Chapter 11

Non altro se non la forza dell'amore mescolava anche una volta nel mio sogno i due sangui fraterni.

Su i ghiacci dello Stelvio, su le nevi della Carnia, su i picchi delle Dolomiti, su i dirupi del Monte Nero, da per tutto, nella nostra Alpe truce, oggi risuona un canto possente come quello dei Legionarii: la voce stessa di Roma. Così mi parve un giorno riconoscere la cadenza dell'antichissima vostra canzone carolingia nel coro dei vostri soldati.

Conoscete, o Chiaroviso, un borgoche si chiama Longpont? Pontelungo. Somiglia quasi a una delle mie piccole città umbre, tra l'infranta ossatura della chiesa abbaziale e una porta munita di torricelle eguali a quell'una che Santa Barbara sorregge nella palma della mano. Il suo aspetto ingannava il mio esilio, come il suo ricordo oggi mi ravvicina alla seconda patria distante.

Era una domenica di settembre torbidiccia e dolca. Assistevo alla messa funebre, nella cappella angusta fatta di quattro crociere superstiti d'una sala ogivale che aveva lungamente servito di ambulatorio alla comunità cisterciense. I soldati avevano rempiuto di rosso tutti i banchi di quercia; ma, come la cappella non ne poteva contenere se non un piccolo numero,gli altri si accalcavano al limitare, occupavano tutto il sagrato all'ombra delle rovine.

Dall'altare luccicante di reliquiarii, l'abbate a gran voce noverò i morti. Poi celebrò il sacrifizio del corpo e del sangue di Nostro Signore.

E un canto sorse, nel crepuscolo delle vetrate grevi di piombi, un gracile coro di donne e di fanciulli, un coro tremulo, che a poco a poco rafforzarono le voci rauche degli uomini, finché s'ampliò in invocazione robusta. «Kyrie eleison!» Tutti i soldati cantavano, nella cappella e nel sagrato, prima di tornare alla battaglia, come nell'antichissima canzone carolingia. «Kyrie eleison!»

Pur quelli che imbracavano i grandi cavalli da tiro, pur quelliche sellavano le loro bestie ferrate a nuovo, pur quelli che caricavano le lunghe carra di sei ruote, tutti intonarono il cantico santo, come i compagni del figliuolo d'Ansgarda.

«Signore, — diss'egli — se non mi scavalca la morte, tutto quel che tu vuoi, e io lo compirò.

«Quando si fu da Dio accommiatato, levò il suo gonfalone e cavalcò per Francia. Coloro che l'attendevano, levarono grido: — Monsignore, gran tempo è che ti attendiamo.

«Allora così egli parlò: — O compagni, siate racconsolati. Finché io non v'abbia fatti liberi, non mi poserò.»

Lo stesso epico soffio mi pareva spingere le nuvole a dilacerarsi contro gli archi rotti dellachiesa estinta, mi pareva agitar l'erbe selvagge su pei contrafforti ridotti omai a non più reggere se non la deserta fierezza loro. Vedevo tremare gli spiriti del vento nella grande Rosa vacua come la bocca d'una maschera senza sònito. Scheggioni di mura erano come imminenti minacce. Massi informi precipitati nell'abside parevan pronti a essere scolpiti in forma di severi sepolcri.

E subitamente, nell'erma Rosa, come in uno spazio mistico, scolpita apparve la faccia della Morte: non l'orrida femmina ossuta ma il bellissimo genio maschio.

«Dio sia laudato! — disse il condottiero vedendo quel ch'ei cercava.»

I soldati non cessavano di cantare, prosternati nel rosso di robbiacome nella lor propria strage. A quel modo che la sinfonia dell'organo accompagna il salmo, tonavano obici e mortai contro la ripida cava donde forse erano escite tutte quelle pietre per ricongiungersi conce a gloria del Signore. Credevamo a quando a quando udire anche l'ansima della belva incalzata, il croscio dei frantumi in fondo ai burroni e ai botri.

«Dio sia laudato! — E si fece innanzi, e intonò un cantico santo. E tutti con lui cantavano:Kyrie eleison!

«Quando finito fu di cantare il cantico, e cominciò la mischia: il sangue schizzò alla faccia, il sudore grondò dalla fronte dei combattenti....»

Dopo, dal ciglione della via ingombra di carra cariche di feriti esposte al fuoco delle batterie avverse, abbracciai con un atto d'amore la città di Clodoveo non visibile se non per le punte delle sue guglie.

Erano le guglie di San Giovanni della Vigna. Superavano il colle che nascondeva le mura. Parevano i culmini sensibili della città nascosta, sensibili come le mani che si tendono, come le mani che implorano senza congiungersi o prima di congiungersi. Toccavano il cielo ma là dove il cielo è cittadino, dov'è umanato dal respiro delle case, delle strade e delle piazze. La forza accolta della città viveva in quell'aria palpitante dove la pietra scolpitae commessa sembrava assumere qualcosa di spiritale e quasi di alato. Pur sotto il tuono dei mortai, pensavo al canto dell'allodola gallica. Pensavo a tutte le vostre cattedrali, a tutte le pietre delle vostre cattedrali, che il canto etereo dell'allodola sembra aver condotte dalle fondamenta alle sommità, più alto, sempre più alto.

Ora, da quel ciglione, sentivo e misuravo il ritmo generatore della città profonda, con un sentimento quasi filiate, con un istinto di razza, con una divinazione non dissimile a quella che mi rappresentò gli spiriti di Siena quando per la prima volta valicai la disperazione sublime delle sue crete affocate dal tramonto.

Altri carri di feriti giungevano, sostavano. Il cammino che conducevaall'ospedale, e l'ospedale stesso, era battuto dal nemico, senza tregua. La carne sanguinosa era stipata, dolore contro dolore, calore contro calore. Non s'udiva un lagno né una imprecazione. Tutti mi sembravano belli. Il viso della Francia era in ciascun viso. In rilievi d'osso e di muscoli vi si scolpiva il più maschio destino. Le recenti ferite non parevano le cicatrici vecchie della nazione riaperte e riaccese? Un sorriso effuso in un volto bendato non somigliava a quel primaverile sorriso che il popolo vide schiudersi nelle statue delle sue cattedrali costrutte col canto? Un motto eroico faceva ondeggiare in una sùbita ilarità tutte quelle fasce insanguinate, con non so qual freschezza pur sopra l'orrore,come un bianco e rosso roseto.

