Col suo guascon alla conversazione giunge Marfisa, e per la concorrenza di custode al sigillo uffizi espone per Filinor con vezzi ed insistenza. Angelin di Bellanda anche persone ha, che chiedon per lui palle e assistenza. Ardono i due partiti ed al cimento si chiudono i votanti al parlamento.
1
Lettor mio, se tu sei qualche soldato, amator degli antichi romanzieri, il tardar di Marfisa avrai pensato forse per arme o casi orrendi e fieri. Se tu se' ipocondriaco, immaginato averai febbri, coliche e cristeri. Se prete o frate all'antica e de' buoni, ritardi per rosari ed orazioni.
2
Se donna, acconciar nuovo di capelli, disposizion di fiori con dottrina. Dovresti dar nel segno piú di quelli; ma pur non posso dir tu sia indovina. Se ti ricordi i costumi novelli, la bizzarria di quella cervellina, dirai che la trattien, piú ch'altra cosa, qualche avventura fresca ed amorosa.
3
Quel Filinor di Guascogna nel core l'era rimasto fitto e ribadito, e la conversazion scacciata ha fuore di quel buon uom Terigi, suo marito. —V'andrò—diss'ella—ma senza furore;— e fermo aveva e preso per partito di non andarvi risolutamente senza quel nuovo cavalier servente.
4
—Io m'annoio—dicea—fuor di misura senza un uomo di spirito al mio fianco, perocché Dio m'ha data una natura, che il nero sa discernere dal bianco. Io ho d'intorno una certa mistura di cavalier, co' quali io svengo, io manco, con certi magri detti e certi sali, che desterien gli effetti matricali.
5
Non c'è rimedio, caso o forma o via, ch'io possa sofferir cotesti allocchi, o sia ch'io non gl'intenda, o vero sia che non intendan essi ciò ch'io tocchi. Altro non c'è che la prudenza mia, talor, che mi trattenga, e non trabocchi e non gli mandi con le mostacciate a intrattener le monache alle grate.—
6
Avea Marfisa una sua cameriera molto fedele alle cose importanti, che portava le lettere la sera, dicendo ilMiserere, a' suoi galanti. Ipalca ha nome, e talor si dispera, perché i viaggi eran lunghi e pesanti. A questa un vigliettin diede, e mandava a Filinoro a dir che l'aspettava;
7
che non partia per la conversazione, se non venía, ché molto ad esso inclina. Ipalca in testa a rovescio si pone una sua cottardita, e via cammina. Giunse assai tardi a casa Ganellone, che va dicendo laSalve Regina, e a tutti gli altarini che ha trovati, dueCrediginocchioni ha recitati.
8
Giunta a Gano, dimanda il forestiere, e il vigliettino gli metteva in mano. —Per l'amor di Maria—dicea,—messere, venite via, se siete buon cristiano.— Filinor lesse ed ebbe un gran piacere, e disse:—Io vengo;—e prima volle a Gano la carta e l'avventura far palese, per non disalvear dal Maganzese.
9
Ganellon traditor (che in suo segreto era peggior del vaso di Pandora, ed a' scandali sempre andava dreto, come la gatta al lardo ch'assapora) Ruggero odiava, e avea posto divieto a matrimoni di Marfisa ancora. Vide che in Filinoro gli ritorna occasion da tirar fuor le corna.
10
E disse:—Figlio, questa illustre dama sorella di Rugger, detta Marfisa, vien maritata a un uom di poca fama, a un gabelliere, a un marchese da risa. L'avarizia «prudenza» oggi si chiama, e maritaggi forma di tal guisa; però se tu potessi farla tua, opreresti de' beni a un tratto dua.
11
Non dir ch'io t'abbia consigliato a questo; ma corri giostra e tenta la fortuna. Il fin di matrimonio è oggetto onesto; rimorso io non mi sento in parte alcuna. Nella tua concorrenza sia ben desto ch'ella può tutto ed è molto opportuna: però se memoriali a lei darai, trenta pallotte certe conterai.—
12
Filinor, che c'è dato, non dimanda: verso Marfisa con Ipalca trotta. Ma tra l'andar dall'una all'altra banda, e il pigolar per via della marmotta, e il consigliar e il chieder:—Chi ti manda?— e mille brighe che accadon talotta; tre ore eran di notte, e ancor non era giunto il putto, e Marfisa si dispera.
13
Ruggero avea mandato sette volte, e Bradamante, a dir ch'ella si mova. Marfisa delle scuse addotte ha molte, e finalmente scusa piú non trova. Don Guottibuossi a far s'aveva tolte quelle ambasciate, e ritorna e non cova. Marfisa, irata, alfin disse:—Ser prete, io v'ho, con chi vi manda, ove sapete.
14
Attendo un cavaliero di Guascogna; la mia parola esser de' mantenuta. S'egli non vien, seccar non vi bisogna, perocch'io sono in questo risoluta.— Ecco Rugger, che chiede se ella sogna, ché la quinta staffetta era venuta, e disse:—Io non so piú cosa rispondere: voi fareste un esercito confondere.—
15
Disse Marfisa in ironico modo, con un dileggio e un strano risolino: —Signor fratello, perdio che vi godo, se voi pensate farmi il paladino. Ite in malora; per me fitto ho il chiodo. Vel dirò in greco, in volgare e in latino, che porrò il piede fuor di questa soglia, quando parrammi e quando n'avrò voglia.—
16
Dicea Ruggero:—O Dio, cara sorella, voi volete far scene sempremai. Sapete giá che una sposa novella senza parenti al sposo non va mai. Voi volete spezzar la campanella anche a questo contratto, che accordai con un'antipatia particolare, siccome vi dovete ricordare.—
17
Marfisa disse:—Basta, non parliamo; ciò che vidi a che vedo non s'accorda: di grazia, a razzolare non andiamo; non son, come credete, e cieca e sorda. D'accordo solamente rimaniamo ch'ir voglio e stare, e che non soffro corda, e sola e accompagnata, ovunque io vada, e, s'ho voglia, anche ignuda per la strada.—
18
Questi, sentendo il garbuglio toccato del matrimonio e della trama il vero, fece un atto d'un uomo disperato. Volse le spalle e andossene leggero; e a questo passo al lacchè, che ha mandato l'ultima volta Terigi a Ruggero, fuor di se stesso e in furia avea risposto: —Ella verrá, se Dio l'avrá disposto.—
19
Con Bradamante radunate sono parecchie dame ad aspettar la sposa. Questo ritardo lor non parea buono: ognuna prediceva qualche cosa; e fanno un mormorare in semituono ch'avrebbe screditata santa Rosa, sempre commiserando tuttavia Bradamante e Rugger che le sentia.
20
Era tanto stizzita Bradamante, che mostra in viso e sulle labbra il fele. Per quella via scorgeva esser infrante del maritaggio l'ancore e le vele, e pel ritardo si vedea davante strugger miseramente le candele; donde ha l'alma nel sen sí combattuta, che tira gli occhi solo e si sta muta.
