X.I primi giorni d'Aprile i giornali di Rio cominciarono a pubblicare gravissime notizie d'Europa. L'incendio in Europa era stato acceso da' piccoli popoli del centro, e tutte le grandi potenze si levavano in armi, tra le altre l'Italia e il vicino impero. Le vecchie alleanze eran rotte, ne eran sorte delle nuove. Di giorno in giorno le notizie aggiunsero che in Italia c'erano stati gravissimi moti di popolo, che il vecchio governo era caduto e che aveva preso le redini della nazione con mani forti e con animo ardito un ministero composto di uomini nuovi. Aggiungevano il 10 d'Aprile i telegrammi che il popolo italiano era esultante, che la gioventù e gli studenti infiammavano l'esultanza del popolo e che il figliuolo di Garibaldi raccoglieva già volontarii.Incontanente, lette queste notizie, Piero uscì di casa e il suo partito era preso: tornare il piùpresto possibile in Italia e se fosse scoppiata la guerra accorrervi.Scendendo dalla Tijuca ripensava a Giovanna con un sentimento nuovo, tenerissimo e senza alcuna pena. Egli in Italia qualche anno prima aveva scritto un libro per porre in evidenza il valore etico della guerra e in questo libro aveva considerato la guerra come la grande vittoria della natura collettiva dell'uomo sopra la individuale. La guerra, il Buondelmonti aveva affermato, al pari della morte sopprime l'individuo, col divario che in essa l'individuo è sommamente attivo. Egli ora andava con la mente da questo libro a Giovanna e gli pareva di sentir dentro di sè la voce di Giovanna parlargli e dirgli: — Anch'io voglio che tu corra a dar la vita per la patria! Così, se anch'io feci qualcosa di male, sarà redento da te! E sarà la grande vittoria della tua coscienza già vinta dal nostro amore!Giunto in città Piero corse al telegrafo e telegrafò al figliuolo di Garibaldi pregandolo d'accettarlo tra' volontarii.E poi si diresse ad un'agenzia di navigazione e durante il cammino gli s'eran fitte in mente le immagini d'alcuni amici suoi d'Italia e d'alcuni discepoli e si raffigurava il loro animo. Si ricordava d'aver sempre nella patria lontana vissuto in un dissidio tragico fra sè e il di fuori,perchè quanto più la sua coscienza nazionale era stata eroica ed epica l'arte, tanto più intorno a lui la vita nazionale era stata vile. Nato con lui, sviluppato dagli studii storici, stava nel più profondo del suo essere l'istinto dell'eroico che è per le nazioni ciò che è per gli individui il seme generativo; e come senza di questo gli individui non potrebbero prolificare, così senza di quello le nazioni non possono creare civiltà. E sempre, quando quell'istinto s'era risvegliato dentro di lui e secondo la sua propria natura aveva cercato d'uscire da lui per incarnarsi nella vita collettiva, allora sempre era avvenuta la tragedia. Perchè esso aveva cercato d'incarnarsi in elementi esterni forti e generosi, corrispondenti alla natura sua, e la vita esterna che era intorno, non gli aveva offerto se non miseria. Esso, l'istinto dell'eroico nazionale, cercava cercava fuori di sè, come un affamato il pane, cercava le affinità eroiche in cui incarnarsi e propagarsi, e non trovava se non miseria e viltà. Questo il dissidio e questa la tragedia del Buondelmonti in Italia. Una volta il Buondelmonti aveva in un'opera immaginato alcun che d'eroico e tutta la gente ne aveva vilissimamente riso. Ma ora le cose eran mutate ed egli si raffigurava laggiù gli amici suoi. E si raffigurava gli uomini del governo abbattuto, le vecchie schienesmidollate e curve dinanzi all'interno e all'estero, estremi avanzi de' secoli servili, gli omiciattoli cupidi e inetti che erano stati tanti anni a capo della nazione per distruggere la nazione. Ora non più. Ora il Buondelmonti vedeva la patria liberata dal più abbietto de' servaggi ed esultava nel cuore per le vie della città straniera.Sulla porta dell'agenzia di navigazione s'imbattè in alcuni italiani i quali pure avevan lette le notizie ed erano agitati. Si fermarono a parlar insieme, riaprirono i giornali, li rilessero, li discussero. Altri italiani passarono e si soffermarono. Passò qualche brasiliano che era da loro conosciuto; si soffermò, ascoltò le notizie, fece un augurio e se ne andò. Il Buondelmonti riprese la via e alcuni l'accompagnarono. Da per tutto incontravano italiani e ogni poco eran fermati o fermavano.I giornali pomeridiani portavano telegrammi d'Europa anche più gravi. In mattinata il Buondelmonti aveva visto il Berènga, i Mùrola, Giorgio Tanno, il console, altri notabili della colonia, e quando vennero gli ultimi telegrammi, egli si trovava appunto nelle officine del Tanno dove su mille e duegento operai ce n'erano circa ottocento italiani.Giorgio Tanno era uno dei capi della colonia, il primo dopo il Berènga per la sua intelligenza,la sua ricchezza, il suo ardore patriottico, la sua munificenza, e come presidente del comitato della Dante Alighieri raccoglieva intorno a sè quanto d'italiano c'era di meglio a Rio de Janeiro. Sicchè quel giorno si videro giungere alle officine gli uni dopo gli altri medici, ingegneri, altri professionisti, commercianti italiani, tutti per parlare di quello che da un momento all'altro poteva accadere nella patria lontana. Altri ne furono chiamati per telefono e accorsero perchè si sentiva il bisogno di stare insieme. S'eran radunati dove i primi venuti avevan trovato il padrone delle officine fra i suoi operai, sotto una capanna di scarpellini di granito, e fra il battere di cento mazzuoli vagliavano il pro e il contro per l'Italia se fosse scoppiata la guerra, ciascuno mettendo fuori le cognizioni che aveva sugli armamenti italiani di terra e di mare. Da tutti era molto interrogato Piero Buondelmonti come ultimo giunto d'Italia. Eran quasi tutti meridionali, della Calabria e della Basilicata, e gridavano tra lo strepito de' mazzuoli con un furor di gesti e di voci. Qualche scarpellino de' più vicini di tanto in tanto alzava gli occhi verso di loro. Dinanzi alla capanna s'ergevano le cave di granito sotto il sole rovente e su quelle salivano e scendevano e smovevano lastre altri operai de' quali pure, alcuni, di tanto in tantoalzandosi su guardavano con stupore. Ma da nessuna parte appariva un segno che distinguesse in quel giorno gli operai italiani dagli altri. Tutti lavoravano muti sotto il sole rovente tra le cave e il mare. Subito di là dalla capanna appariva il mare e fermi alla ripa stavano barconi carichi di legname e uomini seminudi li scaricavano. Centinaia e centinaia d'italiani lavoravano nelle officine dei fabbri, centinaia e centinaia in quelle de' falegnami e d'altri materiali da costruzione; ma da nessuna parte appariva un segno.Quando però fu cessato il lavoro, il Tanno e gli amici lasciate le officine pochi momenti prima, s'eran soffermati sopra un largo della strada dinanzi all'uscita, perchè uno aveva fatto la proposta d'andare dal console e dal ministro italiano: a un tratto si videro circondati da uno stuolo di operai che li guardava in silenzio; e lo stuolo crebbe in pochi minuti; a mano a mano che gli operai lasciavano le officine, diventò una grande radunata: erano tutti operai italiani. Presto questi presero animo, interrogarono il padrone, il Buondelmonti e gli altri, e si levò un brusìo di voci. A un tratto una voce forte dominò tutte le altre gridando:— Signori!E verso il centro della radunata dove stavanoTanno e il Buondelmonti, si avanzò un giovane con una faccia maschia e gioviale e disse:— Se ci sarà la guerra, i nostri fratelli daranno il loro sangue; noi invece restiamo qui. Ma loro signori facciano una colletta e anche noi non ci rifiuteremo.Da cento e cento petti si levò un'acclamazione.Sul momento, in mezzo agli operai tennero una specie di consiglio il padrone delle officine, il Buondelmonti e gli altri, e deliberarono che si sarebbe fatta la colletta per i soldati italiani e che di lì a due giorni il Buondelmonti avrebbe fatto un discorso in pubblico a pagamento.Subito il Tanno levandosi sulla punta de' piedi, piccoletto com'era, col cuore che gli saltava fuori del petto dall'entusiasmo patriottico, agitò in aria tutte e due le braccia per ottenere silenzio e col suo modo di fare bonariamente solenne bandì la deliberazione a gli operai gridando:— Brava gente! Il nostro caro e grande connazionale Piero Buondelmonti qui presente parlerà doman l'altro a gli italiani di Rio de Janeiro! Domani subito sarà iniziata la colletta! E i denari che ricaveremo da questa e dalla vendita dei biglietti per il discorso, li manderemo in patria per i soldati che vanno al campo, se ci sarà la guerra. E se voi sottoscriverete ciascunoper una giornata di lavoro, noialtri qui soli, tanto meglio provvisti, dovremo mettere insieme di tasca nostra per lo meno un milione. E lo metteremo! Qualora poi non scoppi ora la guerra, non manderemo i denari subito, ma continueremo la colletta fino a che gli italiani del Brasile non abbiano messo insieme tanto da poter offrire alla patria una corazzata!Sull'ultima sillaba dal folto proruppe una voce stridula e gridò:— Non esageriamo! E soprattutto non precipitiamo!Il Tanno riconobbe la voce del Rummo e gli si scagliò contro furibondamente gridando:— Credi tu che un milione non sarei capace di darlo anche di mia tasca?