XI.Lorenzo Berènga gridò con gran voce:— Tutti coloro che partono, sono invitati per domani sera da me. Riceveranno a casa mia l'addio della colonia e gli augurii per la patria.Anch'egli, quando dalla gran voce del Buondelmonti era stata data la notizia della guerra, anch'egli con tutt'il petto fuori del suo palco aveva mandato un urlo spaventoso in mezzo all'uragano di grida che facevan crollare il teatro. Poi precipitatosi fuori, rompendo la calca e correndo aveva attraversato il teatro, era salito sul palcoscenico e aveva gettato intorno al collo del Buondelmonti le sue grandi braccia. E poi fattosi avanti al proscenio sedò col cenno delle braccia il tumulto delirante e lanciò l'invito per la sera dopo.Dopo di che tornando a Santa Teresa con alcuni amici si mise a parlare d'un suo antico parente che era morto nelle guerre dell'indipendenza italiana, e per tutta la strada non parlòd'altro. Parlava con una gran cordialità e una gran gioia.Ma giunto alla villa si mutò. Licenziati gli amici pranzò solo. Alzatosi da tavola si mise a camminare su e giù per il salotto a grandi passi e sospirando dal profondo. Finchè a un tratto s'arrestò in mezzo alla stanza e levata la fronte s'irradiò di contentezza. In fretta ritiratosi nel suo studio si sedette al tavolino ripetendo fra sè e sè:— Vediamo, vediamo.E raccolse tutti i suoi pensieri sopra i lavori che aveva allora a mano nella città. Eran più case e palazzi in costruzione, quanti non ne aveva avuti mai, perchè la sua fortuna fioriva, nè mai era stata così in fiore per il passato. Pensava a chi avrebbe potuto affidarli, que' suoi tanti lavori, tanti, tanti per tutta la città, e gli passavano per la mente nomi d'altri costruttori, di fidi suoi sottoposti, d'amici, ma ben presto dovè convincersi che dovunque non si poteva far di meno della sua presenza. Egli era di quegli uomini i quali sono legati al proprio lavoro come l'anima al corpo, si stimano ad esso necessarii sempre, nè se ne possono allontanare, nè molto meno ammettervi estranei, uomini di dovere, di passione e d'orgoglio. Tale era il Berènga e in tanti anni non s'era mai allontanatodal suo lavoro, nè l'aveva affidato ad estranei. E nemmeno quella sera poteva. Poteva anche meno che se avess'avuto una famiglia che Dio non gli aveva voluto dare. E tra sè e sè si diceva proprio così:— Posso io, posso io lasciar qui la mia carnaccia e andarmene con l'anima, se il Signore non vuole? O posso lasciar qui l'anima mia e andarmene col resto?E così dicendo sospirava di nuovo dal più profondo del petto perchè non poteva partir insieme con gli altri per l'Italia. Stava al tavolino su cui per tanti anni la notte, dopochè il giorno aveva costruito case per gli altri, era andato costruendo per sè, rudimento con rudimento, scienza con scienza, arte con arte, costruendo la sua propria vita interiore. Stavano lì sotto i suoi occhi cumuli di libri, quaderni, disegni; ma ora tutto quello che egli aveva fatto di bene, tutte quelle testimonianze del suo nobile amore di conoscere e della sua nobile pazienza d'apprendere gli si voltavano contro e gli dicevano:— Tu non puoi partire!Perchè quanto vedeva intorno a sè, gli ricordava le radici che egli non aveva mai cessato di mettere nel suolo straniero per tanti e tanti anni il giorno e la notte. Perchè era accaduto a lui come avviene ai nobili alberi i quali salgonosu col tronco aspirando verso il cielo, che quanti più rami buttano in alto, tante più radici devono profondar nel terreno. Così egli aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel suolo straniero, perchè tutto aveva fatto qui, e quando vi era giunto, egli non era nulla.Tornò ancora a levar la fronte con un raggio di luce. Gli pareva d'aver trovato l'uomo a cui poter affidare i suoi lavori. Ma subito come il mare crudele accumula onda su onda sul capo di chi va giù, gli vennero a mente le cinque officine nelle quali aveva dovuto