CANTO DECIMO

58

E don Gualtier nel mio romanzo voglio che sia preso da birri in una piazza, posto in berlina, al petto con un foglio che dica: «Stuprator d'una ragazza»; ché ad ogni modo ha riscosso e fa imbroglio, ed ha condotto un mio pari alla mazza. Nel mio romanzo la berlina è poco: vo' rallegrarmi a condannarlo al foco.—

59

In questo tempo Marco aveva fatte, per sbalordire gl'inesperti putti, alcune pistolone in versi, matte, e le appellò:Filosofia per tutti, ripiene di sentenze molto stratte, che punto non recavano costrutti, peroch'elle diceano e disdicevano senza sistema e poco s'intendevano.

60

Hai tu veduto maschera a Venezia, vestita da corrier con la scuriada di nerboforte, a far quella facezia d'un quarto d'ora lunga in sulla strada, che mena il braccio e scoppia; e quell'inezia, per quanto dura, il popol tiene a bada, e poi molto erudito il manda via, siccome Marco di filosofia?

61

Per non lasciar Matteo dimenticato, egli avea dato fuori un manifesto, che chiedea mezzo scudo anticipato per tomo all'opre sue che stampa presto. E fien cinquantun tomo, ognun fregiato di rami e bella carta, e dá del resto: «Tutte le miscellanee poesie saran—dicea—con le commedie mie.

62

È vero—soggiugnea—che replicate de' miei divini scritti l'edizioni poco men che ilBertoldosono state, siccome sanno i miei cari padroni; ma son poi tanto rare e ricercate, che in bella carta e buone correzioni e con figure in rame, indispensabili son per le biblioteche memorabili».

63

Un'altra parte il manifesto avia che sembrava un'idea del Masgumieri; cioè che a chi volesse piegieria far per dieci assoziati a' tomi interi, sarieno dati i tomi in cortesia per la benemerenza e volentieri. Il Masgumier cosí dispensa a macco sopra il balsamo greco il taccomacco.

64

Un altro scrittorel di simil forma, il qual delleStagionfacea poemi, di cui Dodon avea risopro formade' suoi cattivi versi e de' proemi, aveva detto che non prende norma dai scritti di Dodon né da' sistemi; ché non tersa scrittura ne' bei detti, ma che vuol esser succo ne' libretti.

65

Dodon rideva sgangheratamente, ché non ha frega d'essere imitato, e gli diceva:—Dimmi solamente se a rider de' tuoi scritti sia peccato. Io trovo il tuo libretto un accidente di tristi versi e rubacchiar pisciato, e non ci vedo il succo che tu narri. Lascia che rida e le mascelle sbarri.

66

L'ironico ricordo che mi dái, ch'io logri inchiostro in util delle genti, l'ho posto in uso prima, come sai, buffoneggiando i libri puzzolenti. Il criticarti non l'ho fatto mai; in ciò pianti carota agl'innocenti: ma dico che le tueStagioniin canti forman l'anno peggior di tutti quanti.

67

Tu di' che vuoi di fatti e non parole sieno i tuoi libri; in questo sarai solo. Dunque un tuo libro battezzar si vuole di fabbro una bottega o legnaiuolo. Deh! canta autunni e tempi e luna e sole, e crediti a tua posta un usignuolo; dedica, imprimi, a tuo modo ti regola; ma tu mi par stizzita una pettegola.—

68

Gl'impostori scrittor d'allora in caldo appiccorno question co' buon scrittori. Sino a quel giorno avea detto ribaldo Marco a Matteo che s'eran traditori: ma come vidon non istar piú saldo chi sa distinguer ben dal sterco i fiori, furono amici allor Marco e Matteo, e i partigian cantarono ilTedeo.

69

Scrivea Marco in que' tempi la gazzetta: il pubblico avvertí dell'alleanza con uno stil da corno e da trombetta, come se il caso fosse d'importanza. Dicea: «Io sono Augusto—a chi l'ha letta;— Matteo di Marc'Antonio ha simiglianza: chi non ci loda è un vil Lepido indegno, e proverá ben presto il nostro sdegno».

70

Se rideva Dodon, Dio ve lo dica, di queste matte forme e braverie, e va dicendo alla sua schiera amica: —Quell'alleanza, care anime mie, ci toglie occasione di fatica a provar che i lor scritti son follie.— Il popolo diviso in due fazioni dava riputazioni a' bighelloni.

71

Perocché riscaldato e in gran puntiglio, chi Marco e chi Matteo per sostenere, vivo tenea il discorso e lo scompiglio, ed aperto il borsello per vedere e per poter gridar:—Mi maraviglio.— Marco a Matteo può baciare il brachiere, o ver Matteo lo può baciare a Marco, facendo chi il Caton, chi l'Aristarco.

72

Or che tra loro è fatta convenzione, e di vivere amici han stabilito, il popol non fará piú contenzione, e sará a poco a poco intiepidito; poi ridurrassi a dugento persone, a cento, indi a cinquanta il lor partito. Lasciamo che s'adoperi natura, ché finalmente il ver non ha paura.

73

Dodone incominciava a lusingarsi che i scrittoracci avesser decadenza; ma il mal, che aveano fatto, a ripurgarsi non bastava una quarta discendenza. Or del guascon bisogna ricordarsi, ch'era fuggito e in bando per sentenza, e va maledicendo il suo duello; ond'io ripiglio traccia dietro a quello.

74

Quel dí che fu ordinata la cattura e ch'ei la seppe (e n'andava la testa), tanta fretta gli mise la paura, che smemorato in man prese una cesta, come colui che non ha piú misura, e fuggí di Parigi in man con questa. Fece due leghe di cammino a piede, e ancora della cesta non s'avvede.

75

Rassicurato alquanto, finalmente s'avvide e disse presto:—Ho fatto male. Io potea ben provedermi altramente; perdio! che reco un degno capitale!— Cento zecchini avea per accidente, avanzo d'una paga mensuale, e bel vestito e ricco farsettino: getta la cesta e segue il suo cammino.

76

Le fole che inventava per la via per alloggiare a macco da' villani, perocché de' signor paura avia se non si vede in paesi lontani, io non le potrei dire in vita mia. Racconta circostanze e casi strani, tanto che da' piú agiati, oltre a' mangiari, per accrescer la borsa ebbe danari.

77

Un dí ch'era vicino a uscir del regno, ma in brama di tre giorni di riposo, da certi frati l'ebbe con ingegno: tenne dell'empio il fatto e del vezzoso. Ma perch'io sono giunto a certo segno che può l'ascoltator far curioso, la storia all'altro canto vi fia nota del piantare a que' frati la carota.

Con una burla, a macco il guascon empio vive da certi frati. Dal convento fuggon Marfisa e Ipalca, coll'esempio d'una filosofessa a lor talento. Ruggero a Malagigi, per far scempio, chiede ove sia la suora, ma giá spento è di mago il mestiere. I paladini dietro a Marfisa van fuor de' confini.