Qualcuno disse: «Dalla cava bombardano la città». Allora la città fu come tutta quella carne. Mi pareva udire, di dietro al colle, battere il suo cuore impavido.

Nell'aria solcata dal ferro e dal fuoco la pietra delle due guglie protese aveva quel delicato color cinerino che talvolta sembra cangiante come la gola della tortora. Credevo di vederle vacillare a ogni rimbombo. Il nemico occupava coi suoi cannoni le cave stesse donde era escita la pietra delle case e delle chiese e dei baluardi.

Per me che vedevo le due braccia della fede intatte, come per i feriti che non vedevano se non la triste via preclusa, la città colpitanon era soltanto la sede venerabile della prima dinastia, la diletta del Merovingio battezzato da San Remigio, ma era l'imagine ideale della città edificata dalla gente franca, della città inginocchiata all'ombra della cattedrale costrutta dall'artiere e dal popolo come un modello dell'Anima e del Corpo, come un emblema del Cielo e della Terra, come un simbolo del Paradiso e dell'Inferno.

Tendevo l'orecchio per cogliere il suono delle campane entro le pause dell'atroce rombo. Tendevo l'orecchio per cogliere il suono della gloria, il clangore di tutte le glorie. Tendevo l'orecchio per intendere la voce dei secoli, per ascoltare nei secoli la voce dell'amore, della costanza e della speranza.

L'Angelo che veglia allo spigolo del pilastro, vestito d'una tunica numerosa che non sembra pieghe intorno a una forma, sì raggi intorno a una mente; l'Angelo che porta l ora solare sul suo petto; l'Angelo delle Cattedrali materne era salito a sommo del cielo, si librava fra i due pinnacoli. E l'attimo inevitabile era segnato da lui.

Un abbaglio improvviso turbò i miei occhi. Tutto lo spazio vacillò. Il respiro della città profonda s'arrestò. Un silenzio umano e sovrumano si fece intorno, si fece in tutte le cose, come quando la moltitudine accolta nella piazza si tace per udire il capo dell'innocente rotolar dal palco nel paniere del carnefice.

Una delle due guglie apparivamozza. La città non levava al cielo se non un braccio e un moncherino.

Dal ciglione gridai verso i carri. Allora tutte le ferite sanguinarono per quella pietra che non sanguinò.

Dopo, da un'altra altura, toccai un amore, un dolore e uno splendore anche più maravigliosi. Vidi un'altra Cattedrale, la più solenne, quella delle grandi Sagre, compiersi nella fiamma. Vidi la fiamma, suprema artefice, condurre tutte le linee della pietra immobile alla perfezione della preghiera alata. Le due braccia levate al cielo e non congiunte, vidi la fiamma congiungerle.

Come il silenzio di Soissons, il cantico di Reims era senza parole.I mille e mille e mille uomini, che avevano cavato tagliato e commesso le pietre cantando, intonavano di nuovo il loro cantico interrotto, che saliva fuori del tempo misurato e fuori del linguaggio scandito. Non era se non una forza saliente, come la fiamma. Era anzi la medesima forza saliente. La Cattedrale toccava alfine il cuore del cielo.

Nata da un aspirazione verso l'altezza, nata da una imitazione angelica, da un bisogno di volo e di coro, la Cattedrale esprimeva un'ansia che non si placa mai. Ella non poteva esser condotta dagli uomini al suo compimento né poteva compiere sé stessa. Nessuna generazione la vedeva compiuta. Il peso della pietra, il peso dello scalpello, il peso della manoserbavano una terrestrità invitta. L'ansia degli edificatori non riusciva se non a volgere verso l'alto il fogliame dei capitelli e le penne degli Angeli impietrite. L'edifizio era un desiderio arrestato nel punto di superarsi. Era una mole radicata che invidiava la nuvola sorvolante.

Ed ecco, d'improvviso, la fiamma eroica ne riprendeva e ne svolgeva il ritmo primiero. La pietra si moveva, la pietra si liberava, la pietra saliva nel firmamento. Tutto il suo sforzo di ascensione era secondato dalla fiamma. Dall'abside, dalle arcate dei contrafforti, dalle curvature dei portali, da tutti i luoghi di gloria, le ali si spiegavano, gli Angeli s'involavano nel fuoco. E dal fuoco altri Angeli si creavano, e seguivanoil medesimo volo. Il mistero dell'Ascensione, chiuso nella Cattedrale, era rivelato non in verbo ma in atto. La Cattedrale era scoperchiata come il monumento presso cui Maria se ne stava in pianto allorché i messaggeri vestiti di bianco le dissero: «Donna, perché piagni?»

La Cattedrale era fiammeggiante di resurrezione; e l'anima della Francia era quivi alzata in piè, come il riapparito.

Dopo mi accadde di approssimarmi al tempio sublimato. La sua nuova bellezza mi sopraffece come un apparizione improvvisa. L'incendio era spento, ma le fiamme vigevano come gli spiriti della musica si manifestano nella pausa che segue il suono.

Ella era giovane e integra, perché tutte quelle ferite la confermavano invulnerabile.

Era tutta pura, come quando fu posta nel suolo la prima pietra ed ella viveva sola nell'aria e nella mente del popolo creatore.

I tempi l'avevano caricata di molte cose vane ed estranee; ed ecco, di ogni cosa vana ed estranea ella era monda.

I grandi pilastri parevano esser ritornati alla natura sacra, esser ridivenuti rupi da percuotere per isprigionarne fonti nascoste.

Le vetrate non serbavano se non i neri piombi, come le foglie consunte dall'autunno non serbano se non le nervature; ma i piombi disegnavano imagini di cielo là dov'erano imagini di vetro.

I sette e sette contrafforti miparevano come ingigantiti dallo sforzo di serrare una vita strapotente e di sollevarla.

La torre incotta dall'arsione aveva il colore che ha la carne dei martiri quando nel martirio trasumana. Pativa e cantava, come i confessori.

E v'era un canto udito e un canto inaudito.

Dinanzi al Battesimo di Clodoveo era deserta la cantoria del Gloria dove i chierici solevano intonar l'inno nella domenica dell'Ulivo. Ma l'occupava non so che aspettazione, quasi visibile come quel drappo che vien disteso nella loggia dove sia per apparire il benedicente o l'annunziatore.

Dirò forse più tardi tutto quel che vidi e compresi e interpretai nel tempio non minato ma restituitoa grazia per la Sagra futura.

Oggi dico un movimento della mia ispirazione.

