III.Piero la mattina dopo mandò de' fiori a Giovanna e un biglietto nel quale la pregava di dirgli quando poteva andare a farle visita. Giovanna ringraziandolo gli rispose che gli avrebbe scritto per avvertirlo, e Piero che s'aspettava l'invito per quel giorno stesso, rimase male e si domandò: — Che accade? — Per più mattine aspettò la posta, ma la lettera di Giovanna non giunse. Egli lasciava triste l'albergo e soltanto riusciva a vincere ancora la sua tristezza visitando le scuole e i sodalizi italiani di Rio de Janeiro accompagnato da Giorgio Tanno, dai fratelli Mùrola e da altri e talvolta anche dal socialista Giacomo Rummo. Questi era segretario d'un sodalizio intitolato l'«Operaio Italiano» e quando il Buondelmonti andò a visitarlo, gli fece il viso dell'armi come al pranzo del Berènga: in fretta e furia gli mostrò le sale per puro dovere di ufficio, gli dette alcune notizie sull'origine e l'andamento del sodalizio e lo piantò lì insieme con gli altri che l'avevano accompagnato.Un'altra volta il Buondelmonti trovò il Rummo sulla porta d'una scuola insieme con altri che lo aspettavano per riceverlo. Era una scuola d'infanzia, vi erano trenta o quaranta bambini, i figli degli italiani nati nel Brasile, i figli degli emigranti che avevano attraversato l'oceano per cercar fortuna. Erano trenta o quaranta bambini macilenti ed esangui, una sorta d'omuncoli malati in cui s'era già spenta negli occhi e nei gesti ogni vivacità italiana. Avevano ancora negli occhi un'ombra degli italiani del mezzogiorno, un orlo intorno alle palpebre d'un bel nero morato che tanto più risaltava nell'esangue macilenza dei volti. Il Buondelmonti n'interrogò alcuni e domandò loro il nome del padre e della madre e che cosa facevano, e ogni bambino rispondeva il mestiere del padre e della madre non in italiano, ma in brasiliano. Il Buondelmonti dimandò loro a uno a uno:— Sei italiano o brasiliano?E tutti quei bambini dai sei ai dieci anni a uno a uno risposero:— Brasiliano.Il Buondelmonti si rivolse al loro maestro. Questi era un giovanotto sui vent'anni bello e forte, oriundo d'Italia e nato nel Brasile. Il Buondelmonti rimase con gli occhi stupefatti a guardarlo, perchè gli parve d'assistere ad una metamorfosi.Il giovanotto aveva tutte le fattezze e la struttura e i bei colori ancora dell'italiano, ma già una lentezza, simile a quando prende il sonno, l'aveva occupato, ed era così visibile che pareva l'occupasse in quel momento. Al Buondelmonti parve di assistere al trasformarsi dell'italiano in uomo d'altro clima. Proprio come quando un colore si muta in un altro, l'italianità era ancora e già mancava. Il Buondelmonti voleva dir qualcosa al maestro intorno al suo metodo d'insegnamento, ma non gli disse nulla, scrollò le spalle e uscì dalla scuola.Disse al Rummo, quando furono in istrada:— Queste scuole sono davvero un debole istrumento per la conservazione dell'italianità nelle colonie!E cercò d'intrattenere il Rummo parlandogli d'emigrazione e di doveri nazionali; ma il Rummo gli disse:— So, so! Ho dat'un'occhiata al suo libro, «La riforma borghese».— Ebbene?— Lei vorrebbe la nazione eroica, sogna conquiste affricane. Ma dove vuol trovarlo l'eroismo tra la borghesia? L'eroismo è solo dalla nostra parte e si chiama sciopero generale.E sprezzantemente il Rummo se n'andò pe' fatti suoi, non solo, ma da quella volta si tenne il piùpossibile lontano dai ritrovi dove supponeva d'incontrar il Buondelmonti, e per la via si voltava dall'altra parte e non lo salutò più.Altre volte il Buondelmonti passeggiava per Rio de Janeiro insieme con Quirino Honorio do Amaral, spesso lungo la riva del mare, e le loro conversazioni s'aggiravano di solito su letterati e artisti europei della cui conoscenza, specie degli italiani, il giovane brasiliano si mostrava avidissimo. Egli aveva già un cervello addestrato alle cose della letteratura e dell'arte di Europa ed aveva per tutto ciò che fosse italiano una passione che lo divorava; la quale passione, seppe il Buondelmonti in una delle loro passeggiate sul mare, gli proveniva dall'avere egli qualche anno avanti, quando cioè era ancora giovinetto, vista recitare in un teatro di Rio de Janeiro una grande attrice italiana, e dall'essersi allora per la prima volta la sua anima iniziata alla conoscenza del bello. Quirino era poeta d'ardente e profonda anima, aveva già composto un poema intitolato «La patria lontana» e l'aveva dedicato al grande poeta nazionale del Brasile Joâo Antonio de Oliveira del quale egli era discepolo. La patria lontana era l'Italia, culla della civiltà latina. L'anima di Quirino vedeva continuamente l'Italia, perchè l'arte ne aveva risvegliato in lui, il ricordo, ed ei la considerava come sua patriad'origine, sin dall'origine de' suoi padri antichi. Sicchè quando si trovava col Buondelmonti era avidissimo di saperne il più possibile e lo interrogava su Roma e sulle altre città, sull'aspetto de' paesaggi, sui monumenti e sulle vite degli artisti; tornava continuamente su Roma e sulle rovine romane e faceva domande particolareggiate, minuziose, dicendo spesso:— Io so che questo monumento è posto così ed ha questa linea, ma com'è?Il Buondelmonti gli rispondeva e Quirino domandava ancora, e il Buondelmonti gli dava altre notizie sorridendo, ma Quirino era insaziabile, per un'avidità dell'antichissimo sangue trasfuso in lui.Spesso poi conduceva il Buondelmonti da un celebre libraio francese della città il quale si chiamava Garnier e nella cui bottega frequentavano letterati e artisti; questi pure, uomini di fino intelletto e di curiosità spirituale, si mostravano desiderosi di conoscere la letteratura e l'arte d'Italia, ma Quirino per placare la sua nostalgia li stancava parlando e parlando loro del Buondelmonti, quando questi era partito.Finalmente una settimana dopo il pranzo del Berènga, Piero e gli Axerio si ritrovarono in una casa brasiliana che dava un ricevimento in loroonore, e Piero appena entrato nel primo salotto avendo scorto Giovanna le andò incontro e le domandò:— Perchè non mi ha più scritto?Ma Giovanna non aveva ancora risposto quando sopraggiunse il Porrèna dicendo:— Questo Brasile m'accoppa con una congestione cerebrale di noia.Pure, aveva un'allegria che gli schizzava fuori da tutti i pori e la sua faccia arguta non era stata mai così arguta come quella sera. Sotto voce prese a perseguitare tre brasiliani che attraversavano il salotto, sparivano in quello attiguo, riapparivano, uno dietro l'altro, tutti e tre soli, impalati e stecchiti come andassero in processione, e mostrando sotto la pelle dell'uomo bianco la struttura del teschio e il colore del negro.— Eccoli lì: hanno i loro padri alle finestre.E le finestre erano per il Porrèna le loro stesse facce da cui come da finestre mettevan fuori il capo i padri. E il Porrèna non tanto rideva di questo quanto a pensare come i tre brasiliani si sarebbero irritati, infuriati, se uno avesse mostrato loro il destino di quelle loro facce bianche, di far da finestre a' teschi dei loro padri negri. La visione de' tre brasiliani che pestavano i piedi dal furore, ciascuno col teschio del padre saltantedentro l'involucro della pelle facciale, esilarava il Porrèna e dava al suo animo un'ebrietà di «vis comica» che si trasfondeva nell'animo di Giovanna. Finalmente il giovane trovò l'ultima parola per uno de' tre brasiliani deambulanti, molto vecchio, tutto rughe, talchè come tra un arruffio di corde appariva il suo teschio.