CANTO OTTAVO

Terigi fece dir da don Gualtieri a Rugger che troncasse quella trama. A Filinoro avea detto Ruggeri che cercasse altra casa ed altra dama. Il guascon gli rispose:—Volentieri;— ma fe' peggior effetto il porre in brama, ché la difficoltate ed il timore fe' cercar nascondigli e punti ed ore.

67

Liberamente lo voleva in casa Marfisa, e non voleva opposizioni; ma Filinor l'aveva persuasa che, rubati, miglior sono i bocconi. Ed ella per amor cheta è rimasa, cercando or buche, or tane ed or cantoni. Se n'andava l'onor di male in peggio per le altrui vigilanze ed il motteggio.

68

La mascheretta a' furtivi sospiri era alla dama opportuna sovente. Finito il carnoval, per i raggiri veniva la quaresima assistente, i sermon sacri ed i santi ritiri, e il zendal era un mezzo onnipossente: ch'è la finezza dell'usanza nuova far quel che alletta, e quel che alletta giova.

69

Nuovamente a Rugger Terigi accocca il cappellan Gualtieri, a dirgli aperto che troppo l'onor suo Marfisa tocca e che il nuzial rimanderá per certo. Rugger afflitto non apriva bocca; e poich'egli ebbe sofferto e sofferto, a Carlo Magno un giorno fece istanza che a Filinoro facesse aver creanza.

70

Non s'usavan duelli, e le vendette s'erano riformate dall'antico: per vie nascoste dirette e indirette, chi mente avea domava l'inimico. Narrò Rugger a Carlo e cinque e sette bricconerie del guascon ch'io non dico, le corna di Terigi e di Marfisa e il disonor della magion di Risa.

71

Carlone, vecchio rimbambito, ascolta; e perch'egli era d'impression gagliarda, appena ebbe Rugger data la volta, chiama il guascon, che un momento non tarda, e disse:—Sappi che, se una sol volta andrai dov'è Marfisa, ben ti guarda, io te lo giuro da quel re che sono, che ti farò morir senza perdono.—

72

A Gano Filinor racconta il caso. Il Maganzese corre a Carlo Magno, e come bufol menalo pel naso, narrando la faccenda da mascagno; tanto che il rimbambito è persuaso, e in rabbia con Rugger batte il calcagno; e rivocando i primi ordini suoi, disse al guascon:—Va' a far ciò che tu vuoi.—

73

Io so che mi dirá qualche lettore: —È impossibil per queste frascherie s'incomodasse un tanto imperatore.— Rispondo ch'io non dico mai bugie, e ch'egli avea ricorsi a tutte l'ore per odii, per timor, per gelosie. Dame e serventi, come le formicole, volean dall'imperier cose ridicole.

74

Ecco di nuovo incomincia la tresca de' nascondigli e degli amor secreti. Terigi le minacce pur rinfresca, quando il garbuglio stran Rugger non vieti. Don Guottibuossi don Gualtier ripesca e trova scuse, e gridano tra preti: rattaccónanla un tratto, e quattro e diece; ma alfin non c'è piú stoppa né piú pece.

75

Era un dí di quaresima, e nel duomo per il predicator v'era gran piena, ché si teneva inarrivabil uomo per eloquenza e mente e voce e lena. Predicava ogni dí che il volean domo i suoi persecutor; ma:—La balena —dicea—non teme il morsecchiar de' granchi,— e Dio non vuol che l'uditorio manchi.

76

Un fraticel piú franco non fu visto. Usa argomenti e prove non piú intese. Saltava dalla passion di Cristo ad una descrizion del mal francese. Poiché dell'«attrazione» avea provisto e «parti eterogenee» il paese, e d'un trattato bel di notomia, faceva il crocione e andava via.

77

La «predestinazione» usava farla di sabato, perché gli altri oratori, non predicando il sabato, ascoltarla potessero con gli altri ascoltatori. Ma la ragion probabile, a pensarla, ch'ei spargesse di sabato i sudori, era ch'essendo solo quella volta, facea nel borsellin maggior raccolta.

78

Scrive Turpin che in questa sua fatica avea detta una cosa bella assai, cioè che Cristo nella storia antica a Pietro disse:—Tu mi negherai;— e che Pietro risposto avea:—Né mica; ciò che dite, maestro, non fia mai;— ma che Pietro alla fin l'avea negato, siccome Cristo avea pronosticato.

79

—E sapete perché—gridava il frate— Pietro avea detto il falso, e il vero Cristo? Questo fu: state cheti e m'ascoltate. Perché di Pietro piú ne sapea Cristo.— Turpino scrive che le sputacchiate, a questa distinzion tra Pietro e Cristo, furon tremila cento e settantotto, e che rise Dodon che gli era sotto.

80

Ma ripiglio la storia. Il fraticello de' costumi del secol predicava. Sedea Terigi proprio in faccia a quello, che con gli occhi suoi tondi l'ascoltava. Un sedil vuoto ha innanzi, e il frasconcello del guascon con disprezzo lo pigliava; gli siede avanti, e talor si volgea e lo guardava in viso, e poi ridea.

81

Parecchie asinitá, simili a questa, dice Turpin che gli andava facendo; ma l'ultima gli fu tanto molesta, che fu quasi per trarre un guaio orrendo. Una lettra il guascon poco modesta, che ancor fresco ha l'inchiostro, va leggendo, e la tien tanto aperta e sí palese, che leggerla potesse anche il marchese.

82

In fronte avea la lettera: «Cor mio!» il contenuto non lo voglio dire; basti saper che il fine era un addio da far di tenerezza un uom svenire. —Miserere di me, che mai vegg'io!— disse Terigi e si poté sentire; perch'ell'era una lettera, una manna, di pugno proprio della sua tiranna.

83

Non si ricorda piú d'esser in chiesa, né del predicador, né dell'udienza. Si leva e corre con la faccia accesa, come se lo cacciasse la scorrenza. Dá d'urto negli astanti e fa contesa; s'è scordato il «con grazia» e il «con licenza»: fece rivolta come un Truffaldino, arrabbiato, grassotto e piccolino.

84

Esce dal tempio alfine, a casa è giunto, e don Gualtier, suo mansionario, chiama. —Prete—gli disse,—è questo il duro punto, ch'abbandono Marfisa, che non m'ama. Non m'ama, mi tradisce! Son consunto: si freghi dietro il suo titol di dama. Véstiti in lungo tosto, e m'ubbidisci: questa scritta nuzial restituisci.—

85

Poi della lettra e del guascon sfacciato gli narra. Don Gualtier facea stupori: poscia in veste talare s'è avviato alla magion di Risa a far rumori; e poiché il caso e il comando ha narrato del padron suo, la scritta trasse fuori. Sopra d'un tavolin la pose, e poi volge le spalle e va pe' fatti suoi.

