Chapter 14

Ecco l'ultima foglia in cui è avvolto il segreto, profumata come il bergamotto. L'unghia la rompe; le dita s'aprono e si tingono di sugo giallo, si ungono di non so che unguento solare. Pochi acini di uva appassita e incotta, colortané oscuro, di quel colore che «pare ottenga nell'occhio il primo grado», pochi acini umidi e quasi direi oliati di quell'olio indicibile ove nuota alcun occhio castagno ch'io mi so, pochi acini del grappolo della vite del sole appariscono premuti l'un contro l'altro, con un che di luminoso nel bruno, con un che di ardente senza fiamma, con un sapore che ci delizia prima di essere assaporato.

Così, o Chiaroviso, il racconto della Leda senza cigno è ravvolto in questi molti fogli che conviene svolgere o frangere. Non dico che in fondo il sapore sia tanto squisito, ma certo è insolito.

Quando la dura sentenza del medico m'inchiodò nel buio, m'assegnò nel buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro;quando il vento dell'azione si freddò sul mio volto quasi cancellandolo e i fantasmi della battaglia furono d'un tratto esclusi dalla soglia nera; quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me; quando ebbi abbandonato la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi sùbito mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e d'ingannare il medico severo senza trasgredire ai suoi comandamenti.

M'era vietato il discorrere e in ispecie il discorrere scolpito; né m'era possibile vincere l'antica ripugnanza alla dettatura e il pudore segreto dell'arte che non vuole intermediarii né testimoni fra la materia e colui che la tratta.

L'esperienza mi dissuadeva dal tentare a occhi chiusi la pagina. La difficoltà non è nella prima riga ma nella seconda e nelle seguenti.

Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato. Sorrisi d'un sorriso che nessuno vide nell'ombra, quando udii il suono della carta che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto, al lume d'una lampada bassa.

Quando ella si accostò al mio capezzale col suo passo cauto e mi portò il primo fascio di liste eguali, tolsi pianamente le mie mani che da tempo riposavano lungo le mie anche. Sentii ch'eran divenute più sensibili, connelle ultime falangi qualcosa d'indistinto che somigliava a un chiarore affluito. Stavo per imparare un'arte nuova.

Prima, la mano soppesava la materia e l'occhio la considerava. La materia aveva colore, rilievo, timbro. La penna era come il pennello, come lo scalpello, come l'arco del sonatore. Temperarla era un piacere glorioso. Lo spirito umile e superbo tremava nel misurar la risma compatta e intatta da trasmutare in libro vivente. La qualità dell'olio per la lampada era eletta come per un'offerta a un dio inconciliabile. Nelle ore di creazione felice la sedia dura diveniva un inginocchiatoio scricchiolante sotto le ginocchia che sopportavano la violenza del corpo inarcato.

Nel buio, un sentimento vergine rinnovava in me il mistero della scrittura, del segno scritto. Il mio corpo era come in una cassa, disteso e serrato. Mi pareva di essere uno scriba egizio, in fondo a un ipogeo. Occupavo la mia cassa di legno dipinto, stretta e adatta al mio corpo come una guaina. Pensavo sorridendo: «Agli altri morti i familiari hanno portato frutti e focacce. A me scriba la pietosa reca gli strumenti dell'officio mio. Se mi levassi, il mio capo non urterebbe il coperchio dov'è dipinta all'esterno la mia imagine di prima coi grandi e limpidi occhi aperti verso la bellezza e l'orrore della vita?»

Il mio capo restava immobile, chiuso nelle sue bende. Dalle anche alla nuca una volontà d'inerziami rendeva fisso come se veramente l'imbalsamatore avesse compiuta su me la sua opera.

Sùbito le mie mani trovarono i gesti, con quell'istinto infallibile che è nelle membrane delle nottole quando sfiorano le asperità delle caverne tenebrose. Prendevo una lista, la palpavo, la misuravo. Era simile a un cartiglio non arrotolato, simile a uno di quei cartigli sacri che i pittori mettevano nelle loro tavole. V'era un che di religioso nelle mie mani che lo tenevano. L'udivo crepitare tra le mie dita che tremavano. Sembrava che la mia ansia soffiasse sul tizzo ardente che m'avevo in fondo all'occhio. Vampe e faville s'involavano nel turbine dell'anima. Sentivo su le mie ginocchia la mano della pietosa.

Le sollevavo leggermente per ricevere la tavoletta. Era, per me oscurato, come una tavoletta votiva. Fra il pollice l'indice e il medio prendevo il cannello. Il medio aveva tuttavia il solco del lavoro ostinato.Nulla dies sine linea.E tremavo davanti a quella prima linea che stavo per tracciare nelle tenebre senza scorgere le parole.

Cerco nelle rubriche delNotturno, e trovo questo:

[Non scrivo su la sabbia, scrivo su l'acqua. Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapidità d'una corrente scura. A traverso la punta dell'indice e del medio mi sembra di vedere la forma della sillaba che incido. È un attimoaccompagnato da un luccicore come di fosforescenza. La sillaba si spegne, si cancella, si perde nella fluida notte.

Il pensiero sembra correre sopra un ponte che dietro di lui precipiti. L'arco poggiato alla riva è distrutto, sùbito crolla l'arco mediano. L'ansia raggiunge la riva opposta con uno sgomento di scampo, mentre il terzo arco cede e sparisce.

Scrivo come chi caluma l'àncora, e la gomena scorre sempre più rapida, e il mare sembra senza fondo, e la marra non giunge mai a mordere né la gomena a tesarsi.]

Un giorno mi venne il desiderioimprovviso di riconoscere l'accento di quell'altra mia arte; e mi ricordai di un'opera da me scritta nel mio rifugio della Landa, tra la fine della primavera e il principio dell'estate, scritta con una penna e un'attenzione più aguzze che mai.

La voce di Desiderio Moriar mi risonò nel buio. «La notte non è onnipresente e perpetua? Se chiudo il pugno sotto il pieno meriggio, ecco, faccio la notte nel cavo della mia mano.»

Il volto di Desiderio Moriar mi riapparì nel buio. «Egli fece la notte in sé, coprendosi la vista con le palme; e restò silenzioso.»

Allora pregai qualcuno, che stava al mio capezzale, di rileggermi quelle pagine obliate.

V'era, qua e là, alcun trattod'arte notturna. V'erano parole d'uno strano potere, che sembravano tracciate a occhi chiusi. Tra riga e riga, gli aspetti della vita assumevano il carattere delle apparizioni. «La nostra vita è un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto è più ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l'ordine delle leggi apparenti.» La vocazione della morte v'era espressa con modi musicali d'una novità che mi rapiva. Avevo dato al «pensiero dominante» uno stupendo viso di donna, «quell'antica e novella faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte».

Certe cadenze mi facevano d'improvviso balzare il cuore veloce esuscitavano dal fondo del mio occhio ferito grandi bagliori, come d'un incendio che ricominciasse.

Ed ero immobile sempre. Gli orizzonti si avanzavano come quattro barre, si chiudevano come uno steccato. La città vi rimaneva dentro, senza vista, senza respiro, esanime. La casa, piena di sollecitudini, di voci sommesse, di cure, di rumori segreti, di piccoli iddii nascosti, s'acquetava, si dileguava quasi, diveniva inesistente. Sole le quattro pareti della mia stanza esistevano; e intorno era il vuoto senza fine. Poi sole esistevano le quattro colonne del mio letto, che credevo di sentire nel buio come quattro aste d'una tenda quadrata nel deserto. Poi sole esistevano le mie ossa, solo esisteva il mio scheletro fasciato di carne.

E nello scheletro era come una coagulazione subitanea della vita. La vita s'aggrumava, s'accagliava come il sangue che non scorre più. Era un orribile peso.

