VIII.Piero uscì di pericolo soltanto dopo aver passato molti giorni tra la vita e la morte e lungamente dovè tener ancora il letto prima d'entrare in convalescenza. Intorno al suo capezzale nell'albergo vegliaron sempre gli amici italiani, Giorgio Tanno, il Berènga, Pasquale e Diego Mùrola e più di tutti il socialista Giacomo Rummo. Questi, al primo annunzio dell'accaduto, era stato preso di subita pietà per il Buondelmonti, era accorso e non aveva più, si può dire, lasciato l'albergo. La tragedia d'amore e di sangue aveva levato gran rumore e profondamente commossi gli animi nella città; le fantasie e i giornali s'eran per giorni e giorni disfrenati sul terribile romanzo degli amanti italiani, incominciato, dicevano, sull'oceano e terminato in America dalla morte. Gran gente aveva seguito i funerali di Giovanna e molte delicate e appassionate brasiliane, di quelle che l'avevano conosciuta quand'era viva e sì bella,e altre che avevan sentito parlar di lei soltanto dopo che era morta, avevan mandato cumuli di fiori per la sua salma. E tutti i giorni giungevan fiori all'albergo per Piero Buondelmonti; innumerevoli persone, ignoti della colonia italiana e i più ragguardevoli cittadini di Rio de Janeiro, letterati, artisti, uomini pubblici, venivano per notizie e far visita. Chi li accoglieva nel salotto attiguo alla camera dove Piero giaceva, era di solito Giacomo Rummo, e lo stesso prendeva i fiori e ne adornava le stanze. Perchè quell'uomo politico in esilio, aveva nel fondo del cuore un bisogno d'affetti non mai soddisfatto. Egli s'era volto al socialismo sin dai banchi della scuola quand'aveva quattordici anni, forse per una istintiva reazione contro la propria famiglia, perchè egli era figliuolo d'un prefetto del regno d'Italia; a diciassett'anni era già un socialista militante, e furiosamente militante, nei circoli e nei comizi; dai diciotto ai venticinque anni aveva perduto il padre e la madre ed era rimasto solo al mondo e con appena di che vivere; verso i trent'anni poi s'era innamorato senz'essere corrisposto e avrebbe sofferto molto di quell'amore, se non fosse stato portato via dalle furie del partito. Il ricordo di quell'amore era rimasto dentro di lui lontano lontano, come in una parte del suo essere dove il suo pensieroscendeva solo di rado e alla sfuggita. Giacomo Rummo aveva varcati i trent'anni solo, senza compagnia di donna, ridotto a puro uomo politico e socialista militante, uomo di caffè e di circolo, di comizio e di strada. Ma talvolta in fondo alla sua acrimonia sentiva qualcosa di più amaro della sua acrimonia stessa ed era una pena di rimpianto per ciò che non aveva mai posseduto. Giacomo Rummo era un propagandista socialista ed anche uno scrittore, uno scrittore altrettanto rozzo quanto sostanzioso, ingombro di neologismi sgradevoli; ma amava e coltivava la musica. La musica era per lui tutto ciò che il mondo non gli aveva dato, nè egli aveva voluto. Ed ora al capezzale dell'uomo che una volta egli aveva respinto come amico, Giacomo Rummo incominciò a provare quello che gli ispirava la musica, quando dopo aver una sera ascoltata un'opera, andava nei giorni seguenti ripensandoci e riaccennandosela fra sè e sè e dentro nel cuore si sentiva nascere tanta dolcezza e tanta delicatezza. Così s'ingentiliva ora facendo l'infermiere. Nessuno sapeva disporre i fiori meglio di lui, nè ricevere i visitatori, e nessuno metteva più riguardo nel parlar sotto voce e camminare sulla punta de' piedi; nessuno prendeva gli ordini da' medici con più diligenza. Così s'affezionò al Buondelmonti più che a un fratello e gli altri amicisi meravigliavano del suo mutamento. Conoscevano il suo gesto rotto e la sua voce stridula di propagandista, la faccia senza riso, dalle labbra secche e taglienti, dalla barbetta rigida e puntuta come un cono metallico, ed ora lo vedevano passar da una stanza all'altra senza levar un alito di rumore, così assorto nel suo ufficio amoroso che pareva contento; e poi lo vedevano inchinarsi sul volto del giacente e studiarne il respiro trattenendo il suo respiro.Il giorno che Piero potè aprire gli occhi ed esprimere un sentimento, nel vedere accanto al letto fra gli altri amici il Rummo gli si illuminò il viso di meraviglia e di gioia e la sua mano dissanguata fece l'atto di cercare quella di lui. Il Rummo appoggiò leggermente la palma sulla mano di Piero e gli sorrise. Qualche giorno dopo, Piero rimase solo con uno dei fratelli Mùrola e sforzandosi di parlare gli domandò del Rummo, e