CANTO DUODECIMO ED ULTIMO

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Qui del governatore uscieno arresti e rabbuffi e minacce mal fondate. Gli oppressi tosto facean manifesti, che le bugie scoprivano storpiate: e perché l'ira fa gli uomini desti, le lingue piú non eran moderate, e allor sapeano tutti i forestieri delle famiglie il stato ed i misteri.

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E oscure azion, prepotenze e clamori, debiti, usurpi e liti poco sante, e mille altre vergogne sbucan fuori, perché parta erudito il viandante. Sapeasi che i men ricchi ne' colori avean la casa in sostanza abbondante, e che, per non far debiti all'usanza, vivean modesti e con poca baldanza.

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Non v'era altra ragion per le oppressioni che la disuguaglianza de' vestiti, e de' risarcimenti le ragioni erano sangui antiqui e gran partiti. Se v'eran degli agiati illustri e buoni, questi non difendevano i traditi, perocché in terzo, in quarto o in quinto grado tenean con gli oppressori parentado.

63

Era in que' tempi il lusso una malia, che cagionava piú d'una ingiustizia. L'uomo alterata avea la fantasia, perdea d'ogni misura la notizia; ed alla necessaria economia aveva dato il nome d'avarizia. Ciò cagionava gran confusione ne' provinciali, povere persone.

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Turpin delle cittá de' provinciali mille altri pregiudizi ed i sistemi ha scritto diligente negli annali di conti e cavalier di cervel scemi, ed etiche peggior de' serviziali, ridicole rubriche, insulsi temi, a tal ch'anche Marfisa io vo' trar fuori, ch'ella mi fa pietá tra que' signori.

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Correndo a stracca per la via piú mozza, giunse sul fiume Iber, lá nella Spagna, e furiosa un giorno in Saragozza entrò colla sua moglie o sua compagna. Qui con un locandiere si raccozza, sprezza le stanze, di tutto si lagna; poi scherza seco, poi ride, poi grida, ma finalmente piglia albergo e annida.

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Nelle conversazion col suo guascone, l'avea sentito mille volte a dire ch'ei teneva efficace inclinazione d'irsene in Spagna prima di morire; però spera trovare il suo mignone in Saragozza, o novella sentire che glielo additi; e da maschio vestita, pe' caffè in traccia conducea la vita.

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Nelle botteghe eran giunti i foglietti ed i successi di tutti i paesi. Que' pagani facevan rigoletti per un caso avvenuto tra' francesi; e perch'eran nimici maladetti per le guerre passate e ancor accesi contro l'andata bravura francesca, facean risa impulite alla turchesca.

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La dama vuol saper di quelle risa; drizzando un turco i baffi, le rispose: —Una sorella di Rugger di Risa, ch'era una delle donne strepitose, fuggita è da Parigi alla recisa da quelle che si chiaman sacre spose; ed ogni conghiettura è chiara e piana, ch'ella pel mondo faccia la puttana.—

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Marfisa era filosofa a bastanza perché quel titol non le desse pena, ma il parlar del pagan senza creanza di pregiudizio alquanto l'avvelena; e disse:—Non è molto bella usanza in faccia ad un francese giunto appena il dir ch'è una bagascia a dirittura una sua dama, e sol per congettura.—

70

Rispose il saracino:—In un francese io non credea delicatezza in questo, perocché noi sappiam che al suo paese si ride d'un marito troppo onesto, e che le donne sono anche riprese s'hanno del schizzinoso e del modesto, e che de' libriccin molto applauditi giudican tutti i casti scimuniti.

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Se a ciò che s'applaudisce che sia fatto si vuol che il fatto poi solo si taccia, non siete ancor spregiudicati affatto, se non vi si può dire in sulla faccia; ma se tra voi si de' tacer quell'atto che commendate, qui vogliam bonaccia, e nelle nostre region vogliamo rider de' parigin quanto bramiamo.—

72

Fu la bizzarra per appiccar zuffa, ma il numer grande di que' saracini, e il timor di scoprirsi alla baruffa la tenne col cervel dentro a' confini, e fece come fa chi ride e sbuffa ne' difficili casi repentini, per mostrar del disprezzo e del coraggio verso qualche nimico poco saggio.

73

Era in sul fatto Ferraú qui giunto, nipote di Marsilio, re di Spagna, che di cavalleria conosce il punto e co' suoi patrioti assai si lagna: poi con Marfisa in amistá congiunto, la serve e pel paese l'accompagna; e pur la guarda in viso, e giureria che non gli è ignota sua fisonomia.

74

Marfisa Ferraú conosce certo, ché seco fatto avea piú d'un duello; ma fa del franco ed usa il tratto aperto, che lievi ogni sospetto dal cervello. Verso la piazza sentesi un concerto di corni e violini molto bello. Il popol corre, dá d'urto e schiamazza, e tutta Saragozza è nella piazza.

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Marfisa a Ferraú ragion dimanda di quel concerto e di quel gran furore. Le rispose il pagan che in quella banda da due giorni era giunto un ciurmadore, che avea di privilegi una ghirlanda, e cantatrici e piú d'un suonatore; ch'era per lui la cittá sbalordita, e si facea chiamar «cosmopolita»;

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che da molti francese è giudicato, ma che alterava spesso la favella; che avea la sposa canterina a lato, con bella voce, assai scaltrita e bella; che vendea cataplasmi a buon mercato, ma che la moglie veramente è quella che con certi secreti suoi lavori acquistava al marito de' tesori.

77

Giunsero nella piazza passeggiando, ma convien colle spinte farsi strada. Marfisa verso il palco va guardando per veder quella cosa come vada. La folla la rispinge rinculando, sicch'ella è quasi per cavar la spada, e pur il collo allunga da lontano per veder questo nuovo ciarlatano.

78Parle veder, non le par ben scoprire,spera ingannarsi per la lontananza;vorria appressarsi piú, vorria fuggire;mostra negli atti molta stravaganza.Colui che i bussoletti e l'elisirealza ciurmando e ciarla all'adunanza,alla taglia, al sembiante, a' capei d'oro,le sembra ad evidenza Filinoro.

79

No, che non v'è ne' romanzi del Chiari sorpresa a quella di Marfisa eguale. Fece il viso d'un uom senza danari, aprendo gli occhi e una bocca spannale. Ferraú guarda e vuol che le dichiari quella sorpresa fuor del naturale, e sol trasse da lei quell'africante: —Oh, cospetto di Dio, questa è galante!