portar da settecento a mille gli operai. Nè mai per il passato, quando la catastrofe l'aveva colpito, il suo ferocissimo cuore s'era rivoltato tanto, nè aveva dolorato tanto, quanto ora per il favor della fortuna.S'alzò da sedere, si mise a camminar per la stanza mandando sospiri che erano muggiti soffocati. Il cuore gli andava via dal petto. Mai come ora il desiderio del ritorno, l'amore della patria lontana l'avevano tormentato. E non era l'amore della grande patria, non dell'Italia, ma della piccola patria, del paese natio all'ombra del Gran Sasso. Ombre, ombre lontane, lontane nella memoria e di là dall'oceano, lasciate a dodici anni per l'ultima volta e non viste più con gli occhi del corpo, ma che ritornavano sempredinanzi a quelli dell'anima! Ombre del Gran Sasso, del paese e del padre e della madre! Qual forza era in loro che giungevano di sì lontano, gli s'attaccavano al cuore e glielo tiravano via come se fossero state catene di ferro?E come se ora il costruttore avesse dovuto in una volta sola ripatire tutti i dolori della sua vita, a una a una gli ritornarono in mente tutte le occasioni in cui più era stato ripreso dall'amore del suo paese e dal desiderio del ritorno, durante gli anni del suo feroce esilio. La prima volta era stata quando gli era morto il padre, ma egli allora giaceva malato in una città dell'alto Brasile. E dopo qualche anno gli era morta la madre ed egli a lungo, a lungo, a lungo aveva sentito acuto il desiderio di rivedere il sepolcro de' suoi, la casa paterna, il paese, ma anche questa volta era riuscit'a soffocar quel desiderio lavorando. Lavora, lavora, lavora! Più le ombre lontane gli tiravano via il cuore, e più esso lavorava. E a forza di lavoro recuperava la padronanza su di sè. Egli portava nel lavoro lo stesso impeto, lo stesso furore che in tutt'il resto. A poco a poco il desiderio del paese natìo era ucciso, tornavano i giorni ordinarii, quando il lavoro rapiva a ogni altra cosa.Ma poi era rimpatriato per sempre il primo de' fratelli minori, quegli che aveva lavorato dipiù con lui nel Brasile, era rimpatriato lasciando lui a lavorare ancora. Ed egli ne' giorni che avevan preceduto quella partenza, aveva concepito contro il fratello un malo animo d'invidia e d'ira accusandolo dentro di sè d'egoismo, perchè se n'andava e lasciava lui. E quando sulla nave che stava per salpare, l'aveva abbracciato per l'ultima volta, se non fosse stato fratello, per la disperazione di non poterlo seguire, l'avrebbe stritolato fra le sue braccia. E a lungo, a lungo poi, i giorni dopo, seguendolo con l'immaginazione per la via dell'oceano era tornato e tornato a perdere gli occhi sull'ombre lontane, men d'un'ombra d'un'ombra giù giù in fondo alla memoria dove stavano le reliquie dell'infanzia. Ma lavora, lavora, lavora! Anche questa volta aveva recuperato la padronanza su di sè e di nuovo la furia del lavoro l'aveva rapito via.E dopo qualche anno era partito un altro fratello e poi un altro. E le catene di là dall'oceano avevano tirato sempre con più forza, ma il costruttore aveva lavorato.Ora però quella notte partivano un'altra volta tutti i fratelli insieme, i genitori tornavano a morire? Quando era morto il padre, il figliuolo non aveva desiderato tanto di rivederlo. E quando era morta la madre, il figliuolo non aveva desiderato tanto di ristringersela al petto. Eppurenon aveva mai dimenticato l'ultimo abbraccio che aveva ricevuto da lei a dodici anni. Il fratello maggiore voleva troncar gli addii respirando già il libero mare e il mondo ignoto; ma la madre serrandosi più forte al petto il frutto ultimo delle sue viscere aveva detto all'altro: — Lasciamelo un momento ancora! — Ma ora, quella notte, l'emigrante del Gran Sasso desiderava di rivedere il paese natìo come non l'aveva desiderato mai nessun'altra volta.A un tratto s'illuminò di nuovo e gli parve che i genitori resuscitassero, che i fratelli