il Mùrola gli raccontò che era stato uno dei primi ad accorrere ed era uno dei più assidui e bravi nell'assisterlo, che l'aveva vegliato anche tre notti di seguito e spesso aveva l'aria di voler escludere di camera tutti gli altri per restarvi soltanto lui. Piero con la testa resupina sui guanciali, cereo nell'ombra della sua chioma castagna, sorrideva come uno che è consolato.Quando poi tornò padrone della sua vita, Piero stava con tutti volentieri e a tutti era grato delle cure che avevano avuto ed avevano per lui, ma provava una contentezza speciale quando il Rummo restava solo in sua compagnia. Allora questi leggeva qualche libro o i giornali e se leggendo s'imbatteva in un passo che altrove gli avrebbe strappato dall'anima il grido della protesta socialista, sorvolava o cercava con un'osservazione di mettere in luce qualcosa che in proposito ci poteva essere di concorde nelle loro dottrine che erano così in disaccordo. Ei si ricordava di quando torceva il viso dallo scrittore arrivato d'Italia, come aveva fatto al pranzo del Berènga, all'«Operaio Italiano», altrove, e di quando aveva cessato di salutarlo per ostinata acrimonia di parte incontrandolo per la via. Si ricordava ed il suo cuore diventava più delicato verso il suo nuovo amico.Giacomo Rummo e gli altri, quando Piero fu entrato in convalescenza e incominciò a essere in grado di lasciar l'albergo, si concertarono per trovargli una villa sui colli di Rio de Janeiro dove quegli potesse andar a rimettersi in forze prima di riprendere il mare per tornar in patria. Si radunarono una sera in casa del Berènga e discussero a lungo. Il Berènga avrebbe offerta volentierila sua stessa villa di Santa Teresa, ma non si poteva condurre Piero su quel colle dove aveva abitato Giovanna. Si decisero finalmente per la Tijuca ricca d'ombre e di sole, elegante e selvaggia, a giusta distanza dalla città.Il giorno dopo lo stesso Berènga, uomo dell'arte, e Giacomo Rummo vollero andare a scegliere la villa e trovatala come la volevano, semplice e tutta cinta di fiori e all'ombra d'una foresta, di lì a poche sere vi ritornarono con gli altri e con Quirino Honorio do Amaral e ne adornarono di fiori le stanze, facendo questo non soltanto per amicizia verso Piero, ma anche per devozione verso la patria, perchè Piero era l'ultimo compaesano giunto di laggiù. La mattina dopo, tutti quanti insieme in automobile lo condussero alla Tijuca.Erano tre mesi e mezzo dalla catastrofe e dalla morte di Giovanna quando Piero lasciò l'albergo. Più che ei non si sedesse lo avevano adagiato nell'automobile e avevan preso posto accanto a lui Pasquale Mùrola, Quirino e Giacomo Rummo, mentre in un altro automobile salivano il Tanno e Diego Mùrola, senza Lorenzo Berènga che aveva quella mattina molte faccende in città e aveva promesso che avrebbe raggiunto la comitiva alla villa nelle ore pomeridiane. Non avevano ancora detto a Piero che Giovanna era morta.Ne' primi momenti, appena, riavutosi, quand'aveva ancora il proiettile nel petto, Piero aveva subito dimandato di Giovanna e qualcuno gli aveva detto che era gravemente ferita, come lui ma non uccisa. I primi giorni Piero sempre aveva dimandato di Giovanna e sempre gli era stata detta la stessa cosa. E quando Piero era uscito di pericolo, gli era stato detto che anche Giovanna aveva fatto altrettanto, perchè ognuno ormai aveva temuto che la vita di lui sarebbe stata di nuovo messa in forse se lo avessero disingannato. Sicchè lo stato di Giovanna era passato per le stesse fasi dello stato di Piero. Dopo essersi a lungo consigliati insieme que' delicati animi d'amici avevano deciso che gli avrebbero dato il colpo sol quando ei sarebbe il più possibile tornato in forze; erano d'intesa il Rummo, i Mùrola, il Tanno, il Berènga, Quirino Honorio do Amaral e tutti gli altri che venivano ammessi nella camera di Piero, compresi i servitori dell'albergo, e ciascuno per conto suo sapeva di dover mentire fino al giorno che a tutti fosse sembrato opportuno di dir la verità. Perciò quando stavano in più intorno al suo letto, o soli, il Rummo, Giorgio Tanno e gli altri, ciascuno sapeva che cosa rispondere di preciso alle sue domande e come eludere le sue investigazioni: Giovanna si trovava sempre press'a poco nellemedesime condizioni di Piero, anch'essa in un albergo della città, anch'essa avviata verso la guarigione. Ma una sera Piero era rimasto solo col Rummo. Da molti giorni non aveva domandato di Giovanna. A un tratto fissandolo dal suo guanciale pregò il