21
Come a Dio piacque, Filinoro è giunto con vestimenti molto corredati; poiché Gan, che vedea le cose appunto, fece che Baldovin glieli ha prestati. Mai non si vide giovin meglio in punto infra i moderni ricchi innamorati: pareva il dio d'amor de' piú puliti: aggiungi la bellezza a' suoi vestiti.
22
Il complimento, che a Marfisa fece, d'una facondia è tal, d'un'eloquenza, da vincer non un cor ma sette e diece. Marfisa non è un'oca a tale scienza, e con una bravura soddisfece e con un tratto e con una presenza, e fece una risposta d'una guisa… ma che? basti a saper ch'era Marfisa.
23
Filinor le diceva quell'idea di concorrer custode del sigillo. —Io sono un cavaliere—le dicea— in questi fatti timido e pupillo; esule, posso dir, siccome Enea, ma d'una nobiltá, permesso è il dillo, che la casa Chiarmonte è una capanna, alla mia a petto, e un casolar di canna.
24
Io son del gran casato di Vesuvio. La mia modestia, so, troppo s'avanza; ma vi potrei mostrar che pel diluvio, siccome gli altri, non ebbe mancanza. Ennio lodollo e l'esaltò Pacuvio. Non uso tradizion, ché me n'avanza; ma la ruota del mondo che s'aggira, ier facea rider tal, ch'oggi sospira.
25
Voi giá vedete ognor, dama gentile e spiritosa e senza pregiudizio, che s'allontana alcuno dal badile, e sale al trono ad un reale uffizio; e talun ch'era al trono è fatto vile. Né della sorte si può dar giudizio; sapete come i pittor la dipingono: che gira a tutti i soffi che la spingono.—
26
E detto questo, a Ipalca si volgea, che un rotolo di carta in man portava lungo sei braccia, ch'ei dato le avea a tenere, e sul spazzo il sciorinava. —Io non son menzogner, dama—dicea Filinor a Marfisa, che guardava l'albero suo, ch'ei distendendo gía, e pareva un lenzuolo di Golia.
27
Veggendo in un cantone una bacchetta, lesto la prende e comincia additare. —Mirate, dama, il mio stipite in vetta— diceva, e Adamo faceva osservare; e va pur dietro alla sua linea retta gran monarchi e regine a nominare. Non era giunto a un quarto della carta; Marfisa disse:—E' convien pur ch'io parta.
28
Io sono persuasa, state certo, della nobiltá vostra risplendente. Non mancherò d'uffizi; il vostro merto è tal che avanza ogni altro concorrente. —Troppo n'avete, signora, sofferto— disse, e raccolse l'alber prestamente: poscia le diede memorial parecchi, i quai cosí suonavano agli orecchi:
29
«A custodire il sigillo reale concorre Filinoro, di Guascogna suddito, e d'una nobiltá cotale, che per la brevitá dir non bisogna. Si prostra al parlamento liberale nelle sventure sue senza vergogna, e pe' suoi merti e la famiglia vetera attende tutti i voti. Grazia, eccetera».
30
Qui furono attaccate le carrozze per andar di Terigi alla magione; e del veleno, chi n'ha, se lo ingozze: Marfisa volle seco quel garzone. Cercarono i cocchier le vie piú mozze per giunger presto alla conversazione. Tosto il marchese uno stafiere avvisa, gridando:—È qui Marfisa, è qui Marfisa.—
31
Terigi è quasi fuor de' sentimenti: giú delle scale va precipitando. Don Gualtieri comanda agli strumenti che accettino Marfisa alto suonando; ed un rumor, che fe' tremare i venti, feciono i suonatori a quel comando, con una marcia di timpani e corni ed obuè piú dotti de' contorni.
32
I musici castrati e que' da razza incominciaron poi la serenata. Turba non s'udí mai cotanto pazza, di voce fastidiosa e sgangherata. Matteo poeta è per tutto, e schiamazza perché la poesia fosse lodata. Pareva scritta dal fine al principio, siccome l'orazion di sant'Alipio.
33
E cominciava: «O vergin, vergin bella, estro e natura canora e sonora». Marco poeta a rider si smascella, e critica ogni detto che vien fuora. I paladini eran divisi a quella: chi dice bene e chi la disonora. Dodone ne traeva un suo piacere, e va chiedendo a tutti il lor parere.
34
Ed a chi dicea bene, ei dicea male; ed a chi dicea male, ei dicea bene. Qualche argomento va facendo tale, che i paladin gli voltavan le rene; né del ben né del mal Dodon gioviale potea trovar ragion come conviene, ché i paladin faceano i ciarlatani solo per parer dotti e partigiani.
35
Contro Dodone irati, imbestialiti, vorrien sbranarlo vivo con le zampe. Dodone alcuni versi avea finiti pel maritaggio, e pronti per le stampe, che correggean que' vati fuorusciti. I parigin non voglion che gli stampe, e vanno minacciando i revisori, ché, caschi il ciel, non gli lascino ir fuori.
36
Dodone aveva anch'esso dalla sua alcuni paladin, ch'era giustizia. Marco e Matteo va tenendo nel dua, e ride sempre della lor malizia, dicendo:—Io vo' del bene a tuttidua, e non intendo partir l'amicizia, ma dir, fin che avrò fiato e sarò morto, che nelle lor scritture hanno un gran torto.—
37
Terigi aveva fatto alla sua sposa un complimento a memoria apparato. Marfisa se gli mostra imperiosa, e tira dritto e appena l'ha guardato. Rimase come stolto a questa cosa, e le va dietro assai mortificato, ché non sapeva accordar nella mente la ragion del contegno per niente.
38
Non sa che la bizzarra avea previsto che il nuovo oggetto spiacer gli dovea, e però, come femmina, provisto quella sostenutezza ch'io dicea perché negl'intestin l'aveva visto cotto e spolpato d'essa; onde scorgea che il rimedio piú bel perch'ei stia muto, era un contegno serio e pettoruto.
39
Senza riguardo alcun quella sleale comincia a far uffizi pel guascone, dicendo ch'era un uomo principale e che se gli doveva far ragione; e dona a ciascheduno un memoriale, a que' che sono alla conversazione: ché c'eran de' votanti al parlamento, tra cavalieri e paladin, ben cento.
40
Non v'è donna bizzarra che non abbia forza ne' cuor degli uomini votanti. Marfisa ne tenea nella sua gabbia con certe grazie e lazzi non so quanti. Non dimandar se Terigi s'arrabbia, veggendo ch'essa cercava gli amanti con scherzetti, lusinghe e sguardi ed atti da far mille Caton diventar matti.
