LICENZA.
a Chiaroviso.
Il giorno dopo, in quel giardino solatio della Giudecca, non respirammo tutta l'Italia bella sotto la specie del profumo?
Era come uno di quei doni che figurano la copia delle contrade. Era come uno di quei doni che accompagnano il commiato, troppo ricchi, fatti per colmare e per straziare. Una ricchezza selvaggia. I fiori a mucchi, le erbe a fasci.
I rosai commisti alle ortaglie. Il fogliame frastagliato del carciofo confuso con quello corinzio dell'acanto. Un arco violetto di pendule clematiti, più lieve d'uno sciame, lungo la muraglia ove ingrassano i cavoli glauchi, che sembrano rugiadosi di luna, tutti foglie intorno il cuore simile a una rosa azzurra serrata e indurita dal gelo. Alti oleandri, non arbusti ma alberi, come nelle spiagge del Tirreno. Strisce di giaggioli come in vetta al muro d'un podere di Fiesole; macchie di rosolacci come sul ciglio d'una via laziale. La vite e i suoi viticci freschi, asprigni al gusto; il ribes e i suoi grappoletti di vetro lucido; il fico e i suoi fioroni chiari come le nervature delle sue foglie arrovesciate dal vento; il susinoe, tra le sue prugne ancóra acerbe, qualcuna già bionda di miele. I ciliegi carichi di vìsciole e d'amarasche, sopra un pratello in disparte; e le scale rozze poggiate contro i tronchi, per cogliere le ciocche rosse che fanno pensare agli orecchi dei bambini ornati di quei sugosi coralli. I melagrani come candelabri accesi di fiammelle che sono quasi fiore e quasi frutto, quasi lume e quasi cera. Le teste dei papaveri, alte come la giovinetta Proserpina, coronate dalla corona di nove punte, stillanti sopore. I garofanetti a mazzi, che i pii Veneziani chiamano oculicristi e voi chiamate garofani dei poeti, quasi fatti a ricamo sopra una veste di seta verdina. Le viole del pensiero a tappeti gialli, bianchi, violetti; leroselline a corimbi, a grappoli, a capanne, a cascate; le rose d'ogni mese a siepi, a masse, a campi. Il rosmarino, la salvia, la menta, lo spigo, il timo, il serpillo, tutte le erbe odorifere, come in un orto domestico. La lupinaggine, il trifoglio, l'erba medica, l'erba sulla, tutti i foraggi, come in un recinto da pascolo. I limoni e gli aranci nei vasi di terracotta e nelle casse quadrate di legno dipinto, intorno alla vasca d'acqua verde ove scivolano gli insetti gambuti e marcisce il fascio di vinchi gialli e la rana prova a quando a quando il suo flagioletto fioco.
Dove siamo? Ecco un gruppo d'allori nobili come quelli del Bosco Parrasio. Dove siamo? Ecco una fila di cipressetti compagni a quelli di Vincigliata. Dove siamo?
Ecco un pino emulo di quelli che albergano le cicale della Campania e le cornacchie dell'Agro.
Camminiamo per una ripa erbosa, piano, senza parlare, temendo che si sveglino i grandi uccelli di paradiso accovacciati, che non sono se non una fila di tuie auree, a cui il libecciuolo arruffa la piuma come increspa la laguna color di foglia d'aloè.
Rapiti, a un tratto, scorgiamo l'albore dell'Annunziazione. Mille e mille Angeli sono inclinati davanti a mille e mille Marie? e ciascuno alza il suo segno di purità? È la via lattea dei gigli, il cammino senza labe. Tutti gli steli sono precocemente fioriti, avanti la festa del Santo. Maggiori di Chiaroviso, giungono alla tempia di Nontivolio altocinta. Tanto argentovince l'oro del sole e crea un incanto lunare nel giorno.
Dove siamo? Laggiù la Primavera d'Italia e l'Estate d'Italia alzano ciascuna il braccio nudo e congiungono in sommo l'una mano con l'altra, come nei balli a tondo quando tutta la catena deve passare sotto il giogo delle due prime danzatrici.
Ma le ospiti volgono per un altro cammino, con non so che umiltà inebriata.
E nessun fiore fu colto.
Il domani, verso sera, visitammo quel giardino bacìo che sta tra la Madonna dell'Orto e la Sacca della Misericordia, piantato dal procuratore di San Marco Tomaso Contarini fratello di quel cardinale Gaspare che fu candidoamico di Vittoria Colonna e accomandò a Paolo III Ignazio di Loyola.
Non è un giardino disordinato e copioso come quello della Giudecca, mescolanza ardente di odori e di sapori. È ricomposto con arte su i vestigi cinquecenteschi, segretamente architettato, simile alle sale e alle camere terrene d'un palagio di verdura ove abiti una Stagione educata come una gentildonna ma non schiva d'intorbidare con qualche negligenza la sua grazia mite.
A traverso le sue grate di ferro guarda la laguna di Murano e di San Michele, dove il Gran Becchino attinge l'acqua triste con una secchia di vetro forata.
Ha le sue vecchie mura, la sua vecchissima cinta, dove ogni mattoneha vissuto la sua propria vita, patito i suoi mali, veduto passare i fantasmi del tempo, ceduto o resistito alla corrosione dei secoli e della salsedine, acceso o spento il suo colore. Uno ha tanto sanguinato che è come un massello di grumi; un altro s'è tanto consunto che si nasconde dietro un ragnatelo; un altro, divenuto insensibile, s'è indurito come la rosea cornalina. Altri hanno altri aspetti, altre infermità, altre rimembranze. E il muro tocca l'anima come un racconto che passi per le pupille, scritto coi segni delle fenditure e delle cicatrici. Quando si vede qua e là riapparire tra il fogliame, s'ha pietà come della vecchiezza denudata. Ma gli uccelli si posano su la sua cresta o sul ramo per cantare il medesimo canto.
Quella sera lo scirocco ci fu favorevole. Inumidì il mattone e la pietra ravvivandole, come l'antiquario passa la spugna umida su una lastra appannata di pavonazzetto o di cipollino per iscoprirne le venature e gli screzii.
Nontivolio camminò col suo passo «alla levriera» sopra un pavimento a quadri bianchi e rossi orlato di bossolo non più massiccio di un festone; e sotto l'altissimo tacco il marmo veronese riluceva come porfido suntuoso.
Passammo di appartamento in appartamento, per gli anditi dei pergolati. Le pergole erano sostenute da vecchie colonne, da vecchi capitelli, da vecchie travi, ove la fronda pareva non anche racconsolarsi d'aver portato e d'aver lasciato cadere il fiore. V'era un ricordodi cosa allegra, come quando il ramo séguita a vacillare dopo che l'uccello s'è involato.
Entrammo in una sala di musica. Gli arazzi erano verdi, verdi i tappeti. I sonatori di Giorgione se n'erano già andati, con i loro strumenti e intavolature. Uno aveva dimenticato per terra un archetto, o qualcosa che ci parve nell'ombra un archetto, non forse fatto di crini ma di bei capelli tesi. Come la nostra malinconia origliò su la soglia, il silenzio le ripeté le ultime note d'una cascarda detta la Contarina.
Traversammo una fuga di camere attigue, costrutte di bossolo, di carpino, di mortella, d'alloro, di caprifoglio. Qualcuno fuggiva dinanzi a noi, senza mostrarsi, di camera in camera. Avevamol'aria d'inseguirlo, se bene andassimo adagio. Inseguendolo, ci trovammo all'ingresso d'un corridoio basso, di fronda così fitta ch'era quasi buio come un cunicolo. Allora stesi la mano e dissi: «Non passiamo di qui». Credo che voi credeste che fosse una precauzione d'infermo malsicuro.
Il cielo sciroccale fumigava non senza qualche sprazzo di vampa, come quando il fuoco piglia e non piglia nella catasta di legna verdi. Volgemmo verso il pergolato mediano, simile a un portico di monastero; salimmo tre gradini umidi, ci trovammo dinanzi al cancello di ferro che dà su l'approdo dalla parte della laguna. Ci affacciammo al cancello. E la ruggine fulva tingeva i guanti delle vostre mani appoggiate, facendoparer più chiara la vostra biondezza. L'estremo ardore del tramonto s'era aperto un varco nella fumèa pigra e accendeva dinanzi a noi, su l'acqua immobile, la muraglia claustrale che cinge l'Isola dei Morti. Tutta la palude e le altre isole erano fumo e ceneraccio. Soltanto l'isola funebre e il suo cipresseto e le ali dei gabbiani spersi splendevano in quel silenzio che pareva lor sostanza e spirito.
Lo splendore ravvicinava il cimitero, abbreviava il transito. La terra sepolcrale invadeva il giardino di delizia. Il mio compagno sepolto m'era prossimo, come quando mi chinai verso le sue scarne mani violacee, prima che il coperchio di piombo fosse sigillato dalla fiamma che già ruggivae dardeggiava presso la cassa lunga come la sua spoglia.
