APPENDICE

95

Si de' tener sempre il saggiuolo in mano in sulle circostanze e conseguenze. Sospendi le pozion quando è l'uom sano, o sotterra anderá per le scorrenze. Infin dall'avol del re Carlo Mano fûr poste in uso le prime avvertenze, Pipino il padre l'avea seguitate, ma Carlo a briglia sciolta l'ha cacciate.

96

Ed aspettando le borse in poltrona dai mille re del suo impero tiranni, fa elogi al cuoco se la zuppa è buona, non prevedendo i suoi futuri affanni. Frattanto a doppio in sul regno si suona, traggonsi i cuoi poiché son tratti i panni, e Carlo Magno è imperatore esoso d'un popolo avvilito e pidocchioso.

97

La gola, il lusso, la poltroneria gli aggravi ogni anno accresciuti in contanti, il non pagar per truffa o carestia, facea fallire ogni giorno mercanti; sicché il commercio era una sodomia, un capital in ciarle di birbanti, ed accigliato ognun rammemorava l'antico ben, la fede, e sospirava.

98

Molti gridavan con gli agricoltori: —Piantate, lavorate, seminate.— Rispondeano i villan:—Cari signori, abbiam le carni in sui terren lasciate. Dio vede i nostri affanni ed i sudori; son le vostre campagne migliorate: ma abbiam aggravi molti e pochi aiuti, e i buoi per i gran debiti venduti.

99

Era un dí il nostro pane di frumento, ed or che ne facciam piú d'una volta, l'abbiamo nero di saggina a stento, ché il diavol se ne porta la ricolta. Non abbiam piú né forza né talento, ogni nostra speranza è omai sepolta; guardate pelli secche e abbrustolite, e giudicate poi di nostre vite.

100

È ver che andiam talora alla taverna, perocché il vin sopisce col vapore quella disperazion che abbiamo interna del stato nostro, stato di dolore; ché la miseria spegne ogni lucerna e degenera in vizio traditore.— Cosí diceano i villan disperati, ché anch'essi eran filosofi svegliati.

101

Ilrequiescatconte di Maganza vide i sudditi oppressi per le vie, e aveva detto:—Un util d'importanza puossi anche trar dalle malinconie, ché molta forza ha nell'uom la speranza,— e a Carlo fece aprir le lottarie; ché certo egli era un uom da gabinetto ed un filosofaccio maledetto.

102

Or, s'era Carlo re de' pidocchiosi, con questa maganzese malizietta lo fu di scalzi, rognosi, tignosi, di mummie, d'una gente affatto inetta; perocché i bisognosi ed i viziosi venduti aveano insino alla berretta, a quel cento per un, che dalle chiese passato è alla lusinga maganzese.

103

Dico cosí, perché le chiese allora eran quasi del tutto abbandonate. Di prediche facevano una gora, ché non eran temute né ascoltate. Erano giunte alla sezza malora le faccende del prete o vuoi del frate; gente ridotta quasi a un sorpassare, per non perdere iliusdel confessare.

104

Sappiasi che con lunghe insidie ed arti, gl'indefessi ecclesiastici mascagni, colle idee delle immense eterne parti, sui prischi ricchi, troppo buon compagni, avevan fatto cosí bene i sarti, e tanti e tanti sacri e pii guadagni, che piú di mezzi i beni temporali erano permutati in celestiali.

105

Alcuni maganzesi consiglieri, che credean nella salsa e nel cappone, avevan consigliato l'imperieri a dare il sacco alla religione. Non eran falsi in tutto i lor pareri, ma perigliosi nella esecuzione, ché un popolo commosso in tal materia è da temersi, ed una bestia seria.

106

Tenner quei di Maganza un gran consiglio, e stabilîr che fogli pubblicati de' popoli mettesser sotto al ciglio le magagne de' cherici e de' frati, e dipignesser l'antico naviglio in confronto alle navi de' prelati, e usurpi e vizi e gran taccagnerie de' direttori delle sacristie.

107

Quest'argomento, fontana perenne, anzi pur fiume, anzi pur vasto mare, e questa libertá data alle penne aveva fatto un bel dilucidare. L'Introibo, il _Deo gratias___ e l'amenne e le indulgenze e gl'inni sull'altare erano fole, spaventacchi e abusi per empier sacre pance ed ugner musi.

108

Molti preton, molti fratoni accorti sosteneano i partiti secolari, come color che tengon da' piú forti per l'amor delle zuppe e de' danari. Non lasciavan però di vista i morti, per beccar anche l'obol degli altari: cosí sendo or filosofi ed or santi, erano onesti e facili e forfanti.

109

Ebbero il loro intento i maganzesi: fûr presto gli ecclesiastici abborriti, ma in conseguenza anche i plebei francesi furon zibibbi e datteri canditi. Erano di ladron boschi i paesi, si avean per sogni gli eterni conviti; e per menar di qua la vita amena, scannavasi un fratel per una cena.

110

I filosofi tristi il lor partito traean dall'adottar la passione, e dal provar ch'ogni umano prurito doveva aver la sua soddisfazione. Ridean del stabilito e proibito dai re, dai papi e da religione, e insin commiseravan gli assassini come oppressi e infelici pellegrini.

111

Dicean che al mondo tutti aprivan gli occhi per caritá, per zelo e per bontade. Creder possiam che i sudditi pitocchi di Carlo non facean difficoltade: furon tutti filosofi agli scrocchi, agli adultèri, all'assaltar le strade, e franchi a' piú funesti oscuri casi, delle nuove dottrine persuasi.

112

Sicché tra il fren spiritual giá rotto, ed il poter dei re dipinto brutto, non v'era pei cervelli piú cerotto: l'umanitá credea poter far tutto. Altro non si vedea che un cacciar sotto ed una sbrigliatezza di mal frutto: era un sciocco l'uom giusto, il savio matto; non era ben parlar, ma lo star quatto.

113

Pur nondimeno il secolo era quello detto universalmente «illuminato»; ma il male antico era anche mal novello, ed accresciuto ad esser smisurato. Era il bene evangelico ancor bello, ma soppresso, deriso e conculcato; ché i dotti, i quai dánno ragione al vizio, hanno assai concorrenti al loro uffizio.

114

Non eran di Parigi i bei talenti dall'util filosofica scrittura, perché a Parigi in quel tempo studenti non si premiava né letteratura. In Francia esser potean quindici o venti, che viveano a giornata d'impostura, stampando fogli settimanalmente, rubati da altri libri malamente.