41
Ma sopra tutto gli dilania il core il veder che gli uffizi son diretti in pro d'un frasca, suo nuovo amadore, che sembra giunto a fargli de' dispetti. Di padron divenuto è servitore, perocché Filinor par si diletti a voltargli le schiene e a dargli retta come se fosse un birro od un trombetta.
42
Quand'egli ebbe sofferto un'ora buona vezzi, lusinghe e gran stringer di mani verso i votanti, e verso la persona di Filinor sospiri oltramontani, ad una gran tristezza s'abbandona. Lascia la sposa in mezzo a' lupi e a' cani: si pose in un soffá fuor della gente, gonfio, ingrognato e stava sonnolente.
43
Bradamante, Rugger, don Guottibuossi non è da dir se del caso hanno tedio; ma stanno cheti, trasognati e goffi, perocch'era impossibil il rimedio. E molto amari ed aspri son gl'ingoffi di quegli uffizi nuovi e dell'assedio ad Angelino di Bellanda, solo concorrente al sigillo e buon figliuolo.
44
Angelin di Bellanda è un cavaliere privo d'un occhio in battaglia perduto; monco ha il sinistro braccio, ed il brachiere porta, delle fatiche per tributo. Di Carlo avea servito alle bandiere ne' tempi andati, e gran sangue ha perduto. Avea moglie e famiglia tanto grande, che Turpin scrive: «E' si vivea di ghiande».
45
Perocch'era Angelin povero in canna e di poder n'aveva pochi al sole; oltre di che, sopra quelli una manna cadeva ogni anno di secche e gragnuole. Angelin sofferente non s'affanna, e dicea:—Dio può tutto e cosí vuole.Dominus dedit, date ha le ricolte:Dominus abstulit, Dio ce l'ha tolte.—
46
Aveva cinquant'anni di penuria provata in guerra; e venuta la pace, monco, rotto e monocol, nella curia l'avea partita a un piato pertinace. Pel cangiar de' costumi la sua furia Fortuna contro a quel, come a Dio piace, cambia modo d'offesa ed arte e ingegno, ma giammai d'un riposo egli fu degno.
47
Ora credea del sigillo l'incarco, al quale è solo e non avea confronto, potesse dargli, vivendo assai parco, modo a' suoi creditor di dare a sconto; e un dí, restando di debiti scarco, di fare acquisti, o la dote a buon conto per quattro figlie, che non vanno a messa perché aveano la veste orrida e fessa.
48
Era in casa a Terigi quel meschino; e sentendo del nuovo concorrente, alzò una mano al cielo e il moncherino, e disse:—O Cristo, o Cristo onnipossente! Poffare il ciel sacrosanto e divino, che m'abbia a intervenir quest'accidente!— Orlando vide, che di lá passava, e gridò:—Che di' tu, conte di Brava?—
49
Orlando avea sentito quel maneggio, e per la rabbia stralunava gli occhi, perocch'era un uom giusto, e disse:—Io veggio, caro Angelin, che il mal passa i ginocchi, ed ogni giorno va di peggio in peggio il mondo, e il buon costume a spicchi e a rocchi. Non ho piú lingua omai, non ho piú fiato: priego invan, grido invan; son disperato.—
50
Dicea quel di Bellanda:—Amico Orlando, quest'occhio cieco, questo monco braccio, quest'incurabil ernia raccomando, e il mendicume, mio perpetuo laccio. Se tu sapessi com'io vo passando i giorni, e tu vedessi il mio primaccio, le sedie, il desco e la cucina mia, perdio! morresti di malinconia.
51
Legna non ho per cuocer le minestre: son arsi le architravi e le cornici. Quelle, ch'eran cortine alle finestre, son or camicie a' miei figli infelici. Coltrici, drappi e fino alle canestre son ite al ghetto, pegno a quegli amici; altro non ho che miserie ed affanni e lo sperar che Dio mi tronchi gli anni.—
52
Mentre Angelin piangendo il capo gratta, Orlando irato a sé chiama Ruggero, e disse:—Tua sorella mi par matta: che caso è questo e che nuovo pensiero? chi è colui che di concorrer tratta in competenza a questo cavaliero? Tu doveresti saper ben la storia, ma tu mi sembri fuor della memoria.—
53
Disse Rugger:—Per quel sacro battesimo c'hai sulla testa, non mi chieder questo. Io non so piú che sia di me medesimo: darei pugna, frugoni e calci al vento. Se sia del paganesmo o cristianesimo colui, nol so; vederlo vorrei spento: io ardo, io scoppio; è matta mia sorella; non ho piú capo, non ho piú cervella.—
54
Detto cosí, sbuffando come un toro, volse le spalle e si trasse da un canto. Marfisa seguitava il suo lavoro, e porse un memoriale a Dodon santo. Dodone il lesse, e disse:—Egli è un tesoro, e sará ricopiato in un mio canto; il voto mio però non conterete, se foste assai piú bella che non siete.—
55
Quella bizzarra intorno a Dodon ciancia,dicendo:—So che il piacer mi farai.—Dandogli pizzicotti sulla guancia:—Con te—dicea—stanotte mi sognai.Tu sei cortese e paladin di Francia:io so che il voto certo mi darai.—Dodon ridendo disse a lei voltato:—V'accorgerete s'io ve l'avrò dato.
56
—Basta cosí—rispondeva Marfisa,— giá c'intendiamo,—e facea l'occhiolino; e va a tentare un altro in nuova guisa, ché certo ell'era il diavol tentennino. Dodon sarebbe morto dalle risa; ma gran compassione ha d'Angelino, ed avea detto a quel:—Non piú mestizia, che non è spenta affatto la giustizia.—
57
Giá la ricreazion giva languendo: la goffa serenata era finita, Terigi è ottuso e par che stia dormendo, Bradamante a nascondersi era gita, Rugger le labbra si stava mordendo, mezza la gente del palagio è uscita, e la moderna guerra con le carte gran danno aveva fatto in ogni parte.
58
Un certo maganzese, Smeriglione, piú d'ogni altro guerrier si fece onore. Tagliando ad un gran desco al «faraone», disarmato ha ciascun col suo furore. Sino a Marfisa, andata al paragone, die' colpi orrendi il crudo feritore; in due minuti quella disperata ha Smeriglion svenata e disertata.
59
Finito è il gioco, i danar son perduti; e tutto il mal del prossimo s'è detto; gli amor ciarlieri fatti e gli amor muti s'eran: sicch'ogni cosa era in assetto per dar la buona notte ed i saluti, e per farsi la croce ed irsi a letto: donde chi allegro e chi ingrognato andava alla sua casa ed i lenzuol trovava.
60
Gan di Maganza quella stessa sera er'ito a Carlo Magno rimbambito, e a pro di Filinor d'una maniera gli avea parlato che l'avea stordito; perocché Gano è la sua primavera, le sette trombe ed il prato fiorito. Se gli avesse parlato san Matteo, in confronto di Gano era un uom reo.