gli ricomparissero davanti. S'illuminò di gioia l'emigrante, perchè un momento aveva deciso di partire. Ma con chi sarebbe partito?Si ricordò di quello che era successo la sera: la patria grande, l'Italia, stava in guerra, il Buondelmonti e tanti, tanti altri italiani sarebbero partiti per offrirle la vita. Ed egli aveva soltanto pensato ad appagare il suo cuore, a tornare al paese natìo? Era dunque rimasto sempre l'emigrante del Gran Sasso com'a dodici anni, quando il paese natìo, anzi la casa paterna, era tutta la patria? E tutto, tutto aveva potuto far nel Brasile, imparar tante cose, ingentilirsi, sviluppar tanti doni che gli aveva dati il Signore, ma un solo germe no, uno solo, il germe dell'amor di patria, questo solo no? Così era avvenutoe riconoscendolo, l'emigrante rimase ore e ore seduto a tavolino rassomigliando nell'abbandono del corpo e in tutto l'aspetto a chi è atterrato da una catastrofe e tocco nel cervello. Esso sentiva rimorso del suo lavoro. Aveva lavorato, lavorato, lavorato, il lavoro era stato tutto per lui, al lavoro esso aveva sacrificato l'amor di patria. Tutto il lavoro era stato fatto nel suolo straniero, per elevarsi esso aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel suolo straniero. Se così non fosse stato! Se avesse dat'ascolto al suo cuore la prima volta, la seconda volta, tutte le volte! Egli avrebbe conosciuta l'Italia, avrebbe conosciute tutte le sue città! E avrebbe amata l'Italia, la patria grande, l'avrebbe amata di più, tanto di più del suo paese natìo!Si levò finalmente in piedi. Dalla finestra appariva l'alba, ei guardò fuori, vide giù nel piano il mare e qualche nave, si immaginò che una fosse per gli italiani che partivano, si ricordò ancora e volse gli occhi verso un punto dov'egli da se medesimo s'era costruito il sepolcro per quando sarebbe morto. Così da se medesimo s'era detto avanti tempo e per sempre: — Tu non tornerai! — E aveva deciso di dormire nella terra straniera.Si ricordò ancora, si ricordò di Bruna, andò, s'accostò alla porta, sentì il respiro della giovinettache dormiva, guardò dalla porta, entrò, vide che essa sotto le coltri giaceva sul fianco tutta raggomitolata, selvaggia e chiusa come nella sua vita, con tutti i capelli buttati sulla gota, simile al naufrago che l'onda lasciò sull'arena del lido. In piedi, accanto al capezzale rimase a contemplarla e le parlò col cuore dolente. Sarebbe almeno lei tornata? — Tornerai almeno tu? Oppure anche tu dormirai sola con me fino alla resurrezione delle nostre anime? Tornerai almeno tu, oppure io e tuo padre, scellerati, quando partimmo dal nostro paese tanti anni prima che tu nascessi, prendemmo con noi anche la tua sorte e poi la gettammo in fondo al mare? La sorte del tuo dolce ritorno, creatura del nostro sangue, più dolce del tuo anello nuziale, se anche questo non ti mancherà un giorno? — Così ei diceva nel linguaggio del suo cuore che amava più di quello d'un padre. Si chinò e per non svegliar la giovinetta toccò un lembo della coltre, si portò la mano alle labbra e si baciò le dita con un gesto nato dal più profondo del suo essere dov'erano ancora le radici de' consanguinei lontani.Andatosene, tutto il giorno sui lavori fu triste per un pensiero che non avev'avuto mai e che ebbe ora per la prima volta: il pensiero della suavecchiezza. Per la prima volta si sentì vecchio, mentre pensava ai giovani che sarebbero partiti per la guerra.La sera poi tornato a Santa Teresa si mise a leggere la Bibbia aspettando gl'invitati, perchè senza che la sua coscienza se n'accorgesse, il suo istinto di vita, cosiffatto com'era, ricorreva a Dio come ad ultimo rimedio e cercava pace in Dio quando in nessun'altra parte altrove l'aveva trovata, e prima la sua umanità combatteva da se sola. Così quella sera leggendo la Bibbia e parlando per mezzo di quella lettura con Dio, cercava pace. Ad un tratto, nelle prime ore di