115

Aveano in questi i poltron paladini storia, commerzio e gran filosofia, tutto per dieci o quindici carlini, semi, piante, scoperte, geografia, manifatture, macchine, mulini, novelle, agricoltura, chirurgia, mediche controversie e pro e contrario, e carta da fregarsi il taffanario.

116

Marco e Matteo non eran piú scrittori, ché di seccar le coglie erano rei. Scrive Turpin che i loro successori eran peggior de' Marchi e de' Mattei, audaci, sciupator, sussurratori, anticristi, messia, cure, cristei, senza eloquenza, senza raziocinio, guasto d'ogni intelletto ed esterminio.

117

Se v'era qualche buon cervello a caso che pubblicasse una colta scrittura, i dotti bagascioni, senza naso, ne' dizionari, pinzi di pastura, la dicean pisciarel da nessun caso, picciola idea, fanciullesca fattura; e crocidando e senza produr nulla, i buoni indegni sommergeano in culla.

118

Un'altra setta d'uomini arroganti, per comparir comete di dottrina e geni di quel secolo giganti di testa originale arcidivina, si posono a vagliar che per lo avanti i dotti erano cosa assai meschina, che i lor sistemi, i libri, i precettori erano nebbie, pregiudizi, errori.

119

Incominciando dalle auguste carte, dalle legislazioni stabilite, da' padri santi, e va' di parte in parte, tutte fûr opre false e scimunite. Senza sublimitá, fredde, senz'arte furon le poesie prima gradite; e gli orator defunti ed i politici e i filosofi ciechi, inetti e stitici.

120

Gridâr che i giovinetti assassinati erano nelle loro educazioni da pedantacci sciocchi addormentati sulle pagine antiche e sui marroni. Alla moral de' preti o vuoi de' frati, e alla moral de' dotti, retti e buoni, dissero spaventacchi, inezie e un nulla, indegno d'una balia ad una culla.

121

Che riedificare si dovea de' nuovi piani di letteratura; che a ciò che si dicea, che si scrivea mancava il comun senso e la natura; ch'era un balordo quel che si perdea in sullo studio della lingua pura; che all'uom d'ingegno e pensator bastava scriver con quel gergon che si parlava.

122

Fu agevol cosa suader le genti, che studian sempre poco volentieri, a ributtare antichi sapienti, vocabolari e metodi severi. E perché ognor di novitá e portenti fu vago l'uman genere e leggeri, dagl'impostor miracoli attendendo, ei fu ignorante, dir possiam, dormendo.

123

Avvenne allor che i sussurroni arditi furon considerati originali, con certe lor scritture fuori usciti piene d'idee fantastiche e bestiali, credute da' cervelli stupiditi scoperte nuove e lumi celestiali, quanto piú strane e meno intelligibili, piú rispettate e dette inopponibili.

124

Con un gergon formato non so dove di venti lingue e formole scorrette, quasi faceti fulmini di Giove, ridicean cose dagli antichi dette, che all'ignoranza comparivan nuove, e le faceano por nelle gazzette, perocché i giornalisti e i gazzettieri eran degl'impostori i candellieri.

125

I riflessi prudenti e regolari chiamò «fredda ragion» questa genia, e «novelle scoperte salutari» chiamò i vapori della fantasia; onde i commiserevoli scolari appreser che «ragion» vuol dir «pazzia», e appreser che «pazzia» vuol dir «ragione», ed Arlecchin divenne Salomone.

126

Donde il pensar fu presto un vaneggiare ed un sognare da febbricitante; lo scrivere, i concetti e il fraseggiare furon maccheronee col guardinfante. Lo stil fu una vescica singolare in tutte le materie somigliante: vorticoso, rigonfio, snaturato; filosofico, energico chiamato.

127

E gridando di dir delle gran cose, e promettendo de' volumi assai, ed insultando l'opre giudiziose de' colti, da lor detti «parolai», colle dissertazion stolte ampollose, senza dare un buon libro al mondo mai, sbalordendo fanciul, donne e merlotti. fûr per supposizione i matti dotti.

128

A questa epidemia degl'intelletti, ch'era ridotta un guasto universale, sei o sette scrittor sani e corretti, e non entrati ancora all'ospedale, andavano a Dodone, poveretti, dicendo:—Poniam freno a tanto male.— Dodon rideva sgangheratamente del zelo inopportuno e inconcludente,

129

e rispondeva lor:—Cari fratelli, il mondo letterario s'è ammalato, vaneggia; i capi sono Mongibelli. Io son di que' dottor che l'han sfidato. Questa è una crisi degli uman cervelli; l'impedire una crisi è un gran peccato; lasciatela sfogar—Dodon dicea,— che forse avrá buon fine.—E poi ridea

130

e soggiungeva:—Il secolo a me pare pregno di quelle strane gravidanze, che fanno a donne gravide bramare cibi sognati e mille stravaganze. Conviene il suo gran ventre rispettare ne' cambiamenti delle circostanze: rimettiamo alle nostre discendenze il ripurgar le fetide influenze.

131

Son ben altro che Marchi e che Mattei questi archimiati audaci innovatori; son maganzesi astuti gabbadei, c'han per lo naso principi e signori. Se vi opponete lor, fratelli miei, sarete giudicati traditori, e fien sospesi i vostri scritti e oppressi come perturbator de' dèi progressi.

132

Feci per lo passato il mio possibile per sostener la veritá e la regola: la barca è rotta, la procella è orribile; dal canto mio non ho piú stoppa e pegola. Cosí dicea Dodon sempre risibile, chiamando Carlo Man bestia pettegola, ed adducendo il detto vero ancora: che dalla testa il pesce puzza ognora.

133

Deggio tacervi molte circostanze che in cifera Turpino lasciò scritte, e non s'intendon piú le antiche usanze di quelle cifre dal tempo sconfitte. Dal piú al meno avete le sembianze di Carlo Man cosí in abbozzo pitte; lo stato del suo regno e della chiesa e la letteratura avete intesa;

134

la gola, il sonno e l'oziose piume, i cambiati caratteri, il pensare; chiaro de' paladini v'è il costume, delle dame e del popolo volgare: tutto è confusion, buio, bitume, cecitá, boria, lussuria, usurpare, debito, inganno e fervido maneggio per far le cose andar di male in peggio.

