale altri possa dire: vedi questo, egli è nuovo? già è stato nei secoli, che sono stati avanti di [pg!44] noi»62. E quella mano stessa, che apparve al convito di Balthazar63sopra le rovine dei tempi trascorsi ha scritto la legge:Sii oppresso od oppressore.Ho veduto la sapienza pellegrinare attorno la terra, e non posarsi mai, e al suo partire sopprimere ogni traccia della dimora; — ho contemplato un popolo crescere, allargarsi, e dominare per tutta la terra, divenuto poi debole cadere per infermità interna, o per guerra di fuori; cosí tra le nazioni di cui conserviamo memoria avvenne ai Romani, cosí ai Longobardi, cosí ai Francesi sotto Carlo Magno, agli Spagnuoli sotto Carlo V, nuovamente ai Francesi sotto Napoleone, e forse esistono adesso due popoli ai quali si apparecchiano gli stessi destini nelle ragioni del declinare, e del sorgere. Quando io considero l'assiduo alternare di siffatte vicende, esclamo dal profondo dell'anima: oh! perché non si posava il tuo sguardo sopra la terra, che ti dette la vita! Nel modo stesso col quale Dio creò la luce se profferivi la parola: Italia sia, e Italia sarebbe stata. Se al volo antico drizzavi l'aquila romana, meglio della tua francese avrebbe conosciuto; e con la piú robusta percorso la via del firmamento; e se avversa ti stava la fortuna, noi ti avremmo co' nostri petti difeso, superati e non vinti giaceremmo insieme nella terra di Cammillo e degli Scipioni... ma noi avremmo vinto perché la causa delle nazioni cimentata dal sangue dei martiri [pg!45] termina sempre col trionfo, perché la parola del forte, che spira in difesa della patria ha virtú di fecondare la sabbia del deserto... e noi Italiani non siamo sabbia per Dio. — Ahimè! forse anche questo è un delirio, e la differenza, che passa tra il delirio del sapiente, e quello dello stolto consiste in questo, che il primo ha potere di troncarlo, con unforse, mentre il secondo deve continuarlo all'infinito! Cominciai col dubbio, ho concluso col dubbio, valeva meglio tacere... pure qual altra scienza oltre il dubbio conviene al nato per morire? Gli umani ingegni non distinsero mai il bene, e il male: vana, ed incerta ogni cosa, certa soltanto la morte; il periodo di vita, che percorriamo è assai piú breve di quello, che sembra: due terzi della infanzia, e della vecchiezza sono spesi nel sonno, un terzo ne consumiamo nella pubertà, e nella virilità; l'uomo che vive ottant'anni, ne ha dormiti quaranta!64Gli occhi ne furono concessi per contemplare la sciagura, e per piangerla! E nondimeno fra tanto estremo di miseria vi han tali, che godono tormentare l'anima del fratello, e seminargli il sentiero di triboli. Verseremo noi l'ira di uno spirito ardente sopra di loro? Imprecheremo scongiuri su la testa abborrita di cui la ricordanza gli spaventerà piú dei propri rimorsi? Dire parole insomma, che suoneranno loro piú terribili della chiamata dell'angiolo al giudizio di Dio? No. Voi non siete feroci come Catilina, né simulati come Tiberio, né maligni [pg!46] come i Borgia; abbietti, schifosi, meschini non meritate né anche la fama di Erostrato, vivete... io vi condanno a vivere, a rodervi nella coscienza della vostra nullità.Lasciamo di coteste infamie, e di coteste miserie, leviamoci a respirare un aere piú puro, e poiché di siffatta potenza ci erano i cieli cortesi, sorgiamo a meditare le bellezze ideali, circondiamoci d'illusioni, c'inebbriamo di gloria se di felicità non possiamo.Favelliamo di gloria. — Napoleone Buonaparte tratto dalla volontà, e dalle vicende muove in Egitto, lasciando la Francia temuta; e seco parte la fortuna di Francia! Mentre egli vince alle Piramidi, al monte Tabor, ad Aboukir, altri generali francesi le sue conquiste perdevano. — Mantova presa, l'Olanda di Russi e Inglesi ingombrata, la sconfitta della Trebbia, — l'altra di Novi — Massena, già folgore di guerra, adesso condottiero infelice, Scherer respinto, Joubert ucciso, Macdonald, e Moreau superati, ogni cosa in rovina. — Napoleone Buonaparte udite le sinistre notizie, abbandonava Alessandria, si poneva all'avventura sul mare; scampato dagli elementi, e dai nemici, tornava a Parigi. Qui giunto, con tali parole favellava al Direttorio: «Che avete voi fatto di questa Francia, che tanto prosperevole vi aveva lasciata! Dov'era pace, rinvenni la guerra, dove lasciai vittorie, ho incontrato sconfitte... perché tanta miseria quando io vi consegnai i milioni d'Italia? Che avete voi fatto di cento mila Francesi tutti compagni della mia [pg!47] gloria? — Perirono»65. Cosí rampognava per ira, piú per arte. — Soppresso il Direttorio, ridotta in sue mani la somma della Repubblica, pensa ristorarne la declinata fortuna, e agevolmente il poteva, poiché seco era tornata la vittoria: gl'impedimenti, che gli oppongono la natura, e gli uomini superava, con sottilissimo ingegno; il forte Bard sfuggiva, a Chiusella, e a Montebello vinceva, le pianure italiane occupava. Si affronta in mortale combattimento co' suoi nemici nei campi di Marengo; cotesta fu una battaglia di giganti; — l'Austria cadde; — l'Italia tutta in poche ore tornò nel dominio Francese, il Genio del primo Console prevalendo costrinse gli avversari a supplicarlo di pace.Questi fatti raccontava la fama per le città italiane, sicché forte se ne infiammavano le menti di quelli, che le udivano. — Era in que' tempi nei giovani petti Italiani un desiderio, un anelito di accorrere sul campo delle battaglie, che apertamente dimostrò, non anco in essi morto l'antico valore, e santi furono allora i nostri voti, imperciocché Napoleone fingendo amare le libertà italiane, richiamava in vita la Repubblica Cisalpina. — Ah! furono inganni cotesti... Ma l'Antomarchi applicando al cranio di Buonaparte il sistema di Gall, lo trovò tanto potente simulatore,66e il cuore dei giovani si lascia cosí di leggieri prendere alle illusioni, ch'io davvero tremo pel giudizio, che i posteri faranno su la memoria di quel Grande, [pg!48] malgrado le mie difese; — pure se gl'Italiani si lamentano, che tu non li abbia amati, non però ti maledicono mai; essi avrebbero voluto difenderti col proprio sangue, e con quello dei figli, essi quantunque da te delusi pregano Dio, che ti perdoni com'eglino ti hanno perdonato. —Nato da poveri genitori nel 1781, viveva in questa nostra patria Cosimo Damiano Delfante. L'anima caldissima del giovanetto, l'ingegno pronto ed il sentirsi forte gli facevano mal comportare gli oscuri natali; — e l'esperienza insegna essere la ignobilità piú che la chiarezza del linguaggio, stimolo acuto a ben meritare avendo la natura concesso all'uomo maggiori potenze per acquistare, che non per mantenere. Ora pervenuto Cosimo nostro al suo ventiduesimo anno, incapace a reprimere il genio interno, si presentava al padre tutto tremante, e gli diceva: «Chiamarlo la patria, né volere egli rimanersi inoperoso alla chiamata; non badasse al momentaneo dolore, tra poco la fama dei suoi fatti lo consolerebbe di mille doppi; gli desse intanto la paterna, benedizione». — Qual core fosse il mio, mi parlava Giovacchino Delfante, il quale ottuagenario si vive con la vecchia moglie Uliva Bujeri in Livorno, «qual core fosse il mio nel sentire il disegno di Cosimo, pensatelo voi...» e fissatomi in volto aggiungeva: « — No, voi nol potete immaginare perché dalla vostra giovanezza suppongo, che non siate anche padre...» Il mio corpo fremé per ogni fibra, l'anima si sollevò in un sospiro, e tacqui; — egli riprese: «Dio me lo aveva dato per [pg!49] unico figliuolo, e Dio non volle, che sostenesse la mia vecchiezza; — Cosimo fu di persona piú alto di voi, e piú robusto assai; di sguardo benigno, se non che quando lo vinceva l'ira, ne tremavano tutti; e pure malgrado il suo impeto, le amarezze piú forti, che mi abbia apportate sono queste: nella notte in cui arse loScipione, — voi avrete sentito da vostro padre il caso delloScipione, — era un vascello Francese, che incendiò nella nostra spiaggia, chi disse in que' tempi per negligenza, chi per malizia, e veramente in quella occasione si commessero orribili fatti, pochi salvarono le vite, il legno deserto lanciava da ogni parte schegge, e ferramenti infocati, le artiglierie sparavano contro la città; quando giunse la fiamma al magazzino delle polveri parve ne subbissasse Livorno; in quella notte d'inferno, Cosimo non si ridusse a casa, e si rimase con molto suo pericolo a contemplare dal molo cotesto spavento. — L'altro dolore me lo dette nel '98, allorché vennero i Francesi a portarci un palo, e un berretto, che chiamavano la libertà, e ci rapirono monumenti preziosi, ed averi. — Il mio Cosimo non potendo soffrire la superbia di uno tra costoro lo sfidava a duello; il repubblicano non vergognò adoperare l'arme contro un fanciullo di quindici anni, ma il figliuol mio per quello, che poi me ne raccontarono se la cavò bene, perché senza che io ne sapessi nulla, aveva imparato di scherma; — in cuore n'ebbi piacere, ma lo rimproverai comandandogli per quanto aveva caro l'affetto di suo [pg!50] padre non ne facesse piú, alle quali rimostranze, egli scusandosi, rispose: «Che il sangue voleva la sua parte, e chi soffriva in pace l'ingiuria meritava quella, ed altre ancora». Per quanto le mie povere facoltà lo consentivano feci educarlo come meglio potei; tutto egli apprendeva con prestezza maravigliosa in ispecie le lingue, e quando si partí da Livorno sapeva il latino, il francese, e l'inglese, di piú imparò il tedesco, lo svedese, e lo spagnuolo. — Io vedeva andare con lui le mie speranze; l'animo mi presagiva male, rimaneva solo; pure egli affermava chiamarlo in sua difesa la patria, sospirai considerando che non avevo altri figli, e feci il sacrificio alla patria di questo unico mio; — io lo benedissi: la povera Uliva, che dopo la sua morte perdé alquanto del lume dell'intelletto, univa alla mia la sua benedizione, piangendo come piangono le madri quando si staccano da un figliuolo unico, e Cosimo anch'egli tutto in lacrime si partí sul principiare dell'ottobre 1803». Mentre l'ottimo vecchio questi casi mi raccontava, la madre udendo com'io mi fossi quivi condotto per iscrivere la lode del suo figliuolo defunto, mi si accostò vacillando, e con pianto dirotto prese a baciarmi il lembo del mantello! — Volli consolarla, e non trovai la parola.In questa maniera Cosimo Delfante, separatosi dai suoi genitori, giungeva a Reggio, e quivi volontario il 22 ottobre 1803, indossava la veste del soldato. — Egli però non era uomo da starsi lungo tempo confuso col volgo, e infatti da una [pg!51] patente autentica della Repubblica italiana io ricavo come dopo tre giorni lo creassero caporale, dopo otto sergente, dopo ventuno al grado di sotto-tenente, lo promovessero. Nel 14 aprile 1804, il Vice-presidente della Repubblica italiana Melzi di Eril, innamorato delle ottime qualità del nostro concittadino, desiderò che col grado medesimo passasse a far parte della guardia del Presidente nel battaglione dei granatieri; e voglionsi qui riferire le onorate parole con le quali il suo antico superiore Foresti gli accompagnava quest'ordine:«Il capo non può abbastanza palesare il suo dispiacere per la perdita al corpo di un ufficiale, a che per la sua moralità, zelo, ed intelligenza si è distinto nei differenti gradi da lui occupati nella mezza brigata; si compiace però di vederlo collocato in un corpo ove piú vasto campo gli è aperto per dimostrare i suoi talenti, e non dubita, che saprà con la sua condotta meritare la stima, e l'affetto dei nuovi superiori, e camerata, e conservarsi cosí la vantaggiosa opinione, che lascia di lui nella seconda mezza brigata».Esaminando le poche carte, che per fortuna avanzano di questo valoroso, trovo una lettera del Ministro della guerra a lui diretta con la quale gli raccomanda di trasferirsi neidipartimentidell'Olona, del Lario e del Serioper accogliere que' giovani che mossi da entusiasmo volessero militare per la patria, e poco sotto aggiunge molto promettersi dall'opera sua come quello, che aveva grandissima influenza per le sue relazioni ne' mentovatidipartimenti, e pei suoi modi cortesi riusciva gradito [pg!52] all'universale. — Veramente Cosimo Delfante avrebbe con buone parole persuaso i piú schivi, ma giova ripetere come la gioventú italiana non abbia bisogno d'invito per correre alle armi. — Ricorda la Storia come nel 1812 essendo stata imposta l'estrazione su iconscrittidelcantonedi Chivassodipartimentodella Dora nel giorno decimo di ottobre, i giovani di Chivasso, e Varlengo comparissero, quelli di Brandizzo divisi dai torrenti Orco, e Malone gonfi per insolita pioggia mancassero; non era da tentarsi il guado, che l'acqua menava giú a furia, e non si trovavano barche. — Il Viceprefetto saputa la cosa aggiornava la estrazione al sabato venturo; — appena egli aveva profferito il decreto, i giovani di Brandizzo grondanti acqua gli appariscono davanti: — non avevano quei magnanimi sostenuto, che si fosse detto di loro: — i Brandissesi mancarono alla chiamata, dell'onore, e poiché tentati diversi argomenti per traghettare il torrente riuscirono invano, il piú robusto tra essi si lanciò nell'acqua, prese la mano al compagno, e questi a un altro, e cosí procedendo formarono una catena da una sponda all'altra, e con molto pericolo non meno, che con gloria immortale superarono la corrente67. Tal era in que' tempi, e tale sarà, dove l'occasione si mostri, l'ardore della gioventú italiana! —Tornando adesso al nostro concittadino Delfante ho narrato in qual modo nel periodo di pochi giorni dal grado di semplice soldato a quello di [pg!53] sotto-tenente nella guardia del Presidente pervenisse. A tanto gli valsero l'ingegno pronto, le cognizioni acquistate; adesso ardeva distinguersi con qualche bello atto di valore, né imperando Napoleone Buonaparte era lungamente da aspettarsi il modo.Male comportarono gl'Inglesi la pace d'Amiens conchiusa il 23 maggio 1802, e fino da quel tempo Sheridan aveva dimostrato qual fosse l'opinione del pubblico, intorno ai patti nella medesima stabiliti; mandarono pertanto alord Whitworth, ambasciatore a Parigi, perché ordinasse al governo di Francia sgombrare immediatamente l'Olanda, concedere per dieci anni all'Inghilterra il domino di Malta, e Lampedosa; se no, rompesse la guerra. — L'esercito inglese è fatto prigioniero nell'Annover, il duca di Cambridge scampa malapena fuggendo, l'Elettorato cade in potestà dei Francesi. — Napoleone apparecchia a Bologna sul mare le armi per condurre la guerra nelle Isole britanniche; al punto stesso scuoprendo le lunghe arti, sopprime ogni apparenza di uguaglianza, e desidera dominare solo su la Francia e l'Italia.In Francia lo acclamano Imperatore tutti, meno Carnot.L'Italia non può, né vuole contendergli il principato, egli prende di sua mano la corona da gli altari; e se la cinge al capo, e reputando fermare eterne sul capo la potenza, e la vita, esclama nell'orgoglio dell'anima: guai a chi la toccherà! Dio la toccò, Dio, che distrusse con la corona la testa che la portava.[pg!54] Adesso pensoso quel mirabile politico Guglielmo Pitt sopra i destini della patria, volendo volgere altrove la tempesta, ordina nuova lega con Russia, e con Austria. La Baviera sorpresa cede alle armi tedesche. Muove Napoleone al soccorso e seco le milizie italiane, e il nostro Delfante; seguendo le arme delFataleegli vide nemici con la prestezza del desiderio dispersi, Ulma caduta, Vienna presa, lo Imperatore fugato; e Russi, e Tedeschi apprestargli nei campi di Osterlizza una nuova vittoria, nissuna forza pareva potesse resistere a quel Terribile; dodici generali tra russi, e tedeschi spenti sul campo, quarantacinque bandiere, centocinquanta cannoni ornarono il trionfo dei Francesi, uno degl'Imperatori chiedeva pace, l'altro per soverchia generosità lasciato andare. —Cosimo Delfante operò in questa impresa prove di valore, e ne venne ricompensato col grado di tenente. Su le pianure di Osterlizza quantunque inebbriato dalla vittoria non obbliò i cari parenti, che stavano lontani trepidando per la sua vita, e scrisse loro del nuovo grado, delle azioni fatte, di quelle, che statuiva di fare. — Chiesi le lettere al padre, ed egli mi rispose, averle distrutte preso dal dolore all'annunzio della sua morte. — Siccome io credo, che l'affanno di un padre per la perdita dell'unico figlio in qualsivoglia maniera si manifesti sia cosa sacra, cosí mi tacqui sconfortato. —A brevissima pace nuove guerre succedono. Insorge la Prussia. Vinta a Schleitz, ed a Saalfeld, prostrata a Jena, e a Lubecca in quindici giorni [pg!55] cessa di esistere quella potenza, che Federigo il Grande aveva con tanto sangue, e con tanta politica instituita. — Torna la Russia a tentare la sorte delle armi, e le riescono infelici a Czarnuovo, a Pultusk, a Calymin, e sempre; perde altri 25,000 uomini sul campo di Eylau, oltre a 60,000 su quelli di Friedland. — Veramente io dubito forte, che i posteri vogliano aver fede in siffatti racconti, ed anche i presenti gli stimerebbero esagerati dove la turba delle madri, e delle vedove le quali tuttavia piangono, veri non glieli attestasse pur troppo. — Conchiusa la pace di Tilsith, Gustavo IV di Svezia ardiva solo opporsi alla potenza di Buonaparte: a ciò lo inducevano le istigazioni inglesi, e la cupidigia dell'acquisto della Norvegia. — Buonaparte sdegnando adoperare il suo ingegno per opprimere cotesto avversario, manda Brune, e con Brune il Gen. Pino, condottiero delle milizie italiane di cui faceva parte Delfante. Adesso si narra come Pino procedendo alla volta di Stralsunda affidasse la condotta di un buon numero di soldati al nostro cittadino ordinandogli aspettarlo in certo luogo determinato: andava, e attendeva il Delfante; vedendo poi, che tardava, e dubitando che se ne fosse andato oltre, s'incamminava animoso alla volta di Stralsunda; lo raggiunse dopo alcune ore il suo Generale, e turbato non poco pel pericolo a cui si era esposto, lo chiamò incauto, gli disse imprudente. — «Trovate dunque chi meglio adoperi prudenza di me» rispose Cosimo, e se ne andava, senonché richiamatolo il buon generale, dolcemente rimproverandolo lo confortava [pg!56] a deporre lo sdegno, e a starsi di lieto animo, ch'egli avrebbe pensato, secondo i suoi meriti, a ricompensarlo. — Posto l'assedio intorno Stralsunda, certa notte il generale gli commetteva portasse l'ordine ad un suo subalterno di avvicinare i quartieri al forte dell'armata; provvedesse ad eseguirlo celeremente, poiché quella stazione come troppo lontana, poteva da un punto all'altroriuscirepiena di pericolo. Andava Delfante, e trovato che il superiore si era dipartito dai suoi soldati per darsi buon tempo, egli desideroso di corrispondere alla fiducia, che in lui aveva riposto l'ottimo Pino, con singolare perizia operò in modo, che il campo fosse mutato. Il generale soddisfatto per quest'azione, appena n'ebbe inteso il racconto, postagli la mano sulla spalla gli disse: «Tu sei un valoroso capitano» e fino da quel punto Cosimo nostro tenne nella milizia quel grado. — Cadde Stralsunda, imperciocché Gustavo avesse per difenderla la pertinacia, non l'ingegno di Carlo XII, e fu smantellata da Brune; cadde ancora dopo pochi giorni l'isola di Rugen, e cosí ebbe fine la guerra della Pomerania Svedese.Comincia la guerra spagnuola; guerra per la quale si conobbe quanto possano i popoli sebbene inesperti dell'arte militare allorché abbiano fermo di vincere, o seppellirsi sotto le rovine delle loro città: — ogni goccia di sangue versato per la patria produce nuovi difensori, e quelli spenti, altri, e piú fieri risorgono finché l'oppressione non sia superata. — Ma da una parte non combatté sola la cupidigia d'impero; la inquisizione soppressa, [pg!57] le barbare leggi abolite, gli errori o distrutti, o diminuiti, le insolenze feudali raffrenate dimostrano come ancora si volesse migliorare; né dall'altra fu tutto amore di patria, ché vi si aggiunsero le ignoranze superstiziose, e le ferocie di uomini di sangue. Ben fece Napoleone, se il suo genio lo chiamava a mutare i destini degli uomini, a costringerli onde i beneficii della civiltà ricevessero; meglio operarono gli spagnuoli a rigettarli perché partecipati in modo, che parevano una pena, e il benefizio per forza trasmesso equivale all'ingiuria. Forse da ambedue le parti stava la ragione, da ambedue il torto. Nuova, eppure a mio senno, maniera unica è questa per considerare le storie dove l'uomo non voglia ricercare i fatti dei suoi simili per dedurne offese, o difese a coloro, che li operarono, sibbene ammaestramenti di esperienze per giudicare le vicende attuali.Il sig. cav. Laugier, nome carissimo alla gloria delle armi italiane, in certa sua lettera scrivendo del nostro Delfante cosí si esprime: «Reduce dai geli del settentrione, partiva alla volta di Catalogna, desideroso d'imprendere geste maggiori. La battaglia di Trentapassos, quella di Molinos del Rey, l'altra di Valz, la presa di Vique, l'assedio di Girona, la caduta di Hostalrich, e finalmente un numero infinito di fatti di arme levarono tra i piú distinti il nome dell'ottimo Delfante» e poco sotto, «prode quanto buono, e generoso bisognava vedere con quale tenerezza si occupasse degli amici, dei sottoposti, degli stessi nemici tostoché cessava lo strepito della [pg!58] battaglia. — Oh! quante famiglie a cui egli salvava vita, onore, e sostanze innalzarono al cielo fervidissime preci onde invocare la benedizione su quell'anima veramente celeste; non v'era superiore, non compagno, non subalterno, che non lo amasse, e lodasse. A lui davvero poteva applicarsi la divisa di Baiardo: — il cavaliere senza rimprovero, e senza paura». E questo è elogio con tanta pienezza di animo gentile tributato alla memoria del compagno defunto, da meritare, che almeno per una metà ritorni in onore del cav. Laugier. — Il padre Giovacchino Delfante mi narrava siccome presa Figueras il figliuol suo, capitanando una mano di soldati rimanesse stretto all'improvviso da troppo maggior numero di milizie spagnuole, le quali schernendo, e mostrando le armi, intimassero agl'Italiani nostri la resa. — Cosimo voleva animare i suoi con la voce, né, vinto dall'ira, potendo, dava con la spada assai piú forte eccitamento, che con la bocca; si cacciò a corpo perduto nella folla, lo seguitarono i suoi, e ne accaddero molte, disuguali mischie particolari. Ma i nemici si addensavano su quel drappelletto di valorosi, già molti ne avevano uccisi, piú molti feriti; — chiusa allo scampo ogni via. — Delfante volge attorno lo sguardo, e veduto in parte diradato il cerchio, si avventa su quella, si sgombra il sentiero, e guadagna celerissimo co' suoi una forra vicina: il nemico costretto a ridurre la fronte secondo l'angustia del passo, perde ogni vantaggio, avvilito per le troppe morti rallenta l'ardore,... cessa d'inseguire e il nostro cittadino [pg!59] cosparso di sangue spagnuolo, e del suo, riconduce salvi i soldati al campo italiano. Mentre cosí il vecchio padre esponeva le geste del figlio, il sangue gli si era scaldato, e gli ornava il volto coi colori della gioventú.Meritavano queste prodezze conveniente mercede, ed egli già fino dal principio della guerra era stato promosso al grado di aiutante di campo del general Pino; ora per decreto imperiale riceveva l'ordine della corona di ferro; poco dopo la stella della legione di onore. Il cav. Camillo Vaccani nella sua opera degl'Italiani in Ispagna rammenta onoratamente il nostro Delfante, allorché il general Pino, circondato dal colonnello Marsshal, su le alture dei monti Ramannà fece prigionieri 1500 Spagnuoli i quali accorrevano in soccorso di Girona.68Narrasi ancora ch'egli fosse dei primi a salire la breccia del forte Monjoui presso Girona, dove dagli assaliti, e dagli assalitori furono operate prove di prodezza inaudita.In questa guerra spagnuola, io lo avvertiva poc'anzi, si vide fino a qual punto estremo possano giungere o la ferocia, o l'eroismo della creatura umana. — Agostina da Zaragozza, fortissima vergine, fuggiti i difensori, abbattuta la porta Petrillo, non dubita dar fuoco ai cannoni, sfolgorare i Francesi di mitraglia, e ributtarli fuori delle mura; e quantunque l'obbligo mi costringa ad esser breve, a me non riesce esserlo tanto, che lasci innominata per queste mie carte l'illustre donna [pg!60] Lucia Fitz Gerard condottiera della crociata a difesa di Girona69. Nuove battaglie, dico, furono queste, che vado raccontando, né da Napoleone aspettate; e' bisognava a palmo a palmo conquistare il terreno, dispersi oggi i nemici tornavano piú infesti e numerosi domani; il pugnale, e il veleno spensero piú vite, che non le armi guerresche;ed è santo ogni mezzo purché ordinato alla salute della patria. Ridotte in mucchi di sassi le mura delle città, era mestieri combattere di contrada in contrada, di casa in casa, di piano in piano; ardevano i cittadini le proprie dimore, e le rovine, e sé stessi sopra gli odiosi stranieri precipitavano, oppure scavavano buche, vi nascondevano polveri, e con la propria, la morte di molti nemici procuravano. Le malattie, la fame, la dura necessità, che domarono fin qui ogni ente mortale, non vinsero gli Spagnuoli; — morivano, non si arrendevano. Alvarez, comandante di Girona vicino a spirare anziché scendere alla capitolazione dismesse la carica. Solo un dolore era comune ai vinti, quello di non esser morti; rimproverati della feroce loro ostinatezza rispondevano: «Se volete svergognarci davvero, fateci rampogna del viver nostro dopo che giurammo morire; mostrateci gli edifizi, che pur sorgono illesi, non i caduti, i prigionieri non i cadaveri.» — «Infelice popolo, qual frutto ricavasti da tanti sagrifizi? Dove sono i tuoi guerrieri? Quale hanno mercede nel riposo della patria? Come i tuoi destini [pg!61] migliorasti? — Mi valgano le parole del paterno mio amico l'illustre generale Colletta70: «Alvarez morto in carcere, Bleke, Fournays perseguiti, e disgraziati: O-Donnell, sentenziato come traditore, schiva con la fuga la morte: Ballesteros, Morillo vivono spatriati, o prigioni nella Francia: vive in Inghilterra da fuggiasco il prode Mina: l'Empecinado è morto sul patibolo: ed in somma dei piú chiari Spagnuoli chi fu spento per pena, o per nuovi sconvolgimenti, chi piú infelice mena il remo, e chi (gli avventurosi) stan liberi ma dimenticati, e mal visti». — Oh! chiudete il volume della storia, troppo vi soverchiano le memorie dei misfatti, e delle sventure onde l'uomo possa percorrerlo senza sentirsi l'anima travagliata da infinita tristezza. — Salomone profeta apertamente lo insegna: «Non acquistate sapienza, perché in essa si contiene altissimo affanno; non accrescete la scienza, perché in essa è perturbazione di spirito: il ricercare per molti libri non mena a nulla, e la frequente meditazione inaridisce la carne»71.Ora il mio subbietto mi stringe a raccontare altre guerre, altro dolore. Due colossi si stringono in battaglia di morte. Pare, che potenza umana non potesse superare ilFatale, perché i geli, il fuoco la fame si unirono in lega co' suoi nemici, e allora soltanto ne rimase abbattuto, né meno si voleva per abbatterlo. — Nel giorno 22 giugno si apre la impresa russa. Quante speranze affidavano la [pg!62] Francia! Un capitano, che non conobbe mai fuga, un esercito provato di oltre 500,000 uomini numeroso, generali valorosissimi; però sembravano le parole profferite in quei tempi da Napoleone profezia del futuro:«Noi non ancora degenerammo, siamo gli stessi di Osterlizza, varchiamo il Niemen, la seconda guerra contro la Russia sia non meno della prima gloriosa alle armi francesi, e imponga termine alla influenza russa, la quale da ben 50 anni turba le condizioni di Europa»72. Napoleone traghettata la Dwina, espugna il campo trincerato di Drissa, rompe il nemico, lo insegue fin presso Polotosk; — proseguendo il cammino, valica il Boristene, vince a Krasnoie, supera di nuovo i nemici a Smolensko, arde la città; — continua la via, giunge alla Moskowa. Le storie moderne non ricordano battaglia piú sanguinosa di quella, che s'ingaggiò su i campi di Borodino; vi piansero i russi morti 30,000 soldati, 40 generali; non si contarono i feriti. Mi sia concesso dilungarmi alquanto nella narrazione di questa battaglia, avvegnaché gl'Italiani nostri la vincessero, e Cosimo Delfante vi operasse prove mirabili. La somma delle cose si era ridotta su certa eminenza coronata da fortini commessi alla difesa del generale Ostermann, e divisa dai Francesi mediante il burrone di Goriskoi. — Augusto Caulincourt, generale, guidando la seconda divisione dei corazzieri, con imperterrito animo si caccia giú del dirupo; fulminato dalle [pg!63] batterie nemiche perde la vita; indietreggiano i suoi. Allora il rialzo parve convertirsi in vulcano: ne uscí prima una tempesta di fuoco, poi i cavalieri russi per calpestare i corazzieri respinti. Mentre in questa parte la fortuna favorisce alle armi di Russia, il principe Eugenio con l'esercito italico investe di fianco il fortino. I Russi capitanati dal general Likaczen sostengono francamente l'assalto. Cosimo Delfante considerando il poco frutto che si ricava da quel trarre di lontano, e l'indugio mortale, dispone avventurare un urto disperato; accennato ai prodi compagni, nulla badando alle schegge striscianti intorno al suo capo, si spinge primo contro il ridotto: all'urto disperato oppongono i Russi disperata resistenza, rifiutano i quartieri, antepongono la morte alla resa; — rimasero tutti miseramente trucidati. — Likaczen, capitano infelice non codardo, sdegnoso di sopravvivere ai suoi, si precipita tra le file italiane cercando la bella morte, e gl'Italiani in quella ebbrezza di sangue cupidi di vendetta gliel'avrebbero data, allorché Delfante gridava: «si rimanessero, volere il russo un duello, e a lui appartenere per diritto». Cosí dicendo lo affronta, e lo disarma. Likaczen, fermo di finire la vita tratta una pistola se la volge alla tempia, e qui pure Cosimo lo trattiene, e confortandolo con animose parole, lo consigliava a vivere e gli rendeva la spada. Il principe Eugenio lo creò aiutante comandante dello stato maggiore sul campo di battaglia, dicendo ad alta voce: «Valoroso [pg!64] Delfante, quest'oggi ti sei comportato da eroe»73. — Vinta la battaglia di Borodino, Moscua viene in potere dell'armata francese. Fin dove poteva salire la potenza delFataleè ormai salita, adesso sentirà come siano amari i passi della fuga, come lacrimose le vittorie peggiori delle sconfitte, come duro l'esilio! — Gli storici di questa impresa scrivono che meno sfortunosa sarebbe riuscita la ritirata dove Napoleone avesse preso il sentiero di Kalouga, e di Toula per alla Lituania, e parve che a lui pure piacesse il disegno, e gl'Italiani con gloria eterna vincendo a Malo-Jarolavetz, gli sgombravano i passi, ma o il destino lo accecasse, o meglio di quello possiamo supporre noi prevedesse, ordinò la ritirata a Smolensko. Le sventure della grande armata furono descritte; qualcheduno, che le vide, vive tuttora per raccontarle, e i popoli atterriti conoscono come reggimenti interi abbracciatisi per ischermirsi dal freddo durante la notte fossero contemplati alla mattina vacillare, e cadere senza, che se ne rilevasse pure uno; udirono le genti come gli umani cadaveri servissero a mantenere il fuoco per riscaldare i mal vivi, e questi piegarsi avidissimi su quelle orribili fiamme, e venire al sangue onde ributtarne gli accorrenti, finché spinti sovr'esse mentre studiano fuggire la morte minacciata dal gelo, muoiono miseramente abbruciati: tali e piú tremende sventure ascoltammo, sí che i tormenti dell'inferno di Dante ci parvero fievole immaginazioni a confronto [pg!65] di queste verità. — Il 13 di novembre 1812, l'esercito d'Italia ridotto a 5000 ordinati, e due volte tanti tra donne, infermi per malattia naturale, o per ferite, ed altra gente di ogni maniera, lacerati senza posa ai fianchi, e alle spalle dai cosacchi, giungeva a grande stento su la sponda del Wop; due mesi prima era ruscello, adesso spaventoso torrente, vollero costruirvi un ponte co' legni delle case vicine, ma quelli, che vi si erano riparati, mostrarono contrastarle col ferro; tentarono traghettare i cannoni carreggiandoli su le acque gelate; il ghiaccio si ruppe, cannoni, e cannonieri sprofondando scomparvero per sempre; frattanto il giorno declinava, il freddo si faceva piú intenso, i cosacchi impazienti di strage e di rapina ingrossavano. Gli artiglieri italiani, quantunque presso al morire desiderano rallegrarsi il cuore con una qualche vendetta, e abbandonati i bagagli si ritirano; sopraggiungono le torme dei barbari, stendono le mani alla preda... una traccia di polvere accesa dai nostri artiglieri appicca il fuoco ai cassoni delle munizioni di guerra; — rapitori, e rapine vengono con miserabile eccidio sbalestrati per aria. — Animoso, non utile conforto; nuovi cosacchi piú inferociti di prima tornano all'assalto. — Di su, di giú, come finsero gli antichi cantori dei dannati lungo la sponda dell'Acheronte andavano i nostri per la riva del Wop, ponevano un piede per iscendere e non si attentavano; que' ghiaccioli taglienti, le acque grosse, l'altra sponda, lontana atterrivano i piú forti; in questa le minaccie dei vincitori, e gli [pg!66] urli dei vinti cresceano, e si udiva all'intorno un suono di pianto, un gemere confuso, un invocare, e un imprecare il cielo, un chiedere, e non trovare soccorso, che rifiniva il cuore di acutissimo spasimo. — Il Viceré pensoso non sapeva a qual partito appigliarsi; — leva gli occhi, e guarda fisso Cosimo nostro; questi intende qual cosa gli domandasse il buon principe col guardo, dacché con la voce non osava manifestargliela, si trae il cappello, lo agita in segno di sicurezza, e si lancia nel fiume; molti come lui avventurosi toccarono la riva opposta, molti non la toccarono; — ma senza Cosimo Delfante sarebbero morti tutti74.Mi avvicino a descrivere la morte di questo valoroso. Correva il giorno 15 di novembre, quando il principe Eugenio con alcuni dei suoi si dilungava da una torma di gente disordinata, infelice residuo dell'esercito d'Italia; all'improvviso lo circondano molte migliaia di Russi capitanate dal generale Miloradowitch, e gl'intimano la resa; — la gente, che seguitava Eugenio facendosegli intorno lo scongiurano ad allontanarsi finché n'è tempo, salvasse gli avanzi dell'armata, ella penserebbe di per sé stessa alla sua salute; repugnante, Eugenio abbandona quel pugno di prodi, raggiunge i suoi, ed ingaggia battaglia su i piani di Krasnoie. La colonna dei fuorviati rimasta priva di capo si ordina sotto il tempestare delle palle nemiche, e composta in drappelli serrati dà dentro alle file dei Russi; erano 1500 contro 15 e piú mila [pg!67] nemici; — questi pensando, che volessero deporre le armi, aprono la fronte, e li lasciano entrare; quindi vedendo com'eglino non si disponessero a nessun atto di ossequio li pregano a dimettere ogni tentativo di resistenza; rispondevano combattendo; sdegnosi i Russi li fulminano con tutti i cannoni; meglio di mezzi cadono, gli altri continuano; i Russi sia maraviglia, o terrore non osano toccarli, ed essi orribilmente laceri si riparano entro le linee italiane, le quali gli accolsero con altissime grida di gioia. — Ora i Russi inseguenti l'armata d'Italia appoggiano la destra a un bosco, la sinistra alla strada maestra. Eugenio studiando di sgombrare il cammino oppone la seconda divisione alla sinistra dei Russi, la prima alla destra, nel centro mette la guardia reale, la divisione Pino in riserva, gli sbrancati si celano in certe macchie dietro l'ala destra del generale Pino. — I cavalieri russi dànno la carica; respinti dai nostri composti in battaglione quadrato cominciano a sfolgorare con la mitraglia, e gl'Italiani di tutto manchevoli mal potendo rispondere a que' fuochi, soffrono gravissimi danni. — Eugenio si affanna a provvedere, e spinge la seconda divisione contro il fianco destro del nemico, ma oppressa da un fuoco terribile e da una cavalleria numerosa, si ripiega anch'ella in battaglione quadrato. Rimasta per siffatta maniera scoperta la sinistra della guardia reale, i dragoni di Kargonpoll e di Moscou si sforzano romperla; ributtati aspramente non replicano l'assalto. Il Viceré favellando agli ufficiali circostanti domandava a chi di loro con alquanti de' piú valorosi desse il cuore di procedere lungo la [pg!68] strada maestra, per raccogliere la prima divisione. Si offriva volenteroso Delfante, e seco lui 200 spontanei. Quasi presago esser coteste le sue ultime, operò prove di stupendo valore; lanciandosi con quel drappelletto contro la foga dei cavalieri russi li trattenne, e convertí la battaglia in molti combattimenti a corpo a corpo; ferito nella tempia non si rimosse, né fece sembiante di dolore, o di terrore; continuando la mischia venne di nuovo ferito sul ginocchio, e sebbene la virtú vitale per la perdita del sangue appoco appoco in lui si estinguesse, non pareva che pensasse a posarsi. Un generoso Francese, il signore di Ville-Blanche, vedutolo tutto sanguinoso lo tolse per le braccia, e facendogli forza lo trasse in disparte per fasciargli le piaghe. — Sopraggiunse Eugenio, e chiamatolo a nome lo conforta a darsi coraggio: «Altezza, risponde Cosimo, io mi sento morire, vi raccomando la mia famiglia». — Compiute appena le parole, una palla di cannone gli rompe le spalle, e spicca la testa dal busto al Ville-Blanche. Il viceré si allontanava smarrito, i duecento compagni del nostro eroe morirono tutti, ma prima di cadere, nel sangue dei nemici lo vendicarono. —Dove giacciono le ossa di Cosimo Delfante, onde se qualche suo patriotto pellegrinasse in quelle remote contrade invochi sopra di loro la pace dei forti? — La pianura di Krasnoie è grande, e va ingombra d'infinite altre ossa; eppure alle sacre reliquie manca, o Italiani, non solo l'onore del sepolcro, ma nessuno tra voi ebbe fin qui anima potente a diffondere su que' campi di gloria la luce del canto.[pg!69] O Italiani, non amate voi vostri morti? L'inno della lode tacerà dunque pei defunti perché questi non dieno né speranze, né doni? — Sovente però il turpe lusinghiere del vivo null'altro consegue dalla sua viltà tranne una speranza delusa, mentre il celebratore dei morti nel compartirla altrui acquista fama. Pochi furono gl'Italiani scrittori i quali di conveniente elogio placassero le ombre dei nostri defunti, la qual cosa dimostra quanto vada ingombra la mente dei troppi di paura, e di viltà, quanto nei pochi sieno grandi e l'amore, e l'ardire; — benefizio estremo, che la fortuna o il destino concedono alle nazioni cadute di condensare le virtú antiche della massa del popolo in alcuni magnanimi, quasi scelti custodi di un deposito sacro; io poi non sono un magnanimo, ma nel mio cuore arde una fiamma di vita, e non temo con forti accenti rilevare le glorie dei nostri valorosi; — e felice la patria quando la lode dei trapassati non vorrà considerarsi come esperimento d'immaginare arguto, o di ornato scrivere sibbene come ufficio cittadino. — Veramente a noi non dovrebbe esser mestieri l'andare con tanto studio ricercando le geste dei nostri guerrieri se piú fosse stato generoso quel popolo di cui abbracciammo la causa; — sconoscente! ei rifiutò far menzione dei nostri, egli usurpò le nostre glorie75: italiano, e non francese fu il soldato il quale mezzo sepolto dalla neve nelle lande di Russia nessun'altro pensiero ebbe presso alla morte se non quello di porre in salvo la stella dei prodi, che acquistò combattendo [pg!70] sul campo di Vagria: popolo sconoscente! dimenticando, che noi col nostro sangue ti acquistammo potenza, e onde meglio ci gravasse il giogo francese pugnammo con mani italiane poiché76ilFatale, quantunque nato di questa terra temendo nella nostra libertà il tuo servaggio negò di rompere le antiche catene, tu applaudisti al sussurro poetico di uno tra i tuoi il quale, seguitando i canti del fanciullo Aroldo, come la iena i passi del leone, osò chiamar noipolvere di uomini!77. Oh! Aroldo si beava nel sorriso del cielo italiano, e gemé considerando, che cuopriva una terra addolorata, e quel suo gemito ci consolava di un secolo di sventura. — Barbaro straniero, che insulti l'angoscia solenne di un popolo caduto, possano le tue parole tornarti amare su l'anima quanto la maledizione di tuo padre moribondo. — Or non è molto, quasi in ammenda di tanto delitto mosse da quel paese una voce di conforto, e di lode a noi infelici Italiani,78ma la piaga fatta dall'orgoglio alla sventura non cosí di leggieri risana. Tenete per voi la lode, e l'oltraggio, noi né quella curiamo, né questo:Il giudizio dei posteri veglia severo su le colpe dei popoli, e noi fidenti ci commettiamo a quel giudizio.Ora nuovamente mi è dolce volgermi a voi, giovani fratelli: — vedete l'onore italiano come vilipeso! — Sentite qual ne corra bisogno di provvedere alla fama nostra! — una gente, che altra volta chiamammo barbara, come esempio di barbarie [pg!71] ci addita. — Siate grandi! — né mi rispondete: — che giova affannarci? non hai tu scritto, che gli uomini saranno sempre infelici? — Ma io ho scritto ancora, che voi potrete diventare potenti; — e le mie parole erano di dubbio; — assuefatto a dubitare di tutto per fuggire la pena di un sistema, pensate voi ch'io volessi assumere la parte dell'Apostolo del male? — Operiamo magnanimamente, non ci curiamo del fine: — forse l'antico agricoltore non pianterà l'ulivo perché le sue mani non ne raccorranno il frutto? — E forse io lessi male le pagine della storia; — e forse l'affanno in cui andava sepolto il bel fiore dei miei anni giovanili mi fece temere ov'era sicurezza; — chi sono io perché mi crediate come a Profeta? — Non vi sarò compagno nel sepolcro? — Sia adunque con voi anche quella speranza, che la natura doveva avermi compartita; — e dove la pietà dei superstiti, fornito questo terreno pellegrinaggio pel quale ho già stanche le membra, mi credesse degno di una lapide, che mi distingua dal volgo dei morti, possano i figli felici stender la mano su quella lapide, e dire: «Egli ha mentito». Essi però non oltraggino la mia polvere, perché se il decreto di mutare quelli, ch'io riputava destini si fosse dovuto scrivere col sangue, io avrei dato il sangue, e del piú puro del mio cuore — e se a me, come a loro fossero corsi favorevoli i tempi, avrei forse agli antichi canti di questa nostra terra aggiunto nuove melodie, e la gioia avrebbe afforzato l'ale dell'alta fantasia, mentre ora di giorno in giorno s'illanguidisce nell'amarezza, e nel dolore.[pg!75]