notte, risonarono sotto le finestre le voci degli invitati che giungevano. Risonarono le voci del Tanno, del più giovane de' fratelli Mùrola, di altri.Parevano spiritate. Come quando il vento investe la foresta e ogni albero e ogni ramo tremano, così nel buio della notte la voce d'ognuno tremava scossa da una gran gioia. Mentre attraversavano il giardino, la voce del Tanno ripeteva:— Due milioni, capite, due milioni!E il Tanno aggiungeva il nome d'un tale, d'un gran signore d'origine italiana che s'era iscritto nella colletta per quella somma. E altri annunziavano altre somme e facevano altri nomi. Ealtri raccontavano di donne italiane che avevano offerto alla colletta per la guerra della patria tutti i loro gioielli. E altri nominavano quelli che s'eran dati in nota per partire, quelli che eran accorsi da San Paolo per partire anch'essi. E appena la moltitudine giunse a pie' della loggetta che stava dinanzi alla villa, apparve su in alto Lorenzo Berènga, e la moltitudine lo salutò col grido:— Italia! Italia!Il Berènga rimase un momento in silenzio, poi levò il braccio in aria e rispose una volta sola:— Italia!Poi altri sopraggiunsero, altri, altri ancora, alla spicciolata e a frotte, e tutti parlavano con voce concitata, e in ogni voce risonava sempre lo stesso nome:— Italia! Italia!Tutti i partenti eran percossi dallo stesso vento, ardevano nello stesso incendio. Attraversavano il giardino e qualunque cosa dicessero, si sentiva che continuavano il discorso di quelli che eran passati prima, e questi di altri, di altri, di altri e pareva che quella notte per quel giardino dovesse passare tutt'il mondo facendo lo stesso discorso in cui risonava sempre lo stesso nome:— Italia! Italia!E alla vista del Berènga e degli altri che erangiunti prima, lanciavano il grido a cui era risposto. E si facevan gli uni con gli altri cento domande sulle stesse cose, sui partenti e sulla colletta. E già c'era una folla nella villa, quando apparve Piero Buondelmonti con Giacomo Rummo, e tutti corsigli incontro, ei disse:— Potremo arrolarci col figlio di Garibaldi.Poi aggiunse:— Ho aspettato fino a ora il telegramma. Eccolo.Lo mostrò in giro.Allora tutti s'abbracciarono e si dissero addio, piangendo quelli che restavano, e quelli che partivano, esultando. Quella sera fu veramente fatta pace nella colonia. Ma in breve il padrone della villa rimase solo, perchè tutti gli altri eran portati via verso la patria lontana. Quegli s'era messo sul cancello del giardino e ognuno dei partenti l'abbracciava e quegli diceva addio guardando basso senz'aggiunger altro. Fu solo. Giù pel sentiero del colle si sentivano scendere i passi di coloro che partivano, allontanandosi rapidamente. Quegli stava in ascolto.A un tratto i partenti incominciarono a cantare. Era un inno nazionale guerresco. Quegli rimase ad ascoltare. Il canto s'allontanò. E per lui diventò un canto lontano lontano che veniva da migliaia e migliaia di miglia lontano, venivadagli anni lontani lontani. Quegli tese sempre più l'orecchio, sempre più verso il canto che si allontanava, e poi come tratto da quello fece qualche passo avanti. E intanto le sue labbra borbottavano pregando Dio:— Dio creatore e Signor nostro, concedi la vittoria alla patria, all'Italia, alla cara.... alla santa patria nostra....E fece ancora qualche passo per la china verso il canto che s'allontanava. Tutte le catene di là dall'oceano gli tiravano via il cuore. Quegli continuava a seguire il canto che s'allontanava, moriva.A un tratto un grido risonò nella notte:— Zio!E la nipote balzò accanto a lui, gli si strinse a' panni come se volesse rattenerlo.Il vecchio s'arrestò, tese ancora l'orecchio, il canto era morto. E allora il vecchio incominciò a piangere. Cogli occhi fissi dove s'era estinto il canto, di là dall'oceano, il vecchio colava lacrime da tutta la faccia, solo con l'ultimo frutto del suo sangue, nella notte straniera.
