IX.

IX.I giorni seguenti e per molto tempo il dolore tornò a dar a Piero frequenti assalti con una ferocia tale che gli lacerava il petto ancora debilitato dalla ferita e lo stringeva alla gola sino a soffocarlo e a costringerlo a piangere, a piangere. Piero più volte al giorno dinanzi agli amici rompeva in pianto. Poi a poco a poco quest'assalti del dolore cominciaron ad essere più radi e men feroci. Com'ogni altra cosa che nasce, anche quel dolore, quand'ebbe raggiunto il sommo della sua vita, cominciò a declinare e ad avviarsi verso la sua morte. E allora Giacomo Rummo il quale aveva sempre vigilato, cominciò a far di tutto per aiutar l'opera della natura. Tutti gli amici italiani lasciavan Piero men che potevano solo nella villa della Tijuca, ma più degli altri gli faceva compagnia Giacomo come quegli che aveva maggior tempo libero fra i giornali brasiliani sui quali di tanto in tanto scriveva di cose italiane, e l'«Operaio Italiano» del quale era segretario. Giacomo incominciò a portar aPiero qualche giornale, a raccontargli le notizie d'Italia e a parlargli di letteratura, d'arte e soprattutto di musica. E ne parlava sì bene, quel politico nutrito degli strepiti dei comizii parlava sì bene di musica, che a Piero pareva di sentir musica. E quando gli parlava di Riccardo Wagner che era il suo Dio musicale come Carlo Marx era il suo Dio politico, a Piero pareva di riveder la cavalcata delle Walkirie e di risentire il canto d'Isotta sul morto Tristano. Così Giacomo dopo aver curato il corpo di Piero ne curava l'anima e voleva risanarla e voleva renderle la pace.A poco a poco i due amici cominciarono a discutere fra loro.Ma in principio Giacomo e Piero pareva gareggiassero per andare il più possibile d'accordo. C'era fra loro il bisogno di aver la stessa opinione, quel bisogno che spesso c'è fra due avversarii appunto, diventati amici di fresco. Avevan bisogno su quistioni su cui i loro animi eran profondamente scissi, di dirsi l'un l'altro: — Hai ragione! È proprio così! — E gli animi con indescrivibile delicatezza si sforzavano di tenersi a fior degli argomenti e non penetrar fin dove gli argomenti sarebbero diventati quistioni. Insomma Piero e Giacomo avevano l'un per l'altro lo zelo e l'amore della loro nuova amicizia,perchè Piero nutriva per Giacomo tutta la gratitudine di cui il suo cuore poteva esser capace, e Giacomo vedeva in Piero l'uomo pel quale egli durante tanti giorni e tante notti aveva fatto un'opera buona ed anche per questo gli era straordinariamente attaccato.C'era qualcosa in cui tutti e due consentivano com'un uomo solo, ed era nel fare il processo alla borghesia contemporanea che secondo loro mancava d'ogni virtù. Incominciò il Rummo una mattina a dimostrar la decadenza politica della borghesia; la borghesia non era più capace di tener il dominio degli stati moderni, nelle stesse lotte economiche essa portava un animo stremato ormai e impaurito. Seguì il Buondelmonti mettendo in luce le inferiori qualità della morale borghese, dell'arte borghese, della scienza borghese, della religione e dell'incredulità borghese. Tutti i valori dell'uomo erano abbassati e falsati. Il rispetto della vita umana posto come primo principio d'un vangelo umanitario tendeva a distruggere la storia dell'umanità. Il Buondelmonti giungeva a vedere nella stessa pace armata delle nazioni contemporanee qualcosa di borghese grandemente deplorevole, il prodotto di due spiriti borghesi, dell'industrialismo borghese che incalzava la fabbrica delle armi, e del pacificismo borghese che ne impediva l'uso.Il Buondelmonti e il Rummo passarono in rassegna costumi, istituzioni, leggi, opinioni, uomini e cose del nostro tempo, e si trovaron sempre d'accordo nel condannare, perchè in ciò tutti e due, il socialista e il nazionalista, eran con pari convincimento partigiani della stessa parte, eran tutti e due profondamente antiborghesi. L'uno e l'altro stando fuori di questo tempo parteggiavano per la vita eroica.Ma però i due amici sin dall'infanzia s'eran formati diversamente: l'uno, Piero Buondelmonti, s'era formato sulla cultura, l'altro, Giacomo Rummo, sulle prime impressioni della sua stessa adolescenza.Leggendo appunto le guerre di libertà, Piero Buondelmonti da giovinetto aveva sentito nascere dentro di sè l'amore della patria e della vita eroica; poi aveva rafforzato quest'amore nelle scuole classiche congiungendolo col culto di Roma, e finalmente dopo i vent'anni, dedicatosi a severi studii di storia, aveva appreso a vedere il mondo per grandi fatti e per grandi forze, come si vede di lontano nel tempo dove tanto di ciò che accade sotto i nostri occhi non può giungere; aveva appreso a distinguere e a prediligere su tutto nella formazione delle società umane e delle civiltà il giuoco delle grandi nazioni e degli imperi che quelle si conquistano. E poi diciò che la storia gli aveva insegnato, aveva materiato la sua dottrina. Egli era dotato di mirabili occhi per scoprire nei fatti storici che possono essere in mille guise, la legge dell'animo umano che è in una guisa sola attraverso il tempo e lo spazio, e quindi aveva potuto ricavare dalla storia alcune poche verità immanenti, semplici e chiare, delle quali egli era diventato coi libri il banditore in Italia. Su queste verità poggiava la sua dottrina nazionalista e imperialista.Al contrario Giacomo Rummo dai banchi della scuola era caduto nella lotta di classe; un compagno di scuola l'aveva portato al comizio e alla dimostrazione di strada, e quivi la sua prima vita aveva ricevuto le lezioni della realtà che tocca più da vicino gli uomini, la realtà dei bisogni, del dolore e del furore pei bisogni insoddisfatti. Il giovinetto Giacomo Rummo da ciò che aveva visto nel bianco dell'occhio d'uno che gridava accanto a lui, aveva tolto la sua vocazione, e questa era di combattere, di combattere in pro di tutti coloro i quali avevano da lanciare un grido per esigere la soddisfazione di un bisogno. Il giovinetto Giacomo Rummo era entrato nella lotta di classe con l'animo che hanno i soldati presi nella mischia sul campo di battaglia. Dal comizio alla dimostrazione, dalla dimostrazione al circolo, dal circolo al caffè e aglialtri ritrovi degli