Allora il cuore mi dolse così forte che, per aver sollievo, dissi il suo nome, parlai della sua anima, parlai delle sue ali e della mia promessa.
Discendendo dalle nuvole perigliose, io solevo condurlo nell'orto contareno. Il giardino gli pareva più bello in un'aria grigia, o sotto un cielo lavato dalla pioggia d'autunno. Preferiva un luogo segreto ov'era non so che pace dell'Estremo Oriente, quasi una cadenza della narrazione di Marco Polo.
Là in una vasca bassa viveva un loto dalla larga foglia che gli sembrava la più dolce e ricca seta del mondo. Una grande e bellissima donna essendosi con noi accostata alla vasca, si vide cheaveva l'altezza medesima dello stelo; cosicché la pelle della sua faccia e del suo collo pareva venire a gara, non senza compiacenza, con la foglia solinga. Ma questa, sebbene immobile, riceveva la luce più misteriosamente, come una creatura divina riceve una cosa divina.
Eravamo fermi in un attimo di felicità, senza desiderio. Forse il mio compagno cercava in sé le parole d'uno di quei sentimenti o concetti —gnomas breviculas— pe' quali Giacomo Boni un giorno gli aveva rivelato la grazia dei poeti d'Asia più lontani. Spesso egli per gioco si piaceva di foggiarne a simiglianza, con quel misto di sottigliezza e d'ironia ch'era il tono del suo spirito tra estranei.
Allora la bellissima donna si volse verso noi troppo silenziosi; e domandò, con la gota contro il margine della foglia perfetta: «Chi è più bella?».
«Quella che non parla» rispose il misogino, placidamente.
Non so se in quel giorno o in un altro, seduto sopra uno dei gradini laterali che scendono al cancello dell'approdo, mi ripeté ancora qualche pensiero e qualche sorriso dell'Estremo Oriente, guardando a traverso il ferro battuto l'Isola dell'ultima pace.
Un filo di fumo azzurrino gli esciva dall'angolo delle labbra e, spinto dal vento, si avvolgeva al ferro, vacillava, e poi vaniva. Due farfalle bianche, di quelle che per ali hanno rapito quattro petali a una rosa di neve, esitavanosu l'acqua color di perla e poi svolazzavano su per il cancello come se volessero entrare nel giardino, ma pareva non osassero passare per i vani temendo di sgualcirsi. Una alfine si posò sul ferro rugginoso, come su una corolla inflessibile.
Allora il mio amico si ricordò d'una di quelle imagini asiatiche di farfalle che gli aveva mostrate il romito del Palatino. E ripeté, in un velo di fumo, guardando con que' suoi occhi d'ambra verdiccia quel bianco fiore di quattro petali fiorito dalla ruggine bruna: «Ha le ali ancor tremule, e già s'è posata».
Avremmo potuto incidere questa allusione alla sua anima nel suo cippo di pietra istriana, s'egli non fosse stato un guerriero, senel suo corpo esiguo non avesse chiuso il rigore d'una volontà eroica, se la severità della sua sorte non avesse in noi annerato il ricordo del suo sorriso lieve.
Quand'anche questa immensa guerra non altro facesse che ricondurre l'uomo alla familiarità della morte abolendo quel falso limitare che sembrava separarla dalla vita e dalla luce, già dovrebbe per noi essere lodata e benedetta.
Un giovine granatiere della Brigata di Sardegna, tornato con una corta barba rossa da rabbi cresciutagli nella trincea intorno a un viso fermo e netto come se glie lo avesse ridisegnato a sanguigna l'intagliatore delTrionfo di Cesare,parlandomi d'un suo compagno che non aveva saputo ben morire, mi disse: «Era venuto alla guerra, come tanti, senza aver prima fatto la pace in sé». Disse questo con una piana semplicità. E, più delle parole, mi colpì quella sua aria tranquilla che non somigliava a una certa tranquillità usuale ma alla figura d'un sentimento straordinario, all'espressione d'un acquisto e d'un possesso più preziosi che tanto di suolo nemico espugnato e occupato.
Egli era rimasto solo per un giorno intero, in mezzo ai reticolati austriaci, nascosto in uno di quegli imbuti che scavano nella terra le granate scoppiando; e, mentre il nostro fuoco abbatteva gli spineti e sconvolgeva il suolo, egli osservava l'esattezzadel tiro e pigliava rilievi imperturbabile.
Un altro giorno, come la sua gente già provata dall'artiglieria nemica era stata presa di mira per errore dalla nostra, egli solo con una bandiera in pugno, sopra un'eminenza del terreno scoperta, tra i due fuochi, ritto in piè, aveva persistito a far segnali finché i nostri pezzi non ebbero mutato bersaglio.
Un'altra volta, di notte, su la montagna, in una di quelle gloriose incamiciate ove eccellono la prodezza e l'accortezza dei nostri fanti, s'era battuto contro una puntaglia austriaca con la baionetta impugnata come una daga e poi, sopraffatto, a pugni a calci a morsi, lasciando sul terreno la pelliccia a brandelli mariuscendo a svincolarsi e a raggiungere i suoi per ricondurli alla mislea con un mozzicone di lama e con un largo riso ne' suoi denti di lupo tutti in sangue. Aveva perso il pelo, non la ferocia.
Ammalatosi di tifo e di polmonite nella belletta putrida della trincea, i medici avevano diviso in zone il suo corpo paziente, curandolo a contrasto, col freddo e col caldo. Una vescica di ghiaccio sul capo, un'altra sul ventre; un impiastro bollente sul petto; la morte ai piedi esangui. Egli non si ricorda se non di una gran pace deserta, fra sole e neve, ov'egli restava immobile senza tempo, come una di quelle sentinelle perse che si considerano già sepolte.
Era venuto per un'ora a vedermi, senza ansia. Della suacompagnia erano superstiti ventitré uomini. Doveva ritrovarsi all'alba su l'Altipiano tremendo.
Diceva: «Comando da una diecina di giorni una compagnia speciale della Brigata dei Granatieri: la compagnia degli Esploratori. Si tratta di ciò che noi chiamiamo «una formazione organica» da istruire particolarmente, con metodi nuovi, con una disciplina nuova. Si tratta di creare un'anima e un corpo, e di prepararli a sacrificarsi. C'era, in altri tempi, chi allevava le vittime, chi produceva i tori bianchi e le pecore nere. Imagini un che di simile. Non so dove io abbia letto che tre cose costituiscono il sacrifizio: la vittima, l'oblazione della vittima e l'uccisione della vittima. Imagini una compagnia istruita inquesto senso. Si va sempre fuori di notte a far esercizio, da mezzanotte alle cinque, su i colli. Mi sono amicate le costellazioni, che conoscevo così poco; e son riuscito a ispirare nei miei Granatieri l'amore della notte. I soldati italiani, in genere, non amano la notte. Gli austriaci ne hanno qualche pratica; ma anche in questa siamo per superarli. I miei Esploratori, per i segnali, già imitano maravigliosamente i gridi degli uccelli notturni. Sono quattrocento ottanta sceltissimi. I pochi superstiti dell'ultima carneficina vi son tutti. Gente che, a vederla, è più alta della sua statura vera. Dalle spalle in su, c'è l'aria della testa: il coraggio che non sopporta d'esser misurato, come la passione. In poco più didieci giorni, avevo formato intorno a questa compagnia qualcosa come un'aurèola. L'aurèola aiuta a vederci di notte. Nelle soste, solevo raccontare anche le storie antiche dei Granatieri che si chiamavano «enfants perdus». I nuovi rinnovano quel nome a modo loro. Perdutissimi, infatti. Credo che riescirei a spingerli tutti, d'un balzo, di là dalla morte, senza sforzo. Credo che farei qualcosa di buono, con questa gente, anche se si tornasse proprio alla guerra di trincea, nel Carso, come pare. Invece qualcuno s'è accorto che una simile accozzaglia non è regolare, non è «sugli organici»! E la compagnia sta per essere sciolta, prima dell'immolazione. Io sarò rimandato a inquadrarmi, a ridiventare sagoma da tiro nellamassa. Non mi lagno. Conosco la trincea. Per un mal di trincea, sono stato diviso in zone fredde e calde: esperimento di culture. Ma confesso che m'è, a un tratto, venuta la voglia di volare. Dopo tanta terra, un poco di cielo. Mi aiuti, se può. Conosco bene la zona di confine perché ho cacciato nella conca di Gorizia e sul Carso. Sono stato a Lubiana, a Gratz, da per tutto laggiù. So la lingua, i dialetti, gli usi. Vista ottima. Peso, in allenamento, circa sessantacinque chili. Ho molta pratica di motori a scoppio....»