— Eccolo lì: ha ancora qualcosa di giovanile: lo scheletro.Infatti il vecchio camminava con la persona diritta e qualcosa d'inesprimibilmente giovanile era in lui, nel portamento della spina dorsale. Il Porrèna e Giovanna a un tratto sparirono nella folla degli altri invitati e Piero si mise a cercarli di salotto in salotto, finchè poco dopo ritrovò la signora senza più il giovane e le disse:— Ma che c'è dunque fra Lei e me?La signora alzò il viso, lo guardò, ebbe un moto d'ira tra ciglio e ciglio, gli disse:— Lei perde contegno, signor Buondelmonti.Poi vide la sua faccia sì stravolta che aggiunse:— Venga dimani alla villa verso le quattro.E andò dritta incontro al marito.Il giorno dopo verso le tre Piero salì a Santa Teresa domandandosi ancora la causa del mutamento di Giovanna e ricordandosi de' pochi giorni del viaggio che eran successi alla notte in cui l'«Atlantide» aveva camminato attraverso lanebbia. In quei giorni egli aveva sempre creduto di legger chiaro nell'anima di lei; vi aveva letto che essa non voleva trovarsi più sola in sua compagnia, ma era stata d'un'adorabile dolcezza negli attimi fuggenti, e ciò era bastato a Piero e gli era piaciuto e aveva pensato che non bisognava farle violenza, tanto sarebbero giunti presto a Rio de Janeiro. Il giorno prima dell'arrivo Giovanna stava nel corridoio avanti alla sua cabina, in ginocchio, e riponeva le sue robe nel baule, quando era passato Piero e aveva detto:— A domani!Giovanna senza alzarsi di ginocchio gli aveva stretto la mano con tanta luce negli occhi! Nè tutto quel giorno, nè il giorno innanzi, nè prima l'aveva trovata più in compagnia del Porrèna. Ora perchè il Porrèna era tornato accanto a lei? Che mutamento aveva fatto Giovanna? Perchè?Piero era salito in tranvai; giunto dove bisognava scendere per prendere il sentiero che menava su alla villa degli Axerio, s'accorse che era troppo presto, scese e s'indugiò per la strada da dove cadendogli gli occhi sulla città che stava giù nel piano, ripensò che non aveva ancora avuto l'animo per contemplarne la bellezza, ne provò rimorso e cercò di liberarsi dalla passione che già incominciava a rendersi padrona di lui, cercò di liberarsene lasciandosi occuparedalle cose esterne. Per la strada dove andava, c'era molta quiete, casette sparse con giardinetti intorno, bambini scalzi, serve negre e qualche venditore ambulante che passava battendo con una mano delle bacchette di legno per farsi sentire. Talvolta si sentiva un batter di mani dinanzi al cancello d'un giardinetto o alla porta d'una casetta: era qualcuno che chiamava di fuori e qualcuno di dentro appariva, sì i giardinetti eran piccoli e le casette piccole e leggiere. Piero prese il sentiero della villa e a un certo punto trovò degli operai negri e bianchi che lavoravano, alzavano un muro per reggere il ciglione che non franasse, e fra loro Piero riconobbe un emigrante dell'«Atlantide» e ne sentì altri dire qualche parola in italiano. Allora si accorse quanto una delle due nature che erano in lui, la individuale, presa d'amore, avesse sopraffatto l'altra che poteva diventar coscienza nazionale, perchè non aveva più occhi per vedere gli uomini della sua patria, nè orecchi per sentirne le voci. Ne provò un profondo rimorso e si disse dentro di sè:— Son venuto qui a innamorarmi come un fanciullo?E guardò gli uomini della sua patria che rivoltavano la terra straniera in mezzo ai negri schiavi d'Affrica. Quando a un tratto uno di questinegri alzò la voce e si mise a gesticolare sulla faccia d'un italiano. Altercavano e ad un certo momento il negro fece l'atto di metter le mani addosso all'italiano.— Ah razzaccia! — gridò Piero e spinto dal suo rimorso a far anche di più di quel che fosse necessario per un uomo della sua patria fu addosso al negro e l'atterrò, ma quegli fortissimo rimessosi in piedi gli sferrò un pugno. Cieco d'ira allora Piero e più forte gli fu di nuovo addosso e di nuovo l'atterrò e lo conficcò con le ginocchia a terra e gli sbattè la faccia sulla terra rivoltata che era di color rosso acceso, sicchè sulla faccia negra, quando questa si rialzò, pareva brani sanguinanti. Ma subito Piero per lo stimolo di quella stessa azione di lotta che aveva compiuta, si ricordò del Porrèna, il suo amore lo rioccupò, la paura e l'ansia lo vinsero, d'un fiato sotto il sole rovente corse su alla villa degli Axerio, nel salotto vide che il Porrèna non c'era, la gioia lo invase, vide poi che Giovanna era in compagnia d'una signora italiana, di due signori brasiliani a lui sconosciuti e del marito. E sino alla fine della visita il giovane, dimentico anche del mutamento di Giovanna, ebbe l'animo libero, leggiero leggiero e gioioso. Il professor Axerio raccontò della prima lezione che aveva fatta alla facoltà di medicina il giornoavanti e disse bene degli studenti brasiliani che gli erano parsi d'un'intelligenza raccolta e penetrante. La signora della colonia, una madre di famiglia, raccontava a Giovanna delle difficoltà che ci sono per educare italianamente i figli nella colonia, mancando buone scuole.A un tratto Piero e le signore sentirono un galoppo serrato per il sentiero sotto la villa. Eran accanto alla finestra, guardaron fuori, videro dallo svolto del colle venir a cavallo di gran trotto una forma femminile nella quale, quando fu più vicina, riconobbero Bruna Berènga. Questa passò sotto la villa, alzò gli occhi, salutò mandando un grido acuto, sfrenò il cavallo, divorò il tratto di sentiero che saliva sui precipizi sino alla foresta nella quale sparve. E subito dal medesimo svolto del colle apparve un cavaliere, era il Berènga il quale teneva dietro alla nipote di gran corsa. Passò anch'egli sotto le finestre, curvo il gran torso sul cavallo, non vide, lanciò un grido:— Bruna!Sparì anch'egli nella foresta e si sentì ancora la voce che richiamava:— Bruna!Giovanna dopo si levò dalla finestra per offrire il tè. E Piero tutto animato di speranza da quella corsa selvaggia disse a Giovanna mentre questa gli porgeva la tazza:— Poi mi dirà, vero?... perchè con me non è più quella di prima.Giovanna senza alzar gli occhi dalla tazza gli rispose:— Sono sempre la stessa.— Allora — riprese Piero — posso venir anche domani a salutarla?Giovanna a capo chino rispose di sì.E Piero qualche momento dopo, lasciata la casa di Giovanna, aveva nell'anima un gran proposito di lavoro. Voleva nell'America del Sud non passarsela in ozio, ma occuparsi utilmente studiando l'emigrazione italiana. Perchè la felicità aveva nel cuor di lui, già stretto dalla pena d'amore, resuscitata la coscienza nazionale come il vento da un fuoco chiuso in un cespuglio appicca la fiamma a tutta la foresta. Egli era sempre stato in Italia un forte lavoratore ed ora da più d'un mese, tra il viaggio e il resto, aveva cessato ogni seria occupazione. Era tempo di ricominciare. E scendendo da Santa Teresa in città benediceva Giovanna che gli aveva suggerita l'idea di quel viaggio e degli studii sull'emigrazione. Ella diventava l'ispiratrice della stessa sua coscienza nazionale e Piero l'adorava come non la aveva adorata mai. Giunto in città corse al consolato italiano e fattisi dare libri, relazioni, notizie, ogni sorta di documenti sulle condizioni degli italiania Rio de Janeiro tornò all'albergo e passò tutta la notte a tavolino. Ma la mattina Giovanna gli mandò un biglietto nel quale gli diceva che era dispiacente di non poterlo ricevere il giorno per un impegno sopraggiuntole da parte di suo marito. Nulla più: non l'invitava per un'altra volta.E allora Piero ricadde in balìa della pena d'amore perchè era orgoglioso e per tutto l'oro del mondo non avrebbe più battuto alla porta di Giovanna. Costei l'aveva attirato tanto lontano, lusingato e ora l'abbandonava. Gli riappariva il Porrèna. Li disprezzava tutti e due. Erano degni l'uno dell'altra, erano il prototipo della coppia cittadina raffinata, frivola e motteggiatrice con la quale egli non poteva parlare. Ma altre volte, specie la mattina quand'era giunta la posta senza portar un nuovo invito di Giovanna, la passione s'impossessava di lui, e allora si ritrovava solo nella città sconosciuta, i nuovi amici non esistevano più, tutte le cose esteriori erano morte, non poteva restare all'albergo ed errava per le strade senza mai trovar requie, sempre col pensiero fisso di Giovanna dentro di sè e spesso si ricordava de' giorni che avevano passato insieme sull'«Atlantide». La rivedeva tanto più amabile d'allora. La rivedeva in tanti atteggiamenti di cui gli pareva che allora gli fosserosfuggite la leggiadria e la grazia, allora che era per lui la donna la quale sarebbe stata la sua amante di lì a pochi giorni. Rifaceva la vita di bordo, giorno per giorno, ora per ora, e gli pareva di non aver goduto abbastanza della sua compagnia e di lei. La rivedeva e la risentiva parlare, ridere, camminare, uscire dalla sua cabina, entrare nella sala da pranzo, battere le mani dalla gioia, fissarlo con gli occhi ilari e intimiditi, chinare il piccolo, leggiadro capo sul mare, dirgli tante tante frivole cose sotto voce, pendere dalle sue labbra quand'egli le raccontava degli emigranti. Rivedeva quel nastro di seta color granato su quel profilo greco de' suoi capelli castani tremare al vento leggiero come la sua anima, gli era parso talvolta, a fior del mare. E tutto era pieno di lei; i suoi occhi, il suo riso, le sue vesti erano da per tutto, tutto prendeva qualcosa da lei, il mare, la nave, il cielo, la notte, le stelle. Essi avevano contemplato insieme le stelle, spiato l'apparire della Croce del Sud