61
Pensa che il Maganzese non soggiorna: a Namo avaro er'ito anche a parlare. —Prometti il voto—dice,—e non s'aggiorna che il tal util negozio ti fo fare.— Picchia ad Avino, ad Avolio ritorna, a Berlinghieri, a Otton torna a picchiare. —O voi mi date il voto a parlamento —diceva,—o ciaschedun farò scontento.
62
Que' debitacci vostri, che a' mercanti prometteste pagar, defunto Namo, li saprá vostro padre tutti quanti; vi fo diseredar per quanto io v'amo. Datemi il voto, e giuro a tutti i santi, putti, non ci sará verun richiamo, anzi a qualche bisogno in cortesia forse farovvi alcuna piegeria.—
63
Ad alcuni prelati, che avean voto nel parlamento, con arcani è addosso, e fa nella politica il piloto per far loro ottenere il cappel rosso. —Grazie a Dio, nessun colpo a me fu vuoto— aggiugne,—e quando voglio, tutto posso;— ed in parole, come d'una rapa, disponeva dell'animo del papa.
64
Ad Astolfo ha donate alcune mode ch'eran venute fresche d'Inghilterra. A Ulivier nelle femmine, che gode secretamente, disse di far guerra. Gano cosí con inganni e con frode va bucherando a' signor per la terra, e tutti per lo debile prendea, tanto che ognuno il voto promettea.
65
Dodone, Orlando e Rinaldo, ch'è giunto da Montalban per questa concorrenza, vanno con Angelin debile e spento, facendolo star sempre in riverenza, e fanno uffizi, e stanno forti al punto del sigillo Angelin non resti senza, dicendo:—Se qualcun gli niega il voto, s'aspetti guerra e peste e terremoto.—
66
Da tutte parti gli uffizi infiammavano per quello di Bellanda e pel guascone. Ad Angelino i nemici accoccavano che per le sue sventure era scempione, e che i sigilli regi non si davano a disadatte e stolide persone, le quai pel cervel debile e confuso potean far del sigillo qualche abuso.
67
Il sir di Montalbano la mattina era eloquente e buon uffiziatore, ma dopo il pranzo egli era una cantina di vino, inutilaccio ed in furore. Troglio la lingua volea far tonnina di Filinor, di Carlo imperatore, e sbranar Gano, e foco minacciava al parlamento; e poi s'addormentava.
68
A Filinor si formava un processo per lettere venute di Guascogna Dicean ch'era vizioso e il vizio stesso, un canchero, una peste ed una rogna; che non si getta il sigillo in un cesso; che darlo a un dissoluto non bisogna, il quale, o per danari o per natura, firmerebbe qualch'orrida scrittura.
69
Passano i giorni ed il maneggio cresce, dall'una parte e dall'altra riscalda; il merto col demerito si mesce. Marfisa si mostrava molto calda. Ipalca co' viglietti or entra, or esce: pensa che non istava un'ora salda, tanto che, quando era giunta la notte, maledicea i votanti e le pallotte.
70
Orlando molto si rammaricava a trovar infinite negative. Dodon rideva, e poi lo confortava dicendo:—De' sperar l'uom finché vive: ci avvederemo al dispensar la fava; d'un altro modo suoneran le pive. Le lingue temon Gano traditore, ma poi le fave spiegheranno il core.—
71
A Filinoro un caso assai faceto fece in que' giorni molto pregiudizio. Tu sai, lettor, che ti narrai qui dreto siccome a un oste avea dato l'uffizio di notare in sul libro all'alfabeto quanto egli avea consunto, e ad artifizio il rozzon pegno e lo staffier malato gli aveva in sulle spese anche lasciato.
72
Dopo alcun tempo il servo era giá morto. L'oste l'avea sostenuto nel male; e pagato il dottor, non fece torto all'opra del chirurgo e del speziale, ed ebbe il poveruomo anche il conforto di pagar sino a' preti il funerale. La rozza era scoppiata di stracchezza, ond'egli avea la pelle e la cavezza.
73
Battuto il prezzo di queste due cose, l'ostiere è creditor trecento lire. Veggendo le promesse fabulose, avea risolto a Parigi venire. Filinor tanto bene non s'ascose, che nol potesse l'ostier rinvenire. Del pagamento il prega e lo riprega: Filinor minaccioso glielo niega.
74
Quel meschinel, veggendo il conto perso, richiamar in giudizio un giorno fallo; ma Filinor gli piantava un converso che gli dovesse pagar il cavallo. La fama va per lungo e per traverso di questo piato; ogni omiciatto sallo; tanto che negli uffizi questo fatto die' quasi a Filinoro scaccomatto.
75
Seppelo Gano, e tosto quell'ostiere fece con un esilio cacciar via. Io so, ciascun la ragion vuol sapere che Gano a Filinor sí amico sia. Scrive Turpin che il santo menzognere col guascone una scritta fatta avia, che se l'incarco del sigillo avea, la metá poi dell'util gli dovea.
76
Non si denno le cose in questo mondo sol nella superfizie giudicalle. Io vidi un cacciator ir nel profondo cacciando sforzanelle in una valle: la superfizie il terren di buon fondo gli dimostrò con erbe verdi e gialle; misevi i piedi e sprofondossi poi, sí che il trassono a stento un paio di buoi.
77
Poco mancava al giorno stabilito dal parlamento a tutta l'adunanza, per dover porre il sigillo a partito. Spazzata e in apparecchio è la gran stanza. Il giorno innanzi Ganellone è gito ad un convento detto l'Abbondanza, dov'eran certi frati, che nel core erano col vestito d'un colore.
78
Nel magnifico tempio eletti marmi aveano e arredi di ricchezza immensa. Dicea Gano:—Io vi prego a voler farmi l'esposizione in sulla sacra mensa.— Suoninsi le campane, ed inni e carmi volino al ciel che a noi tutto dispensa. Vo' fare una sant'opra, e dal Sovrano chiedo sia benedetta dalla mano.
79
Abbonderan le cere, e mie saranno: finita la fonzion, vostre poi sono. E piú: mille ducati pronti stanno: questi alla vostra povertá li dono. Pregate tutti Dio, dal qual pur s'hanno ad aspettar le grazie; ed il perdono —dicea Gan—chiedo prima de' peccati;— e va baciando i scapolar de' frati.
80
Que' padri, dopo una lode sincera alla pietá di Gano, pe' contanti e per la sacra oblazion della cera, lo van benedicendo tutti quanti. E dicon:—Tutto farem volentiera: Dio ci esaudisca, Dio ci faccia santi.— Poi chiaman paratori e fornitori, perché il dí susseguente Iddio s'onori.