Parlava semplice, con gesti sobrii. Il reale e l'ideale avevano in lui il medesimo accento. Lo guardavo fiso, senza rispondere, con quella pupilla dove ora s'aduna tutta la voracità del miosguardo. Sentivo in lui l'amore dell'olocausto «in cui tutta la vittima si brucia, totalmente ad onor divino».
«So che non cessa di pensare al Suo compagno scomparso» mi disse, con una bontà velata.
Gli risposi: «Le auguro uno che a lui somigli».
E m'erano là, accanto, sopra lo sgabello, in mucchio, le liste di carta scritte nel buio, quando avevo gli occhi bendati, quando stavo supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi, sollevando leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v'era posata.
Cercai nelle rubriche. Trovai, e lessi.
[La coppia virile, la coppia da battaglia, rinata nella creazione dell'ala umana, conduttore e feritore, arma d'altezza, arma celeste, maneggiata da una sola volontà, come la duplice lancia del giovine Greco.
Il compagno è il compagno. Non v'ha oggi al mondo legame più nobile di questo patto tacito che fa di due vite e di due ali una sola rapidità, una sola prodezza, una sola morte.
Il più segreto brivido dell'amore non espresso è nulla al paragone di certi sguardi che,nelle ore leggère, riconfermano tra i due la fedeltà all'idea, la gravità del proposito, il sacrificio taciturno di domani.
Ora la morte, che doveva prenderei due, ne prese uno, un solo, contro il patto, contro l'offerta, contro la giustizia, contro la gloria.
Alla cima della gloria, per la coppia alata, è l'olocausto: il sacrifizio in cui è arsa tutta la vittima.
La sorte del fuoco è la lor vera sorte.
La loro ala rombante diviene il lor rogo fiammeggiante.
Come nell'ottava bolgia, essi sono due «dentro ad un fuoco», ma il fuoco non è diviso. Non parlarono in alto; non ebbero bisogno dell'orazion piccola per essere acuti; né parleranno nei crolli della fiamma. Come il volo era un silenzio ceruleo misurato dal canto ritmico della combustione, così l'olocausto si risolve in nero silenzio.
La necessità eroica della coppia alata, quando sia sopraffatta, è l'arsione totale.
Chi si rende prigione, e cede la sua ala, si può dire veramente che pecchi contro la patria, contro l'anima e contro il cielo. Sventurato o svergognato, perde ogni diritto alla gloria.
Portato dal fuoco, il combattente aereo è un incendiario in vita e in morte.
Beati i due compagni eroi le cui ossa irriconoscibili sono mescolate nella barella come tizzoni fumanti!]
Egli guardava di tratto in tratto la mia tempia fasciata, il mio occhio bendato, con un sentimento di dolcezza, ma senza proferire alcuna di quelle parole di compiantoo di conforto che mi sono odiose e mi sembrano vilissime. Io notavo che i suoi occhi bruni erano straordinariamente ingranditi e che la barba fulva intorno alla faccia ossuta gli dava quell'aspetto energico e pacato che doveva avere il Purificatore quando ebbe cacciato dal Tempio «coloro che vendevano e comperavano in esso». Non v'era più nulla di superfluo nella sua carne come non v'era più nulla di vano nel suo spirito. Non un'oncia di vanità né un'oncia di adipe. Il vero asceta nei due sensi, come quegli che aveva esercitato e preparato alla perfezione il corpo e lo spirito.
Certi asceti cristiani parevano respirare veracemente in Dio, cioè non nell'aria comune, non neivènti del mondo; parevano avere i polmoni e l'anima adattati a una nuova condizione di esistenza. Simile egli pareva respirare in disparte, in non so che novità interiore, consapevole di sé stesso, e pure non più appartenente a sé stesso, presente e pur trapassato. Non era un uomo; era un'offerta. Non aveva più nessun legame, fuorché quello che lega l'offerta al sacrificio. Era, nel più alto significato ideale, il Volontario.
Parlava semplice, con gesti sobrii. Stava là seduto, occupava poco spazio. Ma quella sua serenità aveva qualcosa d'immenso e di profondo. Io mi sentivo all'orlo della sua serenità come su la riva di un mare raggiante. Dinanzi a un uomo, ecco che avevo un senso sovrumano dell'uomo.
Era quello un uomo pel quale la vita e la morte s'erano confuse come il giorno e la notte si confondono nella zona dell'alba.
Tuttavia le sue mani erano robuste e, nella lotta a corpo a corpo, avevano preso il nemico per la gola; forti erano i suoi bianchi denti, e avevano morso alla disperata il nemico; saldi i suoi piedi, nelle grevi scarpe munite di chiodi, e avevano sferrato contro il nemico il buon calcio all'inguine.
Pensavo: «Ecco un soldato d'Italia». Mi tornavano nella memoria certe sere d'ottobre, laggiù, lungo l'Isonzo, quando parlavo ai reggimenti in punto di marciare verso la battaglia. Da prima i reggimenti non avevano se non un solo viso e un'anima sola, perchéio non vedevo se non la fronte allineata, a traverso la mutazione della mia voce. Ma dopo, rotte le righe, avvicinandomi, scoprivo in uno sbattimento d'ombra, in un riflesso di lume vespertino, qualche aspetto di sovrana giovinezza, qualche testa costrutta come quelle delle statue atletiche di Delfo, qualche faccia illuminata come quelle dei martiri invitti, un che di ferino e di spiritale, un che di adamantino e di fervente, come nel volto del mio visitatore. Certo, i più belli erano venuti alla guerradopo aver fatto la pace in sé.
L'ho io fatta in me?
V'è certo, per ottenerla senza sforzo, un dono di grazia, una elezione gratuita. Allora essa scende e ci sgombra di tutte le infezionie di tutte le fermentazioni, come dei mali incurabili accadeva al tocco del guaritore. Allora l'identità della vita e della morte diviene un sentimento luminoso. Il pericolo — come da me fu scritto in un libro di prova ascetica — diviene l'asse della vita sublime.
Mi guardo dentro; e confesso che quella qualità di pace, quella pura tempra interna, rivelatami dalla presenza di quel giovine amico, non mi fu concessa, benché io mi sforzi di osservare la disciplina utile a conseguirla.
Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Dov'è la pace, non può essere l'ebrezza. Non si può dire che vi sia vero silenzio in quello spirito che il levame lirico solleva e infervora di continuo. È necessaria una certa nuditàinteriore, l'assenza delle imagini e delle melodie, perché l'anima imiti quella trasparenza dell'alba «dove il giorno e la notte si confondono».
Ma, poiché la divinazione di una trasparenza tanto perfetta mi rapisce, io cerco il modo di accostarmi a quello stato che mi sembra oggi il più alto per colui che vuol donare tutto sé stesso, per il volontario della sua propria libertà.
Dal momento in cui quel giovine [Paolo Stivanello caduto nel Carso il 9 agosto 1916] si rizzò in piedi e prese commiato per andare a vivere come si va a morire, per andare a morire come si va a vivere, la mia aspirazione lo segue. Quando udii la porta richiudersi dietro di lui, stetti in ascolto. Il suo passo tranquillo risonava nella calle stretta allontanandosi.Nondimeno egli mi appariva in un modo misterioso, riempiendomi di fremito e d'anelito.
Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Considero le trasformazioni del «pensiero dominante», da che stette su me, dal principio di un esilio che fu per me una specie di trapasso. Non pace ma ansietà; non fermezza ma ebrezza; non silenzio ma clamore. Il sangue sgorgante dal corpo ignudo del mio Sebastiano aveva per lui medesimo la forza del vino fumoso. Il ritmo del suo canto era come il polso della mia febbre. Per essere a sé il suo cielo, egli voleva le sue ferite innumerevoli come gli astri. Era di sé martire e testimone. I suoi uccisori gli erano specchio. Egli medesimo era l'uccisore e l'ucciso,il saettatore e il saettato. Cangiava la morte in voluttà, guardandola. Gli arcieri, ogni volta che lo ferivano, morivano in lui; ed egli in loro moriva. Per dire il suo rapimento nella morte, imitava il furore della vita.
Come dissimile a quel giovine combattente dell'Alpe!
Forse qualche vampa di quell'antica febbre risorgeva in me, o Chiaroviso, quando vi parlavo della morte lungo la bella riva. Ritornava nel mio sangue l'appassionato aroma della Landa che versa la resina dalle mille e mille piaghe dei suoi tronchi morituri. E forse fu la consueta smania di liberazione, o una subitanea curiosità di confronto, quella che mi spinse a condurre verso la figura del martire inebriato due compagnenon immemori di quel che già fui e di quel che già mi piacque.