135

Marsilio, re di Spagna saracino, teneva chiuse in cor le sue vendette, ché l'esercito antico parigino gli aveva date gran sconfitte e strette. Cheto era stato il diavol tentennino; a' cambiamenti gran riflessi mette, e un giorno disse:—È questo il tempo nostro di porre a Carlo un servizial d'inchiostro.—

136

E le sue truppe vigilanti e destre chiama a rassegna e inalbera stendardi. È l'armata a cavallo e la pedestre di dugento migliaia, uomin gagliardi, per dare a Carlo di amare minestre e i paladini a pettinar co' cardi. La fama è in Francia, e suona colla tromba, che il re Marsilio coll'armata piomba.

137

Or chi vedesse i paladin puliti, co' cappellin sotto al sinistro braccio, far lor passini ed atti sbalorditi perché al Consiglio suona il campanaccio! Dodon rideva ai ceffi impalliditi; Orlando sembra l'ira nel mostaccio, e grida:—Ah porci! or peserá la lancia; è giunto il fin della gloria di Francia.—

138

Si mandan messi al papa, alla Romagna, nella Borgogna, in Scozia, in Inghilterra, per la Francia, l'Irlanda, l'Alemagna, per ogni buco a dir di questa guerra. I signor parean uomin di lasagna. I soldati vivean per ogni terra facendo i sgherri, i bari ed i ruffiani: mangiavan le lor paghe i capitani.

139

I maganzesi mostravan costanza, e zelo grande per l'imperatore, dicean di far eserciti in Maganza, ed era un tradimento il lor fervore. Giuravano a Marsilio un'alleanza per via d'un lor secreto ambasciatore, traendo in premio, i menzogner felloni, le sacca di crociati e di dobloni.

140

Da Montalbano era venuta nuova che pel gran ber Rinaldo in agonia e col parroco al letto si ritrova per un colpo di forte apoplesia. Rugger, Dodon ed Orlando non cova; quanto può va facendo tuttavia. Dodon ridendo dicea:—Su, Nembrotto!— a Morgante, residuo del casotto.

141

Sopra un soffá Carlo grasso piangea, dicendo al cuoco suo:—Ti raccomando que' beccafichi,—e ad Orlando dicea: —Metti novelle imposte, caro Orlando.— Dodon ardito per lui rispondea: —Che vuoi tu de' coglion venir cavando? I tuoi sudditi mangian pastinache, e mostrano cul magri senza brache.

142

Gli antichi di provincia tuoi fedeli son quasi tutti fuggiti alle ville, in castellacci discoperti a' cieli, con figli e figlie e nipoti e pupille, ripieni di pensieri acri e crudeli, allor che suonan mezzodí le squille. Educazion non han, mangiar né bere: pensa se daran nerbo alle tue schiere.

143

Non son nelle cittá minor gli affanni. Piú non han dote per le figlie i padri; o le maritan con lacci ed inganni, o fan nuziali inventati leggiadri. Hanno in dote la mensa per tre anni gli sposi, che procreano de' ladri, perché, saldato il conto, vanno al sole gli sposi, i figli e la futura prole.

144

I tuoi gabellier, tristi, sciagurati, co' tuoi governatori in alleanza, hanno tutti scannati, scorticati: non aver piú ne' sudditi speranza. Una gran parte andaron turchi o frati, per fuggir le influenze e la possanza.— Carlo cresce al suo pianto un'appendice, con una bocca poco imperatrice

145

dicendo:—Adunque pon' mano all'erario; resterò miserabil senza cena.— Ecco i ministri ch'alzano il sipario, e son piú di duemila giunti in scena; con un milion di conteggi in summario e numeri minuti come arena provano, co' lor visi ilari e rossi, che nell'erario v'eran pochi grossi.

146

Mostran che gli stravizzi giornalieri e del palagio i mobili moderni, il lusso, il fasto, gli agi ed i piaceri l'erario avean mandato sui quaderni; che duemila salari all'anno interi alle Lor Signorie, del Stato perni, per tener il registro e la scrittura, la dispensa rendeano chiara e pura.

147

Era a Parigi lo scompiglio grande. Piangeano i paladin con le ragazze: pur cercan l'arme da tutte le bande; son rugginose, verdi e pavonazze, con i prosciutti e simili vivande. Sbucano i topi fuor dalle corazze, che le nidiate avevan fatte drento, tanto che a' paladin mettean spavento.

148

Trovaron elmi assai da' ferravecchi, venduti a peso da' staffier bevagni; da' finestrai ne trovaron parecchi, foconi a' stagnatoi per dare i stagni. I famosi spadon, pesanti e vecchi, eran ridotti a moderni guadagni, in fili per tener le cuffie dure, spille e forchette per le acconciature.

149

Alcun de' paladin si prova l'armi in faccia alla sua dama afflitta e mesta, che dice:—Voi volete tormentarmi; mi sembrate un tincone in una cesta. Se m'amate, un favor dovete farmi: scansatevi di abate con la vesta.— A corte il paladin fedi ha mandate ch'ei s'era messo il collarin da abate.

150

Orlando irato fa gobbe le spalle, e me' che può rattaccona le cose. Fu questo il tempo delle gote gialle, ed argomento al Pulci che compose quella rotta funesta in Roncisvalle, ma in altro modo le faccende pose. Di questa guerra io non vi dico nulla, e torno alla bizzarra mia fanciulla.

151

Condur la deggio in porto, ch'ella è stata l'oggetto principal dell'opra mia. Ogni arte, ogni scamoffia aveva usata per far di matrimonio mercanzia; ma ognun la fugge come spiritata e come la beffana od un'arpia. La favola s'è resa della piazza: non v'è piú caso ch'ella faccia razza.

152

La tossa è insuperabil, la febbretta era una lima sorda quotidiana; tal ch'ella finalmente si rassetta ad una santitá bizzarra e strana. Toglie di fare una vita negletta, declama sopra la miseria umana; si vesta da pinzochera, scegliendo per direttore un padre reverendo.

153

Vuol una stanza picciola e dimessa con poche sedie, semplice e sfornita. Ogni giorno per patto si confessa, ogni tre dí va al pane della vita. Tien la divota Ipalca sol con essa. Per cibo una panata ha stabilito, e in una sua scodella la volea, che il nome di Gesú nel fondo avea.