Lorenzo Berènga gridò con gran voce:
— Tutti coloro che partono, sono invitati per domani sera da me. Riceveranno a casa mia l'addio della colonia e gli augurii per la patria.
Anch'egli, quando dalla gran voce del Buondelmonti era stata data la notizia della guerra, anch'egli con tutt'il petto fuori del suo palco aveva mandato un urlo spaventoso in mezzo all'uragano di grida che facevan crollare il teatro. Poi precipitatosi fuori, rompendo la calca e correndo aveva attraversato il teatro, era salito sul palcoscenico e aveva gettato intorno al collo del Buondelmonti le sue grandi braccia. E poi fattosi avanti al proscenio sedò col cenno delle braccia il tumulto delirante e lanciò l'invito per la sera dopo.
Dopo di che tornando a Santa Teresa con alcuni amici si mise a parlare d'un suo antico parente che era morto nelle guerre dell'indipendenza italiana, e per tutta la strada non parlòd'altro. Parlava con una gran cordialità e una gran gioia.
Ma giunto alla villa si mutò. Licenziati gli amici pranzò solo. Alzatosi da tavola si mise a camminare su e giù per il salotto a grandi passi e sospirando dal profondo. Finchè a un tratto s'arrestò in mezzo alla stanza e levata la fronte s'irradiò di contentezza. In fretta ritiratosi nel suo studio si sedette al tavolino ripetendo fra sè e sè:
— Vediamo, vediamo.
E raccolse tutti i suoi pensieri sopra i lavori che aveva allora a mano nella città. Eran più case e palazzi in costruzione, quanti non ne aveva avuti mai, perchè la sua fortuna fioriva, nè mai era stata così in fiore per il passato. Pensava a chi avrebbe potuto affidarli, que' suoi tanti lavori, tanti, tanti per tutta la città, e gli passavano per la mente nomi d'altri costruttori, di fidi suoi sottoposti, d'amici, ma ben presto dovè convincersi che dovunque non si poteva far di meno della sua presenza. Egli era di quegli uomini i quali sono legati al proprio lavoro come l'anima al corpo, si stimano ad esso necessarii sempre, nè se ne possono allontanare, nè molto meno ammettervi estranei, uomini di dovere, di passione e d'orgoglio. Tale era il Berènga e in tanti anni non s'era mai allontanatodal suo lavoro, nè l'aveva affidato ad estranei. E nemmeno quella sera poteva. Poteva anche meno che se avess'avuto una famiglia che Dio non gli aveva voluto dare. E tra sè e sè si diceva proprio così:
— Posso io, posso io lasciar qui la mia carnaccia e andarmene con l'anima, se il Signore non vuole? O posso lasciar qui l'anima mia e andarmene col resto?
E così dicendo sospirava di nuovo dal più profondo del petto perchè non poteva partir insieme con gli altri per l'Italia. Stava al tavolino su cui per tanti anni la notte, dopochè il giorno aveva costruito case per gli altri, era andato costruendo per sè, rudimento con rudimento, scienza con scienza, arte con arte, costruendo la sua propria vita interiore. Stavano lì sotto i suoi occhi cumuli di libri, quaderni, disegni; ma ora tutto quello che egli aveva fatto di bene, tutte quelle testimonianze del suo nobile amore di conoscere e della sua nobile pazienza d'apprendere gli si voltavano contro e gli dicevano:
— Tu non puoi partire!
Perchè quanto vedeva intorno a sè, gli ricordava le radici che egli non aveva mai cessato di mettere nel suolo straniero per tanti e tanti anni il giorno e la notte. Perchè era accaduto a lui come avviene ai nobili alberi i quali salgonosu col tronco aspirando verso il cielo, che quanti più rami buttano in alto, tante più radici devono profondar nel terreno. Così egli aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel suolo straniero, perchè tutto aveva fatto qui, e quando vi era giunto, egli non era nulla.
Tornò ancora a levar la fronte con un raggio di luce. Gli pareva d'aver trovato l'uomo a cui poter affidare i suoi lavori. Ma subito come il mare crudele accumula onda su onda sul capo di chi va giù, gli vennero a mente le cinque officine nelle quali aveva dovuto portar da settecento a mille gli operai. Nè mai per il passato, quando la catastrofe l'aveva colpito, il suo ferocissimo cuore s'era rivoltato tanto, nè aveva dolorato tanto, quanto ora per il favor della fortuna.