Dentro povera tomba, in mezzo a un'isola lontana dal nostro emisfero giace ilFatale, che nessuna altra cosa ebbe di comune con gli uomini tranne il nascimento, e la morte. Chi mai vorrà giudicarlo, o chi volendo potrà? Tremi la gente d'interrogare quel sepolcro, poiché le sorgeranno nell'anima siffatti pensieri, che ella poi tenterà in vano sostenere, o definire. Educato a dolentissima scuola, io da gran tempo ho appreso a diffidare di coteste azioni, che i popoli chiamano virtú, e delle altre che si vituperano pel mondo come delitti: conobbi l'uomo stimare le imprese dall'evento, e ciò talvolta per ignoranza, spesso per malignità, spessissimo per ambedue: — vidi sempre l'infamia aggravarsi sopra il caduto... Soloperché caduto, onde io e piansi, e risi, e dubitai di tutto. — Dunque con un cuore, che non si atterrisce, né s'infiamma per cosa contemplata, anima grande, mediterò su di te. Molti dei tuoi compagni ti posero in obblio; molti tra i tuoi servi ti abbandonarono: molti ancora di quelli, che beneficasti ti hanno tradito: la voce del poeta, [pg!40] che ti salutava Giove è spenta54; tu dormi polvere,e non coronata, la tua potenza divenne di una memoria..., ma una memoria piú durevole dei secoli, che dall'alto delle Piramidi stettero a vederti vincere le battaglie egiziache!55. Eterno tu avrai il dominio dei tempi avvenire, perché la vittoria ha l'ale, non già la sapienza, né si rapisce la fama come la corona. Tu fosti grande, e tale ti confessava anche l'odio. Ora chi ti levò a sí stupenda altezza, lapietà, o il terroredei viventi? Quel forte nel canto, scorta amorosa dei miei pensieri, lord Byron sorge severo e ti domanda: «Spirito tenebroso! perché conculcasti la stirpe, che umiliando ti si prostrava davanti? Tu potevi salvare, e l'unico dono, che facesti ai tuoi adoratori è stata la tomba. O Dio! doveva il mondo essere sgabello a cosí abbietta creatura?»56. — Difenderò la tua causa. Dimenticando, che veniva dagli uomini la voce:scegli la tua parte, e sii oppressore, o vittima57; non avvertendo al veleno, che si era posto dinanzi per sottrarsi al patibolo, Giovanni di Condorcet irradiava di speranza il tristo carcere e scriveva58: doversi migliorare i destini umani, gli utili ammaestramenti non potere riuscire invano; averli la stampa diffusi per modo, che una nuova barbarie non sarebbe sufficiente a sopprimerli, e la [pg!41] luce della filosofia tanto penetrata nei misteri del sapere da poterne un giorno derivare facoltà di vivere immortali, e notate, uditori, che egli teneva il veleno davanti per fuggire il patibolo. Io per me penso, che questo pur fosse lo scopo delFatale, sebbene piú moderato siccome conveniva all'indole di lui; e meditando sopra le sue azioni sembra, che non repugnasse dal conseguirlo con le armi, con le leggi, e con la religione. — Quando la fortuna del mondo lo condusse in Affrica finse costumi da profeta, e le turbe lo dissero Sultano del fuoco, e Sultano giusto59; — tornato in Europa non depose il disegno, favellò di destini, accennò stelle60, e forse si tenne davvero un eletto di Dio, —e forse egli era: temendo poi in queste nostre contrade troppo scarso il frutto, che si ricava dalla fede, attese il Sapiente a governarecon la ragione, e compose un codice, monumento di antica, e di moderna dottrina; ma le sorti non gli arrisero del tutto in questo nuovo disegno, imperciocché lo stato singolare del secolo presente vogliache l'uomo non sia tanto scempio da lasciarsi andare alle superstizioni, né tanto incivilito per soddisfarsi del nudo ragionamento. — Gli valsero le armi, felicissime un tempo; una volta avverse, funeste per sempre. Il caso lo pose in Francia, ve lo fermò l'occasione, ve lo mantenne il destino; gli parve quel paese quasi un centro donde muovere le fila della sua trama per la universa [pg!42] Europa... furono queste fila di ferro, e di fuoco, eppure piú fragili del velo, che l'insetto ordisce nell'angolo della sala: — disperdi l'opera dell'insetto, ed ei tornerà a rifarla piú animoso di prima; turba l'opera dell'uomo, e questi o disperato si asterrà dal riprenderla, o consumerà la vita in vani conati per nuovamente comporla; quindi se io mal non veggo il paragone torna in vantaggio dell'insetto!