Guardavo le nuvole cineree lacerarsi ai pinnacoli dei contrafforti e correre verso il levante, come battaglioni mandati alla riscossa. Nella torre arsa il capo d'una statua incotto si disfece come al vento la lana d'un cardo; si dissipò, si dileguò; e fui cosparso da un lieve polverio, quasi da poca cenere squallida. Mi voltai verso l'immane Crocifisso tutto arrossato dall'incendio, come tratto dalla guaina delle sue membra per una perfezione di supplizio, tutto muscoli e vene palesi. Lo vidi senza cranio e non irto di spine ma d'un lungo chiodo rugginoso, più crudele degli altri tre confitti.

La piazza era deserta. L'aria fumigava sopra le mura fosche delle case bruciate. Il mortaio brutale tonava e ululava. Udii un lungo schianto. E il custode si fece al limitare della Porta maggiore e mi chiamò. Una granata aveva colpito il grande organo, aveva ucciso il gran corpo sonoro. La selva delle canne appariva tuttavia intatta. Non così poteva il canto degli edificatori essere spento. Raccolsi una scheggia di quel legno impregnato d'armonia, e rimasi in ascolto.

Da una parte e dall'altra della Porta, robuste travature embriciate da sacchi di sabbia proteggevano l'ordine delle statue belle. Chino scorgevo la luce passare per gli interstizii come per le fenditure d'una caverna selvaggia.E subitamente mi tornò nello spirito una mia imaginazione d'altro tempo, la quale m'aveva fatto riconoscere la figura dell'Ulisse dantesco in una di quelle statue barbata e coperta d'una sorta di berretta da navigatore. Ricordavo il vigilante coraggio del suo viso, e la sua bocca sinuosa ma ferma, che i ricci della barba lasciavano libera: bocca degna di proferire l'«orazion picciola».

Considerate la vostra semenza:Fatti non foste a viver come bruti....

Considerate la vostra semenza:Fatti non foste a viver come bruti....

Considerate la vostra semenza:

Fatti non foste a viver come bruti....

Travolto da un'onda di tristezza, mi risentii fuoruscito e discorde. La solitudine si fece ferrea veramente, mi compresse le costole come un congegno di tortura. Chiusi gli occhi; e la mia patria, dimentica ma indimenticabile,mi si formò dal cuore con un rilievo più potente che il rilievo di qualunque simulacro. E il cuore era pieno di pietà, di rimorso, di rimpianto, di rampogna, di furia, di onta, di supplicazione, di dedizione, di presagio.

Considerate la vostra semenza.

Considerate la vostra semenza.

Considerate la vostra semenza.

Era ben quello il verso eterno da incidere nella fronte dell'orgoglio latino. Dall'altra parte erano i bruti, con le loro ignominie. Ed ecco che l'ingiuria loro non aveva potuto distruggere la bellezza costrutta dalla volontà creatrice. Tanta bellezza s'era fatta più altera e più alta, come ogni creatura regale si solleva sopra l'oltraggio.

V'è una superstizione della bellezza, lo la posseggo. Perché laCattedrale mi sembrasse più patetica e più pura, bisognava che veramente delle tante sue pietre profanate falsate racconciate rinnovate ella si fosse alleggerita nella ruina e che per una sorte misteriosa ella avesse conservato i suoi segni più nobili.

«È salvo l'Ulisse di Dante?» chiedeva al mio cuore la mia angoscia. Ma già conoscevo la risposta dell'intimo dio. Quel che è più bello non perisce.

Nella sera dell'incendio le fiamme congiungendosi imitavano i due archi dell'ogiva. Ora l'imaginazione mi rappresentava il fuoco diviso in due corni, il rogo bipartito ove si consuma il martirio dei due compagni.

O voi che siete duo dentro ad un fuoco!

O voi che siete duo dentro ad un fuoco!

O voi che siete duo dentro ad un fuoco!

Nel mio spirito ogni sillaba s'innovava di significazioni attuali. Il Libro della mia gente non è forse grave di oracoli per ogni interprete?

La mia superstizione dalla incolumità o dal guasto della statua eletta voleva trarre l'auspicio di ciò ch'era nella mia fede, nei miei voti e nella mia impazienza.

Allora sguisciai fra travatura e modanatura, mi curvai nell'ombra dei sacchi, palpando la pietra con le mani cariche d'anima, come chi nel buio speri di riconoscere il suo caro tra morienti e morti. Per gli interstizii penetrava qua e là il chiarore svelando l'orlo d'una tunica, un gomito piegato, due piedi giunti. V'era quasi l'umidità della trincea scavata di recente, la segretezza del camminocoperto, l'ingombro tumultuario dell'opera difensiva alzata per chiudere la breccia. Battevo il capo ora contro una trave ora contro una sagoma. M'arrestavo e repugnavo a ogni tratto, come chi tema di calpestare un cadavere o di rivoltolare un teschio. Finalmente, aggrappandomi, credetti sentire sotto le mie dita le pieghe del saio marino. Mi sforzai allora di allargare lo spiraglio tra sacco e sacco, palpitando come il sepolto vivo che ha sete della luce. Mi volsi nell'angustia, aguzzai la vista in su; e, col tremito di chi disseppellisca un capolavoro profondo, scopersi la chiusa bocca dagli angoli rilevati, che non sorrideva come le labbra sorridono ma come sorride la mente.

L'effigie dell'Ulisse dantesco, dell'esemplareeroe tirreno, era intatta; e pareva spiare in silenzio per la falla da me aperta fra i due sacchi di rena, tranquillo e pronto come nel ventre del cavallo di Troia. Soltanto aveva sul ginocchio una scalfittura, bianchiccia nella pàtina bruna.

«Ale al folle volo!» gridò senza suono il mio cuore. Il presagio era fausto. I due corni della fiamma antica dovevano convergere. Un presto Ulisside doveva disfare la Circe grinzosa e il suo branco.

Ma ho grazia presso di voi, o Chiaroviso, per una sollecitudine più dolce. Marcello, nei primi giorni della guerra, s'era già accommiatato dalle cose più care. Aveva già condotto alla requisizione la sua bella cavalla da caccia,la sua fedele compagna di corse e di fantasie, nata per portare i sogni d'un poeta a traverso le bionde campagne e i ruscelli flessibili del Vallese. Aveva già sacrificato le sue cagne, tranne la vecchia cieca Delrosa rifugiata nei granai di Donatella; le aveva prese egli stesso a guinzaglio per darle alla morte tuttavia gioiose e balzanti; aveva egli stesso coricato i nobili corpi, l'uno accanto all'altro, nella fossa cavata in mezzo alla foresta; e se n'era tornato per il sentiero, a capo chino, coi collari vuoti e coi guinzagli flosci.