E ascoltavo la voce del lettore: «Tutto il mio essere aderì all'incognito che è il fondo della vita, per l'ombra accolta nel corpo, pel buio che occupa i nascondigli della carne, per l'oscurità delle viscere e dei precordii. Sentivo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa. Una disperata poesia divenne la mia propria sostanza....»

È dunque un dono funebre questo che io vi mando, o Chiaroviso?

È l'ultima opera d'arte pura ch'io abbia composta nella solitudine dell'estremo Occidente. A considerarnela materia e il lavoro, par chiusa come una di quelle belle pigne penzolanti dal più alto ramo del pino piagato; la quale io m'imagino non possa esser colta se non per infiggerla alla punta del tirso «che rende furibondo chi lo porta».

Dimentico dunque di averla già assomigliata a qualcosa di più dolce che i semi durissimi custoditi dalla scaglia verdebruna? Ma forse entrambe le similitudini le convengono; ché nulla è inconciliabile dinanzi alla sovranità del ritmo.

Mi misi a comporla attentissimamente, per farmi il polso allo stile di un'opera più vasta intitolataLa primavera. Anche una volta, mi aiutava a scoprire gli aspetti dell'ignoto la mia più profondasensualità. Questo racconto misterioso, anzi quasi direi mistico, è ricco d'elementi naturali come nessun altro. Il mistero v'è adombrato per una successione d'imagini dense, corporee, d'un rilievo palpabile, immuni da ogni indeterminatezza, espresse in una lingua che la lontananza sembra aver fatta più potente come il vino navigato.

Per solito io sono sagacissimo nel distinguere quel poco che di me può piacermi. Questo mi piace. V'è il meglio dei miei difetti e delle mie virtù, con qualcosa d'indefinibile che annunzia una terza giovinezza del mio spirito.

I miei prossimi sanno come l'unica lode che mi valga sia quella di me a me, infrequente. Sorrido prendendo in mano questa cosa d'arte, soppesandola e stimandolada ottimo conoscitore, quasi non fosse mia, con un occhio che si esercita per due, mentre la necessità dell'azione m'incalza e il desiderio della bellezza sembra irrevocabilmente sottomettersi a quel «ritmo di perfezione sublime non consentito agli uomini se non nella sola ora che segue il transito.»

È dunque un dono funebre questo che io vi mando, o Chiaroviso, là dove i cigni solcano tuttavia in pace lo stagno di Silvia la Romana?

In fondo, non è se non una storia di canile, poco dissimile a quelle che ci raccontavamo certe sere seduti su i banchi dei favoriti frantumando il biscotto quadrato, mentre i garzoni continuavanoa spandere la paglia fresca nelle cucce attigue donde saliva a quando a quando un lagno di gelosia.

Temo che Marcello dalla sua tenace avversione contro i barzoi sia impedito di gustarla, specie dopo la cattiva prova fatta sul nostro campo di corse da quei discendenti della razza tartara che nell'originaria steppa asiatica difendeva la tenda contro le belve notturne e non temeva di battersi col leopardo, addolcita poi nella migrazione verso l'istmo caucaseo, verso la Tauride e il Volga, forse accresciuta di grazia e di snellezza da qualche mescolanza col biondo veltro di Persia che si vede figurato in quelle miniature di cacce ove i re sassànidi tendono l'arco mentre le favoritea cavallo suonano l'arpa o il tamburino.

So che non lo commoverà una sì nobile genealogia, tanto studiosamente raccolta in un periodo disposto in tondo come il dosso di un levriere che dorma sopra un bel tappeto. Ma non mi accorderà egli forse qualche indulgenza se gli dirò che usavo allenare i miei barzoi di diciotto mesi con un terribilegreyhoundper toglier loro ogni traccia di mollezza acquistata in Occidente, e se gli dirò che non amo la mia muta piumosa e spumosa se non lungo la riva del mare?

È una vera storia di canile, in fondo. Mettiamo che non si tratti veramente di levrieri ma di cigni. Bisogna per lo meno convenire che son cigni della specie di quelli,oriundi non dell'Eurota ma della Moskova, i quali riescirono a sbigottire Donatella sedicenne. Vi ricordate della bella storia che la grande amica ci raccontò frescamente, sul banco del suo divino Plotinus —the fastest dog of his day— una sera di luglio memorabile negli annali delGreyhound Clubdi Francia perché fu la sera in cui dovevano nascere gli otto illustri cuccioli dalla nera White Orris sposata al biancazzurro figlio di Platonic e di Streemoch?

Un collegio di fanciulle nobili instituito da una vecchia dama in memoria della sua figlia morta: una grande casa di campagna in un parco immenso e solitario come una steppa, biancheggiante di betule, occhieggiante di stagni.

Tutte le sere le educande vanno a uno stagno che sanno, pieno di cigni. Attraversano il parco tenendosi allacciate e cantando in coro. Portano il pane ai cigni che accorrono verso il margine fendendo l'acqua liscia; e tutta l'acqua rimane raggiata di scie su l'imbrunire. Risa, grida, sobbalzi; e non so che vago terrore, perché i grandi uccelli taciturni guardano con un cipiglio selvaggio e si appressano a prendere il cibo con un aspetto quasi imperioso alzando le ali a calice sul dosso e tenendo il collo all'altezza delle cinture. Le vergini hanno i loro prediletti; e li imitano nelle attitudini talvolta, inconsapevolmente, come l'amante imita l'amato e di lui si forma.

Or ecco che una sera le damigelle inebriate di canto trascuranodi portare il pane. I cigni accorrono, e non ricevono se non voci di rammarico e promesse che non riempiono le mani vuote. Qualcuno soffia di collera come il serpe drizzato contro l'incantatore.

Quando le fanciulle si accomiatano per riprendere la via del ritorno, afflitte d'aver deluso i favoriti, ecco che odono su le loro tracce uno stropiccìo di piedi palmati e di penne dibattute. Si volgono, e scorgono la frotta malcontenta che, lasciato lo stagno, le insegue senza grazia pel cammino. Gettano un grido che più le sbigottisce, e si danno alla fuga, credendo di avere alle calcagna il soffio dei lunghi colli, credendo di vedere a ogni svolto biancheggiare la frotta minacciosa. Nonsi arrestano. Le più timide e le più folli comunicano alle altre la paura e la delizia d'aver paura. Giungono a casa scapigliate, pallide, anelanti, con nel bianco degli occhi la voluttà del rischio ignoto. Raccontano l'avventura interrompendosi a vicenda con la voce rotta dall'ansia. Qualcuna a un tratto scoppia in singhiozzi. Entrando per le finestre aperte la sera ha lo sguardo torvo dei cigni; le tende mosse dalla brezza hanno il fremito delle piume. La notte cala come le notti delle favole. Si favoleggia fino a tardi. L'inquietudine scaccia il sonno dai letti virginei. Si ascolta, si palpita, si sobbalza. Quando gli occhi stanchi si chiudono, quando si placano i seni illesi, di tra le pieghe delle cortine bianche uncollo bianco s'allunga verso il capezzale.

V'era una copia dorata della Leda marciana, sopra una base di marmo veronese, nel gabinetto che per una favorevole disposizione della luce fu scelto dal dottore chiamato a esaminare il mio occhio spento, la sera del mio ritorno dal campo.

Ero seduto sopra uno sgabelletto; e il piccolo specchio forato splendeva contro la mia fronte come il fuoco di un astro infausto. Ero tranquillo ma attentissimo come quando mi ritrovo solo con la mia sorte e tendo l'orecchio a percepire una mutazione di ritmo da introdurre nella mia musica.