86

Bradamante è caduta in sfinimento; don Guottibuossi corre per l'aceto; Ruggero è saggio e prova un gran tormento: volea gridar, voleva starsi cheto. Marfisa seppe il fatto e, come il vento, spedisce Ipalca al guascone in secreto a dirgli che, se il mondo rovinasse, ella gli vorria bene, e ch'ei l'amasse.

87

Queste difficoltá, questi fracassi, questi accidenti grandi da narrarsi, eran per la bizzarra giuochi e spassi, perocché andava dietro a immaginarsi che nelle brutte e ne' talenti bassi la vita cheta sol potesse darsi. —Le marmotte—diceva—di pel tondo non sono buone a tener desto il mondo.

88

Chi ha merito—diceva—il mondo tiene sempre in discorso e in sé col guardo vòlto. Che dica bene o male, o male o bene, di questa cosa non mi curo molto. De' bacelloni han delle sciocche pene, ma i scempi non gli curo e non gli ascolto. L'invidia e l'ignoranza può contendere, ma il mondo è per metá sempre da vendere.—

89

Dalle commedie e da romanzi nuovi traea gran parte de' suoi bei riflessi. Nelle pubbliche piazze e ne' ritrovi, nelle botteghe, e tra birri e tra messi, si fanno ciarle intanto, e par che provi ognun che il caso nato ben non stessi, che buona cosa avea Terigi fatta e che Marfisa era una bella matta.

90

Di Filinor la voce universale dicea ch'egli era un cavalier briccone. Ei va pensando riparare al male: sfida Terigi con un cartellone; che scelga il campo e l'arma; che a mortale duello il vuol per la riputazione. Terigi, grasso, pigro e piccoletto, fu per morir quando il cartello ha letto.

91

L'onor non vuol che tardi alla risposta, né che ricusi la disfida certo; ma se guarda alla trippa mal disposta e ascolta il cor, si ritrova diserto. Chiama il prete Gualtieri:—Deh! t'accosta,— dicendo, ed il cartel gli dava aperto. Don Gualtier legge. Il caso del duello non vo' dirvi per or, ch'è troppo bello.

Il duello non segue per la mentedi don Gualtier. Marfisa è screditata.La corregge Ermellina. AgiatamenteGano sen muore in forma inaspettata.Bandito è Filinor: resta furenteMarfisa e fuor di modo disperata.A Turpino arcivescovo Ruggerochiede di porla a forza in monastero.

1

De' costumi del secol predicava il fraticel, se vi ricorda, ho detto. Pulitamente ogni punto toccava dell'andazzo vizioso maledetto. Nel suo quaresimal non si trovava sermon che fosse, come quel, diretto, della gola, dell'ozio e degli amori. Le costure scuoteva agli uditori.

2

Delle miglior cucine di Parigi, de' miglior letti e delle miglior tresche, de' luoghi ove scorrevano i luigi per gozzoviglie e per guanciotte fresche, dove dell'allegria sempre i vestigi, era, e del giuoco e delle piú dolci esche: avea 'l frate studiato in fra l'untume del secolo il sermon sopra il costume.

3

Donde sapea del secol la malizia, perché vivea nel secol veramente; ma al minacciar la divina giustizia, il secol si rideva apertamente; ché gli equivoci, i vini e la dovizia, ch'egli ogni dí cercava in fra la gente, facea che il detto: «Fa' quel ch'io ti dico, non quel ch'io fo» non s'apprezzasse un fico.

4

Turpin sotto al suo ricco baldacchino era nel duomo, e avea presso Dodone. Si volse a quel, dicendo:—Paladino, perdio! questo è un bel pezzo di sermone. Dovria pentirsi il secolo assassino a tai sudor di noi sacre persone. Parmi che passi delle vostre colpe questo sant'uom piú addentro che alle polpe.—

5

Dodon rispose:—Arcivescovo mio, del secol questo frate ha detto il vero; ma fatemi un piacer, se amate Dio: i vostri frati radunate e il clero, ché un giorno voglio lor predicar io, e facilmente di provarvi spero che il maggior mal, che nel mio secol sia, deriva dalla vostra sacristia.—

6

Turpin prudente e grave partí zitto con la sua cappa magna e il pastorale, dicendo:—Un bel tacer non fu mai scritto.— Benediceva il mondo universale, ed alla mensa vescovil, che vitto pareva d'Epicuro, la morale rammemora del frate, disprezzando gli stravizzi del secolo nefando.

7

Ma dove scorro? Io chiedo umil perdono a Turpin, che dal ciel forse m'ascolta. Altro non penso ed altro non ragiono che fatti da lui scritti quella volta. Ora a Terigi ritornar fia buono, che la disfida del guascone ha tolta a esaminar col cappellan, dicendo: —Tu vedi, prete:me tibi commendo.—

8

Prete Gualtier non era senza testa: conosce ben che il guascone era accorto; che il gradasso facea nella richiesta, perché Terigi era grassotto e corto. E disse:—Nulla non temete; a questa disfida io vi trarrò con lode in porto. Qui deluder convien l'arte con l'arte, come c'insegnan le moderne carte.—

9

Gli pose innanzi penna e calamaio, dicendo:—Quel ch'io detto voi scrivete.— Disse Terigi:—Io scrivo tutto gaio; ma pensa a quel che detti, caro prete.— Dicea Gualtier:—Ho il guascon nel mortaio. Scrivete pur, ché non vi pentirete.— E finalmente il buon Terigi scrisse ciò che volle Gualtier, che cosí disse:

10

«Io Terigi, marchese e duca e conte e signore di eccetera, al guascone Filinor dice ch'egli ha le man pronte al duello minacciato e lo spadone; che sceglie il campo, e fia di lá dal ponte, di Senna in sulle rive, al torrione; ma avverto Filinor che prima impari che i duelli non seguon che fra pari.

11

Voi del re Carlo Magno e imperatore di cavalier di camera nel posto siete, e persona pubblica; io signore privato son: sicché tutto all'opposto. S'io v'ammazzo, vedete in qual errore di lesa maestade incorro tosto. Nessun mi può salvar dalla rovina del fisco e della morte repentina.

12

Se voi mi trafiggete, io son privato: v'è assai piú facil rattoppar la cosa. Questa disuguaglianza è gran peccato e una sopraffazione vergognosa. Quando avrete l'incarco rinunziato, non sará la disfida difettosa; e allora al torrione oltre alla Senna v'attenderò diritto come antenna».

13

Scritta la lettra, diceva Terigi: —Non vo' mandarla, grida a tuo talento. Può rinunziare, e allor, per san Dionigi! venga a me l'olio santo pel cimento.— Dicea Gualtieri:—Io sfido Malagigi a ritrovar piú sano pensamento co' suoi dimon. Non abbiate paura, ché vi fa grande onor la mia scrittura.—

14

Questo viglietto il prete, buona lana, fe' che Terigi a Filinor spedisce. Al guascon la risposta parve strana: pensa e ripensa e nulla stabilisce. Lasciar l'incarco non è cosa sana; questa risoluzion forte abborrisce, perocch'è necessaria la prebenda: e par che la risposta non intenda.

