VI.Gli esuli italiani e il salotto della Principessa a Parigi.Come vivevano i profughi italiani a Parigi. — Generosità del principe Belgiojoso. — Un dimenticato precursore dell'emigrazione: Luigi Angeloni. — Il vecchio Filippo Buonarroti. — Il Comitato rivoluzionario italiano a Parigi. — Terenzio Mamiani: sue avventure d'amore. — La principessa Belgiojoso a Parigi. — Ardori di Adolfo Thiers per lei. — La Principessa parla alla Camera dei deputati francesi. — Ilsalondel generale La Fayette. — Il primosalondella principessa Belgiojoso a Parigi. — Strane abitudini di lei. — La bella italiana conquista Parigi. — Ilsalondi Bianca Milesi. Madamigella Eleuteria. — Suo misterioso destino.
Come vivevano i profughi italiani a Parigi. — Generosità del principe Belgiojoso. — Un dimenticato precursore dell'emigrazione: Luigi Angeloni. — Il vecchio Filippo Buonarroti. — Il Comitato rivoluzionario italiano a Parigi. — Terenzio Mamiani: sue avventure d'amore. — La principessa Belgiojoso a Parigi. — Ardori di Adolfo Thiers per lei. — La Principessa parla alla Camera dei deputati francesi. — Ilsalondel generale La Fayette. — Il primosalondella principessa Belgiojoso a Parigi. — Strane abitudini di lei. — La bella italiana conquista Parigi. — Ilsalondi Bianca Milesi. Madamigella Eleuteria. — Suo misterioso destino.
Come vivevano i profughi italiani a Parigi. — Generosità del principe Belgiojoso. — Un dimenticato precursore dell'emigrazione: Luigi Angeloni. — Il vecchio Filippo Buonarroti. — Il Comitato rivoluzionario italiano a Parigi. — Terenzio Mamiani: sue avventure d'amore. — La principessa Belgiojoso a Parigi. — Ardori di Adolfo Thiers per lei. — La Principessa parla alla Camera dei deputati francesi. — Ilsalondel generale La Fayette. — Il primosalondella principessa Belgiojoso a Parigi. — Strane abitudini di lei. — La bella italiana conquista Parigi. — Ilsalondi Bianca Milesi. Madamigella Eleuteria. — Suo misterioso destino.
Uno de' pensieri che Parigi ci ridesta nell'animo è il pensier della vita che gli esuli italiani conducevano nella turbinosa metropoli durante i tristi giorni del servaggio della patria. Napoleone III trasformò in gran parte Parigi; e la vecchia città continua a cadere sotto il martello in un nembo di polvere, simbolo della fine di tante cose.
Ho voluto vederle, alcune delle antiche vie dello studentesco Quartier Latino, e anco le orribili vie e le orribili stamberghe di Parigi, dovetanto fiore d'esuli italiani visse un dì nella miseria aspettando la luce della libertà alla patria lontana. Il martello demolitore non l'ha ancor distrutta larue Quincampoix, presso ilboulevard Sébastopol, nè la lunga, angusta, tenebrosa, sozzarue de Venise, oltraggiosa profanazione della città più artistica del mondo!... È quella la Parigi del medio evo: un dedalo fetente di vie tortuose soffocate dalle alte case ventrute, livide, stillanti bava verdastra. Sopra strette porte, pende qualche vecchio cartello affumicato di locande, nelle quali l'ospite deve pagare notte per notte; e magri cani spelati in cerca di qualche osso nelle immondizie delle vie, si confondono, la sera, colle squallide larve di vecchie Veneri non meno affamate.
E larue Beaubourg? Larue Brise-Miche?... Altre misere vie. E penso ai profughi che dimoravano nei tristi silenzii dellarue Pierre-au-Lard; strani, sepolcrali silenzii in mezzo ai fragori della metropoli.
Fu in uno di questi abbaini che morì d'inedia l'editore Nicolò Bettoni di Brescia; egli che avea sognate principesche grandezze, e avea donato alla patria libri di squisita letteratura. Passò forse qui Piero Maroncelli. Ci par di vederlo passar lento, affaticato, colla sua gamba di legno, in luogo di quella che il chirurgo dello Spielberg gli tagliò, perchè incancrenita nell'umidità della carcere e fra le catene; ed egli, il delicatissimo carbonaro, subito dopo l'amputazione (e stillante ancor sangue), tolse da un bicchiere una rosa, e l'offerse quale compenso al suo operatore....Passarono forse per queste vie Nicolò Tommaseo, Terenzio Mamiani, Guglielmo Pepe, Michele Amari, Carlo Pepoli, Vincenzo Gioberti, Giuseppe Sirtori, e quanti altri mai, in lotta silente e dignitosa colla fortuna, in pace colla coscienza.... Perchè più non li vedevano nelle carceri e fra le catene, i Faraoni deldiritto divinocredevano che i liberali fossero omai povere pietre cadute per sempre nel fondo di aridi pozzi; e non s'accorgevano che quei perseguitati, quegli esuli preparavano in paese straniero la libertà del loro paese natìo, creavano un'Italia fuori dell'Italia.