Il domani della sosta nell'orto di Tomaso Contarini, approdammo a quella casa dei Contarini che fu dipinta e dorata da Zuane de Franza. Passava un canotto veloce, di legno bruno levigato e leggero come quello d'un contrabbasso, con a poppa un Ammiraglio canuto, blu e oro, figura di cera in una custodia di vetro.
I due filoni della scìa propagarono l'onda alle due rive del canale pieno. Dall'improvviso rimescolamento la gondola stava per essere sbattuta contro i gradini di marmo, quando col remo abile il gondoliere tranquillo la distaccò e la tenne discosta. Il fondo piatto diede tre o quattro colpi su l'acquacome la spatola di Arlecchino. Poi rimanemmo qualche minuto a danzare tra onda e onda, ber una nuova scìa lasciata da un battello nell'accostarsi al pontile vicino. E tutta la vita fu una cosa vana, fluttuante e inesplicabile. I pensieri si alleggerirono e si dispersero. I sentimenti non ebbero più alcun peso. Un sorriso eguale s'indugiò nella bocca delle due donne, il sorriso fisso e dipinto delle statue arcaiche dalle molte trecce, mentre s'attendeva che la danza terminasse. Le liste corrose del marmo di Verona brillarono nel portico quasi che la salsedine vi avesse incrostato cristalli di sale e schegge di conchiglie. Lo sciacquìo orlò di bava i gradini gialli come l'avorio dei dittici. Il palagio traforato ci pendevasul capo come fatto di refe da una Buranella malaticcia e paziente che tuttavia vi lavorasse di sul tetto con le sue mani da dogaressa. Anche le qualità della materia si trasmutavano come le facce della mente. Non sapevo più nulla, e non v'era più nulla, fuorché maniere di dire, figure di musica, ambagi di linee. Non sapevo perché fossi là e non altrove, non in cima a una piramide, non dentro a un labirinto. Era come una dispersione attonita, come un annullamento stupefatto. Quel legno cavo e nero danzava sul nulla; e i colpi della spatola di Arlecchino risonavano a quando a quando nel vuoto dell'anima. Alfine mettemmo il piede su la pietra ferma. Avemmo il passo cauto, come dopo una vertigine.Aspettammo davanti a una porta che non si apriva. Il passato esiste? Tornavo a quella porta dopo vent'anni. Vedevo, a traverso il battente, nella sala terrena, me chino, con Giorgio Franchetti e con Angelo Conti, me in ginocchio come un operaio a commettere nello stucco porfidi e serpentini per rifare il pavimento di musaico.
I riflessi del canale entravano coi soffii dell'aria marina; e noi secondavamo col nostro lavoro quei giuochi della luce, orientando ad arte i tasselli così che ciascuno pigliasse la sua diversità di chiaro e di scuro e tutta l'opera fosse varia e sensibile, là dove un musaicista meccanico avrebbe tutto appianato e agguagliato in una politura inerte. A ogni passaggio di battello, uno strepito dirisacca si prolungava su la riva, riecheggiato dal portichetto come da un antro. Avevamo nella conca dell'orecchio una melodia argentina, e quelle sillabe ineffabili che si creano a quando a quando nei riscontri del vento. Nei pomeriggi di scirocco, i marmi misti sudavano come le nostre tempie, come le nostre mani; e quella tepidezza umidiccia pareva propagare alla materia la sensibilità della nostra pelle e più umanamente assomigliare a noi la nostra opera. Divenivamo più lenti ma più imaginosi. Un orto vicino, di là dal muro coronato dai vecchi merli di terra cotta color «rosa di gruogo», ci mandava l'odore vainigliato dell'oleandro nella polvere soffocante dei calcinacci. Perdevamo a poco a poco la memoriadi noi, attratti in non so che incantesimo delle cose. Vedevamo i piedi ignudi d'una creatura sconosciuta passare sul nostro lavoro nettato dalla spugna.
Ed ecco che il custode venne ad aprire la porta, dopo vent'anni! E non osai guardarlo in viso.
Entrammo. La mia ombra e quella dei miei due amici si dileguarono pel pavimento, nello sprazzo di luce marina che lo percosse. Nulla intorno era mutato. Non camminai sul musaico, quasi temessi di calpestare le mie stesse mani. Camminai rasente.
Erano tuttavia là i rottami, le assi, le lastre di marmo non segate, le scorticature della parete, le travature scoperte, la solitudine aspettante, l'abbandono e il trasognamento, e quelle furtivelarve grige vestite di ragnateli laceri, che abitano le case dove il nuovo fu demolito per ritrovare il vecchio.
Il gran pozzo rossigno era là, nel mezzo del cortile, pieno di silenzio e di polvere come un'arca. Allora mi ricordai che venivamo a visitare un ospite moriente e immortale. E non mi tornò di sopra al muro merlato l'odore dell'oleandro ma quello della resina, quello dei pini piagati d'occidente; il profumo della Landa, l'aulente malinconia della spiaggia oceanica, l'aroma dell'esilio.
E, salendo la scala erta, riudivo nell'aria il coro angelico di Claudio Debussy ripetere misteriosamente il nome del Santo. E il mio spirito tremava di maraviglia come quando per la primavolta sentì dalla profondità del dramma salire la rivelazione della melodia. Gli si ripresentò a un tratto l'evento immenso. «Dal vecchio mondo che si gonfia e crolla, ecco balza la giovine Musica».
Andavamo vacillando sul solaio sconnesso della sala veneziana restituita alla sua vastità primiera. «Dov'è?» diceva Nontivolio. «Dov'è?» diceva Chiaroviso. Tavole pencolanti, pareti raschiate, usci senza imposte. Come sta ad asciugare il bucato dei poveri, stavano appesi a una cordicella per traverso alcuni tappeti persiani di grande pregio. Attoniti, ci soffermammo a toccarli. Erano vivi. Avevano serbato nei secoli la vita animale onde è pregna la lana tondata nel momento che la tingono i tintorid'Asia. Nontivolio passò la sua lunga mano in uno sdrucio.
Ma che era quella bellezza ferita al paragone dell'altra?
Vacillavamo tuttavia sul solaio malfermo. Ed ecco un arco marmoreo, l'apertura stupenda d'una specie di tabernacolo glorioso, tutto marmi venati e rosati, cui non tanto rischiarava l'alto spiraglio quanto il soffitto a melagrane d'oro.
«Dov'è?» ripeteva Chiaroviso. Gli occhi non lo vedevano ancora, ché la luce dov'egli viveva era una luce diversa da quella del giorno.
«Eccolo.» Egli era diritto in piedi, dentro l'edicola. Era come in un ciborio di marmo. Era nudo, sol fasciato i fianchi sobrii; grande, svelto, col petto quadro. Nellasua carne i dardi parevano fitti con arte, come gli aghi crinali in una capellatura simmetrica. Il suo sangue colava parco, quasi lo ritenesse la durezza dei muscoli.
Non riconoscevo il mio giovinetto canoro, rivolto verso l'Oriente dei misteri sanguigni, turbato dalle lamentazioni degli Adornasti, dal pianto melodiante delle donne di Biblo. L'eroe scolpito dal pennello di Andrea Mantegna era di verace schiatta romana. Nella sua larga faccia, sostenuta da un collo robusto come un rocchio di colonna, la bocca dai piccoli denti schietti mi ricordava quella del giovine combattente partito per l'Altipiano. Dischiusa, non per dire una parola o per gittare un grido ma per bere l'aria silenziosa,aveva non so che purità belluina, come se vi respirasse un selvaggio istinto. Confitto presso il piede saldo e attraversato dalla cocca pennuta d'una saetta, un cero sottile portava la sua fiammella e un cartiglio dov'era scritto:
Nil nisi divinvm stabile est cœtera fvmvs.
Ma il divino lampeggiava e s'oscurava, appariva e dispariva, presente e fugace, diverso e instabile, tra il fumo dalle mille e mille forme.
Ripassando lungo l'inferriata bassa della sala terrena, mi volsi a cercare l'imagine mia giovenile inginocchiata sul musaico. Si faceva sera. Ripensai la mia finestra bassa, laggiù, su l'Ausa, dove i miei compagni venivano a chiamarmipicchiando i vetri con le nocche. Erano giovani. Intravedevo nell'ombra violetta i loro denti bianchi come quelli del San Sebastiano di Andrea Mantegna il Cesàreo.
Ora bisogna che io mi umilii.Divini et humani nihil a me alienum....
Apro a caso il libro segreto della mia memoria, e mi chino sopra questa inquieta cenere d'una mia giornata arsa.
[Il mio generale — dalla cui rude bontà m'ebbi ieri in dono una sorta di alloro spinoso sradicato alle falde del sanguinante Podgora e trapiantato in un vaso di terra rossa — il mio generale mi avverte che stamani l'oratore castrense parla alla BrigataCaltanissetta accampata in Versa.