80

Può fare il ciel—soggiungea la bizzarra fuori di sé, né sa d'esser udita —che senza aver riguardo alla caparra, egli abbia sí vil giarda stabilita? Questo sarebbe saltare ogni sbarra! Non è possibil, scommetto la vita; traveggo, non è ver, non sará desso, e vo' serbarmi a vederlo dappresso.—

81

Ferraú, maggiormente curioso, replica le richieste tuttavia. Disse la dama:—Io son un po' dubbioso di conoscer colui; ma andiamo via.— Ferraú, ch'era un pagan generoso, soggiunse:—Questa sera, in cortesia, nel mio palchetto a teatro verrete alla commedia e l'ore passerete.—

82

Disse Marfisa:—Volontieri accetto e vi ringrazio della esibizione; anche mia moglie condurrò al palchetto, perch'abbia un poco di ricreazione; ma vo' per grazia e per aver diletto e per far bella la conversazione, che voi facciate al palco anche venire quel ciarlatan che vende l'elisire.—

83

Rispose Ferraú:—Questo fia fatto;— diconsi addio, le man si sono strette: —A rivederci al cominciar dell'atto, nell'ordin primo, al numer diciassette.— Ferraú resta alquanto stupefatto. Marfisa imita al partir le saette: non vede l'ora trovar la compagna, per esalarsi e bestemmiar da cagna.

84

Giunta alla stanza sua con ciglio oscuro, getta il cappel per terra e lo calpesta, ed i vestiti scaglia contro al muro; la camicia sudata la molesta: la trae stizzita, e col suo viso duro su e giú passeggia, astratta con la testa, ignuda mezza e con la spada a lato, e corre come un levrier sguinzagliato.

85

Era a vedersi una scena faceta Marfisa mezza ignuda con la spada, che passeggia fanatica inquieta, e Ipalca spaventata, che la bada e che la guarda come una cometa, non intendendo il fatto come vada; ma finalmente ardita le chiedeva la ragion del furor che l'accendeva.

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Disse la dama:—Senti: s'egli è vero, alla croce di Dio! con un pugnale gli spacco il cor, lo mando al cimitero: conoscerá Marfisa quanto vale.— E detto questo, va come il pensiero. Ipalca replicava:—Chi e quale?— La dama irata si rivolge e dice: —Ella è una cantatrice, cantatrice.

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È saltimbanco, vende teriaca, guadagna sulla moglie, fa il ruffiano, e m'ha ficcata questa pastinaca, il turco, l'assassino, il luterano!— E pur s'infuria, bestemmia, s'indraca. Ipalca rispondeva:—Dite piano.— Ma pure strologando indovinava per qual ragion Marfisa furiava.

88

Di quel sospetto nulla piú fa sdegno a Ipalca, che il sentire il traditore si fosse sottomesso all'atto indegno di dar la mano a una cantante e il core. —Che sia ruffian—diceva—io mi rassegno, ho pazienza che sia ciurmadore; ma che una cantatrice sposata abbia, santissimo Gesú, questo fa rabbia.

89

Io mi sento agghiacciar piú che nel verno. Una cantante! oh, san Francesco mio! una donna dannata in sempiterno, per cui non ha misericordia Dio; che ha mandate tant'anime all'inferno, cantando in sul teatro e che so io! una cantante, una scomunicata! o Vergine Maria sempre laudata!

90

S'egli avesse sentito un cappuccino a predicare un dí, com'ho sentito, e gridare e sudar quell'angelino contro queste donnacce da prurito, e a provar che son diavol con l'uncino sotto il belletto e sotto un bel vestito, diguazzando una barba veneranda, le avria il guascon lasciate da una banda.—

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La stizza del sentir discorsi sciocchi pose a Marfisa l'altra ira in bilancia, e disse:—Non può far che l'ora scocchi; t'immaschera al costume della Francia, perocché le tue ciarle da pidocchi gorgogliar presto mi farien la pancia.— E brievemente andarono a vestirsi per gir alla commedia a divertirsi.

92

E mascherate al teatro sen vanno, l'una com'uomo e l'altra come dama. Al numer diciassette picchiato hanno: Ferraú tosto, per acquistar fama, apre, mettendo Ipalca a saccomanno con ceremonie, e quel momento chiama felice, glorioso, e dá del resto; ma Ipalca affatto era inesperta a questo.

93

Sei volte un'«umilissima» infilzando, con rossor di Marfisa, entra e s'asside: il sipario, che allor si andava alzando, il complimento, grazie a Dio, recide. La commedia si fa. Di quando in quando si picchiano le mani e il popol ride, e perch'ella era alquanto curiosa, Turpin ci lasciò scritta qualche cosa.

94

V'erano in essa di molti cristiani posti in aspetto obbrobrioso e tristo, preti papisti e frati veneziani, ch'altro eran ben, che imitator di Cristo. Ma tra gli altri cattolici romani, entro a quella commedia un ne fu visto d'un secolare spigolistro avaro, che all'uditorio turco assai fu caro.

95

Il poeta pagan fingea che morta fosse la moglie del divoto arpia, e che i preti gli fossero alla porta per le candele e per portarla via. L'avaro, ch'era una persona accorta, per l'avarizia spender non volia, ma per unirla alla religione, col piovan facea scena in un cantone.

96

—Per scarico—dicea—di coscienza, piovano, confessar vi deggio il vero: mia moglie, e ve lo dico in confidenza, nulla credea ne' successor di Piero. Le ho fatto correzioni in scandescenza, ma le fatiche mie furono un zero; morí secreta eretica in peccato, né deve esser sepolta nel sagrato.—

97

Il piovano, ammirato e grave in viso, faceva del zelante e del prudente, dicendo:—A un caso occulto ed indeciso, non si deve dar scandalo alla gente; e poi so ch'ella è ita in paradiso, e il posso dir d'una mia penitente. Dovete anzi, di cere liberale, farle un solenne onor nel funerale.—

98

Ciò che adduceva l'avaron marito per non dar cere a quella sepoltura, ciò che il piovan rispondeva perito a voler torce di buona misura, cagionava un dialogo fiorito, di veritá ripieno e di natura, a tal che i turchi pel rider scoppiavano, e le lor brache larghe scompisciavano.

99

Ancor che fosse Marfisa affannosa pel saltambanco che non giunge mai, non tacque alla commedia scandalosa, che il cristianesmo rinvilisce assai. A Ferraú si volse dispettosa, e disse:—Questi vostri commediai sono troppo maledici e indiscreti contro ai cristiani, a' nostri frati e a' preti.—

100

Ipalca certo sarebbe fuggita, ma giá dormiva alla seconda scena. Ferraú con maniera assai pulita disse a Marfisa:—Non vi date pena, la politica nostra è stabilita, nel far commedie in sulla turca scena, di porre in tristo aspetto l'inimico, per conservar nel popol l'odio antico.

101

In ludibrio si mettono i cristiani e in una vista schifa e abbominevole, acciò non si battezzino pagani. La massima non sembra irragionevole. Certo i vostri poeti son piú umani, e le commedie loro han del piacevole; e sembra, per voler retto decidere, che vogliano i cristian far circoncidere.

