LICENZA.

LICENZA.

A Chiaroviso.

Riodo approssimarsi il galoppo delicato dei puledri di gran lignaggio sul mio silenzio che oggi è metà nell'ombra e metà nella luce come la prateria liscia nel paese di Silvia l'Italiana.

Vi sovviene ancóra, o Chiaroviso, di quel giorno d'estate acerbo e torbido come un meriggio di primavera immatura? Era l'ultimo spettacolo della vita leggera: la gara breve della grazia e dell'ardoreereditati per sangue. I puledri di due anni ci parvero le più belle creature dell'Universo, alti su le gambe e senza ventre come i miei levrieri creati e allevati nello stampo ideale dalla mia volontà che impara ogni arte.

L'ippodromo era quasi deserto. Rari e assorti gli spettatori, tenuti da una inquietudine comune che inclinava i loro sguardi verso il suolo come se nel verde agguagliato cercassero erbe da sortilegi. Taluni erano sprofondati nella lettura dei fogli sibillini, senza volgersi al ritmo delizioso che segnavano gli zoccoli dei giovani cavalli partendo in gruppo sul terreno sonoro e cedevole. Io pensavo al principio di un'ode, che somigliasse a quell'impeto fresco, fresco e allegro come il frullo d'unostormo d'uccelli spiccatosi da una frasca rinnovellata; il quale era per risolversi in schiuma e in sudore fumanti giù per la pelle ove il fuoco delle vene palesi dava imagine di quella vibrazione silenziosa che la canicola crea contro le sabbie ignude.

Patetica ora di bellezza e di divinazione, perpetuata nella memoria come il frammento d'un fregio sopravvissuto a un tempio in rovina. Non era infatti men bello della cavalcata fidiaca quel grande stuolo di puledri «figli del vento» che non sembravano calpestare l'erba ma sorvolarla. Erano ventuno: tre volte sette: il numero ritmico e magico del quale fui sempre studioso. E li cavalcavano fantini quasi fanciulli, dai visi netti, senza pur la prima lanugine,fratelli minori dei cavalieri ateniesi, sprovvisti della clamide e del cappello tessalico ma non della flessibile eleganza.

Ci protendevamo dallo steccato per seguire la corsa, con gli occhi avidi di chi s'accommiata e si volge prima di allontanarsi. Seguivamo quell'onda ardente e fremente, dal sole all'ombra, dall'ombra al sole, su la pista verde e azzurra a volta a volta, con la stessa agitata malinconia che ci travaglia quando vediamo dileguare l'ultima giovinezza o l'ultimo amore o l'ultimo piacere.

Era l'ultimo gioco dei nostri ozii e della nostra pace. Attendevamo che del gruppo, compatto come una sola bestia baia dalle zampe numerose, irrompesse il vincitore certo, il campione designato, quelloche avevamo scelto per la scommessa, quello che l'eccellenza della struttura e la potenza del sangue annunziavano più formidabile nella lotta. E mi si ripresentava nella mente concitata quel meraviglioso corsiere britanno, prediletto della vittoria, che sul punto d'esser superato dal rivale si voltò furibondo e lo addentò al garrese per impedirgli di vincere. Così a un tratto l'ansietà del gioco si mutava in un sentimento più acre e più profondo. Non già sprizzò sangue dal garrese del puledro che alla svolta sopravanzava di tutta l'incollatura lo stuolo chiuso conducendo la corsa; ma l'odore del sangue futuro pareva salire da quel dolce seno dell'Isola di Francia, ma dai molli orizzonti del Vallese pareva affacciarsi laGuerra e soffiare la sua afa di putredine e d'incendio.

Non più palpitavamo per quella vittoria ma per un'altra, non più per i giovani cavalli ma per i giovani eroi. Ci guardavamo negli occhi, a leggervi lo stesso pensiero; ed eravamo un poco pallidi, sotto l'ombra d'una nuvola fugace. E, come nei nostri occhi fraterni, in tutta la nobiltà della contrada, su cui tremolava pel declinare del giorno il sorriso italiano di Silvia, noi leggevamo il presagio della resurrezione latina. Gli edifizii, le colline, le acque, i prati, i parchi si armonizzavano in lineamenti della medesima architettura. Nel dominio che la nepote trilustre di Maria de' Medici s'ebbe per il più abile dei suoi cinti, la mia anima toscana si accomodavacome in una vecchia villa medícea. La Nonetta era vagabonda e vitrea come l'Ambra. L'Orsina arieggiava la bella Vespuccia dalla collana d'angue. Teofilo cantava come il Poliziano.

Il puledro vincitore era ricondotto a mano nel recinto del peso. Un che di fluido e di fermo, insieme: il tremolìo dei muscoli sotto il sudore schiumante faceva pensare alla mobilità delle polle improvvise; ma i suoi tendini convenivano alla sua ossatura come le corde ai tenieri delle balestre. Dalla barbozza al nodello, dalla spalla all'anca, dalla punta del petto al fusto della coda, era tutto opera di stile ancor più concisa che quella scolpita nella metope attica. Ma tanta severità di forma non era destinata se non a governarela strapotenza della vita. Nelle narici e negli occhi gli spiriti del sangue bruciavano con la forza del fuoco che apparisce per gli interstizii del forno fusorio.

E nel modo inimitabile di comprendere e di sentire quella convenienza e quella bellezza noi ci riconoscevamo latini. E intorno allo sforzo vittorioso di quel giovine animale perfetto vedevamo disporsi la perfezione secolare di tutte le nostre culture.

Ed ecco che a quel gioco lieve stava per succedere un gioco tremendo, la cui posta consisteva di tutti i nostri beni. Noi eravamo per rischiare tutti i nostri beni contro un getto di dadi. Già udivamo risonare i malvagi dadi su la pelle d'asino tesa nel tamburo del lanzichenecco.

Traversammo la prateria deserta, quasi a vespero, per tornare verso la casa amica. Io pensavo alla dimora di Silvia specchiata nelle acque chiare. Imaginavo nella parlatura di Francia l'accento della patrizia romana.

Rare parole, passi lenti, gravi pensieri: Le torri del Castello allungavano l'ombra su i bacini e su gli spiazzi. Laggiù, forme taciturne della sera, un cigno attraversava uno stagno, una cerva attraversava un viale. Laggiù, in una sala deserta, il serpe grazioso si dislacciava dal collo della Simonetta e le si moltiplicava nei capelli ornati. Il bel capo genovese si faceva irto e sibilante come quello della Gorgone, e sovr'esso la nuvola del destino si gonfiava di minaccia.

Sorridevamo di questa imaginazione camminando sul tappeto dell'erba; ma, come la luce si dipartiva da tutte le cose per andarsene all'occidente, sentivamo tutte le cose più dilette a poco a poco abbandonarci. Non soltanto un giorno finiva ma un mondo si dissolveva. I fantasmi della vita leggera si dileguavano più veloci che il galoppo dei giovani cavalli. In mezzo a quel morbido prato una necessità repentina ci premeva e ci curvava, dura come il ginocchio del Genio michelangiolesco.

Io e Marcello, il mio compagno di giuochi, distaccandoci alquanto dalle gonne serrate che sembravano impastoiare anche le nostre gambe, ci guardammo con una commozione che scomponeva lenostre labbra e ci stringeva la gola; perché il flutto dei nostri pensieri e dei nostri presentimenti, levandosi e aumentandosi nel tempo medesimo, ci aveva insieme sopraffatti.

La casa materna era là, tranquilla, sotto la protezione dei vecchi alberi: bella e comoda casa francese, tutta chiara e nitida, illuminata dall'ordine quasi più che dalle finestre, un poco italianeggiante come un sonetto della Pleiade.

Udivamo i cani uggiolare e squittire nel vestibolo. Come la cateratta si solleva e la forza dell'acqua precipita, così la porta s'aperse e la loro gioia impetuosa ci assalì senza ritegno. Era una irrequietudine di muscoli simile allo sbattimento d'una stoffa di setamanosa percorsa da rapidi riflessi; e per entro vi brillavano gli occhi e vi s'appuntavano i musi che parevan quasi l'acume dello sguardo nella volontà di penetrare lo spazio. Tutto era potenza elastica, levità balzante, secchezza essenziale come nei cespi aromatici, giubilo d'amore, malizia infantile, desiderio di fuga, avidità e gelosia, fedeltà e disobbedienza. Erano fanciulli capricciosi e tremende macchine di vittoria, belve crudeli e damigelle timide, sognatori taciturni e dilaniatori inesorabili. Li amavamo come si ama una donna malfida e tenera, mista di svogliatezza e d'ardore, di frenesia e di mestizia. E, quando Marcello si chinò verso il prediletto e gli sollevò una zampa di dietro per esaminare un'unghiamalata, il cuore ci tremò come davanti alla più squisita delle opere d'arte vedendo l'estrema luce trasparire nella membrana tra lo stinco e il tendine.