Rummo di portargli i giornali di quei giorni in cui era successa la catastrofe, e il Rummo sostenendone lo sguardo, gli promise che li avrebbe cercati e glie li avrebbe portati. Passarono alcuni giorni, Piero chiese di nuovo i giornali al Rummo e questi gli rispose che non aveva avuto tempo di cercarli. A un tratto Piero fissandolo gli disse:— È morta, vero?La sua faccia era sì stravolta che il Rummo spaventandosene protestò prima che nessuno aveva mai mentito e poi per rincalzar la menzogna con un'altra menzogna aggiunse:— C'è una sola novità: Giovanna è ripartita per l'Europa.Il Rummo senz'accorgersene nel forzar la voce aveva ritrovato un po' l'accento dell'acre violenza del propagandista. Piero si tacque. Poi lo stesso giorno, essendo rimasto solo or con questo or con quell'amico, a tutti domandò di Giovanna e tutti gli risposero la stessa cosa, che era ripartita per l'Europa. Allora Piero non domandò più ne di Giovanna nè dei giornali. E intantoil suo povero corpo recuperava le forze e la salute, perchè la gioventù e l'istinto di conservazione potevano più d'ogni altra cosa.La mattina che fu condotto dagli amici alla Tijuca Piero aveva dentro di sè un dolore e una gioia. Il suo corpo e la sua anima gioivano della luce, dell'aria e della libertà che tornavano a godere, ma il pensiero di Giovanna gli dava dolore. La sua anima era come un'orchestra quando due motivi s'uniscono e non si distinguono più l'uno dall'altro: così egli non distingueva più la sua gioia dal suo dolore, ma sentiva la contentezza di tornare a vivere, con una pena in fondo al cuore, e di tanto in tanto questa pena si smarriva in quella contentezza. Il suo dolore in quei momenti non nasceva dal pensare che Giovanna fosse morta, ma nasceva dal vedere che mentre gli stavano intorno tanti amici, essa sola da lui più di ogni altra persona amata era assente. Egli girava intorno gli occhi come uno che fosse risorto e talvolta sulle sue labbra spuntava un sorriso, tal'altra i suoi occhi pareva che si velassero di lacrime. E gli amici lo guardavano e gli sorridevano, ma il pensiero di Giovanna era anche in loro, e già sentivano pietà del colpo che qualcuno quanto prima avrebbedovuto dare a lui che allora allora tornava a vivere. Tutti ma sopratutto Quirino, presero a mostrargli la bellezza dei luoghi per cui passavano. Il giovane brasiliano pareva aver perduto l'impeto e l'entusiasmo d'una volta e aveva nei grandi occhi e nella voce una malinconia che meglio d'ogni altra cosa, meglio degli stessi occhi insistenti di Giacomo Rummo, sapeva parlare alla gioia e al dolore di Piero. Attraversarono strade lunghe lunghe e strette, d'ambo i lati folte di giardini e di selve dentro cui stavano villette come sommerse. Quirino mostrava quanto erano leggiadre e leggiere quelle villette secondo il clima, mostrava il cupo verde della esuberante vegetazione tropicale e diceva il nome di certi alberi che dai giardini e dalle selve gittavano grandi rami sopra la strada carichi di fiori gialli come oro e azzurri come il mare e rossi come il fuoco e il sangue. E poi giunsero dinanzi a un vasto edifizio sotto immani rocce nude e biancastre e Quirino disse che era il Collegio Militare, e poi presero a salire e di tanto in tanto attraverso i sentieri della foresta scoprivano lontano lontano un occhio di mare. E Quirino parlava del mare, delle foreste e delle rocce, e Piero lo guardava fisso fisso come se a sentirlo parlare gli spuntasse un pensiero nella mente. Gli amici lo osservavano trepidando perchè i suoiocchi nel fissare il giovane brasiliano diventavano sempre più ploranti. Qualcuno gli domandò per distrarlo se fosse mai stato in quei luoghi. Piero rispose:— Mai.E aggiunse:— Sono nuovi due volte.E parve che dai suoi occhi fosser vicine a sgorgar le lacrime. Gli amici si guardarono di nascosto e rimasero un momento zitti comprendendo il suo dolore e ripensando che quanto prima dovevan dare a quel dolore il colpo. Qualcuno poi per distrarlo gli domandò:— Perchè nuovi due volte questi luoghi per te?