Il dottore abbassò lo specchiettoforato. La sua faccia mi piacque per una certa crudità che contrastava con tutte quelle forme della raffinatezza settecentesca in quello stanzino adorno di medaglioni mitologici.

«Chiuda l'occhio sinistro» mi disse, con un modo brusco che mi parve rendesse ancor più salda e diritta la mia spina dorsale. «E mi dica quel che vede di quella statua lucente.»

La doratura brillava giù per la lunga schiena, giù per le gambe lunghe della Leda callipige; e tre riflessi vividi rilevavano i tre unghielli del Cigno confitti nella coscia con una violenza di rapina.

Premetti con un dito la palpebra sinistra. Non vidi più nulla, se non il doppio apice della capellatura,di là da un'onda nerazzurra sottilmente orlata d'ambra.

Allora, non so perché, mi riapparve in mezzo dell'anima il viso di Donatella quale era là, sul banco del suo campione, quando raccontava l'avventura dei cigni ridivenuta sedicenne, fresca e misteriosa come la sua voce: una tra le più potenti grazie della terra.

E sentii, come Nontivolio su la riva degli Schiavoni, quanto la vita fosse bella.

Tuttavia, nel levarmi e nel ricondurre fino all'uscio col mio più affabile sorriso l'aspro condannatore, io ero accompagnato da una bellezza d'altra natura, per cui credo che piacqui al mio demonico.

La vita è bella, anche pel monocolo;il quale può dirsi beato in paese di ciechi. Imagino che oggi siete nella casa di Silvia, o Chiaroviso, con quella veste bianca e succinta che avevate visitando la villa Torlonia. V'intrattenete, imagino, nella «sala fresca» della fontana che alimenta lo stagno, all'ombra dei faggi. Vi si fa un concerto di oboe, di flauti e di pive, misurato da Luigi Lulli con battute di tirso? O forse la compagnia italiana condotta da Domenico Biancolelli vi recitaArlecchino e Lelio servi del medesimo padrone?

In codesto chiaro stagno le dame solevano prendere con nodi scorsoi i cervi che il suono dei corni e il clamore delle mute cacciavano verso lo scampo dell'acqua. Legavano esse il laccio a prua del palischermoe, levati i remi, si lasciavano trarre alla ventura dalla bestia perduta che tentava di riguadagnar la riva.

Non v'è in tal diporto quasi una similitudine di questi miei divagamenti?Segnis ludibria languoris.

La vita è bella; e l'arte è sempre da trovare; e nessuna materia varrà mai ciò che lo spirito inventa.

L'altra notte ritornai alla Madonna dell'Orto, rientrai solo nel giardino del Procuratore, per l'approdo che guarda la laguna, per quel cancello rugginoso dove un giorno avevo veduto esitare le due farfalle bianche. Qualcuno m'aveva annunziato la fioritura precoce del grande loto. Portavo una lanterna cieca, e l'occhio avido.

Inciampicai a destra su quei tre gradini di mattoni messi per coltello. Camminai lungo le inferriate intravedendo il chiarore della luna logora che sorgeva dietro i cipressi di San Michele. Voltai sotto il muro che corre dalla parte della Madonna. L'ombra mi avviluppò. Non potei evitare la stretta pergola cupa che quel giorno avevo temuta. Là ero atteso. L'aria s'agghiacciava dietro i miei passi. La vedetta dall'altana degli Spiriti gettò il suo grido, che mosse le onde della notte liquida.

Pensavo che il primo fiore del loto mi facesse un segno chiaro. Ma l'oscurità era più fonda in quel luogo che credevo di riconoscere. Nondimeno tenni coperta la lanterna, per non disperdere il mistero che d'attimo in attimo mirendeva più sensibile. Respiravo lodare dell'acqua tacita, come se mi chinassi su la bocca d'un pozzo. V'era qualcosa come un respiro senza suono, nella tenebra. V'era qualcosa come una perfezione presente. V'era qualcosa come un evento magnifico, sospeso nel tempo. Tutto il mio essere si affannava a sentire di là dalla sua potenza. I limiti del mio corpo si confusero coi margini delle vaste foglie.

Feci la luce. Una creatura da non abbracciare, da non possedere. Ogni foglia come una faccia voltata verso una felicità non visibile se non a lei sola. Steli così puri, d'un così spontaneo getto, d'una così necessaria ascensione, che non potevano aver nascita da una radice obliqua. Unadivinità in piedi, che lasciava intravedere i lembi rotondi del suo divino ammanto. Non so che ombra voluttuosa sopra non so che pensiero eterno. Una voluttà vinta dalla bellezza. Una melodia modulata dall'alto verso il profondo, verso ciò che deve risorgere. Un silenzio diviso e unanime.

Non avevo ancora scoperto il fiore. Ero come qualcuno che in ginocchio levi lo sguardo su per la veste ineffabile al cui sommo sta il viso nudo, il candore ch'egli teme di profanare, la verginità intatta.

Finalmente! Era più alto che tutte le foglie, più alto d'ogni altro stelo. Veduto, non lasciava più altro vedere. Senza radice, solo, nella notte.

Una mano mi toccò la spalla. E soltanto allora mi volsi.

La vita è bella. Sotto le pergole di quella vigna Nontivolio avrebbe dovuto curvarsi come la grande Circe quando versa il filtro nelle coppe delle mense collocate Presso il suolo. Era una vigna di Murano, una solitaria vigna in pergole, appena appena inclinata verso l'acqua, all'estremità dell'isola.

Fu ieri, o quasi, e me ne ricordo come d'un sogno interrotto. Passammo Per un monastero senza monache, vecchissimo, senza usci senza imposte, pieno di donne cenciose e di bambini macilenti, brulicante di malattie e di miserie sonante di ciarle e di strilli e di singhiozzi, popoloso e vuoto, dove ardeva e splendeva l'ara di un vetraio, laggiù, in fondo a uncorridoio ingombro di legna: un cuore di fuoco domato. Il dolore della Foscarina ripalpitava all'orlo della fiamma.

Poi, non so per che via, non so per che andito, entrammo nella vigna come in un'opera di vetro freddo e verde.

Era un labirinto di pergole basse. Non ci si camminava in piedi. Le viti qua e là si staccavano dai graticolati malfermi di pali e di canne, per coricarsi in terra, per abbracciarsi su l'erba. I tralci a ogni passo c'impastoiavano; i pampani ci passavano una mano fresca su la faccia; i viticci tentavano di pigliarci l'orecchio e il collo. Tenevo il braccio alzato su la fronte per proteggere la vista che mi rimane, temendo il palo aguzzo e la canna fessa, nell'ombraingannevole. Intravedevo le stelle per gli spiragli della volta pampinosa, e parevano vicine da poterle tastare come i grappoli acerbi che penzolavano da per tutto fitti e duri.

V'era un lume quasi di crepuscolo, un lume di perla, un albore di via lattea, che rendeva sensibile la trasparenza dei pampani. V'era talvolta un che di vitreo, un che di fragile, qualcosa come un ghiaccio verdiccio che s'incrinasse, che si screpolasse. Il canto delle raganelle continuava in suono quella fragilità, quella verdezza. Credevamo di udir saltare una botta molliccia a traverso il cammino, e mettevamo il piede cauto per non schiacciarla, rabbrividendo. Senza sapere perché, avevamo uno sgomento improvviso,un senso languido di freddo, come se la febbre ci salisse dall'erba su per le ginocchia. L'umidità pareva che c'impallidisse, che c'illividisse. Il cammino si faceva cedevole. L'orma si sprofondava. Ci sorreggevamo a vicenda per non sdrucciolare nella belletta.