1

Uom non v'è piú vil d'un malfattore, ch'abbia la coscienza maculata, e benché mostri gran core e furore, egli ha sempre paura in sen celata. Sin ch'ei può sopraffare, egli è il terrore; ma quando alcun la faccia gli ha voltata, la coda, ch'era tesa, va tra gambe, e non è piú delle persone strambe.

2

A chi de' far co' tristi, in coscienza non saprei ricordar filosofia; perché, mostrando flemma e indifferenza, la battezzan color poltroneria; e tanto cresce arroganza e insolenza, che van dannati per la cortesia, donde un randello a tempo veramente avanza ogni filosofo eccellente.

3

Di questi peccatori il gran flagello ed il ribrezzo e la disperazione esser sogliono i birri col bargello. Quando girar gli vedono un cantone, par loro avere in sul capo il mantello, hanno la mente in gran confusione e, come Filinor, con una cesta fuggirien, ché non hanno piú la testa.

4

Giunto il guascone un giorno a una callaia, vide poco da lunge un romitoro, non di graticci o canne o d'altra baia, come scrivean gli antichi di pel soro; ma come, verbigrazia, quel di Praia, con giardin sotto e terre di lavoro, dove i romiti in pingue santimonia vivean, come Turpin ci testimonia.

5

Messer l'abate in quel colto diserto aveva fama d'esser un uom santo. Santo o non santo ei fosse, questo è certo che non avea mai posa tanto o quanto; perocché ricorreano al suo gran merto spesso infermi ed inferme in doglia e in pianto, spiritate, gelose e disperate a farsi benedir da quell'abate.

6

L'empio guascon pensò come potesse viver parecchi giorni a bertolotto. Come alla paperina e ben si stesse entro a quel romitorio, era giá dotto. Parecchie erbette, ch'eran quivi spesse, con fior giallastri va cogliendo il ghiotto, e fregandole al viso ed alle mani, divenne come un uom di que' mal sani.

7

Pareva impolminato e stanco e fiacco. A suo bell'agio al romitorio arranca, laddove giunto, ansando come un bracco, si metteva a seder sopra un panca, dicendo ad un romito:—Oh Dio! son stracco; io sento il respirar proprio mi manca: da Parigi qui vengo a piè per voto l'abate santo a ritrovar divoto.

8

Io sono un cavalier de' principali, e vi prego a chiamar l'abate vostro. Il romitello mise tosto l'ali, narrando questa cosa per lo chiostro. Lasciâr molti romiti i breviali pel forestier splendente d'oro e d'ostro. Se vi ricorda, al suo fuggire, ho detto che avea ricco vestito e bel farsetto.

9

Venne l'abate in mezzo a venti frati, vide il guascone con le guance gialle, che tenea gli occhi travolti e incantati, e una gota sur una delle spalle. I romiti dicean:—Fra gli ammalati, che giunti sono in quest'erema valle, noi non vedemmo un uom di peggior cera; egli è peccato un sí bel giovin pèra.—

10

L'abate chiese a Filinor chi fosse e da sua povertá che desiasse. Filinoro un pochetto si riscosse, e parve a ragionar che si sforzasse. —Padre—diss'egli,—divozion mi mosse, perché l'altre speranze omai son casse. Io sono unico figlio d'un signore, che in me piange sua stirpe che si more.

11

Son di Parigi, e quattr'anni saranno che m'ha assalito una febbretta lenta. I medici hanno fatto ciò che sanno; a questa malattia n'ebbi ben trenta. Emetici e purganti provati hanno: parea talor la febbre fosse spenta; ma in capo un mese l'ugna pavonazza, ecco il ribrezzo e la febbretta in piazza.

12

Chi dicea mesenterica ella sia, chi del fegato figlia o tabe interna. Il mio ventre era fatto spezieria e d'acque amare e dolci una cisterna. Si dice che la febbre è andata via, ma m'è rimasta inappetenza eterna; io sudo, io tremo, io svengo, intirizzisco del cibo all'apparir, sí l'abborrisco.

13

Con sforzi e nausea ed avversione orrenda, qualche brodo succiai con tuorli d'uova. Lo stomaco non vuol pranzo o merenda o brodi o panatelle: nulla giova. Tosto una convulsion par che mi prenda; ristoro nello stomaco non cova; vomito tutto, insino a sangue vivo, pe' crudi sforzi, e resto semivivo.

14

Sei mesi son che portentosamente per qualche stilla d'acqua sono in vita. I dottor non mi fanno piú niente, e dicon sol, per me ch'ella è fornita. Sentendo a dir per fama dalla gente, la vostra santitá, padre, infinita, a piedi e senza servi, in divozione, ricorsi a voi per la benedizione.

15

Non so come per via non sono morto in questo lungo mio pellegrinaggio. Ben cento volte caddi a collo torto; poi sursi ancor, facendomi coraggio. Ma finalmente sono giunto in porto, e mi par di sentir qualche messaggio che dica:—Al segno dell'abate pio l'inappetenza tua n'andrá con Dio.—

16

S'io risano, prometto in questo chiostro far aggiunte di fabbriche e un altare.— Disse l'abate:—Voglia il Signor nostro che il segno in nome suo possa giovare. Direte, figlio, basso un paternostro, fede ci vuol le grucce per lasciare.— Recata al frate fu la stola tosto: l'empio guascone in ginocchion s'è posto.

17

Comincia i crocioni e le parole l'abate pio, che gli occhi stralunava. L'indegno di veder luce di sole con le sue nocca il petto si picchiava. Finí l'uffizio, quando finir suole. L'abate all'amalato dimandava com'egli stesse e come si sentisse. L'empio teneva in lui le luci fisse,

18

dicendo:—Padre abate, a dirvi il vero, nello stomaco sento un pizzicore, che, manicando un bocconcello, spero sí facilmente nol trarrei piú fuore. —Presto—disse l'abate a frate Piero, ch'era ivi cuoco e si faceva onore,— reca qualche sostanza al cavaliere.— Frate Piero va via come un levriere

19

e reca una minestra in un piattello. Filinor la trangugia in un baleno. —Sentite moto a tramandare?—a quello dice l'abate, di pietá ripieno. Rispose Filinor:—Mi sento snello, e fame ancora;—e si toccava il seno. Dice l'abate al cuoco:—Hai qualche piatto? —E' c'è un cappon—rispose—tanto fatto.

20

—Reca il cappon.—Filinor lo mangiava come un morsel, che non si torce un pelo. L'abate, i frati, il cuoco, ognun gridava: —Miracolo, miracolo del cielo!— A bocca piena il guascon replicava: —Aiuta Dio chi crede nel vangelo; questo è un miracol di natura fuora: abate santo, ho della fame ancora.—

21

Frate Piero, correndo, una pernice reca in un tondo: Filinor la succia. —Miracolo, miracolo!—ognun dice. L'empio guascon col carcame si cruccia, e chiede bere, e il cielo benedice. Il cantiniere alla sua cella smuccia, e spilla un vin da far andare un morto, né certo Filinor gli fece torto.