81
Duemila cento e sessantotto lumi per quella esposizion furon disposti, e velluti e dammaschi e tele a fiumi, ed angeli dorati furon posti. Vasi e bacini fuori de' costumi, d'argento e d'òr ci sono, di gran costi. Gridano le campane ogni momento: —O turbe, o turbe, al tempio, drento, drento.—
82
Ma sopra tutto cura ed attenzione mettono i frati a far che per la chiesa sien pronte sempre a quella divozione borse a stangon, crollate alla distesa, perché possa sfogar la pia intenzione ogni buon'alma nel ben fare accesa, e possa ognuno aver dinanzi un fondo da seppellir le vanitá del mondo.
83
La fama è grande che il guascon facea quella solennitá per le pallotte, sicché tutto Parigi concorrea: portar si fa chi sentiva di gotte. La folla è un mare, e la mente ponea alle disposizion de' lumi dotte, al canto, al suono ed alla fornitura, e dell'Eucaristia poco si cura.
84
Angelin di Bellanda, la mattina del cimento fatal, per tempo assai con la sua famigliuola sí meschina er'ito a certi frati pien di guai, in una chiesa fuor di via, piccina, dove le genti non andavan mai, perch'era ignuda e sull'altar maggiore due candeluzze sol facean splendore.
85
Organi non ci sono; oro o ricchezza non si vedea; ma le pareti bianche; tenuto il pavimento con nettezza, e gli altari e le lampade e le panche; ed un silenzio, una certa grandezza splende, che si può dir che nulla manche a compunger il core e a capir tosto che il puro agnel divino è qui riposto.
86
Scosse Angelin della sua famigliuola le tasche tutte, e in una carta ha messa di quaranta soldon la somma sola, ch'altro non puote; e con faccia dimessa a' fraticei diceva una parola: che lor piacesse far dire una messa; e ginocchion sul spazzo si mettea nel tempo che la messa si dicea.
87
La mano intera aggiunge al moncherino, e tenendo all'altar le luci fisse, ch'Illarion parea, non Angelino, sospirando e piangendo cosí disse: —Dio, nel mio sen col vostro occhio divino tutto scorgete, e se per boria o risse concorro a quest'incarco, o s'è infinita necessitá di questa vostra vita.
88
Ogni male ho sofferto esterno e interno, ferite e storpi e sonno e fame e sete, per servire al mio re, se ben discerno. Giunto sono all'etá che mi vedete, e storpi e fame ed ogni mal governo son pronto a sofferir, se voi volete, ché dobbiam sostenere di concordia la vostra sferza di misericordia.
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Vedete tuttavia con qual periglio le mie figlie innocenti in vita stanno, e come i rei dimoni con l'artiglio de' moderni costumi intorno elle hanno. Datemi, signor mio, forza e consiglio da preservarle a voi da questo danno. Queste, Signor, queste, Signore e Dio, vi raccomando, e non l'incarco mio.
90
Certi mal costumati, e da letture nuove corrotti, e dileggianti il cielo, circondan queste mie colombe pure, ch'io serbo a voi conformi all'Evangelo. Dote non ho che di pianti e sciagure. Signor, Signor, per questo caldo zelo, e se adoprai per la fe' vostra il brando, la famigliuola mia vi raccomando.
91
Io non volli giammai, com'è costume oggi di chi ha figliuole e poca entrata, aprir la porta e dar luogo ad un fiume di giovanacci e gente scapestrata, per far che per l'amore o il poco lume talora alcuna si sia maritata: volli questo novello uso lontano, perché temei la vostra santa mano.
92
Se v'è in piacer che a Filinoro sia dato il sigillo, io son di ciò contento: chiedo sol modo a questa prole mia di viver con fortezza nello stento. O Vergin pura, o Vergine Maria, conducete le man nel parlamento.— Cosí diceva il signor di Bellanda, dal pianto molle che dagli occhi manda.
93
Né sospir differenti a que' del vecchio manda la famigliuola afflitta e mesta, commossa dal sentirsi nell'orecchio il suon di quella umil santa richiesta. Finito il sacrifizio, in apparecchio sono Orlando e Dodone e menan questa brigatella, infelice nella sorte, del parlamento alle superbe porte.
94
Qui posti in lunga fila da una parte, marito e moglie e figliuoli e figliuole fanno inchini al votante che si parte per ire in sala, e non usan parole. Dall'altra banda Filinor con arte bacia faldoni e mai tacer non vuole, e va pur ricordando quanto sia d'antica stirpe e la genealogia.
95
Gano con sue parole assai stemmatiche, facendo il vecchio stanco e cagionevole, dice:—Qui son, ma pesanmi le natiche: venni per questo putto meritevole. Quando si tratta di cose tematiche, ogni fatica dev'essere agevole. Raccomando alla vostra pia natura quest'uomo insigne, ch'è mia creatura.—
96
Con Ipalca Marfisa in un cantone, coperta d'un zendale, è alla vedetta, ed a' votanti mette soggezione col ventaglio e facendo la civetta. Talor con leggiadrissima invenzione apre il zendal, poi lo richiude in fretta. Ad alcun paladin si mostra altera, ad alcun sorridente e lusinghiera.
97
Entrati nella sala Carlo Mano, prelati, paladini e cavalieri, chiuse furon le porte a mano a mano. Gli aspettator rimason co' pensieri. Lettor, l'avvenimento speri invano: ch'io tel dica, per or non è mestieri; deggionsi risparmiar de' fatti alquanti per la materia de' seguenti canti.
Custode del sigillo alfin rimane Angelin di Bellanda. Ganellone Filinor mette per vie nuove e strane per cavalier di camera a Carlone. Tra Marfisa e il guascon, Cupido cane fa delle scene. Terigi dispone d'annullare il nuzial. Nasce un bordello, e lo sposo è sfidato ad un duello.
1
Chi potesse veder dentro al cervello di chi sceglie agli uffizi col suo voto, e ricercar perché piú questo o quello rimanga eletto e col suo bossol vuoto, credo che rideremmo nel vedello, e ci riuscirebbe il caso ignoto, e che daremmo a tutti alfin ragione della diversa lor disposizione.
2
Ha gran poter malizia ed impostura; non è spenta ragione né giustizia. Delle prime i seguaci ho gran paura sien piú per ignoranza che malizia. Ognun col suo cervello ha sua misura; e tal crede ire al santo di Galizia, ch'entra in bordello, e d'aver fatto male s'avvede a stento, giunto allo spedale.
3
L'odio e i rispetti umani han molta parte a far piú l'un che l'altro abbia pallotte; pur, quantunque ignoranza è ignuda d'arte, lusinga le persone d'esser dotte, e un numero infinito poi comparte il voto suo per vie bistorte e rotte; ma ognun Caton si crede e lo disperde contro anche a san Francesco, e va nel verde.
4
Io ballottai talor qualche piovano, e credei pel migliore dar la fava. Discorrendo tra me dicea pian piano: —I piú faran lo stesso,—e m'ingannava. Dall'altre opinioni ero lontano, e quando le pallotte annoverava, ero tra venti, e cento aveano detto ch'io avevo mal pensato e mal eletto.