15

Replica la disfida e chiama vile il marchese Terigi e poltroniere. Gualtieri è corbacchion di campanile: risponde che l'accetta con piacere; ma che rinunzi prima, s'è civile, il suo pubblico incarco all'imperiere, e poscia che sará di lá dal ponte, in sulla Senna, come un Rodomonte.

16

Comincia Filinor pubblicamente a narrar per la piazza le faccende. Terigi è in sull'avviso, e colla gente narra la sua risposta e si difende. Ognun gli dá ragione apertamente, e la bassezza del guascon riprende. Tutto Parigi entrato era in questione, e si dava al marchese la ragione.

17

Ne' pubblici discorsi la canzona finiva in sulle spalle di Marfisa. Se le metteva in capo una corona di pazza, d'immodesta e d'altra guisa. Si sa che, quando un popolo ragiona, ha piú valor chi muove maggior risa, né si guarda alla dama o alla plebea ne' titoli, ne' detti o nell'idea.

18

Se avea Marfisa amica donna alcuna, si potea dir che questa era Ermellina. La moglie del danese era quell'una che sola le poteva star vicina. Era una dama fatta in buona luna, che si piccava d'esser indovina, sincera, perspicace e di coraggio, atta a dar un consiglio molto saggio.

19

Sentendo il mormorio de' susurroni e lo sparlar contro Marfisa amica, aveva detto a parecchi:—Bricconi e della caritá gente nimica!— Poi per andare a far le ammonizioni, si fece portar via 'n una lettica, e le stimate fece con le mani, giunta a Marfisa, e disse:—Ho degli arcani.

20

Cara figliuola mia, tutto il paese discorre che Terigi t'ha piantata. Ma poco stimo il fatto del marchese: piú mi trafigge l'altra intemerata; ché mille lingue serpentine accese t'hanno assai malmenata e screditata. Si fanno sopra te discorsi orrendi, come se fosti qualche… tu m'intendi.

21

Queste imprudenze, questi nascondigli, il voler a tuo modo senza freno, le lettere amorose, i tuoi puntigli per certi Filinor sono un veleno; e désti a sospettar sino a' conigli, e a dir ch'è il tuon, dove appare il baleno. Io ti difendo, ma una lingua sola non può frenar d'un popolo la gola.—

22

Rispose allor Marfisa:—A modo mio la vorrò sempre; non son piú ragazza. Perché ho mente e intelletto e spirto e brio, dal volgo ignaro son creduta pazza; ma se innocente sono appresso Dio, non bado a' pregiudizi della piazza. Terigi, i maldicenti e le lor voci io tengo dove soffiansi le noci.—

23

L'Ermellina soggiunse:—Adagio un poco, cara sorella, non vi riscaldate. Con questo furor vostro e troppo foco, credendo farvi onor, vi rovinate. Gesú, Giuseppe e la Madonna invoco, e vi farò veder che v'ingannate, e che il vostro cervello ha un po' di vizio, credendo il mondo sempre in pregiudizio.

24

Sonvi tre leggi, e la divina è prima, la seconda è del re che ci corregge, forma il popol la terza in ogni clima; benché non paia, ella è purtroppo legge. L'ubbidir la divina e farne stima fa, dopo morte, Dio pel ciel ci elegge; chi la seconda offende, non fa bene, perché ha morte, prigione ed altre pene.

25

Gli offensor della prima, al pentimento, trovan misericordia ed han perdono. Il re pietoso, ed anche oro ed argento, fa cambiar la seconda nel suo trono. Se il popol giudicato ha il portamento di donna, d'uomo, o l'ingegno, non buono, perdio! s'è santo ed ha cervel divino, è un ladro, un traditor, un Truffaldino.

26

Le colpe innanzi a Dio non sono oscure, il re co' suoi processi le fa chiare; il mondo guarda, e fa sue conietture: dritte o torte che sien, vuol giudicare. E, verbigrazia, tu non vuoi misure nel viver, nel parlar, nel praticare; nel cor potresti anch'esser santa Rosa, t'ha giudicata il mondo un'altra cosa.

27

E se viver pur déi del mondo in mezzo con buona fama e con riputazione, s'ei col giudizio t'ha posta nel lezzo e sei del mondo in trista opinione, dell'innocenza attenderai da sezzo premio nel ciel, ma non fra le persone; né t'appagar di qualche riverenza d'adulazione o di concupiscenza.

28

Molto ben sa la legge nel suo core la maritata, che le pose il mondo; la sa la vedovella pel suo onore, e la fanciulla la conosce a fondo: ma la foia, il capriccio ed il furore, la vanitá mena la mazza a tondo; e maritate, vedove e donzelle spezzan le leggi e fabbrican novelle.

29

Un «costume novel» detto è l'abuso. Gli scrittoracci pieni di lussuria co' lor riflessi aiutano il mal uso, ' perché godon veder le donne in furia; e i giovinastri lor dicon sul muso ch'è sciocco pregiudizio il far penuria. Ma il mondo in pieno a chi non ha cervello, credi, Marfisa, dietro fa un libello.

30

Scommetterei, sorella, che se sposa t'esibisci al guascon, ch'è tuo piacere, la tua gioia, il tuo core, la tua rosa, e che speri che t'ami di sapere; ei rivolge il discorso ad altra cosa, facendo il sordo o albanese messere, ché quanto piú vizioso è l'uomo e franco, men vuol Marfise per ispose al fianco.

31

Credi alfin che la donna in suo contegno, che dello stato suo la legge osserva, laudata vien dal degno e dall'indegno, e general riputazion conserva. Questo sciôr matrimoni a un picciol segno e del proprio capriccio farsi serva, il cambiar Filinori a fantasia e il cagionar duelli, è una pazzia.—

32

Dall'Ermellina in fuori, la bizzarra un tal discorso non avria sofferto. In sulla lingua avea la scimitarra; pur disse cheta:—Io non credea per certo che mi veniste innanzi con le carra di riflession, ch'io dono al vostro merto. Leggi o non leggi, universale o mondo, io nulla intendo e nulla mi confondo.

33

Piú libera di me ne' portamenti è la duchessa Fulvia de' Migliori, e la reina Isotta fa portenti, e la marchesa Ilaria co' signori. —Allega delle matte piú di venti in tua difesa, alfin poco t'onori —disse Ermellina,—ch'anche i disperati dicon:—Non sarem soli in fra i dannati.—

34

Orsú, tu déi lasciar cotesta vita e devi Filinoro abbandonare. Pónti in contegno, ed a Terigi unita voglio vederti e il filo rappiccare. La giovinezza fugge, e quando è gita, sai che non suole addietro ritornare. Ti ridurrai vecchiaccia ricusata, abborrita, ridicola e muffata.—

35

Scrive Turpin che a questa volta sola pianse Marfisa assai dirottamente. Abbracciando Ermellina, la parola non potea sciôr pel singhiozzar frequente. Poi disse alfine:—Amica, la tua scola non voglio disprezzar, sarò prudente; ma dell'abbandonare il mio guascone io non ho cor per tal risoluzione.