— Io credo che andiamo troppo presto con la solita rettorica patriottica.— Ah maledetto animale! Guai a te se fai opposizione!E simile a mastino che fa il salto per agguantar l'orecchia del bove, l'uomo che aveva sulla gota il segno di Menelik balzò e s'avventò al petto del Rummo. Ma incontanente gli fu sopra il Buondelmonti gridando:— Tanno, che fai?E cintolo con le sue braccia di ferro lo strappò dal nemico. Ma il Tanno nella stretta si dibattevacome un indemoniato e urlava. Il nobile amor della patria che egli da anni e anni aveva nutrito in fondo al suo petto d'una furiosissima collera, ferito ora gli lanciava sin agli occhi il più feroce e nero sangue del cuore e sulla faccia gli guizzava più rossa del fuoco la cicatrice del pugnale, mentre le sue labbra convulse balbettavano:— Rettorica patriottica, maledetto animale, serpente velenoso!Il Buondelmonti prese sotto il braccio il Rummo e si misero in cammino avanti a tutti.Il Tanno, gli altri e gli operai serrati li seguivano per il viale che portava nel centro della città costeggiando il mare. Il mare tremolava verso l'imboccatura del porto, aureo sotto il cielo rosato. A quei duri uomini ferveva il cuore per la patria lontana.Ma nel cuore di Giacomo Rummo s'era risvegliata la furia di parte nata fin dagli anni della pubertà. Al solo nome di nazione e di patria prendeva fuoco; odiava la guerra e in Italia era stato uno de' più arrabbiati antimilitaristi, ebbro di lotta di classe. Ora nel petto gli si rimescolavano le invettive dei lontani comizi. Andava muto al braccio del Buondelmonti, a denti stretti, dispettosamente. E non potendo più sostenere la compagnia che aveva accanto, sentivacontro tutti una collera d'odio inveterato, perchè era un uomo d'ostinazione e di passione, non voleva che la guerra avvenisse e soffriva orribilmente al pensiero che potesse avvenire, odiava coloro che aveva accanto, come nemici suoi proprii che gli avessero fatto e gli facessero un gran male, perchè non consideravano la guerra impossibile come lui voleva. Soffriva orribilmente.A un certo punto il Buondelmonti che lo teneva per il braccio, gli domandò sotto voce:— Tu verrai in Italia con me?— No — gli rispose il Rummo seccamente. — Non vengo più.E si strappò dal braccio di lui.Allora il Buondelmonti gli disse:— Vedi, Rummo, se avessi potuto dimenticare quello che hai fatto per me, il contegno del Tanno per le tue parole dinanzi a quella brava gente ti sarebbe parso una carezza di amico a petto al mio. Non conosci il mio sangue. Ma non potrò mai dimenticare. Però da te stesso devi riconoscere, tu che vorresti essere il loro duce, devi riconoscere che hai risposto male a quelli operai che ti avevano dato un esempio così pronto, così spontaneo, di carità di patria.Disse così e si discostò dal Rummo. Questi gli rispose con una spallata di disprezzo e continuò ad andar avanti solo. Ma i passi dietro le suespalle gli facevano un effetto orribile. Il cuore gli scoppiava dall'odio. Il Rummo avrebbe voluto fuggire, ma per orgoglio non poteva. Sentiva dietro di sè le voci e gli parevano grida ostili d'una folla che l'inseguisse, ma non poteva accelerare il passo per orgoglio.Sboccarono nella via principale della città e il Rummo si confuse tra' passanti.Soffriva orribilmente.Tornò indietro per fuggire la gente e rifece il viale sul mare sino a una via in costa a destra chiamata Donna Luisa dove aveva una stanzetta a un terzo piano. Su per le scale bestemmiò fra sè e sè perchè secondo il solito erano ingombre di stracci e di fogli; alcuni inquilini delle stanzette aperte lungo le scale lo salutarono, ma ei non rispose. Erano camerette misere e in disordine e vi erano giovanotti, studenti, seminudi per la grande afa della sera. Tutta la casa aperta, senza custodia alcuna, pareva abbandonata ai passanti della via. Il Rummo salì fino all'ultimo piano, entrò nella sua cameruccia che pareva un ripostiglio di carta straccia. Da per tutto c'erano libri, aperti, fin per terra, e fogli e giornali, soprattutto giornali a monti e giornali spiegati da per tutto, i giornali che erano per il Rummo ciò che sono per altri le lettere d'amore. E su tutta quella cartapesava un odor fortissimo di fumato e qua e là si vedevano tabacchi e pipe di terra e di legno, il solo vizio di Giacomo Rummo. Questi si sentì le fauci secche, volle bere, ma l'acqua che aveva in camera era troppo calda, l'afa era soffocante, s'alleggerì di vesti e si sedette alla finestra. Faceva ancora giorno.Giacomo Rummo soffriva orribilmente sforzandosi di rappresentarsi quali potessero essere in quel momento lo stato e le forze del socialismo nelle nazioni che erano sul punto di scendere in campo. Avrebbe potuto il socialismo gettarsi in mezzo a loro? Il Rummo aveva lasciato l'Italia e l'Europa molti anni prima quando il socialismo combatteva strenuamente. Allora il socialismo avrebbe potuto imporre la pace, e il Rummo si ricordava quante e quante volte lui stesso aveva affermato questo nei discorsi di propaganda e nei comizi. Ma ora? Ora aveva presenti tutte le mutazioni fatte negli ultimi anni dal socialismo, sapeva quanto quel vecchio socialismo europeo distasse ormai da quello nuovo del quale egli era divenuto seguace; pure in un resto d'illusione invocava ancora che si mettesse il grande veto alla guerra. E passata l'illusione soffriva orribilmente, soffriva orribilmente come se avesse avute al mondo le cose più care che non aveva, e fosse per perderle. Soffriva orribilmentee si sentiva sbranare il cuore dall'odio contro le patrie, come se queste fossero state sue nemiche, nemiche di lui solo. A un tratto pensò che la guerra non sarebbe scoppiata, perchè non sarebbe scoppiata, perchè tante guerre negli ultimi decennii avevan minacciato l'Europa e s'eran sempre evitate, perchè la civiltà non voleva più le guerre; allora esultò come per una gioia che fosse toccata alla sua vita. Si mosse per la sua stamberghetta, battè le palme sui monti di giornali levando gran polvere, tornò alla finestra e si mise a fumare, a fumare vittoriosamente dinanzi alla fornace della sera tropicale, dinanzi alla città che s'accendeva de' primi lumi. Fumò vittoriosamente sulla faccia delle patrie. Poi a poco a poco il Rummo tornò quello di prima; la sua povera persona stava su in cima a quella stamberghetta di Rio de Janeiro, privata di tutto, e la sua anima con la sua furia di parte e la sua impotenza era perduta lontano lontano dinanzi alla guerra delle nazioni. Ei sentiva una sete che gli arrabbiava la gola. Accostò l'acqua alle labbra. Era intollerabile.Il Rummo soffriva orribilmente, perchè era un uomo misero e grandioso, poteva far sorridere ed era tragico. Perchè come nessun altro poteva vivere fuori di se stesso in una vita più vasta, nella vita collettiva, con tutti i tormenti che possonomartoriare un cuore d'uomo per se solo. Come nessun altro, aveva una tragica volontà che si estendeva fuori di lui stesso nella vita collettiva, in quella che sola era esistita fin lì per lui, nella lotta delle classi il cui esito non poteva dipendere da lui. Aveva, come nessun altro al mondo, un tragico egoismo sradicato, per così dire, dal cuore di lui medesimo e trapiantato con tutte le sue feroci cupidigie in un cuore più vasto, nella lotta delle classi. Era anch'egli l'individuo tragicamente collettivo.Quella sera stava seduto alla finestra, il gomito nudo sul davanzale, il pizzo schiacciato nel cavo della mano. Venne a poco a poco la notte, la città si accese tutta, parevano uscir dalle tenebre vampate d'incendio. Il Rummo di tanto in tanto risentiva la sete, si rammentava che l'acqua era troppo calda, con gli occhi dello spirito vedeva tutta la casa senz'acqua, tutto il colle senz'acqua, rivedeva tutta la via lunga che bisognava fare per giungere fino a quel caffè della città bassa dove la sera innanzi aveva bevuto un bicchiere d'acqua fresca con succo d'ananasso. E i suoi occhi continuavano a guardar lontano, carichi di passione. Che vedeva in Italia? Vedeva se stesso negli anni della prima gioventù quando lottava per il proletariato, quando ebbro di lotta di classe infuriava tra le folle clamorosecontro gli armamenti e le guerre nazionali, ostacolo al trionfo del proletariato. E ora per quello stesso egoismo che è più forte in chi più vive di vita collettiva, vedeva se stesso vinto laggiù, vedeva le classi schiacciate dalla guerra delle nazioni e si sentiva schiacciato lui stesso; avrebbe voluto levarsi e agire per le classi; ma non era nemmeno una classe, era un individuo, e nemmeno un individuo perchè lontano, annullato da immenso spazio, era un atomo distante migliaia e migliaia di miglia dalle nazioni dalle quali si sentiva vinto e schiacciato. Gli restava solo l'occhio per fissare, da quella finestra della città straniera, de' punti ostili di là dall'oceano, spasimosamente. La sete arrabbiava il suo patire.Rivide i suoi nemici della giornata, il Buondelmonti, il Tanno e gli altri, e tutto quello che avevano fatto gli parve che l'avessero fatto contro di lui. Ma ripensando specialmente al Buondelmonti si ricordò delle sue parole, si ricordò anche lui dei giorni e delle notti passate al suo capezzale, si ricordò dell'amicizia che avevano stretta fra loro. E riandando tutto il tempo che l'aveva conosciuto, dal primo incontro nella villa del Berènga sin all'ultimo di quel giorno nelle officine del Tanno, gli parve di scoprire nel Buondelmonti una bontà che in se medesimo nonritrovava. Gli risonavano all'orecchio le sue parole:— Non potrò mai dimenticare!E le altre parole le aveva dette con una voce più accorata che dura.Ripensò a questo il Rummo e il cuore gli si spetrò, un animo gli disse:— E se il tuo nemico avesse ragione? Se la causa per la quale egli combatte, fosse migliore della tua?Rivide dentro di sè gli operai per il viale sul mare. Perchè camminavano così raccolti e muti?Risentì ancora le parole del Buondelmonti.