amici, egli viveva nel clamore della sua furia, senza sentire altre voci del resto del mondo, nè di se medesimo.Tutti e due adunque, Piero e Giacomo, così essendo, si trovavano facilmente d'accordo nell'affermare per l'uomo la necessità della vita eroica; ma l'uno amava soltanto la vita eroica della classe e l'altro soltanto quella della nazione. Tutti e due vivevano fuori dell'atomo e dell'attimo del loro essere, ma l'uno viveva nelle generazioni della patria, l'altro nella generazione che passava con lui. L'uno, come fu detto, aveva due nature, l'individuale e la nazionale; l'altro in luogo del suo egoismo aveva posto l'egoismo di classe.E a poco per volta nelle loro conversazioni e discussioni questi due termini, classe e nazione, raddrizzarono il capo e stettero di contro l'uno all'altro. Fu il primo il Rummo a cambiare la conversazione in discussione e la discussione in affermazione.Un giorno erano stati in città ed avevano parlato d'architettura con Lorenzo Berènga. Tornando ripresero l'argomento e venendo a discorrere delle arti in generale Piero a un certo punto disse che il loro fiorire e il loro decadere nella storia dei varii popoli erano strettamente legati con i periodi delle grandi guerre nazionali.— E delle rivoluzioni! — esclamò Giacomo.E ne uscì una discussione sul valore delle rivoluzioni e delle guerre rispetto alla formazione delle civiltà umane, sul valore delle classi e delle nazioni. Giacomo vedeva nella storia l'importanza maggiore della rivoluzione e della classe, Piero l'importanza maggiore della guerra e della nazione. E per giorni e giorni le due dottrine, le due culture, le due coscienze lottarono vivamente.Piero Buondelmonti fu il primo ad accorgersi che la loro amicizia poteva soffrirne, e siccome non voleva questo, incominciò ad affermare meno per parte sua e a lasciare che l'altro affermasse di più. Tacendo sorrideva dentro di sè. Quando Giacomo nel calore delle sue dimostrazioni pronunziava una frase orrida di neologismi teorici dedotti, secondo il linguaggio del socialismo scientifico e militante, dal concreto nell'astratto, Piero, che aveva l'armonioso parlare dei padri, sorrideva dentro di sè e un'ombra del sorriso gli appariva altresì sul volto magro e triste. Sorrideva dell'amico suo pensando che per la sua scienza egli aveva quel gergo, egli che per esprimere l'inesprimibile dell'anima sua aveva la divina musica.Ben presto accadde che in Giacomo Rummo risorse il propagandista. Piero aveva trovato unmodo per far contento l'amico e non scontentar troppo se medesimo: invece di contradirlo, quando affermava, prendeva argomento dalle sue affermazioni per domandargli notizie sugli istituti, su uomini e cose del socialismo. Un giorno i due amici stavano nel giardino e Piero interrogò Giacomo sui sindacati di mestiere. Questi parlò a lungo e l'altro lo stette ad ascoltare con molta attenzione e poi gli domandò se aveva certi libri italiani e francesi su quella materia, aggiungendo che li avrebbe letti volentieri. L'amico il giorno dopo glie li portò, e per più giorni, man mano che Piero li andava leggendo, formarono il tema de' loro discorsi. Piero mostrava di dar molta importanza a quei libri e di riconoscerne il valore e Giacomo se ne compiaceva e li magnificava. Ei magnificava la nuova scuola del socialismo alla quale egli apparteneva e che era appunto il sindacalismo. Ei vedeva nei sindacati i germi del mondo futuro, vedeva questo mondo uscire dallo sciopero generale, e parlandone diventava eloquente per virtù della sua fede, e siccome non poteva per l'abitudine della sua vita scompagnar l'eloquenza dalla propaganda, nè questa dall'idea di far proseliti, incominciò a nutrir fiducia di poter aver una qualche efficacia sull'animo dell'amico. E un giorno specialmente parlò con straordinaria forza e con straordinario amoreper convertire l'amico. Avevan fatto una passeggiata e parlato di se stessi e di tante cose, nè mai nella loro amicizia avevan avuto un'ora così intima. A un certo punto Piero aveva fatto allusione alla sua disgrazia e sentendosi serrar la gola da uno di quegli assalti del dolore che eran diventati sempre più radi, ma non mai scomparsi del tutto, s'era messo a piangere. Giacomo l'aveva consolato. Poi tornati alla villa s'eran messi a sedere nel giardino, e Giacomo sentiva una grande pietà per l'amico e anche per la prima volta sentiva pietà per Giovanna. A un tratto il cuore gli dette un gran balzo d'orgoglio. Giacomo, come mai per il passato, ebbe l'orgoglio della sua fede e per mezzo di questa concepì il proposito di poter dare all'amico un'anima nuova. Subito avviato il discorso sull'argomento del sindacalismo incominciò a parlare con tanto calor d'eloquenza che presto Piero ne fu preso e levando su di lui gli occhi meravigliati e ascoltando dimenticò il suo dolore. Giacomo parlò delle unioni dei lavoratori nei sindacati, parlò dei lavoratori che producono la ricchezza del mondo, energici e disciplinati come le macchine di ferro e di fuoco che trattano. La sua eloquenza era scultura da cui i lavoratori sorgevano trasformati in eroi. La sua eloquenza era bella non ostante il gesto rotto, la voce stridula, le labbra secche, tanta era la passione dell'animo,tanta era la religione nella quale egli aveva trasformato il suo furore, le invidie che esistono accumulate nel sangue umano da generazioni. I lavoratori, gli uomini diversi da lui, rappresentavano per lui la sua parte di bene che non aveva avuto, il suo amore che non aveva avuto, la soddisfazione delle sue ambizioni politiche che non aveva avuto, rappresentavano quanto dal profondo del suo egoismo umano non aveva levato nemmen la voce attraverso gli anni nel clamore della furia di classe, eppure esisteva accumulato da generazioni. I lavoratori erano coloro che agivano, che vivevano per lui oltre i limiti della sua vita e della sua azione. Ma egli non sapeva questo, non sapeva più nulla di se medesimo, ed era giunto ad amare i lavoratori per loro soli con frenesia d'amore, e perciò quando parlava di loro diventava il loro sacerdote, il loro poeta, il loro profeta. E quella volta dinanzi ad un uomo solo parlò come dinanzi ad una moltitudine d'anime. Dando la più profonda e pura sostanza del suo ardentissimo cuore, aveva perduto persino gli sgradevoli neologismi teorici e la sua eloquenza sgorgava dalla più pura vena, più profonda delle sorgenti stesse della musica. Ei terminò:— Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori! Credi, Piero, credi! Sono i migliori nostrifratelli, i più forti ed i più generosi. Tu stesso per le tue idee nazionali, se avrai bisogno della forza, troverai in loro la forza, se avrai bisogno della generosità, troverai in loro la generosità. Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori. Credi, Piero, credi! E renditi conto che le cose grandi si possono fare con una sola classe e con una sola età: il popolo e la gioventù.Piero gli gettò le braccia al collo esclamando:— Tu mi apri gli occhi!L'altro ripetè ancora trasportato dal suo impeto:— Sono i più forti e i più generosi!I giorni seguenti tornarono sull'argomento, tornarono a discutere di sindacalismo, ed ora era Giacomo tutto fervore di consentire con Piero e guardingo, con indescrivibile delicatezza, di contradirlo il meno possibile, perchè era riuscito a porre nel cuore di lui una parte di sè, la miglior parte di sè, e perciò l'amava come un padre il figlio. Infatti avvenne un mutamento nella coscienza di Piero: questi nel popolo e ne' lavoratori per la prima volta vide la più generosa forza della nazione. E così la sua coscienza fu rinnovata e rifecondata. Perciò un giorno disse a Giacomo:— Ho deciso di tornar in Italia. Vieni con me.Giacomo impallidì di commozione, perchè nonaveva mai pensato di tornare in Italia. Piero gli domandò:— Non puoi?Giacomo rispose:— Non son legato qui. La mia vita è libera. Ma che farò in Italia?Piero rispose:— Lavoreremo insieme.Giacomo esultando acconsentì. E subito aggiunse:— Possiamo annunziare agli amici la nostra partenza?Piero rispose di sì, e gli amici di Santa Teresa di lì a poco ebber l'annunzio da Giacomo, andato da loro di corsa.Il quale da quanti lo videro in quei giorni non era riconosciuto, tanto aveva il cuore leggero e contento. Un sorriso che egli stesso non avrebbe saputo dire da che angolo del cuore gli venisse, gli errava sulle labbra e pareva che gli costellasse di puntini d'oro la barbetta rossigna. E quella ingenuità che è in fondo all'anima d'ogni uomo di fede, pareva nei suoi occhi fatta più buona e ispirava quel sentimento che ispira una cosa buona e umile quando si mostra contenta. Eppure per l'innanzi non gli era mai nemmen passato per la mente di ritornare in Italia. Egli poteva stare in Europa come in America e dappertutto,perchè era solo al mondo e portava con sè tutto il suo bene: un residuo ancora di quel poco che gli aveva lasciato il padre, sufficiente pel tozzo di pane quotidiano e il rozzo vestito di cui soltanto aveva bisogno nella sua nobile astinenza. E quel poco di più che raggranellava a Rio de Janeiro avrebbe potuto raggranellarlo da per tutto e specialmente in Italia; eppure non gli era mai passato nemmen per la mente di ritornare in Italia. Qui, ei sapeva, poco da combattere e sopratutto nessuno con cui combattere e nulla contro cui combattere, perchè quelli che un tempo egli aveva per compagni di fede, erano ora da lui ritenuti seguaci d'un socialismo vecchio e degenere, ed il nuovo socialismo al quale s'era andato poi convertendo, in Italia non attecchiva, mentre dall'altra parte le classi dominanti eran molli e i governi corruttori. Comunque fosse, era rimasto a Rio de Janeiro. Ora però, dopo aver deciso di ritornar in Italia con l'amico, si sentiva il cuore leggiero e contento e pareva altresì che si desse una cert'aria d'importanza come uno che è molt'affaccendato, e a chi gli domanda: — Ci sono novità? — Sì — può rispondere — ci sono molte novità! — Con una cert'aria diceva a tutti:— Partiamo per l'Italia col Buondelmonti.Era sulla fine di Marzo e la partenza era statastabilita verso la metà d'Aprile. Gli amici italiani sapevano che non avrebbero potuto far feste d'addio per via del lutto di Piero, ma pure vollero ancor una volta testimoniare ai partenti il loro affetto ricevendoli per le case.E il due d'Aprile Piero tornò per la prima volta a Santa Teresa nella villa di Lorenzo Berènga.Questi lo ricevè nella biblioteca dove l'aveva ricevuto la sera che il giovane era andato da lui a cercar forza contro la sua passione. C'era anche la nipote Bruna, in piedi accanto allo zio che stava seduto al tavolino. E quando i due uomini ebber cominciato a conversare, Bruna discostatasi si mise a girar pian piano intorno alla stanza, rasente agli scaffali dei libri, col viso verso il Buondelmonti, guardandolo come quei che scruta. Poi uscì per una porta. Allora accortosi della sua scomparsa lo zio disse al Buondelmonti:— Quella figliuola lì.... Le dirò che cosa fece. Quel giorno.... quel giorno, sa.... avevo osservato che parlava anche meno del solito. Non parla quasi mai, ma le qualità del padre in lei son come i tesori nascosti sotto terra. Ha il nostro cuore. Il nostro sanguaccio nelle sue vene ha preso fuoco.... Anche lei è sola, e perciò quasi non ha linguaggio. Dunque, avevo osservato che girava,girava per la casa con la testa bassa.... E a un tratto la vedo sparire come ha fatto ora. Io credo che Dio m'abbia fabbricato di ferro rugginoso, ma il mio cuore è debole per quella creatura, e quando la vedo sopr'a pensiero, mi porta via a tutto. Dunque anche quel giorno la cerco e la scopro sotto la pergola in fondo al giardino che leggeva un giornale. M'accosto, le prendo il giornale. C'era la narrazione della catastrofe. Allora le dissi: — Sai chi sono? — I signori arrivati d'Italia. — Io allora le dissi: — Ebbene, giacchè sai, manda de' fiori per il feretro. — Quella volta non mi spogliò il giardino, colse pochi fiori, ma li portò da sè, sola, senza dir nulla a nessuno. All'albergo non la volevano lasciar passare; passò. In camera, dove la poveretta era esposta, non la volevano lasciar passare; passò. S'accostò al letto, le aprì le palme, glie le ricongiunse sui fiori e tornò via.Mentre il Berènga raccontava, l'altro piangeva, nè il suo dolore era stato mai così acuto, neppur la prima sera della Tijuca, quando lo stesso Berènga gli aveva detto che Giovanna era morta.