154

Destava compunzione e riverenza questa vergine mia pinzocherona, quando uscía col suo velo da Fiorenza, che la copriva, e in man colla corona. Avea di poverelli concorrenza dove passava, e un soldo a tutti dona; le baciavan le vesti, ed ella umíle dicea:—Non fate; io sono un vermo vile.—

155

Tal fin la bizzarria di Marfisa ebbe, vivendo con la tossa ben trent'anni; e il fine a Bradamante molto increbbe piú dei bizzarri oltrepassati danni, perché la santa in casa era un giulebbe, una lingua da dar di molti affanni, che col labbro divoto e il cor zelante trattava da bagascia Bradamante.

156

E nota il tempo ch'ella si confessa, se cambia confessore, e s'egli è bello, se ragiona con uomini alla messa: sempre è scandalezzata d'un bordello. Con ironia la chiama padronessa; eran le fanti mezzane a pennello: per le finestre spia le sue vicine, e fa che son zambracche e concubine.

157

Lettor, giacché Marfisa è fatta santa, io non ho cor d'ucciderla altrimenti, ché il buon esempio è una bella pianta da non tagliar, s'è specchio a malviventi; e perché eternamente non si canta per non seccar le natiche alle genti, e perché pur sgonfiata ho la zampogna, fo punto e attendo il plauso o la vergogna.

LO SCRITTORE DELLA «MARFISA» a' suoi lettori umanissimi

Leggesi che gli antichi padri della Chiesa greca, non meno gran santi che gran filosofi, usavano ne' sermoni che esponevano da' pergami alle adunanze raccolte ad ascoltarli, l'innestare de' ritratti degli uomini affascinati e perduti nel vizio.

Le loro accurate osservazioni sulla umanitá fornivano il loro pennello di tratti e di colori i piú vivi ed espressivi per porre sotto agli occhi degli uditori le figure degli ebbri, degli iracondi, de' golosi, de' superbi, degli avari, de' molli effeminati, de' sfrenati, libidinosi e d'altri brutalmente abbandonati ne' vizi; e con tali fisonomie, tali guardature, tali attitudini, tali scorci naturali, veri e abborribili ne' loro aspetti, che destavano negli ascoltatori ribrezzo e timore di somigliare a que' schiffi ritratti.

Una filosofica efficace facondia pittrice faceva qualche buon effetto, e metteva alcun freno di vergogna nella umanitá traviata e corrotta da' vizi.

L'urbano satirico osservatore sul genere umano, buon ritrattista e non cinico detrattore, laceratore, uccisore alla vita civile; che si attiene a' generali e non si scaglia a mordere particolarmente e nominatamente; non mosso da collera, da ambizione, da invidia e da vendetta o da venalitá, ma soltanto mosso da un sentimento di zelo inclinato al bene di tutti, potrebbe lusingarsi di purgare colle tre pitture in iscorcio ridicolo o schiffo, ma sempre naturali e vere, almeno in parte, il contagio di que' rei ammorbati costumi, che presto o tardi involgono ne' flagelli le intere nazioni.

Devo dire con mio intenso dolore ciò che altri dissero e affermarono con franchezza.

La patria mia, un tempo specchio di soda religione, di pietá, di giustizia, d'integritá, di valore, di coraggio, di prudenza, di costanza e d'ogni virtú, poco a poco, e particolarmente dopo l'insidiosi sparsi sofismi novelli, detti «filosofia», tendenti ad offuscare cervelli, a capovolgere tutte le leggi, tutti gli ordini salutari e a dar libero il corso a tutte le passioni degli uomini e delle femmine, è divenuta il ricinto delle leggerezze, delle immodestie, delle sfrenatezze, della infingardaggine, della ignoranza, della malafede, della stolida miscredenza e di quel lusso, di quelle mollezze, incontinenze e lussurie, che cagionarono un giorno la caduta de' regni de' Sardanapali d'Assiria.

Furono pochi quelli della mia patria scopritori che le parole sparse «dirozzare», «ripulire», «umanizzare», «risvegliare», «illuminare», «spregiudicare», fiancheggiate da ingegnosi insidiosi sofismi adulatori e commiseratori delle umane passioni tenute a freno (sofismi coperti dal velo mentitore della parola «virtú», degenerati ne' due stolidi e in un seducenti ululati: «libertá» ed «eguaglianza»), non erano che stimoli alle sanguinarie rivoluzioni alla frattura delle provvide leggi de' saggi, dettate dalla gran maestra esperienza, e sofismi guide ad una generale corruttela de' costumi e della solida e sana morale.

Coloro i quali non iscorgono quest'infelici precursori effetti conseguenti, avvenuti, prima che in altri climi, nel clima medesimo dond'ebbero scaturiggine le parole e i sofismi sopraccennati (effetti conseguenti di generale angoscia, dilatati poscia negli altri climi) non sono né «dirozzati» né «ripuliti» né «umanizzati» né «risvegliati» né «illuminati» né «spregiudicati», ma ciechi ed ebbri sonnambuli disumanati, che girano brancoloni per entro una densa nebbia contagiosa e fetente, da essi creduta lume risplendentissimo e quintessenza di cribrata e purificata filosofia.

LaMarfisa bizzarra, poema di aspetto scherzevole, non è che un quadro storico del costume corrotto, di ritratti naturali, di caratteri veramente de' nostri giorni, della mia patria infelice e un'allegorica predizione del di lei finale destino.

Convien dire che gli antichi greci, i quali ascoltavano i loro predicatori, avessero i cuori piú atti alla sensibilitá, alla vergogna, alla compunzione, de' miei patrioti.

Si pongano nel conto de' nulla parecchi tratti giocosi satirici contenuti nel mio poema contro alcuni scrittori del tempo in cui lo composi, i quali, assecondando la corruttela del costume, sviavano la gioventú dalle regolaritá e guastavano la nobile semplicitá, la fedele legittimitá, la nitidezza del nostro eccellente idioma e il buono e vero gusto di scrivere in prosa ed in verso della nostra un tempo brava nazione; i quali cattivi scrittori non si astennero di pungere e dividere sgraziatamente e dozzinalmente la opinion mia, ch'io sostenni per legittima con quella inutilitá medesima con la quale ho combattuta per quanto potei la irreparabile inondazione della epidemica corruttela guastatrice della soda e sana morale.

Alcuni hanno giudicato che le importanti mire con le quali presi a scrivere laMarfisadovessero essere esposte con uno stile differente, vale a dire piú serio, piú elevato e piú altitonante.

Oltre a che io fui sempre di un naturale piú inclinato al socco che al coturno, e sempre risibile sugli oggetti che presenta al mio sguardo questo basso mondo, per la opinion mia, cotesti giudici condannavano la mia composizione ad avere pochi lettori, siccome avviene oggidí per lo piú alle opere di morale scritte con sublimitá e catedraticamente per combattere i costumi corrotti.