L'unità d'Italia fu preparata all'estero dagli esuli, che ad essa conciliavano le simpatie riluttanti degli stranieri. A Parigi, gli esuli italiani (al rovescio dei polacchi) vivevano concordi ed anche allegri. Eran giovani, pieni di speranze, di brio: ridevano persino della propria miseria. Alcuni non sentivano neppure il freddo; perchè esso entrava pei buchi delle scarpe e usciva subito pei buchi del cappello.... I più poveri ricevevano una piccola sovvenzione dal Governo francese (un franco); ma i più sdegnosi, come il Mamiani, la rifiutavano, accontentandosi degli ajuti delle loro famiglie lontane o del frutto del proprio lavoro. Gli esuli lavoravano tutto il giorno, studiavano, scrivevano, e davan lezioni, correndo l'immensa metropoli per chilometri, sotto il sole cocente, sotto la pioggia scrosciante, nella neve, in quella città dalle enormi distanze. E alla sera (tranne il Mamiani e qualche altro di abitudini solitarie, che si recavano a mangiareun po' di minestra fuori di Parigi), desinavano tutt'insieme presso un trattore italiano, certo Paolo, nellarue Le Peletierpresso l'Opéra: avevano là, una sala riservata a loro soli, bassa da soffocarvi, in un mezzanino, a prezzi minimi.... e con minime pietanze, e acqua di pozzo quando non era acqua della Senna. Ma l'allegria non valeva il più spumantechampagne?... Le evocazioni, gli augurii, gli evviva patriotici, nutrivano più dei pasticci. Talvolta compariva il principe Emilio Belgiojoso, che aveva piantate anch'esso le sue tende a Parigi, e allora la gajezza balzava alle note più acute. Il bellissimo compatriota, biondo, dagli occhi azzurri, quando riceveva denari dalla famiglia di Milano, ne facea subito parte coi compagni d'esilio, rallegrando un po' la loro mensa di qualche bottiglia dal collo argenteo. Egli usava astuzie delicate per far portare dal cuoco qualche pietanza gustosa, alla quale (come a illustre straniera!) gli esuli prodigavano allora le più entusiastiche accoglienze, saltando e ballando per la sala simili a bambini in maschera. Una sera, il principe si rivolge ad uno degli emigrati, a un certo Gregorio:
— Gregorio, voi volete parlare sempre francese, e dite parole che non esistono. Per esempio:roussi! Non esiste.
— Come non esiste?
— Non esiste. Scommettiamo!
— Che cosa?
— Quel bel pasticcio, che ho visto giù in cucina.
E poichè l'altro era sicuro dell'esistenza di quel vocabolo:
— Accettato!
E il principe, ch'era ben sicuro alla sua volta di perdere:
— Accettato!
Qualcuno dei commensali tira cauto fuori dalla tasca un logoro dizionarietto; la parolaroussicomparisce in tutto il suo magico splendore; e subito comparisce anch'esso, sulla tovaglia, nel suo splendore raggiante, il pasticcio suddetto, attorno al quale è subito un incrociare febbrile di coltelli, di forchette, di dita intraprendenti. Il chiasso saliva, talvolta, a un diapason così infernale, che i passanti andavano da Paolo domandando atterriti:
— Ma qui si scanna qualcuno?
— Sono i miei compatrioti che discorrono![38]
I francesi ammiravano negl'italiani la vivacità; lavivacité énergique de ce peuple grandiose, dicevano allora; ammiravano la sobrietà, l'operosità, la dignità impeccabile della vita d'illustri ingegni, costretti a sopportare in casa altrui aspre privazioni per non poter esprimere libero il pensiero in casa propria.
Col tempo, col delinearsi di opposti partiti, una divisione avvenne bensì nei profughi: ma nel principio, si sentivan tenacemente stretti, affratellati nel nome d'Italia, e, nel nome d'Italia, quetavan le discordie, le ire; tanto amavano la sepolta viva!