I giorni seguenti e per molto tempo il dolore tornò a dar a Piero frequenti assalti con una ferocia tale che gli lacerava il petto ancora debilitato dalla ferita e lo stringeva alla gola sino a soffocarlo e a costringerlo a piangere, a piangere. Piero più volte al giorno dinanzi agli amici rompeva in pianto. Poi a poco a poco quest'assalti del dolore cominciaron ad essere più radi e men feroci. Com'ogni altra cosa che nasce, anche quel dolore, quand'ebbe raggiunto il sommo della sua vita, cominciò a declinare e ad avviarsi verso la sua morte. E allora Giacomo Rummo il quale aveva sempre vigilato, cominciò a far di tutto per aiutar l'opera della natura. Tutti gli amici italiani lasciavan Piero men che potevano solo nella villa della Tijuca, ma più degli altri gli faceva compagnia Giacomo come quegli che aveva maggior tempo libero fra i giornali brasiliani sui quali di tanto in tanto scriveva di cose italiane, e l'«Operaio Italiano» del quale era segretario. Giacomo incominciò a portar aPiero qualche giornale, a raccontargli le notizie d'Italia e a parlargli di letteratura, d'arte e soprattutto di musica. E ne parlava sì bene, quel politico nutrito degli strepiti dei comizii parlava sì bene di musica, che a Piero pareva di sentir musica. E quando gli parlava di Riccardo Wagner che era il suo Dio musicale come Carlo Marx era il suo Dio politico, a Piero pareva di riveder la cavalcata delle Walkirie e di risentire il canto d'Isotta sul morto Tristano. Così Giacomo dopo aver curato il corpo di Piero ne curava l'anima e voleva risanarla e voleva renderle la pace.