— Ti hanno dato un esempio di carità di patria!Che era dunque questa carità di patria? Che era quel piccolo nome lontano lontano che quelli uomini portavano nel loro cuore e per cui eran pronti a dare il sudor della loro fronte? Che era? E il Rummo ricominciò a pensare al passato e si sforzava di ricordarsi. Si sforzava di riafferrare le memorie della sua infanzia e della sua prima giovinezza trascorse in Italia per varie città e varie regioni. Egli era nato in una città della Sardegna dove suo padre aveva avuto la sua prima residenza nelle prefetture, e il Rummo ora si sforzava di riafferrare il ricordo de' luoghi e di tornare a raffigurarseli in mente. Ma non poteva.Perchè? Non poteva, non poteva quella sera stando a quella finestra di quella catapecchia di Rio de Janeiro, non poteva, per quanto si sforzasse, raffigurarsi in mente que' luoghi di Sardegna dov'egli era nato e dove aveva vissuto fino a otto anni. Perchè, perchè? E poi s'accorse che non era mai tornato a raffigurarseli, anzi che non ci aveva ripensato mai. Il cuore gli fece male orribilmente. Dopo, il padre era passato a Livorno, e il Rummo si sforzava di ricordarsi la città sul mare, ma non poteva. Perchè, perchè? Non ci aveva ripensato mai. Non aveva sentito mai il bisogno di riandare col pensiero là dov'era nato, dov'aveva vissuto col padre e con la madre. Dopo, il padre era passato a Genova e poi a Bologna e poi in altre città, e il Rummo per conto suo, già grande, aveva viaggiato per tante altre città e paesi d'Italia, e ora rivedeva, rivedeva, rivedeva tutto, luoghi, strade, edifizi, persone, col suo occhio spasimoso, da quella finestra di Rio attraverso tanta notte; ma anche si ricordava che per tanti e tanti anni di lontananza non aveva ricordato mai, non aveva mai sentito il bisogno di ricordare, come se per quelle città e per quei paesi, come se per tutta l'Italia egli fosse passato da straniero, muto di cuore e di lingua. E il cuore gli fece male orribilmente, sempre più male, sempre più male. Finchèsi ricordò della contentezza che aveva provata pochi giorni prima dopo aver presa la decisione di partire col Buondelmonti. Per quale motivo? Non lo aveva saputo, ma ora lo sapeva. Era la contentezza di tornare in patria.E allora per la prima volta, con un suono che non aveva sentito mai, si sentì risonare anche nel suo cuore quel piccolo nome lontano lontano, Italia, Italia, e con un desiderio che lo fece morire, per la prima volta da che era nel volontario esilio, pensò all'Italia. L'amore che non era mai nato nel suo cuore, non durante l'infanzia, non durante la gioventù, non da vicino, non da lontano, nacque allora e fu come se la patria medesima gli fosse venuta incontro con quanto essa aveva di più dolce, di più bello e di più grande, col suo nome, con un riso del suo cielo, con un segno di fraternità impresso sul volto della sua gente, con la sua gloria, perchè soltanto quella notte e così di lontano il Rummo vide per la prima volta il cielo ridente della patria, sentì la dolcezza che è nel suo nome, sentì circolarsi per le vene un'indefinibile fierezza d'esserle figlio, si ricordò di Roma dov'era stato dalla sua provincia, disse fra sè e sè qualche verso di Dante. E pianse per i versi di Dante, pianse per il ricordo di Roma, pianse pianse dolcissimamente e amarissimamente per il piccolo nomelontano al quale come allora non aveva pensato mai. Pianse pianse pianse per la città dov'era nato, e per tante e tante altre città dove aveva vissuto, e per tante e tante cose e tante persone che ora a un tratto gli apparivano care; pianse come se avesse ancora il padre, la madre e tanti fratelli e dopo anni e anni di inimicizia avesse fatto pace con loro.Risentì nella sua amarezza le parole del Buondelmonti.— Hai risposto male a quelli operai!Risentì questo e n'ebbe rimorso. Sentì nell'amarezza del suo pianto il rimorso di non aver amato prima ciò per cui allora piangeva, e si ripassò in mente tutta la sua vita acre e dura. Non aveva lottato e sofferto? Ed aveva egli lottato e sofferto per sè o per gli altri? Non aveva lottato e sofferto soltanto per gli altri, per gli operai appunto, per tutti i lavoratori? E che cosa aveva chiesto per sè all'infuori del lottare e del soffrire, all'infuori del martirio che li supera tutti, all'infuori dell'odiare? Odiare, odiare, odiare! Un animo gli disse: — Tu ti sei messo l'odio nel cuore come se ti fossi messo un serpente nel seno e con questo ti sei dato a lottare per i lavoratori. Tu lottavi e l'odio ti straziava il cuore. Perchè hai il rimorso di non aver amato tu che hai odiato tanto non per te ma per glialtri? Hai chiesto forse una casa migliore, un cibo migliore, hai chiesto l'amore d'una donna? Tu non hai chiesto nulla ed hai lottato, odiato, sofferto tanto per i lavoratori: perchè hai rimorso? — Egli voleva giustificare la sua vita. Ma un altro animo gli ricordava che un giorno aveva affermato: — Non esiste la patria, esistono i lavoratori di tutto il mondo! — Gli riapparivano i lavoratori quali li aveva visti poche ore prima pel viale sul mare, pensosi della patria lontana, e la sua amarezza aumentava, perchè quei medesimi uomini gli dicevano: — Noi abbiamo un sentimento che mettiamo al di sopra di noi stessi e tu l'hai negato! — Per tutta la notte la patria gli fu vicina al cuore e gli diceva:— Perchè m'hai negata? Perchè hai agito contro di me?Spuntò l'alba, egli stava ancora alla finestra, la voce della patria continuava a rimproverarlo.Ma nella giornata il vecchio uomo riprese il sopravvento. Di prima mattina corse a comprare i giornali. Le notizie erano immutate, nè più nè meno gravi. Il Rummo continuava ad avere avversione per gli stessi fatti e gli stessi uomini d'una volta: continuava a non volere che fosse possibile una guerra in Europa in genere e unaguerra dell'Italia in ispecie. In mattinata rivide il Tanno e il Buondelmonti; con un'ostinazione che in lui stesso aveva dello straordinario, li cercò per osteggiarli, per impedire ciò che avrebbero fatto, e il Buondelmonti non era più per lui l'amico, ma era ritornato il nazionalista. Quando il Buondelmonti, il Tanno e gli altri trattarono di mandare un telegramma a San Paolo per promuovere anche lì la colletta, il Rummo osteggiò quella decisione e cercò d'impedirla sostenendo che quei di San Paolo non avrebbero visto bene che altri li incitasse a fare il loro dovere. E quando si trattò di mandar telegrammi in Italia esprimenti la devozione delle colonie del Brasile verso la madre patria nell'ora grave, egli si levò su con gli occhi fuori dell'orbita a gridare ciò che nel suo furore, non avendo più la percezione delle proporzioni fra cause ed effetti, realmente credeva, a gridare che si volevano così gettar legna sul fuoco, precipitare gli avvenimenti, che si voleva insomma la guerra. Di fuoco sotto il negror della barba guizzava il segno di Menelik sulla faccia al Tanno, ma il Buondelmonti aveva giurato di non dimenticar mai ciò che il Rummo aveva fatto per lui, e con gli occhi imperiosi frenava l'assalto del Tanno.Si fecero varie proposte di telegrammi e il Rummo ancora disperatamente ostinato si levòsu a sostenere che bisognava aggiungere un augurio come manifestazione del desiderio delle colonie: l'augurio che si potesse scongiurare la guerra nemica della civiltà e del progresso de' popoli. Allora il Buondelmonti scattò in piedi e con voce terribile gridò:— Perdio, Rummo! Vuoi che dimentichi tutto?