Tornavamo indietro, smarriti, esitando ai crocicchi. Eravamo prigionieri del laberinto d'uva. Le pergole si facevano più basse. Andavamo quasi carponi, vincolati dai sarmenti, serrati nella frescura delle foglie, soffermandoci a mordicchiare i viticci asprigni. D'improvviso vedevamo luccicare l'acqua, giù per un'apertura praticata tra la ripa e la fratta come una callaia da passarvi. V'era legato a un piuolo, con una cordastramba, un sandalo marcito; e un mozzicone di remo, una forcola consunta, una gottazza senza manico davano al silenzio raccolto in quel legno cavo una tristezza umana che faceva pensare agli annegati solitarii.

Da quella parte la vigna era più selvaggia: finiva in prunaia, finiva in canneto. Sentivamo, di là dagli sterpi, di là dalle cannucce, l'ambascia della dozàna, l'afa dell'acqua morta, sciacquìi e fruscìi misteriosi nel limaccio. Erano i serpi che calavano ad accoppiarsi con le anguille in amore?

Non so che apprensione ci respingeva verso i dubbii intrichi della vigna. Erravamo ancora di pergola in pergola, abbassandoci, risollevandoci. Vedevamo sopraogni pampano una stella, posata come un acino di luce. Tastavamo i grappoli immaturi per trovare un granello meno acerbo. Ci pareva che l'umidità c'inverdisse fino alla cintola. Il bianco degli occhi, in chi mi camminava allato, era stranamente bianco.

A un crocicchio ci abbattemmo in una tavola rustica, senza tovaglia, intorno a cui erano disposte le scodelle e le panche. Non v'era seduto alcuno, se non una figura di spavento. Noi ci sedemmo, trasognati, obbedendo a una sùbita stanchezza.

Allora ci fu uno che ruppe il silenzio per dire: «Questa tavola è fatta col fasciame della barca che pescava l'alga nella Valle dei sette morti».

Vi sono parole che sembranocrearsi nell'aria indistinta e non portare la forma delle labbra note. Vi sono le parole delle cose e non soltanto le lacrime delle cose, reali le une e le altre. Udendo quelle, non le attribuimmo a una gola amica ma a uno spirito che dimorasse in quel luogo o vi passasse. Erano modulate secondo quella luce e quell'ombra, secondo quegli aspetti e quei lineamenti, secondo quel freddo verdore di sott'acqua ove il respirare era simile al boccheggiare. Risolvevano con un accordo atteso i rapporti musicali della malinconia.

«Quale barca raccoglieva l'alga nella Valle dei sette morti?» domandò un'altra voce intonata su quella cadenza.

La tavola era dinanzi a noi.fatta d'un legno più vecchio che quello del coro di Santa Chiara, dove sono iscritti i nomi lucenti delle prime Clarisse ed è appeso un fascetto di spighe. Era di pino. Mostrava le vene e i nocchi. Scheggiato, screpolato, abbrumato, serbava l'odore del catrame e della salsuggine. Io v'ero appoggiato con i due gomiti e mi reggevo con le due mani il capo; e mi pareva di sentirla barcollare come se fosse ridivenuta cava e avesse rimutato in chiglia i suoi quattro piedi.

Tenevo le palpebre socchiuse; e rivedevo — con l'occhio che non riconosce più i viventi ma riconosce i fantasmi — rivedevo Roberto Prunas, il mio compagno sardo, caduto nella laguna con le ali rotte, rivoltolato e trascinato dalla corrente, non ritrovatose non dopo molti giorni dai palombari, laggiù, agli Alberoni, tutto disfatto nel sacco del suo gabbano, con mezza carne del viso distaccata dal teschio.

V'era, in quel verdore di sott'acqua, non so che spavento bianchiccio.

L'antica leggenda lagunare trasformava la vigna in barena. Ascoltai? o guardai?

«Sette uomini dei lidi, raccoglitori d'alga, passando con la barca lungo una barena, scoprirono il corpo d'un annegato che giaceva sul fianco tra i fiori di tapo, deposto dalla magra. Non gli s'appressarono per tirarlo a bordo o almeno per legarlo con una cima e prenderlo a rimorchio. Passarono oltre. Attesero a raccogliere l'alga. Poi accaddeche, venuta l'ora del pasto, si riaccostassero a quella barena per cuocere la polenta e scodellarla.

Era con loro un fanciullo, il figlio d'uno d'essi. E il fanciullo, mentre il paiuolo bolliva, si dilungò dalla barca. Vide sul margine della barena, tra i fiori di tapo, un uomo coricato che non si mosse. Tornò egli al padre, e disse: Padre v'è laggiù uno che dorme. A Nora il padre gli fece: Va, e sveglialo, che venga a mangiare con noi.

Il figliuolo andò, e toccò alla spalla il giacente, un poco lo scosse. L'uomo si svegliò, e si rizzò in piedi, e si mise a camminare dietro il bambino.

I sette avevano giù scodellato la polenta: e s'erano posti innanzialle scodelle fumanti, e attendevano.

Come scorsero l'ombra di colui che veniva a mangiare con loro, di sùbito piegarono il capo, né più lo rialzarono; né fecero motto, né diedero fiato. Così stettero, rimasero.»

Allora levai la testa, e guardai. E vidi venire per la notte verde, sotto la pergola bassa, il corpo alzato di Roberto Prunas nel sacco fradicio del suo gabbano impellicciato. E la carne macera gli tremolava su l'osso del viso; e la mascella era scoperta, perché mancava il pezzo del labbro; e la fossa del naso e un'occhiaia erano vuote.

La vita è bella, o Chiaroviso. L'altra notte tornavamo dall'averfatto musica in quella sala verde ove, se vi sovviene, i sonatori capelluti di Giorgione partendo avevano dimenticato l'archetto di una viola da braccio.

I nostri sonatori erano alcuni giovani cannonieri dal capo raso, che la guerra ha tolti da un'orchestra di legni e posti in un'orchestra di acciai. La viola era venuta da una batteria di San Nicolò; il violino era disceso da un'altana munita; il violoncello aveva smesso allora allora la guardia della strada ferrata. Ed era un famoso strumento d'un famoso liutaio, di Andrea Guarnieri: una creatura sensibile come uno dei miei levrieretti d'un anno, vestita duna vernice così ricca, d'una pelle così trasparente, che l'avevo veduta rilucere perfino all'ombradegli alberi, tra le fresche pareti verdi, come se veramente la sua lucentezza cristallina fosse data dalla polvere di diamante.

L'artigliere aveva ricolcato il suo dolce violoncello nella custodia e avviluppato la custodia in un càmice di panno bigio. Ma, poiché la gondola era carica da poppa a prua come la barca di Caronte, la cassa stava in piedi per prender meno posto, e aveva il suo corpo, il suo collo, il suo capo, a simiglianza degli altri passeggeri. Essendo calda la notte, il sonatore, toltosi il berretto, ne aveva coperto la sommità della custodia, là dove riposa il manico dal mirabile riccio; cosicché eravamo nel leggero legno dieci uomini e uno spettro d'uomo. Tuttieravamo seduti su le panchette o sul fondo. Soli stavano in piedi lo spettro bigio e i due soldati rematori. Il violoncellista reggeva il suo caro con le due braccia. Ciascuno di noi serbava tuttavia nell'anima la potenza di quelle corde ridiventate mute.

Calda era la notte, senza bava. Lo scirocco aveva perso ogni alito. Il latte di Galassia pareva inondare tutto il firmamento. Le stelle annegavano in una biancosa mollezza. L'acqua pareva «in ardore» come nelle maree di settembre, come intorno al tempo dell'equinozio. I due remi propagavano gli anelli della fosforescenza sino ai muri della Sacca.