A poco a poco i due amici cominciarono a discutere fra loro.

Ma in principio Giacomo e Piero pareva gareggiassero per andare il più possibile d'accordo. C'era fra loro il bisogno di aver la stessa opinione, quel bisogno che spesso c'è fra due avversarii appunto, diventati amici di fresco. Avevan bisogno su quistioni su cui i loro animi eran profondamente scissi, di dirsi l'un l'altro: — Hai ragione! È proprio così! — E gli animi con indescrivibile delicatezza si sforzavano di tenersi a fior degli argomenti e non penetrar fin dove gli argomenti sarebbero diventati quistioni. Insomma Piero e Giacomo avevano l'un per l'altro lo zelo e l'amore della loro nuova amicizia,perchè Piero nutriva per Giacomo tutta la gratitudine di cui il suo cuore poteva esser capace, e Giacomo vedeva in Piero l'uomo pel quale egli durante tanti giorni e tante notti aveva fatto un'opera buona ed anche per questo gli era straordinariamente attaccato.

C'era qualcosa in cui tutti e due consentivano com'un uomo solo, ed era nel fare il processo alla borghesia contemporanea che secondo loro mancava d'ogni virtù. Incominciò il Rummo una mattina a dimostrar la decadenza politica della borghesia; la borghesia non era più capace di tener il dominio degli stati moderni, nelle stesse lotte economiche essa portava un animo stremato ormai e impaurito. Seguì il Buondelmonti mettendo in luce le inferiori qualità della morale borghese, dell'arte borghese, della scienza borghese, della religione e dell'incredulità borghese. Tutti i valori dell'uomo erano abbassati e falsati. Il rispetto della vita umana posto come primo principio d'un vangelo umanitario tendeva a distruggere la storia dell'umanità. Il Buondelmonti giungeva a vedere nella stessa pace armata delle nazioni contemporanee qualcosa di borghese grandemente deplorevole, il prodotto di due spiriti borghesi, dell'industrialismo borghese che incalzava la fabbrica delle armi, e del pacificismo borghese che ne impediva l'uso.

Il Buondelmonti e il Rummo passarono in rassegna costumi, istituzioni, leggi, opinioni, uomini e cose del nostro tempo, e si trovaron sempre d'accordo nel condannare, perchè in ciò tutti e due, il socialista e il nazionalista, eran con pari convincimento partigiani della stessa parte, eran tutti e due profondamente antiborghesi. L'uno e l'altro stando fuori di questo tempo parteggiavano per la vita eroica.

Ma però i due amici sin dall'infanzia s'eran formati diversamente: l'uno, Piero Buondelmonti, s'era formato sulla cultura, l'altro, Giacomo Rummo, sulle prime impressioni della sua stessa adolescenza.