Se tu dunque, oFatale, concepisti il disegno diemendare le colpe della creazione, nessun voto piú degno di essere adempito l'Angiolo della preghiera presentò al trono dell'Eterno. — Forse teco rimasero sepolti i destini del mondo, forse l'aquila imperiale fuggendo dalle tue bandiere si portava la speranza, e non pertanto alla gloria, che ti circonda potrebbe aggiungersi altra gloria piú splendida, voglio dir quella di benefattore della umanità, e il tuo sepolcro potrebbe annoverarsi tra i sacri pellegrinaggi.

Cosa importa, che il mio spirito contristato neghi l'umano miglioramento, e dica: la guerra è in natura; notateAustininglese il quale dopo diciassette anni di continue fatiche, giunge appena a mantenere in vita comune quattordici animali di specie diversapascendoli quotidianamente a sazietà61; or dunque quanto piú dura impresa fia quella di accordare gli uomini in pace poiché a loro non fu concessa una somma di bene per soddisfarli tutti, o piuttosto un'anima che si [pg!43] potesse soddisfare? Cosa importa, che dai climi, dai costumi, dalle voglie contrarie io derivi argomento di guerra perpetua? Cosa ch'io mostri le pagine della storia eternamente contaminate dalle stesse rapine, dai misfatti medesimi? Cosa ch'io provi la civiltà aver giovato agli uomini per commettere le colpe con sottigliezza maggiore, e per cuoprirle con la ipocrisia togliendo loro quell'unica parte, che avevano di buono, o almeno di non tristo, la sincerità? Cosa, che io dichiari il pensiero di sottoporre, il mondo ad un medesimo reggimento doversi lodare piuttosto come mosso da un cuore sensibile, che da tenersi come uscito da un cervello sano? E quando ancora questa sapienza diffusa producesse alcun bene, potrei dimostrare come non essendo perenne, né dapertutto uguale le sue conseguenze diventerebbero nulle. Dove io questi, ed altri argomenti prendessi ad esporre, avrei reso un mal servigio alla società, né tu rimarresti meno il Benefattore degli uomini, imperciocché io mi sia instruito a considerare il consiglio disgiunto dall'opera, e quando per impotenza riesce inadempito ne attribuisca il biasimo a Colui, che potendo, non concedeva facoltà bastanti per conseguirlo, e la lode a chi volle, e non potè. — Ma io ho fede alla sentenza dell'Ecclesiaste: «Quello che è stato è lo stesso che sarà, e quello che è stato fatto, è lo stesso, che si farà: e non v'è nulla di nuovo sotto il sole. Evvi cosa alcuna della quale altri possa dire: vedi questo, egli è nuovo? già è stato nei secoli, che sono stati avanti di [pg!44] noi»62. E quella mano stessa, che apparve al convito di Balthazar63sopra le rovine dei tempi trascorsi ha scritto la legge:Sii oppresso od oppressore.Ho veduto la sapienza pellegrinare attorno la terra, e non posarsi mai, e al suo partire sopprimere ogni traccia della dimora; — ho contemplato un popolo crescere, allargarsi, e dominare per tutta la terra, divenuto poi debole cadere per infermità interna, o per guerra di fuori; cosí tra le nazioni di cui conserviamo memoria avvenne ai Romani, cosí ai Longobardi, cosí ai Francesi sotto Carlo Magno, agli Spagnuoli sotto Carlo V, nuovamente ai Francesi sotto Napoleone, e forse esistono adesso due popoli ai quali si apparecchiano gli stessi destini nelle ragioni del declinare, e del sorgere. Quando io considero l'assiduo alternare di siffatte vicende, esclamo dal profondo dell'anima: oh! perché non si posava il tuo sguardo sopra la terra, che ti dette la vita! Nel modo stesso col quale Dio creò la luce se profferivi la parola: Italia sia, e Italia sarebbe stata. Se al volo antico drizzavi l'aquila romana, meglio della tua francese avrebbe conosciuto; e con la piú robusta percorso la via del firmamento; e se avversa ti stava la fortuna, noi ti avremmo co' nostri petti difeso, superati e non vinti giaceremmo insieme nella terra di Cammillo e degli Scipioni... ma noi avremmo vinto perché la causa delle nazioni cimentata dal sangue dei martiri [pg!45] termina sempre col trionfo, perché la parola del forte, che spira in difesa della patria ha virtú di fecondare la sabbia del deserto... e noi Italiani non siamo sabbia per Dio. — Ahimè! forse anche questo è un delirio, e la differenza, che passa tra il delirio del sapiente, e quello dello stolto consiste in questo, che il primo ha potere di troncarlo, con unforse, mentre il secondo deve continuarlo all'infinito! Cominciai col dubbio, ho concluso col dubbio, valeva meglio tacere... pure qual altra scienza oltre il dubbio conviene al nato per morire? Gli umani ingegni non distinsero mai il bene, e il male: vana, ed incerta ogni cosa, certa soltanto la morte; il periodo di vita, che percorriamo è assai piú breve di quello, che sembra: due terzi della infanzia, e della vecchiezza sono spesi nel sonno, un terzo ne consumiamo nella pubertà, e nella virilità; l'uomo che vive ottant'anni, ne ha dormiti quaranta!64Gli occhi ne furono concessi per contemplare la sciagura, e per piangerla! E nondimeno fra tanto estremo di miseria vi han tali, che godono tormentare l'anima del fratello, e seminargli il sentiero di triboli. Verseremo noi l'ira di uno spirito ardente sopra di loro? Imprecheremo scongiuri su la testa abborrita di cui la ricordanza gli spaventerà piú dei propri rimorsi? Dire parole insomma, che suoneranno loro piú terribili della chiamata dell'angiolo al giudizio di Dio? No. Voi non siete feroci come Catilina, né simulati come Tiberio, né maligni [pg!46] come i Borgia; abbietti, schifosi, meschini non meritate né anche la fama di Erostrato, vivete... io vi condanno a vivere, a rodervi nella coscienza della vostra nullità.