dopo l'Equatore, visto ondulare nella notte le alberature e le sartie nere e attraverso quelle brillare le stelle. Avevano visto la cima, dell'albero di prua tentennare quasi impercettibilmente e sopra c'era una stella, tre stelle, uno sciame di stelle, e l'albero pareva che si movesse per toccarle. E Giovanna aveva mormorato qualche parolao mandato un sospiro per esprimere la sua pena di non potersi esprimere, e a Piero quel sospiro e quella parola non erano penetrati nel cuore come ora che glie lo dilaniavano. Che paradiso avrebbero potuto dargli ora quelli occhi da cui l'infanzia non voleva partire, quella voce, quel riso, quella bocca, quelle mani piccole e magre che quella notte aveva prese fra le sue e baciate e lasciate! Perchè le aveva lasciate? Ora Piero se ne pentiva perchè sapeva che l'amore della donna è spesso il frutto della sua caduta e che ci sono donne le quali non cadono perchè amano, ma amano perchè sono cadute. Ei si diceva dentro di sè: — Perchè ho avuto questa debolezza? — E ne provava rimorso. Si ricordava che quella notte, quand'erano soli, sepolti nella nebbia, ed essa tremava e aspettava, si ricordava d'aver sentito per un attimo sfiorarsi il petto dal palpito del suo seno e di aver sentito per l'attimo d'un attimo lungo la persona il contorno della schietta persona di Giovanna, e questo ricordo gli dava un rimorso carnale che accendeva la sua passione. In certi momenti Giovanna stessa mutava aspetto e la sua voce non diceva a Piero come allora: — Pietà di me! — Ma diceva: — Perchè non m'hai soffocata fra le tue braccia? Io volevo questo, se tu l'avessi voluto. Perchè m'hai delusa? — Riappariva il Porrèna,riappariva continuamente sulla nave accanto a Giovanna.E intanto ogni proposito di lavoro era caduto. Gli amici, Giorgio Tanno, i fratelli Mùrola, andavano a cercar Piero all'albergo dove abitava sulla riva del mare, e lo trovavano afflitto: rispondeva appena alle loro parole e non domandava più delle cose della colonia, delle scuole e de' sodalizi, che per lo innanzi aveva mostrato tanto zelo di conoscere. Talvolta quella sua natura per la quale egli poteva uscir da se medesimo e incarnar la coscienza d'una nazione, mandava il suo nobile grido contro l'altra che la teneva schiava d'amore. Piero aveva sempre avuto molto disprezzo per il romanzo borghese contemporaneo il cui eroe è sempre il giovane signore ozioso, spasimante d'amore in adulterio. Nulla di più sciocco aveva trovato mai di simile letteraturaccia da omiciattoli. Ed ora in un paese d'emigranti della sua patria, egli, apostolo della vita nazionale eroica, per altro non era venuto se non per comporre, delle sue lacrime e de' suoi sospiri, un romanzuccio d'amore e di gelosia, d'amore senza corrispondenza e di gelosia forse senza rivale. Piero si disprezzava per il suo amore e per la sua gelosia. Ma non poteva far altro se non pensare a Giovanna. Seppe un giorno che gli Axerio avevano cominciato a frequentarqualcuno della colonia e a far visite la sera. Egli andò or da questo, or da quello con la speranza di trovar Giovanna, e la cercava per la città.Una Domenica Piero si sentiva più afflitto e solo degli altri giorni nella città sconosciuta, e più la coscienza della miseria nella quale era caduto, lo tormentava. Quando pensò che un solo uomo gli avrebbe potuto dar forza per risorgere o almeno un po' di consolazione, e quest'uomo era il costruttore di case Lorenzo Berènga. Andò a trovarlo nella sua villa a Santa Teresa dopo il tramonto. C'era nel giardino della villa la nipote Bruna la quale appena lo scorse, gli si fogò incontro a braccia aperte mandando grida festose, e Piero a un tratto si sentì consolato da quell'accoglienza tanto cordiale. Subito Bruna gli domandò:— Lo zio?E senza aspettar risposta s'incamminò avanti. Andava via in fretta per il giardino e nelle sue membra c'era il fremito della corsa frenata a stento. Ma a un tratto disse:— Questa sera gli altri italiani non verranno.Piero si sentì rimorire confessandosi ora che egli era venuto alla villa del Berènga, soprattutto per la speranza di trovarvi Giovanna.Appena toccò la soglia, Bruna s'alzò di statura, la sua faccia si ricoperse di religione come quella del devoto che entra in chiesa. Attraversò un corridoio camminando in punta di piedi per abitudine contratta e come se un momento dopo non avesse dovuto disturbar lo zio battendo alla sua porta. Quando fu dinanzi ad una porta chiusa, battè.Una voce aspra rispose di dentro:— Avanti.Il Berènga appena il Buondelmonti entrò, gli chiese, senza nemmeno dar tempo ai saluti, se sapeva di quelle società per la costruzione di case operaie che ci sono in alcune città d'Italia, e quegli incapace di parlare gli rispose di no. Il Berènga gli aggiunse che voleva vedere se era possibile di tentar qualcosa di simile a Rio de Janeiro, e che aveva incominciato a studiare intorno a quel disegno. Il Buondelmonti facendosi forza gli disse:— Mi hanno raccontato che Lei trova il tempo per molte cose....— È vero.E il Berènga portò il Buondelmonti nella sua biblioteca dove fra molti altri libri di vario genere gli additò le più celebri e reputate opere francesi, italiane, tedesche, inglesi, d'esegesi biblica, di storia del cristianesimo, di controversiafra il cattolicismo e il protestantismo, di dogmatica e di oratoria sacra. Poi tirò giù dagli scaffali alcune di quelle opere, mostrò le pagine annotate nei margini. Domandò l'altro:— Son note di suo pugno?— E di chi debbono essere? — rispose il Berènga e tirò giù altre opere che avevano in margine annotazioni piene di acume e di profonda fede religiosa. Ora l'annotatore approvava il testo e ora contradiceva, il più spesso senza discutere, seccamente, sì e no, come uomo sicuro del fatto suo e senza dubbii:— Faccio sempre così; io non posso lasciarmi dominare quando lo scrittore mi manifesta il suo pensiero; ho bisogno di dominarlo io e annoto.— Ma pure Lei è un uomo di fede.Il Berènga aggrottò i fasci delle sopracciglia e proruppe corrucciato:— Ma la mia fede è libertà, non schiavitù! La mia fede è mia, perchè me la sono scelta io, e credo perchè ho visto! Credere non mi diminuisce, mi fa così!S'alzò sulla punta dei piedi, levò le braccia e poi sedutosi al tavolino e invitato il Buondelmonti a fare altrettanto, riprese:— Sì, caro signor Buondelmonti! Quand'ho lavorato tutto il giorno, mi metto qui e leggo estudio. Veda, per le mie case operaie di cui Le parlavo.Di sotto a un cumulo di libri e di fogli trasse due grandi quaderni tutti scritti e opuscoli in italiano. E dopo aggiunse:— Vuol vedere quant'ho dovuto studiare nella mia vita?Aprì un cassetto del tavolino e ne tirò fuori un monte di quadernetti, come quelli degli scolari e disse:— Ecco qua come mi sono imparato il francese e l'inglese. A quarantacinque anni son ritornato ragazzo.Il Buondelmonti dette un'occhiata ai quadernetti e s'accorse che si calmava la sua pena. Guardò il costruttore che teneva il braccio disteso sul tavolino in atteggiamento di riposo senza stanchezza e aveva sulla faccia la franca soddisfazione di parlare di sè. Lo invitò a raccontargli la sua vita. Ma il Berènga gli raccontò soltanto che era nato in Abruzzo, all'ombra del Gran Sasso, e che suo padre era capomastro famoso ne' suoi paesi e viveva ancora; e poi gli raccontò come egli medesimo era passato da muratore a costruttore mettendosi in un'impresa con un architetto di Rio de Janeiro il quale aveva finito col presagirgli che sarebbe diventato il primo dell'arte sua in tutto il Brasile. E gli raccontòcome aveva imparato le matematiche e l'architettura rubando le notti al sonno. A un tratto dette una voce forte e chiamò Bruna la quale era uscita appena introdotto il Buondelmonti. Accorsa Bruna le disse:— Tutti qui per le orazioni.E di nuovo rimasto solo col Buondelmonti gli disse:— Oggi è Domenica, è l'ora di fare orazione; se a Lei non piace assistervi, buona notte.— No! Mi piace — esclamò il Buondelmonti e già respirava liberamente.Il Berènga aggiunse contento, come per concludere:— Insomma, caro signor Buondelmonti, qualcosa abbiamo fatto. Ho cinque officine, settecento operai, ho arricchito i miei genitori e i miei fratelli che son tornati in Italia, ho cercato nelle costruzioni che ho inalzato qui di mettere un po' di solidità alla maniera di mio padre e qualche linea italiana.Il Buondelmonti sentiva di nuovo il desiderio d'aver notizie degli emigranti e perciò disse al Berènga:— L'altra volta m'accennò le difficoltà d'aprirsi una strada qui.... altra gente, disse, altro clima....