5
E non avendo uman rispetto alcuno o fine d'interesse o di livore, credei d'esser almen tra novantuno, pensando col mio capo in sul migliore. Vidi ch'errai nel scegliere quell'uno, e rimasi col numero minore, poiché cento pallotte a me davante m'han detto ch'io pensavo da ignorante.
6
Vidi certo de' Gani per la chiesa, delle Marfise in sul veron di fuori; ma so che nel mio cor feci difesa, né vezzi ebbero parte né impostori. Basta, giustizia è stata sempre illesa, ch'anche Angelin da' gran persecutori trasse alla fine, e mi convien pur dillo, d'un voto, ma custode del sigillo.
7
Credo però anterior fosse una patta: Turpin dubbioso lascia questo fatto. Marfisa pel furor fu quasi matta: si chiuse nel zendale, e di soppiatto tra gente e gente va fuggendo ratta. Ipalca l'ha perduta qualche tratto. Questo laudando il nome di Maria, e l'altra bestemmiando andaron via.
8
Ganellon traditor per mano prese Filinor, col baston dall'altra mano. Va via pronosticando che il paese presto verria in poter dell'Alcorano. —Le veritá a' miei giorni erano intese— diceva:—il buon pensar ito è lontano. Confida in Cristo, caro figlio mio: non sbigottir, ché ognun provede Dio.—
9
Il conte Orlando e Dodone e Rinaldo, che la sinceritá non han perduta, uscir dal parlamento ognuno caldo: corrono ad Angelin, che gli saluta. Dicean:—Quell'impostore, quel ribaldo di Gano, a questa volta l'ha perduta;— e il povero Angelin vanno abbracciando. Piangea per l'allegrezza il conte Orlando.
10
Con bella grazia alcuni paladini diceano ad Angelino:—Io t'ho voluto;— ed alle figlie sue faceano inchini, narrando il lor buon core per minuto. Angelin gli ringrazia oltre a' confini, dicendo:—Se m'avete conosciuto buon custode al sigillo, anche si vuole ch'io via conduca queste mie figliuole.
11
Dodone, udendo, disse ad Angelino: —Perdio! meglio a' tuoi giorni non dicesti: menale in casa e chiudi l'usciolino; ogni buon core in ciarle di fuor resti. Costoro attaccherebbono l'uncino con mille falsitá, mille pretesti, e l'ospitalitá saria tradita con l'amicizia in bocca piú forbita.—
12
S'accrebbero le risa, e i spiritosi piantaron prestamente la questione con testi e passi di scrittor viziosi, che avean spregiudicate le persone; e provar s'ingegnavano furiosi che parlava da stolido Dodone, ché l'ospitalitá non s'offendea con quelle cose ch'egli s'intendea.
13
—Andate a disputar queste dottrine —dicea Dodon—con le vostre sorelle. Conduci via, Angelin, queste meschine, ché le question divengon troppo belle.— Rinaldo a que' discorsi pose fine; e accompagnate a casa le donzelle, in una malvagía, per la salute d'Angelin, sei guastade ha poi compiute.
14
Fu bella cosa il vedere i votanti, ch'eran dugento al parlamento stati: novantanove certo poco avanti contrari ad Angelino erano andati; pur van tutti dugento allegri, ansanti, a casa del meschin che gli ha accettati; e ognuno si rallegra e ride e balla e giura:—Io t'ho voluto con la palla.—
15
Tanto che se Angelin saper volea chi gli avesse il suo voto o tolto o dato, per miglior segno solamente avea a conoscer colui che l'ha burlato, che quel s'affaticava e s'accendea per farsi creder molto affaccendato. La troppa affettazione ed il giurare faceva del contrario dubitare.
16
Oh quanti alle miserie del meschino negato avean due scudi poco pria, d'impuntuale il povero Angelino accusando e di poca economia! Venuti or sono a dirgli:—Io mi t'inchino: sento un piacer che, per l'anima mia, sono per impazzare: giá tu sai, quanto ben t'ho voluto sempremai.—
17
Frattanto Gano col cervel mulina come potesse risarcire il danno delle cere consunte la mattina e dell'util perduto in capo all'anno; e tanto e tanto un suo pensier raffina sopra un certo tranello, un certo inganno, che finalmente gli piaceva molto, e a visitar Marfisa si fu vòlto.
18
Trovolla col zendale ancora in testa, ch'era sopra una scranna in sfinimento. Ipalca l'assa fetida le appresta e le fa crocioni sotto il mento. Col fumo della carta la molesta, e con una raccolta le fa vento. Mise un gran mugghio alfin la disperata, traendo calci come spiritata.
19
Gli occhi tien chiusi e spinge il petto in fuori, torce la bocca ed ha chiavati i denti, strappa ciò ch'ella piglia, e merli e fiori; non sa se donne o uomin sien presenti, né qual atto l'onori o disonori, ché trae le lacche e l'alza, occhi veggenti; or si rannicchia ed or si stende in fretta. si torce, s'aggomitola e gambetta.
20
Sei damigelle le tenean le braccia: Marfisa tutte quante le rintuzza. Chi l'imbusto di dietro le dilaccia, chi di molt'acqua nella fronte spruzza. Ipalca era graffiata, meschinaccia, le mani, e piange e le ciglia strabuzza; e perch'è giunto Gano, si dispera a ricoprirle il sen che scoperto era.
21
Quel tristo ipocriton del conte Gano disse:—Un effetto isterico gli è questo. Le porrò sopra il seno una mia mano: poiché son maschio, ella guarisce presto.— E giá stendea la man quel luterano con gli occhi chiusi ed un visino onesto; ma volle il caso che Marfisa a un tratto rinvenne, e Gan rimane a mezzo l'atto.
22
Tornata in sé la dama a poco a poco, languidetta s'andava rassettando; veduto Gano, il viso fe' di foco, e che partan le dame dá comando. Poi disse al conte:—Che di' tu, dappoco? in capo ci ha cacato il conte Orlando. Ch'è del guascon? non ebbi in vita mia tal dolor, per la Vergine Maria.—
23
Gano a quel detto ha la testa inchinata, e si fece la croce e aggiunse tosto: —Laudata sempre e non mai bestemmiata. Voi potete ben credere—ha risposto— che per me indifferente non sia stata questa faccenda. Io sperava all'opposto; ma le cose avvenute, o bene o male, arcani son del giudice immortale.
24
E' mi dispiace sol che il giovinetto di tanto merto impiego alcun non abbia; ma pregherò Gesú mio benedetto che in pazienza ei soffra e non in rabbia. —S'altro unguento non hai nel bossoletto —disse Marfisa,—tu mi par da gabbia; e' si vuol ben pensar ch'egli abbia stato un uom che non ha pari e nobil nato.—
25
Rispose Gano:—Un posto oggi è vacante di cavalier di camera al re Carlo, ch'è di trecento e piú zecchin fruttante il mese; e so ben io come vi parlo. Ma v'è di mezzo non so qual brigante, senza di cui non si può guadagnarlo; certa persona incognita v'è sotto, per seimila zecchini in un borsotto.