Eppure il giorno innanzi, parlando della guerra, s'era a noi presentata l'eventualità di sopprimere una parte del canile, la necessità orribile di uccidere i nostri amici e di seppellirli in una fossa. Tutto quel vigore scolpito e cesellato era omai sotto la condanna. I morituri erano già scelti. Qualcosa di funebre era entrato con noi nella casa pacifica. Nelle stanze ordinate le tende e le portiere non si movevano, ma l'aria pareva inquieta come quando sta per scoppiare l'uragano e i servi corrono a chiudere i vetri e gli usci.

Il Sacrifizio era venuto a prenderposto tra i Penati. Non volgemmo il capo per ignorare la sua presenza. Ma ci avvicinammo a lui, gli togliemmo il velo, e lo guardammo con pupille ferme.

Ora non dimenticabile di amicizia, di proposito, di speranza! Eravamo seduti intorno alla tavola familiare. Le lampade non erano state accese. A una a una le cose erano abbandonate dalla luce del giorno che se ne tornava all'Occidente. Una Vittoria dorata, del tempo dell'Impero, luccicava sul marmo del caminetto. Parlavamo piano, come se l'ombra di quella sera avesse una grandezza inconsueta. Lasciavamo freddare l'arguzia nella bocca e la bevanda nella tazza. Il nemico non era soltanto al confine ma su quella soglia. La sogliadella casa e il confine della patria erano una sola santità che poteva essere profanata. Bisognava sorgere e combattere.

Allora Marcello venne sorridendo, con quel suo viso bianco e affilato come una spada nuda che riposi sopra una lastra di Carrara. Venne e recò la sua tunica azzurra e il suo berretto di fantaccino tirati fuori dal fondo di un canterano. Odoravano di canfora.

Non altrimenti ci saremmo commossi se fossimo stati sfiorati dalle pieghe della bandiera sventolante. Ciascuno di noi palpò il panno rude. Qualcuno forse lo vide intriso di sangue.

Come il berretto andava al mio capo, ne traemmo un buono augurio; e ritrovammo il nostro sobrio riso con aggiuntovi un chedi tagliente. Fin da quella sera le due patrie furono una sola per noi.

Una campana di fuoco sonava in sommo del crepuscolo di luglio.

Ci levammo per uscire all'aperto, come soffocati. Respirammo la battaglia e la liberazione nel vento che passava su l'Isola di Francia.

Vi sovviene, o Chiaroviso, di quella sera? In quella sera, per segno di fraternità latina, io vi diedi il bel nome italiano che a un tratto mi ricordai d'avere scoperto in una vecchia carta notarile pistoiese quando i bei nomi generavano nel mio spirito le belle eroine: Chiaroviso. Sembra il nome luminoso delle due patrie congiunte.

Poi seguirono giorni stupendi, che canteremo.

Colgo intanto per voi nel libro della mia memoria queste pagine di passione scritte sotto la data del 27 di quel luglio tragico. V'è un canto nascosto.

[Veramente oggi la vita è sospesa; e, così com'è, sembra non valga più la pena d'esser vissuta. Il tedio e l'ansia s'avvicendano; o l'una attraversa l'altro come la corrente che passa pel mezzo del lago stagnante. Non so quante cose malate e quante cose morte appèstino l'aria. Respiriamo infezioni senza numero e ignote, come quando la polvere crassa e il fango risecco ribollono sotto la prima acquata in un paese chedevastarono la canicola e la pestilenza.

Mi ricordo di aver paragonato una certa tristezza dell'uomo alla nave che con l'elica guasta è perduta nell'immenso polipaio, nell'inerzia ardente dell'Oceano sotto il Tropico, morendo a poco a poco nel fetore della sua sentina.

Sentii l'odore d'un abissoinvisibile e onnipresente,il pestifero fiatod'un gran mare torpentema pieno di occultaferocia, di vita vorace....

Sentii l'odore d'un abissoinvisibile e onnipresente,il pestifero fiatod'un gran mare torpentema pieno di occultaferocia, di vita vorace....

Sentii l'odore d'un abisso

invisibile e onnipresente,

il pestifero fiato

d'un gran mare torpente

ma pieno di occulta

ferocia, di vita vorace....

Ritornano in me le imagini di certi pomeriggi romani, nel tempo più tristo, quando le oche del Campidoglio scendevano a starnazzare e a gracidare nella Cloaca, restando abbattuto o deserto ogni altare venerabile. Ritorna inme qualcosa di quella disperazione e di quella nausea.

Manìe, Manìe silenziose,erranti nell'infernodella città canicolare,col passo degli sciacallifamelici, tra le buccelùbriche dei frutti e lo stercodei cavalli copertod'insetti che hanno il lucoredell'acciaio azzurrato....

Manìe, Manìe silenziose,erranti nell'infernodella città canicolare,col passo degli sciacallifamelici, tra le buccelùbriche dei frutti e lo stercodei cavalli copertod'insetti che hanno il lucoredell'acciaio azzurrato....

Manìe, Manìe silenziose,

erranti nell'inferno

della città canicolare,

col passo degli sciacalli

famelici, tra le bucce

lùbriche dei frutti e lo sterco

dei cavalli coperto

d'insetti che hanno il lucore

dell'acciaio azzurrato....

L'aspetto di Parigi è sinistro, sotto il cielo basso umidiccio e grigio come il vapore della caldaia che bóllica. Il fiato di tutti quegli uomini che s'accalcano nel Tribunale sembra appestare la città intera. Ciascuno di costoro ha messo la sua unghia listata a bruno nei buchi fatti dal piombo alla veste dell'ucciso, e con quella stessa unghia s'è levata la càccola dal naso partigiano e l'ha depostacautamente su la manica del suo prossimo.

Non c'è dunque altra bandiera che quel soprabito bucato e un po' di biancheria sporca? Non c'è altro grido di allarme e di riscossa che il falso rugghio avvocatesco? In un rauco baritono forense Parigi vede un magnanimo leone, e i baffi ritinti e spioventi d'un accusatore ben mandibolato le danno imagine dell'antica rudezza gallica. Sii dura alla presa, mascella faconda!

Dicono che la vendicatrice non abbia ucciso se non per farsi riamare da un marito stufo. Non so perché, penso a quel piombo che i pescatori mettono in bocca ai pesci morti, di cui si servono per esca. L'anima stessa della città mi ricorda uno squalo arenato, laggiù,su la spiaggia atlantica, in una sera di luglio senz'astri, ove l'udii lungamente soffiare e agitarsi finché l'alta marea non lo salvò.

La marea sale? Che è questo romore meraviglioso, il qual sembra venire dalla profondità dell'orizzonte? Non c'è nessuno che si corichi in capo d'una strada, dalla Parte di levante, e ponga l'orecchio contro terra in ascolto? Forse la Francia eterna, la grande Seminatrice che ha esausto la semenza del grembo, sta ora così contro terra in ascolto; e un poco di quella terra arida si pone ella su la lingua, sotto specie eucaristica, prima di risollevarsi.

S'aspetta la sera, per alfine seppellire il morto e i mal vivi. Forse a mezzanotte dai quattro canti della città, subitamente, le trombeinvisibili soffieranno la guerra; e nessuno vorrà dormire nel suo letto, ma ognuno aspetterà l'alba per riconoscere il suo vero viso e il viso altrui. E il tono dell'ultima canzone, interrotta nella gola grassa della cantatrice da conio, sarà cosa memorabile pel goditore costretto a intendere il primo grido dell'allodola come richiamo di combattenti.

Tuttavia la speranza della pace cola pei rigagnoli, alla soglia delle botteghe, tra chiavica e chiavica, come una immondizia tarda che domattina gli spazzaturai mescoleranno all'altro sudiciume e porteranno via su' loro carri cigolanti. È l'ultimo giorno di vituperio? sono l'ultime ore di vergogna?

Non so se la femmina del mestatore oda ripalpitare il cuore della vittima sotto il pavimento della cella, secondo l'ingenua favola del rimorso e dell'espiazione; ma a noi sembra udire, in una maniera misteriosa, un cuor nuovo battere a quando a quando, non sappiamo dove, forse nella nuvola, forse già nella nostra carne opaca, come allorché il nostro polso medesimo rappresenta al nostro orecchio un rombo strano e lontano.

O necessità della sorte, dura e pur bella, che non ci consente di vivere più oltre se non siamo capaci di creare a noi stessi la nostra primavera e di restituirci in novità di vita!

Perché quello che fino a ieri ci valse, oggi non ci vale più; quelche ci appartenne, non più ci appartiene. I sostegni abituali mancano a un tratto, i comuni rimedii sono inefficaci. Domani non possederemo più nulla, di quanto fu la nostra ricchezza illusoria. La nostra vecchia anima sarà men che un cencio da buttar via. Saremo spogli di tutto, vuoti di tutto. E non ci sarà permesso di mendicare, ma sì ci sarà imposto di conquistare. E la vera legge marziale sarà su noi instaurata dopo la guerra delle armi; che uccidere e distruggere sarà ben facile cómpito in paragone di quel che i superstiti troveranno dinanzi a loro.