22

Non si può dir de' frati l'allegrezza per il miracol nato ad evidenza. Quel sacconaccio di scelleratezza tutto asseconda con somma avvertenza; e quando mostra d'essere in tristezza, e di sentirsi ancora inappetenza, donde rinnova il frate i crocioni, pel guasto universal de' suoi capponi.

23

Quindici giorni è stato il traditore da que' romiti, e sempre ha miglior cera, perché, lavando il viso, quel giallore ad arte fatto alfin sparito s'era. —Certo—dicea,—giugnendo al genitore, vo' spedirvi un miracolo di cera, e vo' aggiungere un'ala al romitoro, ed un altar da spendere un tesoro.—

24

Ogni dí con l'abate disegnando va una fabbrica nuova nel sabbione, e va crescendo idee di quando in quando: —Io vo' l'altar—dicea—di paragone.— L'abate rispondeva:—Io non comando: seguite pur la vostra ispirazione.— E la cucina ogni giorno crescea, sicché del fabbricar cresce l'idea.

25

Da molti testimon giurati il caso fecion deporre i frati, onde n'andasse girando a stampa dall'orto all'occaso, acciò al convento la pietá abbondasse. Un testimon non era persuaso, ma pur convenne alfine ch'ei giurasse, perché il prior zelante al Sant'uffizio gli minacciava accuse e precipizio.

26

Qui ristorato dal pellegrinaggio e ben disposto e in gamba, il traffurello cominciava a dispor di far viaggio, perché temeva sempre del bargello. L'abate vuol che pel cammin selvaggio dieci villani armati abbia con ello. Disse il guascone:—Un laico mi darete e qualche cavallaccio, se l'avete.

27

Io non vo' certamente altri compagni: Dio m'ha condotto, Dio mi riconduca.— L'abate aveva un suo destrier de' magni, che saria stato un bel presente a un duca. Non era tempo a pensare a' sparagni: bardato fe' che il bel corsier s'adduca. Mille baci il guascone appicca ai frati: sale a caval con gli occhi imbambolati.

28

L'abate i crocioni rinnovella, dicendo:—Andate in nome del Signore!— Rispose Filinoro:—Ho il corpo in sella, ma nelle vostre man rimane il core.— Un laico un suo ronzin con la bardella rassetta, in fin che gli altri fan l'amore. Filinor sprona, e a lanci via n'andava; il laico d'un trotton lo seguitava.

29

Lasciamgli andar, ché poi li troveremo. Io so che nel pensier Marfisa avrete, e come giunta ell'era al caso estremo nel monastero vi ricorderete. Parve per qualche dí d'un cervel scemo. Guardava il cibo e dicea:—Non ho sete;— guardava il vino e dicea:—Non ho fame;— donde ridean le monacelle dame.

30

Ma la calamitá raffinamento d'indomiti cervelli anch'esser suole. La bizzarra tra sé pensava drento che il gridar e il far forza erano fole. —Io fingerò—diceva—cambiamento e nausea per il mondo, con parole; ben verrá il giorno della mia vendetta: il savio tempo e luogo e punto aspetta.—

31

Comincia santimonia a poco a poco, e lasciarsi trovare alla sprovvista con un breviario in man, piena di foco, rivolta verso il cielo con la vista. Le semplicette monache, a quel giuoco. l'un'all'altra dicea:—La s'è ravvista. Grazie all'immagin di Gesú bambino e al padre fondator nostro Agostino!—

32

Marfisa scherza con le monacelle, e mangia e beve, e non è piú ritrosa, e alla badessa un giorno in mezzo a quelle diceva, in faccia tutta vergognosa: —Vi prego, madre, le mie maccatelle dimenticate e siatemi pietosa. Vorrei che il mondo tutto si scordasse e che di me nessun piú ragionasse.

33

So ben che il caso de' parervi strano, che Marfisa sí tosto sia cambiata; ma che non può di Dio Signor la mano? Io mi sento del mondo stomacata. Per grazia, certo e poter sovrumano non odio piú il fratel né la cognata, e non vo' piú saper del secol nulla. Mi sembra esser uscita oggi di culla.—

34

Non le dá la badessa molta fede: pur la conforta e loda, e fa buon viso. Dell'altre monachette ognuna crede, e lievan occhi e mani al paradiso. Marfisa a dir l'uffizio ognor si vede, e un giorno fu trovata all'improvviso con un flagello, mezzo ignuda, ardente, che si battea le spalle leggermente.

35

Non v'è piú alcun che per santa non l'abbia. Al parlatorio andava qualche volta, ed affogando nei polmon la rabbia, ragiona a Bradamante e umil l'ascolta. Pur ruminando, come uscir di gabbia potesse, andava, e in sé sta ben raccolta; ma le porte eran chiuse in diligenza, perocché la badessa avea temenza.

36

Ipalca damigella andava spesso a visitarla, e Marfisa con quella diceva:—Ipalca, a te tutto confesso: sappi ch'io sono un satanasso in cella. Se tu non mi soccorri, un gran successo udirai presto, una strana novella: son giá determinata nel pensiero, perdio! che appicco il foco al monastero.—

37

Ipalca rispondea:—Gesú e Maria! non fate questo per l'amor di Dio;— e poiché aveva pianto, suggeria qualche ripiego stolido e stantio. Correa pel monastero una pazzia: che si tenean per moral lavorío. l'opre e i romanzi del poeta Marco, ed ogni tavolin n'era giá carco.

38

Marfisa va leggendo que' volumi, ch'erano stati sempre suoi diletti, e cerca ritrovar nei lor costumi una fuga che in capo se le assetti.La bella pellegrinale die' lumi circa al fuggir da' chiostri benedetti, la qual avea trovato una ragazza, che l'era uguale e fe' bella la piazza.

39

Molt'altre fughe aveva ritrovate in que' romanzi di Marco scrittore. Donne che s'eran da' balcon gettate, d'altezze che a narrarle fan terrore; altre ne' fiumi e ne' mari saltate, tutte salve per grazia del Signore. Marfisa è assai bizzarra, ma destina fuggir come la bella pellegrina.

40

Una ragazza simile di faccia, di voce, di capelli, di statura, la bella pellegrina in cambio caccia di sé in convento, e fugge con bravura. Marfisa a Ipalca disse:—Corri in traccia di qualche donna della mia figura; con quel dal mondo nuovo entri nel chiostro: baratto vesti, e questo è il caso nostro.—

41

Ipalca va com'una disperata cercando per la terra una Marfisa; per quanto guardi non l'ha mai trovata: ell'erano, perdio! cose da risa. —La pellegrina assai fu venturata a trovar su due piè, cosí improvvisa, un'altra lei, per cambiar la persona— diceva Ipalca e torna alla padrona.