102

Certi Macmud dipingono prudenti, molto teneri in cor, molto pietosi, certi bey, filosofi saccenti, moralisti, divoti e generosi; e per converso cristian malviventi, marchesi ladri e conti pidocchiosi; donde da noi si spera certo e crede che vorrete abbracciar la nostra fede.

103

E inver sono infiniti i cristian vostri che voi chiamate «turchi rinegati». Fioccano a torme sempre a' templi nostri, non senza alcuni preti e alcuni frati. Forse annoiati son de' paternostri, o poveri o viziosi o disperati; ma forse anche i scrittor mal cauti fanno cotesti disertor con vostro danno.—

104

Marfisa nelle spalle si rannicchia, perocché quel discorso ha del preciso. Ecco un che gentilmente al palco picchia: è il ciurmador che avuto avea l'avviso. Marfisa nel tabarro s'incrocicchia, mettendo pria la maschera sul viso. Si desta Ipalca, e anch'ella prestamente s'è mascherata alquanto goffamente.

105

In bocca la bizzarra un sassolino si getta per confonder la favella, caso che il ciurmador per rio destino fosse il guascon, che mai non vorrebb'ella; ma ci vuol flemma, ché insino a un puntino, al viso, al favellare, alla gonnella, alla disinvoltura, ed in sostanza è Filinoro: è tronca ogni speranza.

106

Bolle il sangue a Marfisa, e le dá d'urto nella pia-madre, e quasi esce dal cerchio, siccome il brodo nel paiuol ch'è surto pel troppo foco e spinge insú il coperchio. Un uomo, a cui vien fatto il maggior furto, che ha gran famiglia e nulla di soperchio, non ha metá dolor di quel che prova Marfisa, che il pidocchio alfin ritrova.

107

Avea questo filosofo guascone, poiché lasciò quel padre abate santo, piantato il laico a piè, suo compagnone, dormente un giorno e cotto piú che alquanto; e venduto il destriere ed il rozzone e i ricchi guarnimenti, trasse tanto che poté tôr le poste e far viaggio, piantar carote e cambiar personaggio.

108

Qui apparve abate, lá uffizial da guerra, qua inviato secreto con arcani, lá pellegrin che per gravi colpe erra, e tenta d'elemosine i piovani; in qualche castelletto, in qualche terra, fu giuocator col diavol nelle mani, perocché certo e' le sapeva tutte e aggiunge alle dottrine di Margutte.

109

Protettor fatto d'una cantatrice, vestito nobilmente e riccamente, ei fu in sul punto, per quanto si dice, ch'era il borsello suo convalescente. In questa bella trovò la fenice, amante men dell'altre fintamente, ma non tanto fenice che donasse, se prima il cavalier non la sposasse.

110

Avea raccolta questa verginetta, tra onesti doni e le merci onorate, d'orivuol, gemme e astucci una cassetta e borse d'òr da esser venerate, perché con sdegni casti e senza fretta e con rifiuti le aveva acquistate, con modesti atti e discorsi morali e con le sette virtú cardinali.

111

Ma poiché molto il pericol, dicea, d'ir sui teatri la mortificava, ché la sua castitá, che salva avea sino a quel punto, si perseguitava, a sposar Filinoro discendea e i santi acquisti in dote gli recava; ma veramente l'accieca la brama di sposar Filinor per esser dama.

112

Filinoro, filosofo in bisogno, non ebbe alcun ribrezzo e se la prese, dicendo in cor:—Tu sarai dama in sogno; co' tuoi borsel mi lascia ire alle prese; quando ho danar, di nulla mi vergogno.— E cominciò di smisurate spese, e veste e giuoca e spende senza fine, e tratta principesse e ballerine.

113

In poco tempo al verde s'è ridotto. Alla dama consorte il ver celava; pur, perch'ella il vedea giuocare al lotto, ad un sí triste segno sospettava; ma finalmente scopre ch'egli è rotto, che le vesti e le cuffie le impegnava, e cominciava ad appiccar baruffa: ma invan con Filinor si grida e sbuffa.

114

Che con moine, carezze e scherzetti, quel ch'ei disegna, ben le fe' comprendere: comincia in casa a condur degli oggetti, paladini e milord che potean spendere; gli pianta e parte al canto de' duetti e di quell'arie che soleano accendere. La dama sposa per necessitate l'util modestie ha infin rinnovellate.

115

E perché giova in cosí fatta tresca cambiar paesi e riuscir novelli, questa coppia gentil piantò bertesca e in diverse cittá vischio agli uccelli. La dama, ch'era una lana sardesca, al cavalier tenea stretti i borselli, dond'ei che i vizi suoi vuol mantenere, si fece ciurmador, di cavaliere.

116

Ma lo faceva con magnificenza e suoni e canti e livree ben guarnite. La moglie in casa non facea credenza, ed egli in piazza spaccia elisirvite; e tenendo nel dua la rubescenza, di qua, di lá le genti ha sbalordite. Da pochi giorni in Saragozza egli era, e in brieve nel palchetto è quella sera.

117

Quando riebbe la bizzarra il fiato, fece forza a se stessa: discorrendo col sassolino fitto nel palato, molte richieste al guascon va facendo. Quel diavol, ch'era un golpon scozzonato, alle dimande va soddisfacendo: nelle risposte si fe' grande onore, salvo che apparve un po' millantatore.

118

Non so qual fosse degli angeli bigi, che inducesse la dama a far richiesta a quel cosmopolita se Parigi vedesse, andando in quella parte o in questa, ché le pareva in chiesa a San Dionigi veduto averlo a messa un dí di festa; e ch'anzi, poiché ogni uom alfin pur ama, l'avea veduto a far scherzi a una dama.

119

Disse il guascon:—È vero, è vero, è vero. Era costei di famiglia elevata, Marfisa detta, sorella a Ruggero, morta per me, basita, spasimata. Per dirvi tutto, io l'aveva nel zero, né so dir come l'abbia sopportata, ché le puzzava il fiato ed era pazza, ed anche anche non molto ragazza.—

120

Or qui Marfisa lascia ogni contegno, allarga il suo tabarro, e strigne il pugno, gridando:—O figlio di puttana, indegno!— gli sciorina una nespola nel grugno. La maschera le cade a questo segno, la faccia ha calda piú che al sol di giugno, e gli schiaffi e i cazzotti replicando: —Becco, ruffian!—gridava trangosciando.

121

Ipalca è anch'essa smascherata e grida: —Ponete, Dio, la vostra santa mano.— Ferraú sembra incantato da Armida e non intende questo caso strano. —Olá, zitti, si calmi e si divida,— gridava dal palchetto ogni pagano; il teatro è commosso in tutti i lati, e i comici si stan co' visi alzati.