L'ora di più crudeli sacrifizii era sonata. L'invasione barbarica pareva irresistibile; la selva regia di Compiègne mezzo distrutta, la delicata e pensosa Senlismessa a sacco, le vie di Chantilly gementi e stridenti sotto i convogli e i carriaggi, la bellezza viva di Silvia piagata e straziata!

Sapevo come sanguinasse il cuore del mio amico, laggiù, nelle trincee di Lorena. Ahimè, il fetore dell'orda immonda aveva ammorbato l'aria argentea dell'Isola di Francia e fugato dagli ozii ombrosi le api e le cervie.

Sapevo per quali radici, sensibili come i suoi nervi, egli fosse profondato nel paese a cui avevano sorriso Maddalena di Savoia e Maria Felicia Orsina, nella terra disegnata secondo lo stile del gran Condé vincitore di battaglie e protettore delle Muse, nel bel dominio venatorio dove il veltro bianco di Enrico IV s'era accoppiato con le cagne del ConestabileAnna per produrre i più eroici cuccioli.

Avrebbe egli potuto ripetere sorridendo:

«Uni Condæo dum placeam, satis est.»

«Uni Condæo dum placeam, satis est.»

«Uni Condæo dum placeam, satis est.»

Diceva egli: «Certo il fucile non mi pesa, né m'importa di stare giorni e notti fitto nella mota sino alle ginocchia. Ma non so vincere l'angoscia, se penso alla mia casa, ai miei libri, al mio padiglione solitario nel mio giardino. Fu calpestato, insultato, insozzato anche il nostro suolo? Quanto della foresta fu arso? quanto del castello fu guasto o rubato? Il cuore mi si torce se penso al mio bel Vallese profanato. Sì, la piccola patria ci torce il cuore, se la grande ci solleva l'anima....»

Rividi le sue lacrime dure neisuoi occhi coraggiosi. Partii su la mia macchina veloce divorando le vie ancor torbide di battaglia, a traverso le campagne sconvolte dalle trincee improvvise, cosparse di bottiglie vuote e di proietti non scoppiati, gonfie qua e là di tumuli freschi, irte di croci rozze, fatte ancor più lugubri dalle carogne dei cavalli che tutte giacenti drizzavano all'aria una delle zampe di dietro sollevata dal ventre disteso e ripetevano quel gesto orribile per tutto il piano sino all'orizzonte.

«La casa di Chiaroviso! La casa di Silvia la Romana! La foresta, il parco, il giardino, lo stagno, la fonte!» Il sole aveva rotto le nuvole, come i bei reggimenti azzurri e rossi avevano rotto le orde bige. Subitamentes'intiepidirono i boschi e aulirono. Sentii la gola calda della signoria di Chantilly, anzi quasi mi sembrò di palparla. I miei occhi cercarono il tronco abbattuto, il muro crollato. Tutto pareva incolume, tranquillo, sicuro. Il castello era tuttavia qual piacque al duca d'Aumale: «un cigno dormente su l'acqua». La città era più mite e più taciturna che mai. Il suo silenzio mi toccò il cuore come un'armonia sommessa. Certo, nessuna branca di lurco aveva rubato la divina tavoletta ove Rafaele giovine dipinse le Tre Grazie.

«La casa di Chiaroviso!» Era salva, intatta, affacciata con pace sul lastrico; e si sentiva, dalla sua freschezza, che il suo giardino le faceva da ventaglio.

Prima mi parlò la giovine donnadella bottega accanto, con la gentilezza che dovevano avere le governatrici dei canarini di Madama la principessa di Condé. Poi venne ad aprirmi la vecchia cuoca custode, una figura aperta e accorta del migliore stampo di provincia; la quale doveva aver ben cucinato in altri tempi alcuna delle trote e delle carpe che il Conestabile Anna si piaceva di pescare dalle sue finestre.

Rividi il vestibolo chiaro; accarezzai i levrieri superstiti, che non avevano perduto se non il tono dei muscoli; visitai i libri bene ordinati nel padiglione studioso; entrai nella stanza familiare dove in quella sera di luglio, dopo la corsa dei puledri di due anni, Marcello mi aveva mostrato il suo cappotto blu ed ilsuo cheppì di fantaccino. In ogni angolo della casa materna i piccoli iddii domestici respiravano a bell'agio.

Allora mandai il messaggio consolante, e portai via una foglia di edera, di nostra edera vivace seguace tenace. «Nec recisa recedit.»

Autunno piovigginoso e freddo: fumante vendemmia nel tino smisurato; ore d'aspettazione e di sospensione senza fine.

Il recinto solitario di Dama Rosa fu requisito, riempito di bestiame da macello, convertito in una tetra cloaca nerastra su cui si prolungavano i mugghi degli animali malati d'afta. Nella prateria d'allenamento, non più un fiore non più un filo d'erba mauna mescolanza nauseosa di bovina e di belletta, dove i manzi e le vacche stavano affondati sino al ventre, famelici, sitibondi, scheletriti, così che a sera ci pareva di vedere su dal mucchio fumigare la febbre.

I granai bassi erano pieni di bestie moribonde coricate sopra la paglia, nel buio e nel fetore. A quando a quando uno sbattimento di luce, per l'apertura d'una porta lamentevole, rischiarava due froge color di carne morticcia, due occhi torbi dalle lunghe ciglia biancastre, un fianco pezzato e cavo, l'osso arcuato duna schiena falba, le mani villose d'un bovaro nell'atto di strascicar per la coda una bestia spirante.

I «lunghi musi» non avevano più i loro giuochi mattutini, leloro fantasie e follie su pel terreno soffice, tra le mura dorate dal sole o inazzurrate dall'ombra. Erano sempre condotti a guinzaglio pei sentieri della foresta gialli di foglie, o per le campagne abbandonate ove i branchi neri delle cornacchie crocidavano sopra i mucchi di letame color nocciuola come la corteccia del pane caldo.