42

E disse:—Un miglior tomo leggerete: quel dellaPellegrinanulla vale. Non trovo un'altra voi, come volete: l'ho ricercata infin nell'ospedale.— La dama irata disse:—Voi morrete con quella vostra testa dozzinale. Sempre difficoltá, sempre sventure: con voi son tutte scarse le misure.

43

NellaFilosofessa italianaun altro modo ho letto di fuggire. Di nottetempo questa settimana potrete al muro del giardin venire. Una scala portatile alla piana appoggerete, e dovrete salire: quando siete in sul mur, tirate suso la scala e a me la calerete giuso.

44

Salirò anch'io sul muro, e allor potremo ripor la scala al di fuor nuovamente, e l'una dopo l'altra scenderemo: questa è cosa da farsi agevolmente. Uscite, poscia ci travestiremo per non esser scoperte dalla gente; e poi nell'alba, all'aprir delle porte, schizzerem fuor della cittá alla sorte.

45

Io voglio come maschio esser vestita: voi, come donna, siate mia mogliera.— Diceva Ipalca:—Trista alla mia vita! Per me farò da moglie volentiera.— Ed ebbono ogni cosa stabilita, e di fuggire un sabbato da sera. Dovea rubare Ipalca a Bradamante per le bisogne non so qual contante.

46

Sapea dove la moglie di Ruggero teneva piatta una sua borsa d'oro. Ipalca aveva un occhio di sparviero, e brievemente le ciuffò il tesoro. E un sabbato di notte all'aer nero fu data esecuzione a quel lavoro, e la «filosofessa» fu imitata sino a un peluzzo, alla fuga ordinata.

47

Marfisa si vestí da cavaliere, come nelle commedie fa Clarice. Ipalca non lasciava di temere; ma fa la parte, e il cielo benedice. Un calesso era pronto a lor mestiere. Apparve di Titon la meretrice: s'apron le porte; e Marfisa ed Ipalca son nel calesso, e il postiglion cavalca.

48

La dama era un bel giovine a vedello. Ipalca certo è differente assai, quantunque avesse un leggiadro cappello col pennacchino e abbigliamenti gai. Un membro non avea che fosse bello. Usava del belletto sempremai, ma caricato e senza alcun ingegno, donde movea, piú che lussuria, sdegno.

49

Verso la Spagna presero il cammino queste due, finta sposa e finto sposo. Lasciamle andar; diremo il lor destino. A Parigi fu il caso strepitoso. Le monache, suonato il mattutino, levato il sol, lasciarono il riposo, e sospettaron di Marfisa ingrata, veggendo la sua cella spalancata.

50

Cominciano a cercarla in ogni loco ed a chiamar con religiosa voce. Una dicea:—Sant'Agostino invoco;— l'altra unSi quaerisdice, e fa la croce. Il cicaleccio cresce poco a poco, ognuna per accrescerlo si cuoce, e finalmente tutte difilate le nuove alla badessa hanno recate.

51

La badessa in furor scrive a Turpino; la vicaria a due frati narra il caso; la sacristana il narra a un abatino; vuotano l'altre alla castalda il vaso; una scrive all'amica, una al vicino: in un momento a ognun la cosa è al naso. Turpino alla badessa manda a dire che si deve il silenzio custodire,

52

perché non vuol che scandal si dilati. La badessa alle suore dá il precetto: le suore a capo basso, occhi serrati, tutte dicean:—Silenzio vi prometto.— Turpino intanto un prete, de' fidati, manda a Rugger col caso in un viglietto, e lo consiglia a fare a Carlo istanza di spedir genti, e dá buona speranza.

53

Al capitar del prete, la famiglia del buon Ruggero è giá tutta in rivolta. Bradamante gridava:—Para, piglia,— ché la sua borsa d'oro è stata tolta. Ruggero è fuor di sé per meraviglia, né sa di borsa, e ognun guarda ed ascolta; non si dovea saper che la sua sposa tenesse borsa di soppiatto ascosa.

54

Bradamante era fuor de' sentimenti, e strilla, e i servi vuol morti e le fanti, e disse della borsa fuor de' denti, tanto di borsa, grida a tutti quanti. Ipalca manca dagli alloggiamenti, adunque Ipalca ha involati i contanti. —Si cerchi Ipalca—Bradamante grida: —se le strappi la borsa, e poi s'uccida.—

55

Il prete, col viglietto del prelato, Rugger fece morir quasi d'affanno: sopra un soffá disteso s'è gettato, dicendo.—Io vivo per maggior mio danno.— Bradamante, che il vede addolorato, chiede se della borsa a parlar stanno. —Che borsa? che non borsa? dalla cella —disse Rugger—fuggita è mia sorella.

56

—Fuggita s'è Marfisa! Ipalca manca! la borsa è andata!—Bradamante strilla, si batte il viso e poi l'una e l'altr'anca, grida a Rugger che si debba seguilla. Disse Rugger:—Quando sarete stanca, terminerete di suonar la squilla: la mia sciagura abbastanza mi pare, senza far la contrada sollevare.—

57

Ruggero se n'andava a Carlo Mano; rimase la consorte disperata, che, piangendo in baritono e in soprano, ha intorno la famiglia radunata. La tien don Guottibuossi per la mano, e promette gran cose all'impazzata: talor minaccia i cagnolin parecchi, che, al pianto urlando, intruonano gli orecchi.

58

Ruggero a Carlo Magno la sventura narra, e soccorso al suo caso dimanda. In traccia, di Parigi entro le mura, l'imperatore di Marfisa manda; ma gli è sí rimbambito di natura, che fuor che il letto e un'ottima vivanda nulla conosce, e a Rugger dimandava chi fosse, dieci volte, e replicava.

59

Massimamente, morto il Maganzese Ganellon traditore, il suo mignone, Carlo è col capo fuori del paese, e risponde al contrario alle persone. Venne la nuova che nessun francese sa di Marfisa, donde il re Carlone disse a Rugger con viso sonnolento: —Ben guarda, ella sará nel suo convento.—

60

Rugger perdé la pazienza un tratto; volta la schiena e borbottando parte. —Perdio!—dicea—l'imperatore è matto.— Chiama Dodone e Orlando da una parte, anche il danese consigliava il fatto; e si concluse che gettasse l'arte Malgigi, per saper dalla magia dove Marfisa con Ipalca sia.

61

E tutti quattro a Malagigi uniti sen vanno tosto per sapere il vero. Gli aveva il mago attentamente uditi con ciglia brusche e con viso severo. Stava Malgigi assai mal di vestiti, la barba ha lunga, e non pel suo mestiero, ma perché non aveva veramente da pagare il barbier sí facilmente.