Quale, tra le sorti del mondo, è magnifica come questa che si disegna ai nostri occhi attoniti? Neppure la resurrezione asiatica,il subitaneo ringiovanimento che rinnova la sacra Asia, le è comparabile; né alcun altro più fiero dramma di stirpi nella storia umana. Ecco che l'Europa decrepita, la temporeggiatrice incurvata dal peso delle sue frodi e delle sue viltà, sta per immergersi tutta nel sangue con la certezza di uscirne più giovine che quando su lei barbara i freschi vènti della Rinascenza soffiarono dal Mediterraneo! Il più crudo fato diventa una fede inebriante, per gli spiriti maschi. L'ansia si placa in un culto di aspettazione.

Penso che l'antico Ade non fosse nel mondo di giù, ma rimasto sia con gli uomini che l'imaginarono. In questo intermezzo di giorni so che mi muovo tra le ombre dellavita, ignudo di ogni bene e quasi immemore, non dissimile a un ospite delle valli cieche. La malattia m'aveva già distaccato da molte cose, e liberato interamente dalle ceneri del mio stesso ardore. Esco dalla convalescenza come uno che, abituato a camminare con gravi fardelli e più grave compagnia, passi a nuoto una rapida fiumana, avendo prima in essa gettato ogni sua soma e lasciato i seguaci su la riva. Sono leggero e spedito per andare verso l'avventura, verso il pericolo e verso la morte. Forse mi sarà dato di sentire in me la stupenda novità che si prepara, prima di disciogliermi. Ma già la ricevo in forma di annunciazione.

Dal principio della primavera a questa estate, un sentimento continuodi precarietà m'ha impedito d'intraprendere qualsiasi cosa e pur di disegnarla. La vicenda cotidiana m'era estranea e remota. I prossimi mi parevano larve inesistenti. Poiché la vita, quale mi s'offriva, non valeva la pena ch'io la vivessi, ero contento d'essere occupato dal mio male e dalla mia pazienza, chiuso in una sorta d'involucro angusto, simile a una crisalide silenziosa. Ma tuttavia avevo in me la certezza che quel tempo non fosse se non un passaggio fatale e che in fondo a quel silenzio si accelerasse il ritmo formidabile del Destino. Pensavo che una parte della materia umana fosse tolta a me, come a ogni altro uomo consapevole o inconsapevole in quel punto, per alimentare e aumentare l'evento, e cheil mio soffio e l'altrui fossero menomati per accrescere un turbine non del tutto composto ancóra. Tenevo il viso rivolto verso una triste finestra che dava su una corte ove non s'udiva se non cuoche scodellare, serve cianciare, bambini fiottare, ustolare cani prigionieri. Quanto ho amata quella umile solitudine che mi preparava a non essere più solo!

E mezzogiorno, è l'ora alta in cui le carogne abbandonate brulicano di vermi e ronzano di mosche. L'aria è ambigua, calda e fredda a volta a volta, afosa e umidiccia, quasi ributtante come certe mani che ci sono tese nella strada e che ci danno il bisogno subitaneo di nettarci dal loro contatto non soltanto con l'acqua macon l'acido. Alla punta della Torre di ferro, che sembra il priapo della città, la nuvola si lacera rossastra come il fumo alla bocca del cannone. Pioviggina? o è l'immondo sudore della Corte d'Assise, che ricade su Parigi anelante? Un venditore di giornali vocia, laggiù, verso l'Arco di Trionfo; e mi par di vedere la sua fauce vinosa, la sua carotide gonfia che sforza la cravatta rossa, il suo berretto consolidato dall'untume. Il vano dell'Arco è senza luce: sembra murato provvisoriamente con mattoni per coltello. Ma domani l'alto rilievo eroico di Francesco Rude, laDipartita, non si staccherà dalla pietra, non diverrà un gruppo scolpito di tutto tondo, non si metterà a camminare, non s'ingrandirà come unavalanga, non travolgerà tutto e tutti nel suo impeto trionfale?

Abbasso le palpebre su la mia intollerabile angoscia; e rivedo la mietitura del mio paese, un certo campo del Lazio tutto sanguigno di papaveri, una mano bruna che ha un suo certo modo di prendere la manata di spighe da segare, un fastello di covoni coperto di passeri ghiotti nel contado di Settignano, uno stuolo di mietitori seminudi lungo la via polverosa di Montecassino, il tremendo specchio del lago di Nemi nel suo cerchio di selve, la lunata d'una spiaggia etrusca, la stortura d'un pino piceno carico di cicale, gli occhi d'una paranza ortonese dipinti di minio, e la sacra bocca dolente di mia madre.

Si parte dalla mia anima ungesto improvviso di passione, come verso una presenza tangibile, come verso una creatura nel tempo medesimo reale e ideale. Per alcuni attimi il desolato volto materno si pone tra me e il volto della Patria che ho creduto di scoprire come in un lampeggiamento penoso. «O timore simile all'inverno che conduce per mano la speranza simile alla primavera!»]

E trovo nel libro della mia memoria queste altre pagine sotto la data del 30 di agosto. V'è un canto celato.

[Oggi l'invasore è a La Fère, occupa la cittadella forse immemore d'un'altra capitolazione precipitosadavanti alla medesima forza. I suoi cavalli scendono per la vallata dell'Oise verso Parigi, calcano già il vero cuore della Francia, scalpitano la più sensibile parte della terra afflitta, con ogni pesta profanano una memoria, offendono una bellezza, rinnovano un dolore. Ho veduto un velo subitaneo turbare lo sguardo di colui che dianzi mi dava la triste novella, nato nella contrada natale di Jean Racine, all'ombra delle vecchie torri alzate da Louis d'Orléans. Ora, se socchiudo gli occhi ed evoco l'Isola dai tre Gigli, mi sembra di vedere tra poggio e poggio tutti i suoi campanili tremolare come i suoi pioppi; e forse non è se non il pianto contenuto del mio amico, che mi fa vacillare lo spirito.

Ma mi riappare, ne miei ricordi di pellegrino, l'antica signoria dei Coucy senza paura, entro la disutile cerchia merlata, sopra le praterie basse inondate dalle due fiumane, in un odore di concia. Or è quarantaquattr'anni, quella città di pellai, di mugnai e di oliandoli issò la bandiera bianca, avendo perduto tre de' suoi borghesi, dopo un assedio d'un giorno, con tutte le sue vettovaglie intatte e con più di cento cannoni ammutoliti. La foschía di quel malvagio novembre lontano sembra oggi a un tratto rispandersi su Parigi attonita. Il cielo è ingombro di cenere, le strade sono pallide come arterie senza sangue, la Senna stagnante e spessita sembra resistere allo sforzo del rimorchiatore fumoso che trascina la lungafila dei barconi carichi di carbon fossile; e tutti gli alberi perdono le foglie, come se all'improvviso si ammalassero d'autunno.

Il palpito della città è intermesso, ineguale, rotto da lunghe pause o accelerato da un'ansia folle. Una piazza deserta par vôtata dalla tromba duna nuvola che s'alza, s'avvolge e trascorre a levante, torbida e gonfia della vita rapita agli uomini. Uno sprazzo crudo di sole contro un marciapiede popoloso sembra annientare i passanti, come uno scoppio di mitraglia. Un gruppo di operai famelici, sotto un muro spellato di vecchi affissi osceni, non è se non una minaccia d'occhi selvatici e di bocche ferine. Vetture in corsa, zeppe di carne da macello, passano con un gran rombo e ungran vocìo, andando verso tramontana; e tutti i fantaccini son seduti su le loro brache rosse, come i battaglioni falciati all'altezza degli inguini stanno a terra in una pozza grumosa e ancor gridano. Le dodici stazioni di Parigi pompano il coraggio e la viltà: scaricano fuor della cinta quelli che vanno a combattere e quelli che si salvano. Visi bianchi di donne dalle ciglia e dalle labbra dipinte appariscono, nella rapidità dello spavento, di tra i cumuli delle valige e delle scatole, in fuga disordinata come se già il primo drappello di ulani fosse alla Porta Delfina. Il veterano già rimastica il pane scuro dell'assedio, tra i denti che gli restano. La cortigiana, abbandonata dal mantenitore, si dondola su glialti tacchi con un gioco sapiente di ginocchi e di lombi nella gonna stretta, lungo le botteghe chiuse, sotto l'ingiuria delle oneste portinaie, già pronta ad accogliere il dragone bavaro o l'ussero della morte. Contro i cancelli d'un ambasciatore invisibile s'accalca la fame degli emigrati, s'impazienta la lunga attesa vana; e già l'odio e la ribellione balenano sopra la miseria, mentre il lezzo umano si mescola al fiato putrido dell'estate moribonda.