A me stava a cuore che laMarfisafosse letta e intesa universalmente da tutti senza promuovere sbadigli; e sapendo che le veritá innegabili de' miei ritratti e de' costumi della mia patria, pennelleggiati comicamente con uno stile italiano colto, ma che pizzica dell'urbano satirico lepido, avrebbe avuto maggior numero di lettori, volli scriverla com'ella è scritta.

Fui da alcuni ecclesiastici tacciato di troppo ardire e d'imprudenza nel dipingere nellaMarfisaparecchi della loro classe in un'attitudine indecorosa al loro carattere.

Se questi alcuni tali avessero mantenuta la dovuta decenza, inseparabile dal loro carattere, non comparirebbero nel mio quadro di veritá in uno scorcio indecente, esoso e ridicolo.

Al tenere in silenzio i vizi di alcuni ecclesiastici della mia patria non avrei giammai potuto dare il titolo di prudenza, ma piuttosto il titolo d'ipocrisia, vizio infernale e da me piú ch'altro vizio abborrito e perseguitato.

In una cittá, in cui i vizi giungono di gran lunga a preponderare sulla virtú, comunicano il loro veleno anche in quelle persone le quali dovrebbero con l'esempio e con la forza e la facondia d'una logica efficace combattere e fugare il vizio medesimo.

Questo mostro, che deride la rattenutezza, i riguardi, la modestia, il pudore, la castitá, la temperanza, la sobrietá, accresce il numero all'infinito de' bisogni, al di lui alimento, e protetto dalla innumerabile schiera de' suoi seguaci possenti, riduce l'umanitá alla natura de' bruti, senza distinzioni di grado, di nascita o di ministero.

I giusti veri osservatori e conoscitori del corrotto costume della mia patria confesseranno che le pitture, con le quali delineai e tinteggiai tratto tratto nel mio (in apparenza) scherzevole poema dellaMarfisaalcuni ecclesiastici nostri, rappresentano originali ritratti della veritá.

L'avvilimento da me dipinto, di cui lordarono que' tali il loro rispettabile carattere con perniciosissimo esempio, meritavano la sferza del zelo mio, siccome l'hanno meritata i loro protettori, che accrebbero l'avvilimento di quelli con que' modi che appariscono dal poema dellaMarfisa.

Nel colloquio che tiene il mio allegorico paladino Ruggiero col mio allegorico Turpino, arcivescovo del mio allegorico Parigi, nell'ottavo canto del mio allegorico poema, si rileverá in qual rivolta il vizio avesse ridotte le famiglie; di qual guasto costume il vizio avesse lordata una infinitá di ecclesiastici, e con quale impossibilitá le viziose protezioni sopraffatrici incatenassero la pia volontá dei piú saggi e santi capi della Chiesa, di frenare, correggere, castigare e riformare il contegno de' loro leviti sfrenati, scandalosi e viziosi.

Non si creda giammai ch'io abbia preteso di porre in un fascio tutti i viventi a' giorni miei nella mia patria con gli accecati gruffolatori nel marciume e nel lezzo de' vizi rovinosi alla patria mia.

Non meno che nella lega del popolo e ne' particolari da tal lega separabili, conobbi ne' présidi al governo politico, civile e criminale e nel ceto ecclesiastico nostro, secolare e regolare, delle persone venerabili, fornite di ottimi sentimenti, di dottrina, di prudenza, di fervente zelo, di religione, di retta morale, veggenti non lontani i fulmini smantellatori, e adoperarsi con tutto lo spirito loro per allontanarli, ma con quella inutilitá con cui dugento d'intelletto intemerato e fermo vorrebbero porre a dritto cammino cento e piú mila intelletti sviati, frenetici, guasti da falsi dettami, guidati soltanto dalle sguinzagliate passioni e da' sensi viziati e brutali, ridotti torrente insostenibile e dominatore.

Ma i pochi saggi, buoni, divoti e credenti furono dalla moltitudine de' viziosi considerati imbecilli, accecati da' pregiudizi d'una stolida educazione falsa e antiquata.

I pochi buoni zelanti ecclesiastici furono dalla immensitá de' viziosi giudicati furbi, impostori, ipocriti, spaventacchi e lusingatori de' popoli di eterni celesti beni, per cupidigia di beni e d'oro terreno.

I pochi ottimi présidi al governo, che osarono, con troppo tardi maturi decreti emanati, di ridurre la gran massa de' viziosi al raccoglimento, alla moderazione, alla temperanza, e di regolare il costume disordinato e corrotto, di separare le ore del divertimento da quelle del riposo, di procurare che il giorno fosse considerato giorno, la notte considerata notte, onde i tribunali di giustizia e gli uffici non fossero occupati e amministrati da persone sonniferose, rese astratte, balorde ed ebbre dalle veglie, da' stravizi, dal giuoco, da' liquori, dalle notturne lussurie, di por freno a' vestiti immodesti, lascivi, attraenti, solleticatori e coltivatori del vizio nelle femmine rese baccanti dalle furie e dalle sfrenatezze del vizio, furono chiamati dalle orrende strida di un enorme tumulto di voci assordatrici, uscite dalle gole dell'immenso brulicame vizioso fremente, sopraffattori, ignoranti, vaneggiatori addormentati nelle goffaggini e muffaggini smodate, deliranti, disumanati, tiranni della natura e punibili.

Noi gli vedemmo rovesciati da' lor tribunali con tempesta di viziosi voti repubblicani forsennati iracondi, e vedemmo il vizio vittorioso gl'interi giorni e le intere notti scorrere la cittá pel suo dilatarsi, consolidarsi, torreggiare e signoreggiare.

Ben lo disse l'ottimo filosofo morale francese, osservatore profondo, Giovanni La Bruyère, ne' suoiCaratteri: che chi pretende di por argine agli abusi del corrotto vizioso costume, dilatati, impossessati, inveterati sopra le popolazioni, non fa che come colui che fruga in una cloaca per iscemare il puzzo: altro non fa che innalzare piú violento e piú insoffribile il fetore.

