IV.Giovanna preparò i fiori nel salotto da pranzo e tornò nel suo salottino da ricevimento e da studio a finir la lettera a Filippo Porrèna. Essa scriveva al Porrèna le sue impressioni e le sue considerazioni sopra un libro francese che quegli le aveva portato a leggere, e mentre scriveva, provava un grande piacere a pensare a lui. Giovanna aveva incominciato a sentire un'inclinazione per Filippo la sera del ricevimento brasiliano, ed ora si trovava in quello stato in cui si trova spesso la donna quando si sente a poco a poco occupare il cuore, nè ancora è sorto in lei il combattimento appassionante fra il suo amore e la sua virtù; era tutta contenta. Così, mentre stava aspettando i suoi invitati, gli scriveva una lunga lettera, e la sostanza e la forma della lettera, se uno fosse stato lì a guardare, le avrebbe potute indovinare dai piccoli gesti che essa interrompendosi di tanto in tanto faceva tra sè e sè, e dalle arie che prendeva la sua faccia edai sorrisi che vi si succedevano. Essa sorrideva, si sorrideva, si dava un colpetto or qua or là sui capelli per metterli a posto, metteva a posto or questo or quel fiore nel vaso che aveva dinanzi a sè. La sua fronte di tanto in tanto si corrugava e così indicava lo sforzo dell'esprimersi, ma le sue labbra sorridevano sempre e così indicavano che quanto essa voleva esprimere era piacevole. I gomiti appuntati sul tavolino, gli occhi inchinati sul foglio di carta, le palme delle mani che s'accostavano come se volessero mettersi in croce e si discostavano come se volessero battere l'una contro l'altra, la fronte corrugata e le labbra sorridenti, era manifesto che Giovanna cercava le più piacevoli parole per il suo pensiero piacevolissimo. Giovanna nella lettera parlava di sè. Il Porrèna le aveva portato quel libro, un romanzo d'una signora parigina che s'era letto molto qualche anno prima; glie lo aveva portato sostenendo una cosa che a Giovanna faceva un certo piacere e un certo dispiacere insieme: sostenendo che essa e l'eroina del romanzo si rassomigliavano. Il romanzo era d'una rara ingenuità e d'una rara freschezza, era molto parigino per le sue eleganze e per le sue finezze e al tempo stesso passandosi in parte fuori delle mura cittadine, vi spirava un'aura sincera e viva, una vera gioia agreste in cui la bellezza dellanatura, si rispecchiava limpidamente. L'eroina era una signora giovane, bella, elegante, e soprattutto leggiadra e buona, ma tradiva il marito. Essa, metà parigina come il romanzo e metà agreste, ingenua, fresca e di semplice e delicatissimo spirito, pur riusciva per suo conto senza troppa pena a metter d'accordo due cose che sembrano tanto discordi: tradire il marito e rimaner buona. Rimaner buona cessando d'essere onesta, perchè quando l'onestà è docile e se ne va all'ora sua senza far chiasso, non lascia dietro a sè l'animo guasto! Giovanna non comprendeva la cara creatura, ma l'adorava, tranne per il suo tradimento.E scriveva appunto al Porrèna per ribattere la sua asserzione, che cioè ella le rassomigliasse: cercava dentro di sè ed esponeva le differenze; ma in così fare sentiva istintivamente le rassomiglianze piacevoli e se ne compiaceva, e perciò le sue labbra sorridevano. Soprattutto Giovanna esponeva le sue idee sul matrimonio e sulla fedeltà coniugale, e così aveva modo di porre in mostra i frutti dell'educazione che aveva ricevuta e della vita che aveva condotta. Prima di maritarsi essa aveva fatto la signorina e dopo essersi maritata aveva fatto la moglie con animo di signorina. Il marito era per lei un uomo col quale aveva certe relazioni non del tutto piacevoli e non del tutto spiacevoli,ma dal quale era sempre distratta, un uomo al quale non pensava, ma del quale se mai si risovveniva di tanto in tanto. Essa sapeva che era un uomo celebre, aveva anche notato che era molto vano; vedeva che spesso la sua lunga barba profetica era scossa dalle parole di civiltà, di progresso, di scienza, d'umanità e d'avvenire, ed aveva anche fatto osservazione che egli dentro le pareti domestiche presentava non di rado un contrasto tra quelle sue parole e certe sue maniere dispotiche, talvolta brutali e persino feroci; ma non l'odiava, nè l'amava. Non l'odiava, perchè non lo aveva mai amato, e non l'aveva amato perchè non ci aveva pensato mai. Nè essa mancava delle dovute cure per il marito, ma non c'era un angolo della sua anima dove il marito fosse qualcosa. Uno solo, quello dove si custodiva una massima che l'educazione le aveva istillata: — Tu non tradirai mai tuo marito! — Tutta la sua educazione molto diligente era stata rivolta a questo: a formare l'anima d'una signorina sempre pronta a diventare una moglie che non avrebbe tradito mai suo marito. Per il resto, educazione era pari a disoccupazione. L'educazione e la disoccupazione e un'intelligenza sveglia congiunta con un'indole allegra avevano fatto di Giovanna una signorina spigliata e molto morale. Tu non tradirai mai tuo marito! Con questa massima,che per soprammercato le era sempre stata istillata sotto velo, da nessuno come da tutti, era andata a nozze e l'aveva avuta per dote spirituale: una dote spirituale e una dote in pecunia, perfetta creatura di quel mondo borghese che i suoi affari ha bene accomodati: la morale e l'economia. E quella massima generica era scritta in quella parte del cuore dove avrebbe dovuto esservi il preciso pensiero di quel preciso uomo, il marito. Per parte sua Giovanna, in quella comune composizione d'un'epoca e d'una società qual era l'esser suo, portava la sua incomparabile leggiadrìa, la sua gioia, la sua sincerità, la sua innocenza tutta olezzante ancora d'infanzia quale le traspariva dagli occhi. L'epoca, la società, la disoccupazione, l'educazione, la famiglia, anzi le tre famiglie, del padre, della madre, e del padre e della madre insieme, tutte e tre di professionisti emigrati di campagna in città e arricchiti da una generazione soltanto, avevano fatto il possibile per ricavare da Giovanna una creatura comune. Essa non era riuscita così.Continuava a scrivere. Sentì nella stanza attigua il marito. Non le passò nemmen per la mente di nasconder la lettera. Si ricordò invece del Buondelmonti che doveva giungere di lì a poco, perchè il marito glie lo aveva fatto invitare perchè bene accetto alla colonia, e le si risvegliòil rancore che gli portava da molti giorni. Che credeva egli, che aveva creduto? Che davvero lo avesse tratto a seguirla a Rio de Janeiro per diventare la sua amante? Eppure aveva creduto questo, ed essa se ne sentiva profondamente offesa. Fin dalla mattina dopo quella notte che eran rimasti troppo a lungo sul ponte e in troppa solitudine, Giovanna s'era accorta che il Buondelmonti aveva l'aria di contare per il loro arrivo a Rio de Janeiro sopra l'adempimento d'un patto, sul saldo d'un debito da parte sua; e sin da quella mattina nel cuore di Giovanna era nato il rancore contro il Buondelmonti ed era andato sempre crescendo, tranne pochi momenti di sosta, fino allo sbarco, dallo sbarco al ricevimento brasiliano, da questo alla visita che colui le aveva fatta. E tutto ciò che Giovanna aveva prima pensato del Buondelmonti, tutto ciò che aveva sentito per esso dagli anni lontani di Firenze al loro ultimo incontro di Roma, da questo al viaggio sull'«Atlantide», tutto s'era mutato in rancore che glie lo rendeva insopportabile. Non soltanto la morale dell'educazione aveva il Buondelmonti offeso in Giovanna, ma anche qualche cosa di molto più forte e profondo in lei e tante cose delicate; il senso della sua libertà, la sua dignità, il suo pudore di donna e soprattutto una rettitudine ed un'ostinazione di rettitudine di naturacampagnuola che le proveniva da' suoi consanguinei avanti che emigrassero in città.Giovanna sentì battere le ore, pensò che di lì a poco sarebbe giunto anche Filippo. Si rammentò del breve dialogo che essa aveva avuto a bordo col Buondelmonti, quando costui le aveva fatto capire che lo vedeva di mal'occhio. Da quel momento essa aveva cominciato a riguardarlo con una nuova curiosità. Ora pensò che di lì a poco Filippo e il Buondelmonti si sarebbero ritrovati accanto a lei alla stessa tavola.Ad un tratto sentì un passo fuori, riconobbe il Buondelmonti, lo sentì entrare nello studio del marito: fu tale il moto di rancore, che non lo potè vincere e corse a rifugiarsi in camera sua.A tavola Piero stava attento a Giovanna ed al Porrèna. Piero li ritrovava tutti e due quali li aveva lasciati al ricevimento brasiliano: legati fra loro da un'intimità allegra. Era pur sempre la coppia cittadina tutta frivolezze e brio. Il Porrèna esponeva qualcosa e Giovanna lo contradiceva, ma il loro battibeccarsi faceva anche più risaltare il piacere che l'un l'altra si davano con la loro intimità. Essendo caduta la conversazione su Parigi, da cui uno dei convitati, direttore del «Giornale del Congresso» di Rio de Janeiro, era tornato da poco, il Porrèna che vi aveva moltoabitato, di discorso in discorso era venuto al celebrar la virtù delle signore parigine, e Giovanna ridendo e alludendo al libro finito di leggere il giorno stesso, a ripetere che conosceva bene quella virtù e ad osservare che il romanzo e il teatro parlavan chiaro, e il Porrèna a sostenere che il romanzo e il teatro di Parigi eran fatti per gli stranieri e quali li volevano gli stranieri più corrotti dei parigini. Il direttore del «Giornale del