36

Caro colui! Quegli occhi, i capei biondi, lo spirito elevato, l'eloquenza, que' sospir caldi, i sguardi moribondi, la franchezza, l'affabile presenza, le erudizion che vaglion mille mondi, quella non so qual nobile insolenza, quel sprezzar snello e quella maggioranza fanno che del cor mio non me n'avanza.

37

E' tiene un alfabeto regolato, co' nomi e colle nascite a puntino, d'ogni tenor, di qualunque castrato, e d'ogni ballerina e ballerino, e d'ogni cantatrice sa il casato, l'abilitá, la vita e il vagheggino; insomma un cavalier d'usanza nuova piú pulito di lui non si ritrova.

38

Dio ti dica per me se delle mode ei s'intende all'eccesso, e del buon gusto e delle acconciature e delle code, d'un abito, d'un drappo e d'un imbusto; se in un teatro sa chi merta lode, se d'un poeta sa decider giusto. Di Marco e di Matteo nelle riforme scopre il bel, vede il buono, è a me conforme.

39

Ponlo con un cattolico, è cristiano; ponlo con un eretico, ei s'adatta; con un pagano, e' par nato pagano; con un giudeo, giudeo sembra di schiatta. Accorda tutto, è universale e piano, e veramente sa come si tratta; coltiva tutti, con ognuno è amabile, e infine è un uom moderno, inarrivabile.

40

Io non posso, Ermellina; ti prometto che sono indiavolata per colui: non lascerò giammai quel caro oggetto; mai piú, Ermellina, d'uom sí cotta fui. Se tu provassi il foco c'ho nel petto per le bellezze, per i merti sui, tu piangeresti e mi compatiresti, e per compassion m'aiuteresti.—

41

E qui Marfisa al collo d'Ermellina piangeva e singhiozzava amaramente. L'altra avea la corata tenerina, e sapea ben che Amore era possente; donde, commossa, scorda la dottrina, comincia a lagrimar dirottamente, e quando il singhiozzar le permettea: —Convien lasciar… convien lasciar…—dicea.

42

Marfisa sempre va crescendo il pianto, dicendo:—Io non lo posso, ché son morta.— Intenerisce l'altra, che altrettanto apre a un ruscel di lagrime la porta. Ma finalmente disse:—Vedo quanto sei spolpata d'amore; ti conforta. Io scopro che a guarirti le parole son vane e che un miracolo ci vuole.

43

E però del caffé, del cioccolate io vo' mandare a certe donne sante, acciò con le preghiere infervorate ti facciano scordar cotesto amante; ed io per tre domeniche ordinate farò la comunion santificante. Tu alla sacra famiglia fa' orazione, e t'uscirá dal cor questo guascone.—

44

Marfisa alle sue massime rispose pazzi detti del secolo d'allora, che gliOttimismie l'altre opre famose le avean mandato il cerebro in malora. L'altra le mani agli orecchi si pose fuggendo, e credo ch'ella fugga ancora, maledicendo l'ozio, gli scrittori, il costume novello e i Filinori.

45

Quel di Guascogna intanto al torrione di lá da Senna ogni dí passeggiava: con lungo spaventevole spadone, per far duello, il marchese aspettava. Il marchese alla corte di Carlone, a veder se l'incarco rinunziava, manda ogni giorno; e pur lo trova saldo, e lascia che passeggi nel suo caldo.

46

Poi di soperchiator gli dá la taccia e lo predica vile e prepotente. I paladini con scoperta faccia condannan Filinoro apertamente. A poco a poco fuggon la sua traccia; dove son, non lo vogliono per niente; come un codardo, un messo, un contadino, non l'accettano piú nel lor casino.

47

Per sua maggior sventura il conte Gano, suo direttore, a novant'anni giunto, per il catarro è a letto, dalla mano del medico sfidato, al duro punto, né se gli può parlar, perché il piovano, che con l'estrema unzion giá l'aveva unto e gli accomanda l'anima, dicea che andarlo a disturbar non si potea.

48

Berta piangente e mezza in sfinimento dicea che certo ella gli andava dietro, che si sentia nel cor presentimento, che non potea soffrire il caso tetro; e poi chiede al piovan se testamento faceva il conte Gano, e di qual metro, soggiungendo:—Piovano, io sono certa che gli ricorderete la sua Berta.—

49

Il piovan rispondea:—State pur cheta, ch'egli ha disposto con somma prudenza. Un'anima di Dio, né piú discreta, non ho trovata in altra mia assistenza. Gran confession da dottor, da profeta! gran sottile, illibata coscienza! Ma giá sapete in quanta divozione faceva ogni otto dí la comunione.—

50

Gano il suo testamento avea rogato, e istituita una mansioneria perpetua nel piovan che aveva a lato, e in quello che inpro temporefaria. Per ogni messa ordinava un ducato; e inoltre un funeral commesso avia di quarantotto torcie di gran peso, incerto pel piovan di zelo acceso.

51

Trecento preti aveva anche ordinati, e a ciaschedun di tre libbre un torchietto, duemila sacrifizi celebrati lo stesso dí ch'entrava in cataletto. Infiniti legati a preti, a frati. Della disposizione il resto ometto, ché basta il dir del testamento quanto vi fa veder che Gano è morto santo.

52

Il Maganzese mille tradimenti aveva fatti e usate sodomie, mandate in chiasso e in preda a' malviventi le stuprate donzelle e per le vie, ed infamati avea mille innocenti, e fatti usurpi e truffe e ruberie, né verbo si leggea nel testamento di rifar danni o di risarcimento.

53

Lo volle morto Dio di novant'anni sul letto ed affogato dal catarro; ed i sacri leviti in grand'affanni la santitá di lui misero in carro. Deh, lettor mio, non creder ch'io t'inganni; Turpin lo scrisse, io quel ch'ei scrive narro: che al seppellir di Gano un cieco nato guarí, perché il suo corpo avea toccato.

54

Sappiam che Dio per sua misericordia talora a' tristi lunga etá concede, perché con lui si mettano in concordia un giorno o l'altro, e questo abbiam per fede. Ma lo star con Gesú sempre in discordia, testando alfin come di Gan si vede, prete Turpin può ben scriver miracoli, non porrei Gano mai su' tabernacoli.