26
Io non n'ho che tremila e gli sacrifico, ma per gli altri tremila non ho modo.— Disse Marfisa:—Assai di te m'edifico, ma per gli altri tremila è duro il chiodo. Fammi parlare al mezzo, e mi certifico ch'io ridurrollo vizzo, s'egli è sodo: saprò toccar le corde e tôrre il vento per far che de' tremila sia contento.
27
—Per meno di seimila non sperate, né la persona palesar vi posso —diceva Gan;—ma se i tremila date, noi vedrem tosto Filinor riscosso. —Io non so—dicea l'altra—se sappiate che in questa casa non dispongo un grosso, e c'ho un fratello e una cognata intorno, che ascoltan prieghi come il ciel del forno—
28
Risponde Gan:—Se voi saprete fare, il marchese Terigi è buon cristiano; io so che gli farete fuor schizzare, ché a lui son come un soldo al gran soldano.— Gridò Marfisa:—Oh poffare! oh poffare! si vede ben che sei l'antico Gano. Di Filinor Terigi è in gelosia. Questo mi basta. Io t'ho inteso. Va' via.—
29
Gano levossi, e:—Il ciel vi benedica, vi lascio con la grazia del Signore— disse partendo. Or converrá ch'io dica del marchese Terigi senza core, che tra il martello e l'amor per l'amica se gli era liquefatto in un favore. Dopo la notte della ricreazione era smagrato trenta libbre buone.
30
S'egli era a mensa, a mezzo non mangiava; s'egli era a letto, non dormiva un'ora: ansava, si lagnava, sospirava; gran pianto gli occhi tondi caccian fuora. Una bocca facea, che somigliava le denonzie secrete e peggio ancora; talor da sé facea qualche lamento, come gli permetteva il suo talento.
31
—Gran crudeltá, gran cor, gran tirannia —dicea—dell'illustrissima Marfisa! Chi l'avria detto mai? Gesú! Maria! a un uom com'io son fatto, in questa guisa? per un bardasso, ch'io non so chi sia, che fe' Parigi scoppiar dalle risa, giugnendo di Guascogna con la rozza e con quel suo staffiere e la carrozza!
32
Io nella stalla ho sessanta corsieri, svimèr, landò, carrozze, venti legni d'intaglio e d'oro con belli origlieri, fodere di velluti ricchi e degni. Otto lacchè, trentacinque staffieri, possessioni, castella e quasi regni; e posso, per la grazia del Signore, pisciare in letto e dir che fu sudore.
33
Non son sí brutto poi della persona, quando un ricco vestito in dosso metto, e quando ho una parrucca in testa buona e un manichin di merlo che sia netto. lo so che, quando alcuno mi ragiona, sta sempre in riverenze e gran rispetto. Ma che mi giovan tante belle scene, se la Marfisa non mi vuol piú bene?—
34
Cosí dicendo, si metteva a urlare come un fanciul che al culo abbia un cavallo. Prete Gualtier lo corre a confortare, gridando:—Voi parete un pappagallo. Qui non vi convien piangere e gridare: cotesto amore alfin convien lasciallo. Di troppo offeso siete: io vi consiglio a lacerar la scritta dal periglio.
35
Non vi tirate in casa quel demonio: di non volerlo gran ragione avete. Se passate con quello in matrimonio, perdio, marchese, rovinato siete. E un diavol che non teme sant'Antonio; ed io nol scaccerò, benché son prete. Liberatevi tosto dall'impegno, o fuggo via, da sacerdote indegno.
36
—Per caritá, Gualtier, non mi fuggire, —disse Terigi;—tu di' bene assai. Io voglio andare a quel dimonio, e dire e far quel che non credi e che udirai. La mia ragion saprò farla sentire: lacererò la scritta, lo vedrai; e poiché avrò esaltato il mio gran merito, voglio voltarle tanto di preterito.—
37
Cosí detto, Terigi indosso mette il piú ricco vestito ch'egli avesse. Dimenando le sue corte gambette, va via che par che il vento lo spignesse. —La regina vo' far delle vendette, né baderò a menzogne né a promesse,— giva dicendo, e gli occhi tondi tira: giunse a Marfisa che sembrava l'ira.
38
Eran scorsi otto giorni dalla sera della conversazion che v'ho narrata, che pe' disgusti ritirato s'era Terigi e non l'avea piú visitata. Marfisa lo guardò d'una maniera la piú bizzarra che fosse inventata, e non gli ha dato campo a parlar prima, ma lo rimproverò di poca stima.
39
—Meritereste—disse—che l'amore c'ho per voi se n'andasse alle calcagna. Mi lasciaste otto giorni contar l'ore, come s'io fossi qualche vostra cagna. O un asin siete, o non avete core, o un core avete fatto di lasagna. In parola d'onor, meritereste le corna, ancor che mille capi aveste.
40
A questo modo si trattan le spose! senza creanza, rozzo villanzone! Da dama, paion cose fabulose, da farvi sú capitolo o canzone. Fatemi un'altra ancor di queste cose, perdio! non vi varrá star ginocchione.— Il marchese rimase stupefatto e pareva briaco, anzi pur matto.
41
E cominciò:—Illustrissima…—ma quella non gli lasciava dire una parola. Ei ripiglia:—Illustrissima…—e pur ella gli va serrando le sillabe in gola. —Tacete lá—gridava, e pur martella che non dovea lasciarla un giorno sola, e che una sposa, sviscerata amante, si tratta meglio, e chiamalo forfante.
42
E perch'ei pur l'«illustrissima» intuona, ella ebbe finta alcuna lagrimetta. Terigi allora a un pianto s'abbandona con una bocca quasi di berretta, dicendole:—Illustrissima padrona, per l'amor di Gesú, datemi retta. Io vi chiedo perdon, ma…—Dopo questo gl'impedieno i singhiozzi il dire il resto.
43
La dama lo scusò per quella volta; il resto non lo volle piú sapere. —La vostra villania resti sepolta: siate per l'avvenir piú cavaliere.— Cosí diceva, e Terigi l'ascolta, e non sapeva parlar né tacere. Marfisa pur lo guarda e ha replicato: —Sí, vi perdono; sí, v'ho perdonato.
44
Anzi, perché un bel pegno tosto abbiate dell'amor mio, della mia confidenza, vo' che tremila zecchin d'òr mi diate, ché supplir deggio a certa mia occorrenza. A un tal segno d'amor vi rallegrate: speditemeli tosto in diligenza; ma in avvenir non fate malegrazie, perch'io non vi farò sí belle grazie.—
45
A sí gran colpo il marchese novello, che nell'interno è gabelliere ancora, sentissi gran rivolta nel cervello, pulsare il cor che gli balzava fuora. La soggezion, l'amore in un fardello coll'interesse, e il dubbio lo scolora, ché lo sborsar tremila zecchin d'oro non gli sembrava picciolo lavoro.