— L'altra volta non mi spiegai bene. Non sonuomo io da lamentarmi se trovo la vita dura. Io son più duro. Ma intendevo dire: per chi si costruisce qui? Per chi ho costruito io tanto? Fra la madrepatria e questo nobilissimo paese che ci ospita, che legame c'è? Siamo forse cittadini qui, senz'esercitare i diritti politici? E se prendiamo la cittadinanza del Brasile, siamo forse sempre italiani? E se le volessimo tutte e due, che saremmo noi? E la forza di questo suolo non divora subito i figli degli stranieri sin dalla prima generazione? Diventano figli del paese. Lei, ho saputo, ha visitato la nostra scuola. Son forse ancora italiani? E deve esser così, perchè questo nobilissimo paese ha diritto di diventar grande, perchè come tutti i paesi nuovi ha una forza d'attrazione immensa. Ma noi per chi costruiamo? Io come io, Lei può crederlo, non sono scontento di me. Ma come italiano, che avrò aggiunto con la mia forza, col mio mezzo secolo di lavoro, a quella grande cosa che dovrebbe esser l'Italia? Qui l'Italia non c'è in nessuna maniera! Qui c'è un altro paese, nobilissimo anche questo, che prenderà uno de' primi posti nel mondo, ma non è l'Italia. Io vorrei stare fra gli eschimesi, ma poter dire: — Qui la mia patria domina! — Oh, sarebbe altra cosa!Tacque un momento. Lungo il braccio ancora disteso sul tavolino corsero gli occhi suoi sinalla mano villosa che s'aderse spalancando le dita. Poi il Berènga ricominciò guardandosi sempre le dita:— Le dissi l'altro giorno che più volte sono stato buttato a terra da colpi di fortuna e che mi son sempre rialzato e rifatto. Una volta avevo preso grandi lavori nella capitale d'uno stato del Nord. Dovevo costruire un ospedale, un teatro e altri pubblici edifizi. Noleggiai delle navi per conto mio, assoldai più di mille operai, feci immense provviste di materiale, misi nell'impresa tutti i miei fondi e tutti i miei crediti e via! Ma in quella città di cattivo clima caddi malato, stetti dieci settimane a letto e dovetti tornare a Rio. Rimessomi, stavo per tornare a' miei lavori, quando mi giunse un telegramma con l'annunzio che eran rimasti in tronco. Corsi. A farla breve, il contratto che io avevo, fu rotto e i lavori non furon più ripresi. Tutta la mia fortuna se n'andò in quell'abisso e restai con più d'un milione di debiti. Ma senta. Vengo a sapere che qualcuno m'aveva voltato contro l'animo del governatore per agguantarsi poi lui i lavori. Io lo conoscevo, l'uomo; era un mio nemico e rivale. Un giorno l'incontro per la strada. Appena mi vide, affrettò il passo. Aveva la morte dietro. Lo raggiunsi, l'afferrai per le spalle, lo torsi all'indietro così, gli avrei troncata la spina dorsale e mangiatala faccia, vidi la sua faccia pallida dallo spavento. A un tratto sentii dentro di me una voce: — No! — Lo scossi per le spalle e gli dissi: — Vattene! — Dio voleva così.Tacque. Il suo occhio corse ancora lungo il braccio sino alla mano che drizzò le dita come capi di serpi. Sotto il sopracciglio aggrottato l'occhio nereggiava. Il Berènga ricominciò:— Io ero giovane allora, amavo, mi dovevo sposare di lì, a tre mesi, si seppe della mia rovina, i parenti di lei mi chiamarono e mi dissero: — Tutto è finito! — Io ero troppo orgoglioso, risposi: — Sta bene! — Portaron via quel giorno stesso la ragazza in un'altra città. E non l'ho più rivista. Io stetti un giorno e una notte seduto così a un tavolino a pensare se dovevo finirla. A un tratto una voce mi disse: — Avanti! — Mi detti una frustata nella faccia, m'alzai e ricominciai. Ma per chi, domando io? Se fossi stato nel mio paese e il mio paese m'avesse aiutato, con questo mio braccio qui mi sarei sentito la forza di creare un mondo.Il Berènga alzò dal tavolino il braccio col pugno chiuso, e il Buondelmonti vide correr per quello un torrente di forza.Tornò Bruna con la servitù per le orazioni comuni della Domenica e donne e uomini si disposero in circolo. Lorenzo Berènga lesse prima unframmento della Bibbia e poi alzandosi in piedi incominciò a pregare o meglio a parlare a Dio, a ringraziarlo de' benefizi che gli aveva fatti, a raccomandargli se medesimo e la nipote e il padre e la madre e i fratelli lontani e tutti i suoi servitori. Stava col tergo e con tutte e due le mani appoggiato al tavolino; la lampada elettrica che pendeva dal soffitto, non l'illuminava in pieno, sulla faccia bruna e barbuta c'era un'ombra. Stava con la faccia un po' in avanti e gli occhi chiusi e rassomigliava al cieco, quando sa d'aver dinanzi a sè qualcuno, gli parla e non lo vede. L'ombra che egli aveva sulla faccia, pareva venir da qualcuno al quale egli parlava. Pareva l'ombra di Dio. I lineamenti eran sempre gli stessi, a taglio di spada per la guerra terrena, ma eran sotto quell'ombra e la faccia pareva accecata. E a chi ricordava il suo occhio di guerra, qualunque cosa il Berènga dicesse a Dio nella sua preghiera, pareva dire: — Ecco, Dio, tu hai voluto punirmi per il mio orgoglio e per la ferocia del mio sangue accecandomi, ed ecco io mi umilio dinanzi a te! — E pareva che quell'uomo pregando patisse indicibilmente.Quando il Buondelmonti lasciò la villa, qualcosa di nuovo era accaduto dentro di lui. Una voce gli diceva:— Se non altro per lui, per quell'uomo cheha saputo vincere il suo amore e riprendere il suo lavoro, tu devi fare il tuo dovere. Tu pure devi vincere il tuo amore e lavorare, se non altro perchè non moiano sconosciuti, in esilio questi eroi della tua patria, questi meravigliosi costruttori perfin della loro nuova fede libera e veggente!Si sentiva dentro di sè una forza nuova, una volontà di vincere il suo amore per il suo dovere. Sino a quel momento aveva anche strenuamente combattuto per le sue idee, ma sempre col piacere che nasce dall'agir secondo i proprii istinti e il proprio carattere, mentre ora per la prima volta sentì dentro di sè il primo svegliarsi d'una coscienza più consapevole e più virtuosa che aveva alcunchè di religioso: si sentì forte della volontà di soffrire per fare il proprio dovere. Tanto su di lui era stato efficace l'esempio del Berènga. E a un tratto in questa nuova disposizione di spirito per la prima volta gli apparve la colpa iniziale del suo viaggio: la sua leggerezza. Egli era venuto in paese d'emigranti, nel paese dove Lorenzo Berènga aveva lottato e sofferto e tanti altri uomini della sua patria avevano lottato e sofferto e fatto tanto; egli vi era venuto non condottovi da un serio proposito di studio e di lavoro, ma per seguire l'invito d'una signora. Era la sua colpa iniziale: egli aveva cominciatocom'il giovane signore del frivolo romanzucciaccio borghese. E del resto, anche per l'innanzi, non era stato sempre così? Non era stato anche lui uno schiavo dell'amore? Non s'era compiaciuto dentro di sè delle sue buone fortune d'amore? E tutte le volte che amore era apparso, non gli aveva sempre sacrificato ogni altra cosa? E non era stato anche lui un uomo, un giovane del suo tempo, d'un tempo in cui ognuno è separato dagli altri e chiuso nel suo atomo d'egoismo, nessun grande sentimento e nessuna grande idea essendoci più a formare di tante esistenze una gran vita? Non era stato anche lui l'atomo disperso con la sua cupidigia, con la sua concupiscenza, con la sua cecità? Non era stato anche lui un figliuolo del secolo, frivolo come gli altri? E perciò volendo seguire in America una signora aveva potuto prendere per mero pretesto un disegno di studii nazionali senza neppur accorgersi che offendeva la parte migliore di se medesimo. E perciò tutto quello che ora gli accadeva, se lo meritava. Sentì il rimorso di quello che aveva fatto, e questo rimorso aggiunse nuova forza alla sua volontà. Ripensò a Giovanna e improvvisamente n'ebbe una grande pietà, nè ora la giudicava più male. Ora gli appariva com'una signora che gli aveva fatto quell'invito innocentemente, forse leggermente, ma innocentemente,per semplice simpatia e senza alcun secondo fine. Bisognava lasciarla alla sua pace. Essa era una piccola creatura borghese la quale viveva nella sua ignoranza, senza veder più in là della sua giornata. Bisognava lasciarla alla sua pace.Il Buondelmonti giunse all'albergo quando già era notte inoltrata. Nel suo salotto trovò un biglietto d'invito degli Axerio. Riconobbe il carattere di Giovanna. Dritto in piedi rimase lungamente con gli occhi fissi sul biglietto aperto e posato sul tavolino, sentendo dentro di sè rinascere la tentazione. La combattè e si disse:— Mi scuserò gentilmente, ma non andrò.