Lasciamo di coteste infamie, e di coteste miserie, leviamoci a respirare un aere piú puro, e poiché di siffatta potenza ci erano i cieli cortesi, sorgiamo a meditare le bellezze ideali, circondiamoci d'illusioni, c'inebbriamo di gloria se di felicità non possiamo.

Favelliamo di gloria. — Napoleone Buonaparte tratto dalla volontà, e dalle vicende muove in Egitto, lasciando la Francia temuta; e seco parte la fortuna di Francia! Mentre egli vince alle Piramidi, al monte Tabor, ad Aboukir, altri generali francesi le sue conquiste perdevano. — Mantova presa, l'Olanda di Russi e Inglesi ingombrata, la sconfitta della Trebbia, — l'altra di Novi — Massena, già folgore di guerra, adesso condottiero infelice, Scherer respinto, Joubert ucciso, Macdonald, e Moreau superati, ogni cosa in rovina. — Napoleone Buonaparte udite le sinistre notizie, abbandonava Alessandria, si poneva all'avventura sul mare; scampato dagli elementi, e dai nemici, tornava a Parigi. Qui giunto, con tali parole favellava al Direttorio: «Che avete voi fatto di questa Francia, che tanto prosperevole vi aveva lasciata! Dov'era pace, rinvenni la guerra, dove lasciai vittorie, ho incontrato sconfitte... perché tanta miseria quando io vi consegnai i milioni d'Italia? Che avete voi fatto di cento mila Francesi tutti compagni della mia [pg!47] gloria? — Perirono»65. Cosí rampognava per ira, piú per arte. — Soppresso il Direttorio, ridotta in sue mani la somma della Repubblica, pensa ristorarne la declinata fortuna, e agevolmente il poteva, poiché seco era tornata la vittoria: gl'impedimenti, che gli oppongono la natura, e gli uomini superava, con sottilissimo ingegno; il forte Bard sfuggiva, a Chiusella, e a Montebello vinceva, le pianure italiane occupava. Si affronta in mortale combattimento co' suoi nemici nei campi di Marengo; cotesta fu una battaglia di giganti; — l'Austria cadde; — l'Italia tutta in poche ore tornò nel dominio Francese, il Genio del primo Console prevalendo costrinse gli avversari a supplicarlo di pace.

Questi fatti raccontava la fama per le città italiane, sicché forte se ne infiammavano le menti di quelli, che le udivano. — Era in que' tempi nei giovani petti Italiani un desiderio, un anelito di accorrere sul campo delle battaglie, che apertamente dimostrò, non anco in essi morto l'antico valore, e santi furono allora i nostri voti, imperciocché Napoleone fingendo amare le libertà italiane, richiamava in vita la Repubblica Cisalpina. — Ah! furono inganni cotesti... Ma l'Antomarchi applicando al cranio di Buonaparte il sistema di Gall, lo trovò tanto potente simulatore,66e il cuore dei giovani si lascia cosí di leggieri prendere alle illusioni, ch'io davvero tremo pel giudizio, che i posteri faranno su la memoria di quel Grande, [pg!48] malgrado le mie difese; — pure se gl'Italiani si lamentano, che tu non li abbia amati, non però ti maledicono mai; essi avrebbero voluto difenderti col proprio sangue, e con quello dei figli, essi quantunque da te delusi pregano Dio, che ti perdoni com'eglino ti hanno perdonato. —