Ecco il silenzio della pietra, una via deserta e cieca, un'ombra plumbea fra alte case esanimi, uno spazio morto, qualcosa d'un canale succhiato dalla bassa marea, e me simile a un rottame sperso, a una bottiglia vuota, a una scarpa informe di naufrago.«Chi sono? dove vado? e che ho mai fatto?» Le mura si serrano. Mi soffermo, per fiutare quell'aria ignota. In capo della strada, tre vecchie agucchiano e biasciano davanti a una soglia, con le gote grinzute come le palme delle mani e, come le palme, scritte dal Destino per segni indecifrabili. Parche senza nome, mi guatano e mi agghiacciano, minacciando con le loro cesoie nascoste l'ultimo filo del mio passato. «Il ragno tumido ha tessuto la sua tela fra i rami del mio lauro.»

Perché non posso più sopportare la solitudine? e perché non posso più conservare la mia sostanza né considerare gli aspetti della mia anima?

Un tempo sapevo con qual tra-vaglio l'operaio sanguigno, che m'ho alla cima del cuore, trasmutasse tutte le cose in mio sentimento. Oggi mi sembra che il cuore carnale «non maggiore della man chiusa» faccia un altro lavoro, a me sconosciuto, e ch'egli non riconduca a sé, pel circolo consueto, quel che fuori di sé ha spinto. Tutto si parte, e nulla ritorna. Tutto si dona, e nulla si riprende. Ho perduto il mio mondo, e non so se ne conquisterò un altro. Ho ripudiato quel che fu la mia potenza; e talvolta, con un profondo brivido, nel tumulto degli uomini, penso a una bellezza segreta che non so rivelare ancóra e che forse altri manifesterà per un'arte misteriosa non posseduta da me se non in forma di divinazione.« Chi inciderà ancóra una sillaba nel frontone dell'Arco? E chi nella parete del Monte scolpirà una lettera sola del nome? E chi scruterà l'Avvenire convolto nel grembo penoso?»

Talvolta, all'annunzio d'una strage, penso che la guerra prepara gli spazii mistici per le apparizioni ideali. Se resto solo, o nella mia casa o nella via, mi sembra di udire in realtà crollare le masse d'uomini come quando nella foresta folta si pratica la radura che subito è occupata dalla nuova luce. Questo senso continuo dell'opera di morte dissolve ogni pensiero abituale. L'abbattimento è senza pausa. Quel che un Antico nostro chiamava «il tagliamento delle genti» non ha mai tregua. In ogni attimo le creaturesono agguagliate alla terra che si abbevera del loro sangue furioso, prima d'inghiottirle e di convertirle in sua grassezza tranquilla. Anche una volta la divinità della terra è testimoniata dall'immane sacrifizio. Ella prende il corpo orizzontale dell'uomo come misura unica per misurare il più vasto Destino. E se si sazia di carne, poi la rende in ispirito. Dove il carnaio si dissolve, quivi nascono i fermenti sublimi. Dove si sprofonda il peso mortale, quivi la libertà dell'anima si leva. Quanto più larga sarà l'offerta, tanto più alto sarà il prodigio.

Così comprendo come la terra e la guerra sieno entrambe d'essenza divina e per sempre congiunte da un patto non violabile. Nei campi e nelle nazioni il solco,sia bruno o sia vermiglio, è fatto per essere seminato. E ogni solco non ha altra necessità se non di crescere e d'alzarsi. Mi viene in mente una parola tragica: «Avete voi giaciuto come il figliuolo e la madre, tu e la terra?» Mai fu più forte e pieno il contatto fra l'uno e l'altra. E ora so perché mi diede tanta commozione il leggere che i soldati d'Africa, in un assalto disperato contro i reggimenti della Guardia imperiale, combatterono tutti a piedi nudi.

Ogni attimo ha qualcosa di lontano e di sacro; e in ogni luogo lo spirito è dalla poesia rapito fuori del tempo.

La Senna ristagna sotto una calura cinerea. Di là dalla ripa arborata il poggio s'accovaccia sottoun castigo di nuvoli. Nell'acqua inerte si specchiano le croci bianche abbaglianti dipinte su le prore delle lunghe barche di traffico. L'ululo d'un rimorchio lacera l'afa greve, e gli risponde un mugghio dal polverio del ponte. Innanzi la porta risonano i colpi degli abbattitori d'alberi, che tagliano i tronchi per abbarrare il passo. Dietro la porta, nella via soda, i picconi scavano la trincea. Qualcosa di primordiale e di selvaggio è nel chiarore del nembo imminente. Il pericolo soffia per la valle del fiume tributario; par visibile come la polvere, come il fumo, ch'entrano negli occhi e nella gola di chi cammina.

Una immensa mandria di buoi s'incalza e s'accavalla sul ponte, sbocca su la strada, si spande perla ripa, spinta coi gridi e coi pungoli dai soldati e dai bovari polverosi. Sono mille, sono duemila, sono tremila. Si precipitano innanzi come un torrente gonfio; e hanno il colore dell'alluvione che ha rapinato le terre fulve, il colore della ruggine e dell'ocra, della paglia e del croco. Perché tanto si affrettano? per sfuggire all'inseguimento del nemico? Par di udire già all'altro capo del ponte il galoppo dei cavalli e di scorgere un balenìo d'armi in asta e di respirare l'antichissima forza dei re chiomati.

L'amico che mi accompagna, della miglior razza di Francia, mi serra il braccio in una sùbita commozione. Egli ha inteso, nel grido d'un giovine bovaro, il nome della bella bestia color di covone chepassa rasente sfiorandoci col suo corno spuntato: «Jaunet!»

Non è l'accento di Piccardia? Qual campo del paese invaso arò il bue flavo dal nome leggiadro? Le figure delle città violate riappariscono: Amiens rivolta verso il suo Angelo fulgido di cicatrici diritto sotto la Porta maggiore che il Paradiso invidia; Saint-Quentin, squillo di tromba, rintocco di campana, grido di riscossa, raccolta nella loggia del suo palazzo comunale la fede inespugnabile; Noyon silenziosa e pensierosa, con le sue case di cotto e i suoi orti murati, intorno al suo duomo dall'abside coronata di cappelle raggianti....

La tristezza del mio compagno e il richiamo rinnovato del bifolco risvegliano in me il ricordo d'uncampo toscano a me dolce, ove sino al tardo vespero udivo la voce di colui che guidava l'aratro incitando i bovi bianchi dal muso imprigionato nella gabbia di salcio splendenti tra gli oppi e gli olivi più che ogni altra cosa chiara, mentre su dall'Arno veniva il rombo della mulina e delle pescaie.

Il temporale scoppia sul poggio, come una battaglia. Il tuono imita il fragore del cannone. Le nuvole si squarciano e si riserrano. Una luce sulfurea illividisce la verdura. Le prime gocce di pioggia sono tiepide, come se grondassero da una larga piaga. Forse il buon batrono San Dionigi cammina sopra le nuvole, verso la città minacciata, portando tra le mani ferme il suo capo mozzo che cola e non dole? L'immensa mandrasbigottita, sotto gli urli e sotto i pungoli, si precipita verso la porta, scalpitando la via sonora, rosseggiando ai lampi spessi, accavallandosi contro i tronchi abbattuti, contro l'alzata di terreno che difende la trincea, contro i cancelli afforzati in fretta con travature di longarine. È la vettovaglia d'assedio, la provvisione contro la nuova fame, il vitto di sciagura. Una frotta di colombi messaggeri vola basso, nel chiarore sinistro, a poche spanne dal tumulto dei dorsi fulvi. S'ode in alto, nella regione delle folgori, il battito coraggioso d'un velìvolo che affronta la tempesta. Un carro di feriti è arrestato dal bestiame che si serra contro le ruote fumanti: il sangue brilla nelle fasciature e l'intrepidità negli occhi.Sotto le sferze della pioggia i buoi mugghiano a morte. Le bandiere garriscono nella raffica, come vele sfuggite alla scotta. Le foglie s'involano nell'ignoto, con le sorti sibilline. D'improvviso uno smisurato arcobaleno s'accende sulla città cupa, e il teschio di San Dionigi fiammeggia nel disco del sole.»]

Ed ecco, amica animosa, ecco le pagine scritte il 3 di settembre, alla vigilia del miracolo inatteso. V'è un canto nascente.

[È un giorno mistico, dominato da un silenzio così alto che il passaggio dei carri di guerra ferrati non l'interrompono. La gente ètaciturna e raccolta, grave e rara. Le vie sembrano più larghe, piene di attenzione dalla parte della luce, piene di aspettazione dalla parte dell'ombra, deserte d'uomini inutili, popolate di pensieri operanti, con in fondo qualche monumento solenne che non è se non un gruppo di memorie impietrate. Tutta la paura alfine ha lasciato la città, è fuggita con ogni sorta di veicoli, s'è dispersa per le province più lontane, ha messo in salvo il suo ventre correndo senza fiato verso le terre immuni e grasse, ha già raggiunto i Pirenei, l'Atlantico, il Mediterraneo. Si respira un'aria più schietta e più aspra, come se un vento robusto avesse a un tratto spazzato le infezioni. E, considerando Parigi divenuta più bella e più forte,penso a quell'antica Torre fondata su la riva destra della Senna da Carlo il Calvo; la quale nella notte che seguì il primo assalto dei Normanni condotti da Sigefredo, quasi a miracolo crebbe di più cubiti e si munì d'un altro ordine di feritoie.