— Fallo! — gridò il Rummo e cieco d'ostinazione e di furore si lanciò dal suo posto per tenergli testa. E il Buondelmonti contro a lui e il Tanno come un mastino. Ma a un tratto il Buondelmonti afferrò il Tanno per le spalle e facendo una ferocissima violenza a se stesso disse:— No! Non debbo dimenticare!E tornò al suo posto.Dopo mezzogiorno, presenti il console e il ministro d'Italia, ci fu adunanza dei notabili della colonia per stabilire il luogo, il prezzo, il modo di distribuire i biglietti la sera dopo per il discorso del Buondelmonti. E anche il Rummo, ormai preso da malefico fascino, non potè far di meno di assistere all'adunanza, ma non fiatò più. Soltanto, dall'angolo dove s'era messo a sedere fissava il Buondelmonti odiandolo come non aveva mai odiato nessuno in vita sua, odiandolo specialmente quando ei parlava. Non poteva tollerarne la voce, nè soprattutto quell'ardore di febbre che aveva negli occhi sotto l'ombra dellachioma, perchè gli pareva che dentro di sè esultasse per la speranza della guerra. Il Buondelmonti accennò l'argomento del suo discorso e mentr'ei parlava, pareva al Rummo per via del suo accecamento d'odio e di furore, gli pareva di sentirlo bandir lui stesso la guerra gloriandosene. Il console, il ministro, tutti i notabili pendevano dalle sue labbra, ed egli, il Rummo, dall'angolo lo fissava, l'uccideva con gli occhi appassionati d'odio, perchè era il nemico, l'antagonista, colui che voleva e faceva il contrario e vinceva e si glorificava. Vedeva il Buondelmonti come dentro una fiamma e non poteva levargli gli occhi di dosso, affascinato dall'odio. Il Buondelmonti era le stesse nazioni che schiacciavano lui. Finchè non ne potè più; lasciò la sala, si precipitò all'ufficio del telegrafo, telegrafò agli amici di San Paolo, socialisti ed anarchici, di essere a Rio per la sera dopo perchè bisognava contrapporre una loro affermazione al discorso del Buondelmonti. E poi trasportato dal cattivo genio che aveva preso possesso di lui, corse dal presidente dell'«Operaio Italiano» che da molti anni per motivi di rivalità era irreconciliabile nemico del Tanno, e lo trasse a sè. Trasse a sè altri soci dell'«Operaio Italiano» di cui egli stesso era segretario, dalla sera alla notte e per tutta la notte e tutto il giorno dopo, correndo senzariposarsi mai, ricercò tutte le inimicizie che formicolavano nella colonia e trasse a sè nemici del Berènga e altri di altri e del console e del ministro. Disse che il discorso del Buondelmonti era la manifestazione del mondo ufficiale italiano, dell'autorità e delle alte classi, e che bisognava contrapporgli qualcosa di popolare e di libero. Scese nei bassifondi della colonia, accostò operai sul lavoro per le strade, stuoli d'emigranti sbarcati di fresco e girovaghi ancora senza lavoro, e parlò loro come ai tempi in cui ebbro della lotta di classe, faceva la propaganda in Italia per le città e per le campagne nei recinti notturni e sotto la sferza del sole. Parlò contro i governi che tradiscono la causa del proletariato, contro il militarismo, contro la guerra. Come una colluvie che a un tratto rigurgita, le frasi, le perorazioni, le invettive di cento lontani comizi, uscirono dalle sue labbra per una notte e per un giorno senza sosta. Suscitò, o risuscitò in petti sconosciuti, in un quarto d'ora, la furia della lotta di classe, l'antimilitarismo, il socialismo. La sera, poche ore prima del discorso, giunsero alcuni amici di San Paolo e all'ora debita più di cento partigiani del Rummo movevano alla volta del teatro dove stava per parlare il Buondelmonti. Il Rummo aveva deciso di prender la parola.Quando giunse al teatro trovò sulla porta gran folla ed essendosi già risapute le intenzioni sue e de' suoi, al suo primo apparir nell'atrio si levarono da più parti rumori ostili. Ma egli non badandovi, trasportato dalla sua furia si difilò verso il palcoscenico dove tra le quinte già stava con gli amici il Buondelmonti il quale visto il Rummo, non salutato, non lo salutò sulle prime; poi accennato agli amici di non muoversi e discostatosi da loro fece alcuni passi verso il Rummo con l'intenzione di parlargli ancora amichevolmente e di pregarlo di non suscitare scandali in quell'ora grave e solenne, per carità di patria. Ma il Rummo drizzando contro di lui la faccia lo fermò con lo sguardo del nemico che non ammette nè conciliazione nè patti. E il Buondelmonti allora gli disse:— Sta bene. Sappi però che qui parlo io soltanto, e chiunque disturberà, sarà messo alla porta.— Fa' il debito tuo!Rispose il Rummo e prese il suo posto tra le quinte, mentre gli amici del Buondelmonti dalla parte opposta gli mettevano gli occhi addosso per guardarlo a vista.Poco dopo, il Buondelmonti si presentò sul palcoscenico per parlare e mille e mille persone si levarono in piedi prorompendo in applausi e gridando:— Evviva l'Italia!Sullo stesso palcoscenico italiani e alcuni giornalisti brasiliani dal banco della stampa gridavano:— Evviva l'Italia!Quirino Honorio do Amaral alla testa de' giornalisti, in piedi sopra una sedia, indemoniato d'entusiasmo gridava;— Evviva l'Italia!Giacomo Rummo dall'ombra delle quinte fissando con gli occhi che non gli battevano nè vedevano più, aspettava il suo momento.Il Buondelmonti incominciò a parlare sul culto degli eroi nazionali nell'età moderna, su Dante, su la lampada votiva che alcune città italiane avevano accesa dinanzi alla sua tomba, sulla magnanima Trieste che era una di quelle città, con altre sorelle dell'Istria e della Dalmazia, figlie dell'Aquila romana e del Leon di San Marco. Alto, giovane, potente, senz'un gesto in mezzo al palcoscenico il Buondelmonti parlava e il pensiero già era balzato dalla sua fronte, quando ancora la parola non era uscita dalle sue labbra. Sul capo il volume della sua chioma gli stava come un casco tirato in avanti e sotto, tutt'il volto gli ardeva. Ma di tanto in tanto la sua voce s'indeboliva ed egli sentiva un po' di dolore al petto, perchè la cicatrice della sua feritaera ancor fresca. Al tempo stesso un'animazione di gioia, più forte d'ogni gioia e d'ogni animazione, ei sentiva dentro di sè, perchè tutti i suoi animi erano in gran moto e uno gli diceva: — Questo dolore ti ricorda il tuo rimorso! — E un altro: — Ma tu ora fai un'opera di riparazione! — Un altro gli ricordava la guerra con parole ardenti. Tutti questi animi gli parlavano insieme, egli non ne distingueva alcuno, ma da tutti levato in una indicibile gioia, non parlava più, sibbene la sua eloquenza era prima per lui medesimo che per gli altri più inebriante d'un canto trionfale. Solo, di tanto in tanto sentiva un po' di dolore al petto dov'era stato ferito per il suo amore; ma il giovane che amava ora la patria più d'ogni altra cosa al mondo, vinceva con la sua gioia il suo dolore.A un certo punto apparve fuor delle quinte il Rummo con una faccia terribile e dalla sala si levaron subito qua e là mormorii, perchè era questo il segnale per i partigiani di muovere il tumulto. E già i mormorii s'eran fatti più forti, già si levavano voci di protesta, già stava per scoppiare il tumulto e il Rummo già s'avanzava dal fondo del palcoscenico alzando la mano per prender la parola, quand'ecco incontanente sul banco de' giornalisti brasiliani si vide una trepidazione,un foglio passò di mano in mano, Quirino lo ghermì a volo, mandò un grido, si precipitò verso il Buondelmonti. Questi pure, gettati appena gli occhi sul telegramma, mandò un grido e un attimo dopo nel più profondo silenzio di tutto il teatro annunziò:— La patria è in guerra!Un urlo non umano uscì da mille e mille petti. Subito fu un silenzio di morte. In mezzo al palcoscenico stava il Rummo, poco discosto dal Buondelmonti, solo. Aveva una faccia terribile, ma stava immoto. Di nuovo il Buondelmonti accennò di voler parlare e fu fatto silenzio.Ma prima che egli aprisse bocca, un dolore, acutissimo ora, lo morse al punto della ferita. L'immensa anima nazionale con tutti i torrenti delle generazioni s'era precipitata nel suo petto, sforzava le pareti del suo petto. Quando incontanente una gran voce dentro di lui gli gridò:— Tu puoi creare un segno di ciò che dovrà fare l'Italia per la sua salute! Tu puoi trasformare cento, dieci di questi emigranti in combattenti!Esultò il Buondelmonti, vittorioso alla fine, e ripreso a parlare aggiunse altre notizie del telegramma e raccontò che in Italia il figliuolo di Garibaldi raccoglieva volontarii, che innumerevole gioventù accorreva a lui, che d'ogni partedel mondo tornavano italiani in patria a prender le armi. Così disse e gridò:— Chi di voi partirà con me?Da tutte le parti del teatro si levarono voci:— Io, io!E gesticolavano verso il Buondelmonti offrendo ciascuno la sua vita alla patria.Il Buondelmonti accennò di voler parlare ancora e di nuovo fu fatto silenzio. Ma questi non aveva ricominciato a parlare, quando un urlo non umano s'udì alle sue spalle:— Evviva la patria!E il Rummo si lanciò avanti dibattendosi come preso da convulsioni e da follìa. Urlò ancora:— Evviva la patria! Evviva la patria!E piombò a terra come morto, atterrato dall'invisibile nemico, la patria trionfante.Accorse verso di lui il Buondelmonti a braccia aperte.