Vado a Versa. È una mattina d'ottobre limpidissima, quasi temprata e forbita come un'arme nuova. Le strade sono già asciutte, stanno per ridiventar polverose. File di soldati, file di muli, file di carriaggi. La mia macchina grigia, snella, vibrante come una piccola torpediniera, fende i battaglioni che si aprono. Movimento insolito da per tutto. Si sente che qualcosa è nell'aria, che qualcosa di grande si prepara. Si fiuta già l'odore del sangue, come il fumo del mosto alla vigilia della vendemmia.
Arrivo sul campo. Cerco sùbito l'altare. È alzato in mezzo ai pioppi ingialliti, fasciato con le coperte di lana bruna in cui s'avvolgeil sonno dei combattenti nella trincea. Talune sono così vecchie che mostrano i buchi. Ci si vede il sole a traverso.
I soldati si schierano dall'una e dall'altra banda, col fucile e con la baionetta inastata. Hanno un aspetto di vigore che cova l'impeto. Appartengono alla Brigata siciliana, alla Brigata di bronzo. Taluni sono foschi come i Saracini dell'imperator Federico. Il loro capo grida i comandi con una voce dura. Sembra un veterano eritreo o libico, che abbia lasciato appeso all'arcione lo staffile di cuoio d'ippopotamo.
Il Duca arriva, con quel suo aspetto grave e un po' distante, ma semplice, tranquillo.
Comincia la messa officiata da un prete robusto come uno zappatore,che pronunzia le formule sacre con una bocca accesa sporgente da una barba fulva.
Il capo grida: «In ginocchio!» I soldati s'inginocchiano, poggiandosi al fucile. Come nei duomi la preghiera è sostenuta dalle guglie e dai pinnacoli, qui oggi è infissa nelle punte delle baionette. Una preghiera irta e aguzza. Volti inclinati di giovani imberbi, di uomini maturi, taluni belli come i più belli esemplari dell'Ellade e del Lazio. Bocche sensuali, bocche tristi. Lanugine bruna o rossastra su mascelle risentite, su bazze tutt'osso. In taluni l'intero teschio traspare; e si pensa allo scheletro che attende entro la carne e che ne imita i gesti, ne segue le attitudini, prigioniero. Teste già toccate dalla morte, giàsegnate dall'Operaia indefessa. Una massa di carne da macello, un carnaio ben preparato.
Il cannone tuona, verso il monte di San Michele. Un velivolo nemico si mostra alla sommità dell'azzurro, tra le nuvolette degli scoppii. Quasi tutti gli occhi si sollevano al cielo lacero. Si vede il bianco ma non è il bianco della paura. Vi balena un sorriso selvaggio.
Il sacrificio della messa s'interrompe affinché il Cappellano parli. Egli sale sopra una bigoncia che domina l'altare fasciato di lana rozza. Con una facondia senza intoppi, egli parla del coraggio. Il coraggio l'ascolta, armato e taciturno.
Il cielo è d'una purità sublime, incurvato su l'Alpe che le primenevi imbiancano. Un tepore lento si forma dalla preghiera, sopra le baionette nude e verticali. Il fogliame moribondo dei pioppi tremola di continuo, oro nell'oro. Il Carso è laggiù, laberinto di trincee e forteto di reticolati, quale lo conosco dall'alto. È certo che domani s'ingrosserà quel fiume caldo che vi si forma sotto il sasso.
Non odo più le parole dell'oratore che ha già la bocca piena di saliva. Odo il canto della terra, odo la pulsazione assidua dei cuori che pompano il sangue del sacrifizio; odo il silenzio di sotterra e il silenzio che sta di là dall'azzurro.
È una grande ora, la più grande da che abbiamo passato il confine e piantato la bandiera nelsuolo redento. So che domani, a mezzogiorno, incomincerà lo sforzo, incomincerà la tremenda sinfonia, assai più vasta che quella dei giorni di luglio.
Volti di soldati in una specie di trasognamento, che sembrano già posati su l'erba funerea. L'anima si curva su di essi. Il cielo s'affoca d'amore. Veggo il mio volto presso quei volti, agguagliato a quella bellezza. Qualcuno si curva, mi riconosce, mi chiude gli occhi. La marea si ritira di sotto alla volta del mio capo. Due sollevano il mio corpo per coricarlo nella barella.
Perché penso a quella pietra che un giorno sollevai nella foresta opaca e lasciai ricadere sbigottito, avendovi di sotto scoperta una vita brulicante e fuggiasca?
Il Barnabita cessa di parlare. Il sacrificio della messa vien ripreso dall'officiante, con un susurro lieve, con un moto di labbra, perché ciascuno oda nel cuore la parola profonda.
«Siate facitori della Parola, e non uditori» è scritto sul pulpito di Grado, nella Basilica dei Patriarchi.
Vedo luccicare i chiodi nelle grosse scarpe del cherico inginocchiato davanti all'altare: i chiodi tra il fango, fra la terra molle, fra qualche fil d'erba e foglia morta.
I soldati sono di nuovo in ginocchio. Le teste sono chine sotto la selva lustra delle baionette. S'ode negli alberi gialli un crocidare di cornacchie sommesso. Il Duca è immobile, pensoso, con quel suo maschio pallore solcatodalla forza d'una malinconia che sembra in lui risalire dalle profondità secolari della sua stirpe di guerrieri e di santi. Egli si volta a guardare un poco in su. Il vino vermiglio brilla nell'ampolla, sopra la tavola dell'altare; e il riflesso batte nella spalla destra di Emanuele Filiberto segnando d'un segno luminoso il rozzo panno soldatesco del cappotto ampio come una tonaca senza cordiglio.
«Tenuisti manum dexteram meam, et in voluntate tua deduxisti me....»
Un giovine capitano, alto, snello, adusto, si china verso di me e mi dice a bassa voce: «Perdoni, tenente». Poi mi mette le dita nel collo e afferra una vespa che stava per pungermi. Ha lavespa viva tra il pollice e l'indice. Me la mostra sorridendo. Sorrido al ricordo della vespa che ronzava sul balcone di mia madre e che mi punse il polso, al momento del commiato. Ferita di poeta!Vulnus hyblæum.
Il crocidare fioco delle cornacchie su gli alberi d'oro accompagna la fine della messa di sangue. «Ite, missa est.» Il sacrificio è compiuto. I soldati si levano in piedi, e hanno un poco di terra molliccia ai ginocchi. Presentano le armi, mentre il Duca si muove, seguito dai suoi ufficiali, per raggiungere il luogo dove aspetterà che tutte le compagnie passino in ordinanza davanti a lui vicario della Gloria.
Il sole monta al meriggio. Le ombre sono brevi. Nella gran lucei corpi umani hanno un che di sparente, un che di labile. Quella massa di carne mortale scorre, su la prateria, non men lieve che la fuga d'una nuvola. Il passo misurato risona, come una pesta sorda; ma sembra che, dal ginocchio in su, gli uomini sieno avviluppati di silenzio, d'un silenzio remoto come quello che s'incurva laggiù su l'Alpe bianca della prima neve.
La rapidità mi placa. Odo di tratto in tratto, sopra al rombo del motore, il mortaio tonare sul monte. Vado al colle di Medea per visitare l'osservatorio di dove lo Stato Maggiore della Terza Armata assisterà alla prossima azione. Possiamo salire con l'automobile per la strada nuova,rischiando le gomme contro la ghiaia asprissima. Arriviamo al posto telefonico. I soldati si ricoverano sotto le tettoie per non essere colpiti dai bossoli, che i cannoni della nostra difesa aerea continuano a tirare contro un ostinato uccellaccio austriaco. Do all'ufficiale di guardia alcune istruzioni per la copritura dei vetri che luccicano e rivelano il posto all'osservatore nemico. Entriamo in una specie di ridotto, tutto corridoi bui come quelli delle Catacombe. Passiamo per una stanza fasciata di legno che un pittore ambizioso orna di festoni, di ghirlande, di cartigli, come per un convito augurale. Tutti questi operai sono pieni di devozione, di ardore, di fremito. Costruiscono e ornano il Belvedere della Vittoria?
Che spettacolo, dalla vetta del colle! La pianura dolce come un invito, i borghi d'un grigio di tortora, le città biancicanti, Gorizia condannata, i monti e i poggi già irrigui di sangue italiano e ricchi di ossame quanto di sasso. Tutto è oro d'autunno, azzurro di lontananza. Intorno al velivolo è una corona di nuvolette bianche, quasi serafiche. Il sole s'è fatto caldo come in maggio. I fianchi di Medea sono vestiti di acacie, di pioppetti, di cespugli. Ho voglia di stendermi su la proda e di dormire.