Piero la mattina dopo mandò de' fiori a Giovanna e un biglietto nel quale la pregava di dirgli quando poteva andare a farle visita. Giovanna ringraziandolo gli rispose che gli avrebbe scritto per avvertirlo, e Piero che s'aspettava l'invito per quel giorno stesso, rimase male e si domandò: — Che accade? — Per più mattine aspettò la posta, ma la lettera di Giovanna non giunse. Egli lasciava triste l'albergo e soltanto riusciva a vincere ancora la sua tristezza visitando le scuole e i sodalizi italiani di Rio de Janeiro accompagnato da Giorgio Tanno, dai fratelli Mùrola e da altri e talvolta anche dal socialista Giacomo Rummo. Questi era segretario d'un sodalizio intitolato l'«Operaio Italiano» e quando il Buondelmonti andò a visitarlo, gli fece il viso dell'armi come al pranzo del Berènga: in fretta e furia gli mostrò le sale per puro dovere di ufficio, gli dette alcune notizie sull'origine e l'andamento del sodalizio e lo piantò lì insieme con gli altri che l'avevano accompagnato.
Un'altra volta il Buondelmonti trovò il Rummo sulla porta d'una scuola insieme con altri che lo aspettavano per riceverlo. Era una scuola d'infanzia, vi erano trenta o quaranta bambini, i figli degli italiani nati nel Brasile, i figli degli emigranti che avevano attraversato l'oceano per cercar fortuna. Erano trenta o quaranta bambini macilenti ed esangui, una sorta d'omuncoli malati in cui s'era già spenta negli occhi e nei gesti ogni vivacità italiana. Avevano ancora negli occhi un'ombra degli italiani del mezzogiorno, un orlo intorno alle palpebre d'un bel nero morato che tanto più risaltava nell'esangue macilenza dei volti. Il Buondelmonti n'interrogò alcuni e domandò loro il nome del padre e della madre e che cosa facevano, e ogni bambino rispondeva il mestiere del padre e della madre non in italiano, ma in brasiliano. Il Buondelmonti dimandò loro a uno a uno:
— Sei italiano o brasiliano?
E tutti quei bambini dai sei ai dieci anni a uno a uno risposero:
— Brasiliano.
Il Buondelmonti si rivolse al loro maestro. Questi era un giovanotto sui vent'anni bello e forte, oriundo d'Italia e nato nel Brasile. Il Buondelmonti rimase con gli occhi stupefatti a guardarlo, perchè gli parve d'assistere ad una metamorfosi.Il giovanotto aveva tutte le fattezze e la struttura e i bei colori ancora dell'italiano, ma già una lentezza, simile a quando prende il sonno, l'aveva occupato, ed era così visibile che pareva l'occupasse in quel momento. Al Buondelmonti parve di assistere al trasformarsi dell'italiano in uomo d'altro clima. Proprio come quando un colore si muta in un altro, l'italianità era ancora e già mancava. Il Buondelmonti voleva dir qualcosa al maestro intorno al suo metodo d'insegnamento, ma non gli disse nulla, scrollò le spalle e uscì dalla scuola.
Disse al Rummo, quando furono in istrada:
— Queste scuole sono davvero un debole istrumento per la conservazione dell'italianità nelle colonie!
E cercò d'intrattenere il Rummo parlandogli d'emigrazione e di doveri nazionali; ma il Rummo gli disse:
— So, so! Ho dat'un'occhiata al suo libro, «La riforma borghese».
— Ebbene?
— Lei vorrebbe la nazione eroica, sogna conquiste affricane. Ma dove vuol trovarlo l'eroismo tra la borghesia? L'eroismo è solo dalla nostra parte e si chiama sciopero generale.
E sprezzantemente il Rummo se n'andò pe' fatti suoi, non solo, ma da quella volta si tenne il piùpossibile lontano dai ritrovi dove supponeva d'incontrar il Buondelmonti, e per la via si voltava dall'altra parte e non lo salutò più.
Altre volte il Buondelmonti passeggiava per Rio de Janeiro insieme con Quirino Honorio do Amaral, spesso lungo la riva del mare, e le loro conversazioni s'aggiravano di solito su letterati e artisti europei della cui conoscenza, specie degli italiani, il giovane brasiliano si mostrava avidissimo. Egli aveva già un cervello addestrato alle cose della letteratura e dell'arte di Europa ed aveva per tutto ciò che fosse italiano una passione che lo divorava; la quale passione, seppe il Buondelmonti in una delle loro passeggiate sul mare, gli proveniva dall'avere egli qualche anno avanti, quando cioè era ancora giovinetto, vista recitare in un teatro di Rio de Janeiro una grande attrice italiana, e dall'essersi allora per la prima volta la sua anima iniziata alla conoscenza del bello. Quirino era poeta d'ardente e profonda anima, aveva già composto un poema intitolato «La patria lontana» e l'aveva dedicato al grande poeta nazionale del Brasile Joâo Antonio de Oliveira del quale egli era discepolo. La patria lontana era l'Italia, culla della civiltà latina. L'anima di Quirino vedeva continuamente l'Italia, perchè l'arte ne aveva risvegliato in lui, il ricordo, ed ei la considerava come sua patriad'origine, sin dall'origine de' suoi padri antichi. Sicchè quando si trovava col Buondelmonti era avidissimo di saperne il più possibile e lo interrogava su Roma e sulle altre città, sull'aspetto de' paesaggi, sui monumenti e sulle vite degli artisti; tornava continuamente su Roma e sulle rovine romane e faceva domande particolareggiate, minuziose, dicendo spesso:
— Io so che questo monumento è posto così ed ha questa linea, ma com'è?
Il Buondelmonti gli rispondeva e Quirino domandava ancora, e il Buondelmonti gli dava altre notizie sorridendo, ma Quirino era insaziabile, per un'avidità dell'antichissimo sangue trasfuso in lui.
Spesso poi conduceva il Buondelmonti da un celebre libraio francese della città il quale si chiamava Garnier e nella cui bottega frequentavano letterati e artisti; questi pure, uomini di fino intelletto e di curiosità spirituale, si mostravano desiderosi di conoscere la letteratura e l'arte d'Italia, ma Quirino per placare la sua nostalgia li stancava parlando e parlando loro del Buondelmonti, quando questi era partito.
Finalmente una settimana dopo il pranzo del Berènga, Piero e gli Axerio si ritrovarono in una casa brasiliana che dava un ricevimento in loroonore, e Piero appena entrato nel primo salotto avendo scorto Giovanna le andò incontro e le domandò:
— Perchè non mi ha più scritto?
Ma Giovanna non aveva ancora risposto quando sopraggiunse il Porrèna dicendo:
— Questo Brasile m'accoppa con una congestione cerebrale di noia.
Pure, aveva un'allegria che gli schizzava fuori da tutti i pori e la sua faccia arguta non era stata mai così arguta come quella sera. Sotto voce prese a perseguitare tre brasiliani che attraversavano il salotto, sparivano in quello attiguo, riapparivano, uno dietro l'altro, tutti e tre soli, impalati e stecchiti come andassero in processione, e mostrando sotto la pelle dell'uomo bianco la struttura del teschio e il colore del negro.
— Eccoli lì: hanno i loro padri alle finestre.
E le finestre erano per il Porrèna le loro stesse facce da cui come da finestre mettevan fuori il capo i padri. E il Porrèna non tanto rideva di questo quanto a pensare come i tre brasiliani si sarebbero irritati, infuriati, se uno avesse mostrato loro il destino di quelle loro facce bianche, di far da finestre a' teschi dei loro padri negri. La visione de' tre brasiliani che pestavano i piedi dal furore, ciascuno col teschio del padre saltantedentro l'involucro della pelle facciale, esilarava il Porrèna e dava al suo animo un'ebrietà di «vis comica» che si trasfondeva nell'animo di Giovanna. Finalmente il giovane trovò l'ultima parola per uno de' tre brasiliani deambulanti, molto vecchio, tutto rughe, talchè come tra un arruffio di corde appariva il suo teschio.
— Eccolo lì: ha ancora qualcosa di giovanile: lo scheletro.
Infatti il vecchio camminava con la persona diritta e qualcosa d'inesprimibilmente giovanile era in lui, nel portamento della spina dorsale. Il Porrèna e Giovanna a un tratto sparirono nella folla degli altri invitati e Piero si mise a cercarli di salotto in salotto, finchè poco dopo ritrovò la signora senza più il giovane e le disse:
— Ma che c'è dunque fra Lei e me?
La signora alzò il viso, lo guardò, ebbe un moto d'ira tra ciglio e ciglio, gli disse:
— Lei perde contegno, signor Buondelmonti.
Poi vide la sua faccia sì stravolta che aggiunse:
— Venga dimani alla villa verso le quattro.
E andò dritta incontro al marito.
Il giorno dopo verso le tre Piero salì a Santa Teresa domandandosi ancora la causa del mutamento di Giovanna e ricordandosi de' pochi giorni del viaggio che eran successi alla notte in cui l'«Atlantide» aveva camminato attraverso lanebbia. In quei giorni egli aveva sempre creduto di legger chiaro nell'anima di lei; vi aveva letto che essa non voleva trovarsi più sola in sua compagnia, ma era stata d'un'adorabile dolcezza negli attimi fuggenti, e ciò era bastato a Piero e gli era piaciuto e aveva pensato che non bisognava farle violenza, tanto sarebbero giunti presto a Rio de Janeiro. Il giorno prima dell'arrivo Giovanna stava nel corridoio avanti alla sua cabina, in ginocchio, e riponeva le sue robe nel baule, quando era passato Piero e aveva detto:
— A domani!
