Chapter 12

È gentilezza dovunque è vertudesiccome è cielo dovunque è la stella.

È gentilezza dovunque è vertudesiccome è cielo dovunque è la stella.

È gentilezza dovunque è vertude

siccome è cielo dovunque è la stella.

Passammo per un sottoporticobasso e vicino all'acqua come il tiemo impeciato di un burchio. Salimmo e scendemmo pel dosso d'un ponte rischiarato da un grande zaffiro. Entrammo in una calle cupa che pareva quel corridoio lungo da poppa a prua nei vecchi bastimenti di alto bordo, sotto a tutte le batterie, chiamato di alto puntale perché ci si andava ritti in piè. Le porte chiuse dei fondachi le davano pareti di legno dogato; la mia vista ondeggiante le conferiva un moto di rullio, da banda a banda. V'era un odore forte di caffè, un odore di spezie, esalato dalla stiva su cui camminavamo. Si camminava e si navigava verso l'Oriente. Rimanevamo in silenzio, come chi è prossimo all'approdo e sogna il paese strano. Un altro grande zaffirorischiarava il vano d'un arco profondo e si rifletteva in un pavimento levigato. Vedemmo l'Orsa alta brillare in cima a un'alta cuspide, come in cima all'albero maestro. Le sette stelle fatali palpitavano al vento come se fossero trapunte nel drappo ceruleo d'una bandiera. «Sub ipsa semper.»

La Basilica era là, tutta chiusa come il libro nella branca del Leone irato, cavernosa d'ombra, compatta, larga, come se avesse scorciato la sua altezza e prolungato il suo fondamento per meglio radicarsi nella città sua. Lampi di calore si succedevano senza pause dietro le sue cupole, come il battito incessante d'una palpebra di fuoco. Le colonne dei lunghi portici s'accendevano e si spegnevano allo sguardo fulmineo, parendocrollare e risorgere. E di laggiù, di tra le due colonne, veniva il respiro dell'approdo. Vedemmo due Vittorie nel luogo dei due Santi stiliti.

Allora, su la riva chiara come se l'alba vi avesse già posato il suo piede d'argento, fummo ripresi dalla voluttà della vita che era come la severità della morte. Allora sentii rifluirmi nel cuore l'onda nera che mareggia in quelNotturnoda me significato su liste sibilline nelle notti della mia cecità e del mio insonnio. Il quale a voi manderò prima che si compia questa nostra estate di gloria, come a tutti i miei fedeli. E mi risalì dal cuore quella domanda che l'intona:

«O sorella, perché due volte m'hai deluso?»

E credo che parlai della morte come si parla dell'amore, al modo di quegli enigmi che ingannano per similitudine l'interprete. Che potevano omai essere a me i piaceri e i giuochi, al paragone di quegli attimi d'altezza in cui m'ero fatto puro spirito in cima all'idealità del mondo? Tutta la mia poesia si era risoluta in quell'unica melodia non udita se non da me, non udita neppure dal mio compagno eroico. Una linea necessaria, che stava per compiere la mia imagine vera chiudendosi, era stata interrotta da un comando non comprensibile. Se a quell'approdo mi fosse riapparito il mio compagno e mi avesse portato seco su l'ala «più alto e più oltre», senza ritorno, ecco che la mia imagine si sarebbe alfine conclusa.

Allora Nontivolio, che dava un orecchio alle mie parole e l'altro alla sinfonia del crescente, disse: «Eppure la vita è bella».

Disse Chiaroviso: «Eppure l'Italia è bella, ed è vostra».

Ma bisogna morire per confessarla. «Confesserò te nella cetera» canta uno degli antichi salmi. Uno dei novissimi canta: «Confesserò te nella tua ala».

LA LEDA SENZA CIGNO❧ ❧ RACCONTO DIGABRIELE D'ANNUNZIO❧ ❧ ❧ SEGUITO DA UNALICENZA❧ TOMO TERZOFRATELLI TREVES EDITORI• MILANO • MCMXVI

LA LEDA SENZA CIGNO❧ ❧ RACCONTO DIGABRIELE D'ANNUNZIO❧ ❧ ❧ SEGUITO DA UNALICENZA❧ TOMO TERZO

FRATELLI TREVES EDITORI• MILANO • MCMXVI


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