122

Il guascon l'influenza vuol fuggire e del palchetto aperto ha giá la porta: di stizza la bizzarra ecco svenire; nelle braccia d'Ipalca è mezza morta. Ferraú non rifina di stupire, e faceva la bocca d'una sporta; ma divenne peggior la circostanza, che il caso non è ancor brutto a bastanza.

123

Rugger dietro la traccia de la suora a Saragozza assai stanco è arrivato. Egli era tutto fango e tarda è l'ora: a casa Ferraú l'uscio ha picchiato; non che sapesse di Marfisa ancora, né ch'abbia in Saragozza il piè fermato, ma per non alloggiar nelle taverne, che in Spagna son peggior delle caverne.

124

Ferraú gli era stato amico assai, né spezza l'amistá religione. Rugger gli aveva scritto sempremai, mantenendo social correlazione. Un servo al buio gli rispose:—Andrai al teatro, se cerchi il mio padrone, al numer diciassette, all'ordin primo.— Rugger dal sommo il fe' scendere all'imo.

125

Poiché gli ha consegnato il suo destriere, vuol ire alla commedia, e giá s'avvia stanco, con gli stivai, né vuol sedere, ché Ruggero è un gioiel da compagnia. Tanto gli è ver ch'egli era cavaliere, che, benché la commedia a mezzo sia, la paga die' alla porta interamente con un sussiego d'uomo indifferente.

126

Al numer diciassette è per picchiare. —Questa è—dicea—delle belle sorprese; in trasporto vedrò Ferraú andare, venirmi incontro con le braccia tese.— Ma spesso avvien il contrario al pensare. Ardeano allor le premesse contese; Filinor per fuggir da quella guerra, sbuca e spinge Rugger col culo in terra.

127

Lasciando il paladino a gambe alzate, trova la scala senza chieder scusa; Rugger, che cerimonie ha immaginate, si rizza con la mente assai confusa. Entra nel palco, e vo' che giudichiate se rimanesse con la testa busa; Marfisa e Ipalca son senza bauta, e tutta è sbottonata la svenuta.

128

Ferraú carta alla lumiera accende ed alla dama suffumigia il naso; l'entrata di Rugger nessun comprende, perché son tutti stolidi del caso. Rugger conosce ognun, ma nulla intende, e duro duro nel palco è rimaso; rinvien Marfisa, e tutti tre in un punto iscopron Rugger, ch'era qui giunto.

129

Ferraú con un «oh!» d'ammirazione volle abbracciar l'amico e a mezzo resta; Marfisa con un «ah!» di soggezione rimase con la faccia bassa e mesta; Ipalca con un «uh!» di confusione si cacciò la bauta sulla testa; Ruggero con un «eh» si morse un guanto, ed io coll'ipsilon termino il canto.

Ritrova Orlando in luogo stran Morgante. More il guascon per la filosofia. Si dá un dettaglio general galante di Carlo e Francia e della baronia. Move la guerra Marsilio arrogante. La bizzarra ha una fiera pulmonia: guarisce mal, ché tisicuzza resta; da pinzochera alfin caccia una vesta.

1

Della mia penna d'oca, alme annoiate, questo è l'ultimo corso e del mio inchiostro. ÈMarfisaal suo fin, non dubitate; non mi chiudete il caro udito vostro. So che in picciol drappello siete state, che lo stil mio non è pel secol nostro, ma un rancidume italian che offese, non essendo condito col francese.

2

Soccorri, o Febo, i sezzi versi miei. O Febo, o Febo, non sei giá piú il sole. Ciechi siam tutti, e ben esser vorrei scrittor, piú che di cose, di parole. Né tu se' un dio, né gli altri dèi son dèi; sono squagliate omai le antiche fole; ma perch'io tengo ancor di muffa un poco, scandalezzando ognun, te, Febo, invoco.

3

Difendi almen la povera mia pelle dall'ugne di seimila e piú Marfise, che son rimaste vecchiette e donzelle, perché non han le bizzarrie recise. Tutte vorran di brigata esser quelle in quella che Turpino un tempo mise; e non varran proteste o apologie con queste imbestialite anime mie.

4

Da' Nami avari, dagli Astolfi vani, da' Terigi grossier, dagli Olivieri, da' Rinaldi ebbri, da' divoti Gani, Avini, Avoli, Ottoni, Berlinghieri, e Guottibuossi e Gualtier cappellani, e tante dame e tanti cavalieri che a quelli di Turpino han somiglianza, mi salva: io non ho colpa né arroganza.

5

Solo i Marchi e i Mattei da San Michele hanno alcune cagion d'irritamento, ché fûro un dí molesti alle mie vele, ma dicono:—Mea culpae me ne pento.— Spegner non posso piú le lor candele, che stan come memoria e monumento; ma giuro a Dio che, se al mio sen verranno, cordiali baci ed amicizia avranno.

6

Al secolo torniam di Carlo Mano, alle dolenti note di Turpino, a Filinoro fatto ciarlatano, alla bizzarra ed al fratel meschino, a Dodon sciolto, al danese cristiano, ad Orlando, ad ogni altro paladino, perocché incominciando s'ha intenzione di dare all'opra alfin conclusione.

7

Il vecchio Uggero in traccia di Marfisa non andò molto lunge dalle mura. Cavalcò poche miglia alla ricisa, con gran molestia d'una sua rottura, dicendo:—Io sono il soccorso di Pisa; il zelo v'è, ma stanca è la natura.— Chiese notizie a parecchi villani, la fece dire in chiesa a tre piovani.

8

Ma finalmente, stanco e appassionato d'aver abbandonata Galerana, che aveva innanzi agli occhi in ogni lato per lui dolente e vecchia e poco sana, la rottura e l'amor l'han consigliato: è la speranza per Marfisa vana; sicché tornò a Parigi di portante, lasso come venisse da Levante.

9

Giunto a Parigi, Galerana attenta volle gli fosser poste le coppette, sei sopra i lombi, e grida:—Ch'ei le senta,— ed una in sulla nuca, che fûr sette; né mai fu lieta né mai fu contenta se anche un servizial non se gli mette, dicendo:—So ben io che un serviziale a un riscaldato è la man celestiale.—

10

Dodone aveva scorsa l'Inghilterra, invano di Marfisa ricercando. Qui d'un suo portafogli, che disserra, ben mille commession venne cavando, ché al partir di Parigi un serra serra aveva avuto di «vi raccomando», sentendo ch'ei di Londra va a' confini, da cavalieri e dame e paladini.

11

Spiegando i bullettin, che avea riposti per la gran fretta senza fare esame, legge che astucci e oriuoli avean posti, catene, tabacchiere e vasellame, mille lavor fantastici e supposti, e tutto d'oro e niente di rame; indi guaine o vuoi stivali o guanti per certe dita de' moderni amanti.

12

Certe manteche stimolanti ed atte a risvegliar la snervata lussuria; certi spiriti ed acque ad arte fatte, che metton nelle reni della furia; e cento libri osceni e cose stratte contro contro al ciel, contro la romana curia, e insegnamenti a creder solamente nel vin, ne' cibi e al coito allegramente.