62

Per dirvi come fosse Malagigi, guercia avea guardatura e faccia nera. Benché avesse i capelli mezzi grigi, gli teneva in coltura con la cera: la polver confondea da' neri a' bigi. La sua camicia candida non era, ma tuttavia teneva i manichini grossi, antichi, giallastri e picciolini.

63

Le calze ha cenerognole di stame, che aveano sparse alcune cicatrici, guarite, or colla seta verderame, or colla rossa, da' buchi nimici. Piangean le scarpe dolorose e grame, che aveano avuti assai pietosi uffici. Malgigi delle volte piú d'un paio lor dedicato aveva il calamaio.

64

Le brache ha di sovatto violetto, perché cercava brache consistenti; sopra il ginocchio è corto il coscialetto, e per l'untume sono rilucenti. Guardava il mago or lo spazzo or il tetto, al ragionar de' paladin parenti, i quai chiedean che l'arte sua traesse e dove sia Marfisa lor dicesse.

65

Poich'ebbon detto, il mago si fe' chino: prima di dir volea soffiarsi il naso. Avea sí rotto e lordo il moccichino, che di tenerlo in vista non v'è caso. Mise la testa sotto al tavolino (vecchio scrittoio in tre gambe rimaso), e poich'ebbe la tromba ben suonata, questa risposta a' paladini ha data:

66

—Stupisco che voi siate sí ignoranti, e che giunto all'orecchie non vi sia che usciti son de' libri nuovi alquanti, i quali han disertata la magia. Non vi sono piú streghe o negromanti, un'impostura è oggi l'arte mia. I moderni scrittor spregiudicati i negromanti al sole hanno mandati.

67

L'anel dell'arte non è un diamante, non v'è nessun che piú gli presti fede; pentacoli, sigil, son tutte quante cose alle quali il diavol piú non cede. Teschi, capelli, cere, bisce e piante non trarrien di sott'acqua due lamprede. Gli antichi libri miei ben posso aprire, il diavol non si move per venire.

68

I moderni scrittor colla scienza il popol e i dimoni hanno istruiti.— Il popol non mi fa piú riverenza, né vengono i dimon, bench'io gl'inviti. Non so se netta sia la coscienza di questi scrittor nuovi fuor usciti, che inutil l'arte magica hanno resa, né so se ben la cosa abbiano intesa.

69

Si credeva una volta facilmente de' diavoli e de' maghi il gran potere; che Farfarel venisse fra la gente, per far ora piacere, or dispiacere. Oggidí non si crede piú niente, pe' scrittor c'han soppresso il mio mestiere. Per ischerzo de' diavol si decide che non vengono al mondo, e poi si ride.

70

Pretendon trarre agli uomin l'ignoranza gli scrittori novelli col lor fondo. Ma questo por negli uomini costanza, circa a' spirti dannati nel profondo, fa a poco a poco credere in sostanza, non sol che mai non vengano nel mondo, ma timor toglie e sparge quel veleno di dubitar se diavoli vi sièno.

71

In quanto a me, che la professione di mago sia distrutta e posta sotto, poco m'importa. Grazie a Salomone ed a Rutilio, in altro sono dotto; ed ho sempre concorso di persone, sapendo trar la cabala pel lotto. Servo mille persone del paese con la miaFiorentinaeBolognese.

72

Ho fatti guadagnar danari assai con le cabale mie, che fan miracoli. Ognun mi fa regali sempremai: un giorno mi porran ne' tabernacoli. I concorrenti non mancano mai, c'hanno bisogno a interpretare oracoli: coi calcoli numerici gli appago, ed ho giá fatti di tesori un lago.

73

Alle mogli incagnate co' mariti, che rimarranno vedove, indovino. A' figli indebitati inferociti predico il padre a morte esser vicino. Di giovinette c'hanno i cor feriti e di serventi ho pien sempre il stanzino e di mariti; e chi va, e chi torna, ed io indovino amori ed odii e corna.

74

Per saper di Marfisa altro non posso che la cabala trar, se pur v'aggrada; io v'avverto però che non m'addosso, netto risponda ove Marfisa vada. Lo dirá la mia cabala allo ingrosso, ma voi dovete interpretar la strada. Se pel diritto l'interpreterete, le mani in su Marfisa metterete.—

75

Non può Dodon piú rattener le risa, e disse:—Posa, posa, Malagigi: risparmia un'impostura di tal guisa. Che fai de' tuoi tesori e de' luigi? Cambia quella camicia lorda, intrisa, se puoi col lotto guadagnar Parigi. Che fai di quelle calze e quelle brache, che par ch'abbian su avute le lumache?—

76

Rispose Malagigi:—Che stupori per queste brache e la camicia mia! Io non bado a coltura né a tesori, ché m'innamora sol filosofia. Tristo a me se badassi a frange, ad ori ed all'attillatura e leggiadria: questo sarebbe in me tristo preludio; addio filosofia, scienza e studio!—

77

Ruggero, Orlando, il danese e Dodone, quantunque non avesser molta voglia, risero tutti all'ultima espressione. Malgigi anch'esso del serio si spoglia, e ride per far lor conversazione; poi disse:—-Voi scorgete ciò ch'io voglia; se non credete a cabale, mi date un ducato in prestanza e ve n'andate.

78

Ognun de' cavalier mezzo ducato gettò del mago sopra al tavolino; poi lo lasciâro, e Orlando smemorato giva dicendo:—Oh secolo meschino! Quest'uomo a' nostri dí sí riputato, che sbigottiva il popol saracino, pe' nuovi libriccini s'è ridotto a viver con la cabala del lotto!—

79

E brevemente, per andare in traccia della bizzarra, han posto ordin tra loro. Ognuno dalla stalla il caval caccia. Orlando non avea piú Brigliadoro: non è da dimandar se ciò gli spiaccia. Frontin non è piú vivo. Alfin costoro de' lor vecchi destrier tutti son privi; forse pe' cambiamenti non son vivi.

80

Sin che per lo Vangelo avea servito, vissuto era ogni antico corridore per sessant'anni, fiero ad ogni invito; Baiardo e Vegliantin pien di furore, Frontin, Rondello e Rabicano ardito era, siccome narra ogni scrittore: ma poi, cambiato il buon costume in vizio, que' destrier eran morti a precipizio.

81

Non so se ognun questo evidente segno tenesse a tristo augurio pel futuro: certo ne pianse Orlando, e con ingegno fe' predizioni, favellando al muro. I quattro paladin si dánno pegno la fede d'ire al chiaro ed all'oscuro, e di trovar Marfisa e di fermarla, di ricondurla, e fin di sculacciarla.

82

Rugger prese il cammin verso la Spagna, Dodon verso Inghilterra il caval sprona, Orlando caccia il suo verso Alemagna, il danese era assai vecchia persona, e disse:—Io cercherò questa campagna: la lepre sta dove non si ragiona.— Adunque spinse il suo caval di passo per que' villaggi, come andasse a spasso.