Nato da poveri genitori nel 1781, viveva in questa nostra patria Cosimo Damiano Delfante. L'anima caldissima del giovanetto, l'ingegno pronto ed il sentirsi forte gli facevano mal comportare gli oscuri natali; — e l'esperienza insegna essere la ignobilità piú che la chiarezza del linguaggio, stimolo acuto a ben meritare avendo la natura concesso all'uomo maggiori potenze per acquistare, che non per mantenere. Ora pervenuto Cosimo nostro al suo ventiduesimo anno, incapace a reprimere il genio interno, si presentava al padre tutto tremante, e gli diceva: «Chiamarlo la patria, né volere egli rimanersi inoperoso alla chiamata; non badasse al momentaneo dolore, tra poco la fama dei suoi fatti lo consolerebbe di mille doppi; gli desse intanto la paterna, benedizione». — Qual core fosse il mio, mi parlava Giovacchino Delfante, il quale ottuagenario si vive con la vecchia moglie Uliva Bujeri in Livorno, «qual core fosse il mio nel sentire il disegno di Cosimo, pensatelo voi...» e fissatomi in volto aggiungeva: « — No, voi nol potete immaginare perché dalla vostra giovanezza suppongo, che non siate anche padre...» Il mio corpo fremé per ogni fibra, l'anima si sollevò in un sospiro, e tacqui; — egli riprese: «Dio me lo aveva dato per [pg!49] unico figliuolo, e Dio non volle, che sostenesse la mia vecchiezza; — Cosimo fu di persona piú alto di voi, e piú robusto assai; di sguardo benigno, se non che quando lo vinceva l'ira, ne tremavano tutti; e pure malgrado il suo impeto, le amarezze piú forti, che mi abbia apportate sono queste: nella notte in cui arse loScipione, — voi avrete sentito da vostro padre il caso delloScipione, — era un vascello Francese, che incendiò nella nostra spiaggia, chi disse in que' tempi per negligenza, chi per malizia, e veramente in quella occasione si commessero orribili fatti, pochi salvarono le vite, il legno deserto lanciava da ogni parte schegge, e ferramenti infocati, le artiglierie sparavano contro la città; quando giunse la fiamma al magazzino delle polveri parve ne subbissasse Livorno; in quella notte d'inferno, Cosimo non si ridusse a casa, e si rimase con molto suo pericolo a contemplare dal molo cotesto spavento. — L'altro dolore me lo dette nel '98, allorché vennero i Francesi a portarci un palo, e un berretto, che chiamavano la libertà, e ci rapirono monumenti preziosi, ed averi. — Il mio Cosimo non potendo soffrire la superbia di uno tra costoro lo sfidava a duello; il repubblicano non vergognò adoperare l'arme contro un fanciullo di quindici anni, ma il figliuol mio per quello, che poi me ne raccontarono se la cavò bene, perché senza che io ne sapessi nulla, aveva imparato di scherma; — in cuore n'ebbi piacere, ma lo rimproverai comandandogli per quanto aveva caro l'affetto di suo [pg!50] padre non ne facesse piú, alle quali rimostranze, egli scusandosi, rispose: «Che il sangue voleva la sua parte, e chi soffriva in pace l'ingiuria meritava quella, ed altre ancora». Per quanto le mie povere facoltà lo consentivano feci educarlo come meglio potei; tutto egli apprendeva con prestezza maravigliosa in ispecie le lingue, e quando si partí da Livorno sapeva il latino, il francese, e l'inglese, di piú imparò il tedesco, lo svedese, e lo spagnuolo. — Io vedeva andare con lui le mie speranze; l'animo mi presagiva male, rimaneva solo; pure egli affermava chiamarlo in sua difesa la patria, sospirai considerando che non avevo altri figli, e feci il sacrificio alla patria di questo unico mio; — io lo benedissi: la povera Uliva, che dopo la sua morte perdé alquanto del lume dell'intelletto, univa alla mia la sua benedizione, piangendo come piangono le madri quando si staccano da un figliuolo unico, e Cosimo anch'egli tutto in lacrime si partí sul principiare dell'ottobre 1803». Mentre l'ottimo vecchio questi casi mi raccontava, la madre udendo com'io mi fossi quivi condotto per iscrivere la lode del suo figliuolo defunto, mi si accostò vacillando, e con pianto dirotto prese a baciarmi il lembo del mantello! — Volli consolarla, e non trovai la parola.

In questa maniera Cosimo Delfante, separatosi dai suoi genitori, giungeva a Reggio, e quivi volontario il 22 ottobre 1803, indossava la veste del soldato. — Egli però non era uomo da starsi lungo tempo confuso col volgo, e infatti da una [pg!51] patente autentica della Repubblica italiana io ricavo come dopo tre giorni lo creassero caporale, dopo otto sergente, dopo ventuno al grado di sotto-tenente, lo promovessero. Nel 14 aprile 1804, il Vice-presidente della Repubblica italiana Melzi di Eril, innamorato delle ottime qualità del nostro concittadino, desiderò che col grado medesimo passasse a far parte della guardia del Presidente nel battaglione dei granatieri; e voglionsi qui riferire le onorate parole con le quali il suo antico superiore Foresti gli accompagnava quest'ordine:

«Il capo non può abbastanza palesare il suo dispiacere per la perdita al corpo di un ufficiale, a che per la sua moralità, zelo, ed intelligenza si è distinto nei differenti gradi da lui occupati nella mezza brigata; si compiace però di vederlo collocato in un corpo ove piú vasto campo gli è aperto per dimostrare i suoi talenti, e non dubita, che saprà con la sua condotta meritare la stima, e l'affetto dei nuovi superiori, e camerata, e conservarsi cosí la vantaggiosa opinione, che lascia di lui nella seconda mezza brigata».

Esaminando le poche carte, che per fortuna avanzano di questo valoroso, trovo una lettera del Ministro della guerra a lui diretta con la quale gli raccomanda di trasferirsi neidipartimentidell'Olona, del Lario e del Serioper accogliere que' giovani che mossi da entusiasmo volessero militare per la patria, e poco sotto aggiunge molto promettersi dall'opera sua come quello, che aveva grandissima influenza per le sue relazioni ne' mentovatidipartimenti, e pei suoi modi cortesi riusciva gradito [pg!52] all'universale. — Veramente Cosimo Delfante avrebbe con buone parole persuaso i piú schivi, ma giova ripetere come la gioventú italiana non abbia bisogno d'invito per correre alle armi. — Ricorda la Storia come nel 1812 essendo stata imposta l'estrazione su iconscrittidelcantonedi Chivassodipartimentodella Dora nel giorno decimo di ottobre, i giovani di Chivasso, e Varlengo comparissero, quelli di Brandizzo divisi dai torrenti Orco, e Malone gonfi per insolita pioggia mancassero; non era da tentarsi il guado, che l'acqua menava giú a furia, e non si trovavano barche. — Il Viceprefetto saputa la cosa aggiornava la estrazione al sabato venturo; — appena egli aveva profferito il decreto, i giovani di Brandizzo grondanti acqua gli appariscono davanti: — non avevano quei magnanimi sostenuto, che si fosse detto di loro: — i Brandissesi mancarono alla chiamata, dell'onore, e poiché tentati diversi argomenti per traghettare il torrente riuscirono invano, il piú robusto tra essi si lanciò nell'acqua, prese la mano al compagno, e questi a un altro, e cosí procedendo formarono una catena da una sponda all'altra, e con molto pericolo non meno, che con gloria immortale superarono la corrente67. Tal era in que' tempi, e tale sarà, dove l'occasione si mostri, l'ardore della gioventú italiana! —

Tornando adesso al nostro concittadino Delfante ho narrato in qual modo nel periodo di pochi giorni dal grado di semplice soldato a quello di [pg!53] sotto-tenente nella guardia del Presidente pervenisse. A tanto gli valsero l'ingegno pronto, le cognizioni acquistate; adesso ardeva distinguersi con qualche bello atto di valore, né imperando Napoleone Buonaparte era lungamente da aspettarsi il modo.

Male comportarono gl'Inglesi la pace d'Amiens conchiusa il 23 maggio 1802, e fino da quel tempo Sheridan aveva dimostrato qual fosse l'opinione del pubblico, intorno ai patti nella medesima stabiliti; mandarono pertanto alord Whitworth, ambasciatore a Parigi, perché ordinasse al governo di Francia sgombrare immediatamente l'Olanda, concedere per dieci anni all'Inghilterra il domino di Malta, e Lampedosa; se no, rompesse la guerra. — L'esercito inglese è fatto prigioniero nell'Annover, il duca di Cambridge scampa malapena fuggendo, l'Elettorato cade in potestà dei Francesi. — Napoleone apparecchia a Bologna sul mare le armi per condurre la guerra nelle Isole britanniche; al punto stesso scuoprendo le lunghe arti, sopprime ogni apparenza di uguaglianza, e desidera dominare solo su la Francia e l'Italia.

In Francia lo acclamano Imperatore tutti, meno Carnot.

L'Italia non può, né vuole contendergli il principato, egli prende di sua mano la corona da gli altari; e se la cinge al capo, e reputando fermare eterne sul capo la potenza, e la vita, esclama nell'orgoglio dell'anima: guai a chi la toccherà! Dio la toccò, Dio, che distrusse con la corona la testa che la portava.

[pg!54] Adesso pensoso quel mirabile politico Guglielmo Pitt sopra i destini della patria, volendo volgere altrove la tempesta, ordina nuova lega con Russia, e con Austria. La Baviera sorpresa cede alle armi tedesche. Muove Napoleone al soccorso e seco le milizie italiane, e il nostro Delfante; seguendo le arme delFataleegli vide nemici con la prestezza del desiderio dispersi, Ulma caduta, Vienna presa, lo Imperatore fugato; e Russi, e Tedeschi apprestargli nei campi di Osterlizza una nuova vittoria, nissuna forza pareva potesse resistere a quel Terribile; dodici generali tra russi, e tedeschi spenti sul campo, quarantacinque bandiere, centocinquanta cannoni ornarono il trionfo dei Francesi, uno degl'Imperatori chiedeva pace, l'altro per soverchia generosità lasciato andare. —

Cosimo Delfante operò in questa impresa prove di valore, e ne venne ricompensato col grado di tenente. Su le pianure di Osterlizza quantunque inebbriato dalla vittoria non obbliò i cari parenti, che stavano lontani trepidando per la sua vita, e scrisse loro del nuovo grado, delle azioni fatte, di quelle, che statuiva di fare. — Chiesi le lettere al padre, ed egli mi rispose, averle distrutte preso dal dolore all'annunzio della sua morte. — Siccome io credo, che l'affanno di un padre per la perdita dell'unico figlio in qualsivoglia maniera si manifesti sia cosa sacra, cosí mi tacqui sconfortato. —

A brevissima pace nuove guerre succedono. Insorge la Prussia. Vinta a Schleitz, ed a Saalfeld, prostrata a Jena, e a Lubecca in quindici giorni [pg!55] cessa di esistere quella potenza, che Federigo il Grande aveva con tanto sangue, e con tanta politica instituita. — Torna la Russia a tentare la sorte delle armi, e le riescono infelici a Czarnuovo, a Pultusk, a Calymin, e sempre; perde altri 25,000 uomini sul campo di Eylau, oltre a 60,000 su quelli di Friedland. — Veramente io dubito forte, che i posteri vogliano aver fede in siffatti racconti, ed anche i presenti gli stimerebbero esagerati dove la turba delle madri, e delle vedove le quali tuttavia piangono, veri non glieli attestasse pur troppo. — Conchiusa la pace di Tilsith, Gustavo IV di Svezia ardiva solo opporsi alla potenza di Buonaparte: a ciò lo inducevano le istigazioni inglesi, e la cupidigia dell'acquisto della Norvegia. — Buonaparte sdegnando adoperare il suo ingegno per opprimere cotesto avversario, manda Brune, e con Brune il Gen. Pino, condottiero delle milizie italiane di cui faceva parte Delfante. Adesso si narra come Pino procedendo alla volta di Stralsunda affidasse la condotta di un buon numero di soldati al nostro cittadino ordinandogli aspettarlo in certo luogo determinato: andava, e attendeva il Delfante; vedendo poi, che tardava, e dubitando che se ne fosse andato oltre, s'incamminava animoso alla volta di Stralsunda; lo raggiunse dopo alcune ore il suo Generale, e turbato non poco pel pericolo a cui si era esposto, lo chiamò incauto, gli disse imprudente. — «Trovate dunque chi meglio adoperi prudenza di me» rispose Cosimo, e se ne andava, senonché richiamatolo il buon generale, dolcemente rimproverandolo lo confortava [pg!56] a deporre lo sdegno, e a starsi di lieto animo, ch'egli avrebbe pensato, secondo i suoi meriti, a ricompensarlo. — Posto l'assedio intorno Stralsunda, certa notte il generale gli commetteva portasse l'ordine ad un suo subalterno di avvicinare i quartieri al forte dell'armata; provvedesse ad eseguirlo celeremente, poiché quella stazione come troppo lontana, poteva da un punto all'altroriuscirepiena di pericolo. Andava Delfante, e trovato che il superiore si era dipartito dai suoi soldati per darsi buon tempo, egli desideroso di corrispondere alla fiducia, che in lui aveva riposto l'ottimo Pino, con singolare perizia operò in modo, che il campo fosse mutato. Il generale soddisfatto per quest'azione, appena n'ebbe inteso il racconto, postagli la mano sulla spalla gli disse: «Tu sei un valoroso capitano» e fino da quel punto Cosimo nostro tenne nella milizia quel grado. — Cadde Stralsunda, imperciocché Gustavo avesse per difenderla la pertinacia, non l'ingegno di Carlo XII, e fu smantellata da Brune; cadde ancora dopo pochi giorni l'isola di Rugen, e cosí ebbe fine la guerra della Pomerania Svedese.