Nella società aristocratica parigina d'allora, le conversazioni deigrands seigneurssi componevano di frasi scelte, di sfumature delicate, e d'un accento particolare; — e come dovevano formare ad essi contrasto alcuni esuli italiani, che andavano a dar lezioni nelle case di quei signori!... Ma queigrands seigneurs(appunto perchè tali) onoravano la povertà immacolata e l'ingegno.
La stessa polizia francese, che, come tutte le polizie di questo mondo, era più facile a diffamare che a lodare, si sentiva costretta ad ammirar il contegno dei profughi italiani. L'emigrazione italiana (essa diceva) èla più moderata, la più onesta, la più dignitosa.[39]
L'emigrazione italiana a Parigi cominciò fin dai processi del '21, e anche prima; e s'allargò, calda di speranze, al domani della eroica rivoluzione di luglio del 1830, al domani delle tragiche delusioni in cui andaron travolti parecchi italiani; i quali non trovando in sè stessi e nella patria forze bastanti per scuotere il giogo, speravano soccorsi dalla sorella latina, la Francia! Luigi Filippo, duca d'Orléans, ch'era successo all'asceta Carlo X (atterrato dalla rivoluzione di luglio con tutt'i suoi decreti medievali), apriva infatti gli animi alle speranze; ma i disinganni non tardarono: e chi dovea fidarsi ancora d'un re Luigi Filippo, anima volgare e astuta, parodia di liberale, parodia di re?...
L'agitazione per liberare l'Italia era alimentata a Parigi per opera d'un discendente di Michelangelo, Filippo Buonarroti, veementissimo vegliardo, dai neri occhi che parean fulmini, specie quando egli usciva fremebondo in parole di sanguinose minaccie contro i despoti. Lo conosciamo.
Abitava vicino al Luxembourg; passeggiava sovente solitario in quel giardino. “Fu là (scrive Carlo Rusconi) che una mattina lo trovai; e mi accolse colla massima cordialità; procedeva incurvato, ma i suoi occhi brillavano d'una luce terribile.... Avea tutti gli ardori dei Montagnardi del '93, inacerbendoli anche, se di maggior acerbezza fossero stati capaci. Abborriva i re, e diceva come il vescovo Grégoire (già suo amico), esser eglino nell'ordine morale quello che i mostri sono nell'ordine fisico; nè altro essere la storia dei re se non il martirologio delle nazioni. I suoi occhi divenivano due carboni ardenti, quando si parlava di tirannide; e per tirannide intendeva ogni governo che non avesse la schietta forma repubblicana. La sua vita era trascorsa tutta fuori del campo della vita reale; egli non vedeva intorno a sè le cose che realmente vi erano; vedeva quelle della sua fantasia. Egli si creava così spettri e fantasmi; e, come a Platone o a Fourier, gli stava fissa in mente una società che avrebbe richiesto, per esistere, leggi e costumi dagli uomini interamente ignorati. Tutta la vita aveva passata nell'ordir congiure, istituir sêtte, spinger emissarii per abbattere i governi esistenti. Dalla Svizzera aveva carteggiato col Confalonieri pei moti del '21, e loseppe Andryane, mandato da lui a Milano!... Da Parigi spediva messi in Irlanda, in Italia, in Svizzera, in Ungheria, dappertutto dove ci fosse speranza di far nascere un sollevamento. Un obbiettivo solo in lui: distruggere i governi esistenti quali che si fossero. Nessuna diversione a ciò; nessun componimento. Posto a capo di tre società segrete, spediva con un'operosità febbrile i suoi ordini in tutte le parti, e, incrollabile ai disinganni, aspettava ogni dì le notizie delle meraviglie operate. Io non ho conosciuto che Blanqui che potesse stargli a paro per l'audacia dei concepimenti e la tenacità dei propositi nel volerli eseguiti. Mazzini che gli era, a così dire, discepolo, andò poi sulle sue orme; ed ebbe gran parte delle sue virtù e dei suoi difetti.„[40]