83

Bradamante a Rugger dalla finestra si raccomanda per l'amor di Dio; e intorno la sua borsa l'ammaestra, gridando:—Carni mie, consorte mio.— Rugger sprona il cavallo, che sbalestra sei peta della dama al romorio. Riser gli astanti, Bradamante alquanto s'è vergognata, ed io finisco il canto.

Nel viaggio Marfisa in corruzione (dopo una febbre effimera) ritrova le ville, le castella, e con ragione nelle cittá di provincia non cova. Va nella Spagna, e scopre il suo guascone in una circostanza affatto nuova; vien da Rugger sorpresa alla commedia; l'accidente è passabil, se non tedia.

1

Quella disperazion di Bradamante, per cui piú non sapea quel che facesse, era una passion predominante, che fa solo la borsa in capo avesse. Con disonor la cognata è ambulante; par che il dolor lo sposo le uccidesse; per tal fuga ognun mormora, è dolente: Bradamante la borsa ha solo in mente.

2

Né si trovava una persona ardita che le facesse un po' di correzione, e perch'era gran dama e riverita, si rispettava la sua passione. Benedetto il caval che l'ha colpita con quelle peta all'uscir del portone, che fe' alle genti far quella risata e ritirar la dama svergognata.

3

Marfisa, Ipalca e il postiglion che trotta, aveano fatta giá la prima posta. La dama al postiglion la testa ha rotta, che a chiederle la corsa le s'accosta. Cambia la posta, e grida, che par cotta, che non vuol passo lento, non vuol sosta, a ponte rotto, a buca, a sasso, a crollo vuol che si corra e se ne vada il collo.

4

Scrive Turpin che non ci fu mai caso che una corsa pagasse quella dama. Di questa veritá son persuaso, perch'ella non dipende dalla fama. Turpino fu scrittor che avea buon naso, e per prova del vero cita e chiama de' mastri postiglion le note certe, dove son le partite ancor aperte.

5

A qualche postiglion data ha la mancia, se fu robusto e buon bestemmiatore; del resto il chieder prezzo era una ciancia, che tirava percosse d'un gran core. Ipalca, finta moglie, avea la guancia talor di carta e di color peggiore, e alle sciarre, a' cimenti, alle contese, vanta un suo voto che le avea difese.

6

Tra la rabbia, il furore e i patimenti e l'amor pel guascone, che conserva, sentí Marfisa un dí scuotersi i denti, e volse il viso pallido alla serva, dicendo:—Io sento ribrezzi e accidenti e una debolezza che mi snerva: mi duole il capo ed ho la bocca amara.— Rispose Ipalca:—Questa è febbre chiara.—

7

Disse Marfisa:—Io ti darò un susorno; altro non mi sai far che triste augurie;— e grida al postiglion che suoni il corno, sferzi i cavalli, ed entra nelle furie; e benché porti una gran febbre intorno, non lascia le minacce né l'ingiurie, ma alfin la febbre d'una buona razza basta a frenare anche una donna pazza.

8

E convenne far alto in un villaggio. perché Marfisa piú non si reggea. Or quasi Ipalca ha smarrito il coraggio per il finto marito che gemea, e dice:—Eccovi alfin quel dal formaggio. Caro Gesú! fuggir non si dovea.— Marfisa è oppressa, ma l'ha minacciata con una guardatura spiritata.

9

Prendesi alloggio, ed all'uomo-fanciulla venne un dottor d'una trista figura. Di villa egli è, ma il capo non gli frulla, ne sa quanto un Macope ad una cura, perché l'arte sapea di non far nulla e di lasciar l'imbroglio alla natura. Tocca il polso, l'orina vuol vedere, e poi dice:—Ha la febbre il cavaliere.

10

Diman verrò, vederem, penseremo; non mangi, e beva generosamente.— Marfisa al suo partir diceva:—Fremo; costui è un asin risolutamente.— Torna il dottor, che par di cervel scemo, con un passo ed un viso sonnolente, ritocca il polso, vuol l'orina, e guata, poi dice:—Questa febbre è declinata.

11

Faccia bibite spesse ed abbondanti, non mangi nulla, sorba qualche brodo. Stiamo a veder diman se il mal va avanti; se cresce, penserem la forma e il modo. I rimedi dell'arte sono tanti: gli userem tutti, se il mal terrá sodo. A buon vederci: soffra e stia in riguardo.— Poi se ne va sonniferoso e tardo.

12

La dama va in furor, dietro gli grida, lo chiama dottorello ed ignorante; e perché son di femmina le strida, Stupefatto il dottor volse il sembiante. Guarda Ipalca nel viso, e par che rida, e disse:—Questo è un musico e arrogante;— e poi senz'altro dir scende le scale: Marfisa vuol scagliargli l'orinale.

13

Ipalca la pregava ad acchetarsi per tutti i santi e le sante del cielo. —Costui—dicea Marfisa—vuol spassarsi, e del mio male non si cura un pelo; ma s'egli spera le paghe beccarsi, non ne beccherá una, pel Vangelo!, Tu sai la circostanza e la premura; ei vuol tenermi un anno alla sua cura.—

14

Ma finalmente il terzo giorno arriva: si sente la bizzarra sollevata. Giunto il dottor al polso, disse:—Viva; questa è stata un'effimera sforzata.— Dicea Marfisa:—Io son di febbre priva, ma voi non me l'avete discacciata.— Rispondeva il dottor:—Questo è di fatto; ma poteva ammazzarvi e non l'ho fatto.—

15

Sonvi alcune ragion chiare e precise, d'una tal veritá, d'un'evidenza, che sono intese insin dalle Marfise e le disarma della prepotenza. La dama col dottore alquanto rise, e le fu liberale in diligenza, dicendo sempre:—È ver ciò che diceste; potevate ammazzarmi e nol faceste.

16

La vostra umanitá, la virtú vostra è rara molta nella medic'arte.— Grato a Marfisa il medico si mostra, e sonnolento la ringrazia e parte. Esce dal letto la bizzarra nostra, chiede i vestiti, e le par d'esser Marte. Ma nel rizzarsi in piè non si può dire quanto inabil trovossi al dipartire.

17

Le trieman le ginocchia, il capo gira: convien fermarsi nel villaggio alquanto, sin che la dama un pocolin respira e riacquista del vigore infranto. Or qui veggo il lettor meco s'adira per queste fievolezze ch'io gli canto; doglie di capo, effimere, tremori, cosí non s'intrattengono i lettori.

18

Cari lettori, abbiate pazienza: io deggio esser fedele al mio Turpino. Cotesta poca vostra sofferenza, questo vostro decider repentino, vi fa molto simili in coscienza a' sudditi del figlio di Pipino, ch'eran dottori senza intender nulla, col capo al gioco, al sarto, a una fanciulla.