Se mi stendessi, non dormirei. L'irrequietudine mi caccia. Rientro nel mio rifugio su l'Ausa, nelle mie due stanze basse che la manìa di un cacciatore o di un ornitologo paesano riempì di uccelliimpagliati. L'occhio sfugge i palmipedi per confortarsi nelle imagini della Nike di Samotracia, della Vittoria di Brescia. Che farò per attendere il domani? Ecco un messaggio. I marinai delle batterie navali collocate nell'Isola Morosina confidano che domani a mezzogiorno sarà con loro il Lanciere di mare. Rivedo il sabbione biondiccio, le passerelle su la mota, le torri di legno nascoste nella fronda delle querci, la Sdobba azzurra, un lembo del Bosco Cappuccio, Ronchi, Doberdò, la selva di Monfalcone, la Rocca, e Duino sul precipizio di rocce, e lo smottamento rosso di Sistiana, e laggiù Barcola, e laggiù Trieste, tutta l'Istria cilestrina. Le voci dei marinai e delle cornacchie tra gli alberi. A volteun gabbiano brilla nell'aria come un velivolo. Due cavalleggeri guardano i fili del telefono, coi loro piccoli cavalli villosi tra la frasca. Nell'osservatorio nascosto dentro la quercia, il comandante calcola sopra un quaderno, tra il goniometro e il canocchiale. Il sole brilla su i treppiedi di legno levigato. Il megafono, la grande bùccina di metallo, sporcata di verde, sta appeso al ramo. S'aspetta il primo colpo. «Pezzo uno, attenti! Castagnola, fuoco!»
Le visioni, le apparizioni e i sogni mi rapiscono lo spirito a ogni attimo se mi soffermo, se mi seggo, se mi riposo.
Già i cavalli sellati sbuffano davanti alla porta. Monto Doberdò, che sembra allegro. Vado su la strada di Palmanova, in cercad'un prato per galoppare. Ne trovo uno troppo piccolo, dove s'affonda. Scopro, verso Muscoli, un fiumicello colmo che corre tra file di salici annegati fino a mezzo il fusto, dorati come la chioma di Ofelia. A un certo punto, non incontro più né carriaggi né ambulanze né truppe. Una pace improvvisa, in una ripa solitaria.
L'acqua verde, la viottola umida, i salci d'oro, i pioppi d'un oro anche più splendido; le erbe lunghe, le vermene oscillanti, un uccello misterioso che fugge per l'ombra, senza grido; il sentiero che si restringe sopra l'argine, finché diventa impraticabile; una fila di alti pioppi dorati, laggiù, dove non posso andare; e l'acqua che fluisce come un sorriso sinuoso.
Soavità di questo paese riacquistato! L'autunno vi biondeggia come un ritratto del Palma vecchio. Qualcosa di femineo e di docile, da mettervi la mano per entro. Dov'è la guerra? Dov'è tutta quella carne da lacerare e da pestare, che stamani era accomandata dal prete al Dio degli Eserciti?
Mi arresto là dove è impossibile passare col cavallo, tanto è folto l'intrico delle acacie. Torno indietro per le viottole erbose e fangose. La pesta sorda di Vaivai, che mi segue, sembra attirare indietro la mia malinconia, in un modo musicale che non so esprimere. Doberdò sbuffa, e a quando a quando tuba, roco come una tortora.
Vado a cercare un prato che conosco,di là dall'Ausa. Galoppo finalmente sul terreno soffice, sopra le ombre lunghissime dei fusti, come sopra uno smisurato rastrello.
Il prato è segreto, tutto chiuso fra cortine di pioppi, silenzioso, dolce come chi ama arrendersi. Gli alberi ardono per le cime, come i ceri, pioppi e salici dai lunghi rami verticali: leggeri, aerei. Le ombre s'allungano finché toccano l'altra estremità. Il cielo impallidisce. La mia malinconia si fa più musicale ancóra, misurata dal galoppo ritmico del cavallo. Ripenso, o meglio risento certi vespri fiorentini sul Campo di Marte, in vista di Fiesole gloriosa, tra una chiarità di muri graffiti....
Il passato non val più nulla.né vale il presente. Il presente non è se non un lievito.
Ho non so che volontà di morire. Ascolto la melodia del mondo, che significa: «È tempo di morire,tempus moriendi».
Esco dal prato come da me stesso, col cavallo in sudore. Ritorno su la strada brutale, fra lo strepito atroce dei carri. Fumo, polvere, puzzo, ingombro, grida. E il cielo così arduo e tanto immacolato
Nella scuderia, l'odore della canfora, l'odore della miscela inglese. Uno strano intorpidimento m'invade, nella posta, tra muro e tramezzo, su la paglia fresca, mentre il palafreniere fa la fregagione alla spalla di Vaivai. Nessuna volontà di tornare a casa, di seguitare a vivere. Imagined'una trincea profonda, sul Monte San Michele, nel Bosco Cappuccio, dove si muore, dove la morte percote e schiaccia di sùbito, dove il corpo diventa inerte come la mota, come il sasso, all'improvviso. Torno a casa. Tutte le noie della vita comune, di quell'altra vita, sono là, su la mia tavola. Se devo finire domani, val la pena di occuparsene? Donatella è là, nella cornice di smalto, con i due levrieri favoriti, con Agitator e con Great Man, col fulvo e col nero. Mi riappare la prateria di Dama Rosa, il muro pallido, il granaio basso, il gioco dei cani nell'erba non falciata. Ore lontane, ore di solitudine, di ebrezza, di afflizione. E la tomba della mia povera Dorset Red, laggiù, nell'angolo, rilevata di zolle, simile aitumuli dei soldati, che vidi ieri sotto i cipressi di Aquileia, all'ombra del campanile venerando. E l'immensa guerra che riempie i continenti e le isole, la gigantesca forza nemica, la pulsazione tremenda della razza barbarica.
Dio, Dio, solleva domani di mille cubiti la statura nostra! Dacci il sentimento della potenza, del diritto divino, dell'imperio ereditato.
«Gettiamo il fegato di là dal Carso e andiamo a riprenderlo. Questo bisogna.» Così diceva iersera un soldataccio che odorava di trincea muffita.
Perché nessun canto mi esce dal cuore? Perché, quando per forza mi dispongo a comporre il canto aspettato, sono preso da una specie di ripugnanza che par vergogna?
Lo so, lo so, mia gente. Voglio sparire prima che la fede m'abbandoni.
Ero intento alle solite cure atletiche dei muscoli, quando il migliore dei miei compagni di terra ha picchiato ai vetri della finestra bassa: il capitano dal bel capo di negro impallidito, il mio pilota di tempesta, quello del più arduo volo.
Forse viene a offrirmi la fine eroica. «Al quale io dissi: Benvenuto è il tuo nome. Rispose: Benvenuto sarò io questa volta per te.»
Mistero della sera, dell'arrivo inatteso, della voce che suona su la soglia, tra l'aria di fuori e l'ottusità di dentro. Ogni uomo è un messaggero. Bisogna aprirgli il pugno.
Il benvenuto ritorna, quando sono pronto. Al primo vederlo, gli trovo la qualità dei sogni. Mi porta il vento alpino che passa pel valico, là nell'Altipiano dei Sette Comuni; mi reca l'odore della prateria soleggiata dove pascolano le vacche presso la loro ombra lunga, dove i fiori violetti del colchico si piegano verso la loro ombra lieve. Tutti i nastri delle vie legano la terra verde. Delle abetine non vedo se non le cime fitte come schiere e schiere e schiere di lance. Dell'alpe non vedo se non i denti che stracciano le nuvole, le groppe che s'accavallano, le ombre disposte come le nervature nelle foglie palmate...
Il benvenuto mi parla, e non lo comprendo. Mi occupa l'orecchio il tono del motore. Sto sul mioseggiolino di prua. Porto il barografo legato a zaino su la schiena. Mi serro la mia cintura di sicurezza. Non ho davanti a me se non il bordo di zinco verniciato di bianco, simile a quello d'un leggerissimo palischermo. Non ho davanti a me se non l'agile mitragliatrice collocata sul treppiede d'acciaio. La fisso con la canna in alto. Sento sotto i miei piedi la fragilità dell'assicella di noce. L'aria mi penetra. Sono d'aria e d'anima. Vivo una vita perfetta.
Il benvenuto mi parla, e io non l'odo. Passiamo su Gorizia, sotto una cupola di scoppii bicolori. Ora andiamo incontro alla sera, alla nostra sera. Il pilota abbandona le leve e allarga le braccia, come verso una donna bella, con una subitanea fantasia giovenile. Nelverdognolo e nel bruniccio i nastri delle vie legano la terra. I denti dell'alpe masticano l'oro del tramonto, lo ruminano, lo sfilaccicano. Siamo sopra la pianura. Udine biancica nel violaceo. Il sole scompare nelle liste delle nuvole, quasi spade che lo decapitino. Ora siamo a duemila e ottocento metri di quota. Si scende con un volo librato arditissimo. La prua dà di becco nell'ombra. Tutto il mondo gira intorno al mio sogno. La pianura si solleva e diventa cielo; il sole mi passa sul capo come se tornasse al meriggio; l'alpe danza una giga frenetica; le città e i borghi sono lanciati nello spazio come sassi da una frombola titanica. Il sole, fasciato dalle liste d'oro, turbina. Un discobolo divinolo scaglia verso il fato di domani...