Leggendo appunto le guerre di libertà, Piero Buondelmonti da giovinetto aveva sentito nascere dentro di sè l'amore della patria e della vita eroica; poi aveva rafforzato quest'amore nelle scuole classiche congiungendolo col culto di Roma, e finalmente dopo i vent'anni, dedicatosi a severi studii di storia, aveva appreso a vedere il mondo per grandi fatti e per grandi forze, come si vede di lontano nel tempo dove tanto di ciò che accade sotto i nostri occhi non può giungere; aveva appreso a distinguere e a prediligere su tutto nella formazione delle società umane e delle civiltà il giuoco delle grandi nazioni e degli imperi che quelle si conquistano. E poi diciò che la storia gli aveva insegnato, aveva materiato la sua dottrina. Egli era dotato di mirabili occhi per scoprire nei fatti storici che possono essere in mille guise, la legge dell'animo umano che è in una guisa sola attraverso il tempo e lo spazio, e quindi aveva potuto ricavare dalla storia alcune poche verità immanenti, semplici e chiare, delle quali egli era diventato coi libri il banditore in Italia. Su queste verità poggiava la sua dottrina nazionalista e imperialista.

Al contrario Giacomo Rummo dai banchi della scuola era caduto nella lotta di classe; un compagno di scuola l'aveva portato al comizio e alla dimostrazione di strada, e quivi la sua prima vita aveva ricevuto le lezioni della realtà che tocca più da vicino gli uomini, la realtà dei bisogni, del dolore e del furore pei bisogni insoddisfatti. Il giovinetto Giacomo Rummo da ciò che aveva visto nel bianco dell'occhio d'uno che gridava accanto a lui, aveva tolto la sua vocazione, e questa era di combattere, di combattere in pro di tutti coloro i quali avevano da lanciare un grido per esigere la soddisfazione di un bisogno. Il giovinetto Giacomo Rummo era entrato nella lotta di classe con l'animo che hanno i soldati presi nella mischia sul campo di battaglia. Dal comizio alla dimostrazione, dalla dimostrazione al circolo, dal circolo al caffè e aglialtri ritrovi degli amici, egli viveva nel clamore della sua furia, senza sentire altre voci del resto del mondo, nè di se medesimo.

Tutti e due adunque, Piero e Giacomo, così essendo, si trovavano facilmente d'accordo nell'affermare per l'uomo la necessità della vita eroica; ma l'uno amava soltanto la vita eroica della classe e l'altro soltanto quella della nazione. Tutti e due vivevano fuori dell'atomo e dell'attimo del loro essere, ma l'uno viveva nelle generazioni della patria, l'altro nella generazione che passava con lui. L'uno, come fu detto, aveva due nature, l'individuale e la nazionale; l'altro in luogo del suo egoismo aveva posto l'egoismo di classe.

E a poco per volta nelle loro conversazioni e discussioni questi due termini, classe e nazione, raddrizzarono il capo e stettero di contro l'uno all'altro. Fu il primo il Rummo a cambiare la conversazione in discussione e la discussione in affermazione.

Un giorno erano stati in città ed avevano parlato d'architettura con Lorenzo Berènga. Tornando ripresero l'argomento e venendo a discorrere delle arti in generale Piero a un certo punto disse che il loro fiorire e il loro decadere nella storia dei varii popoli erano strettamente legati con i periodi delle grandi guerre nazionali.

— E delle rivoluzioni! — esclamò Giacomo.

E ne uscì una discussione sul valore delle rivoluzioni e delle guerre rispetto alla formazione delle civiltà umane, sul valore delle classi e delle nazioni. Giacomo vedeva nella storia l'importanza maggiore della rivoluzione e della classe, Piero l'importanza maggiore della guerra e della nazione. E per giorni e giorni le due dottrine, le due culture, le due coscienze lottarono vivamente.

Piero Buondelmonti fu il primo ad accorgersi che la loro amicizia poteva soffrirne, e siccome non voleva questo, incominciò ad affermare meno per parte sua e a lasciare che l'altro affermasse di più. Tacendo sorrideva dentro di sè. Quando Giacomo nel calore delle sue dimostrazioni pronunziava una frase orrida di neologismi teorici dedotti, secondo il linguaggio del socialismo scientifico e militante, dal concreto nell'astratto, Piero, che aveva l'armonioso parlare dei padri, sorrideva dentro di sè e un'ombra del sorriso gli appariva altresì sul volto magro e triste. Sorrideva dell'amico suo pensando che per la sua scienza egli aveva quel gergo, egli che per esprimere l'inesprimibile dell'anima sua aveva la divina musica.