S'alzò da sedere, si mise a camminar per la stanza mandando sospiri che erano muggiti soffocati. Il cuore gli andava via dal petto. Mai come ora il desiderio del ritorno, l'amore della patria lontana l'avevano tormentato. E non era l'amore della grande patria, non dell'Italia, ma della piccola patria, del paese natio all'ombra del Gran Sasso. Ombre, ombre lontane, lontane nella memoria e di là dall'oceano, lasciate a dodici anni per l'ultima volta e non viste più con gli occhi del corpo, ma che ritornavano sempredinanzi a quelli dell'anima! Ombre del Gran Sasso, del paese e del padre e della madre! Qual forza era in loro che giungevano di sì lontano, gli s'attaccavano al cuore e glielo tiravano via come se fossero state catene di ferro?
E come se ora il costruttore avesse dovuto in una volta sola ripatire tutti i dolori della sua vita, a una a una gli ritornarono in mente tutte le occasioni in cui più era stato ripreso dall'amore del suo paese e dal desiderio del ritorno, durante gli anni del suo feroce esilio. La prima volta era stata quando gli era morto il padre, ma egli allora giaceva malato in una città dell'alto Brasile. E dopo qualche anno gli era morta la madre ed egli a lungo, a lungo, a lungo aveva sentito acuto il desiderio di rivedere il sepolcro de' suoi, la casa paterna, il paese, ma anche questa volta era riuscit'a soffocar quel desiderio lavorando. Lavora, lavora, lavora! Più le ombre lontane gli tiravano via il cuore, e più esso lavorava. E a forza di lavoro recuperava la padronanza su di sè. Egli portava nel lavoro lo stesso impeto, lo stesso furore che in tutt'il resto. A poco a poco il desiderio del paese natìo era ucciso, tornavano i giorni ordinarii, quando il lavoro rapiva a ogni altra cosa.
Ma poi era rimpatriato per sempre il primo de' fratelli minori, quegli che aveva lavorato dipiù con lui nel Brasile, era rimpatriato lasciando lui a lavorare ancora. Ed egli ne' giorni che avevan preceduto quella partenza, aveva concepito contro il fratello un malo animo d'invidia e d'ira accusandolo dentro di sè d'egoismo, perchè se n'andava e lasciava lui. E quando sulla nave che stava per salpare, l'aveva abbracciato per l'ultima volta, se non fosse stato fratello, per la disperazione di non poterlo seguire, l'avrebbe stritolato fra le sue braccia. E a lungo, a lungo poi, i giorni dopo, seguendolo con l'immaginazione per la via dell'oceano era tornato e tornato a perdere gli occhi sull'ombre lontane, men d'un'ombra d'un'ombra giù giù in fondo alla memoria dove stavano le reliquie dell'infanzia. Ma lavora, lavora, lavora! Anche questa volta aveva recuperato la padronanza su di sè e di nuovo la furia del lavoro l'aveva rapito via.
E dopo qualche anno era partito un altro fratello e poi un altro. E le catene di là dall'oceano avevano tirato sempre con più forza, ma il costruttore aveva lavorato.
Ora però quella notte partivano un'altra volta tutti i fratelli insieme, i genitori tornavano a morire? Quando era morto il padre, il figliuolo non aveva desiderato tanto di rivederlo. E quando era morta la madre, il figliuolo non aveva desiderato tanto di ristringersela al petto. Eppurenon aveva mai dimenticato l'ultimo abbraccio che aveva ricevuto da lei a dodici anni. Il fratello maggiore voleva troncar gli addii respirando già il libero mare e il mondo ignoto; ma la madre serrandosi più forte al petto il frutto ultimo delle sue viscere aveva detto all'altro: — Lasciamelo un momento ancora! — Ma ora, quella notte, l'emigrante del Gran Sasso desiderava di rivedere il paese natìo come non l'aveva desiderato mai nessun'altra volta.
A un tratto s'illuminò di nuovo e gli parve che i genitori resuscitassero, che i fratelli gli ricomparissero davanti. S'illuminò di gioia l'emigrante, perchè un momento aveva deciso di partire. Ma con chi sarebbe partito?