Andavano al passo, di mala voglia, tristi sotto i loro mantelli da pioggia, con le museruole bene strette, spesso ringhiando l'un contro l'altro, quando si davano noia, anca contro anca, essendo in troppi a mano di pochi garzoni inesperti; ché i buoni canattieri erano anch'essi andati alla guerra e s'erano assuefatti a ben altri latrati. Nel parco delle lepri non era rimasto se non unapovera zoppa che scavava tuttavia la terra a piè del muro e saltava ostinatamente verso i pezzi di vetro fitti nella cresta, sperando di scampare di sopra o di sotto.

Pomeriggi d'ottobre desolati sul vasto brago, quando ai muggiti dell'armento infetto rispondeva l'uggiolio lugubre dei cani oppressi dal tedio! Rimanevamo a lungo nell'infermeria su le seggiole rozze di legno, dopo aver ricucito un po' di pelle lacerata in una rissa di banco o aver curata una zoppìa tenace o avere spennellato una gola gonfia. Rimanevamo là per riprender cuore prima di uscire a rivedere l'orribile morìa, prima di riattraversare il pattume con i grossi zoccoli. Ascoltavamo la monotoniadella pioggia guardando la luce diminuire su i vetri della finestra alta. Le quattro pareti imbiancate parevano contenere un silenzio quasi solido. Gli ultimi sacchi di biscotto erano ammucchiati in un canto, quasi tutti frantumi e forse magagnati, ché non costole né spigoli forzavano la tela bruna. Un odore di stantio si mescolava all'odore della tintura di iodio. Fiocchi di cotone nuotavano in una catinella tinta di sangue. Fasce di garza sfilaccicate e macchiate rimanevano tuttora su l'impiantito. Un moscone ronzava dentro lo stipo socchiuso dei farmachi. Ogni cosa distillava la malinconia nel nostro cuore pesante.

In una pausa della pioggia udivamo talvolta all'improvviso una rondine tardiva rasente la finestragittare un grido che ci passava l'anima. Non potevamo più resistere alla nostra tristezza. Ci alzavamo, uscivamo. I cani indovinavano e balzavano dai banchi disperatamente latrando. I latrati e i mugghi facevano un coro tetro nel gran chiostro di melma. Fuggivamo verso la strada di Versaglia, per avere una tregua.

Là, una sera, incontrammo un carro che portava i resti d'un velivolo caduto: le ali rotte e lacere, l'elica schiantata, il motore contorto e lordo di fango. Una seconda macchina in corsa passò, sotto il riflesso giallo del crepuscolo, portando due corpi inerti e insanguinati. Uno dei due era quasi informe.

Un'altra volta, verso il tramonto,nel campo incolto ch'è tra il limite del bosco e il muro di cinta, vidi una greggia all'addiaccio, chiusa intorno da una rete rada, come in uno stazzo della mia terra d'Abruzzi. Le pecore s'ammusavano in un mucchio lanoso, già sentendo la notte. Ma sopra il mucchio turbinava uno stormo sperduto di rondini. Era un turbine nero d'angoscia, con qualche guizzo bianco. Erano le rondini sbigottite dal fragore della cannonata, respinte dal rombo della battaglia, timorose di valicare la linea del fuoco. Ne avevo già vedute tante tremare su i fili del telegrafo o tramortire su i margini delle vie solcate e risolcate dalle ambulanze. Ma quelle, più delle altre, mi attristarono.

Volavano basso, rasente i dossilanuti, per sentire il calore della greggia compatta, per beccare nella lana grassa gli insetti. Avevano freddo, avevano fame, avevano paura, e una grazia malinconica che pareva toccare il cuore deserto dell'autunno. Non osavano sollevarsi né orientarsi né intraprendere la dipartita. Temevano la sera, temevano la notte. Erano condannate a perire nell'Isola di Francia, a marcire come le frondi, a non più rivedere le contrade serene. E s'aggiravano, s'aggiravano senza posa nel calore esalato dal branco raccolto. Le pecore non si movevano, non alzavano i musi. Restavano in silenzio aspettando la notte paziente, dentro la rete sicura. Alcuna rondine, a quando a quando, s'impigliava nei bioccoli, si dibattevaper qualche attimo, nera e forcuta sul biancicore; poi si liberava e riprendeva a roteare.

M'appressai con cautela. Una s'era intricata nella rete e non riusciva a districarsi. S'udiva il suo strido superare lo stridio fioco dello stormo disperato.

Allora accorsi, per aiutarla. Senza farle male, tolsi dal laccio improvviso i suoi artiglietti selvaggi. L'ebbi palpitante nella mano. Era tutta cuore e piuma. Vedendomi vicino, il suo stuolo s'era alzato nell'aria. Io feci un vóto nella mia tristezza segreta, e diedi la libertà alla messaggera. Ella, come se le avessi infuso un coraggio subitaneo, partì verso austro, simile a una freccia che io avessi scoccata dal mio arco invisibile. E fu condottiera; ché tutta lacompagnia la seguì alla ventura, senza più strida.

Andò a impigliarsi nei veli della notte, con la prima stella? O riuscì a valicare l'impedimento fragoroso e a ritrovare la traccia della speranza?

O Chiaroviso, in quel mattino dello scorcio di maggio, quando ebbi l'annunzio inatteso della vostra visita all'infermo, nella prima meraviglia, udendo gridare una rondine presso il davanzale veneziano già fiorito di gelsomini, m'imaginai che fosse proprio quella dell'addiaccio da me tenuta nella mia mano, tanta fu la forza della vita che a me ritornava di laggiù, dal piano che sta tra la via di Versaglia e la forestadi Meudon, dalla contrada di Dama Rosa.

Subito il mio mattino d'infermo fu agitato dai fantasmi della vita energica nell'aria libera, al nuvolo e al sereno. Col gesto abituale, sollevai la benda di su l'occhio leso per osservare il tristo ragno nero che v'ha tessuta la sua tela iniqua. Occupava esso pur sempre il centro, col suo addome rotondo, e non erano le cordicine né diradate né impallidite. Ma il mio corpo, vinto dai miei torturatori amorevoli in tredici settimane di cure, parve a un tratto percorso dalla primitiva inquietudine muscolare. Sentii sul viso mezzo cieco risoffiare la brezza frizzante dei mattini d'allenamento, quando la potenza animale si comunicava anche ai mieigaretti e alla mia schiena. Sentii quegli atti e quegli sforzi rieccitare i miei nervi affievoliti, come se una virtù magica operasse in me una guarigione repentina e mi trasportasse sopra l'erba rasa tra i miei cani gioiosi.