Ben presto accadde che in Giacomo Rummo risorse il propagandista. Piero aveva trovato unmodo per far contento l'amico e non scontentar troppo se medesimo: invece di contradirlo, quando affermava, prendeva argomento dalle sue affermazioni per domandargli notizie sugli istituti, su uomini e cose del socialismo. Un giorno i due amici stavano nel giardino e Piero interrogò Giacomo sui sindacati di mestiere. Questi parlò a lungo e l'altro lo stette ad ascoltare con molta attenzione e poi gli domandò se aveva certi libri italiani e francesi su quella materia, aggiungendo che li avrebbe letti volentieri. L'amico il giorno dopo glie li portò, e per più giorni, man mano che Piero li andava leggendo, formarono il tema de' loro discorsi. Piero mostrava di dar molta importanza a quei libri e di riconoscerne il valore e Giacomo se ne compiaceva e li magnificava. Ei magnificava la nuova scuola del socialismo alla quale egli apparteneva e che era appunto il sindacalismo. Ei vedeva nei sindacati i germi del mondo futuro, vedeva questo mondo uscire dallo sciopero generale, e parlandone diventava eloquente per virtù della sua fede, e siccome non poteva per l'abitudine della sua vita scompagnar l'eloquenza dalla propaganda, nè questa dall'idea di far proseliti, incominciò a nutrir fiducia di poter aver una qualche efficacia sull'animo dell'amico. E un giorno specialmente parlò con straordinaria forza e con straordinario amoreper convertire l'amico. Avevan fatto una passeggiata e parlato di se stessi e di tante cose, nè mai nella loro amicizia avevan avuto un'ora così intima. A un certo punto Piero aveva fatto allusione alla sua disgrazia e sentendosi serrar la gola da uno di quegli assalti del dolore che eran diventati sempre più radi, ma non mai scomparsi del tutto, s'era messo a piangere. Giacomo l'aveva consolato. Poi tornati alla villa s'eran messi a sedere nel giardino, e Giacomo sentiva una grande pietà per l'amico e anche per la prima volta sentiva pietà per Giovanna. A un tratto il cuore gli dette un gran balzo d'orgoglio. Giacomo, come mai per il passato, ebbe l'orgoglio della sua fede e per mezzo di questa concepì il proposito di poter dare all'amico un'anima nuova. Subito avviato il discorso sull'argomento del sindacalismo incominciò a parlare con tanto calor d'eloquenza che presto Piero ne fu preso e levando su di lui gli occhi meravigliati e ascoltando dimenticò il suo dolore. Giacomo parlò delle unioni dei lavoratori nei sindacati, parlò dei lavoratori che producono la ricchezza del mondo, energici e disciplinati come le macchine di ferro e di fuoco che trattano. La sua eloquenza era scultura da cui i lavoratori sorgevano trasformati in eroi. La sua eloquenza era bella non ostante il gesto rotto, la voce stridula, le labbra secche, tanta era la passione dell'animo,tanta era la religione nella quale egli aveva trasformato il suo furore, le invidie che esistono accumulate nel sangue umano da generazioni. I lavoratori, gli uomini diversi da lui, rappresentavano per lui la sua parte di bene che non aveva avuto, il suo amore che non aveva avuto, la soddisfazione delle sue ambizioni politiche che non aveva avuto, rappresentavano quanto dal profondo del suo egoismo umano non aveva levato nemmen la voce attraverso gli anni nel clamore della furia di classe, eppure esisteva accumulato da generazioni. I lavoratori erano coloro che agivano, che vivevano per lui oltre i limiti della sua vita e della sua azione. Ma egli non sapeva questo, non sapeva più nulla di se medesimo, ed era giunto ad amare i lavoratori per loro soli con frenesia d'amore, e perciò quando parlava di loro diventava il loro sacerdote, il loro poeta, il loro profeta. E quella volta dinanzi ad un uomo solo parlò come dinanzi ad una moltitudine d'anime. Dando la più profonda e pura sostanza del suo ardentissimo cuore, aveva perduto persino gli sgradevoli neologismi teorici e la sua eloquenza sgorgava dalla più pura vena, più profonda delle sorgenti stesse della musica. Ei terminò:

— Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori! Credi, Piero, credi! Sono i migliori nostrifratelli, i più forti ed i più generosi. Tu stesso per le tue idee nazionali, se avrai bisogno della forza, troverai in loro la forza, se avrai bisogno della generosità, troverai in loro la generosità. Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori. Credi, Piero, credi! E renditi conto che le cose grandi si possono fare con una sola classe e con una sola età: il popolo e la gioventù.

Piero gli gettò le braccia al collo esclamando:

— Tu mi apri gli occhi!

L'altro ripetè ancora trasportato dal suo impeto:

— Sono i più forti e i più generosi!

I giorni seguenti tornarono sull'argomento, tornarono a discutere di sindacalismo, ed ora era Giacomo tutto fervore di consentire con Piero e guardingo, con indescrivibile delicatezza, di contradirlo il meno possibile, perchè era riuscito a porre nel cuore di lui una parte di sè, la miglior parte di sè, e perciò l'amava come un padre il figlio. Infatti avvenne un mutamento nella coscienza di Piero: questi nel popolo e ne' lavoratori per la prima volta vide la più generosa forza della nazione. E così la sua coscienza fu rinnovata e rifecondata. Perciò un giorno disse a Giacomo:

— Ho deciso di tornar in Italia. Vieni con me.

Giacomo impallidì di commozione, perchè nonaveva mai pensato di tornare in Italia. Piero gli domandò:

— Non puoi?

Giacomo rispose:

— Non son legato qui. La mia vita è libera. Ma che farò in Italia?