Se si vorrá considerare senza collera, senza maligna prevenzione e a mente serena il poema intitolatoLa Marfisa bizzarra, si troverá che tra il piccolo numero dei buoni inutili, a fronte degl'innumerabili guasti e corrotti, campeggiano, in quel poema giovialmente e urbanamente satirico, gli Orlandi, i Dodoni, gli Uggieri, gli Angelini, le Aldabelle, le Ermelline ed alcuni altri buoni personaggi, le cui grida, le cui lagnanze, le cui predichette zelanti furono derise e seminate tra le ortiche ed i pruni, come quelle de' pochi buoni della mia patria.

Preghiamo e speriamo che de' benigni influssi delle fulgenti stelle che ci soprastano purghino le menti sviate e guaste e le rimettano a dritto cammino, per la pace e tranquillitá d'una patria in cui nacqui, crebbi e invecchiai, desiderando ognora il legittimo bene di tutti i miei concittadini, spoglio di presunzione, alienissimo dalla piú minuta pretesa, salvo quella di voler dire apertamente la veritá mal sofferta.

Dovrebbe essere superfluo l'avvertire i lettori che chi si è posto a scrivere laMarfisa bizzarra, poema faceto, non abbia presa materia (com'egli tratto tratto asserisce scherzevolmente) da Turpino; e che Carlo Magno, Parigi, i paladini e i personaggi descritti dal Boiardo, dall'Ariosto e da alcuni altri scrittori degli antichi poemi, non sieno stati presi dallo scrittore dellaMarfisache per coprire d'una veste allegorica un piccolo abozzo del prospetto de' costumi, della morale de' giorni suoi e de' caratteri in generale de' suoi compatrioti, riformati da' scrittori perniziosi e dalla scienza del nostro secolo detto «illuminato».

Tuttavia do questo avvertimento preliminare alle annotazioni fatte sullaMarfisa, onde le fantasie interpretatrici non escano dal quadro storico de' costumi e de' caratteri in generale ch'esistevano nella patria dello scrittore dellaMarfisa, poema faceto, nel tempo che fu composto.

Stanza 1.

Se non credessi offender gli scrittori che han rotto con lo scrivere ogni sbarra, e son fatti del mondo inondatori, io canterei di Marfisa bizzarra…

Ardeva, nel tempo in cui l'autore si pose a scrivere il poema dellaMarfisa, una controversia lepidamente satirica tra gli accademici denominati «granelleschi» esistenti in Venezia, gran difensori della lingua litterale italiana e della colta poesia di vario genere, e gli scrittori che le sfiguravano e guastavano colle opere loro, d'un libero e goffo mescuglio di esteri linguaggi, di maniere e frasi grossolane, di ampollositá snaturate, di corrotti vernacoli.

Uno scopo, tra i molti altri dell'autore dellaMarfisa, accademico granellesco sotto il nome del «Solitario», fu di prendere di mira i cattivi scrittori che in quella stagione in Venezia sviavano le menti dalla coltura, e particolarmente il Goldoni ed il Chiari, scrittori di commedie, di romanzi, di prose e di poetiche composizioni in ogni genere e metro infelicissime. Si troveranno nel poema dellaMarfisabuon numero di squarci di censura e dileggio diretti a' cattivi scrittori del tempo in cui fu composto, né si nega che, nel mezzo agl'infiniti caratteri presi in generale, che campeggiano nel poema, sotto i due nomi de' paladini Marco e Matteo dal Pian di San Michele sono figurati particolarmente il Chiari e il Goldoni, i due maggiori e piú arrabbiati nimici degli accademici granelleschi accennati.

Stanza 2.

…e farò come il Cordellina e Svario, c'hanno l'interruttore dietrovia al loro arringo che grida il contrario…

Nel fòro veneto, alle dispute delle cause degli avvocati, v'è un avvocato che interrompe a diritto ed a torto con voce tuonante quell'avvocato ch'è l'ultimo ad arringare nella causa, e vien data poca retta da quello che arringa all'interruttore.

Cordellina e Svario furono due de' piú celebri avvocati del fòro veneto.

Stanza 5.

Di Marfisa bizzarra cantar voglio. Cantolla un altro, e non ebbe concetto… onde rimase con Paris e Vienna ad aspettar qualche moderna penna.

Un certo Dragontino da Fano scrisse un poema nel Cinquecento, intitolatoLa Marfisa bizzarra, seguendo le fantasie romanzesche del Boiardo e dell'Ariosto meschinamente.

Quel cattivo poema ebbe il destino ch'ebbero i triviali poemi diParis e Vienna, delBuovo d'Antonae di parecchi altri cosí fatti, comperati soltanto dal basso popolo.

Stanza 6.

Voi, che non isdegnate i versi miei e de' nostri buon padri avete stima…

Intendasi gli accademici granelleschi e tutti coloro che apprezzavano la puritá e l'indole della nostra lingua litterale, della colta poesia italiana in tutti i generi, ed erano fedeli agli antichi celeberrimi nostri conformatori e fondatori di quelle.

Stanza 14.

I romanzieri dall'eroiche imprese, dalle battaglie e da' sublimi amori piú non si nominavan nel paese, perché i moderni eran usciti fuori…

E sino a tutta la stanza 16 è satira dileggiatrice sul profluvio de' romanzi pubblicati dall'abate Chiari, ed è pittura satirica sopra alcune commedie del Goldoni.

Stanza 17.

Altri scrittor piú dotti e disonesti per i lor fini, a tal cominciamento, stampavan libri sottili e infernali dipingendo i mal beni ed i ben mali.

Cioè i sofisti perniziosi del secolo, i quali col pretesto d'illuminare il genere umano rovesciarono infiniti cervelli per universale sciagura e trambusto.

Stanza 48.

Talor soletto andava passeggiando lá dove son le dinunzie secrete…

Si chiamavano in Venezia «denunzie secrete» alcune teste spaventose di marmo, fitte nelle muraglie de' magistrati, le quali teste o mascheroni avevano una gran bocca aperta, in cui i delatori, che volevano star celati, scagliavano le querele scritte in una cartuccia contro coloro che volevano accusare ed esporre a' processi d'inquisizione.

Stanza 53.

…fatto vecchio servente a Galerana…

Galerana, secondo gli antichi romanzi, fu imperatrice e moglie di Carlo Magno. Il titolo di «servente» è abbastanza in costume a' giorni nostri per intendere qual sia l'uffizio di quello.

Stanza 55.

Marco e Matteo del Pian di San Michele…

Si è detto che sotto le persone de' due paladini antichi Marco eMatteo dal Pian di San Michele sono figurati i due poeti Chiari eGoldoni.

Stanza 61.