55

Morto Gano, il guascon divenne come un uom storpiato a cui la gruccia è tolta. Ognuno a modo suo gli cambia nome, e in ridicol lo mette e non l'ascolta. Un fulmine gli venne in sulle chiome, ch'ogni fortuna sua gli ebbe sepolta, perché una legge nuova è fuori uscita, che i duelli bandia, pena la vita.

56

Contro la legge egli era sfidatore: fu rilasciato l'ordin di pigliarlo. S'avvide il furbo, e di Parigi fuore fuggí né si poté piú ritrovarlo; e fu bandito come traditore, con taglia a chi potesse ghermigliarlo. Marfisa, come il bando udí gridare, voleva alla cittá foco appiccare.

57

Se mai le lingue a screditar la dama s'erano per lo innanzi affaticate, in cento doppi al bando ognun l'infama, narra le storie vere e le sognate. L'infelice Rugger per la sua fama don Guottibuossi chiama a sé, l'abate. Il prete ha stabilito poco innante una risoluzion con Bradamante.

58

E disse:—Per tôr via peggior vergogna, che potria far Marfisa al nome vostro (ch'io so ch'ella è disposta e ch'ella agogna fuggir di notte dietro al suo bel mostro), far istanza a Turpino vi bisogna che a ficcarla v'aiuti in qualche chiostro. Dalla man vescovile ivi serrata, crepi di rabbia, giovane o invecchiata.—

59

Piacque il consiglio al buon Ruggero, e tosto andossi all'arcivescovo Turpino. E le preghiere e il desiderio esposto, Turpin rispose:—Caro paladino, io veggo a gran cimento tu m'hai posto: conosco di Marfisa il cervellino, e temo esporre a troppo grave rischio le monachette con quel bavilischio.—

60

Era Turpino un vecchierel scarnato, con naso grande, adunco e pavonazzo, ciglia avea grosse e collo sperticato, come un Scipio African d'un tristo arazzo. Piccoli ha gli occhi, il mento in su voltato: nel ragionar faceva un gran rombazzo, ché voce grossa aveva, ed i polmoni robusti ancora a spinger paroloni.

61

Non avea grande acume, tuttavia era un gran parlatore, era zelante. Avea di scriver sempre fantasia, ed ha gran fogli e calamai davante. Con poca lingua e poca ortografia scrivea la storia di Carlo regnante, la qual fu poscia per tant'anni tema a' gran poeti, or è del mio poema.

62

Seguendo con Ruggero il suo discorso, con voce grossa e da gran zelo acceso, disse:—Rugger, tu mi chiedi un soccorso, che infinite persone hanno preteso; né so come il costume sia trascorso ad una corruzion di tanto peso. Omai fratel né padre di famiglia alla suora comanda od alla figlia.

63

Infin che in fresca etá ne' monasteri si mettan le figliuole o le sorelle, a questo condiscendo volentieri, so che l'han care anche le monacelle. Ma che voi, conti, duchi e cavalieri, disperati per mille taccherelle, vogliate ch'io le chiuda di trent'anni, perdio! convien per forza ch'io m'affanni.

64

O tristo esempio certo o poca testa inauditi disordini cagiona. Un figliuol giuoca, quell'altro s'impesta, l'altro prostituisce sua persona: de' padri un si percuote, un si tempesta, né in casa posson far correzion buona; ma sturban contro a' figli dissoluti la maestá del re, perché gli aiuti.

65

Per le fanciulle matte ogni momento si chiede asilo a' vescovi nel chiostro. Dove avete il cervello e il pensamento, che non possiate comandar sul vostro? Ma la vera ragion, per quel ch'io sento, della rivoluzion del secol nostro, è il costume novel, l'ozio, gli amori, e la vita epicuria e gli scrittori.

66

I capi di famiglia e i padri omai non possono por freno a' figli loro, perché difetti han sulle chiappe assai, e divenuto è vil castrone il toro. Chi ha la coscienza lorda, guai! poco poi vale a fare il Boccadoro sopra le mogli e sopra le figliuole. Ognun si ride, e poi fa ciò che vuole.

67

E passa il vizio per ereditade di madre in figlia e di padre in figliuolo. Invero io veggio cose per le strade, ch'io tiro salti come un cavriolo, perché a' miei giorni erano cose rade, ne' piú rimoti nascondigli solo; e vorrei divenire e cieco e sordo, quando i nostri bei tempi mi ricordo.

68

Ben sai, Rugger, che storico son io de' fatti del re Carlo e de' campioni. Quand'io confronto i fatti vecchi e il mio scriver novel, mi triemano gli arnioni. L'imbroglio nel qual sono, lo sa Dio, nel porre a libro le novelle azioni. Il lusso, l'ozio ed il costume tristo forman casi ridicoli, per Cristo!

69

Son ridotto a notar: «Nel tal millesimo le donne si tagliâr corti i capelli. Del tal la moda non volle il medesimo; lunghetti e pengiglianti volle quelli. Nel tal fatti in cignone sul battesimo. Nel tale co' bonè, poi co' cappelli; e i merli si cambiâro in «milionetti», e fûro a mostra i tettaiuol de' petti.

70

Re Carlo fece una festa da ballo; il duca Astolfo ebbe il piú bel vestito; il miglior danzatore senza fallo fu il marchese Olivieri a quell'invito. Del tal anno correva il color giallo, e del tale il cilestro fu gradito. Il guernire a gallon divenne gramo: fu moda lo scarlatto col ricamo.

71

Sessantadue paladini il tal anno abbandonâr delle servite il fianco; parte per gelosia, chi per inganno, e chi perché il borsel gli venne manco. Mille famiglie l'altro ebbero il danno, pel lusso e pel puntare e pel far banco, pel far de' scrocci e prendere ad usura, di fallire e ridursi alla verdura».

72

Piú oltre non vo' dir della materia, ch'oggi forma la storia del re nostro; dico sol ch'è ridotta una miseria, ch'io mi vergogno a consumar l'inchiostro. Ma sopra tutto la faccenda seria, cambiati paladini, è il fatto vostro, e che in casa pel figlio e per la figlia e per la suora non abbiate briglia.—

73

Era Turpino rigonfiato e avria quattr'ore ancora seguitato a dire. Era stanco Rugger e disse:—Via, o tu mi vuoi o non vuoi favorire. Non so come ti venga bizzarria di rimprocciare il nostro poco ardire, l'obbligo che conviene e che ci tocca. Ricúciti una spanna della bocca.

74

Ché non raffreni tu molti pretacci, che son sotto la tua giurisdizione, sfrenati, puttanier, peccatoracci, che insidian le moglier delle persone, zerbini, ignoranton? ché non gli spacci con la censura e con la sospensione? Ché Gesú Cristo è omai giunto alle mani di peggior genti degli ebrei marrani.—

75

Se Turpino avea naso pavonazzo, a questa volta se gli fece nero. Comincia i piedi a batter sullo spazzo, e a gridar forte:—Oh, corpo di san Piero! Oh! io fo bene assai, se non impazzo per le parole che tu di', Ruggero. Che non fec'io per porre i preti a freno con duemila decreti o poco meno?