— Perchè — rispose Piero — non ci sono stato mai e perchè anche ciò che si rivede, dopo una lunga malattia par nuovo come tutto ciò che ci appare per la prima volta nell'infanzia.Piero sentiva nel suo povero corpo e nella sua povera anima la gioia di questa novità d'infanzia e di resurrezione nei luoghi nuovi, e più così sentiva il doloroso desiderio di Giovanna che era assente. Prestando orecchio a Quirino che mostrava la bellezza dei luoghi per cui passavano, Piero pensava a Giovanna, pensava ad altri luoghi che egli stesso aveva visti con Giovanna, ad altri luoghi che egli stesso aveva mostrato a Giovanna, e pensava quanta gioia avrebbero avutotutti e due ora, se essa non fosse stata assente. Ma ora a mano a mano che salivano, il dolore s'impossessava sempre più di lui e gli pareva che Giovanna fosse morta; tanto che aveva paura che qualcuno glielo dicesse.Guardava il Rummo e avrebbe voluto domandargli:— È vero che hai sempre mentito? È vero che Giovanna è morta?Guardava Quirino e vedeva quanto appariva mutato da quello d'una volta; pensava che così fosse, nel suo ingenuo attaccamento, per pietà del suo dolore, del dolore che gli altri ancora gli tenevano nascosto, e sentiva per lui tanta tenerezza di gratitudine. Avrebbe voluto domandargli:— Tu sai, vero, che Giovanna è morta?Tutti sapevano. Erano lì accanto a lui, in un attimo quelli amici avrebbero potuto rivelargli la verità. Ei li guardava, or questo or quello, vedeva che sapevano la verità, gli pareva di vederla dentro di loro. Più volte la domanda gli giunse fino alle labbra, ma aveva paura che gli dicessero che Giovanna era morta.E anche nella villa non l'abbandonò per tutta la giornata questa paura.La sera finalmente, colto un momento in cui si trovava solo col Berènga, gli disse sottovocee come se continuasse un discorso interrotto poco prima:— È morta, vero?Il Berènga lo circondò con un braccio e due volte se lo strinse al petto; poi disse:— Ebbene, figliuolo, sii uomo! Dio ha voluto che fosse così. Accetta la sua volontà e ti sentirai consolato.Piero incominciò a piangere in silenzio, e appena gli amici s'accorsero che il Berènga aveva parlato, tornarono di nuovo verso Piero per consolarlo, ma il Berènga li tenne indietro con un gesto imperioso e tutti rimasero in piedi intorno a Piero che continuava a piangere a piangere a lagrime colanti e senza singhiozzi, come se il nodo del suo pianto si fosse sciolto da tanto tempo. Il Berènga gli stava più vicino e con la mano ancora in aria continuava a tener gli altri discosto dicendo:— Lasciamolo piangere, lasciamolo piangere.E a capo basso stava a vederlo piangere. Gli altri stavano intorno sottomessi al cenno del Berènga.Quando ad un tratto questi levò la voce e pregò:— Dio Signor nostro, concedi la pace a questo nostro fratello. Concedi la pace anche all'altra anima che comparve dinanzi a te nel modo chetu permettesti. Noi non possiamo sapere, o Signore, ciò che ci aspetta dinanzi al tuo tribunale, e perciò non dobbiamo giudicare gli altri ma dobbiamo aver pietà di quelli che soffrono e pregare per tutti. A questo nostro amico tu hai voluto concedere la guarigione. Egli resterà ancora qualche tempo fra noi e poi tornerà in patria. Assistilo nel viaggio, assistilo quando sarà in patria, e serbagli in conto per la sua salute eterna queste lacrime che versa ora, serbagliele e a lui e all'altra anima più poveretta.Così pregò il Berènga e tutti gli altri nei loro cuori, e quelli che credevano e quelli che non credevano, pregarono con lui per l'amico piangente e per la creatura che giaceva non lontano di lì sepolta nella terra straniera.Qualche giorno dopo, Piero disse al Rummo e a Quirino:— Voglio vedere dov'è sepolta.Tutti e tre colsero dei fiori e andarono dov'era sepolta Giovanna.Per la strada Piero aveva sulla faccia dolorosa un sorriso, perchè gli pareva di andare a rivedere Giovanna. A un certo punto volgendosi a Quirino che appariva sempre abbattuto, gli disse con una dolcezza che mai la sua voce aveva avuta:— Caro, non ti riconosco più. Sei così per me?Quirino rispose ciò che era vero:— Sì.— Eppure qualche mese fa non ci conoscevamo.E così dicendo Piero gli strinse la mano.Poco dopo disse al Rummo:— Giacomo, qualche volta c'imbattiamo in avversarii che si vorrebbero subito per amici e sentiamo che nessuna amicizia ci sarebbe più cara. Per me tu eri di questi prima della mia disgrazia.E si sforzava di sorridere all'uno e all'altro.Quando poi furono dinanzi alla tomba, vi sparsero sopra i fiori e Piero non pianse ma s'inginocchiò e rimase più d'un'ora senza muoversi. Nè per tutto il ritorno aprì mai bocca, perchè stando in ginocchio sulla tomba aveva pregato per l'anima di Giovanna come aveva fatto il Berènga. E tornando sognava di rivedere Giovanna in un'altra vita. Un acutissimo desiderio di rivedere Giovanna lo pungeva e sognava di poterlo appagare, sebbene da tant'anni avesse perduta la fede ereditata da' padri e da' padri de' padri con la carne e col sangue.