Andavamo per la Sacca della Misericordia cercando l'eco. Eracon noi una cantatrice dalla voce duplice, che saliva alle più alte note del soprano e scendeva alle più basse del contralto: un pallore cupo annodato da nere trecce, sopra un collo rigato dalle vene della melodia. La sentivamo tra noi vivere d'una pura vita musicale, come il violoncello di Andrea Guarnieri. Ciascuno di noi era legato a lei dalla cadenza di un'aria prediletta. Non avevamo altra voce se non la sua.

Ella teneva la testa alta, come lo spettro bigio. Era attentissima, come a un richiamo. Le sue labbra serbavano la forma della modulazione. Mi pareva di vedere la nota nella sua gola come la perla nella conchiglia.

Di tratto in tratto metteva un gorgheggio e poi inclinava la testanella pausa, come l'usignuolo quando incomincia. Tutti imitavamo quell'atto, ascoltando se la risposta venisse. Così ella tentava l'aria, tentava il silenzio.

I rematori levavano il remo, restavano sospesi, chini anch'essi dalla medesima banda, mentre dalla pala gocciolava l'acqua in collane disciolte. Poi seguitavano a remare piano, anch'essi attentissimi, cercando di divinare il luogo acconcio, scotendo il capo quando la voce non era ripercossa. Tentavano l'acqua come la cantatrice tentava l'aria. Ci sentivamo fatti d'aria, d'acqua e di musica. La gondola era uno strumento natante, col suo corpo, col suo manico, con la sua rosa, col suo scagnello.

Dov'era l'eco? Era scivolatalungo i muri? s'era nascosta sotto il ponte della Sacca?

Ma la cantatrice paziente continuava a interrogare il silenzio. Talvolta qualche nota veniva ripercossa, come se la piena eco fosse prossima. Il rematore di prua teneva il remo ritto a governare; solo vogava adagio adagio quello di poppa, senza che lo scalmo forcuto desse il più lieve stridore. Era come nella caccia di padule, quando il barchino s'accosta al branco e il fucile è già contro la spalla e l'occhio alla mira, e nessuno fiata. Ma, poco più discosto, le note si perdevano. E una strana pena cominciava a opprimerci. Qualcosa di morto era intorno a noi, era tra noi. Mi volsi, e vidi i cipressi di San Michele nel biancore lento. Rabbrividii guardandolo Spettro bigio ch'era tra noi l'undecimo, immobile, rigido, più alto di tutti.

Cresceva la notte senza bava, già senza stelle. I cerchi di luce si rompevano contro le grandi zattere di legname che galleggiavano nella Sacca tristi come se avessero trasportato mucchi di naufraghi o di pestilenti. Le finestre cieche del Casino degli Spiriti, murate a una a una per impedire che vi si riaffacciasse la fantasima, non si riaprivano?

D'un tratto udimmo un tuono cupo come d'un uragano che scoppiasse laggiù su l'Adriatico. Stavamo per entrare nel rio di Noale.

Alzai una mano per far segno ai rematori che s'arrestassero. La mia mano mi parve troppo pallida e il mio gesto troppo vano.Guardai i miei compagni, e li vidi tutti dello stesso color grigio, dello stesso color di cenere, nella barca nera, tutti simili a quello spettro ravvolto in quel càmice e coperto di quel berretto. Erano tutti fissi come quando aspettavano che l'eco rispondesse al gorgheggio escito di quella bianca gola.

«È il cannone su l'Isonzo, uno disse, a bassa voce, da prua come da una indefinita distanza

E due o tre mani troppo pallide si levarono ancora, per far più di silenzio in quel silenzio mortale.

E fu l'ultimo gesto. Ascoltammo, senza soffio, senza colore, divenuti spettri gli uni per gli altri, esangui, esanimi. Non ci guardavamo in viso, ma tutti eravamo fissi al morto dal càmice bigio checi dominava, ritornato dal sonno come quello che piegò su le scodelle le facce dei raccoglitori d'alga.

I tuoni si seguivano quasi senza pause, formavano un solo rombo propagato dalle solitudini del mare. La battaglia era nascosta sotto l'orizzonte, bolliva nella conca della notte. Gli spettri di prua vedevano forse il fumo del bollore sanguigno tingere l'orlo dell'alba.

Noi non ci volgemmo; non potemmo noi volgerci. Né si volsero i vogatori. I remi rimasero sospesi su l'acqua lùgubre, e credemmo che non ricalassero più.

La vita è bella. Oggi è il solstizio d'estate, è l'immobile estasi della luce, la culminazione delgiorno febèo. Tutta l'aria è volontà e voluttà di vita. Il cerchio del sole sùbito brulica d'api ardenti che mellificano il fuoco. Passa nel libeccio l'ebrezza del miele igneo. Il bel giardino lagunare, ove fiutammo tutto il profumo d'Italia accolto, lentamente si cuoce. Sfatte sono le rose, sfatti sono i gigli; e gli steli ingialliti si mutano in stecchi. Le speronelle si sfogliano al vento come farfalle che perdano un'ala. Gualcita è la seta dei gracili rosoni che s'aprono intorno alle verghe fogliute delle alcee. Ma il timo, il rosmarino, la spicanardi, tutti gli aromati, sembrano consumarsi come l'incenso. I fiori numerosi della lavanda sono quasi fumo azzurrino. I melograni sono tutti accesi di fiammelle che si nutrono nellacera scarlatta dei balausti. Il giardino s'appassisce e s'appassiona. Gli ho lasciato il mio affanno. La bellezza del fiore si perde, e il frutto non riempie la mano.

Io sono andato a visitare i morti. Si compiono oggi quattro mesi della mia pena, si compiono sei mesi dal trapasso di quel compagno alato ch'era divenuto la metà del mio coraggio,dimidium animi. Ed egli era nato, or è trentatre anni, nel giorno del solstizio estivo. È questo il suo dì natale, il suo genetliaco di luce.

Per la prima volta ho sfidato la luce, nell'ora vietata. Mi pareva d'andare verso il totale abbacinamento, verso la cecità compiuta; o verso un miracolo d'oro. La scala era nell'ombra, tutta la casa era nell'ombra delle tendineverdicce: una prigione cupa e senza pace, dove il letto è un segno spaventoso come la croce a chi ne fu deposto tramortito per ricominciare a morire.

Sono disceso con cautela, senza rumore, come chi fugge per non tornar mai più. Sentivo le mura fatte di tedio, d'angustia e di smania. Andavo ai morti come alla libertà. Nondimeno ho esitato prima di passare la soglia Ho avuto paura della luce come d'un abbacinatore all'agguato nella calle deserta. Ho visto una lama di sole, stretta come uno stocco, davanti a me, allungarsi sul muro dell'orto dei Corner. E il ragno nero, che sta nel centro della sua tela tessuta dentro il mio occhio destro, m'è parso muoversi in un bagliore giallo vorticoso.

Ma come avrei potuto meglio prepararmi a visitare il più ardito dei miei compagni se non con un atto di temerità? Il gusto del rischio pareva di nuovo diffondersi in tutte le mie membra, simile a un sapore da troppo tempo vietato. L'anima sentiva di nuovo la qualità del sangue, come nei mattini delle mie dipartite, quando il pensiero del ritorno era lasciato nel vestibolo a dispregio, quasi ingombro vile.