Congresso» disse che egli pure doveva riconoscere alla donna francese, se non la virtù, molte virtù domestiche: che sapeva come nessuna altra donna al mondo tenere una casa, aveva l'amore del risparmio ed una virtù più rara ancora: sapeva spender bene e figurar con poco. L'Axerio, quantunque ignorante di tutto questo, dichiarò che era vero e scosse più volte la barba per punteggiar l'assentimento, perchè voleva ingrazionirsi il direttore del maggior giornale della città. E un altro commensale, direttore d'un giornale italiano, fu dello stesso avviso, e l'Axerio volgendosi anche verso di lui assentì di nuovo e scosse di nuovo la barba, perchè voleva tenersi cara la stampa per averne molte lodi quell'anno che avrebbe passato nel Brasile. Piero disse qualcosa sulla donna e sul popolo della provincia francese, raccontando d'un breve viaggio che aveva fatto nell'interno della Franciaun anno prima. Egli parlava con calma, con un aspetto di pensosa serietà, descrivendo il serpeggiare della Senna per la regione da lui percorsa, le isolette arboree che essa forma nel suo cammino, le linee larghe dell'orizzonte, le selve più cupe che in Italia e soprattutto i villaggi deserti nell'ora del lavoro. Quivi, nelle strade senza oziosi, nelle piccole case dai colori vivaci, dalle porte e dalle finestre serrate e colle tendine ricamate e tutte linde alle finestre; nel bel modo di tenere i fiori e le piante e specialmente nelle piccole chiese gotiche che ogni villaggio aveva, tutte linde e deserte anch'esse nell'ora del lavoro, egli pure aveva scorto le virtù domestiche del popolo francese lungi da Parigi: amore del lavoro appunto, dell'ordine, del risparmio, d'una certa sobria e delicata signorilità. Quando Piero cessò di parlare, s'accorse d'aver parlato troppo a lungo. Tutti avevan taciuto e l'avevan ascoltato per educazione, ma quando si tacque, sentì intorno a sè un silenzio glaciale. E subito il Porrèna disse una qualunque facezia, tutti risero in coro e Giovanna rise più forte di tutti. Ma il Buondelmonti sentì sferzarsi la faccia da quelle risa, provò lo stesso che se i commensali si fossero burlati di lui, e la gola gli si serrò a qualunque parola. Gli pareva che qualunque sua parola sarebbe caduta di nuovo nel silenzio e cheperfino i suoi gesti fossero falsi e goffi. Dall'ombra della chioma levò sul Porrèna gli occhi invidiosi e vide che le due rughe sul naso gli mandavan saette, e avrebbe voluto esser come lui. A momenti lo disprezzava, sentiva in lui un avversario come sempre l'aveva sentito nell'Axerio: tutti e due suoi avversarii contemporanei, l'Axerio, la bocca de' luoghi comuni, e il Porrèna, il frivolo prodotto dell'ozio borghese. Ma a momenti si posponeva a lui e diceva a se medesimo dentro di sè: — Vorrei esser come lui! — E così si rinnegava. E questo accadeva perchè la sera che era tornato dalla villa del Berènga e aveva trovato l'invito degli Axerio, aveva detto: — Non andrò! — E per un giorno intero aveva lottato, ma poi aveva scritto agli Axerio per ringraziare accettando, e ora poi trascinato dalla sua viltà scendeva sempre più giù, rinnegava la sua nobile coscienza e si posponeva a un uomo che diceva facezie. A un tratto la voce del Porrèna gli ferì le orecchie:— Signor Buondelmonti! Decida Lei tra la signora e me....Ma Giovanna, come se il Buondelmonti non esistesse, interruppe:— La signora dice che Lei al solito vede sempre il male anche dove non c'è.— No, Giovanna! — volle corregger l'Axerio rivolgendosicomplimentosamente verso il Porrèna. — Questo nostro amico vede soltanto il lato comico delle cose.— Altro che il comico! — ribattè al marito Giovanna. — Il cattivo! Conosco il mio signor Porrèna dell'«Atlantide»! Mi ricordo il povero morticino che prendeva latte quel giorno del ferimento!E Giovanna fece per voltarsi verso Piero, ma abbozzando questi un sorriso, subito si voltò dall'altra parte. Filippo riprese:— Non è colpa mia se anche la bontà ha molti lati cattivi e la serietà molti lati comici.L'Axerio, non considerando quello che diceva, ma volendo ostentare al giovane simpatia, perchè aveva sentito dire che era molto ricco, figlio unico di banchieri italiani di Rio de Janeiro, ribadì:— Specialmente la serietà qualche lato comico.Il giornalista italiano pensando che la Domenica prossima nel suo giornale avrebbe dato a quella conversazione nella villa del professore illustre l'epiteto di spirituale, esclamò macchinalmente:— La serietà un lato comico, perbacco!Il giornalista brasiliano tacque e sorrise.Tutti tacquero qualche momento. Il Buondelmonti sentiva crescersi il malanimo contro Giovannache piegava il piccolo capo verso il piatto mangiando. Gli pareva sì misero ora in quell'atto quel piccolo capo che altre volte gli era apparso tanto leggiadro! Non era essa la donnetta che poteva darsi per vizio, per ozio, per vanità, ma non per amore? Perchè s'era innamorato di lei? Che poteva volere da lei? Non era la donnetta di quella stessa gentucola di cui il marito era il professore e il cerretano? Vedendo lei non vedeva il fondo di tutte quelle cose contro cui da tanti anni combattevano la sua dottrina e il suo sdegno? Egli se la ricordava perfino a bordo, quando le parlava degli emigranti in relazione con le sue grandi idee nazionali, e la donnetta non capiva, supponeva in lui il solito umanitario, stupidamente! Che voleva da lei?Ma Giovanna tutt'animata ristimolò Filippo provando gusto a farlo emergere dalla conversazione degli altri.— Insomma! Vogliamo dire l'argomento della nostra discussione?Filippo invece, sazio di quel discorso, volubilmente si rivolse al Buondelmonti.— Signor Buondelmonti! Ho assistito sull'«Atlantide» a molte sue discussioni. Lei è imperialista, vero? Un giorno il professore e Lei discutevano sulla sistemazione definitiva del mondo in un prossimo avvenire, e per quanto in disaccordo,erano perfettamente d'accordo nel presupporre che il mondo si potesse sistemare sopra un tipo di civiltà superiore. Ebbene, sul più bello della discussione io pensavo che l'«Atlantide» navigava alla volta dell'America del Sud per caricar lane di pecora e pelli di bue.Di nuovo Filippo con la sua volubilità rivolgendosi a Giovanna le disse:— Ecco, veda, signora, dinanzi a tali spoglie opime tutta la magnifica civiltà di cinquanta secoli mi muove leggermente il riso.I commensali dimandaron perchè, mentre il padron di casa scotendo forte la barba ripeteva:— È vero, è vero!E la barba gli vibrava d'una subita simpatia per il giovane.Il quale riprese:— È vero, sì, professore! Gratti la civiltà e troverà un sistema di forniture per l'alimentazione del solo animale che pensi al suo pasto, anche quando non ha appetito.Si levarono esclamazioni diverse, da cui uscì fuori la voce di Giovanna:— Ah quel bambino che prendeva latte, come me lo ricordo ancora!L'Axerio, mentre Giovanna e Filippo si dicevano qualcosa fra loro, disse al Buondelmonti:— È uno spirito geniale e libero, libero da tuttii pregiudizi! La sua famiglia ha una posizione di prim'ordine!Filippo Porrèna a un tratto riprese forte:— Imperialismo!E fissando gli occhi sulla tavola ripensava a quando sull'«Atlantide» Giovanna, dinanzi appunto a quel bambino che prendeva latte, gli aveva lodato il Buondelmonti. E vedendolo ora muto, sorrideva fra sè e sè con le due rughe ferme e raccolte in mezzo alla fronte, in forma di piccola lira. Finchè riaprì bocca e disse:— Tutto è imperialismo. Anche la pecora che pasce in Argentina, è vittima d'un imperialismo: quello del genere umano sugli animali. Non è vero, signor Buondelmonti?Un leggerissimo riso uscì dalla gola di Giovanna.Il Buondelmonti alzò gli occhi e li riabbassò, e si sentì un borbottìo nell'orecchio. Qualcuno, un commensale che sin allora aveva soltanto mangiato e taciuto, ora s'ostinava a volergli dir qualcosa. Era un medico, uno de' primissimi italiani emigrati nel Brasile, molto povero, e che l'Axerio aveva invitato a pranzo per far buon effetto nella colonia. Aveva la faccia istupidita dalla vecchiaia, ma intepidito dal pranzo riandava gli anni della sua gioventù e voleva raccontare al Buondelmonti com'era Rio de Janeiro quand'egli c'eragiunto quaranta o cinquant'anni prima. Il Buondelmonti ne aveva il borbottìo nell'orecchio, mentre sentiva che Giovanna e il Porrèna eran tornati a ridere fra loro. E gli pareva che ridessero di lui. Un furore muto gli si moveva nel petto, d'odio impotente contro i due, che li avrebbe uccisi, e non aveva via d'uscita dal suo petto.Finì il pranzo, finì la serata. A un tratto, mentre stava per accomiatarsi, il Buondelmonti afferrò queste parole che Giovanna disse piano a Filippo:— A proposito, Le ho scritto.Gli invitati già uscivano, quando Giovanna disse ancora a Filippo:— Lei può aspettare un momento? Vuol prendere con sè quel libro? Oppure glie lo rimando. Sta sempre all'Albergo degli Stranieri?Il Buondelmonti uscì con gli altri, lasciò che andassero avanti senza salutar nessuno e rimase solo nell'oscurità della notte per vedere quando il Porrèna sarebbe venuto via dalla villa degli Axerio. Vedeva attraverso i fiori e le piante del giardino una finestra aperta, con un lume dentro, e la porta chiusa, e aspettava che questa si aprisse d'attimo in attimo. Il sangue ferocissimo gli martellava alle tempie, di tanto in tanto un'immagine, l'immagine del Berènga che assaliva il nemico, gli passava dinanzi agli occhi nelbarlume della coscienza. Ei