I primi giorni d'Aprile i giornali di Rio cominciarono a pubblicare gravissime notizie d'Europa. L'incendio in Europa era stato acceso da' piccoli popoli del centro, e tutte le grandi potenze si levavano in armi, tra le altre l'Italia e il vicino impero. Le vecchie alleanze eran rotte, ne eran sorte delle nuove. Di giorno in giorno le notizie aggiunsero che in Italia c'erano stati gravissimi moti di popolo, che il vecchio governo era caduto e che aveva preso le redini della nazione con mani forti e con animo ardito un ministero composto di uomini nuovi. Aggiungevano il 10 d'Aprile i telegrammi che il popolo italiano era esultante, che la gioventù e gli studenti infiammavano l'esultanza del popolo e che il figliuolo di Garibaldi raccoglieva già volontarii.
Incontanente, lette queste notizie, Piero uscì di casa e il suo partito era preso: tornare il piùpresto possibile in Italia e se fosse scoppiata la guerra accorrervi.
Scendendo dalla Tijuca ripensava a Giovanna con un sentimento nuovo, tenerissimo e senza alcuna pena. Egli in Italia qualche anno prima aveva scritto un libro per porre in evidenza il valore etico della guerra e in questo libro aveva considerato la guerra come la grande vittoria della natura collettiva dell'uomo sopra la individuale. La guerra, il Buondelmonti aveva affermato, al pari della morte sopprime l'individuo, col divario che in essa l'individuo è sommamente attivo. Egli ora andava con la mente da questo libro a Giovanna e gli pareva di sentir dentro di sè la voce di Giovanna parlargli e dirgli: — Anch'io voglio che tu corra a dar la vita per la patria! Così, se anch'io feci qualcosa di male, sarà redento da te! E sarà la grande vittoria della tua coscienza già vinta dal nostro amore!
Giunto in città Piero corse al telegrafo e telegrafò al figliuolo di Garibaldi pregandolo d'accettarlo tra' volontarii.
E poi si diresse ad un'agenzia di navigazione e durante il cammino gli s'eran fitte in mente le immagini d'alcuni amici suoi d'Italia e d'alcuni discepoli e si raffigurava il loro animo. Si ricordava d'aver sempre nella patria lontana vissuto in un dissidio tragico fra sè e il di fuori,perchè quanto più la sua coscienza nazionale era stata eroica ed epica l'arte, tanto più intorno a lui la vita nazionale era stata vile. Nato con lui, sviluppato dagli studii storici, stava nel più profondo del suo essere l'istinto dell'eroico che è per le nazioni ciò che è per gli individui il seme generativo; e come senza di questo gli individui non potrebbero prolificare, così senza di quello le nazioni non possono creare civiltà. E sempre, quando quell'istinto s'era risvegliato dentro di lui e secondo la sua propria natura aveva cercato d'uscire da lui per incarnarsi nella vita collettiva, allora sempre era avvenuta la tragedia. Perchè esso aveva cercato d'incarnarsi in elementi esterni forti e generosi, corrispondenti alla natura sua, e la vita esterna che era intorno, non gli aveva offerto se non miseria. Esso, l'istinto dell'eroico nazionale, cercava cercava fuori di sè, come un affamato il pane, cercava le affinità eroiche in cui incarnarsi e propagarsi, e non trovava se non miseria e viltà. Questo il dissidio e questa la tragedia del Buondelmonti in Italia. Una volta il Buondelmonti aveva in un'opera immaginato alcun che d'eroico e tutta la gente ne aveva vilissimamente riso. Ma ora le cose eran mutate ed egli si raffigurava laggiù gli amici suoi. E si raffigurava gli uomini del governo abbattuto, le vecchie schienesmidollate e curve dinanzi all'interno e all'estero, estremi avanzi de' secoli servili, gli omiciattoli cupidi e inetti che erano stati tanti anni a capo della nazione per distruggere la nazione. Ora non più. Ora il Buondelmonti vedeva la patria liberata dal più abbietto de' servaggi ed esultava nel cuore per le vie della città straniera.
Sulla porta dell'agenzia di navigazione s'imbattè in alcuni italiani i quali pure avevan lette le notizie ed erano agitati. Si fermarono a parlar insieme, riaprirono i giornali, li rilessero, li discussero. Altri italiani passarono e si soffermarono. Passò qualche brasiliano che era da loro conosciuto; si soffermò, ascoltò le notizie, fece un augurio e se ne andò. Il Buondelmonti riprese la via e alcuni l'accompagnarono. Da per tutto incontravano italiani e ogni poco eran fermati o fermavano.
I giornali pomeridiani portavano telegrammi d'Europa anche più gravi. In mattinata il Buondelmonti aveva visto il Berènga, i Mùrola, Giorgio Tanno, il console, altri notabili della colonia, e quando vennero gli ultimi telegrammi, egli si trovava appunto nelle officine del Tanno dove su mille e duegento operai ce n'erano circa ottocento italiani.
Giorgio Tanno era uno dei capi della colonia, il primo dopo il Berènga per la sua intelligenza,la sua ricchezza, il suo ardore patriottico, la sua munificenza, e come presidente del comitato della Dante Alighieri raccoglieva intorno a sè quanto d'italiano c'era di meglio a Rio de Janeiro. Sicchè quel giorno si videro giungere alle officine gli uni dopo gli altri medici, ingegneri, altri professionisti, commercianti italiani, tutti per parlare di quello che da un momento all'altro poteva accadere nella patria lontana. Altri ne furono chiamati per telefono e accorsero perchè si sentiva il bisogno di stare insieme. S'eran radunati dove i primi venuti avevan trovato il padrone delle officine fra i suoi operai, sotto una capanna di scarpellini di granito, e fra il battere di cento mazzuoli vagliavano il pro e il contro per l'Italia se fosse scoppiata la guerra, ciascuno mettendo fuori le cognizioni che aveva sugli armamenti italiani di terra e di mare. Da tutti era molto interrogato Piero Buondelmonti come ultimo giunto d'Italia. Eran quasi tutti meridionali, della Calabria e della Basilicata, e gridavano tra lo strepito de' mazzuoli con un furor di gesti e di voci. Qualche scarpellino de' più vicini di tanto in tanto alzava gli occhi verso di loro. Dinanzi alla capanna s'ergevano le cave di granito sotto il sole rovente e su quelle salivano e scendevano e smovevano lastre altri operai de' quali pure, alcuni, di tanto in tantoalzandosi su guardavano con stupore. Ma da nessuna parte appariva un segno che distinguesse in quel giorno gli operai italiani dagli altri. Tutti lavoravano muti sotto il sole rovente tra le cave e il mare. Subito di là dalla capanna appariva il mare e fermi alla ripa stavano barconi carichi di legname e uomini seminudi li scaricavano. Centinaia e centinaia d'italiani lavoravano nelle officine dei fabbri, centinaia e centinaia in quelle de' falegnami e d'altri materiali da costruzione; ma da nessuna parte appariva un segno.
Quando però fu cessato il lavoro, il Tanno e gli amici lasciate le officine pochi momenti prima, s'eran soffermati sopra un largo della strada dinanzi all'uscita, perchè uno aveva fatto la proposta d'andare dal console e dal ministro italiano: a un tratto si videro circondati da uno stuolo di operai che li guardava in silenzio; e lo stuolo crebbe in pochi minuti; a mano a mano che gli operai lasciavano le officine, diventò una grande radunata: erano tutti operai italiani. Presto questi presero animo, interrogarono il padrone, il Buondelmonti e gli altri, e si levò un brusìo di voci. A un tratto una voce forte dominò tutte le altre gridando:
— Signori!
E verso il centro della radunata dove stavanoTanno e il Buondelmonti, si avanzò un giovane con una faccia maschia e gioviale e disse:
— Se ci sarà la guerra, i nostri fratelli daranno il loro sangue; noi invece restiamo qui. Ma loro signori facciano una colletta e anche noi non ci rifiuteremo.
Da cento e cento petti si levò un'acclamazione.
Sul momento, in mezzo agli operai tennero una specie di consiglio il padrone delle officine, il Buondelmonti e gli altri, e deliberarono che si sarebbe fatta la colletta per i soldati italiani e che di lì a due giorni il Buondelmonti avrebbe fatto un discorso in pubblico a pagamento.
Subito il Tanno levandosi sulla punta de' piedi, piccoletto com'era, col cuore che gli saltava fuori del petto dall'entusiasmo patriottico, agitò in aria tutte e due le braccia per ottenere silenzio e col suo modo di fare bonariamente solenne bandì la deliberazione a gli operai gridando:
— Brava gente! Il nostro caro e grande connazionale Piero Buondelmonti qui presente parlerà doman l'altro a gli italiani di Rio de Janeiro! Domani subito sarà iniziata la colletta! E i denari che ricaveremo da questa e dalla vendita dei biglietti per il discorso, li manderemo in patria per i soldati che vanno al campo, se ci sarà la guerra. E se voi sottoscriverete ciascunoper una giornata di lavoro, noialtri qui soli, tanto meglio provvisti, dovremo mettere insieme di tasca nostra per lo meno un milione. E lo metteremo! Qualora poi non scoppi ora la guerra, non manderemo i denari subito, ma continueremo la colletta fino a che gli italiani del Brasile non abbiano messo insieme tanto da poter offrire alla patria una corazzata!
Sull'ultima sillaba dal folto proruppe una voce stridula e gridò:
— Non esageriamo! E soprattutto non precipitiamo!