Contro la riva il canotto aveva il medesimo battito, incitante come la diana, come il rullo del tamburo teso. Ma non v'era sul banco il mio gabbano pesante, né il mio camaglio, né il mio paio di calzari, né la mia maschera, né la mia pistola carica. V'erano sul banco tre fasci di fiori colti in quelgiardino isolano ove respirammo l'essenza inebriante dell'Italia bella: tre fasci mortuarii, coperti affinché non li cocesse il sole. E nella corsa il vento sollevava la copertura e il mio cuore, che mi pareva a ogni tratto il sole non soltanto li guastasse ma li pigiasse come fa dei grappoli il duro vendemmiatore. E il marinaio che era al timone, presso al meccanico, si volgeva e con una mano cercava di ricoprire i fiori, per quetare la pena che la sua gentilezza leggeva nel mio viso. Ma anche quella mano era rude come il sole, e mi faceva soffrire. Imagini funebri mi attraversavano il cervello pulsante. Rivedevo la mano villosa del medico nell'atto di ricoprire il cadavere dopo avere iniettato il balsamo per conservarlo.

Allora con un segno brusco ho impedito che l'uomo continuasse quel gesto. E il vento ha rapito la copertura, che s'è dileguata tra i due filoni della scìa schiumanti. Sul legno caldo del banco il sole divorava la freschezza dei fiori.

Ho cavalcato per ore ed ore nel deserto. Solo, di mezzogiorno, ho traversato le sabbie roventi che dividono le grandi Piramidi dai sepolcreti di Sakkarah. Ma non mi ricordavo che il sole potesse tanto essere terribile. Avevo dunque dimenticato, sotto la coltre della mia tristezza, la forza del giorno italiano?

Ero uscito dalle cautele dell'ombra per entrare in un contrasto di violenze aperte. La vibrazione del motore si comunicava a tutte le mie ossa. Tenevo i miei piedisospesi per interromperlo, discostavo le mascelle perché non arrivasse all'orbita, serravo la palpebra per comprimere i tessuti e gli umori dell'occhio leso. L'acqua rotta dalla rapidità mi spruzzava la gota; e i suoi riflessi erano intorno come un combattimento ad armi bianche. Vedevo, a traverso la palpebra, un rossore simile a una nuova emorragia raggiante, ove il ragno tenace fosse annegato. E il dominio del mio corpo meschino sfuggiva alla mia anima non dominabile. Il mio corpo temeva, si contraeva, pareva quasi cercasse nascondersi per sfuggire all'offesa. L'istinto se n'era impadronito. Ma la miglior parte di me era sollevata da un dolore più solitario che la sommità stessa del cielo. Consideravo la miseriadel mio corpo come la fragilità di quei fasci funebri, sopra quel banco arido e palpitante. Il mio dolore e il mio amore volevano difendere la freschezza di quell'offerta che il sole disfaceva. Più che la velocità dello scafo, quel sentimento mi avvicinava alle tombe. E pure quei fiori erano destinati a esser deposti su le zolle secche, destinati a divenir strame innanzi sera. Che già incominciassero a morire, importava forse ai morti? Potevano essi forse godere la loro freschezza?

O illusione sublime dell'amicizia! Io portavo quelle rose, quei garofani e quelle ortensie a colui che un giorno, reduce da un'impresa su Pola, nell'orto di Tomaso Contarini aperto in vista dell'isola sepolcrale, mi aveva ripetuto unpensiero e un sorriso dell'Estremo Oriente: «La farfalla non parla. Vorrei mi dicesse come sogna i fiori».

L'approdo è dalla parte del muro vecchio. Di là dai mattoni disfatti si alzano i cipressi ancora arrossati qua e là come il panno nero delle coltri che servirono a troppi funerali. Eccomi alla riva. Non so se è vero. Mi ritrovo su lastre di pietre sonore. I passi mi rimbombano nel capo. I quattro marinai hanno di nuovo sollevata la cassa, con le larghe cinghie. Cammino di nuovo dietro la cassa, di nuovo la tocco, la riprendo. Mi accosto, e metto le mie mani sotto: ora sento il peso. La coltre mi copre le braccia fino al gomito. Cammino senza vedere niente altro cheil nero e l'oro e i fiori. Entriamo nel chiostro, attraversiamo il portico. Andiamo verso un uscio, verso il deposito mortuario dove la salma attenderà fino a lunedì per essere seppellita. Non mi distacco dal mio feretro. Entro anch'io nella stanza fredda, imbiancata. La cassa è deposta su due cavalletti. È ancora coperta dalla coltre e dai miei fiori. Mentre mi raccolgo e m'agghiaccio e dico anche una volta addio al mio compagno (il suo povero corpo è scosso da questo continuo moto, dalle prove e riprove per la collocazione stabile), ecco che cominciano a entrare le corone. Sono enormi, talune. I portatori le dispongono contro le pareti, l'una su l'altra. Sono cento, sono più di cento. Un'afa irrespirabile. Fioriancor vivi, fiori già quasi putridi. Tutta la stanza è ingombra. Per far posto, bisogna premere le ghirlande, calcarle, pestarle....

Non è vero. Trasogno. La gran luce m'acceca. I riflessi acuti mi trafiggono come stocchi. La riva è troppo erta sopra la marea bassa. Una mano ignota si tende per aiutarmi a salire. Mi ritrovo su le lastre di pietra arroventate che mi abbacinano. Fuggo verso la porta del chiostro. Ho qualche minuto di smarrimento. Tutta la vita e come uno sciacquìo lontano, simile a quello che suona contro l'approdo verdastro. Tutta la vita è come il ciarlìo continuo di quei passeri su quei tetti bruni ove qualche tegola rosseggia. Vacillo su le ombre delle colonnette, su liste d'ombra sottili come lame adoppio taglio, che mi mozzano le caviglie. M'imbatto nella porta grigia del deposito, che è chiusa. Mi soffermo davanti alla vecchia lapide di Regina Carazzolo. Rivedo incisa la lieve ghirlanda di ulivo e di edera; rivedo le due ali. Come si sono alzate le erbe negli interstizii delle lastre sconnesse, intorno al pozzo francescano! Sono alte come candele infisse. Il gran sole non lascia scorgere le fiammelle.

Passo tra due cipressi e due magnolie. Salgo una breve scala. Un crudele ardore m'abbaglia, simile a quello che tremola sopra le stoppie deserte. Una pietra bianca, una pietra di tomba, si smuove sotto i miei piedi. Odo il lagno rauco d'una sirena che lacera laggiù, la laguna torpida. Odo unmaglio che batte, laggiù, su ferramenti grossi. Il cuore mi manca. Tocco il fondo della più opaca tristezza. Sono tra buio e barbaglio. Ho in un occhio l'orribile ragno nero, e nell'altro una vertigine di fiamma. Vado avanti, e non so perché non cada. Tutte le pietre delle tombe si smuovono sotto il mio passo. Discendo qualche gradino che splende e tentenna come le lapidi. Ora la ghiaia stride. Che è quella scala di luce e d'ombra? È la via dei cipressi, che rasenta il cimitero dei marinai. Vedo non so che cosa dolce e miserabile: in un campo di fango rappreso, un mucchio di piccole croci, di poveri segni, di ghirlande secche, di nomi che luccicano, di tumuli senza nomi e senza erbe. E il mio primo compagno nons'alza? non mi viene incontro? E gli altri due miei compagni dove sono?

Dov'è Roberto Prunas? dov'è Luigi Bresciani?

Intravedo nel bagliore il cippo di Giuseppe Miraglia. L'ala dorata d'Icaro vi splende nel cavo. Domina tutte le altre sepolture. È come un grande stipite terminale. Le parole che io v'incisi, la gloria non le dimenticherà. L'alloro che io v'appesi, il tempo non lo sfronderà.