Oggi mi sembra che nell'Isola della Città si sia novamente rafforzata l'anima civica. E io veggo entrare nel Duomo di Nostra Donna l'imagine della Francia male armata ma intrepida, come v'entrò a cavallo Filippo il Bello con quella mezza armatura, senza usbergo né gambiere, ch'egli portava a Mons-en-Puelle vittorioso contro la sùbita aggressione dei Fiamminghi.

Non più brulicanti del formicaio umano che le celava e lordava,non più sonanti del penoso strepito, ridiventate a un tratto ignude e libere, le pietre oggi vivono d'una vita antica e nova, riacquistano il mistero e la potenza, rimemorano quel che fu e annunziano quel che è per apparire. Alle rotte luci di questo pomeriggio ove l'autunno sembra scendere precoce, ingannato dalla rossa vendemmia che si fa fuor de' tini, esse hanno l'aspetto profondo dei sogni che sono proposti all'interprete dei fati. L'illusione del tempo è distrutta. E mentre laggiù San Luigi entra per la Porta maggiore tra le due torri recando la corona di spine, ecco che dietro di me, al ponte di Maria, sbarca un giovinetto sconosciuto, smorticcio e scarno, di nome Bonaparte.

L'Isola, simile a una nave incagliata nel limo del fiume, ha la prua frondosa rivolta all'Occidente: non soltanto alla parte del cielo ove declina il sole ma al sacro mondo di bellezza, di eroismo e di gloria che pesa in questa parola nostra dacché verso la plaga incognita l'Ulisse novello fece de remi «ale al folle volo».

Occidente, splendore dello spinto senza tramonto, nessun barbaro poté mai spegnerti, nessuno mai ti spegnerà ne' secoli, finché l'uomo porti su' suoi sopraccigli una fronte per rispecchiarti.

È un giorno mistico. Le nubi sono così fulgide e si dilatano in così ampio cerchio che mi fanno pensare alla Rosa sempiterna, e mi rammentano la parola di Beatrice:«Vedi nostra città quanto ella gira!» Quale può esser mai l'ardore dell'azzurro, oggi, su Roma? e qual mai, apparendo al popolo rapito, la faccia del nuovo pontefice latino?

Chiudo gli occhi, col capo tra le mani, coi gomiti su la pietra del parapetto; e il silenzio m'accompagna nella memoria la via di Santa Marta, la via delle Fondamenta, deserte e sonore sotto il mio passo, ove in giorni inquieti di giovinezza e di ambizione cercai un che di grande e di remoto all'ombra dei Palazzi Vaticani. Rivedo, più oltre, la Pineta Sacchetti, simile a un colonnato chiomoso, ove tra l'erba fioriva il porrazzo che è l'asfodelo dell'Agro, per me inespugnabile come quello dell'Ade. Là solevo far lunghe soste,in vista della mole papale e del Soratte solitario, con una specie di pensieri che non ritrovo più ma che mi raffiguro quasi corporei, dotati d'una violenza flessibile e audace, in quel modo che un cacciatore si ricorda del fiato forte d'una fiera con cui ha combattuto da vicino.

E rivedo la volta dei Profeti e delle Sibille, dove oggi forse dinanzi all'Eletto si abbassano i baldacchini dei porporati. «Acceptas ne electionem....»

La materia del mondo è di nuovo incandescente, come il massello che deve patire l'incudine e il maglio; è in fusione come il bronzo che deve colare per tutti i rami di gitto a riempiere la forma cava. Se il pontefice fosse un artefice di vita, se il vicario di Dio fosse uncreatore onnipotente, quale opera potrebbe escire dalle sue mani!

Or è molt'anni, in una notte di dolore commossa da un fremito di speranze, salutammo un re eletto dal Destino con segni che ci parvero meravigliosi.

O tu che chiamato dalla Mortevenisti dal Mare,Giovine, che assunto dalla Mortefosti re nel Mare!

O tu che chiamato dalla Mortevenisti dal Mare,Giovine, che assunto dalla Mortefosti re nel Mare!

O tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare!

Si sogna che in questa ora sia vestito della tunica bianca e coperto del camauro vermiglio un papa giovine come quell'Ottaviano principe de' Romani nomato Giovanni XII, imberbe come il figlio di Alberico ma capace di contenere nel suo petto il coraggio sovrumano d'Ildebrando. Si sogna ch'egli non vada a sedersi sul trono preparato davanti all'altareper ricevere il bacio dei suoi cardinali, ma rimanga solo e si stenda supino sul pavimento della Cappella, con gli occhi e gli spiriti rivolti alla visione sublime di Michelangelo, e quivi faccia la sua vigilia, steso come le miriadi d'uomini in quel punto abbattuti su la terra dalla guerra, inspirato dalla Morte che è la musa della Resurrezione.

E, se tu volgi col ditoil foglio del libro veraceor che il Genio con la sua facet'accende la lucerna,qual tirannide crolla,nasce qual novo mito,qual puro eroe s'eterna?

E, se tu volgi col ditoil foglio del libro veraceor che il Genio con la sua facet'accende la lucerna,qual tirannide crolla,nasce qual novo mito,qual puro eroe s'eterna?

E, se tu volgi col dito

il foglio del libro verace

or che il Genio con la sua face

t'accende la lucerna,

qual tirannide crolla,

nasce qual novo mito,

qual puro eroe s'eterna?

L'acqua passa sotto il ponte, fatta bionda dal riflesso delle nuvole bionde, come l'acqua del Tevere. Un segno più luminoso ardesu i padiglioni del Palazzo comunale, a imagine di quell'angelo fiammeggiante che apparve sul sepolcro di Adriano mentre Gregorio stava per entrare nella basilica di San Pietro. Tutto il cielo è solcato di presagi, come nelle ore fatali. Sembra mosso per me dal medesimo ritmo che nello spazio curvo della Sistina atteggia le forze necessarie. La Delfica svolge il suo rotolo pieno di sorti, da oriente a occidente.

Che guardi? Una cosa fuggente,o una che giunge dai marionde tu stessa venisti?Scendere su i popoli tristile ceneri crepuscolari,o sorgere l'albe cruente?

Che guardi? Una cosa fuggente,o una che giunge dai marionde tu stessa venisti?Scendere su i popoli tristile ceneri crepuscolari,o sorgere l'albe cruente?

Che guardi? Una cosa fuggente,

o una che giunge dai mari

onde tu stessa venisti?

Scendere su i popoli tristi

le ceneri crepuscolari,

o sorgere l'albe cruente?

Mi tornano nello spirito le melodie che non furono udite e che perciò a taluno devono oggi sembrarepiù belle. Rimpianto e speranza mi fanno delle due patrie una patria sola. Qual potenza si mostra oggi, laggiù, dall'altura che è la sommità dell'anima cristiana, all'aspettazione del popolo? Qual mano si leva oggi a tracciare tre volte nell'aria di Roma il segno della croce, mentre da ogni terra una crociata senza croce si leva contro l'ultima barbarie?Ecce sacerdos magnus.

Ma forse il nuovo Pastore è carico d'anni e, incatenato alla pietra secolare, già si curva sapendo

comepesa il gran manto a chi dal fango il guarda,che piuma sembran tutte l'altre some.

comepesa il gran manto a chi dal fango il guarda,che piuma sembran tutte l'altre some.

come

pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,

che piuma sembran tutte l'altre some.

L'ombra di Dante sembra soccorrere alla mia tristezza, creando in me per l'eco della sua rima un sentimento musicale che si confondecol desiderio della patria lontana. L'anima affannata si sogna di cercarlo nei luoghi dove forse peregrinò, e di ritrovarlo, e di domandargli quella consolazione ch'egli domandò sì dolcemente al buon cantore da Pistoia. «Casella diede il suono.»