Ma Dodon dalla mazza, paladino…

Non si cela che sotto il nome del paladino Dodon dalla mazza è figurato l'autore del poema dellaMarfisa; il quale, unito agli accademici granelleschi di lui soci, fu il martirio maggiore de' due suaccennati poeti.

Stanza 1.

Io mi son dilettato alquanto invero il critico arruffato immaginando…

Fino compresa la quarta ottava è un immaginato dialogo tra l'autore dellaMarfisae l'abate Chiari, uomo di carattere altero e presuntuoso.

Stanza 21.

Or vorrebb'esser stata ballerina, or cantatrice divenir vorria…

Titoli di alcuni tra i moltissimi romanzi pubblicati dal poeta Marco, cioè dall'abate Chiari, scrittore dei detti romanzi, de' quali Marfisa era studente e associata alle stampe, ammiratrice e inclinata a seguire le massime e i dettami di quelli.

Stanza 63.

Filinor non si scuote e non si move: —Il mio costume—rispose—l'appresi da' cavalier delle commedie nuove…

In questi versi sono sferzate alcune delle commedie del paladino Matteo, cioè del Goldoni, nelle quali in confronto delle persone del basso popolo, da lui dipinte virtuose, metteva conti, marchesi ed altri titolati cavalieri in aspetto di bari, d'impostori e d'un pessimo carattere di mal esempio.

Stanza 31.

Io trovo ne' romanzi di que' tempi certe avventure magre da pidocchi e fatti da sbavigli e casi scempi di que' poeti, e lunghi un tirar d'occhi, che informavan quegli antichi esempi di battaglie, di giostre…

Il tratto satirico è diretto a' novelli romanzi, ma particolarmente a quelli dell'abate Chiari.

Stanza 34.

Perocché prima di cantar la messa avea dato il manipolo a baciare…

A Venezia quasi tutti i preti ordinati da evangelo e da messa da' prelati siedono nella chiesa con degli assistenti a fianco e con un gran bacile dinanzi. Essi dánno a baciare a infiniti invitati, pregati e spinti dagli uffici, quel sacro arredo che si chiama «manipolo»; e i baciatori concorrenti tutti scagliano nel bacile divotamente una moneta, chi grossa e chi minuta per offerta al prete novello. Tale offerta giunge talora ad essere la somma di cinque o sei cento ducati, secondo gli amici, i conoscenti e i protettori del prete. Questo pio costume fu introdotto in Venezia per soccorso dei preti, i quali per la maggior parte sono ordinati sacerdoti senza patrimonio, per la loro povertá e per il solo merito d'aver servita la Chiesa sino da cherichetti.

L'offerta, per quanto si dice, deve servire a que' preti per provvedersi di libri ecclesiastici, da studiare per erudirsi nel loro sacro ministero; ma parecchi de' preti veneziani consacrati fanno l'uso di quell'offerta, che fece don Guottibuossi, cappellano in casa di Ruggiero e servente di Bradamante.

Stanza 69.

Voi siete pien di antichi pregiudizi, né alle commedie nuove andate mai, né i romanzi novei, pien d'artifizi dotti, leggete, che insegnano assai. Certe antiche virtudi ora son vizi…

Sferza a' costumi introdotti dalla falsa scienza del secolo, e precisamente a' sentimenti e alle massime sparse con aria filosofica nelle commedie e ne' romanzi del Chiari. Si noti che l'astuto don Guottibuossi cappellano adulava ironicamente Marfisa, gran estimatrice delle dette opere, per prenderla nella rete e per farla sposa di Terigi.

Stanza 37.

Marco e Matteo dal Pian di San Michele, ch'eran torrenti della poesia, a don Gualtieri accendevan candele perché Terigi a un d'essi l'ordin dia…

Cioè l'ordine di apparecchiare la raccolta di poesie per le nozze: ufficio che fruttava zecchini. Nella mala influenza poetica del Chiari e del Goldoni, figurati nei due paladini Marco e Matteo, e che in quel tempo passavano in Venezia per due poeti alla moda eccellenti, venivano appoggiate quasi tutte le raccolte di poesie, in costume nell'occasione de' matrimoni o di monacazioni o di esaltazioni a gradi sublimi di personaggi illustri.

Bastava però che i celebrati fossero ricchi e splendidi, perocché si vide una raccolta poetica, celebratrice di uno sposalizio ebraico, formata da Marco poeta, sacerdote cattolico. Tali raccolte in quella stagione servivano di campo a' morsi trivialmente satirici de' cattivi scrittori verso gli accademici granelleschi, e servivano a' granelleschi, difensori del retto pensare e del purgato scrivere, per mordere e porre in dileggio i cattivi scrittori.

Stanza 43.

Rugger per il costume del paese qualche libretto anch'ei doveva fare. Dodone il santo, figliuol del danese, gli aveva detto:—Non farneticare, ché un libriccin vo' farti alle mie spese da far Marco e Matteo divincolare…

L'autore dellaMarfisa, accademico granellesco, figurato in Dodone dalla mazza, si divertiva, all'occasione delle raccolte di poesie per le dette circostanze, a far stampare delle facete composizioni in versi, ch'erano giuste censure e dileggi arditissimi contro gli scritti del Chiari e del Goldoni e de' scrittorelli lor partigiani e imitatori, come si può rilevare nel di lui poemetto intitolatoI sudori d'Imeneoe in una moltitudine di poetiche bizzarrie, fatte da lui stampare ne' giorni di quelle ridicole controversie.

Stanza 45.

E dalleMadri traditedir posso…

LaMadre traditaè il titolo che portava una commedia del Chiari.

Stanza 46.

dell'Impressario turco dalla Smirne…

Tale è il titolo d'una commedia del Goldoni.

Stanza 47.

poi vanno a partorirFilosofesse…

Romanzo del Chiari, intitolatoLa filosofessa italiana. Sino l'ottava 52 è critica sugli scritti pubblicati dall'abate Chiari.

Stanza 72.

Un dí di carnoval era, e la pressa de' cavalieri e paladini è grande, per gir nella Ruet dopo la messa, ch'è una via in piazza, chiusa dalle bande da' sedili di paglia…

L'autore dellaMarfisacambia nel nome di «Ruet» ciò che a Venezia si chiama «Liston», ch'era una viottola nella piazza di San Marco, formata da sedili posti in due lunghe file, in cui avvenivano le cose descritte nelle ottave 72-76. Da parecchi anni tal adunanza non è piú in costume.

Stanza 2.