Il benvenuto m'indovina assente e mi riconduce a lui toccandomi il gomito, come quando dal suo posto nella carlinga, tra le nuvolette bianche e rosse dei tiri austriaci, mi chiedeva il taccuino per scrivervi tranquillo: «Cattiva carburazione. I radiatori sono freddi. Spero di raggiungere le nostre linee». Lo guardo, lo guardo bene.
Ha i capelli rasi fino alla cotenna, come gli atleti greci, come i lottatori del ginnasio. Vorrei nominarlo col nome d'uno dei tre Magi, del più giovine, di quello dalla pelle buia, dalle labbra grosse, dagli occhi sporgenti, di quello che portava la mirra.
Piemontese d'oggi, pacato, volontario,tenace, ma non senza pieghevolezza e amore del gioco, preciso e ardito, deliberato a vincere e a godere. Ha ventisette anni: è nel culmine della giovinezza, quando la prima fame è sazia e cominciano gli indugi sul sapore.
È stato a Verona, per tre ore, divorato dal desiderio e dall'ansia, per vedere una sua amica che passava da quella stazione con un treno della Croce Rossa. Servito da un'astuzia e da un'audacia fredde, dissimulando la sua avidità quasi ferina — dopo la lunga astinenza del campo d'aviazione — ha potuto riescire a ritrovarsi con lei: per alcuni attimi? per un'eternità? La visione di tutta quella carne dolorosa, composta negli scompartimenti squallidi, ha traversato il suo delirio. E, perperdonare a sé l'empietà, egli ha promesso al suo rimorso l'espiazione: ha giurato di offerirsi al più gran pericolo, ora e sempre, per tutta la guerra...
Mi racconta questo su la soglia, mentre si vede luccicare l'Ausa sotto la luna nuova, e s'ode sul ponte lo scalpitío dei cavalli.
Per avere ventisette anni darei il libro diAlcione.
Ho la mia fotografia di ieri, implacabile, che mi mostra quel che sono, quel che è il mio viso. Eppure, oggi, a cavallo, avevo non so che senso giovenile del mio corpo. Dianzi, sotto le spazzole dure e sotto i guanti di crino avevo non so che senso giovenile dei miei muscoli, dei miei tendini, delle mie arterie.
Ma là, nella fotografia di ieri,nella «istantanea» spietata, sono già vecchio. Lo vedo: c'è là qualcosa di senile, che pure mi sembra estraneo, che pure non sento in me. Quando cammino, quando galoppo, quando volo, quando l'aria mi percote, quando il vento mi fischia negli orecchi, ho del mio viso un sentimento che non è reale. Credo di avere il viso fermo e liscio della mia volontà. E questo è un viso grinzoso di vecchietto «richiamato»!
Pure, dianzi, davanti alla porta della scuderia, sono saltato giù dalla sella con una leggerezza di volteggiatore; e mi sono ritrovato in piedi, con un equilibrio netto, su le gambe elastiche.
V'è una giovinezza di movimento, che può essere conservata a lungo dalla disciplina. Ma l'etàe la passione, accoppiate sotto un giogo, continuano ad arare la faccia.
Il filo di scarlatto che misi intorno al collo d'un mio eroe per segno della minacciata mannaia, non era se non una figura della mia inquietudine. Talvolta penso che mi piacerebbe di reggere il mio proprio teschio in mano, come certi militi della Leggenda aurea, e di concedere al resto del corpo le sue illusioni muscolari.
Il benvenuto mi offre il buon rischio, con una certa galanteria, come si offre un trifoglio di quattro foglie. Domani, a mezzogiorno, incomincerà la sinfonia sanguinosa. Martedì mattina andremo, col nostro leggero «Farman», a riconoscere le linee nemiche e a proteggere con la nostra mitragliatricei «Caudron» che faranno il servizio per le artiglierie.
Il tono vitale sembra aumentato anche nelle cose intorno. Il capo raso del benvenuto ha per fondo le imagini equestri del Gattamelata e del Colleoni. La Leda del Museo marciano è ghermita dal gran cigno dell'Eurota, non con piede palmato ma con artiglio d'aquila che travaglia la lunga coscia voluttuosa.
«Perché Leda tra i Condottieri e le Vittorie?» mi domanda il ghermitore di Verona, ne' cui occhi forti ondeggia un'altra imagine.
«Perché è la madre dei Dioscuri, che stanotte verranno di nuovo a lavare i loro cavalli bianchi nel Timavo.»
Egli sorride. Ha i denti di smaltointatto. Sveglio in lui l'istinto della poesia. Certe volte, a grande altezza, quando tutto era divino intorno a noi, sopra di noi, e le nostre ali parevano ferme, rigate dalle ombre esili dei tiranti, egli mi chiedeva il taccuino e abbandonava le leve per scrivermi un suo pensiero lirico.
Siamo ora seduti tutt'e due sul banco. Si parla di apparecchi, di camerati, di capi, di fortuna, di sfortuna. Si guarda su la carta la distanza tra Campofòrmido e Vienna: il nostro sogno. Ier l'altro, il colonnello Barbieri, a Pordenone, dimostrava l'impossibilità di compiere l'impresa con un «Caproni» da trecento cavalli. Si discute, si persiste, si vuole, si spera. Si sogna e si disegna un velivolo di forza triplice, robustoe rapido, armato a prua e a poppa: una squadriglia formidabile, capace di gettare su Schœnbrunn diecimila chilogrammi di tritolo.
Siamo tutt'e due sul banco, l'uno accanto all'altro. Ci sembra che i nostri destini si leghino, si annodino. Egli è giovane, io non sono più giovane. E tutt'e due martedì, prima di mezzogiorno, potremmo esser morti, essere un pugno di carniccio carbonizzato, qualche osso annerito, qualche cartilagine rattratta, un teschio spiaccicato con qualche dente d'oro luccicante nella poltiglia. O forse abbatteremo un velivolo nemico, il primo, e discenderemo nella gloria!
Quando glie lo dico, i suoi occhi luccicano tra le palpebre rilevate come quelle dei bronzi arcaici.
Si alza per andarsene. Ha iguanti troppo stretti. È ancor lontano dalla vera eleganza. Ma i denti bianchissimi gli brillano, come lassù, nel nembo montano, su la tempesta impietrita dell'alpe, quando mi voltavo verso di lui dal mio seggiolino di prua per fargli un cenno risoluto.
Su la soglia, nella sera limpida, mentre la luna nuova brilla tra la fronda della ripa, mentre un ragazzo fischia sul tiemo d'un burchio ormeggiato, mentre là su la strada di Palma un cavallo nitrisce, mentre laggiù il Trecentocinque dell'Isola Morosina romba e rimbomba, egli riprende a parlare della sua amica bella e della furente ora veronese. Un Maggiore medico, dal treno della Croce Rossa, vedendolo passare, mentre l'infermiera fingeva di nonconoscerlo e dissimulava l'ansietà, il Maggiore medico aveva detto: «Guardi che capitano giovine! Sembra un ragazzo».
Il capitano soggiunge, con modestia incantevole: «M'ero fatta la barba».
Se ne va. Va a desinare, poi riparte per Campofòrmido. Lo accompagno fuori. Lo seguo con lo sguardo fino di là dal ponte. Non ho voglia di andare alla mensa, non ho voglia di ritrovarmi in quella sala fumosa, piena di chiacchiere; non ho voglia di riudire tra quel baccano l'ufficiale dell'Intendenza parlarmi del «cavallo di carica» e del «prelevamento» di una uniforme pel mio caporale.
Lo spiazzo è deserto di carriaggi, perché domattina lo debbonospianare e inghiaiare. L'Ausa è liscia come uno specchio, senza il più lieve increspamento, senza la più tenue ruga. È giovine.
Varco il ponte, alla ventura. Le vie sono ancora piene di soldati, gonfie di sangue cupo. I carri passano ronfiando, con un solo occhio azzurro. Passa una fila di cavalleggeri, portando i cavalli a mano. Passa un'automobile del Comando, a tutta velocità, con il solo fanale di sinistra acceso. L'Ausa non si muove; sembra stagnante come il Lete: chi lo varca è un morto. La luna è insensibile, come al tempo dell'insonnio di Saffo.