Ma dove sono le altre due tombe? Non le conosco. Non le riconosco. La sera del 2 aprile i due miei amici erano vivi, seduti accanto al mio letto. Dovevano, il giorno dopo, esperimentare la nuova ala, senza di me. Sentivo nell'ombra la loro forza ch'essi dissimulavano,sentivo la loro gioia ch'essi dissimulavano per non straziare la mia impazienza. Tendevo a ogni tratto verso di loro le mie mani per avvicinarmeli. Gino sorrideva con tanta bontà che il suo viso n'era rischiarato. Aveva l'aria d'un giovinetto, d'un guardiamarina ancóra timido, con quella testa imberbe e bionda un poco inclinata verso la spalla sinistra, con quelle ciglia chiare che nel sorriso si serravano e palpitavano lasciando scorrere uno sguardo limpido come una di quelle gocciole di guazza che nel velivolo, fra tela e tela, pendono da un tirante d'acciaio. La faccia di Roberto olivastra pareva invece come invecchiata dai due profondi solchi che contornavano la bocca sottile. Era una faccia di pastoresardo scavata dal tedio e dalla riflessione. Usava egli l'ironia, talvolta l'arguzia; ma la sua maschera era come quelle campagne solcate da torrenti aridi in attesa di piene subitanee. I solchi delle lacrime erano scolpiti nelle gote fin giù al mento. E sembrava che da un momento all'altro dovessero riempirsi.

Da quella sera ansiosa e affettuosa, ecco che per la prima volta ricalco la terra dove i due corpi si disfanno. Cammino fra lo strame funerario, fra il pacciame che ricopre i crepacci. Mi curvo su i morti del mare, a scoprire, a leggere. Ogni nome mi ferisce, ogni pietra mi colpisce. Ecco il capo torpediniere del sommergibile Jalea, Ciro Armellino. Ecco il sottocapo, Biagio di Tullio. Un ricordosublime mi solleva il cuore. Rivedo, in fondo allo specchio d'acqua esplorato, la lunga tomba di ferro, il sepolcro navale. Ecco i morti del sommergibileMedusa, ecco i morti dell'Amalfi, ecco i naufraghi ripescati e sotterrati. Son forse più tristi qui, in questa mota gialliccia, sotto queste croci meschine, sotto queste ghirlande di zinco.

Forse era meglio che Roberto Prunas non fosse ritrovato dai palombari lungo la diga solitaria. Forse era meglio ch'egli sentisse ancóra passare sopra sé le torpediniere a fuochi spenti in rotta verso i porti dell'Istria. Era meglio che sottomare si cangiasse «in qualcosa di ricco e di strano».

Qui non ha più nome; né il suo pilota ha nome. Li cerco, e nonli trovo. Mi smarrisco nella farragine della morte. Vacillo nel barbaglio. Odo sotto il mio cranio uno scampanìo continuo che è come la sonorità della luce. Vedo un'ombra passare lungo il muro abbagliante di lapidi.

È un vecchio cappuccino, vecchio decrepito, che strascica gli zoccoli biasciando, con le mani congiunte sul cordiglio di San Francesco, seguito da un gatto nero e da due gatti tigrati che gli miagolano alle calcagna. Mi accosto, lo riverisco, lo interrogo. Non è se non una tonaca logora, non è se non un cappuccio penzoloni, tanto la sua carcassa mi sembra cadente e sparente. Il suo viso è niente, è meno d'un pomo aggrinzito e muffito. I suoi occhi sono come due frantumi di vetro azzurrognolo,senza sguardo, senza cigli. Si sofferma, non comprende, non risponde. Gli domando dove sieno i miei morti. I morti sono da per tutto. Egli medesimo è un morto che va a coricarsi in quella fossa laggiù, dove i suoi gatti scarni lo lamenteranno tutta notte. I suoi piedi nudi sono morti negli zoccoli che fanno stridere la ghiaia. Egli non ode le voci umane che vengono dalle fondamente lontane; non ode le campane lontane; non ode l'ora che suona; non ode il martello che batte; non ode quel bambino che piange, chi sa dove, forse in fondo a un locello, di sotto a una lapide, dietro a un cipresso.

Dove sono i miei morti? Vedo Roberto Prunas che apre la tabacchiera d'oro donata al suo bisnonnodal re di Sardegna e prende una sigaretta tra le sue dita brunicce. Luigi Bresciani è in piedi, come sotto la tettoia dell'Arsenale dov'era ricoverato il suo meraviglioso idròttero; e la sua gota è inclinata verso la pala dell'elica ferma verticalmente; e le linee del suo volto sono fini, precise e misteriose come quelle del legno propulsante. Batto le palpebre. Le apparizioni vaniscono. Il sudore mi cola giù per la tempia.

Il frate minore non torna indietro. Scorgo nel viale un custode nero. Lo chiamo. Lo interrogo. Non sa. Va a consultare il registro. Si allontana. La ghiaia scricchiola.

L'attesa mi vuota l'anima, e vuota il mondo. I pensieri ruotanoe si sperdono come nella vertigine. Col supplizio della luce negli occhi, resto fisso alla mia ombra coricata sul sabbione dove i miei piedi si stampano. Sopra la mia ombra svolazzano due farfalle bianche, simili a quelle che esitavano davanti al cancello rugginoso dell'orto contareno.

Il custode torna. Mi tende una piccola carta piegata: la polizza sepolcrale, la bulletta funeraria: dov'è scritto che Luigi Bresciani fu seppellito nella fossa tredicesima della fila terza.

Oggi è la festa del suo nome.

Ho il foglio tra le dita. Cerco. Scopro la pietra quadrata che porta scolpito il numero tredici.

Nel primo attimo, qualcosa di vivido e di leggero, qualcosa come la sensibilità, come la delicatezzae l'acume del mio amico, trema su quella desolazione. Poi vedo la cruda miseria. Nessun nome, nessun segno. Una grossa corona di zinco e di porcellana, un'altra di conterie nere e bianche; un fascio di palme secche, quasi spinose, legato da un nastro stinto; un coccio rossastro, con uno stecco fitto in un poco di terra; un cartoccio di latta, con un poco di acqua e un mazzolino marcio.

La tristezza mi curva, mi fiacca i ginocchi, mi schiaccia su quel povero orrore. Vedo il viso raso e chiaro, il biondo puerile dei capelli lisci, le labbra esigue e sensitive, i leali occhi fraterni che di sùbito il coraggio affilava e aguzzava. Tra la lugubre cianfrusaglia che ingombra questa sepoltura, scopro il fiore tenue delvilucchio, un che di fresco e di candido, quasi volubile sorriso. S'allevia il peso del cuore.

Ecco che il nostro primo compagno, ecco che il più amato è con noi. La sua voce mi passa nell'anima, come quando conduceva al mio sogno le imagini dell'Estremo Oriente, nel giardino situato dalla Parte dell'ombra.

«Una donna esce dalla casa mattutina, col suo orciuolo, per attingere acqua del pozzo. E vede che un vilucchio prestamente nella notte s'è attorcigliato alla corda umida della secchia ed è fiorito. Rientra nella casa, posa l'orciuolo, e dice: Il vilucchio ha preso la corda. Chi mi dà acqua?»

Qui neppur l'amore immortale può disgiungere dalla putredinela figura della morte. La cassa d'abete rozza, dove fu chiusa — or è sei mesi — l'altra cassa levigata e ornata, per preservarla, è certo fracida nell'umidità della fossa. Le assi hanno ceduto, e la mota salsa ha spalmato l'altro coperchio dov'era inciso il nome di Giuseppe Miraglia.