46
Volea dir sí, volea dir no, volea promettere e mancar: va ruminando. Gran pagamenti fatti ch'egli avea, riscossion dure andava balbettando. Sorridendo Marfisa soggiugnea: —O vile, o pidocchioso, o miserando! voi mi movete il vomito, da dama; non dite piú, questo parlar v'infama.
47
C'è Filinor guascon, che, benché paia un poveruomo, ha in cor de' gran luigi; e basterá ch'io mandi una ghiandaia, ché gli fo grazia a chiedergli servigi. Credei farvi finezza, allocco, baia, cavalier delle fogne di Parigi! Or vo' farvi veder come un signore tratta le dame che gli fanno onore.—
48
Cosí detto, s'appressa al calamaio fingendo dissegnare un suo viglietto. Non dimandar se Terigi fu gaio o se fu per morirsi di dispetto. Avrebbe dato il cuore, non che il saio, piuttosto ch'ella scriva al giovinetto: non pensa s'ella dica bene o male, ma l'ammazza il viglietto al suo rivale.
49
A' giorni suoi non fu tanto eloquente quanto in quel punto il gabellier marchese. Le chiedeva perdono umilemente, giurava non aver le cose intese; che i tremila zecchin subitamente le avria mandati, i piú bei del paese, e ventimila e trentamila in oro, purch'ella non scrivesse a Filinoro.
50
Quella bizzarra, dentro a sé ridendo, fece per molte scosse l'ostinata; ma perché alfin Terigi va soffrendo e cominciava faccia rassegnata, lasciò la penna e disse:—Io mi vi arrendo, ché sono alfin di zucchero impastata. Maledico il mio cor, che buon non sia d'usar con chi l'offende tirannia.—
51
Terigi d'allegrezza è di sé fuori, le bacia in fretta tutte due le mani. —Perdio—dicea,—illustrissima, i sudori fareste uscir dalle midolle a' cani.— Cosí detto, correva a' suoi tesori, e tremila zecchini veneziani tosto spedí. Marfisa a Ganellone gli manda per l'incarco del guascone.
52
Or qui potrebbe dirmi alcun lettore che una dama alle truffe non discende. Ed io rispondo che Matteo scrittore faceva in quell'etá commedie orrende, e che mettea le dame, traditore piú che le putte, ove il buon vin si vende; onde Marfisa il costume apparava, e a tempo e luogo poi l'adoperava.
53
Una commedia avea Matteo formata, dettaLa buona moglie, e posta in scena, dove una dama finta spasimata d'un mercante vedeasi, molto amena. Sei zecchin d'oro avea chiesti l'ingrata in prestanza a colui, ch'io il credo appena; con que' zecchini poi col suo marito avea barato il mercante e tradito.
54
Questo è il costume che s'usava allora nelle commedie e ne' libri novelli. Ora torniamo a Gan, che s'innamora de' tremila zecchini, che son belli: gli tocca e con la vista gli divora; poi gli ripon ne' sacri suoi cancelli; poi ride e dice:—Questi gli sparagno, perch'io sono il mignon di Carlo Magno.—
55
Volle che Filinoro gli facesse una scrittura, in viso assai cortese, con la qual dell'incarco promettesse a Gan cento zecchin pagar il mese. —Di questi celebrar fo tante messe e marito fanciulle del paese— diceva il conte; e Filinor fu tosto per questa via nell'incarco riposto.
56
Non si potria mai dir la petulanza del guascon, quando egli ebbe il posto altero. Tutti disprezza, e con poca creanza trattava ogni piú antico cavaliero. —Il parlamento ebbe una gran baldanza a non darmi il sigillo dell'impero —diceva;—per sua parte n'ho vergogna e gliene incaco e peggio, se bisogna.
57
Marfisa a' paladini aveva detto «assassini» e «briccon» con insolenza, che non aveano Filinoro eletto: gli discacciava dalla sua presenza. Veniva il buon Terigi, poveretto; ma lo trattava con indifferenza. De' tremila zecchin piú non parlava: la trama col guascone seguitava.
58
Chi avesse detto a Terigi:—Marchese, la somma de' zecchini avete data perché il guascon sia grande a vostre spese e possa corteggiar la vostra amata,— credo che in un pilastro del paese, fuori di sé, la testa avrebbe data; ché certo dopo quell'opra famosa Marfisa e Filinor sono una cosa.
59
Era, come abbiam detto, quel guascone un garzonaccio del nuovo costume, e la trattava con adulazione, con un ruscel di lodi, con un fiume. Partito dalla sua conversazione, dicea:—Son secco, piú non vedo lume: son pur noiose queste innamorate;— e s'inventava cose da stoccate.
60
Talor diceva:—Io fui da quella matta; non poteva sbrigarmi dall'assedio: quand'io ci son, non val che la combatta perché mi lasci andar; non c'è rimedio. La mi guarda languente, contraffatta; la trae sospiri, ch'io muoio di tedio. Le puzza il fiato sí, quando l'ho presso, ch'io soffrirei piú volentieri un cesso.—
61
La dama gli avea dato qualche volta del matrimonio con Terigi un cenno. Il guascon detto avea:—Siete sepolta; pur le promesse mantener si denno: ma se goffo è il marito, ha fatto còlta la donna, ed ha fortuna s'ella ha senno. Voi m'intendete giá: questi imenei son per comoditá dati dai dèi.—
62
Rideva la fanciulla estremamente, dicendogli:—Tu sei pur spiritoso.— Quel garzonaccio aggiungea prestamente detti peggior, sicch'io dirli non oso. Quando partia, Marfisa diligente Ipalca gli spedia senza riposo, e sali, e dolci accuse si mandavano, e viglietti infocati che fumavano.
63
Terigi in casa non trova la sposa, e s'anch'ell'era in casa, ella non v'era. Ognuno al meschinel narra qualcosa, e s'inventava, ed egli si dispera. Chi l'aveva veduta furiosa, chi travestita a' ridotti la sera; ond'egli era geloso e riscaldato, e mandava spion per ogni lato.
64
Se alcuna volta in casa la trovava, or sbavigli, or rabuffi riscuoteva. Eccoti Filinoro che arrivava, e appresso la bizzarra si metteva. Il marchese sudava e sospirava per qualche gesto che lo trafiggeva, e peggio, ché il guascon mai non partia, ma volea ch'egli primo andasse via.
65
Correa d'aprile il bel mese ridente, e s'aspettava il giugno agli sponsali. Il Tauro in ciel minacciava sovente alla teda d'imen futuri mali. Nascean de' gran sospetti veramente di scioglimento ancora in fra i mortali. Tutto Parigi stava in attenzione su' scherzi di Marfisa e del guascone.
66