Piero uscì di pericolo soltanto dopo aver passato molti giorni tra la vita e la morte e lungamente dovè tener ancora il letto prima d'entrare in convalescenza. Intorno al suo capezzale nell'albergo vegliaron sempre gli amici italiani, Giorgio Tanno, il Berènga, Pasquale e Diego Mùrola e più di tutti il socialista Giacomo Rummo. Questi, al primo annunzio dell'accaduto, era stato preso di subita pietà per il Buondelmonti, era accorso e non aveva più, si può dire, lasciato l'albergo. La tragedia d'amore e di sangue aveva levato gran rumore e profondamente commossi gli animi nella città; le fantasie e i giornali s'eran per giorni e giorni disfrenati sul terribile romanzo degli amanti italiani, incominciato, dicevano, sull'oceano e terminato in America dalla morte. Gran gente aveva seguito i funerali di Giovanna e molte delicate e appassionate brasiliane, di quelle che l'avevano conosciuta quand'era viva e sì bella,e altre che avevan sentito parlar di lei soltanto dopo che era morta, avevan mandato cumuli di fiori per la sua salma. E tutti i giorni giungevan fiori all'albergo per Piero Buondelmonti; innumerevoli persone, ignoti della colonia italiana e i più ragguardevoli cittadini di Rio de Janeiro, letterati, artisti, uomini pubblici, venivano per notizie e far visita. Chi li accoglieva nel salotto attiguo alla camera dove Piero giaceva, era di solito Giacomo Rummo, e lo stesso prendeva i fiori e ne adornava le stanze. Perchè quell'uomo politico in esilio, aveva nel fondo del cuore un bisogno d'affetti non mai soddisfatto. Egli s'era volto al socialismo sin dai banchi della scuola quand'aveva quattordici anni, forse per una istintiva reazione contro la propria famiglia, perchè egli era figliuolo d'un prefetto del regno d'Italia; a diciassett'anni era già un socialista militante, e furiosamente militante, nei circoli e nei comizi; dai diciotto ai venticinque anni aveva perduto il padre e la madre ed era rimasto solo al mondo e con appena di che vivere; verso i trent'anni poi s'era innamorato senz'essere corrisposto e avrebbe sofferto molto di quell'amore, se non fosse stato portato via dalle furie del partito. Il ricordo di quell'amore era rimasto dentro di lui lontano lontano, come in una parte del suo essere dove il suo pensieroscendeva solo di rado e alla sfuggita. Giacomo Rummo aveva varcati i trent'anni solo, senza compagnia di donna, ridotto a puro uomo politico e socialista militante, uomo di caffè e di circolo, di comizio e di strada. Ma talvolta in fondo alla sua acrimonia sentiva qualcosa di più amaro della sua acrimonia stessa ed era una pena di rimpianto per ciò che non aveva mai posseduto. Giacomo Rummo era un propagandista socialista ed anche uno scrittore, uno scrittore altrettanto rozzo quanto sostanzioso, ingombro di neologismi sgradevoli; ma amava e coltivava la musica. La musica era per lui tutto ciò che il mondo non gli aveva dato, nè egli aveva voluto. Ed ora al capezzale dell'uomo che una volta egli aveva respinto come amico, Giacomo Rummo incominciò a provare quello che gli ispirava la musica, quando dopo aver una sera ascoltata un'opera, andava nei giorni seguenti ripensandoci e riaccennandosela fra sè e sè e dentro nel cuore si sentiva nascere tanta dolcezza e tanta delicatezza. Così s'ingentiliva ora facendo l'infermiere. Nessuno sapeva disporre i fiori meglio di lui, nè ricevere i visitatori, e nessuno metteva più riguardo nel parlar sotto voce e camminare sulla punta de' piedi; nessuno prendeva gli ordini da' medici con più diligenza. Così s'affezionò al Buondelmonti più che a un fratello e gli altri amicisi meravigliavano del suo mutamento. Conoscevano il suo gesto rotto e la sua voce stridula di propagandista, la faccia senza riso, dalle labbra secche e taglienti, dalla barbetta rigida e puntuta come un cono metallico, ed ora lo vedevano passar da una stanza all'altra senza levar un alito di rumore, così assorto nel suo ufficio amoroso che pareva contento; e poi lo vedevano inchinarsi sul volto del giacente e studiarne il respiro trattenendo il suo respiro.
Il giorno che Piero potè aprire gli occhi ed esprimere un sentimento, nel vedere accanto al letto fra gli altri amici il Rummo gli si illuminò il viso di meraviglia e di gioia e la sua mano dissanguata fece l'atto di cercare quella di lui. Il Rummo appoggiò leggermente la palma sulla mano di Piero e gli sorrise. Qualche giorno dopo, Piero rimase solo con uno dei fratelli Mùrola e sforzandosi di parlare gli domandò del Rummo, e il Mùrola gli raccontò che era stato uno dei primi ad accorrere ed era uno dei più assidui e bravi nell'assisterlo, che l'aveva vegliato anche tre notti di seguito e spesso aveva l'aria di voler escludere di camera tutti gli altri per restarvi soltanto lui. Piero con la testa resupina sui guanciali, cereo nell'ombra della sua chioma castagna, sorrideva come uno che è consolato.