Le voci gettate da un'estremità della prateria verso l'estremità opposta dove il garzone sguinzaglia la coppia, che alle voci parte bruciando il suolo come una doppia fiamma, per alfine gettarsi ai miei piedi e rotolarsi nel verde o solcarlo con la carena acuta del petto. Gli inseguimenti e le scalmane per sedare le risse che separate ricominciano più da discosto; gli sdruci nel fianco, nel collo, nell'orecchia; il frignare del ferito sollevato a due braccia e portato all'infermeria come un bimbo cheha la bua. Il giudizio ansioso dell'ultimo galoppo, alla vigilia della corsa; l'esame minuto dei muscoli, dei tendini, dei piedi, del respiro; le lunghe fregagioni sapienti, stando il levriere fra le mie due gambe, giù pei fasci induriti del dosso fino alle masse formidabili delle cosce, con mani pieghevoli e vigorose, nate a quel mestiere che mal s'impara; e la forza magnetica comunicata a grado a grado, come quella che il gran sonatore comunica alla sensibilità del suo strumento; e l'orgoglio di riconoscere nel campione prediletto la struttura sublime di uno Stradivario, e la gioia di sentirsi quasi il liutaio di quella perfezione viva. I pasti sostanziali di rossa carne trita, data in porzioni esatte, con la mia propria mano abile a nonlasciarsi prendere un paio di falangi dalla voracità che ingoia prima con gli occhi e poi con la gola. La visita notturna di banco in banco, il tocco lieve per accertarmi che il tartufo scuro o chiaro del naso sia ghiaccio, segno della tranquilla salute; il rimescolio della paglia compressa; le coperte riassettate, riallacciate; l'esplorazione attenta delle correnti d'aria e delle lanterne sospese; la carezza tenera per l'eletto, con in cuore l'augurio della vittoria.

Scrivi che quivi è perfecta letitia.La sveglia impaziente nel giorno della gara; l'irrequietezza nervosa su i banchi di quelli che già sanno di dover correre perché hanno veduto sospesi alle inferriate i bei mantelli da cerimonia distinti dai tre anelli d'oro e dalletre frecce d'argento; il governo minuzioso, le fregagioni toniche della miscela bianca, l'esame dei piedi tra dito e dito e il lavamento tiepido; il pasto eccitante e leggero, la breve passeggiata nella corte per la comodità del ventre, una occhiata non vana in memoria degli antichi aruspici. La vestizione dei prescelti, resa difficile dalla loro frenesia, tra il clamore e i lanci disperati dei prigionieri; la cautela nel distribuirli agli allenatori che li pongono dentro le automobili chiuse e li guardano; la gelosia di tutti contro i favoriti che prendo con me nella vettura più comoda. La pena e la tenerezza per il loro continuo tremito, per la loro angoscia, per i loro sguardi ora di belve implacabili ora di cortigiane innamorate.La loro smania di starmi addosso, di insinuarsi dietro la mia schiena, di salire su le mie ginocchia, di alitarmi in faccia a traverso la museruola. La comunicanza profonda, per contatto e per imaginazione, tra la loro generosità e la mia, tra la mia e la loro fiducia, tra la mia e la loro attesa.

Scrivi che quivi è perfecta letitia.L'arrivo sul prato della corsa, la prudenza nel moderare il balzo della discesa, la sbirciata ai rivali, il passo ondoleggiante delle coppie disdegnose sotto l'eleganza principesca dei mantelli d'ottima foggia. La terribilità che a un tratto s'accende nelle pupille dardeggiate, quando appariscono le alte stuoie di paglia ond'è cinto il parco delle lepri d'Ungheria.L'entrata nel ricovero di legno a due scompartimenti, l'un de' quali pieno di uova, di balsami, di droghe, di bevande, di lini, di lane. Il primo suono della campanella, che inaugura la prima gara; il battito concorde dei cuori negli animali a due piedi e in quelli a quattro piedi, divenuti quasi consanguinei; il nome del mio cane gridato dal punto della partenza, ove brilla il panciotto rosso dello sguinzagliatore. Il passaggio solenne del campione lungo la fila dei conoscitori addossati al parapetto del campo; il mio sforzo per serbare un viso tranquillissimo in cima a un ardore e a un'ansietà di gioco che mi travagliano come una passione indomabile; la consegna del favorito all'uomo che gli leva delicatamente la copertapel verso del pelo, lo sospinge per metterlo a paro del rivale già pronto, lo fascia col sovattolo resistente per meglio trattenerlo al primo escire incerto della lepre sul prato. Poi il precipitarsi della coppia occhiuta e zannuta, a lanci, mal frenata dall'uomo che correndo la regge ancóra; lo scatto del congegno che apre i collari e dà la via agli inseguitori; lo scocco della rapidità, dell'agilità, della ferocia, della bellezza, della morte, di tutto ciò che pone lo spirito della lotta all'apice del mondo. Lo spasimo del mio cuore, la contrattura di tutti i miei nervi, sotto il dominio del mio viso impassibile; il soffio della resistenza e del coraggio, comunicato a traverso lo spazio, dall'immobilità silenziosa; lo sguardo fisso chenon abbandona mai né i cani né il giudice né la sorte. Infine la preda afferrata in aria, mentre fa l'ultimo sette; la coda tesa e rigida dell'uccisore, in quel prodigio elastico, usata come il timone del naviglio che vira di gran forza; il gemito leporino, simile al suono di un oboe fesso, nel silenzio dell'aria grigia; l'accorrere verso il vittorioso, col collare, col guinzaglio, col mantello; le prime cure della bocca e della gola piene di sangue e di pelame; le parole del gergo di canile mormorate nell'orecchio eretto e vibrante; il ritorno superbo nel ricovero; l'esame di tutte le membra, fatto in ginocchio; il cordiale dato a cucchiai; il conforto magnetico dato con le palme delle mani e con la dolcezza della voce, nell'attesa della seconda prova.

Scrivi che quivi è perfecta letitia.

Tutte queste cose, o Chiaroviso, o Nontivolio, tornarono a vivere nella mia vita, con gli sforzi, con gli scatti, con i ritmi, con i movimenti bruschi o lievi ch'esse richiedono. Il vigore dell'uomo sano si levò dal languore dell'infermo. Strappata la benda vile, stavo quasi per gridare: «Datemi gli stivali ingrassati! Datemi la frusta lunga! Datemi la pelliccia grigia!» Era un mattino di corse? Un mattino aspro di febbraio? Gli uomini, finita la guerra, riprendevano i giuochi severi? Avevamo noi incettato da padroni, in Ungheria, le grandi lepri rossastre di lunga lena? Il fornimento del nostro parco faceva parte del bottino? M'era giunta una coppia di levrieri illustri per le prossimegare? Chiaroviso e Nontivolio erano i loro nomi? S'italianizzavano anche le glorie del canile da corsa. Buon segno!