13

Il bello era a veder ne' bullettini, massime in que' che i libri ricercavano, le scritte commession da' paladini, di spropositi piene, che fummavano. Parean note dell'arte de' facchini a tal che appena si raccapezzavano; pur volean libri usciti sul Tamigi, per fare i letterati per Parigi.

14

Fu per scoppiar di rabbia Dodon santo; ma finalmente si metteva a ridere, gridando:—O paladini, o secol, quanto cercate il mal dal ben scêrre e dividere! Beata etá, se tanto mi dá tanto, chi retto può dell'avvenir decidere? Felici tutti i secol che verranno dietro la traccia di costor che sanno.—

15

Arsi ha i viglietti delle ordinazioniDodone e verso Francia via galoppa,dicendo:—O vili, o porci, o mascalzoni!Rotta ogni chiave omai, rotta ogni toppa.Astucci d'oro, e d'òr repetizioni!Color mi pagherieno alfin di stoppa.Guaine, unguenti, libri da puttane!M'hanno posto nel ruol delle ruffiane.—

16

Cosí ridendo ed ora bestemmiando, sprona il destriere e spaccia la campagna. Ora troviamo un poco il conte Orlando, che cerca invan Marfisa in Alemagna. In una piazza a Vienna capitando, gente vide che s'urta e si scalcagna, che usciva fuor d'un grand'uscio ed entrava al quale un carantano si pagava.

17

Sopra quell'uscio grande una gran tela era appiccata, e un uom dipinto in questa: parea formato il quadro d'una vela, tanto è l'uom di statura disonesta. Fuori è un che trangoscia e si querela con voce roca, e sopra al quadro pesta con una verga, e grida, e ognun consiglia ad appagarsi della maraviglia.

18

Orlando guarda la trista pittura del gigante ivi esposto, e crede certo che ignota non gli sia quella figura; pure il ritratto non conosce aperto. La curiositá della natura lo spinge all'uscio; il carantano ha offerto; entra ed iscopre con stupor davante spettacol del casotto il gran Morgante.

19

Il Pulci in modo arcano lasciò scritto che pel morso d'un granchio egli era morto; ma per allegoria s'intenda il vitto d'un casotto, e il suo fine un tristo porto. Orlando fuor di sé, dal duol trafitto, gridò:—Fortuna, è troppo grave il torto! Com'hai ridotto in sí misero stato un che con le mie mani ho battezzato?

20

Caro figlioccio mio, gigante degno, chi ti condusse a tanta estremitade? tu che meco domasti piú d'un regno, spargendo il sangue per cristianitade?— Morgante a questa voce, ad ogni segno, conobbe Orlando suo, pien di bontade, e si coperse con le mani il viso, a un pianto abbandonandosi improvviso.

21

Il conte l'abbracciò teneramente, e in una stanza trasse il suo gigante, dov'è un gran pagliariccio puzzolente, su cui dormiva il povero Morgante. Quivi cresce di lagrime il torrente: fu per morir d'angoscia il sir d'Anglante, e chiede al catecumeno suo monte: —Chi t'ha uguagliato ad un rinoceronte?—

22

Rispose quel:—Poiché mi battezzasti, e ch'ebbi per Gesú tante ferite, e tanti turchi col battaglio ho guasti, vinte cittá, rotte schiere infinite; giudicai d'aver fatto quanto basti a meritarmi il pan per mille vite; ma Carlo in pace, grasso e rimbambito, ebbe nel dua chi l'aveva servito.

23

Tu sai del memorial ch'ho presentato: ch'ei mi facesse almeno alfier si chiese; ed egli alfier mi fece riformato con que' meschin cinque ducati il mese. Giá conosci il mio ventre dilatato e s'eran sufficienti per le spese: ebbi tant'ira, caro paladino, ch'io fui per farmi ancora saracino.

24

Molte donne cristiane parigine, innamorate della mia grandezza, m'avrien soccorso con un certo fine; ma non vo' dirti la lor sfrenatezza. Oh quai costumi! oh che buone farine! perché la chiesa vostra ancor battezza? Irato, stomacato, sbalordito, ospite insalutato son fuggito.

25

Non volli abbandonar la nuova fede, perché l'ho ancora in buona opinione. Tu dicesti:—Esser cieco de' chi crede, de' sperar, abbia o non abbia ragione.— Sperando, sono andato sempre a piede; servii, sperando, di guardaportone; ma, perch'io mangio assai, mi diêro il bando: partii cieco credendo e ognor sperando.

26

Pelle ed ossa, una mummia era ridotto, sembrava la figura d'un sudario. Videmi un cavaliere, industre e dotto de' teatri e dell'opere impressario; mi disse che, s'entrassi in un casotto per lui, meco saria Cesare e Dario. Risposi sí, ché vedeva la fame e da tre dí vivea di fieno e strame.

27

Mi fece por sopra un gran carro chiuso questo caritatevol ortodosso, perché nessuno mi vedesse il muso, per non aver pregiudizio d'un grosso. Di cittade in cittá di me fece uso; tu vedi il modo, ch'io tacer ti posso, e servo per le spese come il miccio, la notte dormo in su quel pagliericcio.—

28

Morgante qui le lagrime rinnova, che ognuna avrebbe empiuta una scodella; i suoi merti rammenta e il duol che prova per la prostituzione e si martella; qualch'eresia gigantesca ritrova, ché la disperazion lo discervella e dice della fede e la speranza cose contro gli arcani e la costanza.

29

Orlando molto lo rimproverava, col viso brusco, sussiegato e fiero, dicendo:—Anche nell'onde s'affogava, perché mancò di fede, un dí san Piero. Colle tribolazion Dio ti provava, per veder s'eri buon cristian da vero.— Disse il gigante lagrimoso e chiotto: —È ver, ma risparmiar potea il casotto.

30

—No—grida il conte,—vessazion piú fiera dell'esporti al casotto potea darti; la berlina, la frusta e la galera potean giugnere ancora a tribolarti. Vedi che inaspettato questa sera a Vienna m'ha spedito a sollevarti.— Grato Morgante allora è al ciel rivolto, ché frusta né galea non l'abbia còlto.

31

Coll'impressario il roman senatore ebbe molte parole e molta pena per liberar Morgante, ché il signore ha una scritta peggior d'una catena. Il conte è pien dell'antico furore; colui non par che lo badasse appena, e disse:—Piú non s'usano i bestiali; cantan le carte e sonvi i tribunali.—

32

Dal suo procurator corre volando. Ecco un messo togato viene ansante, che intima una gran pena al conte Orlando e nel casotto sequestra il gigante; poi cita il senator, per non so quando, a non so quale tribunal davante. Quest'ordin, questo messo, queste carte fecero smemorare il nostro Marte.