76

Minacce, sospension, che vaglion mai in questo nostro secolo meschino? Don Berto dice:—Grida, se tu sai, ch'io sto in casa d'Astolfo paladino.— Don Martin dice:—Io bado bene assai; son mignon di Baiona d'Angelino.— L'altro di Berlinghieri è creatura, e delle correzion non ha paura.

77

Gli sospendoa diviniso la messa: dicon che loro era cosa molesta; o spinto dal furor d'una contessa, vien qualche duca a rompermi la testa; e venti e trenta e cento ed una pressa, mi strapazzano alfin con gran tempesta: convien che il prete la sua messa dica, s'io non vo' morir martire all'antica.

78

E tu sai ben, Rugger, che in casa tieni don Guottibuossi, prete alla moderna; e vita contro me vuoi pur che meni, che serva dama e vada alla taverna; né ti vergogni e improverar mi vieni! Or ti castiga la bontá suprema.— Volea piú dir Turpin, ma quel di Risa replica che l'aiuti per Marfisa.

79

E finalmente Turpin di buon core l'ordine diede che Marfisa fosse accettata in convento a certe suore, e per farlo eseguir Rugger si mosse. Sapea ben ch'eseguito con amore non saria, donde un gelo avea per l'osse. Come in questo la dama fosse còlta, ho stabilito dirlo un'altra volta.

Di prete Guottibuossi un stratagema caccia Marfisa in monastero; e in questo tra le monache e quella, che non trema, nasce un combattimento poco onesto. A Terigi il decoro e l'util scema; gli vien promosso un piato assai molesto. Diconsi alcune cose de' scrittori, poi del guascon ch'è di Parigi fuori.

1

Io non saprei ben dir da che nascesse la ragion de' rimproveri in que' tempi, e perché l'ecclesiastico dicesse con fondamento a que' del secol «empi», e perché il secolare anch'egli avesse ragion di taccia a' direttor de' tempi. Non avea torto il vescovo Turpino, e non l'aveva Rugger paladino.

2

Mancava la pietá ne' secolari, in conseguenza l'util della Chiesa. I preti, bisognosi di danari, si davano alle truffe alla distesa e a mille azioni indegne de' collari, perch'ogni dí necessaria è la spesa. Ne' secolar lo scandol s'aumentava, e il pio tributo ognor si scarseggiava.

3

Donde cresceva sempre maggiormente ne' religiosi l'arte e la magagna, Il secol diveniva miscredente, e sempre piú volgeva le calcagna. Cosí il disordin reciprocamente era omai divenuto una montagna. Avea ragion Turpino alla questione, e Rugger paladino avea ragione.

4

Mi converria saper finoab initiochi fosse primo, il secolare o il prete, a dar cagione al mal, cadendo in vizio, per dar sentenza; e so che m'intendete. Ma io non voglio far cotesto uffizio di veder chi fu il primo nella rete, perocch'ella saria parte odiosa. Orsú, non farò mai cotesta cosa.

5

Rugger, don Guottibuossi e Bradamante sopra tre scranne in una cameretta consiglian come quella stravagante si potesse cacciar nella celletta, perché il farla pigliar da un arrogante, da tre, da quattro, e farla annodar stretta e portarla in convento, non va bene, ché farebbe una scena delle scene.

6

Dicea Rugger:—Io mi sento che scoppio.Che direm, Guottibuossi, e che faremo?—Bradamante dicea:—Diamle a ber oppio,e addormentata via la porteremo.—Dicea don Guottibuossi:—Ho un pensier doppio;lasciate ch'io il maturi, e parleremo.Tutto ha rimedio fuor che il collo in pezzi.—Bradamante l'aiuta co' suoi vezzi.

7

Nota, lettor, che l'ordine Turpino a Fiordiligi in scritto aveva dato d'accettar la Marfisa al suo destino, purché Rugger la porta abbia pagato. Fiordiligi moglier d'un paladino fu un tempo, ma Gradasso l'ha ammazzato in Lipadusa a tradimento ed arte, detto, come si legge, Brandimarte.

8

Morto il consorte, questa vedovella avea fondato un certo monastero, e aveva pianto per tre giorni in cella, la tonaca vestendo e scotto nero, col voto di lasciar la vita in quella. Dopo tre giorni ebbe un altro pensiero, ma non fu poi rimedio a cambiar vita; donde viveva monaca pentita.

9

E perch'ell'era fresca e parlatora, mille visite aveva ogni momento. Grandi aderenze ha per Parigi e fuora, per utile ed onor del suo convento. Scrivea de' vigliettin quaranta all'ora; protegge il concorrente e il malcontento; raro era quel raggiro entro a Parigi ignoto all'abadessa Fiordiligi;

10

ché quasi in tutto ella metteva mano. Certi avoltoi pretini espiatori tenea de' casi, e qualche altro cristiano pratico de' secreti de' signori; e comandava come un capitano, quando voleva cariche o favori; e quando un uom voleva rovinato, ei fuggía per non essere impiccato.

11

Don Guottibuossi avea pensato molto, e disse alfin:—Fiordiligi abadessa potrebbe il tordo aver nel laccio còlto senza tanti romori e tanta pressa, se a scrivere un viglietto avesse tolto, con certa menzognetta dentro messa; cioè ch'ell'ha novelle del guascone da darle occulte ed in confessione,

12

e che Marfisa nel convento aspetta secretamente e in somma gelosia. Data in nascosto questa polizzetta a Marfisa, son certo, ella va via; quand'ella è dentro poi, si chiude in fretta l'uscio del chiostro con gran leggiadria. Cosí, senza romori e forza al caso, il topo è nella trappola rimaso.

13

Difficile è il ridur, come vedete, Fiordiligi alle cose che ho pensate; ma sono amico assai d'un certo prete, il quale è confidente d'un abate; questo comanda a un venditor di sete, e questo a una puttana, e questa a un frate; il frate poi della badessa è tutto: donde farem maturo questo frutto.—

14

Difatto il cappellan dal prete è gito; il prete coll'abate fece motto; l'abate col mercante ha stabilito che si mettesse la puttana sotto; e quella indusse il frate al suo partito. È ver che ci fu in mezzo anche un borsotto; ma non si sa se questo andasse in mano alla puttana, al frate o al cappellano.

15

Basta che Fiordiligi fe' tenere alla bizzarra il vigliettin che ho detto. Marfisa n'ebbe un lago di piacere; da' piè le corse il sangue all'intelletto; e non aspetta altro messo o corriere, ché del guascon ragionava il viglietto e le dicea: «Venite tosto e sola, ch'io v'ho a dir molto grata una parola».