19

Questa fiacchezza, di cui fa memoria Turpino, della dama dopo il male, che scemò alquanto la furia e la boria d'andare in posta tosto alla bestiale, non è inutile affatto per la storia, oltre all'esser la cosa naturale: fatto sta che Turpino in quella villa ferma la dama, e assai cose postilla.

20

Prima sopra a quel medico antedetto va compilando alcune coserelle. Dice che alla cittá fu poveretto per la persecuzion non delle stelle, ma degli altri dottor che avean concetto; ed il concetto è delle cose belle, perché, sia ben fondato o ingiustamente, a rovinar parecchi è sufficiente.

21

Misero quel che il vitto aspettar deve dalla riputazion fra gli abitanti, se d'essere impostor gli sembra greve e non uccella sciocchi ed ignoranti; e' si riduce in villa e al verde in breve, perché i competitor stan vigilanti co' lor dileggi arcani e paroloni. Son di Turpin coteste riflessioni.

22

Il qual segue a narrar che in quel villaggio, sendo Marfisa maschio contraffatto, bizzarra e di cervello poco saggio, volle prender sollazzo qualche tratto; e cominciò con lubrico linguaggio, come fa qualche fanciullaccio matto, a tentar le ragazze forosette, e le trovò maliziose e scorrette.

23

Quell'antica innocenza villereccia, un tempo celebrata da' poeti, non avea piú né seme né corteccia, il rossor, il pudor si stavan cheti; perocché certi paladini feccia, o vogliam dir filosofi discreti, che villeggiavan l'autunno e la state. avean le villanelle addottrinate.

24

Il vizio ne' maggiori è una magagna, che ne' maggiori sol non sta rinchiusa, ma ne' minor si dilata e accompagna, e ognun adduce esempi ed ha sua scusa. Passa dalla cittade alla campagna, e sin nelle caverne alla fin s'usa; però i vizi de' stolti paladini s'eran diffusi ancor nei contadini.

25

Il lusso di Parigi smisurato aveva fatti i paladin fallire: volevan sostenersi in grado alzato con debiti e con truffe da non dire. Facean lo stesso i servi nel lor stato, per imitare i grandi e comparire; e le villeggiature de' signori avean fatti i villani imitatori.

26

Non correan piú que' rozzi panni e bigi, que' zoccoli all'antica e i cappellacci, le forosette andavano a Parigi spesso a tôr nastri e scarpette ed impacci, coralli che costavano luigi, fior di seta, orecchin, ritagli e stracci e cappellin con fettucce e frastaglie, per pararsi d'amore alle battaglie.

27

E come i paladin davan l'esempio con gabbi e scrocchi, estorsion, prepotenze, e faceano all'amor sino nel tempio, nel villeggiare, e mille scandescenze; i villanzoni acquistavan dell'empio, rinvigorendo assai le coscienze. Le villanelle, stuzzicate, a furia rubavan biade per gale e lussuria;

28

e sapeano scherzar coll'occhiolino e alle richieste altrui non ritrosire; aderiano ai sospir d'un paladino, massime aggiunte ai sospir poche lire, perché serviano a un nuovo gamurrino per farsi vagheggiare e benedire: donde Marfisa da maschio vestita la sua convalescenza ha divertita.

29

E sendo un giorno alla messa in parrocchia, quando all'altar si volgeva il piovano a spiegare il vangel, Marfisa adocchia che dalla chiesa usciva ogni villano: —Perdio! che gracidar vuol la ranocchia— dicendo,—ella mi secca il diretano;— e usciti que' villan sul cimitero, siedeano al sol scherzando sopra al clero.

30

—Odi tu—dicea l'un—cotesto prete a predicar che non si de' rubare? Se il quartese de' furti gli darete, v'insegnerá a rubar, nel predicare.— L'altro dicea:—Se ben l'ascolterete, tutti i castighi, ch'ei sa minacciare, saran sospesi in ciel, se noi gli diamo nelle borse i quattrin che addosso abbiamo.—

31

Diceva un altro:—Notate voi bene come fa grande il foco al purgatorio? come per levar l'alme dalle pene chiede danar per lui dall'uditorio? So che cappon, c'hanno tante di schiene, purgan nel suo paiuol brobo in martorio, e che un gran foco nella sua cucina tormenta ariste di vitella fina.

32

—Comprendereste voi che voglia dire quel non rubar?—diceva un villan scaltro. —V'aggiugni un «ciò che tu non puoi ghermire», e tosto intenderai—diceva un altro. —Naffe! tu parli meglio delDies irae— gridavan tutti,—senz'altro, senz'altro.— Qui i villanzon rideano alla distesa del lor piovan che predicava in chiesa.

33

Marfisa, con Ipalca uscita anch'ella, stava ascoltando i villan risvegliati, e poi diceva alla sua damigella: —Benedetti i scrittori illuminati! Diffusa è sí la scienza novella, che son sino i villan spregiudicati: questi pretacci e fratacci ghiottoni finito han di strippar co' lor sermoni.—

34

Faceva Ipalca il grugno di bertuccia e rannicchiava il collo nelle spalle, co' detti di Marfisa si coruccia, di Giosafat rammemora la valle. Un riso alla bizzarra fuori smuccia, dicendo:—Vatti appiatta nelle stalle. Come concordi, beata Verdiana, la santitá col farmi la ruffiana?

35

—Oh, Maria del rosario!—rispondeva Ipalca—io tutto fo per un buon fine.— Allor Marfisa piú forte rideva, ischiamazzando come le galline. Ognun di que' villani rifletteva che si godesse delle lor dottrine, dicendo:—Quello è un paladin, ch'approva che noi sappiam dove la lepre cova.

36

S'egli ha campagne, a fitto le torremo; quanto al rubar, veggiam ch'egli è in accordo; alle guagnel lo rigoverneremo; ognun dal canto suo spennacchi il tordo.— La predica frattanto era all'estremo di quel piovan, che predicava al sordo; la turba in chiesa ad ascoltar tornava quel rocchio della messa che restava.

37

A questo passo Turpin moralista fa parecchi riflessi, ch'io vi taccio. Forse la sua moral parrebbe trista a un secol ripurgato per lo staccio. De' paladin l'esempio lo rattrista, e vuol la correzion del popolaccio dipendente da quel; ma veramente Turpino fu scrittor di poca mente.

38

Perché voleva che la religione utile fosse anche dal tetto in giuso. Quanto alle ruberie delle persone, sí corto fu che le chiamava abuso, e prese un granchio a chiamar «corruzione» alla coltura perspicace e all'uso; dond'io d'epilogarvi non mi degno i riflessi d'un uom di poco ingegno.