33

E cominciava gli occhi a stralunare, dicendo:—O Dio del ciel, che cosa è questa! può la giustizia un furbo spalleggiare? qual è la triste azion, qual è l'onesta?— E volea lo staggito via menare. Morgante ride e crollava la testa, dicendo:—Ecco per me, caro campione, della galera la tribolazione.—

34

Molti tedeschi Orlando han consigliato a non commetter criminal per certo, perocché avrebbe in tutto rovinato nel vero punto la question del merto. —Voi avete avversario un avvocato —dicean—ch'è ben inteso e molto esperto, e saprá côr vantaggio in sui trapassi: bisogna misurar l'ordine e i passi.—

35

—Qual ordine? quai passi?—il conte grida quanto spender dovrò? quanto piatire?— Diceano quei:—Se avrete buona guida, basteran tre o quattr'anni a diffinire. Chi volete del spender che decida? non si misuran ne' litigi lire.— Morgante ride e dice:—Conte mio, tribolazioni che ti manda Dio!—

36

Non poté Orlando trattener le risa, pensando al vecchio ed al nuovo costume. —Questa spada tal causa avria decisa a' giorni miei—dicea—senz'arte o acume. Mille pupille e vedove in tal guisa da tirannia levai, da mendicume. A non poter trar fuori, or son ridotto un da me battezzato, d'un casotto.

37

Giudici miei, non siate addormentati; delle leggi si fanno iniqui abusi da una caterva d'uomin scellerati: deh! non sedete sonnolenti e ottusi. Certi procurator, certi avvocati fan mille oppression, mille soprusi, temerari affidando alcuna volta in chi dorme sedendo o male ascolta.

38

O siate vigilanti ad impedire i lacci occulti, i forensi veleni, o lasciate l'un l'altro ogni uom ferire per le proprie ragioni e i propri beni. Questo è un voler far tisici morire mezzi i soggetti vostri d'amor pieni, ed un voler che chi non ha danari sia pasto de' piú furbi e de' piú avari.

39

Dov'è quel mascalzon dell'impressario? Non vo' consigli o fòro o citazione, né star tre anni in mano col lunario a legger ferie e dí di riduzione. Non so di merto o d'ordine o divario, non voglio prima istanza o appellazione: piú non conosco la ragion qual sia; voglio pagar la sua bricconeria.—

40

Or qui in maneggio quella lite andava tra il conte Orlando e l'avverso avvocato, il qual di cerimonie il caricava, vantandosi sincero ed onorato. Il conte d'un sudor freddo sudava e chiude gli occhi e chiede esser spacciato. Dunque per il real lucro cessante cento zecchin fûr chiesti pel gigante.

41

Orlando gli pagò subitamente, piú del solito guercio ma scherzevole, dicendo:—Ella è un signor conveniente: la richiesta è discreta e ragionevole. La prego a riverirmi il suo cliente, al qual parto obbligato ed amorevole. Il cielo a lei mandi sempre lavoro e quanto le desidero nel fòro.—

42

Il sir d'Anglante gli volse le schiene, chiama il gigante e mettonsi in viaggio verso Parigi.—Meco al male e al bene starai—diceva Orlando,—ma sie saggio.— Morgante rispondeva:—Io non so bene se i saggi o i matti trovin piú vantaggio; vedo nel mondo certe stramberie, che saran chiare al novissimo die.—

43

Rispose Orlando:—Questo avvien, mi credi, perché gli uomin si scostan dal Vangelo. Contan le man, la bocca, il ventre, i piedi, e dicono:—Un sipario azzurro è il cielo, e togli quel che puoi e quel che vedi; e se vuoi pace, altrui tien l'arma al pelo, e stupra e strippa e procura dovizia, ché dorme e si delude la giustizia.—

44

Tosto che fu trattato l'eroismo da certi libriccini geniali col titol di pazzia, di fanatismo ne' martiri, ne' forti e ne' leali, fu una conseguenza l'ateismo e il far la societade d'animali, ma d'animai tanto peggior de' bruti, quanto di questi gli uomin son piú acuti.

45

Non sarien tanti astuti tra le genti, se tra le genti non vi fosser sciocchi, fra quai si denno porre anche i prudenti, che offesi son dai furbi e chiudon gli occhi; poiché son oggi gli astuti insistenti, e la prudenza abborrisce gli stocchi, donde i prudenti sopraffatti e oppressi nel numer degl'ignocchi vengon messi.

46

Se la massima «Fa' quel che tu possa» prevale alla «Non far quel che non devi», il povero di spirto è nella fossa e non trova nessun che lo sollevi; ché se alcun'alma a sollevarti è mossa, benefizio non è quel che ricevi. Nel tuo impressario fa' che tu discerna un'alma generosa alla moderna.

47

Tu vedi in che consiste oggi la gloria, che un dí coll'eroismo s'acquistava. Fosse pur fanatismo: alla memoria ho che in util del popolo tornava. Or un tuppé, un vestito è una vittoria a' nostri stolti paladin di fava; e l'oriuol co' dondoli e la dama e un bel convito lor dá pregio e fama.

48

Certa ignoranza, certa nebbia folta, cert'ozio, certa voluttá brutale occupa tutti, fa ogni mente stolta; e una certa ingordigia universale, che han tutti a voler tutto in una volta, per satollarsi, vada bene o male. Debito, amor, inganno e mal francese fa pien di disperati ogni paese.

49

Rilieva il segno de' gran disperati dalle campagne, d'assassin covili, da que' tanti da lor stessi impiccati, da que' che balzan giú da' campanili. Forse i Scevole e i Curzi son tornati? Cerca i moventi e saran lordi e vili, ché il troncar la credenza sopra il tetto ha sempre cagionato un tristo effetto.

50

Tant'è, Morgante; stiam costanti e fissi, trapassiam della vita l'ultim'ore; e morendo co' nostri crocifissi, speriam trovar di lá vita migliore. Io dirò sempre:—Ciò che scrissi, scrissi.—E qui piangeva il roman senatore. Anche il gigante gli occhi imbambolava, seguendolo alla staffa, e singhiozzava.

51

Lasciamgli andar verso Parigi. Il testo ritorna a Filinoro saltimbanco, che, fuggendo il palchetto sí molesto, trova la moglie, travagliato e stanco, e fece fare i suoi fardelli presto, ché pargli aver qualche sicario al fianco; poi, caricata una sua gran carrozza, quella notte partí di Saragozza.

52

Di cittade in cittá, di fiera in fiera espose gli stagnoni e i bossoletti, ma il suo commercio scarseggia in maniera da non poter comperar sei panetti. Anche all'uccellagion della mogliera venien pochi tordi e magheretti, perocché i capitali erano mezzi e v'è stagione in cui son schifi i vezzi.