16

Era il meriggio, era di maggio il mese, il foglio a pranzo invitava la dama. Sappi, lettor, se tu non se' francese, che a Parigi non s'usa quella trama di proibir, come in altro paese, d'andar nel chiostro a visitar chi s'ama. In qualche giorno questo vien permesso: correa quel giorno libero l'ingresso.

17

Mette il zendal Marfisa in sulla testa, facendo «bao bao» col suo ventaglio; giugne al convento, e la campana presta tira, e gran picchi fe' dare al battaglio. La portinaia, suor Maria Modesta, correva al bucherello in gran travaglio, ch'una seconda scossa sí villana potea gittare in pezzi la campana.

18

Vide Marfisa, e presto apre la porta, ché avea precetto della superiora; poi chiude l'uscio e le fa innanzi scorta, e la conduce come traditora. Marfisa va che il diavol ne la porta; di saper del guascon non vede l'ora: ben cinque porte dietro le son chiuse, né cerca lo'mperché, né chiede scuse.

19

Cosí la quaglia maschio, dal quaglieri e dalla quaglia femmina disposta, seguendo il canto, cieca volentieri entra sotto del bucine a sua posta. Nessuno al suo viaggio andò leggeri quanto Marfisa, che al laccio s'accosta; la mente fitta aveva nel guascone, entrando sotto al bucine in prigione.

20

In una stanza la badessa stava con parecchie sorelle intornovia. Marfisa la baciava e salutava, e basso le diceva:—Andiamo via.— Fiordiligi in sul grave si rizzava, e disse forte:—Sappi, figlia mia, io deggio dirti questa cosa sola: che fuor di qua non esce chi non vola.—

21

Le sono intorno l'altre monacelle, dicendole che avesse pazienza, e s'inchinasse al cielo ed alle stelle che l'avean sentenziata in penitenza. Marfisa guarda queste e guarda quelle. —Che penitenza?—disse—che sentenza?— E non potea rassettar nella mente, che le avvenisse il caso impertinente.

22

Poi, vòlta alla badessa, riscaldata: —Io venni per saper di quell'amica —disse,—per quella lettera mandata, che voi sapete senza ch'io vel dica.— Rispose la badessa sussiegata: —Quello io vi scrissi per scansar fatica, ma brievemente la storia sincera, Marfisa, è che voi siete prigioniera.—

23

Nessun può col cervello immaginare biscia, serpente, tigre o lionessa, che alla bizzarra possa somigliare, all'ultimo parlar della badessa. —Perdio, pelate—cominciò a gridare,— ch'io sarò a pezzi, a spicchi, a quarti messa; se foste mille, non avrò paura: non mi terrete dentro a queste mura.—

24

E cominciava a correre alla porta. La badessa gridava:—Suore, all'erta!— Le suore l'una l'altra si conforta; corron perché la porta non sia aperta. Spingon Marfisa a terra; ella è risorta, e co' punzon le monache diserta, lacera bende e scinge e strappa tonache. Non so spiegar le strida delle monache.

25

Son corse le converse di cucina e quelle che nell'orto stan zappando. Col pastorale, come una gallina, sta la badessa altera crocidando. La vecchiarella vicaria, meschina, con una sua reliquia sta segnando. La sacristana un cingol ha di prete; grida lontan:—Vi lego, o v'arrendete.—

26

A Marfisa il zendale è gito a terra: tre suore in quello sono incespicate. Cadute, alla bizzarra fanno guerra con graffi e morsi, alle gambe attaccate. Marfisa un Cristo appeso al muro afferra e loro dá di gran crocifissate. Ma s'accrescevan sempre le milizie: son giunte la maestra e le novizie.

27

E tredici fanciulle piccioline, di quelle che s'appellano educande, vedendo le lor zie nelle rovine, facean piangendo uno strillar ben grande. Marfisa, schiaffeggiando le vicine, promette alle lontane le vivande, ed era giunta alla seconda porta: la badessa di stizza è mezza morta.

28

E grida:—Su! pigliatela, da parte del padre del nostr'ordine, Agostino. Maledetti i comandi che comparte quel rantacoso vescovo Turpino!— Si difende Marfisa piú che Marte, e giá il terz'uscio avea quasi vicino; ma la rabbia e il calor della contesa fe' che un effetto isterico l'ha presa.

29

Caduta per gli effetti matricali, comincia a fare il solito lavoro di stringer denti e scorci corporali, e d'altre cose contro al suo decoro. Le suore erano avvezze a questi mali; spesso cadeva in quelli una di loro. Ringraziando di ciò Dio benedetto, portarono la dama in sur un letto.

30

Tre ore a trattenerla ebbon faccenda, perché le poppe non si lacerasse. So dir che tutte avean molle la benda di sudor, spezialmente quelle grasse. Alfin riscossa convien che s'arrenda Marfisa, c'ha le membra troppo lasse. Le monacelle stanche, stizzosette, intuonaron di molte predichette.

31

Vanno rimproverandole la vita, gli amori e il mal costume, che seguia; dicendo che dal secolo tradita era, perocché il secolo tradia. Marfisa non può muovere le dita, ma la lingua robusta in bocca avia; e poich'ebbe sofferta alcuna cosa, si volse e disse irata e furiosa:

32

—Non mi seccate piú, stolide, sciocche, con tali vostre scempie dicerie. Altro ci vuol che queste filastrocche, a convincer di torto le par mie. Se poteste parlar con quelle bocche che avete in core, disperate arpie, del secol parlereste d'altra norma, e della sua materia e della forma.

33

So che date nel cor maledizioni divote a chi vi chiuse, a tutte l'ore; e quando recitate le orazioni, la peste a Dio chiedete al genitore; e con gli amori e con le tentazioni disperar spesso fate il confessore; e quando una vi parla del marito, non vorreste il discorso mai finito.

34

Come la volpe le ciregie sprezza che sono in cima troppo e non le arriva, voi, che siete legate alla cavezza, sprezzate il secol che di sé vi priva. Per invidia, con voi nella sciocchezza tirar vorreste ogni donna che viva, e per ridurvi in copia senza fine dove disperazion vi manda alfine.—

35

Era quivi in disparte certa suora, che al romore, alle cose, al parapiglia, non s'era mai degnata d'uscir fuora, come chi saviamente si consiglia. D'una bellezza è tal, che, se in un'ora la descrivessi, farei maraviglia: bianca, ben fatta, giovine, d'un viso, d'un occhio, d'un guardar di paradiso.

36

Se le scolpiva in faccia dell'interno la contentezza, la quiete vera; al piú cocente state, al peggior verno, godea quella forte alma primavera. Conoscea veramente che l'eterno Bene desiderabile, e solo, era. Raccolta mai per monaca richiesta non avea detto il ver siccome a questa.