Torno indietro. Cammino per la strada di Palmanova. Giungo davanti alla catena tesa dalle guardie, alla barra notturna. Passooltre, scavalcandola. L'occhio blu di un carro mi viene incontro. Come si avvicina, il chiarore mi abbaglia, perché il soldato che lo conduce ha grattato la vernice azzurra e ha scoperto nel centro un disco di luce bianca, per veder meglio la via. Mi scanso, e urto contro qualcuno che borbotta e puzza.
È un prigioniero straccione, che un lanciere a cavallo caccia innanzi, su per il margine.
Vedo, laggiù, lungo la fronte, splendere le bombe illuminanti. Arrivo all'Ospedaletto e torno indietro. Un medico fuma un sigaro davanti alla porta, tranquillo.
Rientro. Non ho pace. Soffoco. C'è nelle stanze requisite un odore di stoffa nuova: l'odore dei paraventi portati dal tappezziere diUdine, che mi servono a nascondere gli orrori dello stile goriziano. Paraventi? Come vorrei stanotte appoggiare la mia vita contro un parapetto di trincea!
Il letto requisito mi sembra ridicolo, col suo doppio guanciale, con la sua rimboccatura ben fatta, col suo piumino trapunto, con la sua carafa d'acqua sul marmo del comodino.
Non ho sonno, ma credo che ho un po' di fame, perché sento che la testa mi si vuota. A quest'ora il digiuno è inevitabile. Non è la vigilia? la grande vigilia?
Odo uno scalpiccío di truppe sul ponte. Il cuore mi balza. Esco, accorro.
È una brigata di rinforzo, fanteria scelta. Le file marciano nel chiarore della luna declinante,valicano L'Ausa, traversano la città addormentata e spenta. Passo vivace. Allegria schietta. Scoppio di lazzi, di risa, di canti. E vanno a morire.
Stamani, sul campo di Versa, nella luce meridiana, sotto il cielo candido, il torrente di carne mortale mi pareva perdere la sua consistenza e divenir quasi moltitudine di larve in punto di dileguare per la prateria come ombra di nuvola. Ma quest'altra gente nella notte, non so perché, mi pesa come se io la portassi, come se io medesimo la trasportassi alla morte. Non sono larve, non sono labili imagini. La luce non li divora, non li consuma. Sono uomini, ossature, muscoli, fiati.Homines, durum genus.Hanno quel terribile odore che saledal numero quando esso è numerato dal destino per la sua bisogna. Mi sono prossimi. Un gomito mi urta; il calcio d'un fucile mi batte contro l'anca; un alito forte mi soffia alla gota. Mi confondo con loro. Rientro nella mia sostanza. Mi sembra che la mia anima sfavilli, e che le faville si apprendano alle loro ossa. Essi parlano, gridano, cantano; e io sono silenzioso. Ho cantato per loro, essi cantano per me. Nessuno mi riconosce nella notte. Mi riconosceranno all'alba. Gridano: «Viva la guerra!» gridano: «Viva l'Italia!» Io grido in loro.
Passa un capitano sopra un cavallo enorme come gli stalloni dei condottieri, sopra il cavallo di Bartolomeo Colleoni, tanto alto che par rialzato da un piedestallo,con una potentissima groppa, con un vasto petto di toro, con un massiccio collo crinito. Di dov'è mai disceso questo destriero monumentale? dov'è mai andato a cercarlo la Requisizione dei quadrupedi? Sembra una bestia di leggenda, riapparita per portare a una nuova meta un nuovo destino. Odo sonare su la strada i suoi quattro zoccoli ferrati, distintamente tra lo scalpiccío e il clamore. Scorgo i lunghi fiocchi selvaggi ai suoi pasturali, la sua coda cresputa e ondosa come se in cammino le si fossero disfatte le trecce e le ligature di pompa. Non è questo il cavallo che domani a notte sarà abbeverato nel Timavo dalle sette fonti? Non è candido come quel di Càstore, è nero come l'inferno del Carso.
Anche l'ufficiale che lo monta è membruto, avvolto nell'ampio mantello, col cappuccio su gli occhi, taciturno. È un destino commesso a un'ossatura più che umana. Appare intagliato nel chiarore freddo, grandiosamente.
Lo seguo trasognando. La poesia mi travaglia il petto, come una branca nascosta; e il mio istinto di cavaliere mi tormenta i muscoli delle gambe. In altri tempi avrei sognato di abbattere quel destino coperto, e di porre il mio in sella usurpando il potere. Cammino a fianco dei soldati, con non so che meravigliosa umiliazione di cui si colma il mio cuore come d'una felicità inattesa.
Siamo all'ombra delle case, nella via arborata. In un crocicchio, la luna bassa apparisce in fondoalla strada di destra e rischiara la fila. Un sottotenente imberbe mi riconosce al mio collaretto bianco del reggimento di Novara e alle due alette d'oro che luccicano su la mia manica. Arresto le sue dimostrazioni. Scambiamo qualche parola a bassa voce.
«Viene con noi?»
«Vengo con voi.»
«Fino alla trincea?»
«Fino alla trincea.»
Egli trema e ha due belli occhi puri, raggianti d'amore e di fervore. Tace, al mio segno. Rientriamo nell'ombra. Camminiamo in silenzio, col passo dei soldati. Ora siamo fuori del sobborgo, su la grande via bianca. Il cavallo gigantesco si disegna sul cielo stellato. Se si impennasse, parrebbe in punto di sollevarsi pertornare alla costellazione nomata del suo nome, tanto la sua forma è favolosa. I soldati intonano un canto che dall'avanguardia si propaga laggiù sino agli spedati. Misuriamo il passo su la cadenza, e ci sembra d'essere per sempre immuni dalla stanchezza.
Vicino a me un soldato non canta ma di tratto in tratto, rapito nell'impeto delle riprese, manda qualche nota monca, come se masticasse. Lo guardo. Ha il boccone in bocca. Mangia il suo viatico. Sembra pan fresco, all'odore. Sùbito la mia fame si sveglia.
Senza peritarmi, gli domando un pezzo del suo pane. Egli si volge confuso.
«L'aije muccicate, 'gnore tenende» dice con un rammarico gentile,mostrandomi il segno dei denti nella crosta bruna.
Con una commozione profonda, come se udissi la voce medesima di mio fratello partitosi giovine dalla casa paterna e non più ritornato, riconosco l'accento del mio paese, l'idioma della terra d'Abruzzi.
Lo guardo. Non può avere più di vent'anni. Anch'egli ha i denti bianchissimi, nel suo sorriso d'innocenza, e gli occhi stralucenti come quelli degli spiritati che vidi roteare intorno al santuario di Casalbordino, dietro gli altissimi stendardi rapiti dal turbine del miracolo. «Evviva Maria!»
Gli levo il pane di mano, lo spezzo in due, e gli rendo la metà. Rimane attonito, con gli occhi bassi. Alla luce delle stelle scorgole sue lunghe ciglia ricurve. Rattengo le parole del suo linguaggio, del nostro caro linguaggio, che mi salgono alle labbra. Mordo crosta e mollica, franco.
Ed è il miglior pane che io abbia mai mangiato, in verità, da che ho denti d'uomo.]
Tale la cenere inquieta d'uno dei miei giorni vissuti con quel «pensiero dominante» che è il tema melodico del racconto musicale composto da me fuoruscito all'ombra dei pini landesi intorno al tempo del solstizio, or è tre anni. Il quale io vi mando costassù nella contrada di Silvia l'Italiana, o Chiaroviso, come il dono dell'alleato e il ricordo dell'ospite, accompagnandolo con questa Licenzache poteva esser breve come il congedo d'una ballatetta e m'è ora divenuta sotto la mano un libro folto, per il gran piacere del divagare proprio al convalescente.
Sorrido pensando a quegli invogli di fronde compresse e risecche, venuti di Calabria, che un giorno vi stupirono e incantarono, quando ve li offersi sopra una tovaglia distesa su l'erba di Dama Rosa, non ancor falciata, ove da per tutto tremolavano i fiori scempii e le avene fatue fuorché nei solchi segnati dal giuoco dei levrieri. Gli invogli erano di forma quadrilunga come volumetti suggellati d'un solitario che avesse confuso felicemente la biblioteca e l'orto. Ci voleva l'unghia per rompere la prima buccia. La membrana andava in frantumi ma lenervature resistevano come quelle del dosso d'un libro legato in cartapecora. La seconda foglia era più tenace e la terza ancor più, e la quarta più ancora. Il viluppo si faceva più stretto assottigliandosi. Le dita non arrivavano mai in fondo; e l'attesa irritava la curiosità; e l'indugio faceva credere al gusto che là dentro si celasse la più saporita cosa del mondo. E m'ho tuttavia nella memoria quella grazia del viso chino, ove la bocca si socchiude e chiude per l'acqua che le viene.