Il 27 decembre era un giorno di piovitura e di caligine. Tutto il camposanto pareva ridivenuto una barena melmosa. Quando fu portata la cassa di legno bianco, quando l'altra vi fu dentro deposta, quando il marinaio conficcò i chiodi a gran colpi di martello, quando vennero i seppellitori con le corde, quando vidi il fango agglomerarsi intorno alle loro suola su l'orlo della fossa, quando vidi in fondo alla fossa luccicare unpoco d'acqua giallastra, io non ebbi se non un pensiero e una pena e una domanda. Mi fu risposto che l'abete grezzo poteva durare in terra due anni. Ma non era vero. I sei becchini grigi imbracarono il legname e lo calarono, pontando i piedi nella mota che saliva a mezza gamba. Poi presero le pale. Le aste delle pale erano lisce per l'uso. Un riflesso vi guizzava a ogni movimento. La terra era molliccia, quasi liquida. Le prime palate di melma sopra le assi diedero un suono sordo, un croscio fiacco. Il corpo dell'uomo alato era sepolto nel fracidume. Ma vidi nel fracidume rilucere una conchiglia. Allora aguzzai la vista. E scopersi innumerevoli conchiglie, intiere o trite, bianche o rosee.

Perché queste cose alleviano il dolore? Perché l'amore superstite rimane così tenacemente legato alla bara, al corpo disfatto, alle ossa, alle ceneri, alla materia del sepolcro? Perché oggi, al primo chinarmi sul tumulo del mio compagno, ho sofferto delle fenditure che il calore apre nel breve spazio compreso tra gli orli di busso ingiallito?

M'è egli più vicino qui? o nella mia casa, o nella strada, o su l'acqua, o dovunque io vada e pensi?

Lo rivedo a traverso la terra, a traverso il legno e il piombo. Lo sento rivivere. Lo sento respirare, lo sento ripalpitare, quando m'inginocchio, quando poso la mia mano su la sua sepoltura calda come sul suo fido petto.

L'illusione è profonda come quella radice della speranza che nessuno di noi riesce a strapparsi del cuore interamente.

Non piango, ma entra in me qualche dolcezza. Resto inchinato, col giogo del sole sul collo. Il mio occhio illeso è sensibile come il mio occhio infermo. Le imagini vi s'imprimono e vi restano. Come guardo fisamente la corona d'alloro sospesa al cippo, ecco che la mia visione si fa verde. Potrei levarmi e accorgermi d'esser divenuto cieco. Perché qui un tal pensiero non mi sbigottisce?

Qui non è l'inerte chiarore glauco che ghiacciava la pergola bassa, là, nella vigna di Murano. È un ardore, un incendio divorante Chiudo le Palpebre, poi le riapro.

Vedo i fili d'erba che tremano.

Vedo un ciuffo di trifogli, e non v'è quello di quattro foglie. Vedo le conchiglie lucenti, e ve n'è una fatta come un'orecchia. Le formiche rossigne camminano su per gli ovoli e gli sgusci del plinto. Una lucertola è ferma contro lo spigolo, e par fusa nel bronzo come il braccio d'Icaro nel bassorilievo incastrato. Ma ciascuna di queste cose perde la sua sostanza vera e si trasmuta in un sentimento che è musicale come le cadenze delle lamentazioni.

Chi ha portato a questa tomba i fiori violetti della barena, perpetui come gli asfodeli? Sono simili a quelli che cogliemmo nella laguna di Grado un dì d'agosto, «fiuri de tapo», per spargerli su lo specchio d'acqua dov'era colato a picco ilJalea. Mi volgo, e vedoil marinaio che m'ha seguito portando i tre fasci di rose, d'ortensie e di garofani. Aspetta, sotto il cipresso, diritto, in silenzio.

Chiudo ancora le palpebre. Sento che il mio compagno è dietro di me, seduto al governo delle leve, come in quella partenza. Sento l'oscillazione del velivolo. Ho davanti a me, sopra una specie di rastrelliera, quattro bombe con le eliche fissate da un fil di ferro e il fascio di fiori che un'anima pietosa ci ha affidato per gettarlo sul sepolcro marino.

Prendiamo altezza. C'è vento fresco, ma l'apparecchio è stabile. Un rullio leggero, a quando a quando, poi un senso d'immobilità, di sospensione nell'aria. Il cuore si dilata. Un sorriso spontaneo brilla alla cima dell'anima.

V'è qualche ragnatelo sparso nell'azzurro.

Il mare increspato fa un poco di bava bianca ai lidi sottili.

Un raggio traversa il cofano e fa rilucere il tubo d'ottone nel motore.

Nella scìa d'una torpediniera i due filoni divergono, simili alle due palme nelle mani della Vittoria.

Tutto di qui appar soave, quasi femineo. Dianzi, la città e il ponte erano come il fiore e il gambo.

La gola di Venezia era come la gola della colomba cangiante quando un poco si gonfia e s'inarca nella voglia di tubare.

I colli euganei erano laggiù come tumuli d'amanti famose, inzaffirati.

Le chiare dighe sono cinturecinte alla terra bionda e molle che, come una donna, ha le sue delicatezze segrete da non potersi sorprendere se non di quassù.

Nell'estuario le porzioni della terra sembrano fatte per essere offerte, come il pane si frange, come la focaccia si parte.

Il fango è una materia preziosissima: di quassù è opulento come la sabbia del Pattolo.

Le rive sono protese, distese come chi si stira nel sopore: sono attitudini, sono gesti.

La laguna ha i suoi prati che aspettano le sue greggi d'argento squammose.

La laguna è come la perlagione d'un cielo vista a traverso le nervature duna foglia macera.

Ora il mare la imita. Ora nel mare le correnti rilucono e lofanno simile alla laguna solcata dai canali tortuosi.

Nel pallore della laguna i canali tortuosi sono verdi come la malachite, verdi come l'ossido di rame, come certi occhi.

Le piccole città bianche, su le sporgenze della costa, sono da prendere e da portare in palma di mano.

Ecco Caorle. Sta sopra una sporgenza che ha la forma di una tiara aguzza.

Guardo ancóra Caorle. Il lido m'appare tagliato come una sella d'alto arcione; e la città è posta in sommo dell'arcione di velluto logoro.

Il mare è deserto. Gli orli spumosi hanno una dolcezza infinita, simili a non so che favellìo, a noi so che sorrise parolette.

L'ala inferiore è metà nel sole e metà nell'ombra. La parte davanti è nel sole. L'ombra di tratto in tratto avanza. Resta nel sole una striscia sottile: la costola.

Leggo e comprendo i segni intersecati che fanno le ombre dei tiranti d'acciaio.

Ho lo spirito lucido come l'aria. Si sale, si sale. «Sublimare è d'una cosa bassa e corrotta farla alta, e grande, cioè pura.»

Si sale. Siamo di là dai duemila metri. Siamo soli, io e il mio compagno. Quel che io ho veduto, egli l'ha veduto; quel che io ho sentito, egli l'ha sentito.

Mi volgo. Lo guardo. Ha l'aria d'uno di quegli idoli dell'Estremo Oriente accosciati e immobili. È fisso. Il suo viso è bronzino nel camaglio di lana. Alla radice delnaso ha l'ammaccatura degli occhiali, violacea. Porta i baffi tagliati nettamente su la bocca grande, rasi col rasoio agli angoli. I suoi occhi sono felini, tra verdognoli e giallognoli, pieni di polvere d'oro. Prendono qualcosa d'infantile quando mi sorridono.

Egli mi domanda il taccuino, e scrive: «Vuoi, di grazia, stringermi l'elastico degli occhiali, che m'è lento?».

Mi sporgo dal mio seggiolino; faccio miracoli d'agilità per non disturbargli il governo, mentre il velivolo rulla al vento che rinfresca. La molletta non serra. Mi levo i guanti. Riesco a fare un nodo. Vedo a traverso le lenti ridere i suoi occhi. Ho sùbito le dita ghiacce. Il freddo aumenta.

Si continua a salire. Il sangue è armonioso. La vita è piena.

Ecco Grado nostra. Grado d'Italia!


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