37

Al ragionar furente di Marfisa, bizzarro ed empio e scandaloso e forte, disse all'altre sorelle in questa guisa e alla badessa, c'ha le luci torte: —Suore, scorgete mai ch'ella è divisa dal pensar dritto? usciamo delle porte, e lasciatela in pace, ché i rimbrotti fan mal peggiore ne' cervei corrotti.

38

Queste parole, ch'ella ha dette, sono de' libri suoi moderni, che l'han guasta; insegnamenti che le han dati in dono gli spirti forti di novella pasta. Ugualmente a' conventi è il secol buono, ma la rete oggi in quello è troppo vasta. La rabbia, ch'ella or prova, e la vergogna son frutti del suo secolo carogna.

39

Tutte dinanzi al Crocifisso nostro andiamo ad intuonare ilMiserere, perché la sventurata questo chiostro soffra con pace, e a noi la lasci avere.— Marfisa ha nero il cor piú che l'inchiostro: la rabbia l'avea priva del vedere. Le monachette dietro a quella santa andâro a salmeggiar dove si canta.

40

Questa giovine bella, e raro esempio nel secolo d'allora pestilente, piú satirette addosso di qualch'empio aveva e biasmi, se Turpin non mente. Diceasi ch'ella avea un cervel scempio, la macchina insensata interamente; che, non sentendo stimol di natura, nulla valea la sua santa bravura.

41

Una postilla in certo testo a penna trovo: che di Parigi ella non era, ma da Vinegia giunta in sulla Senna, e volontaria fatta prigioniera. La storia d'essa un'altra cosa accenna, cioè che con pretesti una gran schiera d'abatin, per vederla, ogni momento crollava la campana del convento.

42

E questo degli abati sará vero; ma ch'ella fosse veneziana nata non posso rassettarlo nel pensiero, poich'ella avea la macchina insensata. In quel clima non nasce di leggero scempi cervelli o carne raffreddata; donde penso: o Turpino il falso scriva; o ella non fu veneta, o fu viva.

43

Per ripigliare il filo della storia, non è da dimandar se i parigini san di Marfisa il caso alla memoria, o se lo narran per i botteghini; ma perché, quando s'è suonato a gloria, cambiasi il suon ne' vespri e mattutini, comincia a far compassion Marfisa, e fannosi discorsi d'altra guisa.

44

Sul marchese Terigi poco a poco tutte le lingue volsero il furore. —Che gran soggetto da far tanto foco —diceasi—pel decoro e per l'onore! Si sa che l'avol suo faceva il cuoco; suo padre di Martan fu servitore, e ch'egli fu d'Orlando lo scudiere, e non è uscito ancor di gabelliere.

45

Finalmente Marfisa era una dama, che cominciava a far la sua famiglia. Amori o non amor, fama o non fama; che gran soggetto! che gran maraviglia! Gran novitá, la moglie che cento ama fuor che il marito, da inarcar le ciglia! Terigi la fenice esser dovea, ch'una consorte tutta sua volea.—

46

Come l'olio, facevano i parlari, che sopra d'un mantello sia caduto; s'egli è una stilla, non istá poi guari che si dilata e una spanna è cresciuto. Con tutti i suoi poderi e i suoi danari, odioso è Terigi divenuto: dall'odio nasce la persecuzione; se dice ilCredo, non ha piú ragione.

47

La famiglia di Risa e gli aderenti, quella di Chiaramonte e di Mongrana, che aveano innumerabili parenti, suonan sopra al marchese una campana, che lo faceva digrignar i denti, arrabbiar, dormir poco e aver mattana; e sopra tutti gridava Rinaldo: —Io vo' ridotto al verde quel ribaldo!—

48

E co' suoi contrabbandi a Montalbano manda in rovine le gabelle sue; introduce ogni merce da lontano, tal che son rinvilite il sei per due. Terigi se ne appella a Carlo Mano, e finalmente rimaneva un bue, ché nulla si faceva, e in conseguenza l'util n'andava in somma decadenza.

49

Aggiungi che quattordici villani con autentiche carte hanno provato che discendean da' suoi cugin germani, i quai comune aveano avuto stato col padre suo, senza far con le mani o con la penna parte od accordato, e ch'ei non s'era emancipato mai; dond'essi avean pretensioni assai.

50

Quattordici porzion nel patrimonio voleano di Terigi i villanzoni, ed hanno un avvocato, ch'è dimonio e molto ben contesta le ragioni. Terigi s'accomanda a sant'Antonio per assistenza e carte e testimoni; ed ogni volta ch'uno all'uscio picchia, teme una citazione e si rannicchia.

51

Don Gualtier cappellan lo confortava, e dice:—Io me ne intendo di litigi. Infin ch'io vivo—e il petto si toccava, non temete avvocati di Parigi. Io penetro nel centro della fava, so del merto e dell'ordine i vestigi. Lasciate che gambettino i forensi; le vostre facoltá son ben castrensi.

52

Invirga ferreaci difenderemo; ma convien spesso tener buon consiglio, perch'ogni picciol passo, che faremo, causar può, s'egli è falso, del scompiglio.— Il marchese dicea:—Va ben; ma temo questo andar allo scrigno, caro figlio, e questo far consulti ogni momento faccia che alfin la lite sia di vento.—

53

Prete Gualtieri andava nelle furie quando sentiva questa economia, gridando:—Eh! ci vuol altro, nelle curie, che idee meschine e che spilorceria.— E poi Terigi carica d'ingiurie: minaccial di lasciarlo e d'andar via, dicendo:—Trovate altri direttori, che sperimenterete traditori.—

54

Il marchese, che al fòro era ignorante, avea nel prete ogni speme, ogni fede. Gli avria baciato peggio che le piante, quando ch'ei voglia abbandonarlo crede; e gli dicea:—Non esser sí arrogante. Gesú Maria! don Gualtier, giá si vede ch'io non so quel che fo né quel che dico. Pregato, il prete gli tornava amico.

55

Cosí traendo il sangue al meschinello, ragion non gli rendeva mai del speso, dicendo:—Anzi n'aggiunse il mio borsello, siccome un giorno il conto v'avrò reso.— Terigi era per perdere il cervello; spesso da sé ragiona e sta sospeso. I drappi gli eran larghi tutti quanti, vuote aveva le guance e pengiglianti.

56

Pel matrimonio, ch'era andato a monte, il Gratta, stampator delle raccolte, chiedeva il prezzo, e sudava la fronte a lagnarsi col prete molte volte. Diceva il prete:—E' convien che tu smonte, perché le nozze sono andate sciolte. Vendi i tuoi libri a peso o in su' banchetti: vuoi tu che noi turiam d'essi fiaschetti?—

57

Marco poeta s'era consumato a far canzoni e la dedicatoria, e il regalo promesso gli è negato, donde pareva fuor della memoria. —Corpo di Bacco!—giura in ogni lato— del primo mio romanzo nella storia vo' metter la persona del marchese in vista da far ridere il paese.


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