rimaneva sotto l'ombra del monte sovrastante nell'oscurità, abbaiavano cani per il colle, accanto si levava il tronco d'una palma, ei teneva gli occhi fissi alla finestra col lume e alla porta. Di là da quella finestra gli pareva di veder Giovanna e il Porrèna continuare a ridere di lui. Quanto sarebbero stati lì? Tutta la notte? Aspettò a lungo. Poi la porta si aprì e apparve il Porrèna nel giardino, ma lo seguivano l'Axerio e Giovanna, e rimasero a lungo a parlare ancora tra le piante e di tanto in tanto ridevano. Era manifesto: parlavano e ridevano di lui. Parlarono, parlarono a lungo, e di tanto in tanto a Piero, quando i cani non abbaiavano, pareva di sentire il loro riso, soprattutto quello di Giovanna. Finalmente il Porrèna apparve di qua dal cancello, ma Giovanna lo seguì ancora e gli parlò ancora, e poi alla luce che veniva dalla finestra e dalla porta, Piero la vide stendergli la mano e reggendosi con l'altra al cancello abbandonarsi verso di lui con tutta la persona. La sentì augurargli la buona notte e aggiungere distintamente:— A domani.Un attimo di silenzio, e un riso squillante ferì l'orecchio di Piero.Ma questi per un moto istintivo di vergogna, quando il Porrèna gli passò dinanzi, si ritrassedietro il tronco della palma, per l'istinto dell'uomo incapace d'assalir dall'ombra. L'immagine del Berènga gli riattraversò la mente, del Berènga che assaliva, per ben altro amore, ed ebbe vergogna dello stato in cui si trovava.Pure, il giorno dopo andava per Rio de Janeiro e pensava a Giovanna e al Porrèna: pensava che si sarebbero rivisti quel giorno stesso e forse erano già insieme in quello stesso momento. E il Porrèna gli passava e ripassava nell'immaginazione come se l'era visto passar dinanzi la notte, alto e sottile, un po' curvo sulla vita, da afferrare e da troncare. Si diceva dentro di sè: — Perchè non l'ho fatto? — Si pentiva di non averlo fatto e ne provava rimorso.A un tratto gli parve di scorgerli lontano nella via: camminavan lesti; accelerò il passo: eran pur Giovanna e il Porrèna; quel signore alto, sottile e un po' curvo era il Porrèna e la signora che gli camminava al fianco, era Giovanna. In fondo alla via, prima che Piero avesse potuto raggiungerli, svoltarono a destra, e quando Piero fu lì, non vide più nessuno lungo la via che avevan preso: soltanto una carrozza che s'allontanava.Piero era certo che eran Giovanna e il Porrèna, ma al primo passante che vide, domandò dove si trovava l'Albergo degli Stranieri e dalla primavettura che incontrò, vi si fece portare. Il Porrèna era fuori; e allora Piero non ebbe più dubbio: quegli e la donna che egli amava, scarrozzavano insieme per la città, se non erano scomparsi in una casa della via dov'avevano svoltato.Piero andò per la città, andò sulla riva del mare, e non vedeva più il mare e non vedeva più la gente che gli passava accanto; andò per più ore così, finchè repentinamente si diresse verso Santa Teresa.Giunto alla villa degli Axerio, domandò se la signora era in casa, e avendogli la cameriera risposto di sì, che era rientrata da poco, si fece annunziare; la cameriera tornò e l'introdusse nel salotto dove qualche momento dopo comparve anche Giovanna. Ma costei appena fu sulla soglia, inarcò le ciglia e s'arrestò, tanto il Buondelmonti aveva la faccia sconvolta da quello che provava il suo animo. Egli s'avanzò a capo basso, guardando a terra con l'occhio iniettato di nero sangue, e disse:— Voglio sapere che c'è di mutato tra Lei e me.Giovanna contrasse l'arco delle ciglia e la collera s'impossessò anche di lei.— Se un altr'uomo — rispose — mi si fosse presentato in cotesto modo, avrei creduto che fosse impazzito! Ma Lei so la risposta che vuole.Anche Giovanna era irriconoscibile; il Buondelmontis'avanzò verso di lei; essa gli stette a fronte con gli occhi che mandavan fiamme; il Buondelmonti disse:— La risposta me l'ha già data da un pezzo e anche oggi.— Oggi? — domandò Giovanna.— Sì, qualcun altro ha preso il mio posto.— Ah! — gridò soffocatamente Giovanna, e rimasero tutti e due in silenzio.Essa pensò che era stata per la città insieme con Filippo, e riprese:— Infatti qualcun altro ha preso il posto sul quale Lei contava venendo a Rio de Janeiro. Qualcun altro è il mio amante.Giovanna vide il Buondelmonti slanciarsi avanti, arrestarsi facendo una mostruosa violenza a se stesso, sì mostruosa che essa fu presa dalla paura di ciò che poteva succedere. In quello stesso punto sentì entrare in casa il marito, lo chiamò e prima che quegli si fosse accorto della presenza del Buondelmonti, gli disse:— Grazie d'averci fatto aspettare inutilmente! T'abbiamo aspettato tre quarti d'ora col signor Porrèna.L'Axerio rispose alla moglie con sdegno:— La professione avanti tutto, mia cara.Vide il Buondelmonti, mutò d'aspetto, lo salutò e si ritirò.Il Buondelmonti era rimasto umiliato, ma Giovanna aveva dovuto dare una spiegazione. Essa si frenò ancora, ma sentì che non poteva nemmeno sostenere la vista di lui, e perciò gli disse:— Quello che è stato detto, sia per non detto. Se Lei resta ancora a Rio de Janeiro, dovremo rivederci. Lei verrà ancora in questa casa. La signora Axerio riceverà sempre un amico del professor Axerio. Ma l'amicizia che c'è stata fra noi, La prego di considerarla come morta e per sempre.Passarono molti giorni e Piero e Giovanna non si videro più e non seppero più nulla l'un dell'altro: finchè una sera Piero rincasando trovò due lettere, una dell'«Operaio Italiano» e un'altra del professor Axerio. L'«Operaio Italiano» dava una festa e invitava il decoro delle patrie lettere Piero Buondelmonti; il professor Axerio scriveva al caro amico per raccomandargli di non mancare a quella medesima festa, perchè veniva data per uno scopo nobilissimo: per celebrare il rappacificamento fra due valorosi connazionali, due colleghi che egli medesimo, il professor Axerio, era riuscito a indurre con inauditi sforzi a stringersi la mano mettendo fine a un'inimicizia che per dieci anni aveva fatto lo scandalo, il dolore e il danno di tutti gl'italiani a Rio deJaneiro. Così scriveva l'Axerio ed era vero: egli aveva sudato quattro cotte per quel rappacificamento de' due colleghi, perchè capiva che sarebbe stato un bel colpo per impiantar subito il suo prestigio di gran procacciante nella colonia. I due medici eran veramente nemici da dieci anni d'una inimicizia d'odio mortale per rivalità di professione e dividevano gli animi. Perciò fatta stringer loro la mano, l'Axerio stesso aveva proposto una gran festa nella sede dell'«Operaio Italiano», e perchè riuscisse più solenne aveva voluto che gli inviti non fossero ristretti solo agl'italiani, ma si mandassero anche ai brasiliani ed alle più ragguardevoli personalità, com'ei diceva, delle altre colonie, francesi, inglesi, tedesche, e così la sua intenzione era di preparare a se medesimo un trionfo internazionale. E aveva scritto in particolare al Buondelmonti perchè a questo trionfo fosse presente, perchè la colonia lo aveva in considerazione ed egli medesimo per conseguenza ne faceva più conto che in Italia; e poi non aveva mai potuto dimenticare di quando sull'«Atlantide» era stato costretto ad additarlo al Berènga che aveva detto: — Ci dev'essere a bordo un altro valoroso nostro compaesano! — Non aveva mai potuto dimenticare di avergli dovuto cedere una parte degli onori e glie n'era restato sempre il rammarico e il desiderio di mostrarglialla prima occasione la sua incontrastabile superiorità. Il giorno della festa andando all'«Operaio Italiano» camminava per la via accanto alla moglie con la barba gonfia e gongolante e vi giunse poco prima de' due nemici rappacificati. I quali nella sala maggiore del sodalizio rinnovarono gli abbracciamenti e uno era piccolissimo di statura e l'altro grandissimo. E poi, capaci d'abbracciarsi ma non di parlarsi, si separarono subito e andarono il piccolo con questi e il grande con quelli e di tanto in tanto da un capo della sala all'altro e attraverso i capannelli degl'invitati si lanciavano, quando potevano, occhiate cariche della loro inimicizia di dieci anni, e il piccolo aveva l'occhio anche più feroce. In quel mentre, il segretario stesso del sodalizio, Giacomo Rummo, spiegava al professor Axerio perchè nella colonia si esercitavano tanto le discordie e con il suo acume solito faceva osservare che le colonie eran piccole comunità a sè, fra altre comunità, dove le fortune degli «homines novi» si trovavano in vista e di fronte le une alle altre più che nella madrepatria e quindi più si osteggiavano. E poi erano appunto «homines novi» con un che di barbarico ancor fresco; e poi non avendo nel paese d'immigrazione i diritti politici eran ridotti allo stato di puri individui, «homines novi oeconomici»,e quindi quelli spiriti pugnaci che nella madrepatria, per lo meno in parte, si sarebbero sfogati nelle lotte dei partiti, nella colonia eran costretti a sfogarsi tutti quanti nelle competizioni da persona a persona e intorno ai sodalizi. Il Rummo teneva appuntato verso il petto del professor Axerio il piccolo cono rossigno della sua barbetta e gli parlava con le sue labbra secche e stirate godendo nel suo cuore ciò che per lui era tutto a questo mondo, il buon cibo, la buona bevanda e la sua parte d'amore; godendo il piacere di fare una esposizione di genere politico, perchè il Rummo era nato politico come l'Axerio era nato borghese. Ma questi