O amica, metta anche questo fra i miei sogni d'infermo che solevo trascrivere nel buio sopra le strette liste di carta sibilline, non senza qualche sorriso nel supplizio. Voi, e la vostra svelta compagna Nontivolio, mi recavate non soltanto i ricordi di Dama Rosa, ma l'alito di Roma ripalpitante nell'anniversario purpureo, ma l'odore antico e novo di Villa Medici, di Villa d'Este, di Villa Mondragone, ma sul fondo degli orti e dei ruderi laziali le vostre imagini di cacciatrici disegnate alla Fontana Beliò da Benvenuto.

Viaggio di alleate, pellegrinaggiodi riconoscimento e di testimonianza, voto d'amore e promessa di fedeltà, fresca ricerca di armonie. Ecco Chiaroviso che, in veste bianca e succinta, poggia il braccio sul margine d'una fontana di Villa Torlonia; la quale per la grazia di quel gesto le appartiene. Ecco Nontivolio che, nella Villa Adriana, lungo la sublime nudità di un muro, lascia trascorrere la sua spedita eleganza emula di quella propria delle danzatrici negli stucchi delle Terme. Ecco Chiaroviso che, quivi, con una tunica liscia orlata di greche, allarga le braccia in un intercolunnio e tocca con la punta delle mani tese l'una e l'altra colonna striata, sapendo come la liscezza della sua veste convenga al valore delle scanalature. Ecco Nontivolio,che sa con la voluta dei suoi capelli contornare i suoi occhi glauchi a ricordo di Atena quando si poneva in capo l'elmetto chiamato aulopide dai Greci, eccola nella Villa del Belvedere, contro la balaustrata di travertino, intenta a contemplare l'Agro sino al Tirreno, e i Monti di Tivoli e la Sabina e il Soratte d'Orazio. Ecco Chiaroviso che, ponendo il suo piede arcuato sul nono gradino del Teatro di Tuscolo, mormora il più melodioso tra i versi della divinaBerenice.

O suore di Francia, in ognuno di quei luoghi indimenticabili voi vi accordaste facilmente col loro genio e sapeste comporre un'armonia latina, come io non mi sentii straniero — nei giorni del ferro e del fuoco — a Soissons, aReims, a Senlis, a Chantilly, tra le foreste e le correnti del Vallese. La grazia di Silvia, l'ombra di Maria Felicia Orsina, vi accompagnava tra le statue e le vasche delle ville romane. E certo con voi ella ripassò le Alpi e se ne tornò nella sua casa a specchio dello stagno, e forse ora séguita a gettar l'amo nelle acque chete del vivaio, stando fra le sue donne, col suo cervo bianco giacente ai suoi piedi, «Legato son perch'io stesso mi strinsi.»

Sopraggiunte nella intenebrata Venezia di guerra, nella Venezia delle altane munite, non più tenuta desta dalle canzoni voganti ma dal grido delle vedette in guato su i colmigni, voi sembraste subito vivere nella sua ombra indicibile come nell'elemento stessodella vostra eleganza; ne faceste il vostro mantello e la vostra bautta, con una invenzione estemporanea che stupì e forse indispettì le più studiose frequentatrici del Liston.

Strana cosa, per me monocolo tra due e due occhi invitti, ritrovare a un tratto nelle mie gambe fiacche, su per i ponti disagevoli e lungo le fondamente anguste, il ritmo flessibile delle nostre lunghe passeggiate d'allenamento.

Il passo bene accordato è uno tra i più squisiti piaceri dell'amicizia.

Sorridemmo tutt'e tre, del medesimo sorriso, quando riconoscemmo l'accordo. E per alcuni attimi il lastricato della calle fu come il musco nel sentiere della foresta.

Nontivolio quella sera portavauna veste di tela rude color di laguna quando intorno alla barena il cilestro muore nel grigio; ma era tutta ricamata d'argento, come una veste di Cenerentola trapunta di nascosto da una fata lunatica che l'avesse tolta dal chiodo dov'era appesa e poi ve l'avesse riappiccata così mista di luna in fili torti. Chiaroviso invece portava una veste scura, listata di bianco intorno al collo, intorno alle maniche, dovunque toccasse la pelle, orlata di bianco in basso: una veste di lutto; ma il bianco v'era messo con quell'arte lieve che usavano i nostri vecchi vetrai nell'orlare un vetro fumato. Amico a Nontivolio era il tremolar delle stelle nei rii colmi di marea alta; amico a Chiaroviso era il riflesso dei rari fanali tra violetto e azzurro.I muri, di lontano, sembravano paramenti di velluto tesi fin giù nell'acqua come quei drappi che le gentildonne strascicavano dietro le gondole. Non erano lisci ma a opera, densi d'una ricchezza profonda e diversa che si scopriva a poco a poco. La coltre che un tempo ammantava il feretro del Doge defunto non poteva essere magnifica come quella banda di ombra nera. Mi veniva fatto di sollevarla con la mano come un cortinaggio, per lasciare le due ospiti passare di sotto senza chinare il capo. Ed ecco che, da presso, non era bruna ma rossa come il robone d'un procuratore di San Marco. La notte trasparente non spegneva il colore del mattone salso ma lo vellutava, ma lo rendeva quasi manevole. Avevamovoglia di toccarlo, di sentirne la morbidezza e il peso, come d'una stoffa che fosse sciorinata nel fondaco d'un setaiuolo.

Ma se tanto era mirabile il nero, il bianco era oltremirabile. La pietra degli architravi, degli stipiti, dei gradini, degli zoccoli pareva imbevuta di lume stellare. La fosforescenza mossa dal remo nel rio pareva vi si propagasse e vi durasse. Valori e rapporti non mai trovati da alcuno più potente o esquisito colorista si succedevano con una sensualità che ci rapiva fino alla più alta ebrezza musicale, come se in una barca invisibile ci seguissero i sonatori di Giorgione.

La stessa mia infermità moltiplicava per me gli incanti e gli inganni, confondendo la misuradelle distanze, prolungando o accorciando gli spazii, congiungendo o sovrapponendo i fantasmi delle cose, per modo che io mi credeva gioco d'una Morgana notturna venuta dall'estremo limite delle lagune deserte a illudere la città spenta e il poeta semispento.