Quando poi tornò padrone della sua vita, Piero stava con tutti volentieri e a tutti era grato delle cure che avevano avuto ed avevano per lui, ma provava una contentezza speciale quando il Rummo restava solo in sua compagnia. Allora questi leggeva qualche libro o i giornali e se leggendo s'imbatteva in un passo che altrove gli avrebbe strappato dall'anima il grido della protesta socialista, sorvolava o cercava con un'osservazione di mettere in luce qualcosa che in proposito ci poteva essere di concorde nelle loro dottrine che erano così in disaccordo. Ei si ricordava di quando torceva il viso dallo scrittore arrivato d'Italia, come aveva fatto al pranzo del Berènga, all'«Operaio Italiano», altrove, e di quando aveva cessato di salutarlo per ostinata acrimonia di parte incontrandolo per la via. Si ricordava ed il suo cuore diventava più delicato verso il suo nuovo amico.
Giacomo Rummo e gli altri, quando Piero fu entrato in convalescenza e incominciò a essere in grado di lasciar l'albergo, si concertarono per trovargli una villa sui colli di Rio de Janeiro dove quegli potesse andar a rimettersi in forze prima di riprendere il mare per tornar in patria. Si radunarono una sera in casa del Berènga e discussero a lungo. Il Berènga avrebbe offerta volentierila sua stessa villa di Santa Teresa, ma non si poteva condurre Piero su quel colle dove aveva abitato Giovanna. Si decisero finalmente per la Tijuca ricca d'ombre e di sole, elegante e selvaggia, a giusta distanza dalla città.
Il giorno dopo lo stesso Berènga, uomo dell'arte, e Giacomo Rummo vollero andare a scegliere la villa e trovatala come la volevano, semplice e tutta cinta di fiori e all'ombra d'una foresta, di lì a poche sere vi ritornarono con gli altri e con Quirino Honorio do Amaral e ne adornarono di fiori le stanze, facendo questo non soltanto per amicizia verso Piero, ma anche per devozione verso la patria, perchè Piero era l'ultimo compaesano giunto di laggiù. La mattina dopo, tutti quanti insieme in automobile lo condussero alla Tijuca.
Erano tre mesi e mezzo dalla catastrofe e dalla morte di Giovanna quando Piero lasciò l'albergo. Più che ei non si sedesse lo avevano adagiato nell'automobile e avevan preso posto accanto a lui Pasquale Mùrola, Quirino e Giacomo Rummo, mentre in un altro automobile salivano il Tanno e Diego Mùrola, senza Lorenzo Berènga che aveva quella mattina molte faccende in città e aveva promesso che avrebbe raggiunto la comitiva alla villa nelle ore pomeridiane. Non avevano ancora detto a Piero che Giovanna era morta.Ne' primi momenti, appena, riavutosi, quand'aveva ancora il proiettile nel petto, Piero aveva subito dimandato di Giovanna e qualcuno gli aveva detto che era gravemente ferita, come lui ma non uccisa. I primi giorni Piero sempre aveva dimandato di Giovanna e sempre gli era stata detta la stessa cosa. E quando Piero era uscito di pericolo, gli era stato detto che anche Giovanna aveva fatto altrettanto, perchè ognuno ormai aveva temuto che la vita di lui sarebbe stata di nuovo messa in forse se lo avessero disingannato. Sicchè lo stato di Giovanna era passato per le stesse fasi dello stato di Piero. Dopo essersi a lungo consigliati insieme que' delicati animi d'amici avevano deciso che gli avrebbero dato il colpo sol quando ei sarebbe il più possibile tornato in forze; erano d'intesa il Rummo, i Mùrola, il Tanno, il Berènga, Quirino Honorio do Amaral e tutti gli altri che venivano ammessi nella camera di Piero, compresi i servitori dell'albergo, e ciascuno per conto suo sapeva di dover mentire fino al giorno che a tutti fosse sembrato opportuno di dir la verità. Perciò quando stavano in più intorno al suo letto, o soli, il Rummo, Giorgio Tanno e gli altri, ciascuno sapeva che cosa rispondere di preciso alle sue domande e come eludere le sue investigazioni: Giovanna si trovava sempre press'a poco nellemedesime condizioni di Piero, anch'essa in un albergo della città, anch'essa avviata verso la guarigione. Ma una sera Piero era rimasto solo col Rummo. Da molti giorni non aveva domandato di Giovanna. A un tratto fissandolo dal suo guanciale pregò il Rummo di portargli i giornali di quei giorni in cui era successa la catastrofe, e il Rummo sostenendone lo sguardo, gli promise che li avrebbe cercati e glie li avrebbe portati. Passarono alcuni giorni, Piero chiese di nuovo i giornali al Rummo e questi gli rispose che non aveva avuto tempo di cercarli. A un tratto Piero fissandolo gli disse:
— È morta, vero?