Il Tanno riconobbe la voce del Rummo e gli si scagliò contro furibondamente gridando:
— Credi tu che un milione non sarei capace di darlo anche di mia tasca?
— Io credo che andiamo troppo presto con la solita rettorica patriottica.
— Ah maledetto animale! Guai a te se fai opposizione!
E simile a mastino che fa il salto per agguantar l'orecchia del bove, l'uomo che aveva sulla gota il segno di Menelik balzò e s'avventò al petto del Rummo. Ma incontanente gli fu sopra il Buondelmonti gridando:
— Tanno, che fai?
E cintolo con le sue braccia di ferro lo strappò dal nemico. Ma il Tanno nella stretta si dibattevacome un indemoniato e urlava. Il nobile amor della patria che egli da anni e anni aveva nutrito in fondo al suo petto d'una furiosissima collera, ferito ora gli lanciava sin agli occhi il più feroce e nero sangue del cuore e sulla faccia gli guizzava più rossa del fuoco la cicatrice del pugnale, mentre le sue labbra convulse balbettavano:
— Rettorica patriottica, maledetto animale, serpente velenoso!
Il Buondelmonti prese sotto il braccio il Rummo e si misero in cammino avanti a tutti.
Il Tanno, gli altri e gli operai serrati li seguivano per il viale che portava nel centro della città costeggiando il mare. Il mare tremolava verso l'imboccatura del porto, aureo sotto il cielo rosato. A quei duri uomini ferveva il cuore per la patria lontana.
Ma nel cuore di Giacomo Rummo s'era risvegliata la furia di parte nata fin dagli anni della pubertà. Al solo nome di nazione e di patria prendeva fuoco; odiava la guerra e in Italia era stato uno de' più arrabbiati antimilitaristi, ebbro di lotta di classe. Ora nel petto gli si rimescolavano le invettive dei lontani comizi. Andava muto al braccio del Buondelmonti, a denti stretti, dispettosamente. E non potendo più sostenere la compagnia che aveva accanto, sentivacontro tutti una collera d'odio inveterato, perchè era un uomo d'ostinazione e di passione, non voleva che la guerra avvenisse e soffriva orribilmente al pensiero che potesse avvenire, odiava coloro che aveva accanto, come nemici suoi proprii che gli avessero fatto e gli facessero un gran male, perchè non consideravano la guerra impossibile come lui voleva. Soffriva orribilmente.
A un certo punto il Buondelmonti che lo teneva per il braccio, gli domandò sotto voce:
— Tu verrai in Italia con me?
— No — gli rispose il Rummo seccamente. — Non vengo più.
E si strappò dal braccio di lui.
Allora il Buondelmonti gli disse:
— Vedi, Rummo, se avessi potuto dimenticare quello che hai fatto per me, il contegno del Tanno per le tue parole dinanzi a quella brava gente ti sarebbe parso una carezza di amico a petto al mio. Non conosci il mio sangue. Ma non potrò mai dimenticare. Però da te stesso devi riconoscere, tu che vorresti essere il loro duce, devi riconoscere che hai risposto male a quelli operai che ti avevano dato un esempio così pronto, così spontaneo, di carità di patria.
Disse così e si discostò dal Rummo. Questi gli rispose con una spallata di disprezzo e continuò ad andar avanti solo. Ma i passi dietro le suespalle gli facevano un effetto orribile. Il cuore gli scoppiava dall'odio. Il Rummo avrebbe voluto fuggire, ma per orgoglio non poteva. Sentiva dietro di sè le voci e gli parevano grida ostili d'una folla che l'inseguisse, ma non poteva accelerare il passo per orgoglio.
Sboccarono nella via principale della città e il Rummo si confuse tra' passanti.
Soffriva orribilmente.
Tornò indietro per fuggire la gente e rifece il viale sul mare sino a una via in costa a destra chiamata Donna Luisa dove aveva una stanzetta a un terzo piano. Su per le scale bestemmiò fra sè e sè perchè secondo il solito erano ingombre di stracci e di fogli; alcuni inquilini delle stanzette aperte lungo le scale lo salutarono, ma ei non rispose. Erano camerette misere e in disordine e vi erano giovanotti, studenti, seminudi per la grande afa della sera. Tutta la casa aperta, senza custodia alcuna, pareva abbandonata ai passanti della via. Il Rummo salì fino all'ultimo piano, entrò nella sua cameruccia che pareva un ripostiglio di carta straccia. Da per tutto c'erano libri, aperti, fin per terra, e fogli e giornali, soprattutto giornali a monti e giornali spiegati da per tutto, i giornali che erano per il Rummo ciò che sono per altri le lettere d'amore. E su tutta quella cartapesava un odor fortissimo di fumato e qua e là si vedevano tabacchi e pipe di terra e di legno, il solo vizio di Giacomo Rummo. Questi si sentì le fauci secche, volle bere, ma l'acqua che aveva in camera era troppo calda, l'afa era soffocante, s'alleggerì di vesti e si sedette alla finestra. Faceva ancora giorno.
Giacomo Rummo soffriva orribilmente sforzandosi di rappresentarsi quali potessero essere in quel momento lo stato e le forze del socialismo nelle nazioni che erano sul punto di scendere in campo. Avrebbe potuto il socialismo gettarsi in mezzo a loro? Il Rummo aveva lasciato l'Italia e l'Europa molti anni prima quando il socialismo combatteva strenuamente. Allora il socialismo avrebbe potuto imporre la pace, e il Rummo si ricordava quante e quante volte lui stesso aveva affermato questo nei discorsi di propaganda e nei comizi. Ma ora? Ora aveva presenti tutte le mutazioni fatte negli ultimi anni dal socialismo, sapeva quanto quel vecchio socialismo europeo distasse ormai da quello nuovo del quale egli era divenuto seguace; pure in un resto d'illusione invocava ancora che si mettesse il grande veto alla guerra. E passata l'illusione soffriva orribilmente, soffriva orribilmente come se avesse avute al mondo le cose più care che non aveva, e fosse per perderle. Soffriva orribilmentee si sentiva sbranare il cuore dall'odio contro le patrie, come se queste fossero state sue nemiche, nemiche di lui solo. A un tratto pensò che la guerra non sarebbe scoppiata, perchè non sarebbe scoppiata, perchè tante guerre negli ultimi decennii avevan minacciato l'Europa e s'eran sempre evitate, perchè la civiltà non voleva più le guerre; allora esultò come per una gioia che fosse toccata alla sua vita. Si mosse per la sua stamberghetta, battè le palme sui monti di giornali levando gran polvere, tornò alla finestra e si mise a fumare, a fumare vittoriosamente dinanzi alla fornace della sera tropicale, dinanzi alla città che s'accendeva de' primi lumi. Fumò vittoriosamente sulla faccia delle patrie. Poi a poco a poco il Rummo tornò quello di prima; la sua povera persona stava su in cima a quella stamberghetta di Rio de Janeiro, privata di tutto, e la sua anima con la sua furia di parte e la sua impotenza era perduta lontano lontano dinanzi alla guerra delle nazioni. Ei sentiva una sete che gli arrabbiava la gola. Accostò l'acqua alle labbra. Era intollerabile.
Il Rummo soffriva orribilmente, perchè era un uomo misero e grandioso, poteva far sorridere ed era tragico. Perchè come nessun altro poteva vivere fuori di se stesso in una vita più vasta, nella vita collettiva, con tutti i tormenti che possonomartoriare un cuore d'uomo per se solo. Come nessun altro, aveva una tragica volontà che si estendeva fuori di lui stesso nella vita collettiva, in quella che sola era esistita fin lì per lui, nella lotta delle classi il cui esito non poteva dipendere da lui. Aveva, come nessun altro al mondo, un tragico egoismo sradicato, per così dire, dal cuore di lui medesimo e trapiantato con tutte le sue feroci cupidigie in un cuore più vasto, nella lotta delle classi. Era anch'egli l'individuo tragicamente collettivo.
Quella sera stava seduto alla finestra, il gomito nudo sul davanzale, il pizzo schiacciato nel cavo della mano. Venne a poco a poco la notte, la città si accese tutta, parevano uscir dalle tenebre vampate d'incendio. Il Rummo di tanto in tanto risentiva la sete, si rammentava che l'acqua era troppo calda, con gli occhi dello spirito vedeva tutta la casa senz'acqua, tutto il colle senz'acqua, rivedeva tutta la via lunga che bisognava fare per giungere fino a quel caffè della città bassa dove la sera innanzi aveva bevuto un bicchiere d'acqua fresca con succo d'ananasso. E i suoi occhi continuavano a guardar lontano, carichi di passione. Che vedeva in Italia? Vedeva se stesso negli anni della prima gioventù quando lottava per il proletariato, quando ebbro di lotta di classe infuriava tra le folle clamorosecontro gli armamenti e le guerre nazionali, ostacolo al trionfo del proletariato. E ora per quello stesso egoismo che è più forte in chi più vive di vita collettiva, vedeva se stesso vinto laggiù, vedeva le classi schiacciate dalla guerra delle nazioni e si sentiva schiacciato lui stesso; avrebbe voluto levarsi e agire per le classi; ma non era nemmeno una classe, era un individuo, e nemmeno un individuo perchè lontano, annullato da immenso spazio, era un atomo distante migliaia e migliaia di miglia dalle nazioni dalle quali si sentiva vinto e schiacciato. Gli restava solo l'occhio per fissare, da quella finestra della città straniera, de' punti ostili di là dall'oceano, spasimosamente. La sete arrabbiava il suo patire.