Piero rispose:

— Lavoreremo insieme.

Giacomo esultando acconsentì. E subito aggiunse:

— Possiamo annunziare agli amici la nostra partenza?

Piero rispose di sì, e gli amici di Santa Teresa di lì a poco ebber l'annunzio da Giacomo, andato da loro di corsa.

Il quale da quanti lo videro in quei giorni non era riconosciuto, tanto aveva il cuore leggero e contento. Un sorriso che egli stesso non avrebbe saputo dire da che angolo del cuore gli venisse, gli errava sulle labbra e pareva che gli costellasse di puntini d'oro la barbetta rossigna. E quella ingenuità che è in fondo all'anima d'ogni uomo di fede, pareva nei suoi occhi fatta più buona e ispirava quel sentimento che ispira una cosa buona e umile quando si mostra contenta. Eppure per l'innanzi non gli era mai nemmen passato per la mente di ritornare in Italia. Egli poteva stare in Europa come in America e dappertutto,perchè era solo al mondo e portava con sè tutto il suo bene: un residuo ancora di quel poco che gli aveva lasciato il padre, sufficiente pel tozzo di pane quotidiano e il rozzo vestito di cui soltanto aveva bisogno nella sua nobile astinenza. E quel poco di più che raggranellava a Rio de Janeiro avrebbe potuto raggranellarlo da per tutto e specialmente in Italia; eppure non gli era mai passato nemmen per la mente di ritornare in Italia. Qui, ei sapeva, poco da combattere e sopratutto nessuno con cui combattere e nulla contro cui combattere, perchè quelli che un tempo egli aveva per compagni di fede, erano ora da lui ritenuti seguaci d'un socialismo vecchio e degenere, ed il nuovo socialismo al quale s'era andato poi convertendo, in Italia non attecchiva, mentre dall'altra parte le classi dominanti eran molli e i governi corruttori. Comunque fosse, era rimasto a Rio de Janeiro. Ora però, dopo aver deciso di ritornar in Italia con l'amico, si sentiva il cuore leggiero e contento e pareva altresì che si desse una cert'aria d'importanza come uno che è molt'affaccendato, e a chi gli domanda: — Ci sono novità? — Sì — può rispondere — ci sono molte novità! — Con una cert'aria diceva a tutti:

— Partiamo per l'Italia col Buondelmonti.

Era sulla fine di Marzo e la partenza era statastabilita verso la metà d'Aprile. Gli amici italiani sapevano che non avrebbero potuto far feste d'addio per via del lutto di Piero, ma pure vollero ancor una volta testimoniare ai partenti il loro affetto ricevendoli per le case.

E il due d'Aprile Piero tornò per la prima volta a Santa Teresa nella villa di Lorenzo Berènga.

Questi lo ricevè nella biblioteca dove l'aveva ricevuto la sera che il giovane era andato da lui a cercar forza contro la sua passione. C'era anche la nipote Bruna, in piedi accanto allo zio che stava seduto al tavolino. E quando i due uomini ebber cominciato a conversare, Bruna discostatasi si mise a girar pian piano intorno alla stanza, rasente agli scaffali dei libri, col viso verso il Buondelmonti, guardandolo come quei che scruta. Poi uscì per una porta. Allora accortosi della sua scomparsa lo zio disse al Buondelmonti:

— Quella figliuola lì.... Le dirò che cosa fece. Quel giorno.... quel giorno, sa.... avevo osservato che parlava anche meno del solito. Non parla quasi mai, ma le qualità del padre in lei son come i tesori nascosti sotto terra. Ha il nostro cuore. Il nostro sanguaccio nelle sue vene ha preso fuoco.... Anche lei è sola, e perciò quasi non ha linguaggio. Dunque, avevo osservato che girava,girava per la casa con la testa bassa.... E a un tratto la vedo sparire come ha fatto ora. Io credo che Dio m'abbia fabbricato di ferro rugginoso, ma il mio cuore è debole per quella creatura, e quando la vedo sopr'a pensiero, mi porta via a tutto. Dunque anche quel giorno la cerco e la scopro sotto la pergola in fondo al giardino che leggeva un giornale. M'accosto, le prendo il giornale. C'era la narrazione della catastrofe. Allora le dissi: — Sai chi sono? — I signori arrivati d'Italia. — Io allora le dissi: — Ebbene, giacchè sai, manda de' fiori per il feretro. — Quella volta non mi spogliò il giardino, colse pochi fiori, ma li portò da sè, sola, senza dir nulla a nessuno. All'albergo non la volevano lasciar passare; passò. In camera, dove la poveretta era esposta, non la volevano lasciar passare; passò. S'accostò al letto, le aprì le palme, glie le ricongiunse sui fiori e tornò via.

Mentre il Berènga raccontava, l'altro piangeva, nè il suo dolore era stato mai così acuto, neppur la prima sera della Tijuca, quando lo stesso Berènga gli aveva detto che Giovanna era morta.


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