La sua faccia era sì stravolta che il Rummo spaventandosene protestò prima che nessuno aveva mai mentito e poi per rincalzar la menzogna con un'altra menzogna aggiunse:
— C'è una sola novità: Giovanna è ripartita per l'Europa.
Il Rummo senz'accorgersene nel forzar la voce aveva ritrovato un po' l'accento dell'acre violenza del propagandista. Piero si tacque. Poi lo stesso giorno, essendo rimasto solo or con questo or con quell'amico, a tutti domandò di Giovanna e tutti gli risposero la stessa cosa, che era ripartita per l'Europa. Allora Piero non domandò più ne di Giovanna nè dei giornali. E intantoil suo povero corpo recuperava le forze e la salute, perchè la gioventù e l'istinto di conservazione potevano più d'ogni altra cosa.
La mattina che fu condotto dagli amici alla Tijuca Piero aveva dentro di sè un dolore e una gioia. Il suo corpo e la sua anima gioivano della luce, dell'aria e della libertà che tornavano a godere, ma il pensiero di Giovanna gli dava dolore. La sua anima era come un'orchestra quando due motivi s'uniscono e non si distinguono più l'uno dall'altro: così egli non distingueva più la sua gioia dal suo dolore, ma sentiva la contentezza di tornare a vivere, con una pena in fondo al cuore, e di tanto in tanto questa pena si smarriva in quella contentezza. Il suo dolore in quei momenti non nasceva dal pensare che Giovanna fosse morta, ma nasceva dal vedere che mentre gli stavano intorno tanti amici, essa sola da lui più di ogni altra persona amata era assente. Egli girava intorno gli occhi come uno che fosse risorto e talvolta sulle sue labbra spuntava un sorriso, tal'altra i suoi occhi pareva che si velassero di lacrime. E gli amici lo guardavano e gli sorridevano, ma il pensiero di Giovanna era anche in loro, e già sentivano pietà del colpo che qualcuno quanto prima avrebbedovuto dare a lui che allora allora tornava a vivere. Tutti ma sopratutto Quirino, presero a mostrargli la bellezza dei luoghi per cui passavano. Il giovane brasiliano pareva aver perduto l'impeto e l'entusiasmo d'una volta e aveva nei grandi occhi e nella voce una malinconia che meglio d'ogni altra cosa, meglio degli stessi occhi insistenti di Giacomo Rummo, sapeva parlare alla gioia e al dolore di Piero. Attraversarono strade lunghe lunghe e strette, d'ambo i lati folte di giardini e di selve dentro cui stavano villette come sommerse. Quirino mostrava quanto erano leggiadre e leggiere quelle villette secondo il clima, mostrava il cupo verde della esuberante vegetazione tropicale e diceva il nome di certi alberi che dai giardini e dalle selve gittavano grandi rami sopra la strada carichi di fiori gialli come oro e azzurri come il mare e rossi come il fuoco e il sangue. E poi giunsero dinanzi a un vasto edifizio sotto immani rocce nude e biancastre e Quirino disse che era il Collegio Militare, e poi presero a salire e di tanto in tanto attraverso i sentieri della foresta scoprivano lontano lontano un occhio di mare. E Quirino parlava del mare, delle foreste e delle rocce, e Piero lo guardava fisso fisso come se a sentirlo parlare gli spuntasse un pensiero nella mente. Gli amici lo osservavano trepidando perchè i suoiocchi nel fissare il giovane brasiliano diventavano sempre più ploranti. Qualcuno gli domandò per distrarlo se fosse mai stato in quei luoghi. Piero rispose:
— Mai.
E aggiunse:
— Sono nuovi due volte.
E parve che dai suoi occhi fosser vicine a sgorgar le lacrime. Gli amici si guardarono di nascosto e rimasero un momento zitti comprendendo il suo dolore e ripensando che quanto prima dovevan dare a quel dolore il colpo. Qualcuno poi per distrarlo gli domandò:
— Perchè nuovi due volte questi luoghi per te?
— Perchè — rispose Piero — non ci sono stato mai e perchè anche ciò che si rivede, dopo una lunga malattia par nuovo come tutto ciò che ci appare per la prima volta nell'infanzia.
Piero sentiva nel suo povero corpo e nella sua povera anima la gioia di questa novità d'infanzia e di resurrezione nei luoghi nuovi, e più così sentiva il doloroso desiderio di Giovanna che era assente. Prestando orecchio a Quirino che mostrava la bellezza dei luoghi per cui passavano, Piero pensava a Giovanna, pensava ad altri luoghi che egli stesso aveva visti con Giovanna, ad altri luoghi che egli stesso aveva mostrato a Giovanna, e pensava quanta gioia avrebbero avutotutti e due ora, se essa non fosse stata assente. Ma ora a mano a mano che salivano, il dolore s'impossessava sempre più di lui e gli pareva che Giovanna fosse morta; tanto che aveva paura che qualcuno glielo dicesse.