Non sempre e in ogni loco curiosa soffro la gente molto volentieri, e, verbigrazia, a un'opera fecciosa che corra e spenda e gridi e si disperi. Questa curiositade è perniziosa, io dico, e di cervei troppo leggeri…

Allude al fanatismo risvegliato in Venezia dalle opere sceniche dell'abate Chiari e del Goldoni.

Quel fanatismo aveva divisa la intera popolazione in due partiti infuocati. Le chiavi de' palchetti de' teatri si vendevano un occhio. I contrasti d'opinione de' due partiti assordavano e cagionavano delle dissensioni fino nelle famiglie tra padri e figli, fratelli e sorelle.

Stanza 44.

e ciocche di cristallo risplendente, non dico del Briati, che non c'era…

Giuseppe Briati muranese fu benemerito inventore privilegiato in Venezia della pasta del terso cristallo, e particolarmente di ciocche magnifiche da illuminare le sale de' gran signori, i teatri e le vie in occasione di solennitá.

Stanza 46.

che pareva quel giorno il bucentoro…

Il bucentoro era un naviglio ricchissimo, tutto intagli e dorature, d'un costo sommo, in cui il doge di Venezia nel giorno dell'Ascensione veniva condotto al porto di mare detto del Lido, con un sèguito di galere e gran numero di barche; laddove giunto, per segno di antico dominio del mare Adriatico, sposava, con un anello gettato nell'onde, codesto mare.

Stanza 114.

Marco dal pian di San Michel, poeta…

Cioè l'abate Chiari, di cui l'autore dellaMarfisadá un'idea del carattere in quell'ottava e nella seguente.

Stanza 113.

Anche Matteo, poeta suo nimico…

Il Goldoni ed il Chiari erano in quel tempo rivali e nimicissimi. Si censuravano ferocemente nelle opere loro. In quell'ottava l'autore dellaMarfisafa una pittura del carattere del Goldoni, gran coltivatore d'un grosso partito agli scritti suoi con una umiliazione e un'adulazione niente poetica.

Stanza 117.

Dodone dalla mazza, detto «il santo», era venuto, e guardava ogni cosa stando a un tavolier solo da un canto, facendo vista di fiutar la rosa.

L'autore dellaMarfisa, figurato nel paladino Dodone, si spassava continuamente a far l'osservatore e l'anatomista sui caratteri, sul pensare e sul raziocinare dell'umanitá, come si può rilevare dal suo poema e da tutti gli scritti suoi.

Il giuoco dell'«undici», descritto nell'ottava soprapposta, è giuoco cappuccinesco e da solitario, che cerca un passatempo in una combinazione semplice di numeri da sé solo in disparte, per non impegnarsi in partite di giuochi di carte d'applicazione, da lui abborrite, e per star separato da una societá romorosa.

Stanza 32.

Pareva scritta dal fine al principio, siccome l'orazion di sant'Alipio.

L'«orazione di sant'Alipio» è una di quelle poesie di versi trivialissimi, che i pitocchi e i ciechi cantavano per le strade e sotto alle finestre delle case, accompagnando il canto loro con un chitarrone, per trarre qualche elemosina.

Stanza 33.

E cominciava: «O vergin, vergin bella, estro e natura canora e sonora». Marco poeta a rider si smascella, e critica ogni detto che vien fuora…

Si è detta la rivalitá che correva allora tra il Chiari e il Goldoni.I due primi versi dell'ottava 33 contengono in caricatura lo stile delGoldoni, qualora voleva impacciarsi a comporre de' versi sostenuti.

Stanza 35.

Dodone alcuni versi avea finiti pel maritaggio, e pronti per le stampe, che correggean que' vati fuorusciti. I parigin non voglion che gli stampe, e vanno minacciando i revisori ché, caschi il ciel, non gli lascino ir fuori…

Alludesi a' due partiti infiammati divisi de' partigiani del Chiari e del Goldoni. I garbugli, i sottomani, gli occulti uffici, che facevano quei due partiti onde non fossero licenziate per le stampe le composizioni dell'autore dellaMarfisa, facetamente derisorie le poesie del Chiari e del Goldoni, erano instancabili e furenti.

Stanza 3.

contro anche san Francesco, e va nel verde.

Nelle concorrenze agli uffici in Venezia s'usano tre bussoli da raccogliere i voti secreti. L'uno di questi bussoli è bianco, l'altro rosso, l'altro verde. I voti che si trovano nel bussolo verde escludono il concorrente dall'officio al quale aspira.

Stanza 30.

Una bocca facea, che somigliava le denonzie secrete e peggio ancora…

Addietro s'è detto che le denunzie secrete, fitte nel muro esternamente a' magistrati di Venezia, erano teste di mascheroni mostruosi con una bocca larga oltre misura.

Stanza 32.

svimèr, landò, carrozze, venti legni…

«Svimèr», «landò», «cucchier», «cudesime» ed altri nomi, che non si trovano nel vocabolario della Crusca, sono carrozze posteriori alla compilazione del detto vocabolario, ma carrozze in costume a' tempi nostri, introdotte dalla mollezza e dal lusso, giunte dalla Francia, dalla Germania e dall'Inghilterra in Italia.

Stanza 51.

e tremila zecchini veneziani…

L'autore dellaMarfisaha protestato, nella prefazione al suo poema, di voler usare quanti anacronismi vuole per far chiara la sua allegoria, e di non curarsi di critici in questo punto. I zecchini ch'escono dalla zecca di Venezia sono di purgatissimo oro e in pregio di tutte le nazioni.

Stanza 52.

Or qui potrebbe dirmi alcun lettore che una dama alle truffe non discende. Ed io rispondo che Matteo scrittore faceva in quell'etá commedie orrende…

E fino a tutta l'ottava 54 sono censure alle commedie del Goldoni, il quale spesso metteva in iscena de' nobili titolati d'un pessimo carattere e come si legge nelle soprannotate tre ottave.

Stanza 79.

Turpino scrive che le sputacchiate…

Gli applausi, che si fanno nelle chiese di Venezia a' predicatori e alle fanciulle che cantano nei pii conservatorii musicali, quando piacciono, sono di raschiamenti universali delle trachee e un gran sputacchiare catarroso degli uditori.

Stanza 89.

Dalle commedie e da' romanzi nuovi traea gran parte de' suoi bei riflessi…

Nuovo scherzo satirico alle commedie del Goldoni e alle commedie e romanzi del Chiari, ch'erano le letture predilette di Marfisa, riformata dall'antico costume.


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