Si ricordò di quello che era successo la sera: la patria grande, l'Italia, stava in guerra, il Buondelmonti e tanti, tanti altri italiani sarebbero partiti per offrirle la vita. Ed egli aveva soltanto pensato ad appagare il suo cuore, a tornare al paese natìo? Era dunque rimasto sempre l'emigrante del Gran Sasso com'a dodici anni, quando il paese natìo, anzi la casa paterna, era tutta la patria? E tutto, tutto aveva potuto far nel Brasile, imparar tante cose, ingentilirsi, sviluppar tanti doni che gli aveva dati il Signore, ma un solo germe no, uno solo, il germe dell'amor di patria, questo solo no? Così era avvenutoe riconoscendolo, l'emigrante rimase ore e ore seduto a tavolino rassomigliando nell'abbandono del corpo e in tutto l'aspetto a chi è atterrato da una catastrofe e tocco nel cervello. Esso sentiva rimorso del suo lavoro. Aveva lavorato, lavorato, lavorato, il lavoro era stato tutto per lui, al lavoro esso aveva sacrificato l'amor di patria. Tutto il lavoro era stato fatto nel suolo straniero, per elevarsi esso aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel suolo straniero. Se così non fosse stato! Se avesse dat'ascolto al suo cuore la prima volta, la seconda volta, tutte le volte! Egli avrebbe conosciuta l'Italia, avrebbe conosciute tutte le sue città! E avrebbe amata l'Italia, la patria grande, l'avrebbe amata di più, tanto di più del suo paese natìo!
Si levò finalmente in piedi. Dalla finestra appariva l'alba, ei guardò fuori, vide giù nel piano il mare e qualche nave, si immaginò che una fosse per gli italiani che partivano, si ricordò ancora e volse gli occhi verso un punto dov'egli da se medesimo s'era costruito il sepolcro per quando sarebbe morto. Così da se medesimo s'era detto avanti tempo e per sempre: — Tu non tornerai! — E aveva deciso di dormire nella terra straniera.
Si ricordò ancora, si ricordò di Bruna, andò, s'accostò alla porta, sentì il respiro della giovinettache dormiva, guardò dalla porta, entrò, vide che essa sotto le coltri giaceva sul fianco tutta raggomitolata, selvaggia e chiusa come nella sua vita, con tutti i capelli buttati sulla gota, simile al naufrago che l'onda lasciò sull'arena del lido. In piedi, accanto al capezzale rimase a contemplarla e le parlò col cuore dolente. Sarebbe almeno lei tornata? — Tornerai almeno tu? Oppure anche tu dormirai sola con me fino alla resurrezione delle nostre anime? Tornerai almeno tu, oppure io e tuo padre, scellerati, quando partimmo dal nostro paese tanti anni prima che tu nascessi, prendemmo con noi anche la tua sorte e poi la gettammo in fondo al mare? La sorte del tuo dolce ritorno, creatura del nostro sangue, più dolce del tuo anello nuziale, se anche questo non ti mancherà un giorno? — Così ei diceva nel linguaggio del suo cuore che amava più di quello d'un padre. Si chinò e per non svegliar la giovinetta toccò un lembo della coltre, si portò la mano alle labbra e si baciò le dita con un gesto nato dal più profondo del suo essere dov'erano ancora le radici de' consanguinei lontani.
Andatosene, tutto il giorno sui lavori fu triste per un pensiero che non avev'avuto mai e che ebbe ora per la prima volta: il pensiero della suavecchiezza. Per la prima volta si sentì vecchio, mentre pensava ai giovani che sarebbero partiti per la guerra.
La sera poi tornato a Santa Teresa si mise a leggere la Bibbia aspettando gl'invitati, perchè senza che la sua coscienza se n'accorgesse, il suo istinto di vita, cosiffatto com'era, ricorreva a Dio come ad ultimo rimedio e cercava pace in Dio quando in nessun'altra parte altrove l'aveva trovata, e prima la sua umanità combatteva da se sola. Così quella sera leggendo la Bibbia e parlando per mezzo di quella lettura con Dio, cercava pace. Ad un tratto, nelle prime ore di notte, risonarono sotto le finestre le voci degli invitati che giungevano. Risonarono le voci del Tanno, del più giovane de' fratelli Mùrola, di altri.