Mettevo le mani innanzi per non urtare il capo contro i pilastri d'una chiesa quasi bianca e quasi bruna, e la chiesa si discostava palpitando come una vela chioggiotta tinta di emblemi neri.

Un muro mi precludeva il passo nella fondamenta sonora, ed ecco si apriva davanti a me come una torma di pietre mobili, risvegliandomi il ricordo di quando m'accadeva di traversare trasognato una di quelle greggi che passanoinnanzi l'alba per le vie di Roma, appunto intorno al tempo del solstizio.

Così, di calle in calle, di campo in campo, di rio in rio, già improvvisavo quell'arte che mi servirà ad attenuare il colpo della sorte. Fasciato la tempia dolente, bendato l'occhio estinto, già imparavo quei movimenti accorti del capo che debbono sovvenire al difetto. E mi pareva cominciasse a spandersi nelle mie membra un senso delicato, non forse dissimile a quello che dirige i tentacoli.

Ma sul Canalazzo la Morgana ombrifera faceva i suoi giuochi più molli, dissolvendo la pietra, distemperandola nell'acqua, colorandone la marea. Tal palagio era convertito in una vasta chiazza d'olio natante, ricco in colore ein essenza come gli olii aromatici conservati negli otri d'Arabia. Tal altro ondeggiava immerso fino alla sommità, fino all'altana, come un edificio della città abissata che traspare nella leggenda oceanica. I sandali, le gondole, le peote, adunati in una zona d'ombra, esalavano un respiro di sonno animale, respiravano come il nero della piuma e del pelame vivente, come il nero dei cani demoniaci di Donatella, che è il più bello e il più intenso del mondo. Talvolta Nontivolio tendeva verso di loro la sua lunga mano, come per voglia di lisciarli. Soffermati, stavamo in ascolto, se uno di quei grandi uccelli non togliesse il capo di sotto l'ala starnazzando o se uno di quegli smisurati béveri a un tratto non si tuffasse.

Udivamo il fresco strepito della marea contro le rive levigate, misterioso ed esultante come lo strepito del disgelo primaverile nell'alpe, come la sinfonia remota e prossima che odono i navigatori polari quando il settentrione si disghiaccia. Era una gioia delle vene, un giubilo dei polsi, prima che dell'anima. Il crescente portava seco e travolgeva le stelle, mutando le costellazioni in infusorii, la Via lattea in fosforescenza. Alzavamo la fronte per riconoscere il vero cielo. Era il vespro? era l'alba? Veniva da occidente, veniva da oriente quel chiarore?

Innamorata del pallido crepuscolo, la notte lo aveva preso nelle sue braccia per non lasciarlo morire; e vivo da occidente lo traslatavaa oriente, fra il tremore attonito degli astri. A quando a quando si soffermava ella per rimirarlo o per baciarlo; e nell'abbandono lasciava cadere alcuno dei suoi veli costellati nel flusso che li rapiva per non più renderli.

Avevamo dunque dimenticato il sangue? il bulicame che non resta mai? quell'altra marea che sempre monta e che per istelle travolge gli eroi?

Riudivo su la città anadiomene l'allarme della sirena sinistra, il colpo di cannone annunziante l'incursione celeste, il fragore delle altane lampeggianti come torri di navi in battaglia. E mi ritornava di lontano l'ambascia che mi prese sul ciglione della strada ingombra di ambulanze laggiù, nella signoria di Clodoveo, quando vidimozzare la guglia di San Giovanni della Vigna.

«Dove andiamo?» Sorgeva in noi un pensiero concorde. L'alpe scheggiata di Trento, le colline sfigurate di Verdun si levavano sopra ogni bellezza, di là da ogni armonia. Il sentimento della lontananza ci affaticava come un affanno implacabile. Non avevamo dentro al petto se non la piaga fumante della patria. Lo sguardo fraterno mi rendeva la mia fascia e la mia benda più care di ogni lauro. «Dove andiamo?»

Non era più un passo di nottambuli oziosi il nostro, ma diveniva rapido e diretto a una meta. Passavamo quasi a tentoni le calli strette, i sottoportici bassi, i piccoli ponti erti. Non vedevamo più le stelle ma i rari fanali azzurriincappellati. L'ombra non era più di velluto ma di non so che incerto e incognito. La notte non portava più su le braccia il dolce crepuscolo ma il destino di ferro.

Ci arrestammo davanti a una grande porta nera che lasciava passare un poco di lume tra i battenti socchiusi. Salimmo i gradini, penetrammo nel vestibolo. Fiutammo l'odore della carta umida, dei caratteri di piombo, delle macchine rotanti: l'odore elettrico, l'odore febrile del giornale che scrivono compongono stampano gli insonni. Nel fondo, a traverso una inferriata, apparivano le facce smorte e sudaticce dei tipografi chini su le cassette, attenti al gesto ripetuto, sotto i crudi riverberi. Contro una parete era una sorta di armadio enorme rafforzato dichiodi a gran capocchia, come una postierla. Su e giù per una scala d'ampiezza patrizia salivano e scendevano uomini frettolosi come se dovessero consegnare i loro fogli a staffette che li attendessero. V'era là quasi un riflesso della guerra lontana.

«Il bollettino di Cadorna! Il bollettino di Joffre!» Quale doveva esser letto prima? Non era soltanto la guerra d'Italia, non era soltanto la guerra di Francia. Era la lotta suprema dei Latini contro i Germani. Era lo sforzo di Roma e di tutti i suoi secoli. Su ogni altra fronte la battaglia pareva sospesa, quasi che il mondo volesse assistere in silenzio alla meravigliosa vicenda. Italia! Francia! Eravamo pallidi nel contenere il nostro fremito. A ConiZugna, al Passo di Buole gli Italiani avevano sterminato le colonne nemiche respingendo l'assalto. Le pendici boreali di Douaumont erano rialzate da cataste di cadaveri tedeschi, massicce come contrafforti, che i combattenti scalavano per venire a corpo a corpo su le creste dei carnai.

Escimmo nel buio. Vacillavo sopra il primo gradino, come cieco delle due pupille. Mi guidò leggermente la vostra mano di sorella. E sentii quanto di fierezza era nella vostra gentilezza.

Mi sembrò che per voi, Chiaroviso, il rimatore senese avesse cantato:


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