ora guardava sopra la testa del Rummo verso il centro della sala e la sua barba ignara della barbetta espositrice si allungava nella direzione dello sguardo. Afferrò soltanto poche parole e ad un certo punto esclamò per tagliar corto:— Via via! Simili argomenti sono inopportuni. Da oggi non ci saranno più discordie nella colonia.Disse questo come quando diceva che non ci sarebbero state più guerre fra le nazioni. Il Rummo abbassò il cono rossigno, serrò le labbra secche e stirate, e come se fosse stato lo stesso Buondelmonti nelle discussioni sull'«Atlantide», disse dentro di sè per il professor Axerio:— Imbecille!E aggiunse:— Bel regalo ci ha fatto la patria! Il riformatore borghese e quest'imbecille!Ma già il professor Axerio parlava con un altro.In quel momento Filippo Porrèna camminando alla sua maniera un po' curvo e facendo musetto in aria come se braccasse il comico, s'avvicinò all'Axerio il quale gli disse:— Oh, caro signor Porrèna!E s'allontanò, perchè qualcuno il giorno innanzi gli aveva detto che in Rio il giovane aveva cattivo nome per i suoi costumi scioperati e nelle case serie non era ricevuto.Allora appunto fu visto Piero Buondelmonti entrare nella sala maggiore e molti gli andaron subito incontro, ma quando furono dinanzi a lui ammutirono perchè pareva uscito dalla tomba. Egli mise un braccio intorno alla spalla del Tanno e se lo portò al petto abbozzando un sorriso con i suoi occhi che parevano lacerati.Poco dopo, Piero seguìto da' suoi amici e Giovanna in mezzo ad altre signore si rividero. Piero tremò e vacillò e una repentina trasfigurazione avvenne sulla faccia di Giovanna. Gli andò incontro e gli stese la mano, ed era anch'essa bianca bianca come se non avesse più una stilladi sangue addosso. E di nuovo gli fu accanto e gli disse sotto voce:— Facciamo pace anche noi.E pareva non potesse parlare dalla commozione. E di nuovo:— Ho un gran torto verso di Lei....Ma Piero fece l'atto di metterle una mano sulla bocca, e la sua faccia raggiava di gioia.Anche Giovanna amava. Sino dal momento in cui Piero aveva lasciato il suo salotto senza che essa gli stendesse la mano, le era caduta la benda dagli occhi, il rancore dall'anima, e s'era ritrovata col suo amore nato sull'«Atlantide». S'era ritrovata in ogni parte della sua anima l'uomo del quale non aveva potuto sostenere la vista e che aveva allontanato da sè per sempre. Essa amava e diceva: — Che ho fatto! — E tutto il male che sino a quel momento aveva pensato di lui, era sparito e una sola cosa era rimasta: egli amava. E Giovanna diceva: — Che ho fatto di lui? — E nutriva il suo amore dei pensieri più appassionanti, de' pensieri di pietà per l'uomo che essa amava. — Che ho fatto, che ho fatto di lui? — E nutriva il suo amore del suo rimorso. Giovanna lo rivedeva andarsene umiliato ed essa lo aveva umiliato e non gli aveva steso la mano; egli soffriva chi sa quanto, lontanoda lei, perchè lei gli aveva detto: — Morta per sempre! — E perciò il rimorso non le dava requie. Colpevole e pazza si chiamava e avrebbe voluto rivederlo e non osava scrivergli. Ma voleva almeno saper qualcosa di lui e domandava al marito ogni sera:— Chi hai visto oggi?E insisteva:— Ma d'italiani?Il marito non aveva mai rivisto Piero Buondelmonti, nè altri lo avevano più visto. Essa domandava lo stesso a Bruna, senza fare il nome di lui; la sera andava spesso col marito da Lorenzo Berènga e dentro di sè cercava il modo di domandare lo stesso anche a lui. Ma nessuno aveva più visto Piero Buondelmonti. Sicchè essa cominciò ad aver paura che fosse partito e se lo immaginava in viaggio di ritorno per l'Italia e si ricordava dell'altro viaggio che avevan fatto insieme come d'una felicità perduta, morta per sempre. Perchè non ne aveva goduto di più di quella felicità? Perchè non vi s'era abbandonata? Perchè quella notte non gli aveva risposto: — A Rio de Janeiro, sì, sarò tua, prendimi ora fra le tue braccia? — Per tutto un giorno portò dentro di sè quel ricordo; per tutto un giorno pensò di essere fra le sue braccia, sentì dentro di sè la donna nuova e il nuovo amore di cui avevaavuto il primo indizio con spavento quella notte all'improvviso. Andò tutto il giorno per la casa e per il giardino fuori di sè, a capo basso, mettendo le mani sugli oggetti, rompendo le foglie delle piante senza accorgersene. A un tratto un animo le disse: — Scendi in città: lo rivedrai. — Come se volasse al convegno, si vestì in fretta e furia, certa che l'animo non l'ingannava, scese in città, tornò tardi e la notte non fece altro che piangere, perchè non avendolo rivisto le pareva come se fosse morto. Tanto che il marito essendo fuori il giorno dopo per le sue faccende e accadutogli di ripensare a lei si domandò dentro di sè: — Che ha quella donna? Bisogna le parli. — E poi se ne dimenticò occupato d'altro. Finchè Giovanna una volta rivide Piero in lontananza e ci mancò poco non le uscisse il cuore dal petto. Avrebbe voluto sparire sotto terra e il cuore le usciva fuori del petto dalla gioia. Dopo però, i giorni seguenti, un animo cominciò a dirle: — E tu credi che ti ami ancora? Tu credi che ti basterà di rivederlo e di chiedergli perdono perchè ritorni quello di prima? Ma ti odia e ti disprezza! Peggio! A quest'ora s'è dimenticato di te! L'hai voluto! Tu sei veramente morta per lui! — E non riusciva dentro di sè a veder quell'uomo tornare a sorriderle ancora e mostrarle ancora un segno d'amore.Un giorno il marito disse a Giovanna:— Ho scritto anche al Buondelmonti perchè non manchi alla festa dell'«Operaio Italiano».Alle quali parole Giovanna provò quello che pochi giorni prima aveva provato rivedendolo per Rio de Janeiro: avrebbe voluto sparire sotto terra per paura di ripresentarsi dinanzi a lui. E per la via mentre col marito andava all'«Operaio Italiano», Giovanna diceva a Piero nel suo cuore tremante:— Oh se tu fossi come me, una povera creatura che sbaglia e perdona!E con quanto era in lei di più umile e di più femminile, con quanto le era rimasto ancora dell'infanzia, Giovanna si componeva dentro di sè un Piero a sua immagine e somiglianza, un Piero con qualcosa di fanciullo e capace di sbagliare e di perdonare. E dentro di sè lo adorava con immensa tenerezza. Ma si avvicinava alla sede dell'«Operaio Italiano» e stava per comparire alla presenza di lui e non si sentiva più una stilla di sangue nelle vene. Perchè quella volta per Rio de Janeiro non aveva potuto rivedere il suo volto?Lo rivide e conobbe quanto egli aveva sofferto per lei.Quasi tutti se n'erano andati dall'«Operaio Italiano». I due nemici rappacificati uscirono con altri e quando furono sulla porta, il piccolo, quegli che aveva gli occhi più feroci, fece l'atto d'alzar le corte braccia per riabbracciare il grande, ma questi non fu dello stesso avviso, sicchè si separarono stringendosi soltanto la mano, nè dalle loro gole riuscì a passare una parola articolata. Il Porrèna sulla porta continuava a sorridere della cerimonia che s'era compiuta e de' due che s'allontanavano, l'uno troppo grande e l'altro troppo piccolo; finchè sempre sorridendo disse a Piero:— Noi oggi riconciliando quelle due stature diverse abbiamo ben meritato della concordia nazionale. Lei dev'esserne contento.Ma Piero, preda ormai dell'incanto d'amore, aveva tanta gioia accanto a Giovanna che non lo sentì nè lo vide.Intanto il professor Axerio continuava a stringer mani ripetendo per coronare la sua opera e darsi lode:— Speriamo che sia oggi l'inizio d'una pace duratura e feconda per la colonia.E quando fu al Porrèna, sapendo che le persone serie non lo frequentavano, gli disse con ostentata freddezza:— Addio, signor Porrèna.E si mosse per andarsene.Giovanna ripetendo come un'eco le parole del marito disse senza pensare a chi si rivolgeva:— Addio, signor Porrèna.Il Porrèna ingoiò il suo sorriso.Piero neppur ora lo vide. Ma quegli aveva notato che Giovanna s'era mutata un'altra volta, e si rodeva.Poi Giovanna disse a Piero:— Perchè non sale con noi a Santa Teresa? Quello che c'è c'è. Non la faremo morir di fame.Piero disse di sì e s'incamminarono avanti, mentre l'Axerio li seguiva con pochi amici. E a tutti e due pareva d'essere resuscitati.In tranvai, mentre salivano, Giovanna sentendo un gran bisogno d'esser perdonata da Piero tornò a dirgli:— Le racconterò tutto tutto, e Lei deve perdonarmi.Ma Piero non trovava parole che potessero saziare la sua gioia. Disse:— Guardi.E allora nell'atto stesso ch'ei la mostrò alla donna amata, la città gli apparve per la prima volta nella sua bellezza. Le mostrò il mare che si scopriva via via che salivano, e le isole e gli archi lontani delle montagne e le palme gigantesche che erano da per tutto, si slanciavanodalle bassure, toccavano il cielo da tutte le cime.Giovanna seguiva i cenni dell'uomo amato e aveva l'anima negli occhi. Tutte le cose belle nascevano allora sotto i loro occhi. Piero ripeteva:— Guardi!Giovanna ripeteva un solo monosillabo:— Sì!E avevano tutta l'anima negli occhi, e i loro occhi non bastavano per vedere le cose belle che nascevano intorno. Piero e Giovanna vedevano e non vedevano, perchè la gioia d'amore era in essi come una musica che animava e confondeva le loro visioni.A un tratto Giovanna, con la dolcezza della donna che manca per amore, sospirò il nome della città che aveva la stessa dolcezza:— Rio de Janeiro!E Piero si ricordò e tremando disse il nome di lei:— Giovanna!