Parevano spiritate. Come quando il vento investe la foresta e ogni albero e ogni ramo tremano, così nel buio della notte la voce d'ognuno tremava scossa da una gran gioia. Mentre attraversavano il giardino, la voce del Tanno ripeteva:
— Due milioni, capite, due milioni!
E il Tanno aggiungeva il nome d'un tale, d'un gran signore d'origine italiana che s'era iscritto nella colletta per quella somma. E altri annunziavano altre somme e facevano altri nomi. Ealtri raccontavano di donne italiane che avevano offerto alla colletta per la guerra della patria tutti i loro gioielli. E altri nominavano quelli che s'eran dati in nota per partire, quelli che eran accorsi da San Paolo per partire anch'essi. E appena la moltitudine giunse a pie' della loggetta che stava dinanzi alla villa, apparve su in alto Lorenzo Berènga, e la moltitudine lo salutò col grido:
— Italia! Italia!
Il Berènga rimase un momento in silenzio, poi levò il braccio in aria e rispose una volta sola:
— Italia!
Poi altri sopraggiunsero, altri, altri ancora, alla spicciolata e a frotte, e tutti parlavano con voce concitata, e in ogni voce risonava sempre lo stesso nome:
— Italia! Italia!
Tutti i partenti eran percossi dallo stesso vento, ardevano nello stesso incendio. Attraversavano il giardino e qualunque cosa dicessero, si sentiva che continuavano il discorso di quelli che eran passati prima, e questi di altri, di altri, di altri e pareva che quella notte per quel giardino dovesse passare tutt'il mondo facendo lo stesso discorso in cui risonava sempre lo stesso nome:
— Italia! Italia!
E alla vista del Berènga e degli altri che erangiunti prima, lanciavano il grido a cui era risposto. E si facevan gli uni con gli altri cento domande sulle stesse cose, sui partenti e sulla colletta. E già c'era una folla nella villa, quando apparve Piero Buondelmonti con Giacomo Rummo, e tutti corsigli incontro, ei disse:
— Potremo arrolarci col figlio di Garibaldi.
Poi aggiunse:
— Ho aspettato fino a ora il telegramma. Eccolo.
Lo mostrò in giro.
Allora tutti s'abbracciarono e si dissero addio, piangendo quelli che restavano, e quelli che partivano, esultando. Quella sera fu veramente fatta pace nella colonia. Ma in breve il padrone della villa rimase solo, perchè tutti gli altri eran portati via verso la patria lontana. Quegli s'era messo sul cancello del giardino e ognuno dei partenti l'abbracciava e quegli diceva addio guardando basso senz'aggiunger altro. Fu solo. Giù pel sentiero del colle si sentivano scendere i passi di coloro che partivano, allontanandosi rapidamente. Quegli stava in ascolto.
A un tratto i partenti incominciarono a cantare. Era un inno nazionale guerresco. Quegli rimase ad ascoltare. Il canto s'allontanò. E per lui diventò un canto lontano lontano che veniva da migliaia e migliaia di miglia lontano, venivadagli anni lontani lontani. Quegli tese sempre più l'orecchio, sempre più verso il canto che si allontanava, e poi come tratto da quello fece qualche passo avanti. E intanto le sue labbra borbottavano pregando Dio:
— Dio creatore e Signor nostro, concedi la vittoria alla patria, all'Italia, alla cara.... alla santa patria nostra....
E fece ancora qualche passo per la china verso il canto che s'allontanava. Tutte le catene di là dall'oceano gli tiravano via il cuore. Quegli continuava a seguire il canto che s'allontanava, moriva.
A un tratto un grido risonò nella notte:
— Zio!
E la nipote balzò accanto a lui, gli si strinse a' panni come se volesse rattenerlo.
Il vecchio s'arrestò, tese ancora l'orecchio, il canto era morto. E allora il vecchio incominciò a piangere. Cogli occhi fissi dove s'era estinto il canto, di là dall'oceano, il vecchio colava lacrime da tutta la faccia, solo con l'ultimo frutto del suo sangue, nella notte straniera.