Giovanna senza alzarsi di ginocchio gli aveva stretto la mano con tanta luce negli occhi! Nè tutto quel giorno, nè il giorno innanzi, nè prima l'aveva trovata più in compagnia del Porrèna. Ora perchè il Porrèna era tornato accanto a lei? Che mutamento aveva fatto Giovanna? Perchè?
Piero era salito in tranvai; giunto dove bisognava scendere per prendere il sentiero che menava su alla villa degli Axerio, s'accorse che era troppo presto, scese e s'indugiò per la strada da dove cadendogli gli occhi sulla città che stava giù nel piano, ripensò che non aveva ancora avuto l'animo per contemplarne la bellezza, ne provò rimorso e cercò di liberarsi dalla passione che già incominciava a rendersi padrona di lui, cercò di liberarsene lasciandosi occuparedalle cose esterne. Per la strada dove andava, c'era molta quiete, casette sparse con giardinetti intorno, bambini scalzi, serve negre e qualche venditore ambulante che passava battendo con una mano delle bacchette di legno per farsi sentire. Talvolta si sentiva un batter di mani dinanzi al cancello d'un giardinetto o alla porta d'una casetta: era qualcuno che chiamava di fuori e qualcuno di dentro appariva, sì i giardinetti eran piccoli e le casette piccole e leggiere. Piero prese il sentiero della villa e a un certo punto trovò degli operai negri e bianchi che lavoravano, alzavano un muro per reggere il ciglione che non franasse, e fra loro Piero riconobbe un emigrante dell'«Atlantide» e ne sentì altri dire qualche parola in italiano. Allora si accorse quanto una delle due nature che erano in lui, la individuale, presa d'amore, avesse sopraffatto l'altra che poteva diventar coscienza nazionale, perchè non aveva più occhi per vedere gli uomini della sua patria, nè orecchi per sentirne le voci. Ne provò un profondo rimorso e si disse dentro di sè:
— Son venuto qui a innamorarmi come un fanciullo?
E guardò gli uomini della sua patria che rivoltavano la terra straniera in mezzo ai negri schiavi d'Affrica. Quando a un tratto uno di questinegri alzò la voce e si mise a gesticolare sulla faccia d'un italiano. Altercavano e ad un certo momento il negro fece l'atto di metter le mani addosso all'italiano.
— Ah razzaccia! — gridò Piero e spinto dal suo rimorso a far anche di più di quel che fosse necessario per un uomo della sua patria fu addosso al negro e l'atterrò, ma quegli fortissimo rimessosi in piedi gli sferrò un pugno. Cieco d'ira allora Piero e più forte gli fu di nuovo addosso e di nuovo l'atterrò e lo conficcò con le ginocchia a terra e gli sbattè la faccia sulla terra rivoltata che era di color rosso acceso, sicchè sulla faccia negra, quando questa si rialzò, pareva brani sanguinanti. Ma subito Piero per lo stimolo di quella stessa azione di lotta che aveva compiuta, si ricordò del Porrèna, il suo amore lo rioccupò, la paura e l'ansia lo vinsero, d'un fiato sotto il sole rovente corse su alla villa degli Axerio, nel salotto vide che il Porrèna non c'era, la gioia lo invase, vide poi che Giovanna era in compagnia d'una signora italiana, di due signori brasiliani a lui sconosciuti e del marito. E sino alla fine della visita il giovane, dimentico anche del mutamento di Giovanna, ebbe l'animo libero, leggiero leggiero e gioioso. Il professor Axerio raccontò della prima lezione che aveva fatta alla facoltà di medicina il giornoavanti e disse bene degli studenti brasiliani che gli erano parsi d'un'intelligenza raccolta e penetrante. La signora della colonia, una madre di famiglia, raccontava a Giovanna delle difficoltà che ci sono per educare italianamente i figli nella colonia, mancando buone scuole.
A un tratto Piero e le signore sentirono un galoppo serrato per il sentiero sotto la villa. Eran accanto alla finestra, guardaron fuori, videro dallo svolto del colle venir a cavallo di gran trotto una forma femminile nella quale, quando fu più vicina, riconobbero Bruna Berènga. Questa passò sotto la villa, alzò gli occhi, salutò mandando un grido acuto, sfrenò il cavallo, divorò il tratto di sentiero che saliva sui precipizi sino alla foresta nella quale sparve. E subito dal medesimo svolto del colle apparve un cavaliere, era il Berènga il quale teneva dietro alla nipote di gran corsa. Passò anch'egli sotto le finestre, curvo il gran torso sul cavallo, non vide, lanciò un grido:
— Bruna!
Sparì anch'egli nella foresta e si sentì ancora la voce che richiamava:
— Bruna!
Giovanna dopo si levò dalla finestra per offrire il tè. E Piero tutto animato di speranza da quella corsa selvaggia disse a Giovanna mentre questa gli porgeva la tazza:
— Poi mi dirà, vero?... perchè con me non è più quella di prima.
Giovanna senza alzar gli occhi dalla tazza gli rispose:
— Sono sempre la stessa.
— Allora — riprese Piero — posso venir anche domani a salutarla?
Giovanna a capo chino rispose di sì.
E Piero qualche momento dopo, lasciata la casa di Giovanna, aveva nell'anima un gran proposito di lavoro. Voleva nell'America del Sud non passarsela in ozio, ma occuparsi utilmente studiando l'emigrazione italiana. Perchè la felicità aveva nel cuor di lui, già stretto dalla pena d'amore, resuscitata la coscienza nazionale come il vento da un fuoco chiuso in un cespuglio appicca la fiamma a tutta la foresta. Egli era sempre stato in Italia un forte lavoratore ed ora da più d'un mese, tra il viaggio e il resto, aveva cessato ogni seria occupazione. Era tempo di ricominciare. E scendendo da Santa Teresa in città benediceva Giovanna che gli aveva suggerita l'idea di quel viaggio e degli studii sull'emigrazione. Ella diventava l'ispiratrice della stessa sua coscienza nazionale e Piero l'adorava come non la aveva adorata mai. Giunto in città corse al consolato italiano e fattisi dare libri, relazioni, notizie, ogni sorta di documenti sulle condizioni degli italiania Rio de Janeiro tornò all'albergo e passò tutta la notte a tavolino. Ma la mattina Giovanna gli mandò un biglietto nel quale gli diceva che era dispiacente di non poterlo ricevere il giorno per un impegno sopraggiuntole da parte di suo marito. Nulla più: non l'invitava per un'altra volta.
E allora Piero ricadde in balìa della pena d'amore perchè era orgoglioso e per tutto l'oro del mondo non avrebbe più battuto alla porta di Giovanna. Costei l'aveva attirato tanto lontano, lusingato e ora l'abbandonava. Gli riappariva il Porrèna. Li disprezzava tutti e due. Erano degni l'uno dell'altra, erano il prototipo della coppia cittadina raffinata, frivola e motteggiatrice con la quale egli non poteva parlare. Ma altre volte, specie la mattina quand'era giunta la posta senza portar un nuovo invito di Giovanna, la passione s'impossessava di lui, e allora si ritrovava solo nella città sconosciuta, i nuovi amici non esistevano più, tutte le cose esteriori erano morte, non poteva restare all'albergo ed errava per le strade senza mai trovar requie, sempre col pensiero fisso di Giovanna dentro di sè e spesso si ricordava de' giorni che avevano passato insieme sull'«Atlantide». La rivedeva tanto più amabile d'allora. La rivedeva in tanti atteggiamenti di cui gli pareva che allora gli fosserosfuggite la leggiadria e la grazia, allora che era per lui la donna la quale sarebbe stata la sua amante di lì a pochi giorni. Rifaceva la vita di bordo, giorno per giorno, ora per ora, e gli pareva di non aver goduto abbastanza della sua compagnia e di lei. La rivedeva e la risentiva parlare, ridere, camminare, uscire dalla sua cabina, entrare nella sala da pranzo, battere le mani dalla gioia, fissarlo con gli occhi ilari e intimiditi, chinare il piccolo, leggiadro capo sul mare, dirgli tante tante frivole cose sotto voce, pendere dalle sue labbra quand'egli le raccontava degli emigranti. Rivedeva quel nastro di seta color granato su quel profilo greco de' suoi capelli castani tremare al vento leggiero come la sua anima, gli era parso talvolta, a fior del mare. E tutto era pieno di lei; i suoi occhi, il suo riso, le sue vesti erano da per tutto, tutto prendeva qualcosa da lei, il mare, la nave, il cielo, la notte, le stelle. Essi avevano contemplato insieme le stelle, spiato l'apparire della Croce del Sud dopo l'Equatore, visto ondulare nella notte le alberature e le sartie nere e attraverso quelle brillare le stelle. Avevano visto la cima, dell'albero di prua tentennare quasi impercettibilmente e sopra c'era una stella, tre stelle, uno sciame di stelle, e l'albero pareva che si movesse per toccarle. E Giovanna aveva mormorato qualche parolao mandato un sospiro per esprimere la sua pena di non potersi esprimere, e a Piero quel sospiro e quella parola non erano penetrati nel cuore come ora che glie lo dilaniavano. Che paradiso avrebbero potuto dargli ora quelli occhi da cui l'infanzia non voleva partire, quella voce, quel riso, quella bocca, quelle mani piccole e magre che quella notte aveva prese fra le sue e baciate e lasciate! Perchè le aveva lasciate? Ora Piero se ne pentiva perchè sapeva che l'amore della donna è spesso il frutto della sua caduta e che ci sono donne le quali non cadono perchè amano, ma amano perchè sono cadute. Ei si diceva dentro di sè: — Perchè ho avuto questa debolezza? — E ne provava rimorso. Si ricordava che quella notte, quand'erano soli, sepolti nella nebbia, ed essa tremava e aspettava, si ricordava d'aver sentito per un attimo sfiorarsi il petto dal palpito del suo seno e di aver sentito per l'attimo d'un attimo lungo la persona il contorno della schietta persona di Giovanna, e questo ricordo gli dava un rimorso carnale che accendeva la sua passione. In certi momenti Giovanna stessa mutava aspetto e la sua voce non diceva a Piero come allora: — Pietà di me! — Ma diceva: — Perchè non m'hai soffocata fra le tue braccia? Io volevo questo, se tu l'avessi voluto. Perchè m'hai delusa? — Riappariva il Porrèna,riappariva continuamente sulla nave accanto a Giovanna.