Giovanna preparò i fiori nel salotto da pranzo e tornò nel suo salottino da ricevimento e da studio a finir la lettera a Filippo Porrèna. Essa scriveva al Porrèna le sue impressioni e le sue considerazioni sopra un libro francese che quegli le aveva portato a leggere, e mentre scriveva, provava un grande piacere a pensare a lui. Giovanna aveva incominciato a sentire un'inclinazione per Filippo la sera del ricevimento brasiliano, ed ora si trovava in quello stato in cui si trova spesso la donna quando si sente a poco a poco occupare il cuore, nè ancora è sorto in lei il combattimento appassionante fra il suo amore e la sua virtù; era tutta contenta. Così, mentre stava aspettando i suoi invitati, gli scriveva una lunga lettera, e la sostanza e la forma della lettera, se uno fosse stato lì a guardare, le avrebbe potute indovinare dai piccoli gesti che essa interrompendosi di tanto in tanto faceva tra sè e sè, e dalle arie che prendeva la sua faccia edai sorrisi che vi si succedevano. Essa sorrideva, si sorrideva, si dava un colpetto or qua or là sui capelli per metterli a posto, metteva a posto or questo or quel fiore nel vaso che aveva dinanzi a sè. La sua fronte di tanto in tanto si corrugava e così indicava lo sforzo dell'esprimersi, ma le sue labbra sorridevano sempre e così indicavano che quanto essa voleva esprimere era piacevole. I gomiti appuntati sul tavolino, gli occhi inchinati sul foglio di carta, le palme delle mani che s'accostavano come se volessero mettersi in croce e si discostavano come se volessero battere l'una contro l'altra, la fronte corrugata e le labbra sorridenti, era manifesto che Giovanna cercava le più piacevoli parole per il suo pensiero piacevolissimo. Giovanna nella lettera parlava di sè. Il Porrèna le aveva portato quel libro, un romanzo d'una signora parigina che s'era letto molto qualche anno prima; glie lo aveva portato sostenendo una cosa che a Giovanna faceva un certo piacere e un certo dispiacere insieme: sostenendo che essa e l'eroina del romanzo si rassomigliavano. Il romanzo era d'una rara ingenuità e d'una rara freschezza, era molto parigino per le sue eleganze e per le sue finezze e al tempo stesso passandosi in parte fuori delle mura cittadine, vi spirava un'aura sincera e viva, una vera gioia agreste in cui la bellezza dellanatura, si rispecchiava limpidamente. L'eroina era una signora giovane, bella, elegante, e soprattutto leggiadra e buona, ma tradiva il marito. Essa, metà parigina come il romanzo e metà agreste, ingenua, fresca e di semplice e delicatissimo spirito, pur riusciva per suo conto senza troppa pena a metter d'accordo due cose che sembrano tanto discordi: tradire il marito e rimaner buona. Rimaner buona cessando d'essere onesta, perchè quando l'onestà è docile e se ne va all'ora sua senza far chiasso, non lascia dietro a sè l'animo guasto! Giovanna non comprendeva la cara creatura, ma l'adorava, tranne per il suo tradimento.
E scriveva appunto al Porrèna per ribattere la sua asserzione, che cioè ella le rassomigliasse: cercava dentro di sè ed esponeva le differenze; ma in così fare sentiva istintivamente le rassomiglianze piacevoli e se ne compiaceva, e perciò le sue labbra sorridevano. Soprattutto Giovanna esponeva le sue idee sul matrimonio e sulla fedeltà coniugale, e così aveva modo di porre in mostra i frutti dell'educazione che aveva ricevuta e della vita che aveva condotta. Prima di maritarsi essa aveva fatto la signorina e dopo essersi maritata aveva fatto la moglie con animo di signorina. Il marito era per lei un uomo col quale aveva certe relazioni non del tutto piacevoli e non del tutto spiacevoli,ma dal quale era sempre distratta, un uomo al quale non pensava, ma del quale se mai si risovveniva di tanto in tanto. Essa sapeva che era un uomo celebre, aveva anche notato che era molto vano; vedeva che spesso la sua lunga barba profetica era scossa dalle parole di civiltà, di progresso, di scienza, d'umanità e d'avvenire, ed aveva anche fatto osservazione che egli dentro le pareti domestiche presentava non di rado un contrasto tra quelle sue parole e certe sue maniere dispotiche, talvolta brutali e persino feroci; ma non l'odiava, nè l'amava. Non l'odiava, perchè non lo aveva mai amato, e non l'aveva amato perchè non ci aveva pensato mai. Nè essa mancava delle dovute cure per il marito, ma non c'era un angolo della sua anima dove il marito fosse qualcosa. Uno solo, quello dove si custodiva una massima che l'educazione le aveva istillata: — Tu non tradirai mai tuo marito! — Tutta la sua educazione molto diligente era stata rivolta a questo: a formare l'anima d'una signorina sempre pronta a diventare una moglie che non avrebbe tradito mai suo marito. Per il resto, educazione era pari a disoccupazione. L'educazione e la disoccupazione e un'intelligenza sveglia congiunta con un'indole allegra avevano fatto di Giovanna una signorina spigliata e molto morale. Tu non tradirai mai tuo marito! Con questa massima,che per soprammercato le era sempre stata istillata sotto velo, da nessuno come da tutti, era andata a nozze e l'aveva avuta per dote spirituale: una dote spirituale e una dote in pecunia, perfetta creatura di quel mondo borghese che i suoi affari ha bene accomodati: la morale e l'economia. E quella massima generica era scritta in quella parte del cuore dove avrebbe dovuto esservi il preciso pensiero di quel preciso uomo, il marito. Per parte sua Giovanna, in quella comune composizione d'un'epoca e d'una società qual era l'esser suo, portava la sua incomparabile leggiadrìa, la sua gioia, la sua sincerità, la sua innocenza tutta olezzante ancora d'infanzia quale le traspariva dagli occhi. L'epoca, la società, la disoccupazione, l'educazione, la famiglia, anzi le tre famiglie, del padre, della madre, e del padre e della madre insieme, tutte e tre di professionisti emigrati di campagna in città e arricchiti da una generazione soltanto, avevano fatto il possibile per ricavare da Giovanna una creatura comune. Essa non era riuscita così.
Continuava a scrivere. Sentì nella stanza attigua il marito. Non le passò nemmen per la mente di nasconder la lettera. Si ricordò invece del Buondelmonti che doveva giungere di lì a poco, perchè il marito glie lo aveva fatto invitare perchè bene accetto alla colonia, e le si risvegliòil rancore che gli portava da molti giorni. Che credeva egli, che aveva creduto? Che davvero lo avesse tratto a seguirla a Rio de Janeiro per diventare la sua amante? Eppure aveva creduto questo, ed essa se ne sentiva profondamente offesa. Fin dalla mattina dopo quella notte che eran rimasti troppo a lungo sul ponte e in troppa solitudine, Giovanna s'era accorta che il Buondelmonti aveva l'aria di contare per il loro arrivo a Rio de Janeiro sopra l'adempimento d'un patto, sul saldo d'un debito da parte sua; e sin da quella mattina nel cuore di Giovanna era nato il rancore contro il Buondelmonti ed era andato sempre crescendo, tranne pochi momenti di sosta, fino allo sbarco, dallo sbarco al ricevimento brasiliano, da questo alla visita che colui le aveva fatta. E tutto ciò che Giovanna aveva prima pensato del Buondelmonti, tutto ciò che aveva sentito per esso dagli anni lontani di Firenze al loro ultimo incontro di Roma, da questo al viaggio sull'«Atlantide», tutto s'era mutato in rancore che glie lo rendeva insopportabile. Non soltanto la morale dell'educazione aveva il Buondelmonti offeso in Giovanna, ma anche qualche cosa di molto più forte e profondo in lei e tante cose delicate; il senso della sua libertà, la sua dignità, il suo pudore di donna e soprattutto una rettitudine ed un'ostinazione di rettitudine di naturacampagnuola che le proveniva da' suoi consanguinei avanti che emigrassero in città.
Giovanna sentì battere le ore, pensò che di lì a poco sarebbe giunto anche Filippo. Si rammentò del breve dialogo che essa aveva avuto a bordo col Buondelmonti, quando costui le aveva fatto capire che lo vedeva di mal'occhio. Da quel momento essa aveva cominciato a riguardarlo con una nuova curiosità. Ora pensò che di lì a poco Filippo e il Buondelmonti si sarebbero ritrovati accanto a lei alla stessa tavola.
Ad un tratto sentì un passo fuori, riconobbe il Buondelmonti, lo sentì entrare nello studio del marito: fu tale il moto di rancore, che non lo potè vincere e corse a rifugiarsi in camera sua.