53

L'arte del ciurmadore Filinoro lascia in una cittá che nol conosce, e torna cavalier posto in decoro per cercar via di riparar le angosce. Si mette al petto un bell'ordine d'oro e cammina diritto in su le cosce; nelle ricreazion si producea; le dame d'esso gelose facea.

54

D'una tra l'altre, vedova opulente, a Filinor molto garbava il core, e giá le avea rubata sí la mente, ch'ella sposato l'avria per amore. Ma v'era il nodo fatto anteriormente, ostacolo importuno a côrre il fiore. Filinor, dotto nei nuovi sistemi, né ammaina vele né ritira i remi.

55

Studiato avea quella bella lezione, che il mal occulto mal non era certo, e che sol era mal d'opinione quando venía nel pubblico scoperto; donde una sua scientifica intenzione va mulinando, d'uom di vero merto: Turpin la scrisse e d'aver pianto accenna; ed a me nelle man triema la penna.

56

Trovo memorie di certo veleno, di certi ordin secreti scellerati, che ammorzan quasi il plettro nel mio seno; pur i miei fogli esser denno imbrattati di relazion da fare il gozzo pieno a' mascalzoni affamati e assetati, che con lor voci chiocce van gridando, seguita la sentenza o dato il bando.

57

E deggio dir che vedovo è rimasto il guascon della sposa cantatrice; ma che il dotto pensiere gli fu guasto che non sia male il mal dalla radice; perché l'idea d'occultazione è un pasto nell'empio malfattor molto infelice. Le azioni proibite han troppe cose che restar non le lasciano nascose.

58

Nota che senza violenti brame l'uom non si mette della vita a rischio. Avarizia, vendetta, amore o fame lo sbalordisce e fa calare al fischio; e chi è fuor di sé, tutte le trame non sa evitar né vede tutto il vischio; cieco trasporto è guida e cieche desta d'occultazion lusinghe in cieca testa.

59

Il non aver al fatto testimoni, il colorir col pianto un gran dolore, il far di mali scorsi narrazioni, di predizion d'alcun bravo dottore, ed un torrente d'acute invenzioni non giovano al guascon buon dicitore, che sostien solo superfizialmente quel «Non v'è mal, se occulto è fra la gente».

60

Un frate vi direbbe che il peccato accieca l'empio per voler di Dio. A questa opinione, umiliato e pieno di credenza, assento anch'io; ma posso dir senz'esser condannato, fuor dai mirabil anche, il parer mio: l'empio, sciente d'esser in periglio, ha dipinto l'interno sopra al ciglio.

61

Nelle dimostrazion giusta misura prender non può, sicch'egli affetta alfine, perch'altera il cervello la paura, e passa il vero natural confine. L'iniquo Filinor tutto proccura, ma troppe son le smanie e le moine, troppi i discorsi, le proteste, i pianti per chi lo conosceva per lo avanti.

62

Aggiungi che la povera ammalata aveva detto al medico all'orecchio: —Temo d'esser, dottore, avvelenata; il mio marito è un vil traditor vecchio.— L'Ippocrate l'avea molto osservata ne' sintomi e nel vano suo apparecchio, e finalmente in se stesso è d'avviso che un velen l'abbia spinta in paradiso.

63

Consegna a' tribunali i suoi sospetti e della morta i secreti timori. Sparasi occultamente; ecco gli effetti d'un funesto velen negl'interiori. Non dimandar se adopran gl'intelletti i cancellier, magnifici signori. La fame è un dio cerusico oculista per aguzzare a' cancellier la vista.

64

Secreti esami, tracce, costituti vanno guastando la filosofia; a parecchi stranier, che son venuti, del guascon nota è la fisonomia; sui popolar bisbigli non son muti; va razzolando la cancelleria, trova che fu bandito, ciarlatano, abate, baro e marito e ruffiano.

65

Vedi quante gran cose inaspettate e non previste, o forse non temute, al filosofo nostro son pur nate, le sue cautele a far zoppe e scrignute! Le fogne invan si tengono turate: dove stanno si sa che intorno pute. Chi le malizie de' scrittor comprende, da' lusinghier sofismi si difende.

66

Gli amori colla ricca vedovetta, le brame del guascone ed i pensieri, tutto si scrive e va per istaffetta. Piangean per l'allegrezza i cancellieri. L'industre criminale formichetta pel fil della sinopia ha i lumi interi, ed al sistema che il mal non sia male, fu spennacchiato il culo e rotte l'ale.

67

Non bisogna sprezzar l'esperienza de' secoli trascorsi ed il sapere, e credi che l'antica sapienza mestier non ha di moderno brachiere. Togli per infallibile sentenza la favola di Mida e del barbiere, che al bucolin degli orecchioni grida, donde nacquer le canne dalle strida.

68

Filinor ode il sordo mormorio: per le botteghe faceva il leprone, gli occhi ha incantati e pavidi, e pur brio tenta mostrar, ché ha in cor la sua lezione. Timor di morte alfin piú che di Dio, scorgendo bieco il guardan le persone, lo fece diffidar del suo sistema: volle fuggir per sua miseria estrema.

69

Fermato vien dalla sbirraglia: allora la fuga alla condanna fu sigillo. Lo scellerato, d'ogni speme fuora, in modo s'avvilí ch'io non so dillo. Giá data è la sentenza ch'egli mora, con quel timo condita e quel serpillo, ch'essendo uscito di nobil casato, fosse per somma grazia dicollato.

70

Cosí la filosofica alta idea, che resiste a' martelli e alle tenaglie, men valse della opinion plebea ridicola, che parlin le muraglie; e Filinor, che il ciel sprezzar solea, or fra due cappuccini e le gramaglie, pallido, sbigottito e tutto fede, avemarie dimanda a chi lo vede.

71

«Oh maledetti ingegni traditori —è di Turpin l'invettiva zelante,— filosofi del mal coltivatori, maestri a far la societá forfante, de' patiboli infami protettori, certo voi siete a parte del contante del carnefice, a voi sozio e compagno; e ben vi si conviene un tal guadagno».

72

Segua il guascon gli oscuri suoi destini: fuggiam, lettor, dalla malinconia. Vada dove lo inviano i cappuccini o dove il suo carnefice l'invia: torniamo a' nostri snelli parigini, perocch'è giunta la bizzarra mia. Rugger di notte in Parigi entrar volle, come prudente, per fuggir le folle.

73

Bradamante, ch'è a letto, fuori balza; si mette una vestaglia e va a incontrallo, corre giú per la scala cosí scalza; le poppe vizze ha fuor, che fanno un ballo. Strilla da lunge con la voce, ch'alza: —La borsa, la mia borsa senza fallo.— Rugger per rabbia, stracchezza e vergogna fece un trapasso e le disse:—Carogna!