Comincia la guerra spagnuola; guerra per la quale si conobbe quanto possano i popoli sebbene inesperti dell'arte militare allorché abbiano fermo di vincere, o seppellirsi sotto le rovine delle loro città: — ogni goccia di sangue versato per la patria produce nuovi difensori, e quelli spenti, altri, e piú fieri risorgono finché l'oppressione non sia superata. — Ma da una parte non combatté sola la cupidigia d'impero; la inquisizione soppressa, [pg!57] le barbare leggi abolite, gli errori o distrutti, o diminuiti, le insolenze feudali raffrenate dimostrano come ancora si volesse migliorare; né dall'altra fu tutto amore di patria, ché vi si aggiunsero le ignoranze superstiziose, e le ferocie di uomini di sangue. Ben fece Napoleone, se il suo genio lo chiamava a mutare i destini degli uomini, a costringerli onde i beneficii della civiltà ricevessero; meglio operarono gli spagnuoli a rigettarli perché partecipati in modo, che parevano una pena, e il benefizio per forza trasmesso equivale all'ingiuria. Forse da ambedue le parti stava la ragione, da ambedue il torto. Nuova, eppure a mio senno, maniera unica è questa per considerare le storie dove l'uomo non voglia ricercare i fatti dei suoi simili per dedurne offese, o difese a coloro, che li operarono, sibbene ammaestramenti di esperienze per giudicare le vicende attuali.

Il sig. cav. Laugier, nome carissimo alla gloria delle armi italiane, in certa sua lettera scrivendo del nostro Delfante cosí si esprime: «Reduce dai geli del settentrione, partiva alla volta di Catalogna, desideroso d'imprendere geste maggiori. La battaglia di Trentapassos, quella di Molinos del Rey, l'altra di Valz, la presa di Vique, l'assedio di Girona, la caduta di Hostalrich, e finalmente un numero infinito di fatti di arme levarono tra i piú distinti il nome dell'ottimo Delfante» e poco sotto, «prode quanto buono, e generoso bisognava vedere con quale tenerezza si occupasse degli amici, dei sottoposti, degli stessi nemici tostoché cessava lo strepito della [pg!58] battaglia. — Oh! quante famiglie a cui egli salvava vita, onore, e sostanze innalzarono al cielo fervidissime preci onde invocare la benedizione su quell'anima veramente celeste; non v'era superiore, non compagno, non subalterno, che non lo amasse, e lodasse. A lui davvero poteva applicarsi la divisa di Baiardo: — il cavaliere senza rimprovero, e senza paura». E questo è elogio con tanta pienezza di animo gentile tributato alla memoria del compagno defunto, da meritare, che almeno per una metà ritorni in onore del cav. Laugier. — Il padre Giovacchino Delfante mi narrava siccome presa Figueras il figliuol suo, capitanando una mano di soldati rimanesse stretto all'improvviso da troppo maggior numero di milizie spagnuole, le quali schernendo, e mostrando le armi, intimassero agl'Italiani nostri la resa. — Cosimo voleva animare i suoi con la voce, né, vinto dall'ira, potendo, dava con la spada assai piú forte eccitamento, che con la bocca; si cacciò a corpo perduto nella folla, lo seguitarono i suoi, e ne accaddero molte, disuguali mischie particolari. Ma i nemici si addensavano su quel drappelletto di valorosi, già molti ne avevano uccisi, piú molti feriti; — chiusa allo scampo ogni via. — Delfante volge attorno lo sguardo, e veduto in parte diradato il cerchio, si avventa su quella, si sgombra il sentiero, e guadagna celerissimo co' suoi una forra vicina: il nemico costretto a ridurre la fronte secondo l'angustia del passo, perde ogni vantaggio, avvilito per le troppe morti rallenta l'ardore,... cessa d'inseguire e il nostro cittadino [pg!59] cosparso di sangue spagnuolo, e del suo, riconduce salvi i soldati al campo italiano. Mentre cosí il vecchio padre esponeva le geste del figlio, il sangue gli si era scaldato, e gli ornava il volto coi colori della gioventú.

Meritavano queste prodezze conveniente mercede, ed egli già fino dal principio della guerra era stato promosso al grado di aiutante di campo del general Pino; ora per decreto imperiale riceveva l'ordine della corona di ferro; poco dopo la stella della legione di onore. Il cav. Camillo Vaccani nella sua opera degl'Italiani in Ispagna rammenta onoratamente il nostro Delfante, allorché il general Pino, circondato dal colonnello Marsshal, su le alture dei monti Ramannà fece prigionieri 1500 Spagnuoli i quali accorrevano in soccorso di Girona.68Narrasi ancora ch'egli fosse dei primi a salire la breccia del forte Monjoui presso Girona, dove dagli assaliti, e dagli assalitori furono operate prove di prodezza inaudita.

In questa guerra spagnuola, io lo avvertiva poc'anzi, si vide fino a qual punto estremo possano giungere o la ferocia, o l'eroismo della creatura umana. — Agostina da Zaragozza, fortissima vergine, fuggiti i difensori, abbattuta la porta Petrillo, non dubita dar fuoco ai cannoni, sfolgorare i Francesi di mitraglia, e ributtarli fuori delle mura; e quantunque l'obbligo mi costringa ad esser breve, a me non riesce esserlo tanto, che lasci innominata per queste mie carte l'illustre donna [pg!60] Lucia Fitz Gerard condottiera della crociata a difesa di Girona69. Nuove battaglie, dico, furono queste, che vado raccontando, né da Napoleone aspettate; e' bisognava a palmo a palmo conquistare il terreno, dispersi oggi i nemici tornavano piú infesti e numerosi domani; il pugnale, e il veleno spensero piú vite, che non le armi guerresche;ed è santo ogni mezzo purché ordinato alla salute della patria. Ridotte in mucchi di sassi le mura delle città, era mestieri combattere di contrada in contrada, di casa in casa, di piano in piano; ardevano i cittadini le proprie dimore, e le rovine, e sé stessi sopra gli odiosi stranieri precipitavano, oppure scavavano buche, vi nascondevano polveri, e con la propria, la morte di molti nemici procuravano. Le malattie, la fame, la dura necessità, che domarono fin qui ogni ente mortale, non vinsero gli Spagnuoli; — morivano, non si arrendevano. Alvarez, comandante di Girona vicino a spirare anziché scendere alla capitolazione dismesse la carica. Solo un dolore era comune ai vinti, quello di non esser morti; rimproverati della feroce loro ostinatezza rispondevano: «Se volete svergognarci davvero, fateci rampogna del viver nostro dopo che giurammo morire; mostrateci gli edifizi, che pur sorgono illesi, non i caduti, i prigionieri non i cadaveri.» — «Infelice popolo, qual frutto ricavasti da tanti sagrifizi? Dove sono i tuoi guerrieri? Quale hanno mercede nel riposo della patria? Come i tuoi destini [pg!61] migliorasti? — Mi valgano le parole del paterno mio amico l'illustre generale Colletta70: «Alvarez morto in carcere, Bleke, Fournays perseguiti, e disgraziati: O-Donnell, sentenziato come traditore, schiva con la fuga la morte: Ballesteros, Morillo vivono spatriati, o prigioni nella Francia: vive in Inghilterra da fuggiasco il prode Mina: l'Empecinado è morto sul patibolo: ed in somma dei piú chiari Spagnuoli chi fu spento per pena, o per nuovi sconvolgimenti, chi piú infelice mena il remo, e chi (gli avventurosi) stan liberi ma dimenticati, e mal visti». — Oh! chiudete il volume della storia, troppo vi soverchiano le memorie dei misfatti, e delle sventure onde l'uomo possa percorrerlo senza sentirsi l'anima travagliata da infinita tristezza. — Salomone profeta apertamente lo insegna: «Non acquistate sapienza, perché in essa si contiene altissimo affanno; non accrescete la scienza, perché in essa è perturbazione di spirito: il ricercare per molti libri non mena a nulla, e la frequente meditazione inaridisce la carne»71.

Ora il mio subbietto mi stringe a raccontare altre guerre, altro dolore. Due colossi si stringono in battaglia di morte. Pare, che potenza umana non potesse superare ilFatale, perché i geli, il fuoco la fame si unirono in lega co' suoi nemici, e allora soltanto ne rimase abbattuto, né meno si voleva per abbatterlo. — Nel giorno 22 giugno si apre la impresa russa. Quante speranze affidavano la [pg!62] Francia! Un capitano, che non conobbe mai fuga, un esercito provato di oltre 500,000 uomini numeroso, generali valorosissimi; però sembravano le parole profferite in quei tempi da Napoleone profezia del futuro:

«Noi non ancora degenerammo, siamo gli stessi di Osterlizza, varchiamo il Niemen, la seconda guerra contro la Russia sia non meno della prima gloriosa alle armi francesi, e imponga termine alla influenza russa, la quale da ben 50 anni turba le condizioni di Europa»72. Napoleone traghettata la Dwina, espugna il campo trincerato di Drissa, rompe il nemico, lo insegue fin presso Polotosk; — proseguendo il cammino, valica il Boristene, vince a Krasnoie, supera di nuovo i nemici a Smolensko, arde la città; — continua la via, giunge alla Moskowa. Le storie moderne non ricordano battaglia piú sanguinosa di quella, che s'ingaggiò su i campi di Borodino; vi piansero i russi morti 30,000 soldati, 40 generali; non si contarono i feriti. Mi sia concesso dilungarmi alquanto nella narrazione di questa battaglia, avvegnaché gl'Italiani nostri la vincessero, e Cosimo Delfante vi operasse prove mirabili. La somma delle cose si era ridotta su certa eminenza coronata da fortini commessi alla difesa del generale Ostermann, e divisa dai Francesi mediante il burrone di Goriskoi. — Augusto Caulincourt, generale, guidando la seconda divisione dei corazzieri, con imperterrito animo si caccia giú del dirupo; fulminato dalle [pg!63] batterie nemiche perde la vita; indietreggiano i suoi. Allora il rialzo parve convertirsi in vulcano: ne uscí prima una tempesta di fuoco, poi i cavalieri russi per calpestare i corazzieri respinti. Mentre in questa parte la fortuna favorisce alle armi di Russia, il principe Eugenio con l'esercito italico investe di fianco il fortino. I Russi capitanati dal general Likaczen sostengono francamente l'assalto. Cosimo Delfante considerando il poco frutto che si ricava da quel trarre di lontano, e l'indugio mortale, dispone avventurare un urto disperato; accennato ai prodi compagni, nulla badando alle schegge striscianti intorno al suo capo, si spinge primo contro il ridotto: all'urto disperato oppongono i Russi disperata resistenza, rifiutano i quartieri, antepongono la morte alla resa; — rimasero tutti miseramente trucidati. — Likaczen, capitano infelice non codardo, sdegnoso di sopravvivere ai suoi, si precipita tra le file italiane cercando la bella morte, e gl'Italiani in quella ebbrezza di sangue cupidi di vendetta gliel'avrebbero data, allorché Delfante gridava: «si rimanessero, volere il russo un duello, e a lui appartenere per diritto». Cosí dicendo lo affronta, e lo disarma. Likaczen, fermo di finire la vita tratta una pistola se la volge alla tempia, e qui pure Cosimo lo trattiene, e confortandolo con animose parole, lo consigliava a vivere e gli rendeva la spada. Il principe Eugenio lo creò aiutante comandante dello stato maggiore sul campo di battaglia, dicendo ad alta voce: «Valoroso [pg!64] Delfante, quest'oggi ti sei comportato da eroe»73. — Vinta la battaglia di Borodino, Moscua viene in potere dell'armata francese. Fin dove poteva salire la potenza delFataleè ormai salita, adesso sentirà come siano amari i passi della fuga, come lacrimose le vittorie peggiori delle sconfitte, come duro l'esilio! — Gli storici di questa impresa scrivono che meno sfortunosa sarebbe riuscita la ritirata dove Napoleone avesse preso il sentiero di Kalouga, e di Toula per alla Lituania, e parve che a lui pure piacesse il disegno, e gl'Italiani con gloria eterna vincendo a Malo-Jarolavetz, gli sgombravano i passi, ma o il destino lo accecasse, o meglio di quello possiamo supporre noi prevedesse, ordinò la ritirata a Smolensko. Le sventure della grande armata furono descritte; qualcheduno, che le vide, vive tuttora per raccontarle, e i popoli atterriti conoscono come reggimenti interi abbracciatisi per ischermirsi dal freddo durante la notte fossero contemplati alla mattina vacillare, e cadere senza, che se ne rilevasse pure uno; udirono le genti come gli umani cadaveri servissero a mantenere il fuoco per riscaldare i mal vivi, e questi piegarsi avidissimi su quelle orribili fiamme, e venire al sangue onde ributtarne gli accorrenti, finché spinti sovr'esse mentre studiano fuggire la morte minacciata dal gelo, muoiono miseramente abbruciati: tali e piú tremende sventure ascoltammo, sí che i tormenti dell'inferno di Dante ci parvero fievole immaginazioni a confronto [pg!65] di queste verità. — Il 13 di novembre 1812, l'esercito d'Italia ridotto a 5000 ordinati, e due volte tanti tra donne, infermi per malattia naturale, o per ferite, ed altra gente di ogni maniera, lacerati senza posa ai fianchi, e alle spalle dai cosacchi, giungeva a grande stento su la sponda del Wop; due mesi prima era ruscello, adesso spaventoso torrente, vollero costruirvi un ponte co' legni delle case vicine, ma quelli, che vi si erano riparati, mostrarono contrastarle col ferro; tentarono traghettare i cannoni carreggiandoli su le acque gelate; il ghiaccio si ruppe, cannoni, e cannonieri sprofondando scomparvero per sempre; frattanto il giorno declinava, il freddo si faceva piú intenso, i cosacchi impazienti di strage e di rapina ingrossavano. Gli artiglieri italiani, quantunque presso al morire desiderano rallegrarsi il cuore con una qualche vendetta, e abbandonati i bagagli si ritirano; sopraggiungono le torme dei barbari, stendono le mani alla preda... una traccia di polvere accesa dai nostri artiglieri appicca il fuoco ai cassoni delle munizioni di guerra; — rapitori, e rapine vengono con miserabile eccidio sbalestrati per aria. — Animoso, non utile conforto; nuovi cosacchi piú inferociti di prima tornano all'assalto. — Di su, di giú, come finsero gli antichi cantori dei dannati lungo la sponda dell'Acheronte andavano i nostri per la riva del Wop, ponevano un piede per iscendere e non si attentavano; que' ghiaccioli taglienti, le acque grosse, l'altra sponda, lontana atterrivano i piú forti; in questa le minaccie dei vincitori, e gli [pg!66] urli dei vinti cresceano, e si udiva all'intorno un suono di pianto, un gemere confuso, un invocare, e un imprecare il cielo, un chiedere, e non trovare soccorso, che rifiniva il cuore di acutissimo spasimo. — Il Viceré pensoso non sapeva a qual partito appigliarsi; — leva gli occhi, e guarda fisso Cosimo nostro; questi intende qual cosa gli domandasse il buon principe col guardo, dacché con la voce non osava manifestargliela, si trae il cappello, lo agita in segno di sicurezza, e si lancia nel fiume; molti come lui avventurosi toccarono la riva opposta, molti non la toccarono; — ma senza Cosimo Delfante sarebbero morti tutti74.