A tavola Piero stava attento a Giovanna ed al Porrèna. Piero li ritrovava tutti e due quali li aveva lasciati al ricevimento brasiliano: legati fra loro da un'intimità allegra. Era pur sempre la coppia cittadina tutta frivolezze e brio. Il Porrèna esponeva qualcosa e Giovanna lo contradiceva, ma il loro battibeccarsi faceva anche più risaltare il piacere che l'un l'altra si davano con la loro intimità. Essendo caduta la conversazione su Parigi, da cui uno dei convitati, direttore del «Giornale del Congresso» di Rio de Janeiro, era tornato da poco, il Porrèna che vi aveva moltoabitato, di discorso in discorso era venuto al celebrar la virtù delle signore parigine, e Giovanna ridendo e alludendo al libro finito di leggere il giorno stesso, a ripetere che conosceva bene quella virtù e ad osservare che il romanzo e il teatro parlavan chiaro, e il Porrèna a sostenere che il romanzo e il teatro di Parigi eran fatti per gli stranieri e quali li volevano gli stranieri più corrotti dei parigini. Il direttore del «Giornale del Congresso» disse che egli pure doveva riconoscere alla donna francese, se non la virtù, molte virtù domestiche: che sapeva come nessuna altra donna al mondo tenere una casa, aveva l'amore del risparmio ed una virtù più rara ancora: sapeva spender bene e figurar con poco. L'Axerio, quantunque ignorante di tutto questo, dichiarò che era vero e scosse più volte la barba per punteggiar l'assentimento, perchè voleva ingrazionirsi il direttore del maggior giornale della città. E un altro commensale, direttore d'un giornale italiano, fu dello stesso avviso, e l'Axerio volgendosi anche verso di lui assentì di nuovo e scosse di nuovo la barba, perchè voleva tenersi cara la stampa per averne molte lodi quell'anno che avrebbe passato nel Brasile. Piero disse qualcosa sulla donna e sul popolo della provincia francese, raccontando d'un breve viaggio che aveva fatto nell'interno della Franciaun anno prima. Egli parlava con calma, con un aspetto di pensosa serietà, descrivendo il serpeggiare della Senna per la regione da lui percorsa, le isolette arboree che essa forma nel suo cammino, le linee larghe dell'orizzonte, le selve più cupe che in Italia e soprattutto i villaggi deserti nell'ora del lavoro. Quivi, nelle strade senza oziosi, nelle piccole case dai colori vivaci, dalle porte e dalle finestre serrate e colle tendine ricamate e tutte linde alle finestre; nel bel modo di tenere i fiori e le piante e specialmente nelle piccole chiese gotiche che ogni villaggio aveva, tutte linde e deserte anch'esse nell'ora del lavoro, egli pure aveva scorto le virtù domestiche del popolo francese lungi da Parigi: amore del lavoro appunto, dell'ordine, del risparmio, d'una certa sobria e delicata signorilità. Quando Piero cessò di parlare, s'accorse d'aver parlato troppo a lungo. Tutti avevan taciuto e l'avevan ascoltato per educazione, ma quando si tacque, sentì intorno a sè un silenzio glaciale. E subito il Porrèna disse una qualunque facezia, tutti risero in coro e Giovanna rise più forte di tutti. Ma il Buondelmonti sentì sferzarsi la faccia da quelle risa, provò lo stesso che se i commensali si fossero burlati di lui, e la gola gli si serrò a qualunque parola. Gli pareva che qualunque sua parola sarebbe caduta di nuovo nel silenzio e cheperfino i suoi gesti fossero falsi e goffi. Dall'ombra della chioma levò sul Porrèna gli occhi invidiosi e vide che le due rughe sul naso gli mandavan saette, e avrebbe voluto esser come lui. A momenti lo disprezzava, sentiva in lui un avversario come sempre l'aveva sentito nell'Axerio: tutti e due suoi avversarii contemporanei, l'Axerio, la bocca de' luoghi comuni, e il Porrèna, il frivolo prodotto dell'ozio borghese. Ma a momenti si posponeva a lui e diceva a se medesimo dentro di sè: — Vorrei esser come lui! — E così si rinnegava. E questo accadeva perchè la sera che era tornato dalla villa del Berènga e aveva trovato l'invito degli Axerio, aveva detto: — Non andrò! — E per un giorno intero aveva lottato, ma poi aveva scritto agli Axerio per ringraziare accettando, e ora poi trascinato dalla sua viltà scendeva sempre più giù, rinnegava la sua nobile coscienza e si posponeva a un uomo che diceva facezie. A un tratto la voce del Porrèna gli ferì le orecchie:
— Signor Buondelmonti! Decida Lei tra la signora e me....
Ma Giovanna, come se il Buondelmonti non esistesse, interruppe:
— La signora dice che Lei al solito vede sempre il male anche dove non c'è.
— No, Giovanna! — volle corregger l'Axerio rivolgendosicomplimentosamente verso il Porrèna. — Questo nostro amico vede soltanto il lato comico delle cose.
— Altro che il comico! — ribattè al marito Giovanna. — Il cattivo! Conosco il mio signor Porrèna dell'«Atlantide»! Mi ricordo il povero morticino che prendeva latte quel giorno del ferimento!
E Giovanna fece per voltarsi verso Piero, ma abbozzando questi un sorriso, subito si voltò dall'altra parte. Filippo riprese:
— Non è colpa mia se anche la bontà ha molti lati cattivi e la serietà molti lati comici.
L'Axerio, non considerando quello che diceva, ma volendo ostentare al giovane simpatia, perchè aveva sentito dire che era molto ricco, figlio unico di banchieri italiani di Rio de Janeiro, ribadì:
— Specialmente la serietà qualche lato comico.
Il giornalista italiano pensando che la Domenica prossima nel suo giornale avrebbe dato a quella conversazione nella villa del professore illustre l'epiteto di spirituale, esclamò macchinalmente:
— La serietà un lato comico, perbacco!
Il giornalista brasiliano tacque e sorrise.
Tutti tacquero qualche momento. Il Buondelmonti sentiva crescersi il malanimo contro Giovannache piegava il piccolo capo verso il piatto mangiando. Gli pareva sì misero ora in quell'atto quel piccolo capo che altre volte gli era apparso tanto leggiadro! Non era essa la donnetta che poteva darsi per vizio, per ozio, per vanità, ma non per amore? Perchè s'era innamorato di lei? Che poteva volere da lei? Non era la donnetta di quella stessa gentucola di cui il marito era il professore e il cerretano? Vedendo lei non vedeva il fondo di tutte quelle cose contro cui da tanti anni combattevano la sua dottrina e il suo sdegno? Egli se la ricordava perfino a bordo, quando le parlava degli emigranti in relazione con le sue grandi idee nazionali, e la donnetta non capiva, supponeva in lui il solito umanitario, stupidamente! Che voleva da lei?
Ma Giovanna tutt'animata ristimolò Filippo provando gusto a farlo emergere dalla conversazione degli altri.
— Insomma! Vogliamo dire l'argomento della nostra discussione?
Filippo invece, sazio di quel discorso, volubilmente si rivolse al Buondelmonti.
— Signor Buondelmonti! Ho assistito sull'«Atlantide» a molte sue discussioni. Lei è imperialista, vero? Un giorno il professore e Lei discutevano sulla sistemazione definitiva del mondo in un prossimo avvenire, e per quanto in disaccordo,erano perfettamente d'accordo nel presupporre che il mondo si potesse sistemare sopra un tipo di civiltà superiore. Ebbene, sul più bello della discussione io pensavo che l'«Atlantide» navigava alla volta dell'America del Sud per caricar lane di pecora e pelli di bue.
Di nuovo Filippo con la sua volubilità rivolgendosi a Giovanna le disse:
— Ecco, veda, signora, dinanzi a tali spoglie opime tutta la magnifica civiltà di cinquanta secoli mi muove leggermente il riso.
I commensali dimandaron perchè, mentre il padron di casa scotendo forte la barba ripeteva:
— È vero, è vero!
E la barba gli vibrava d'una subita simpatia per il giovane.
Il quale riprese:
— È vero, sì, professore! Gratti la civiltà e troverà un sistema di forniture per l'alimentazione del solo animale che pensi al suo pasto, anche quando non ha appetito.
Si levarono esclamazioni diverse, da cui uscì fuori la voce di Giovanna:
— Ah quel bambino che prendeva latte, come me lo ricordo ancora!
L'Axerio, mentre Giovanna e Filippo si dicevano qualcosa fra loro, disse al Buondelmonti:
— È uno spirito geniale e libero, libero da tuttii pregiudizi! La sua famiglia ha una posizione di prim'ordine!
Filippo Porrèna a un tratto riprese forte:
— Imperialismo!
E fissando gli occhi sulla tavola ripensava a quando sull'«Atlantide» Giovanna, dinanzi appunto a quel bambino che prendeva latte, gli aveva lodato il Buondelmonti. E vedendolo ora muto, sorrideva fra sè e sè con le due rughe ferme e raccolte in mezzo alla fronte, in forma di piccola lira. Finchè riaprì bocca e disse:
— Tutto è imperialismo. Anche la pecora che pasce in Argentina, è vittima d'un imperialismo: quello del genere umano sugli animali. Non è vero, signor Buondelmonti?
Un leggerissimo riso uscì dalla gola di Giovanna.
Il Buondelmonti alzò gli occhi e li riabbassò, e si sentì un borbottìo nell'orecchio. Qualcuno, un commensale che sin allora aveva soltanto mangiato e taciuto, ora s'ostinava a volergli dir qualcosa. Era un medico, uno de' primissimi italiani emigrati nel Brasile, molto povero, e che l'Axerio aveva invitato a pranzo per far buon effetto nella colonia. Aveva la faccia istupidita dalla vecchiaia, ma intepidito dal pranzo riandava gli anni della sua gioventù e voleva raccontare al Buondelmonti com'era Rio de Janeiro quand'egli c'eragiunto quaranta o cinquant'anni prima. Il Buondelmonti ne aveva il borbottìo nell'orecchio, mentre sentiva che Giovanna e il Porrèna eran tornati a ridere fra loro. E gli pareva che ridessero di lui. Un furore muto gli si moveva nel petto, d'odio impotente contro i due, che li avrebbe uccisi, e non aveva via d'uscita dal suo petto.
Finì il pranzo, finì la serata. A un tratto, mentre stava per accomiatarsi, il Buondelmonti afferrò queste parole che Giovanna disse piano a Filippo:
— A proposito, Le ho scritto.
Gli invitati già uscivano, quando Giovanna disse ancora a Filippo:
— Lei può aspettare un momento? Vuol prendere con sè quel libro? Oppure glie lo rimando. Sta sempre all'Albergo degli Stranieri?