E intanto ogni proposito di lavoro era caduto. Gli amici, Giorgio Tanno, i fratelli Mùrola, andavano a cercar Piero all'albergo dove abitava sulla riva del mare, e lo trovavano afflitto: rispondeva appena alle loro parole e non domandava più delle cose della colonia, delle scuole e de' sodalizi, che per lo innanzi aveva mostrato tanto zelo di conoscere. Talvolta quella sua natura per la quale egli poteva uscir da se medesimo e incarnar la coscienza d'una nazione, mandava il suo nobile grido contro l'altra che la teneva schiava d'amore. Piero aveva sempre avuto molto disprezzo per il romanzo borghese contemporaneo il cui eroe è sempre il giovane signore ozioso, spasimante d'amore in adulterio. Nulla di più sciocco aveva trovato mai di simile letteraturaccia da omiciattoli. Ed ora in un paese d'emigranti della sua patria, egli, apostolo della vita nazionale eroica, per altro non era venuto se non per comporre, delle sue lacrime e de' suoi sospiri, un romanzuccio d'amore e di gelosia, d'amore senza corrispondenza e di gelosia forse senza rivale. Piero si disprezzava per il suo amore e per la sua gelosia. Ma non poteva far altro se non pensare a Giovanna. Seppe un giorno che gli Axerio avevano cominciato a frequentarqualcuno della colonia e a far visite la sera. Egli andò or da questo, or da quello con la speranza di trovar Giovanna, e la cercava per la città.
Una Domenica Piero si sentiva più afflitto e solo degli altri giorni nella città sconosciuta, e più la coscienza della miseria nella quale era caduto, lo tormentava. Quando pensò che un solo uomo gli avrebbe potuto dar forza per risorgere o almeno un po' di consolazione, e quest'uomo era il costruttore di case Lorenzo Berènga. Andò a trovarlo nella sua villa a Santa Teresa dopo il tramonto. C'era nel giardino della villa la nipote Bruna la quale appena lo scorse, gli si fogò incontro a braccia aperte mandando grida festose, e Piero a un tratto si sentì consolato da quell'accoglienza tanto cordiale. Subito Bruna gli domandò:
— Lo zio?
E senza aspettar risposta s'incamminò avanti. Andava via in fretta per il giardino e nelle sue membra c'era il fremito della corsa frenata a stento. Ma a un tratto disse:
— Questa sera gli altri italiani non verranno.
Piero si sentì rimorire confessandosi ora che egli era venuto alla villa del Berènga, soprattutto per la speranza di trovarvi Giovanna.
Appena toccò la soglia, Bruna s'alzò di statura, la sua faccia si ricoperse di religione come quella del devoto che entra in chiesa. Attraversò un corridoio camminando in punta di piedi per abitudine contratta e come se un momento dopo non avesse dovuto disturbar lo zio battendo alla sua porta. Quando fu dinanzi ad una porta chiusa, battè.
Una voce aspra rispose di dentro:
— Avanti.
Il Berènga appena il Buondelmonti entrò, gli chiese, senza nemmeno dar tempo ai saluti, se sapeva di quelle società per la costruzione di case operaie che ci sono in alcune città d'Italia, e quegli incapace di parlare gli rispose di no. Il Berènga gli aggiunse che voleva vedere se era possibile di tentar qualcosa di simile a Rio de Janeiro, e che aveva incominciato a studiare intorno a quel disegno. Il Buondelmonti facendosi forza gli disse:
— Mi hanno raccontato che Lei trova il tempo per molte cose....
— È vero.
E il Berènga portò il Buondelmonti nella sua biblioteca dove fra molti altri libri di vario genere gli additò le più celebri e reputate opere francesi, italiane, tedesche, inglesi, d'esegesi biblica, di storia del cristianesimo, di controversiafra il cattolicismo e il protestantismo, di dogmatica e di oratoria sacra. Poi tirò giù dagli scaffali alcune di quelle opere, mostrò le pagine annotate nei margini. Domandò l'altro:
— Son note di suo pugno?
— E di chi debbono essere? — rispose il Berènga e tirò giù altre opere che avevano in margine annotazioni piene di acume e di profonda fede religiosa. Ora l'annotatore approvava il testo e ora contradiceva, il più spesso senza discutere, seccamente, sì e no, come uomo sicuro del fatto suo e senza dubbii:
— Faccio sempre così; io non posso lasciarmi dominare quando lo scrittore mi manifesta il suo pensiero; ho bisogno di dominarlo io e annoto.
— Ma pure Lei è un uomo di fede.
Il Berènga aggrottò i fasci delle sopracciglia e proruppe corrucciato:
— Ma la mia fede è libertà, non schiavitù! La mia fede è mia, perchè me la sono scelta io, e credo perchè ho visto! Credere non mi diminuisce, mi fa così!
S'alzò sulla punta dei piedi, levò le braccia e poi sedutosi al tavolino e invitato il Buondelmonti a fare altrettanto, riprese:
— Sì, caro signor Buondelmonti! Quand'ho lavorato tutto il giorno, mi metto qui e leggo estudio. Veda, per le mie case operaie di cui Le parlavo.
Di sotto a un cumulo di libri e di fogli trasse due grandi quaderni tutti scritti e opuscoli in italiano. E dopo aggiunse:
— Vuol vedere quant'ho dovuto studiare nella mia vita?
Aprì un cassetto del tavolino e ne tirò fuori un monte di quadernetti, come quelli degli scolari e disse:
— Ecco qua come mi sono imparato il francese e l'inglese. A quarantacinque anni son ritornato ragazzo.
Il Buondelmonti dette un'occhiata ai quadernetti e s'accorse che si calmava la sua pena. Guardò il costruttore che teneva il braccio disteso sul tavolino in atteggiamento di riposo senza stanchezza e aveva sulla faccia la franca soddisfazione di parlare di sè. Lo invitò a raccontargli la sua vita. Ma il Berènga gli raccontò soltanto che era nato in Abruzzo, all'ombra del Gran Sasso, e che suo padre era capomastro famoso ne' suoi paesi e viveva ancora; e poi gli raccontò come egli medesimo era passato da muratore a costruttore mettendosi in un'impresa con un architetto di Rio de Janeiro il quale aveva finito col presagirgli che sarebbe diventato il primo dell'arte sua in tutto il Brasile. E gli raccontòcome aveva imparato le matematiche e l'architettura rubando le notti al sonno. A un tratto dette una voce forte e chiamò Bruna la quale era uscita appena introdotto il Buondelmonti. Accorsa Bruna le disse:
— Tutti qui per le orazioni.
E di nuovo rimasto solo col Buondelmonti gli disse:
— Oggi è Domenica, è l'ora di fare orazione; se a Lei non piace assistervi, buona notte.
— No! Mi piace — esclamò il Buondelmonti e già respirava liberamente.
Il Berènga aggiunse contento, come per concludere:
— Insomma, caro signor Buondelmonti, qualcosa abbiamo fatto. Ho cinque officine, settecento operai, ho arricchito i miei genitori e i miei fratelli che son tornati in Italia, ho cercato nelle costruzioni che ho inalzato qui di mettere un po' di solidità alla maniera di mio padre e qualche linea italiana.
Il Buondelmonti sentiva di nuovo il desiderio d'aver notizie degli emigranti e perciò disse al Berènga:
— L'altra volta m'accennò le difficoltà d'aprirsi una strada qui.... altra gente, disse, altro clima....