Guardava il Rummo e avrebbe voluto domandargli:
— È vero che hai sempre mentito? È vero che Giovanna è morta?
Guardava Quirino e vedeva quanto appariva mutato da quello d'una volta; pensava che così fosse, nel suo ingenuo attaccamento, per pietà del suo dolore, del dolore che gli altri ancora gli tenevano nascosto, e sentiva per lui tanta tenerezza di gratitudine. Avrebbe voluto domandargli:
— Tu sai, vero, che Giovanna è morta?
Tutti sapevano. Erano lì accanto a lui, in un attimo quelli amici avrebbero potuto rivelargli la verità. Ei li guardava, or questo or quello, vedeva che sapevano la verità, gli pareva di vederla dentro di loro. Più volte la domanda gli giunse fino alle labbra, ma aveva paura che gli dicessero che Giovanna era morta.
E anche nella villa non l'abbandonò per tutta la giornata questa paura.
La sera finalmente, colto un momento in cui si trovava solo col Berènga, gli disse sottovocee come se continuasse un discorso interrotto poco prima:
— È morta, vero?
Il Berènga lo circondò con un braccio e due volte se lo strinse al petto; poi disse:
— Ebbene, figliuolo, sii uomo! Dio ha voluto che fosse così. Accetta la sua volontà e ti sentirai consolato.
Piero incominciò a piangere in silenzio, e appena gli amici s'accorsero che il Berènga aveva parlato, tornarono di nuovo verso Piero per consolarlo, ma il Berènga li tenne indietro con un gesto imperioso e tutti rimasero in piedi intorno a Piero che continuava a piangere a piangere a lagrime colanti e senza singhiozzi, come se il nodo del suo pianto si fosse sciolto da tanto tempo. Il Berènga gli stava più vicino e con la mano ancora in aria continuava a tener gli altri discosto dicendo:
— Lasciamolo piangere, lasciamolo piangere.
E a capo basso stava a vederlo piangere. Gli altri stavano intorno sottomessi al cenno del Berènga.
Quando ad un tratto questi levò la voce e pregò:
— Dio Signor nostro, concedi la pace a questo nostro fratello. Concedi la pace anche all'altra anima che comparve dinanzi a te nel modo chetu permettesti. Noi non possiamo sapere, o Signore, ciò che ci aspetta dinanzi al tuo tribunale, e perciò non dobbiamo giudicare gli altri ma dobbiamo aver pietà di quelli che soffrono e pregare per tutti. A questo nostro amico tu hai voluto concedere la guarigione. Egli resterà ancora qualche tempo fra noi e poi tornerà in patria. Assistilo nel viaggio, assistilo quando sarà in patria, e serbagli in conto per la sua salute eterna queste lacrime che versa ora, serbagliele e a lui e all'altra anima più poveretta.
Così pregò il Berènga e tutti gli altri nei loro cuori, e quelli che credevano e quelli che non credevano, pregarono con lui per l'amico piangente e per la creatura che giaceva non lontano di lì sepolta nella terra straniera.
Qualche giorno dopo, Piero disse al Rummo e a Quirino:
— Voglio vedere dov'è sepolta.
Tutti e tre colsero dei fiori e andarono dov'era sepolta Giovanna.
Per la strada Piero aveva sulla faccia dolorosa un sorriso, perchè gli pareva di andare a rivedere Giovanna. A un certo punto volgendosi a Quirino che appariva sempre abbattuto, gli disse con una dolcezza che mai la sua voce aveva avuta:
— Caro, non ti riconosco più. Sei così per me?
Quirino rispose ciò che era vero:
— Sì.
— Eppure qualche mese fa non ci conoscevamo.
E così dicendo Piero gli strinse la mano.
Poco dopo disse al Rummo:
— Giacomo, qualche volta c'imbattiamo in avversarii che si vorrebbero subito per amici e sentiamo che nessuna amicizia ci sarebbe più cara. Per me tu eri di questi prima della mia disgrazia.
E si sforzava di sorridere all'uno e all'altro.
Quando poi furono dinanzi alla tomba, vi sparsero sopra i fiori e Piero non pianse ma s'inginocchiò e rimase più d'un'ora senza muoversi. Nè per tutto il ritorno aprì mai bocca, perchè stando in ginocchio sulla tomba aveva pregato per l'anima di Giovanna come aveva fatto il Berènga. E tornando sognava di rivedere Giovanna in un'altra vita. Un acutissimo desiderio di rivedere Giovanna lo pungeva e sognava di poterlo appagare, sebbene da tant'anni avesse perduta la fede ereditata da' padri e da' padri de' padri con la carne e col sangue.