Come in sogno entro nel laberinto delle vie scure, che sta fra la piazza di San Michele e quella più antica dove un tempo gli scolari e le baldracche danzavano tra la Forca e la Gogna a suon di pifferi e di cornamuse. Casupole sordide dalle mura sudice di filiggine, attraversate da doccioni di latta, da cannelle di piombo che soffiano un tanfo di cavoli e di rigovernatura; porte di ricoveri disgustose come bocche di fogne, orribili covili dove nel cuor dellanotte i dormienti sono scossi d'improvviso e presi per i capelli dallo sbirro che li abbaglia con la sua lanterna di scoperta; bettole anguste come nascondigli, color di carne affumicata, ove si spende il quattrino del furto o dell'elemosina; botteghe di semplicisti, piene d'erbe giallastre, ove par d'intravedere per la vetrina bavosa di lumache i cadaveri seduti di quelle tre avvelenatrici che una mattina furono ritrovate uccise dai vapori delle droghe messe a bollire su' loro fornelli; cànove di vino tenute da vecchie megere, in zoccoli che sembrano staccheggiare nella feccia e nel fondime; ruderi di conventi divenuti depositi di pellami e fondachi di rigattieri. Un vagabondo lacero leva al mio passaggio il viso gonfio dicattivo sonno, mi guarda coi suoi occhi malati, e poi ricasca sopra il foglio che gli fa da guanciale. Quella femmina, su la soglia di quella taverna dalle tendine rosse, è la Caterinaccia, o è la Gianna soprannominata Scorzone da Benvenuto, la salvatichella veloce che gli servì di modello per le due Vittorie e per la Fontana Beliò? Quel negro camuso e crespo, in quella locanda sinistra a quella finestra senza vetri, non è forse Zamor, l'ignobile scimmiotto che divertiva la Dubarry e che più tardi le fece tagliare il collo? Par di riudire, con non so che allusione attuale, il grido della favorita bianca di terrore e abbrancata ai ferri del cancello: «Encore une minute, monsieur le Bourreau!»

Ma dov'è il «vico degli strami»?

Ecco, in una pietra murata, San Giuliano che traghetta Gesù con la sua chiatta. Ecco, alla porta della chiesetta povera, una sponda di pozzo riturata e consunta, ove forse bevve Gregorio di Tours. Ecco le due absidiole con umiltà francescana rannicchiate contro il Coro, ove sono sepolti i due Normanni incestuosi. Giuliano di Ravalet e la sua sorella Margherita, con le due teste mozze. Si dice che quivi Dante abbia pregato. Ma oggi l'altare non è più latino: è servito da preti e da diaconi barbuti, con la liturgia di San Giovanni Crisostomo.

Un campanile di vecchia pietra fosca leva in un campo di ruine la sua croce sormontata dal gallo di ferro. Intorno, case sventrate che mostrano le tracce miserabilidegli abitatori, cumuli di mattoni e di calcinacci, rottami e immondizie, travi tronche, tavole fendute, palchi, puntelli, tutti gli orrori della distruzione, come in una contrada devastata dall'invasore. Di là dalle palafitte si scorge l'abside annerita come da un incendio, con le sue vetrate protette dalle grate fulve di ruggine. I mostri delle gronde protendono i lunghi colli squamosi, pontati con le branche all'orlo del tetto. Una plebe meschina e afflitta sta seduta lungo il fianco della chiesa, dalla parte opposta al chiostro e al presbiterio: vecchi, donne, fanciulli, con su le ginocchia un cesto di lattuga, un filo di pane, una cartata di pesce fritto, un frutto mézzo in una foglia floscia. E il rombo delle campane fa tremaremare l'aria su i loro visi esangui, come un velo d'acqua ghiaccia trema sempre su i visi degli annegati esposti laggiù, alla Morgue, dietro il Coro di Nostra Donna.

Questo è il santuario di San Severino. La tradizione m'appare verità. Sento che in quest'ombra Dante pregò e meditò, ebbe il suo luogo pio riconosciuto per consuetudine dalle sue ginocchia. Dove?

La grande nave mediana è rischiarata dal duplice ordine di finestre; ma le due e due navi laterali, basse come i portici dei chiostri, sono occupate da un'ombra calda e bruna che fa pensare alla pàtina preziosa composta dal tempo e dalla musica sul legno sensibile d'un violino. Per mezzo ai pilastri nervuti, scorgo una vetrataa losanghe senza imagini, simile a una lastra di ghiaccio segnata di mille incrinature. Scorgo, più in là, in un bagliore sanguigno, Gesù crocifisso, che riceve il colpo di lancia dal Romano. Tutte le cappelle intorno vivono d'un silenzio animato, sotto il gesto d'un santo o d'un arcangelo, d'una vergine o d'un evangelista: San Luigi Gonzaga riceve l'ostia dalle mani di San Carlo Borromeo; San Michele schiaccia il demonio; San Giorgio trafigge il dragone; San Severino, poggiato alla sponda del suo pozzo, parla con Clodoaldo e co' seguaci; Santa Genoveffa guarisce la madre sua. La pietà, la forza, la saggezza, il miracolo brillano come lo smeraldo, come il rubino, come l'ametista, come lo zaffiro.

Ma non veramente il solitario del tempo di Childeberto possiede questa selva di pietra. La Santa Speranza ne abita la parte più segreta, come suole nei cuori umani. E per lei gli steli di pietra alzano e slanciano verso l'ogiva le palme che in gloria furono agitate su la via di Gerusalemme. Meraviglia indicibile! L'anima respira all'ombra d'un palmeto perpetuo e crede udire il murmure della fontana sempiterna. Dove Dante s'inginocchiò? dove pregò? Qui, certo: presso la colonna mediana dell'abside, che s'attorce con un movimento impetuoso per iscagliare più in alto i rami della palma santa. Un'armonia grave d'organo sale secondata dalle saglienti nervature. Mi volgo, e vedo la navemaggiore tutta folta di popolo, come se a un tratto i credenti fossero risorti di sotterra, su dall'antichissimo carnaio, senza parlare, senza fiatare. Vedo ondeggiar nell'ombra le ali candide sul soggólo delle monache; vedo le madri vestite a bruno con a fianco i giovani soldati pallidi e gravi; vedo le bocche socchiuse dei bimbi attoniti, le teste vacillanti dei vecchi cariche di ricordi atroci. Da tutta quella carne misera, stanca o inconsapevole, si forma una sola anima pura.

Ed ecco, una parola risuona:

— Padre celeste che sei Iddio, abbi pietà dei nostri fratelli!

E un canto sommesso la ripete, un murmure profondo la prolunga.

— Cristo Gesù che sei Iddio, abbi pietà dei nostri fratelli!

Contro i pilastri i cuori d'oro votivi raggiano come se li infervorasse la preghiera concorde.

— Spirito Santo che sei Iddio, abbi pietà dei nostri fratelli!

Nostra Donna della Santa Speranza risplende tra due vetrate, in un cespuglio di viticci ardenti ove i ceri sottili s'incurvano e si consumano senza lacrime.

— Santa Maria, madre di Dio, prega per loro!

A ogni invocazione il canto sommesso s'innalza.

— San Michele, patrono della Francia, prega per loro!

— San Maurizio, patrono dei combattenti, prega per loro!

— Angeli santi, se Dio ve li diede in custodia, e pregate per loro!

Laggiù, per entro ai fusti delpalmeto sublime, l'Arcangelo, armato apparisce a Giovanna d'Arco. A quando a quando il cantico s'abbassa, trema, s'affievolisce, come se si bagnasse di pianto; poi si rafforza e invoca.

— Da ogni peccato,

dall'ira e dall'odio,

dalle imboscate e dagli assalti del nemico,

dalle angosce e dalle tristezze dell'agonia,

dalla mala morte,

per la tua passione lunga,

per la tua solitudine e per la tua desolazione,

per gli scherni e per le gotate,

per il flagello e per la corona di spine,

per la tua agonia e per la tua morte,

proteggili, o Signore,

preservali, o Signore,

sii tu la loro forza, il lor coraggio e la lor trincea,

in faccia, al nemico, o Signore Iddio nostro.

E dégnati d'accettare il loro sacrifizio. Amen.»]

Esaudita fu la preghiera, nel profondo e nell'altissimo.

Avevo veduto, pochi giorni innanzi, scintillare negli occhi coraggiosi di Marcello dure lacrime, mentre era egli sul punto di partire armato del suo fucile e della sua croce. Il nemico già occupava il dominio della prima stirpe, dalle cripte merovinge della badia di Saint-Médard alle cinque absidi di Saint-Yved, dal dolmen della Fontaine-Bouillante al Sasso foratodi Morsain, dalla rupe druidica di Ostel al mastio di Coucy, la contrada regale che custodisce l'anima pura della vecchia Francia e i vestigi della sua più alta storia, la terra austera e soave che ospitò San Luigi e Bianca di Castiglia nella pace dei suoi cenobii adorni. Il nemico già minacciava il paese di Silvia, stava per ardere i boschi e contaminare i ruscelli del Vallese! Tutto era perduto.

Chi dirà la bellezza della notte in cui le sorti si volsero e si disegnò il prodigio?

Era il più sereno dei plenilunii su l'altipiano di Villacoublay attorniato dalle basse tettoie degli aviatori, dai neri nidi dei volatori di battaglia. Tutta la volta del cielo era piena d'un silenziostraordinario, d'uno di quei silenzii che sembrano quasi imperiosi, tanto superano di potenza ogni voce, ogni rumore. E il fisso destino era la chiave della volta.