Mi avvicino a descrivere la morte di questo valoroso. Correva il giorno 15 di novembre, quando il principe Eugenio con alcuni dei suoi si dilungava da una torma di gente disordinata, infelice residuo dell'esercito d'Italia; all'improvviso lo circondano molte migliaia di Russi capitanate dal generale Miloradowitch, e gl'intimano la resa; — la gente, che seguitava Eugenio facendosegli intorno lo scongiurano ad allontanarsi finché n'è tempo, salvasse gli avanzi dell'armata, ella penserebbe di per sé stessa alla sua salute; repugnante, Eugenio abbandona quel pugno di prodi, raggiunge i suoi, ed ingaggia battaglia su i piani di Krasnoie. La colonna dei fuorviati rimasta priva di capo si ordina sotto il tempestare delle palle nemiche, e composta in drappelli serrati dà dentro alle file dei Russi; erano 1500 contro 15 e piú mila [pg!67] nemici; — questi pensando, che volessero deporre le armi, aprono la fronte, e li lasciano entrare; quindi vedendo com'eglino non si disponessero a nessun atto di ossequio li pregano a dimettere ogni tentativo di resistenza; rispondevano combattendo; sdegnosi i Russi li fulminano con tutti i cannoni; meglio di mezzi cadono, gli altri continuano; i Russi sia maraviglia, o terrore non osano toccarli, ed essi orribilmente laceri si riparano entro le linee italiane, le quali gli accolsero con altissime grida di gioia. — Ora i Russi inseguenti l'armata d'Italia appoggiano la destra a un bosco, la sinistra alla strada maestra. Eugenio studiando di sgombrare il cammino oppone la seconda divisione alla sinistra dei Russi, la prima alla destra, nel centro mette la guardia reale, la divisione Pino in riserva, gli sbrancati si celano in certe macchie dietro l'ala destra del generale Pino. — I cavalieri russi dànno la carica; respinti dai nostri composti in battaglione quadrato cominciano a sfolgorare con la mitraglia, e gl'Italiani di tutto manchevoli mal potendo rispondere a que' fuochi, soffrono gravissimi danni. — Eugenio si affanna a provvedere, e spinge la seconda divisione contro il fianco destro del nemico, ma oppressa da un fuoco terribile e da una cavalleria numerosa, si ripiega anch'ella in battaglione quadrato. Rimasta per siffatta maniera scoperta la sinistra della guardia reale, i dragoni di Kargonpoll e di Moscou si sforzano romperla; ributtati aspramente non replicano l'assalto. Il Viceré favellando agli ufficiali circostanti domandava a chi di loro con alquanti de' piú valorosi desse il cuore di procedere lungo la [pg!68] strada maestra, per raccogliere la prima divisione. Si offriva volenteroso Delfante, e seco lui 200 spontanei. Quasi presago esser coteste le sue ultime, operò prove di stupendo valore; lanciandosi con quel drappelletto contro la foga dei cavalieri russi li trattenne, e convertí la battaglia in molti combattimenti a corpo a corpo; ferito nella tempia non si rimosse, né fece sembiante di dolore, o di terrore; continuando la mischia venne di nuovo ferito sul ginocchio, e sebbene la virtú vitale per la perdita del sangue appoco appoco in lui si estinguesse, non pareva che pensasse a posarsi. Un generoso Francese, il signore di Ville-Blanche, vedutolo tutto sanguinoso lo tolse per le braccia, e facendogli forza lo trasse in disparte per fasciargli le piaghe. — Sopraggiunse Eugenio, e chiamatolo a nome lo conforta a darsi coraggio: «Altezza, risponde Cosimo, io mi sento morire, vi raccomando la mia famiglia». — Compiute appena le parole, una palla di cannone gli rompe le spalle, e spicca la testa dal busto al Ville-Blanche. Il viceré si allontanava smarrito, i duecento compagni del nostro eroe morirono tutti, ma prima di cadere, nel sangue dei nemici lo vendicarono. —

Dove giacciono le ossa di Cosimo Delfante, onde se qualche suo patriotto pellegrinasse in quelle remote contrade invochi sopra di loro la pace dei forti? — La pianura di Krasnoie è grande, e va ingombra d'infinite altre ossa; eppure alle sacre reliquie manca, o Italiani, non solo l'onore del sepolcro, ma nessuno tra voi ebbe fin qui anima potente a diffondere su que' campi di gloria la luce del canto.

[pg!69] O Italiani, non amate voi vostri morti? L'inno della lode tacerà dunque pei defunti perché questi non dieno né speranze, né doni? — Sovente però il turpe lusinghiere del vivo null'altro consegue dalla sua viltà tranne una speranza delusa, mentre il celebratore dei morti nel compartirla altrui acquista fama. Pochi furono gl'Italiani scrittori i quali di conveniente elogio placassero le ombre dei nostri defunti, la qual cosa dimostra quanto vada ingombra la mente dei troppi di paura, e di viltà, quanto nei pochi sieno grandi e l'amore, e l'ardire; — benefizio estremo, che la fortuna o il destino concedono alle nazioni cadute di condensare le virtú antiche della massa del popolo in alcuni magnanimi, quasi scelti custodi di un deposito sacro; io poi non sono un magnanimo, ma nel mio cuore arde una fiamma di vita, e non temo con forti accenti rilevare le glorie dei nostri valorosi; — e felice la patria quando la lode dei trapassati non vorrà considerarsi come esperimento d'immaginare arguto, o di ornato scrivere sibbene come ufficio cittadino. — Veramente a noi non dovrebbe esser mestieri l'andare con tanto studio ricercando le geste dei nostri guerrieri se piú fosse stato generoso quel popolo di cui abbracciammo la causa; — sconoscente! ei rifiutò far menzione dei nostri, egli usurpò le nostre glorie75: italiano, e non francese fu il soldato il quale mezzo sepolto dalla neve nelle lande di Russia nessun'altro pensiero ebbe presso alla morte se non quello di porre in salvo la stella dei prodi, che acquistò combattendo [pg!70] sul campo di Vagria: popolo sconoscente! dimenticando, che noi col nostro sangue ti acquistammo potenza, e onde meglio ci gravasse il giogo francese pugnammo con mani italiane poiché76ilFatale, quantunque nato di questa terra temendo nella nostra libertà il tuo servaggio negò di rompere le antiche catene, tu applaudisti al sussurro poetico di uno tra i tuoi il quale, seguitando i canti del fanciullo Aroldo, come la iena i passi del leone, osò chiamar noipolvere di uomini!77. Oh! Aroldo si beava nel sorriso del cielo italiano, e gemé considerando, che cuopriva una terra addolorata, e quel suo gemito ci consolava di un secolo di sventura. — Barbaro straniero, che insulti l'angoscia solenne di un popolo caduto, possano le tue parole tornarti amare su l'anima quanto la maledizione di tuo padre moribondo. — Or non è molto, quasi in ammenda di tanto delitto mosse da quel paese una voce di conforto, e di lode a noi infelici Italiani,78ma la piaga fatta dall'orgoglio alla sventura non cosí di leggieri risana. Tenete per voi la lode, e l'oltraggio, noi né quella curiamo, né questo:Il giudizio dei posteri veglia severo su le colpe dei popoli, e noi fidenti ci commettiamo a quel giudizio.

Ora nuovamente mi è dolce volgermi a voi, giovani fratelli: — vedete l'onore italiano come vilipeso! — Sentite qual ne corra bisogno di provvedere alla fama nostra! — una gente, che altra volta chiamammo barbara, come esempio di barbarie [pg!71] ci addita. — Siate grandi! — né mi rispondete: — che giova affannarci? non hai tu scritto, che gli uomini saranno sempre infelici? — Ma io ho scritto ancora, che voi potrete diventare potenti; — e le mie parole erano di dubbio; — assuefatto a dubitare di tutto per fuggire la pena di un sistema, pensate voi ch'io volessi assumere la parte dell'Apostolo del male? — Operiamo magnanimamente, non ci curiamo del fine: — forse l'antico agricoltore non pianterà l'ulivo perché le sue mani non ne raccorranno il frutto? — E forse io lessi male le pagine della storia; — e forse l'affanno in cui andava sepolto il bel fiore dei miei anni giovanili mi fece temere ov'era sicurezza; — chi sono io perché mi crediate come a Profeta? — Non vi sarò compagno nel sepolcro? — Sia adunque con voi anche quella speranza, che la natura doveva avermi compartita; — e dove la pietà dei superstiti, fornito questo terreno pellegrinaggio pel quale ho già stanche le membra, mi credesse degno di una lapide, che mi distingua dal volgo dei morti, possano i figli felici stender la mano su quella lapide, e dire: «Egli ha mentito». Essi però non oltraggino la mia polvere, perché se il decreto di mutare quelli, ch'io riputava destini si fosse dovuto scrivere col sangue, io avrei dato il sangue, e del piú puro del mio cuore — e se a me, come a loro fossero corsi favorevoli i tempi, avrei forse agli antichi canti di questa nostra terra aggiunto nuove melodie, e la gioia avrebbe afforzato l'ale dell'alta fantasia, mentre ora di giorno in giorno s'illanguidisce nell'amarezza, e nel dolore.

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