74

andatevi a ripor tra le lenzuola; di vostre borse non è il tempo questo.— Bradamante, politica e spagnuola, fe' la mortificata e pianse presto, mostrando un gran dolor della parola; sforza se stessa e con visino mesto cambia i discorsi e bacia suo marito, tanto che vinse e lo vide pentito.

75

Ma bisognava pensare a Marfisa, che per la stizza e pe' casi accaduti era oppressa e ammalata d'una guisa che non sa dove sia né di saluti. Mette paura a chi la guarda fisa, ha tutti i segni di morte compiuti. Fu tratta dal calesse e posta a letto: si fe' palese un mal grave di petto.

76

I medici alla cura sono molti e la dánno sfidata della vita; alcuni però d'essi stan raccolti con speranza in arcano ermafrodita, perché in error non voglion esser còlti, sia o non sia per la dama finita. S'ella morrá, l'avran pronosticato; e se vivrá, l'avranno indovinato.

77

Le dame di Parigi e i cavalieri dicean:—Beato Rugger s'ella muore!— Pur si spediscon lacchè giornalieri di Ruggero a palagio a gran furore, a chieder dello stato; e i dispiaceri sono infiniti e infinito è il dolore, perché serbar doveasi in apparenza l'urban costume della convenienza.

78

L'oppression del male all'infelice lieva la consueta bizzarria, e rantacosa chiama protettrice particolar la Vergine Maria. Fa tutto ciò che il parroco le dice, riceve umil la santa Eucaristia; indi va peggiorando tanto e tanto, che alfin se le minaccia l'olio santo.

79

Ermellina, la moglie del danese, ch'era sua amica e buona dama assai, è veramente afflitta pel paese: fa divozioni e non dispera mai. Un giorno un certo prete esservi intese, che facea malattie sparire e guai, benedicendo per tutto Parigi con le scarpe che fûr di san Dionigi.

80

Volle introdotto il buon prete all'amica, e grida fede, e piange e mai rifina; fa con le scarpe che la benedica, e poi la lascia cheta e via cammina. Ciò che scrive Turpin, convien ch'io dica: l'inferma quella notte molto orina. Grida Ipalca per casa, che par matta: —Oh scarpe del mio Dio! la crisi è fatta.—

81

Bradamante mostrava esser allegra di fuor, ma dentro non so come stesse. Va migliorando molto la nostr'egra. Non è da dir s'Ermellina godesse: a tutti vuol narrar la storia intégra. Dio guardi qualchedun contraddicesse delle scarpe il miracolo: la dama chiude le orecchie ed ateo lo chiama.

82

I medici dicean:—Nostre ricette non lascian ir Marfisa in sepoltura.— Fra paladini alcun non si rimette e vuol la crisi effetto di natura. Ermellina, la chiesa e le donnette sostengono le scarpe a quella cura; basta, natura, scarpa o medic'arte, Marfisa piú verso il cielo non parte.

83

Vero è ch'ella rimase estenuata con una lunga febbre lenta lenta, e certa tossa asciutta ed ostinata, sicché del stato suo non è contenta. Lieva dal letto, l'aere ha cambiata: di risvegliar la bizzarria ritenta; gli uomini ancor non le increscevan molto; s'aiuta col belletto e i nèi sul volto.

84

Immagina, lettor, questa signora, giá per etá presso ai quaranta giunta, con un fil di febbretta che lavora, con la tossa, residuo d'una punta, con la passata vita che la onora, pallida, pelle ed ossa, arsa e consunta che con nèi, con belletto e bizzarria cerca d'aver amanti tuttavia.

85

Esplicabil non son le sue fatiche e la dottrina ch'usa nello specchio, il gran lavoro intorno a due vesciche, per far che sien pur enti in apparecchio; del spruzzarsi di odor, delle rubriche, de' fiori al seno e a' fianchi del capecchio, delle scamoffie e del sbilerciar gli occhi: ma a' suoi boccon non s'attaccan ranocchi.

86

Saltato avrebbe ogni fossa, ogni sbarra per appiccare il filo con Terigi, quantunque ei fosse, come Turpin narra, fallito, al verde e l'odio di Parigi, Prima nel fòro ha perduta la sciarra co' suoi parenti da' gabbani grigi, poscia è diserto dal suo cappellano e da' contrabbandier di Montalbano.

87

Lasciam per poco la bizzarra in pena d'esser come un cadavere abborrita. Giunto è Dodone, Orlando, ognuno è in scena; segno che la commedia è omai finita. Rinvigorisca alquanto la mia vena a riassumer netta ogni partita, onde alcun non apponga al buon Turpino né a me di negligenza un bruscolino.

88

Padre del ciel, la mia barchetta triema, piú che nell'alto mare, al vicin porto. Carlo è giá vecchio e presso all'ora estrema, e deggio dir, pria che sia in tutto morto, a che ridotto fosse e in qual sistema lo Stato nell'inerzia e l'ozio assorto, e del popolo il vero e del monarca: Dio mio, ti raccomando la mia barca.

89

L'anno ottocentoventi a mano a mano correva dell'arcana incarnazione del divin Verbo, nostro pellicano, al qual son tanto ingrate le persone. Si leggea nel lunario da Bassano sull'anno in generale un gran sermone, minacciarne vendetta e storpio e guerra: nessun gli dava retta per la terra.

90

Credeva Carlo rimbambito e grasso d'esser imperator d'un vasto impero, per aver una veste da Caifasso, la corona gemmata oltre al pensiero, e per veder, allor che andava a spasso, chinar le genti per ogni sentiero, e per sentir, se dal palagio uscia, timpani, corni, trombe e sinfonia.

91

Mille e piú gabellier con mille trame, mostrandogli che il nero era turchino, e computi furbeschi e falso esame, esibendo un tributo piccolino, gli avevano usurpato il suo reame. Alle borse galluzza il bambolino: crede imperar nel regno, e l'ha venduto a mille re per un meschin tributo.

92

Non dimandar se i mille re birboni, per pagar il tributo lievemente, e dare a certi mezzi certi doni, perché ridotto han Carlo alla lor mente, sanno accrescer gabelle ed estorsioni, e dilatar lo stato iniquamente del lor palliato regno e farsi ricchi, e far ch'ogni contrario lor s'impicchi.

93

IlquondamGano empiuto avea i suoi scrigni nel stabilir cotesti re genia, ed agl'incolleriti, a' visi arcigni era stato flagello, epidemia. Ricordi a Carlo avea dati maligni colCredoin bocca e coll'Avemaria, massime che si den tenere oppressi i sudditi inquieti per se stessi,

94

e che si denno piluccare e mugnere, ché l'uom senza danari è mansueto. Tal massima è ben saggia nel suo giugnere, usata in modo oculato e discreto; ma la sua ruota non si vuol sempre ugnere con gli occhi chiusi a questo bel secreto, perocch'ella fa poi troppo viaggio, e torna pazzo chi prima era saggio.


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