Rivide i suoi nemici della giornata, il Buondelmonti, il Tanno e gli altri, e tutto quello che avevano fatto gli parve che l'avessero fatto contro di lui. Ma ripensando specialmente al Buondelmonti si ricordò delle sue parole, si ricordò anche lui dei giorni e delle notti passate al suo capezzale, si ricordò dell'amicizia che avevano stretta fra loro. E riandando tutto il tempo che l'aveva conosciuto, dal primo incontro nella villa del Berènga sin all'ultimo di quel giorno nelle officine del Tanno, gli parve di scoprire nel Buondelmonti una bontà che in se medesimo nonritrovava. Gli risonavano all'orecchio le sue parole:
— Non potrò mai dimenticare!
E le altre parole le aveva dette con una voce più accorata che dura.
Ripensò a questo il Rummo e il cuore gli si spetrò, un animo gli disse:
— E se il tuo nemico avesse ragione? Se la causa per la quale egli combatte, fosse migliore della tua?
Rivide dentro di sè gli operai per il viale sul mare. Perchè camminavano così raccolti e muti?
Risentì ancora le parole del Buondelmonti.
— Ti hanno dato un esempio di carità di patria!
Che era dunque questa carità di patria? Che era quel piccolo nome lontano lontano che quelli uomini portavano nel loro cuore e per cui eran pronti a dare il sudor della loro fronte? Che era? E il Rummo ricominciò a pensare al passato e si sforzava di ricordarsi. Si sforzava di riafferrare le memorie della sua infanzia e della sua prima giovinezza trascorse in Italia per varie città e varie regioni. Egli era nato in una città della Sardegna dove suo padre aveva avuto la sua prima residenza nelle prefetture, e il Rummo ora si sforzava di riafferrare il ricordo de' luoghi e di tornare a raffigurarseli in mente. Ma non poteva.Perchè? Non poteva, non poteva quella sera stando a quella finestra di quella catapecchia di Rio de Janeiro, non poteva, per quanto si sforzasse, raffigurarsi in mente que' luoghi di Sardegna dov'egli era nato e dove aveva vissuto fino a otto anni. Perchè, perchè? E poi s'accorse che non era mai tornato a raffigurarseli, anzi che non ci aveva ripensato mai. Il cuore gli fece male orribilmente. Dopo, il padre era passato a Livorno, e il Rummo si sforzava di ricordarsi la città sul mare, ma non poteva. Perchè, perchè? Non ci aveva ripensato mai. Non aveva sentito mai il bisogno di riandare col pensiero là dov'era nato, dov'aveva vissuto col padre e con la madre. Dopo, il padre era passato a Genova e poi a Bologna e poi in altre città, e il Rummo per conto suo, già grande, aveva viaggiato per tante altre città e paesi d'Italia, e ora rivedeva, rivedeva, rivedeva tutto, luoghi, strade, edifizi, persone, col suo occhio spasimoso, da quella finestra di Rio attraverso tanta notte; ma anche si ricordava che per tanti e tanti anni di lontananza non aveva ricordato mai, non aveva mai sentito il bisogno di ricordare, come se per quelle città e per quei paesi, come se per tutta l'Italia egli fosse passato da straniero, muto di cuore e di lingua. E il cuore gli fece male orribilmente, sempre più male, sempre più male. Finchèsi ricordò della contentezza che aveva provata pochi giorni prima dopo aver presa la decisione di partire col Buondelmonti. Per quale motivo? Non lo aveva saputo, ma ora lo sapeva. Era la contentezza di tornare in patria.
E allora per la prima volta, con un suono che non aveva sentito mai, si sentì risonare anche nel suo cuore quel piccolo nome lontano lontano, Italia, Italia, e con un desiderio che lo fece morire, per la prima volta da che era nel volontario esilio, pensò all'Italia. L'amore che non era mai nato nel suo cuore, non durante l'infanzia, non durante la gioventù, non da vicino, non da lontano, nacque allora e fu come se la patria medesima gli fosse venuta incontro con quanto essa aveva di più dolce, di più bello e di più grande, col suo nome, con un riso del suo cielo, con un segno di fraternità impresso sul volto della sua gente, con la sua gloria, perchè soltanto quella notte e così di lontano il Rummo vide per la prima volta il cielo ridente della patria, sentì la dolcezza che è nel suo nome, sentì circolarsi per le vene un'indefinibile fierezza d'esserle figlio, si ricordò di Roma dov'era stato dalla sua provincia, disse fra sè e sè qualche verso di Dante. E pianse per i versi di Dante, pianse per il ricordo di Roma, pianse pianse dolcissimamente e amarissimamente per il piccolo nomelontano al quale come allora non aveva pensato mai. Pianse pianse pianse per la città dov'era nato, e per tante e tante altre città dove aveva vissuto, e per tante e tante cose e tante persone che ora a un tratto gli apparivano care; pianse come se avesse ancora il padre, la madre e tanti fratelli e dopo anni e anni di inimicizia avesse fatto pace con loro.
Risentì nella sua amarezza le parole del Buondelmonti.
— Hai risposto male a quelli operai!
Risentì questo e n'ebbe rimorso. Sentì nell'amarezza del suo pianto il rimorso di non aver amato prima ciò per cui allora piangeva, e si ripassò in mente tutta la sua vita acre e dura. Non aveva lottato e sofferto? Ed aveva egli lottato e sofferto per sè o per gli altri? Non aveva lottato e sofferto soltanto per gli altri, per gli operai appunto, per tutti i lavoratori? E che cosa aveva chiesto per sè all'infuori del lottare e del soffrire, all'infuori del martirio che li supera tutti, all'infuori dell'odiare? Odiare, odiare, odiare! Un animo gli disse: — Tu ti sei messo l'odio nel cuore come se ti fossi messo un serpente nel seno e con questo ti sei dato a lottare per i lavoratori. Tu lottavi e l'odio ti straziava il cuore. Perchè hai il rimorso di non aver amato tu che hai odiato tanto non per te ma per glialtri? Hai chiesto forse una casa migliore, un cibo migliore, hai chiesto l'amore d'una donna? Tu non hai chiesto nulla ed hai lottato, odiato, sofferto tanto per i lavoratori: perchè hai rimorso? — Egli voleva giustificare la sua vita. Ma un altro animo gli ricordava che un giorno aveva affermato: — Non esiste la patria, esistono i lavoratori di tutto il mondo! — Gli riapparivano i lavoratori quali li aveva visti poche ore prima pel viale sul mare, pensosi della patria lontana, e la sua amarezza aumentava, perchè quei medesimi uomini gli dicevano: — Noi abbiamo un sentimento che mettiamo al di sopra di noi stessi e tu l'hai negato! — Per tutta la notte la patria gli fu vicina al cuore e gli diceva:
— Perchè m'hai negata? Perchè hai agito contro di me?
Spuntò l'alba, egli stava ancora alla finestra, la voce della patria continuava a rimproverarlo.
Ma nella giornata il vecchio uomo riprese il sopravvento. Di prima mattina corse a comprare i giornali. Le notizie erano immutate, nè più nè meno gravi. Il Rummo continuava ad avere avversione per gli stessi fatti e gli stessi uomini d'una volta: continuava a non volere che fosse possibile una guerra in Europa in genere e unaguerra dell'Italia in ispecie. In mattinata rivide il Tanno e il Buondelmonti; con un'ostinazione che in lui stesso aveva dello straordinario, li cercò per osteggiarli, per impedire ciò che avrebbero fatto, e il Buondelmonti non era più per lui l'amico, ma era ritornato il nazionalista. Quando il Buondelmonti, il Tanno e gli altri trattarono di mandare un telegramma a San Paolo per promuovere anche lì la colletta, il Rummo osteggiò quella decisione e cercò d'impedirla sostenendo che quei di San Paolo non avrebbero visto bene che altri li incitasse a fare il loro dovere. E quando si trattò di mandar telegrammi in Italia esprimenti la devozione delle colonie del Brasile verso la madre patria nell'ora grave, egli si levò su con gli occhi fuori dell'orbita a gridare ciò che nel suo furore, non avendo più la percezione delle proporzioni fra cause ed effetti, realmente credeva, a gridare che si volevano così gettar legna sul fuoco, precipitare gli avvenimenti, che si voleva insomma la guerra. Di fuoco sotto il negror della barba guizzava il segno di Menelik sulla faccia al Tanno, ma il Buondelmonti aveva giurato di non dimenticar mai ciò che il Rummo aveva fatto per lui, e con gli occhi imperiosi frenava l'assalto del Tanno.
Si fecero varie proposte di telegrammi e il Rummo ancora disperatamente ostinato si levòsu a sostenere che bisognava aggiungere un augurio come manifestazione del desiderio delle colonie: l'augurio che si potesse scongiurare la guerra nemica della civiltà e del progresso de' popoli. Allora il Buondelmonti scattò in piedi e con voce terribile gridò:
— Perdio, Rummo! Vuoi che dimentichi tutto?
— Fallo! — gridò il Rummo e cieco d'ostinazione e di furore si lanciò dal suo posto per tenergli testa. E il Buondelmonti contro a lui e il Tanno come un mastino. Ma a un tratto il Buondelmonti afferrò il Tanno per le spalle e facendo una ferocissima violenza a se stesso disse:
— No! Non debbo dimenticare!
E tornò al suo posto.