Bisognava prepararsi a ricevere il nemico; e ciascuno aveva il suo modo, fra spavalderia ed eleganza, fra temerità e fermezza. Noi l'aspettavamo sul noto cammino del 1870, al limitare del bosco di Meudon, in quel recinto di fienili e di granai dove è tuttora inscritta la memoria degli Zuavi caduti combattendo. Il casale di Dama Rosa! Questo nome mi spande ancora nell'anima non so che profumo di vecchia Francia, di «Francia la dolce». Lunghi muri pallidi, espressivi come il pallore delle facce sofferenti, pieni di tedio come i testimoni che datroppo tempo aspettano, pieni di piaghe e di cicatrici come i mendicanti nobili che non tendono la mano ma soltanto guardano. Tetti bassi di lavagna o di tegole, sporgenti sopra l'intonaco grigio che non ha pensieri ma soltanto tristezza senza mutamento e vecchiezza senza riparo. Grandi porte dipinte di rosso, color di grumo, alte come i carri torreggianti di paglia o di fieno, girevoli a fatica su gangheri che vacillano negli stipiti, rugginose di serrami che non serrano, infracidate da basso nell'umidità della terra senza soglia. Pietre sconnesse e inverdite della cisterna scoperta dove stagna l'acqua piovana che non più rispecchia la giogaia del bue né tremola al belato tremulo della pecora immersa. Prato segreto, pratocinto e difeso, fratello del chiostro erboso e del cimitero selvatico, orizzontale come i morti che dormono senza nome, melodioso di musici invisibili, variato dal vento che lo rovescia come piuma o pelame, a onde chiare, a onde scure, inazzurrato dall'ombra della nuvola, calcato dal corpo che vi si riposa e vi s'imprime.

O Chiaroviso, un giorno dirò questi aspetti della mia esule malinconia, in quel libro che incominciai e interruppi.

Non avevo mai sentito più misteriosamente la natura magica dei miei cani. Nel gran canile imbiancato i loro occhi brillavano come carboni accesi su la neve, maravigliosamente. Quando udirono i colpi improvvisi battuti alla porta esterna, tutti balzaronodalle cucce e si drizzarono tutti contro i cancelli latrando. Lo splendore ferino dei denti vinceva quello degli occhi. Eretti su le zampe di dietro, con la carena del petto contro le sbarre, col collo arcuato, con tese le orecchie, erano bestie da combattimento, pronte allo slancio e alla presa.

Un soldato veniva, dal posto vicino, ad annunziare il pericolo imminente e a consigliare lo sgombro rapido del casale. Ma avevamo imparato il sorriso di Francia, e rispondemmo con quel sorriso. Dama Rosa non era più difesa dagli Zuavi ma da una muta di sessanta levrieri, da un battaglione dentato. Non abbandonavamo i bei compagni, ma volevamo con essi aspettare il ferro e il fuoco.

Inchiodammo le nostre bandiere ai pali del chiuso, esaminammo le armi, distribuimmo un lauto pasto, e ci disponemmo a vegliare. Tra la muta senza collari né guinzagli, Donatella aveva un viso d'astuzia allegra, come chi consideri l'effetto d'uno stratagemma inopinato. Al chiarore della lanterna, ella si chinava verso la famosa Meg che non aveva ancor finito di leccare i suoi dodici pezzati cuccioli partoriti la mattina. Con un vezzo infantile, ella parlava ai suoi prediletti che la comprendevano e le rispondevano. L'invitto Agitator fiammeggiava dai verdi occhi più folli che mai; l'insaziabile Nut saltava come un canguro, chiedendo di continuo qualcosa da divorare; il gruppo demoniaco dei cani neri, condottodall'enorme Great Man, se ne stava taciturno in disparte, serbando l'attitudine dell'agguato; la mia dolce Dorset color di miele, costrutta come una piccola arpa sensibile, non si dipartiva dalla sua schifiltà d'ermellino timoroso di contaminarsi; e la vostra vecchia Delrosa, per la rarissima nobiltà del suo lignaggio scampata al sacrifizio compiuto da Marcello non senza pianto, alzava il sottile muso con angoscia cercando di vedere dai suoi poveri occhi intorbidati.

Imaginavamo che i nostri cani fossero per essere i precursori di quelli, in seguito celebratissimi, i quali escivano dal limite dei villaggi distrutti formando una catena di difesa intorno ai focolari ancor fumanti. I garzoni, in assettodi guerra, motteggiavano spezzando il biscotto quadrato e sparpagliando nelle cucce i lunghi fastelli di paglia fresca. A quando a quando, taluno si poneva in ascolto credendo aver udito il trotto d'una pattuglia di ulani. Il vento vivo, profumato dal fogliame della foresta e rinfrescato dalla corrente della Senna, agitava in cima ai pali le bandiere latine. Si udiva talvolta uno strepito di carriaggi per la via di Versaglia; si udiva talvolta il rombo di un motore sotto i ricoveri degli uomini alati. Poi seguivano grandi pause di silenzio radioso. La luna era al colmo. Un comandamento di pace scendeva dal sereno. La melodia dell'erba brulicante pareva cullare i morti immemori. Le rane ospitidella piscina mettevano a prova note intermesse, come se stentassero ad accordare ottavini e clarinetti per il concerto di mezzanotte. A un tratto, scorgevo l'alta ombra della mia compagna che camminava lungo il granaio chiaro col suo passo spedito di Diana cacciatrice calzata di coturni bene unti; e un sentimento di bellezza eroica superava l'ironia della mia attesa. La giovine donna, disdegnando ogni consiglio di prudenza, era pronta a perire coi suoi cani ammirabili difendendo le mura del suo rifugio. I denti le brillavano più che il bianco degli occhi, rischiarando quel suo viso di bel fanciullo caparbio. Ella imaginava di scagliare col suo grido gutturale la muta formidabile contro i primi invasori apparsi,e di capitanare la strana battaglia nel rossore dell'incendio.

Stando disteso in mezzo all'erba, tra Dorset e Agitator che si serravano ai miei fianchi tenendo il muso contro le mie ascelle, io la udivo parlare nel canile, di banco in banco, non altrimenti che un capitano in punto di esortare i suoi fedeli. Sorridevo all'avventura che d'imaginaria poteva farsi verace, considerando come la morte non mi potesse cogliere in un'ora di più singolare poesia né spegnermi in più grande pienezza di vita.

Il grido di un uccello notturno si prolungò nel sonno profondo della foresta.

Di sopra il muro pallido le querce scossero lievemente il capo. Un filo d'erba, che mi sfiorava la tempia,sentì l'approssimarsi dell'alba e me lo disse. L'anima la riconobbe prima dell'occhio vigile, più esperta a distinguere luce da luce.

Allora mi levai, ed eccitai la coppia dei levrieri al giuoco. Essi partirono di balzo nell'erba che si sbiancava pel solco della loro rapidità. Pareva che la falciassero col lor vigore falcato. Poi s'aggiravano in volute sempre più strette, come i venti quando fanno mulinello.

La Diana caucasea, alta e pieghevole sui suoi coturni allacciati, apparì con un'altra coppia al limite della prateria. Non incedeva sopra il sangue ma sopra la rugiada, non sopra il vermiglio ma sopra il verde. Non portava in fronte la mezzaluna ma la prima ora del mattino.

Come i canattieri richiamarono i due corridori anelanti e li presero a guinzaglio per impedire le risse, fu lanciata l'altra coppia. E così tutta la muta, due per due, fece il suo galoppo mattutino nell'allegrezza del prodigio.

Incominciava, all'orizzonte, la battaglia prodigiosa. Un velivolo passava rombando su la chiostra quadrilunga, accorrendo verso la Marna con le ali candide della Vittoria.

O Chiaroviso, come dimenticherò quella veglia d'amore sul vostro suolo fremente e quella carola selvaggia — vera danza pirrica — dei miei «lunghi musi»? Non sentimmo, io e la svelta eroina e i nostri compagni fulminei, non sentimmo in confuso la gioiadella terra che pareva fatta sonora dal preludio del combattimento invisibile?

V'è oggi una condizione singolare della nostra sensibilità, che ci raccomuna alla terra. In quei giorni, e nei giorni che seguirono, io ebbi un sentimento quasi eucaristico della mia patria seconda. Mi parve d'imitare, non in atto ma in ispirito, la comunione di quella gente a piedi fiamminga che si pose in bocca una particella del suolo invaso, prima di menare il gran tagliamento dei vostri cavalieri.

Quando conducevamo a guinzaglio i cani per ore ed ore nel laberinto della foresta, spesso ci avveniva di far sosta e di coricarci su la proda erbosa dei viali.con l'orecchio chino, quasi a cogliere il fremito della battaglia. I levrieri si ponevano a giacere presso di noi, col muso allungato tra le zampe davanti protese, con gli occhi acuminati e intenti sotto la fiera grazia degli orecchi disposti a solicchio.

Si faceva gran silenzio fra le radici e le vette. L'agguato dei cani pareva accrescere la forza della nostra attenzione. Origliavamo la terra e la sorte.