39

Marfisa è in nerbo, e la posta ritoglie; corre come un dimon verso la Spagna con la sua imbellettata finta moglie, che col rosario in mano l'accompagna. Turpin la briga a narrarci si toglie alcune coserelle, e pur si lagna, vedute da Marfisa, e scrive e ciancia delle cittá e castella della Francia.

40

Giugnendo la bizzarra in qualche terra, o vuoi castello o cittá provinciale, metteva del calesse il piede a terra, e per gire a' caffè metteva l'ale. In alcun luogo, se Turpin non erra, il caffè si bevea dallo speciale. Basta, di quelle adunanze Marfisa lasciò un itinerario ben da risa.

41

In quel caffè venien certe figure da' paladin antichi discendenti, abitanti in castei pien di fessure, puntellati i canton, rotti e pendenti, con le finestre metá di scritture, metá di vetri avanzati dai venti, e con porte che, chiuse, non che a' sorci, non impedien l'ingresso a' cani, a' porci.

42

Parte aveano gabban di Salonicchio, certi spadon, certe scarpe infangate, da ciabattin rimesso qualche spicchio, certe calze da sprazzi indanaiate, cappellini tignosi e come un nicchio, cappellon con le alacce mal puntate; e tuttavolta ognuno avea sua scusa, dicendo:—Oggi a Parigi questo s'usa.—

43

Entravane un con faccia larga e grassa, rossa pel vin, pel sole abbrustolita, con la parrucca come una matassa di lin, non ripurgata o ribollita, che per le guance penzolava bassa, con la coduzza dietro di tre dita: entrando, a tutti facea riverenza, e poi siedeva con magnificenza.

44

Un altro con la faccia lunga e nera ha le banduzze corte e inanellate, un parrucchin con gli aghi e con la cera, con sevo e gran farina impastricciato; e nondimen con una sicumera nella bottega a seder era entrato, che mettea suggezione a tutti quanti, perocch'era un di quei che aveano i guanti.

45

Era quel parrucchino una letizia, sul viso lungo e ner, sí corto e bianco; e la bizzarra gli facea giustizia, ridendo sí che le scoppiava il fianco. Quel gentiluom non entrava in malizia, ché di sé troppo è persuaso e franco; ma giudicando con sua fantasia, sorride anch'ei per social pulizia.

46

Vedeansi giovanastri coi vestiti di qua e di lá con gli ucchiei replicati, ma sopra il destro quarto ricuciti, segno evidente ch'eran rivoltati. Gli untumi pel calor gli avean traditi, ch'anche al rovescio s'erano affacciati, massime sulla schiena a' capei sotto, ed è superfluo il ragionar del rotto.

47

Pur nondimeno alcuno era contento con que' vestiti deldiebus illi, perocché quattro sacca di frumento avea cambiato in due fibbie di brilli; e passeggiando la bottega, è attento di serpeggiar col piè dove il sol stilli; crescegli il cor, che gli occhi degli astanti ferisca il fiammeggiar de' suoi brillanti.

48

Era un diletto udirli al lor arrivo chiamar:—Bottega!—in voce gigantesca, e all'apparir del caffettier giulivo, non voler piú che un gotto d'acqua fresca, il suo caffè disprezzando cattivo: pur convien spesso ch'egli fuor se n'esca, perocché si minaccia e non si prega, reiterando:—Bottega, bottega!—

49

Diceano al caffettier que' ragazzoni de' goffi sali e impertinenze vili, per fare i perspicaci e i ciceroni; poi si gettan ridendo nei sedili. Il caffettier, che ha molte erudizioni, le dice con de' termini incivili, e scopre il debituzzo e la lordura: ma che non vince al fin disinvoltura?

50

In questo postiglioni capitavano, che avean le mance scosse per le corse, e in un stanzin della bottega entravano, sfoderando le carte con le borse. Tosto que' paladin s'affratellavano, e la lor nobiltá lasciando in forse, puntano al faraone a tavolino, superando in bestemmie il vetturino.

51

Né perché un birro sopraggiunga e punti, que' nobili rampolli hanno ribrezzo. Frattanto i padri, alla bottega giunti, leggono le gazzette per un pezzo, e notan negligenze, errori e punti. Alcuno grida:—O Dio, mi scandalezzo, il tal monarca s'è portato male, e non fu cauto appien quel maresciale.—

52

E qui della politica e dell'armi, di regi matrimoni e d'alleanze diceano cose da scolpir ne' marmi, e di ragion di Stato e di speranze, ed han greche sentenze e latin carmi, per raffermare, e molte sconcordanze, topografie, geografie, misure, che non si troveran sulle figure.

53

Sostengon riscaldati e pettoruti le loro opinioni, il pensamento; pur insensibilmente son caduti senz'avvedersi al scarso del frumento, e ad esclamar che, se Dio non gli aiuti, il viver sará un tedio ed uno stento, perocché l'uve anche poche saranno, e discordan sui prezzi di quell'anno.

54

Un grida che s'è sconcia una sua vacca e per la menda ha citato un villano. Un altro all'oche d'un vicin l'attacca, ch'è danneggiato d'un quarto di grano. Uno è in furor; vuol spezzare una lacca, se sa chi ne' suoi fichi ha posta mano. Cosí restan monarchi, arme e regine, per oche, vacche, ficaie e galline.

55

Turpin Marfisa fa per le piú colte cittá della provincia ancor che passi, e va notando osservazion raccolte, e costumi e cervei, difetti e passi; dice che in queste, alle apparenze molte, alle giostre, a' teatri, a' giuochi, a' spassi, alle carrozze, a' servitori, all'oro, si potea giudicar molto tesoro.

56

Ma nel fermarsi alcuni giorni poi, l'antico detto si verificava: «tutt'òr non è quel che splende tra noi», sicché Marfisa assai farneticava. Vede alcun gentiluom, che, agli occhi suoi, a' panni molto agiato non sembrava; non tenea cocchio o pompa, e pur in cera del cor dipinta avea la primavera.

57

Dall'altra parte molti risplendenti scorrer vedea ne' cocchi lor famosi, con certe risa sforzate fra i denti, con certi sguardi cupi e sospettosi, che dipingeano gli animi scontenti e de' pensier molesti e tenebrosi; donde Marfisa facea strani gesti, veggendo i pover lieti e i ricchi mesti.

58

L'alterigia, il puntiglio, il fumo, il fasto ben tosto discopriva quest'arcano. Gli appariscenti appiccavan contrasto co' men splendenti per la dritta mano, e per i posti a una festa, ad un pasto, e' metteano sozzopra il monte e il piano: volean risarcimenti e vergognose cercan vendette per le vie nascose.

59

Perocché l'ozio e i sistemi novelli aveano lor sí rinvilito il core, che tenean gran ribrezzo de' duelli, ma ricorreano dal governatore. Con invenzion, tradimenti e tranelli lo facean divenir persecutore; poi boriosi in piazza, a visi alzati, narravan come s'eran vendicati.


Back to IndexNext