— L'altra volta non mi spiegai bene. Non sonuomo io da lamentarmi se trovo la vita dura. Io son più duro. Ma intendevo dire: per chi si costruisce qui? Per chi ho costruito io tanto? Fra la madrepatria e questo nobilissimo paese che ci ospita, che legame c'è? Siamo forse cittadini qui, senz'esercitare i diritti politici? E se prendiamo la cittadinanza del Brasile, siamo forse sempre italiani? E se le volessimo tutte e due, che saremmo noi? E la forza di questo suolo non divora subito i figli degli stranieri sin dalla prima generazione? Diventano figli del paese. Lei, ho saputo, ha visitato la nostra scuola. Son forse ancora italiani? E deve esser così, perchè questo nobilissimo paese ha diritto di diventar grande, perchè come tutti i paesi nuovi ha una forza d'attrazione immensa. Ma noi per chi costruiamo? Io come io, Lei può crederlo, non sono scontento di me. Ma come italiano, che avrò aggiunto con la mia forza, col mio mezzo secolo di lavoro, a quella grande cosa che dovrebbe esser l'Italia? Qui l'Italia non c'è in nessuna maniera! Qui c'è un altro paese, nobilissimo anche questo, che prenderà uno de' primi posti nel mondo, ma non è l'Italia. Io vorrei stare fra gli eschimesi, ma poter dire: — Qui la mia patria domina! — Oh, sarebbe altra cosa!
Tacque un momento. Lungo il braccio ancora disteso sul tavolino corsero gli occhi suoi sinalla mano villosa che s'aderse spalancando le dita. Poi il Berènga ricominciò guardandosi sempre le dita:
— Le dissi l'altro giorno che più volte sono stato buttato a terra da colpi di fortuna e che mi son sempre rialzato e rifatto. Una volta avevo preso grandi lavori nella capitale d'uno stato del Nord. Dovevo costruire un ospedale, un teatro e altri pubblici edifizi. Noleggiai delle navi per conto mio, assoldai più di mille operai, feci immense provviste di materiale, misi nell'impresa tutti i miei fondi e tutti i miei crediti e via! Ma in quella città di cattivo clima caddi malato, stetti dieci settimane a letto e dovetti tornare a Rio. Rimessomi, stavo per tornare a' miei lavori, quando mi giunse un telegramma con l'annunzio che eran rimasti in tronco. Corsi. A farla breve, il contratto che io avevo, fu rotto e i lavori non furon più ripresi. Tutta la mia fortuna se n'andò in quell'abisso e restai con più d'un milione di debiti. Ma senta. Vengo a sapere che qualcuno m'aveva voltato contro l'animo del governatore per agguantarsi poi lui i lavori. Io lo conoscevo, l'uomo; era un mio nemico e rivale. Un giorno l'incontro per la strada. Appena mi vide, affrettò il passo. Aveva la morte dietro. Lo raggiunsi, l'afferrai per le spalle, lo torsi all'indietro così, gli avrei troncata la spina dorsale e mangiatala faccia, vidi la sua faccia pallida dallo spavento. A un tratto sentii dentro di me una voce: — No! — Lo scossi per le spalle e gli dissi: — Vattene! — Dio voleva così.
Tacque. Il suo occhio corse ancora lungo il braccio sino alla mano che drizzò le dita come capi di serpi. Sotto il sopracciglio aggrottato l'occhio nereggiava. Il Berènga ricominciò:
— Io ero giovane allora, amavo, mi dovevo sposare di lì, a tre mesi, si seppe della mia rovina, i parenti di lei mi chiamarono e mi dissero: — Tutto è finito! — Io ero troppo orgoglioso, risposi: — Sta bene! — Portaron via quel giorno stesso la ragazza in un'altra città. E non l'ho più rivista. Io stetti un giorno e una notte seduto così a un tavolino a pensare se dovevo finirla. A un tratto una voce mi disse: — Avanti! — Mi detti una frustata nella faccia, m'alzai e ricominciai. Ma per chi, domando io? Se fossi stato nel mio paese e il mio paese m'avesse aiutato, con questo mio braccio qui mi sarei sentito la forza di creare un mondo.
Il Berènga alzò dal tavolino il braccio col pugno chiuso, e il Buondelmonti vide correr per quello un torrente di forza.
Tornò Bruna con la servitù per le orazioni comuni della Domenica e donne e uomini si disposero in circolo. Lorenzo Berènga lesse prima unframmento della Bibbia e poi alzandosi in piedi incominciò a pregare o meglio a parlare a Dio, a ringraziarlo de' benefizi che gli aveva fatti, a raccomandargli se medesimo e la nipote e il padre e la madre e i fratelli lontani e tutti i suoi servitori. Stava col tergo e con tutte e due le mani appoggiato al tavolino; la lampada elettrica che pendeva dal soffitto, non l'illuminava in pieno, sulla faccia bruna e barbuta c'era un'ombra. Stava con la faccia un po' in avanti e gli occhi chiusi e rassomigliava al cieco, quando sa d'aver dinanzi a sè qualcuno, gli parla e non lo vede. L'ombra che egli aveva sulla faccia, pareva venir da qualcuno al quale egli parlava. Pareva l'ombra di Dio. I lineamenti eran sempre gli stessi, a taglio di spada per la guerra terrena, ma eran sotto quell'ombra e la faccia pareva accecata. E a chi ricordava il suo occhio di guerra, qualunque cosa il Berènga dicesse a Dio nella sua preghiera, pareva dire: — Ecco, Dio, tu hai voluto punirmi per il mio orgoglio e per la ferocia del mio sangue accecandomi, ed ecco io mi umilio dinanzi a te! — E pareva che quell'uomo pregando patisse indicibilmente.
Quando il Buondelmonti lasciò la villa, qualcosa di nuovo era accaduto dentro di lui. Una voce gli diceva:
— Se non altro per lui, per quell'uomo cheha saputo vincere il suo amore e riprendere il suo lavoro, tu devi fare il tuo dovere. Tu pure devi vincere il tuo amore e lavorare, se non altro perchè non moiano sconosciuti, in esilio questi eroi della tua patria, questi meravigliosi costruttori perfin della loro nuova fede libera e veggente!
Si sentiva dentro di sè una forza nuova, una volontà di vincere il suo amore per il suo dovere. Sino a quel momento aveva anche strenuamente combattuto per le sue idee, ma sempre col piacere che nasce dall'agir secondo i proprii istinti e il proprio carattere, mentre ora per la prima volta sentì dentro di sè il primo svegliarsi d'una coscienza più consapevole e più virtuosa che aveva alcunchè di religioso: si sentì forte della volontà di soffrire per fare il proprio dovere. Tanto su di lui era stato efficace l'esempio del Berènga. E a un tratto in questa nuova disposizione di spirito per la prima volta gli apparve la colpa iniziale del suo viaggio: la sua leggerezza. Egli era venuto in paese d'emigranti, nel paese dove Lorenzo Berènga aveva lottato e sofferto e tanti altri uomini della sua patria avevano lottato e sofferto e fatto tanto; egli vi era venuto non condottovi da un serio proposito di studio e di lavoro, ma per seguire l'invito d'una signora. Era la sua colpa iniziale: egli aveva cominciatocom'il giovane signore del frivolo romanzucciaccio borghese. E del resto, anche per l'innanzi, non era stato sempre così? Non era stato anche lui uno schiavo dell'amore? Non s'era compiaciuto dentro di sè delle sue buone fortune d'amore? E tutte le volte che amore era apparso, non gli aveva sempre sacrificato ogni altra cosa? E non era stato anche lui un uomo, un giovane del suo tempo, d'un tempo in cui ognuno è separato dagli altri e chiuso nel suo atomo d'egoismo, nessun grande sentimento e nessuna grande idea essendoci più a formare di tante esistenze una gran vita? Non era stato anche lui l'atomo disperso con la sua cupidigia, con la sua concupiscenza, con la sua cecità? Non era stato anche lui un figliuolo del secolo, frivolo come gli altri? E perciò volendo seguire in America una signora aveva potuto prendere per mero pretesto un disegno di studii nazionali senza neppur accorgersi che offendeva la parte migliore di se medesimo. E perciò tutto quello che ora gli accadeva, se lo meritava. Sentì il rimorso di quello che aveva fatto, e questo rimorso aggiunse nuova forza alla sua volontà. Ripensò a Giovanna e improvvisamente n'ebbe una grande pietà, nè ora la giudicava più male. Ora gli appariva com'una signora che gli aveva fatto quell'invito innocentemente, forse leggermente, ma innocentemente,per semplice simpatia e senza alcun secondo fine. Bisognava lasciarla alla sua pace. Essa era una piccola creatura borghese la quale viveva nella sua ignoranza, senza veder più in là della sua giornata. Bisognava lasciarla alla sua pace.
Il Buondelmonti giunse all'albergo quando già era notte inoltrata. Nel suo salotto trovò un biglietto d'invito degli Axerio. Riconobbe il carattere di Giovanna. Dritto in piedi rimase lungamente con gli occhi fissi sul biglietto aperto e posato sul tavolino, sentendo dentro di sè rinascere la tentazione. La combattè e si disse:
— Mi scuserò gentilmente, ma non andrò.