Di sùbito, i cani balzavano dandoci una grandissima stratta e abbaiavano furenti con lanci di belve, tentando di sfuggire al guinzaglio. Avevano veduto un lepratto o una donnola attraversare laggiù la radura. In piedi, con tutta la possa delle due braccia reggevamo il fascio delle striscedi sovattolo robuste che si tendevano come le redini dei cavalli sboccati. Invano puntavamo i talloni e inarcavamo le reni: i furiosi ci trascinavano. Il clamore feroce echeggiava per tutta l'ombra. Pareva che nulla più valesse, nell'ombra, fuorché la bianchezza di quelle giovani zanne pronte ad afferrare e a dirompere. Nulla più valeva fuorché l'azione, fuorché il combattimento a oltranza, fuorché il sangue inesausto. La furia della muta si apprendeva alle nostre vene. Si accendeva nei nostri occhi la visione della battaglia disperata, di là dai boschi, di là dalle fiumane, di là dalle colline. Il mio cuore gridava d'angoscia verso la mia patria prima, verso l'Italia inerme e irresoluta. Ora un giorno avvenne ch'iofossi da tanta violenza non trascinato ma stramazzato, nella mota sdrucciolevole, dopo l'acquazzone di settembre ond'era stillante e scintillante tutto il fogliame. Avevo i guinzagli attortigliati ad ambo i polsi, e la volontà ferma di non lasciare a nessun costo sbandarsi i levrieri che, come i venti, non tornano più indietro né si arrestano finché hanno soffio. Come quei conduttori di carri che urtando la meta precipitano e sono travolti nella polvere dai corsieri impazzati, mi rotolavo nelle peste mollicce, mi avvoltolavo nel fango rossastro, risolcavo la carrareccia con i piedi con le ginocchia e col capo.

Quando alfine soccorso da un'asperità del suolo riuscii a frenare l'impeto e a rialzarmi, avevo tuttoil viso impiastrato e facevo sangue dalle gengive e dalle narici, mi sentivo stronchi i gomiti e i polsi. Assistito dai garzoni sopraggiunti coi miei cuccioli di un anno eccitati come gli adulti, districai l'intrico dei guinzagli e mi liberai per tastarmi il corpo contuso. Ridevo di me, e il mio riso sapeva di sangue e di mota.

Spedita la muta innanzi, restai solo e mi sedetti contro un ceppo di quercia presso il ciglio del fosso.

L'avventura era ridevole, ma su i miei panni terrosi e su le mie mani segate dal cuoio c'era qualche stilla rossa. Avevo in bocca un sapore di terra e di vena.

Allora dalla solitudine, placato l'ansito, sedato l'istinto del gioco, venne in me un sentimento grave che a poco a poco s'illuminò dipoesia. Assorto, lasciavo su me gocciolare il sangue e disseccarsi la mota. Quel fosso deserto mi dava imagine della trincea tremenda. Sentivo la presenza della morte a tutti i crocicchi del laberinto silvestro. Sentivo dentro me il mio scheletro prigioniero, involuto di carne riconversa in argilla. Sentivo, presso e lungi, la insaziabile voracità della terra, e la deità sua.

L'una e l'altra avevano obliato gli uomini. Avevano essi creduto di averla vinta e asservita. Con la rapidità avevano abolito i suoi spazii, quasi direi scorciato le sue forme in sfondi di baleno, quasi palpato la sua diversità con non so qual nuovo senso titanico. Con le macchine simili a miriadi di schiavi senza sonno e senza fame,avevano forato i monti, cavato le miniere, imprigionato le sorgenti, domato i flutti, deviato i fiumi, tagliato gli istmi. Non forse ci sembrava di averla stretta, con vincoli più forti di quelli onde gli Italioti avvolgevano il più antico simulacro di Opi? Non riluceva ella, dietro l'aratro novamente congegnato, più docile che non la conduca Omero intorno allo scudo di Achille? Avevamo discostato dal nostro spirito il suo genio, come il vangatore col suo coltello distacca dalle suola la zolla premuta, stando a sera su l'aia o su la soglia. Ed ecco, di sùbito, ella ci riapparisce in una specie di rivelazione primitiva, come al pastore dei tempi dritto su la collina e rivolto verso i punti sacri del mondo. Di sùbito, ella ci riafferra,ci riprende la carne e l'alito, ci spalma della sua creta, ci abbraccia ineluttabile, ci piega al suo amore vorace, ci inebria di orrore e di virtù, mescola la sua sostanza al nostro coraggio, la nostra morte alla sua immortalità.

Sempre la guerra nei secoli ricondusse le creature verso colei «che ha un vasto e ricco petto».

Il guerriero di Amasi dinanzi a Barce, il Macedone a Tebe, il Romano a Temiscira, il Gallo contro Cesare in Avarico, ognuno respirava l'odore di giù, maravigliosamente sospeso fra la cuna e la tomba, come il figlio della terza Republica nella trincea della Sciampagna o della Mosa, nelle sabbie della Fiandra o nei forteti dell'Argonna, votato alla profonda madre «che nutre i giovinettie le ariste». Ma questa guerra suprema sembra interamente rifondere tutte le stirpi nella materia originale affinché i loro genii possano alfine rifoggiarli nel fango sanguinoso e risollevarli alla vita con un soffio più vasto.

L'alpe, il colle, il poggio, il piano, la ripa, la duna, la selva non più ci appariscono come visioni velate d'aria ma come azioni mistiche il cui ritmo si congiunge alle vicissitudini del fato umano non meno strettamente che giustizia e forza quando lottiamo col nemico a corpo a corpo. Sopra tanti misfatti, tante menzogne, tante vergogne, si spande per noi Latini non so qual pura magnanimità. Dalle albe più remote risplende a noi la nobiltà delle nostre origini, con i gesti e con i segni.Il cielo su la nostra battaglia è un tempio aereo simile a quello che l'augure partiva sul suo capo, da settentrione ad austro, con la sua verga adunca. Non altrimenti disegnava egli un tempio sul suolo patrio, di forma quadrata, non esistente se non in ispirito, senza muri né recinto. Tuttavia i limiti erano inviolabili. E gli eserciti, nei loro accampamenti d'ogni sera, imitavano l'imagine del tempio onde avevan seco recato gli auspicii.

Così mi raffiguravo io allora, così oggi mi raffiguro le linee ideali dei nostri valli latini contro le tane avverse. Così per noi ciascun moggio di terra scavata è offerto agli spiriti che la deificano e divengono i Penati del combattente. Tra le radici e le pietre, ben questiritrova nella profondità compatta la virtù de' suoi padri, oppure, sotto l'assiduo fuoco e l'ostinato ferro, inventa la sua, novissima. Il suo grido di vittoria o di riscossa screpola sul suo corpo l'involucro risecco che stagna le sue ferite.

In quelle notti di settembre la buona Vanna, la pulzella di Lorena, saltava sul parapetto, in arnese di mota, in tutt'arme di fango, e gridava: «Ohimè, messer Gesù, quanto sangue di mia gente cola in terra! Perché da niuno fui desta?»

M'accadde di veder legare a diecine i cadaveri terrosi intorno a un palo, dritti, come intorno all'ascia le verghe dei littori; e ripensai quella nostra moneta consolare ove il fascio involto di laurosta fra una spiga e un caduceo. Guardando un de' vostri giovani eroi irrompere dalla trincea, coperto di melma, con la faccia simile a un'informe zolla armata di denti e di occhi, mi avvenne di ripetere in me medesimo la parola iniziatrice: «Insieme giaceste, come il bimbo e la madre, tu e la terra?»

Per quanti altri segni riconobbi la nostra elezione, Chiaroviso, mia suora di Francia, nelle settimane miracolose!

O vespri sublimi, in quel dominio della prima stirpe, in quel suolo di martiri e di re, quando udivo i racconti della recente prodezza seguirsi come nelle lasse d'una canzon di gesta, presso le rovine della Badia cisterciensenon immemore d'avere ospitato San Luigi! Un gruppo di cavalli morelli s'abbeverava nel nero stagno feodale, ove due cigni immobili parevano adunare in sé quanto di candore e di silenzio rimaneva nel folle mondo. S'udiva tonare il cannone, a borea, nella montagna occupata dal nemico; s'udiva ansimare come un bufalo enorme il carro di ferro impantanato nella via cupa; s'udiva in alto il battito d'un velivolo fendere la nube, segnando il ritmo novello del coraggio solitario. E il cielo, dilacerato a levante, aveva il colore del tendine «che pallido è come la perla ineffabile, palesato nella ferita».

Dimenticherò io quell'ora e la sua bellezza? Gli Zuavi di Palestro e i Cacciatori di Solferino,i veterani dell'esercito d'Italia, non dunque mi fissavano dal fondo di quelle giovani pupille? Il cannone di Melegnano non dunque tonava alla mia sinistra, tra il cimitero e il ponte?


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