Il Buondelmonti uscì con gli altri, lasciò che andassero avanti senza salutar nessuno e rimase solo nell'oscurità della notte per vedere quando il Porrèna sarebbe venuto via dalla villa degli Axerio. Vedeva attraverso i fiori e le piante del giardino una finestra aperta, con un lume dentro, e la porta chiusa, e aspettava che questa si aprisse d'attimo in attimo. Il sangue ferocissimo gli martellava alle tempie, di tanto in tanto un'immagine, l'immagine del Berènga che assaliva il nemico, gli passava dinanzi agli occhi nelbarlume della coscienza. Ei rimaneva sotto l'ombra del monte sovrastante nell'oscurità, abbaiavano cani per il colle, accanto si levava il tronco d'una palma, ei teneva gli occhi fissi alla finestra col lume e alla porta. Di là da quella finestra gli pareva di veder Giovanna e il Porrèna continuare a ridere di lui. Quanto sarebbero stati lì? Tutta la notte? Aspettò a lungo. Poi la porta si aprì e apparve il Porrèna nel giardino, ma lo seguivano l'Axerio e Giovanna, e rimasero a lungo a parlare ancora tra le piante e di tanto in tanto ridevano. Era manifesto: parlavano e ridevano di lui. Parlarono, parlarono a lungo, e di tanto in tanto a Piero, quando i cani non abbaiavano, pareva di sentire il loro riso, soprattutto quello di Giovanna. Finalmente il Porrèna apparve di qua dal cancello, ma Giovanna lo seguì ancora e gli parlò ancora, e poi alla luce che veniva dalla finestra e dalla porta, Piero la vide stendergli la mano e reggendosi con l'altra al cancello abbandonarsi verso di lui con tutta la persona. La sentì augurargli la buona notte e aggiungere distintamente:
— A domani.
Un attimo di silenzio, e un riso squillante ferì l'orecchio di Piero.
Ma questi per un moto istintivo di vergogna, quando il Porrèna gli passò dinanzi, si ritrassedietro il tronco della palma, per l'istinto dell'uomo incapace d'assalir dall'ombra. L'immagine del Berènga gli riattraversò la mente, del Berènga che assaliva, per ben altro amore, ed ebbe vergogna dello stato in cui si trovava.
Pure, il giorno dopo andava per Rio de Janeiro e pensava a Giovanna e al Porrèna: pensava che si sarebbero rivisti quel giorno stesso e forse erano già insieme in quello stesso momento. E il Porrèna gli passava e ripassava nell'immaginazione come se l'era visto passar dinanzi la notte, alto e sottile, un po' curvo sulla vita, da afferrare e da troncare. Si diceva dentro di sè: — Perchè non l'ho fatto? — Si pentiva di non averlo fatto e ne provava rimorso.
A un tratto gli parve di scorgerli lontano nella via: camminavan lesti; accelerò il passo: eran pur Giovanna e il Porrèna; quel signore alto, sottile e un po' curvo era il Porrèna e la signora che gli camminava al fianco, era Giovanna. In fondo alla via, prima che Piero avesse potuto raggiungerli, svoltarono a destra, e quando Piero fu lì, non vide più nessuno lungo la via che avevan preso: soltanto una carrozza che s'allontanava.
Piero era certo che eran Giovanna e il Porrèna, ma al primo passante che vide, domandò dove si trovava l'Albergo degli Stranieri e dalla primavettura che incontrò, vi si fece portare. Il Porrèna era fuori; e allora Piero non ebbe più dubbio: quegli e la donna che egli amava, scarrozzavano insieme per la città, se non erano scomparsi in una casa della via dov'avevano svoltato.
Piero andò per la città, andò sulla riva del mare, e non vedeva più il mare e non vedeva più la gente che gli passava accanto; andò per più ore così, finchè repentinamente si diresse verso Santa Teresa.
Giunto alla villa degli Axerio, domandò se la signora era in casa, e avendogli la cameriera risposto di sì, che era rientrata da poco, si fece annunziare; la cameriera tornò e l'introdusse nel salotto dove qualche momento dopo comparve anche Giovanna. Ma costei appena fu sulla soglia, inarcò le ciglia e s'arrestò, tanto il Buondelmonti aveva la faccia sconvolta da quello che provava il suo animo. Egli s'avanzò a capo basso, guardando a terra con l'occhio iniettato di nero sangue, e disse:
— Voglio sapere che c'è di mutato tra Lei e me.
Giovanna contrasse l'arco delle ciglia e la collera s'impossessò anche di lei.
— Se un altr'uomo — rispose — mi si fosse presentato in cotesto modo, avrei creduto che fosse impazzito! Ma Lei so la risposta che vuole.
Anche Giovanna era irriconoscibile; il Buondelmontis'avanzò verso di lei; essa gli stette a fronte con gli occhi che mandavan fiamme; il Buondelmonti disse:
— La risposta me l'ha già data da un pezzo e anche oggi.
— Oggi? — domandò Giovanna.
— Sì, qualcun altro ha preso il mio posto.
— Ah! — gridò soffocatamente Giovanna, e rimasero tutti e due in silenzio.
Essa pensò che era stata per la città insieme con Filippo, e riprese:
— Infatti qualcun altro ha preso il posto sul quale Lei contava venendo a Rio de Janeiro. Qualcun altro è il mio amante.
Giovanna vide il Buondelmonti slanciarsi avanti, arrestarsi facendo una mostruosa violenza a se stesso, sì mostruosa che essa fu presa dalla paura di ciò che poteva succedere. In quello stesso punto sentì entrare in casa il marito, lo chiamò e prima che quegli si fosse accorto della presenza del Buondelmonti, gli disse:
— Grazie d'averci fatto aspettare inutilmente! T'abbiamo aspettato tre quarti d'ora col signor Porrèna.
L'Axerio rispose alla moglie con sdegno:
— La professione avanti tutto, mia cara.
Vide il Buondelmonti, mutò d'aspetto, lo salutò e si ritirò.
Il Buondelmonti era rimasto umiliato, ma Giovanna aveva dovuto dare una spiegazione. Essa si frenò ancora, ma sentì che non poteva nemmeno sostenere la vista di lui, e perciò gli disse:
— Quello che è stato detto, sia per non detto. Se Lei resta ancora a Rio de Janeiro, dovremo rivederci. Lei verrà ancora in questa casa. La signora Axerio riceverà sempre un amico del professor Axerio. Ma l'amicizia che c'è stata fra noi, La prego di considerarla come morta e per sempre.
Passarono molti giorni e Piero e Giovanna non si videro più e non seppero più nulla l'un dell'altro: finchè una sera Piero rincasando trovò due lettere, una dell'«Operaio Italiano» e un'altra del professor Axerio. L'«Operaio Italiano» dava una festa e invitava il decoro delle patrie lettere Piero Buondelmonti; il professor Axerio scriveva al caro amico per raccomandargli di non mancare a quella medesima festa, perchè veniva data per uno scopo nobilissimo: per celebrare il rappacificamento fra due valorosi connazionali, due colleghi che egli medesimo, il professor Axerio, era riuscito a indurre con inauditi sforzi a stringersi la mano mettendo fine a un'inimicizia che per dieci anni aveva fatto lo scandalo, il dolore e il danno di tutti gl'italiani a Rio deJaneiro. Così scriveva l'Axerio ed era vero: egli aveva sudato quattro cotte per quel rappacificamento de' due colleghi, perchè capiva che sarebbe stato un bel colpo per impiantar subito il suo prestigio di gran procacciante nella colonia. I due medici eran veramente nemici da dieci anni d'una inimicizia d'odio mortale per rivalità di professione e dividevano gli animi. Perciò fatta stringer loro la mano, l'Axerio stesso aveva proposto una gran festa nella sede dell'«Operaio Italiano», e perchè riuscisse più solenne aveva voluto che gli inviti non fossero ristretti solo agl'italiani, ma si mandassero anche ai brasiliani ed alle più ragguardevoli personalità, com'ei diceva, delle altre colonie, francesi, inglesi, tedesche, e così la sua intenzione era di preparare a se medesimo un trionfo internazionale. E aveva scritto in particolare al Buondelmonti perchè a questo trionfo fosse presente, perchè la colonia lo aveva in considerazione ed egli medesimo per conseguenza ne faceva più conto che in Italia; e poi non aveva mai potuto dimenticare di quando sull'«Atlantide» era stato costretto ad additarlo al Berènga che aveva detto: — Ci dev'essere a bordo un altro valoroso nostro compaesano! — Non aveva mai potuto dimenticare di avergli dovuto cedere una parte degli onori e glie n'era restato sempre il rammarico e il desiderio di mostrarglialla prima occasione la sua incontrastabile superiorità. Il giorno della festa andando all'«Operaio Italiano» camminava per la via accanto alla moglie con la barba gonfia e gongolante e vi giunse poco prima de' due nemici rappacificati. I quali nella sala maggiore del sodalizio rinnovarono gli abbracciamenti e uno era piccolissimo di statura e l'altro grandissimo. E poi, capaci d'abbracciarsi ma non di parlarsi, si separarono subito e andarono il piccolo con questi e il grande con quelli e di tanto in tanto da un capo della sala all'altro e attraverso i capannelli degl'invitati si lanciavano, quando potevano, occhiate cariche della loro inimicizia di dieci anni, e il piccolo aveva l'occhio anche più feroce. In quel mentre, il segretario stesso del sodalizio, Giacomo Rummo, spiegava al professor Axerio perchè nella colonia si esercitavano tanto le discordie e con il suo acume solito faceva osservare che le colonie eran piccole comunità a sè, fra altre comunità, dove le fortune degli «homines novi» si trovavano in vista e di fronte le une alle altre più che nella madrepatria e quindi più si osteggiavano. E poi erano appunto «homines novi» con un che di barbarico ancor fresco; e poi non avendo nel paese d'immigrazione i diritti politici eran ridotti allo stato di puri individui, «homines novi oeconomici»,e quindi quelli spiriti pugnaci che nella madrepatria, per lo meno in parte, si sarebbero sfogati nelle lotte dei partiti, nella colonia eran costretti a sfogarsi tutti quanti nelle competizioni da persona a persona e intorno ai sodalizi. Il Rummo teneva appuntato verso il petto del professor Axerio il piccolo cono rossigno della sua barbetta e gli parlava con le sue labbra secche e stirate godendo nel suo cuore ciò che per lui era tutto a questo mondo, il buon cibo, la buona bevanda e la sua parte d'amore; godendo il piacere di fare una esposizione di genere politico, perchè il Rummo era nato politico come l'Axerio era nato borghese. Ma questi ora guardava sopra la testa del Rummo verso il centro della sala e la sua barba ignara della barbetta espositrice si allungava nella direzione dello sguardo. Afferrò soltanto poche parole e ad un certo punto esclamò per tagliar corto:
— Via via! Simili argomenti sono inopportuni. Da oggi non ci saranno più discordie nella colonia.