Dopo mezzogiorno, presenti il console e il ministro d'Italia, ci fu adunanza dei notabili della colonia per stabilire il luogo, il prezzo, il modo di distribuire i biglietti la sera dopo per il discorso del Buondelmonti. E anche il Rummo, ormai preso da malefico fascino, non potè far di meno di assistere all'adunanza, ma non fiatò più. Soltanto, dall'angolo dove s'era messo a sedere fissava il Buondelmonti odiandolo come non aveva mai odiato nessuno in vita sua, odiandolo specialmente quando ei parlava. Non poteva tollerarne la voce, nè soprattutto quell'ardore di febbre che aveva negli occhi sotto l'ombra dellachioma, perchè gli pareva che dentro di sè esultasse per la speranza della guerra. Il Buondelmonti accennò l'argomento del suo discorso e mentr'ei parlava, pareva al Rummo per via del suo accecamento d'odio e di furore, gli pareva di sentirlo bandir lui stesso la guerra gloriandosene. Il console, il ministro, tutti i notabili pendevano dalle sue labbra, ed egli, il Rummo, dall'angolo lo fissava, l'uccideva con gli occhi appassionati d'odio, perchè era il nemico, l'antagonista, colui che voleva e faceva il contrario e vinceva e si glorificava. Vedeva il Buondelmonti come dentro una fiamma e non poteva levargli gli occhi di dosso, affascinato dall'odio. Il Buondelmonti era le stesse nazioni che schiacciavano lui. Finchè non ne potè più; lasciò la sala, si precipitò all'ufficio del telegrafo, telegrafò agli amici di San Paolo, socialisti ed anarchici, di essere a Rio per la sera dopo perchè bisognava contrapporre una loro affermazione al discorso del Buondelmonti. E poi trasportato dal cattivo genio che aveva preso possesso di lui, corse dal presidente dell'«Operaio Italiano» che da molti anni per motivi di rivalità era irreconciliabile nemico del Tanno, e lo trasse a sè. Trasse a sè altri soci dell'«Operaio Italiano» di cui egli stesso era segretario, dalla sera alla notte e per tutta la notte e tutto il giorno dopo, correndo senzariposarsi mai, ricercò tutte le inimicizie che formicolavano nella colonia e trasse a sè nemici del Berènga e altri di altri e del console e del ministro. Disse che il discorso del Buondelmonti era la manifestazione del mondo ufficiale italiano, dell'autorità e delle alte classi, e che bisognava contrapporgli qualcosa di popolare e di libero. Scese nei bassifondi della colonia, accostò operai sul lavoro per le strade, stuoli d'emigranti sbarcati di fresco e girovaghi ancora senza lavoro, e parlò loro come ai tempi in cui ebbro della lotta di classe, faceva la propaganda in Italia per le città e per le campagne nei recinti notturni e sotto la sferza del sole. Parlò contro i governi che tradiscono la causa del proletariato, contro il militarismo, contro la guerra. Come una colluvie che a un tratto rigurgita, le frasi, le perorazioni, le invettive di cento lontani comizi, uscirono dalle sue labbra per una notte e per un giorno senza sosta. Suscitò, o risuscitò in petti sconosciuti, in un quarto d'ora, la furia della lotta di classe, l'antimilitarismo, il socialismo. La sera, poche ore prima del discorso, giunsero alcuni amici di San Paolo e all'ora debita più di cento partigiani del Rummo movevano alla volta del teatro dove stava per parlare il Buondelmonti. Il Rummo aveva deciso di prender la parola.
Quando giunse al teatro trovò sulla porta gran folla ed essendosi già risapute le intenzioni sue e de' suoi, al suo primo apparir nell'atrio si levarono da più parti rumori ostili. Ma egli non badandovi, trasportato dalla sua furia si difilò verso il palcoscenico dove tra le quinte già stava con gli amici il Buondelmonti il quale visto il Rummo, non salutato, non lo salutò sulle prime; poi accennato agli amici di non muoversi e discostatosi da loro fece alcuni passi verso il Rummo con l'intenzione di parlargli ancora amichevolmente e di pregarlo di non suscitare scandali in quell'ora grave e solenne, per carità di patria. Ma il Rummo drizzando contro di lui la faccia lo fermò con lo sguardo del nemico che non ammette nè conciliazione nè patti. E il Buondelmonti allora gli disse:
— Sta bene. Sappi però che qui parlo io soltanto, e chiunque disturberà, sarà messo alla porta.
— Fa' il debito tuo!
Rispose il Rummo e prese il suo posto tra le quinte, mentre gli amici del Buondelmonti dalla parte opposta gli mettevano gli occhi addosso per guardarlo a vista.
Poco dopo, il Buondelmonti si presentò sul palcoscenico per parlare e mille e mille persone si levarono in piedi prorompendo in applausi e gridando:
— Evviva l'Italia!
Sullo stesso palcoscenico italiani e alcuni giornalisti brasiliani dal banco della stampa gridavano:
— Evviva l'Italia!
Quirino Honorio do Amaral alla testa de' giornalisti, in piedi sopra una sedia, indemoniato d'entusiasmo gridava;
— Evviva l'Italia!
Giacomo Rummo dall'ombra delle quinte fissando con gli occhi che non gli battevano nè vedevano più, aspettava il suo momento.
Il Buondelmonti incominciò a parlare sul culto degli eroi nazionali nell'età moderna, su Dante, su la lampada votiva che alcune città italiane avevano accesa dinanzi alla sua tomba, sulla magnanima Trieste che era una di quelle città, con altre sorelle dell'Istria e della Dalmazia, figlie dell'Aquila romana e del Leon di San Marco. Alto, giovane, potente, senz'un gesto in mezzo al palcoscenico il Buondelmonti parlava e il pensiero già era balzato dalla sua fronte, quando ancora la parola non era uscita dalle sue labbra. Sul capo il volume della sua chioma gli stava come un casco tirato in avanti e sotto, tutt'il volto gli ardeva. Ma di tanto in tanto la sua voce s'indeboliva ed egli sentiva un po' di dolore al petto, perchè la cicatrice della sua feritaera ancor fresca. Al tempo stesso un'animazione di gioia, più forte d'ogni gioia e d'ogni animazione, ei sentiva dentro di sè, perchè tutti i suoi animi erano in gran moto e uno gli diceva: — Questo dolore ti ricorda il tuo rimorso! — E un altro: — Ma tu ora fai un'opera di riparazione! — Un altro gli ricordava la guerra con parole ardenti. Tutti questi animi gli parlavano insieme, egli non ne distingueva alcuno, ma da tutti levato in una indicibile gioia, non parlava più, sibbene la sua eloquenza era prima per lui medesimo che per gli altri più inebriante d'un canto trionfale. Solo, di tanto in tanto sentiva un po' di dolore al petto dov'era stato ferito per il suo amore; ma il giovane che amava ora la patria più d'ogni altra cosa al mondo, vinceva con la sua gioia il suo dolore.
A un certo punto apparve fuor delle quinte il Rummo con una faccia terribile e dalla sala si levaron subito qua e là mormorii, perchè era questo il segnale per i partigiani di muovere il tumulto. E già i mormorii s'eran fatti più forti, già si levavano voci di protesta, già stava per scoppiare il tumulto e il Rummo già s'avanzava dal fondo del palcoscenico alzando la mano per prender la parola, quand'ecco incontanente sul banco de' giornalisti brasiliani si vide una trepidazione,un foglio passò di mano in mano, Quirino lo ghermì a volo, mandò un grido, si precipitò verso il Buondelmonti. Questi pure, gettati appena gli occhi sul telegramma, mandò un grido e un attimo dopo nel più profondo silenzio di tutto il teatro annunziò:
— La patria è in guerra!
Un urlo non umano uscì da mille e mille petti. Subito fu un silenzio di morte. In mezzo al palcoscenico stava il Rummo, poco discosto dal Buondelmonti, solo. Aveva una faccia terribile, ma stava immoto. Di nuovo il Buondelmonti accennò di voler parlare e fu fatto silenzio.
Ma prima che egli aprisse bocca, un dolore, acutissimo ora, lo morse al punto della ferita. L'immensa anima nazionale con tutti i torrenti delle generazioni s'era precipitata nel suo petto, sforzava le pareti del suo petto. Quando incontanente una gran voce dentro di lui gli gridò:
— Tu puoi creare un segno di ciò che dovrà fare l'Italia per la sua salute! Tu puoi trasformare cento, dieci di questi emigranti in combattenti!
Esultò il Buondelmonti, vittorioso alla fine, e ripreso a parlare aggiunse altre notizie del telegramma e raccontò che in Italia il figliuolo di Garibaldi raccoglieva volontarii, che innumerevole gioventù accorreva a lui, che d'ogni partedel mondo tornavano italiani in patria a prender le armi. Così disse e gridò:
— Chi di voi partirà con me?
Da tutte le parti del teatro si levarono voci:
— Io, io!
E gesticolavano verso il Buondelmonti offrendo ciascuno la sua vita alla patria.
Il Buondelmonti accennò di voler parlare ancora e di nuovo fu fatto silenzio. Ma questi non aveva ricominciato a parlare, quando un urlo non umano s'udì alle sue spalle:
— Evviva la patria!
E il Rummo si lanciò avanti dibattendosi come preso da convulsioni e da follìa. Urlò ancora:
— Evviva la patria! Evviva la patria!
E piombò a terra come morto, atterrato dall'invisibile nemico, la patria trionfante.
Accorse verso di lui il Buondelmonti a braccia aperte.