Disse questo come quando diceva che non ci sarebbero state più guerre fra le nazioni. Il Rummo abbassò il cono rossigno, serrò le labbra secche e stirate, e come se fosse stato lo stesso Buondelmonti nelle discussioni sull'«Atlantide», disse dentro di sè per il professor Axerio:
— Imbecille!
E aggiunse:
— Bel regalo ci ha fatto la patria! Il riformatore borghese e quest'imbecille!
Ma già il professor Axerio parlava con un altro.
In quel momento Filippo Porrèna camminando alla sua maniera un po' curvo e facendo musetto in aria come se braccasse il comico, s'avvicinò all'Axerio il quale gli disse:
— Oh, caro signor Porrèna!
E s'allontanò, perchè qualcuno il giorno innanzi gli aveva detto che in Rio il giovane aveva cattivo nome per i suoi costumi scioperati e nelle case serie non era ricevuto.
Allora appunto fu visto Piero Buondelmonti entrare nella sala maggiore e molti gli andaron subito incontro, ma quando furono dinanzi a lui ammutirono perchè pareva uscito dalla tomba. Egli mise un braccio intorno alla spalla del Tanno e se lo portò al petto abbozzando un sorriso con i suoi occhi che parevano lacerati.
Poco dopo, Piero seguìto da' suoi amici e Giovanna in mezzo ad altre signore si rividero. Piero tremò e vacillò e una repentina trasfigurazione avvenne sulla faccia di Giovanna. Gli andò incontro e gli stese la mano, ed era anch'essa bianca bianca come se non avesse più una stilladi sangue addosso. E di nuovo gli fu accanto e gli disse sotto voce:
— Facciamo pace anche noi.
E pareva non potesse parlare dalla commozione. E di nuovo:
— Ho un gran torto verso di Lei....
Ma Piero fece l'atto di metterle una mano sulla bocca, e la sua faccia raggiava di gioia.
Anche Giovanna amava. Sino dal momento in cui Piero aveva lasciato il suo salotto senza che essa gli stendesse la mano, le era caduta la benda dagli occhi, il rancore dall'anima, e s'era ritrovata col suo amore nato sull'«Atlantide». S'era ritrovata in ogni parte della sua anima l'uomo del quale non aveva potuto sostenere la vista e che aveva allontanato da sè per sempre. Essa amava e diceva: — Che ho fatto! — E tutto il male che sino a quel momento aveva pensato di lui, era sparito e una sola cosa era rimasta: egli amava. E Giovanna diceva: — Che ho fatto di lui? — E nutriva il suo amore dei pensieri più appassionanti, de' pensieri di pietà per l'uomo che essa amava. — Che ho fatto, che ho fatto di lui? — E nutriva il suo amore del suo rimorso. Giovanna lo rivedeva andarsene umiliato ed essa lo aveva umiliato e non gli aveva steso la mano; egli soffriva chi sa quanto, lontanoda lei, perchè lei gli aveva detto: — Morta per sempre! — E perciò il rimorso non le dava requie. Colpevole e pazza si chiamava e avrebbe voluto rivederlo e non osava scrivergli. Ma voleva almeno saper qualcosa di lui e domandava al marito ogni sera:
— Chi hai visto oggi?
E insisteva:
— Ma d'italiani?
Il marito non aveva mai rivisto Piero Buondelmonti, nè altri lo avevano più visto. Essa domandava lo stesso a Bruna, senza fare il nome di lui; la sera andava spesso col marito da Lorenzo Berènga e dentro di sè cercava il modo di domandare lo stesso anche a lui. Ma nessuno aveva più visto Piero Buondelmonti. Sicchè essa cominciò ad aver paura che fosse partito e se lo immaginava in viaggio di ritorno per l'Italia e si ricordava dell'altro viaggio che avevan fatto insieme come d'una felicità perduta, morta per sempre. Perchè non ne aveva goduto di più di quella felicità? Perchè non vi s'era abbandonata? Perchè quella notte non gli aveva risposto: — A Rio de Janeiro, sì, sarò tua, prendimi ora fra le tue braccia? — Per tutto un giorno portò dentro di sè quel ricordo; per tutto un giorno pensò di essere fra le sue braccia, sentì dentro di sè la donna nuova e il nuovo amore di cui avevaavuto il primo indizio con spavento quella notte all'improvviso. Andò tutto il giorno per la casa e per il giardino fuori di sè, a capo basso, mettendo le mani sugli oggetti, rompendo le foglie delle piante senza accorgersene. A un tratto un animo le disse: — Scendi in città: lo rivedrai. — Come se volasse al convegno, si vestì in fretta e furia, certa che l'animo non l'ingannava, scese in città, tornò tardi e la notte non fece altro che piangere, perchè non avendolo rivisto le pareva come se fosse morto. Tanto che il marito essendo fuori il giorno dopo per le sue faccende e accadutogli di ripensare a lei si domandò dentro di sè: — Che ha quella donna? Bisogna le parli. — E poi se ne dimenticò occupato d'altro. Finchè Giovanna una volta rivide Piero in lontananza e ci mancò poco non le uscisse il cuore dal petto. Avrebbe voluto sparire sotto terra e il cuore le usciva fuori del petto dalla gioia. Dopo però, i giorni seguenti, un animo cominciò a dirle: — E tu credi che ti ami ancora? Tu credi che ti basterà di rivederlo e di chiedergli perdono perchè ritorni quello di prima? Ma ti odia e ti disprezza! Peggio! A quest'ora s'è dimenticato di te! L'hai voluto! Tu sei veramente morta per lui! — E non riusciva dentro di sè a veder quell'uomo tornare a sorriderle ancora e mostrarle ancora un segno d'amore.
Un giorno il marito disse a Giovanna:
— Ho scritto anche al Buondelmonti perchè non manchi alla festa dell'«Operaio Italiano».
Alle quali parole Giovanna provò quello che pochi giorni prima aveva provato rivedendolo per Rio de Janeiro: avrebbe voluto sparire sotto terra per paura di ripresentarsi dinanzi a lui. E per la via mentre col marito andava all'«Operaio Italiano», Giovanna diceva a Piero nel suo cuore tremante:
— Oh se tu fossi come me, una povera creatura che sbaglia e perdona!
E con quanto era in lei di più umile e di più femminile, con quanto le era rimasto ancora dell'infanzia, Giovanna si componeva dentro di sè un Piero a sua immagine e somiglianza, un Piero con qualcosa di fanciullo e capace di sbagliare e di perdonare. E dentro di sè lo adorava con immensa tenerezza. Ma si avvicinava alla sede dell'«Operaio Italiano» e stava per comparire alla presenza di lui e non si sentiva più una stilla di sangue nelle vene. Perchè quella volta per Rio de Janeiro non aveva potuto rivedere il suo volto?
Lo rivide e conobbe quanto egli aveva sofferto per lei.
Quasi tutti se n'erano andati dall'«Operaio Italiano». I due nemici rappacificati uscirono con altri e quando furono sulla porta, il piccolo, quegli che aveva gli occhi più feroci, fece l'atto d'alzar le corte braccia per riabbracciare il grande, ma questi non fu dello stesso avviso, sicchè si separarono stringendosi soltanto la mano, nè dalle loro gole riuscì a passare una parola articolata. Il Porrèna sulla porta continuava a sorridere della cerimonia che s'era compiuta e de' due che s'allontanavano, l'uno troppo grande e l'altro troppo piccolo; finchè sempre sorridendo disse a Piero:
— Noi oggi riconciliando quelle due stature diverse abbiamo ben meritato della concordia nazionale. Lei dev'esserne contento.
Ma Piero, preda ormai dell'incanto d'amore, aveva tanta gioia accanto a Giovanna che non lo sentì nè lo vide.
Intanto il professor Axerio continuava a stringer mani ripetendo per coronare la sua opera e darsi lode:
— Speriamo che sia oggi l'inizio d'una pace duratura e feconda per la colonia.
E quando fu al Porrèna, sapendo che le persone serie non lo frequentavano, gli disse con ostentata freddezza:
— Addio, signor Porrèna.
E si mosse per andarsene.
Giovanna ripetendo come un'eco le parole del marito disse senza pensare a chi si rivolgeva:
— Addio, signor Porrèna.
Il Porrèna ingoiò il suo sorriso.
Piero neppur ora lo vide. Ma quegli aveva notato che Giovanna s'era mutata un'altra volta, e si rodeva.
Poi Giovanna disse a Piero:
— Perchè non sale con noi a Santa Teresa? Quello che c'è c'è. Non la faremo morir di fame.
Piero disse di sì e s'incamminarono avanti, mentre l'Axerio li seguiva con pochi amici. E a tutti e due pareva d'essere resuscitati.
In tranvai, mentre salivano, Giovanna sentendo un gran bisogno d'esser perdonata da Piero tornò a dirgli:
— Le racconterò tutto tutto, e Lei deve perdonarmi.
Ma Piero non trovava parole che potessero saziare la sua gioia. Disse:
— Guardi.
E allora nell'atto stesso ch'ei la mostrò alla donna amata, la città gli apparve per la prima volta nella sua bellezza. Le mostrò il mare che si scopriva via via che salivano, e le isole e gli archi lontani delle montagne e le palme gigantesche che erano da per tutto, si slanciavanodalle bassure, toccavano il cielo da tutte le cime.
Giovanna seguiva i cenni dell'uomo amato e aveva l'anima negli occhi. Tutte le cose belle nascevano allora sotto i loro occhi. Piero ripeteva:
— Guardi!
Giovanna ripeteva un solo monosillabo:
— Sì!
E avevano tutta l'anima negli occhi, e i loro occhi non bastavano per vedere le cose belle che nascevano intorno. Piero e Giovanna vedevano e non vedevano, perchè la gioia d'amore era in essi come una musica che animava e confondeva le loro visioni.
A un tratto Giovanna, con la dolcezza della donna che manca per amore, sospirò il nome della città che aveva la stessa dolcezza:
— Rio de Janeiro!
E Piero si ricordò e tremando disse il nome di lei:
— Giovanna!