Il Buonarroti, dal centro di Parigi, voleva risaldare la Carboneria (suo amore antico), che andava sfasciandosi per la diffusione ormai veloce dellaGiovine Italia; all'uopo, con un toscano, Giuseppe Gherardi d'Arezzo, e con Luigi Mussi di Parma gettò le basi della setta deiVeri Italianiper fondervi entro, come in una fornace, la Carboneria e laGiovine Italia. Il Mazzini scriveva da Marsiglia nell'ottobre del 1832 a Giovanni La Cecilia: “Comunicherò ai nostri centri il trattato fra le due società. Cerca d'avere dal Ciccarelli una copia degli statuti deiVeri Italiani. Per un incidente d'incendio, ch'io ebbi a patire, e che mi costò venti franchi, perchè arse la valigia che apparteneva al Menotti, fu guasta inparte la copia ch'ei me ne diede.„[41]Il Ciccarelli era un messo del Buonarroti. Il Menotti era Celeste, fratello di Ciro Menotti, tradito e giustiziato dal nefando Francesco IV duca di Modena nel quale quell'anima ardente e pura avea confidato per un sollevamento che dovea mettere quel duca stesso a capo d'un nuovo Stato costituzionale nel settentrione d'Italia!... Celeste Menotti, nato a Carpi, fu ben conosciuto dalla principessa Belgiojoso; magro, pallido, dagli occhi cerulei infossati, dalle sopracciglia nere, dalla barba nera e morbida come il velluto: bellissima figura: era fratello di Virginia contessa Pio di Savoja, quindi stretto parente d'un'ammaliante damigella, Eleuteria, che incontreremo ben presto a fianco, se non ai piedi, della principessa, a Parigi. Celeste Menotti esercitava la professione di negoziante: e, dovendo appunto pei proprii interessi portarsi qua e là, diffondeva entusiasta i principii del Mazzini, laGiovine Italia.
Filippo Buonarroti pensava alla nuova setta deiVeri Italiani(che presto sfumò), e il conte Carlo Bianco di San Jorioz fondava intanto un'altra setta: degliApofasimèni. A Napoli, v'eranoI Pellegrini bianchi; nella Romagna,I cavalieri tebani.[42]
Fra gli agitatori che a Parigi lavoravan alacri per laGiovine Italia, per la causa italiana, stringendosi intorno ai profughi, brillava il romano Michele Accursi, profugo anch'esso. Per le suerelazioni coi bonapartisti, l'Accursi fu sospettato dai fratelli di fede come traditore e spia.... Certo, il dottor Conneau, medico di Luigi Bonaparte, lo avea fra' suoi più famigliari; il côrso Pietri, tanto addentro nei misteri della polizia e così affiatato con Napoleone, si confidava di ogni cosa con lui.[43]Però il Mazzini non lo credeva traditore; e non andava a Parigi, se non riparasse in casa dell'Accursi.
Ma più dell'Accursi, e più dello stesso Buonarroti (del quale era intimo amico), merita cenno un altro italiano, un precursore, apostolo di libertà, Luigi Angeloni, nativo di Frosinone, che, esule a Parigi, ne fu scacciato perchè repubblicano; ma ivi, intanto, egli avea preparato men aspro il terreno agli altri esuli.... Avea la mente aperta ad ogni sapere, e l'animo intrepido. Fin dal 1815 esortava gl'Italiani a esser concordi, a confidare nelle proprie forze congiunte. Nel '21, fu in corrispondenza col principe di Carignano. Bandito da Parigi, nel 1823, riparò a Londra, dove fu amico degli esuli e dove morì in una casa di lavoro.... Com'è dimenticato!
Allo scopo d'affrettare la liberazione d'Italia, si era formato, a Parigi, un vero e proprio “comitato italiano„, nel quale emergevano Luigi Porro Lambertenghi di Milano, sfuggito colla fuga alle catene dello Spielberg, e Carlo Poerio di Napoli: vi entrò, nel 1831, un biondo filosofo e poeta, che strinse poi amicizia colla principessa Belgiojoso: il conte Terenzio Mamianidella Rovere, pronto agli elogi, al sorriso; più pronto a far rispettare tra i francesi il nome d'Italia.
.... Pesaro gentile,Picciola sì, ma glorïosa e caraAlla gran madre Italia,
.... Pesaro gentile,Picciola sì, ma glorïosa e caraAlla gran madre Italia,
.... Pesaro gentile,
Picciola sì, ma glorïosa e cara
Alla gran madre Italia,
fu culla al Mamiani, che così la lodava nell'inno al santo del proprio nome. Il Mamiani era allora giovanissimo; eppure, era stato ministro; un ministro ribelle nella terra nativa.... Ma raccontiamolo, ricorrendo alle sue lettere, che rivelano gran parte d'una bella vita di cospirazioni e di pensiero:[44]
Carbonaro a vent'anni, il Mamiani esclamava con profetico grido: “L'Italia sarà libera; sarà libera l'Italia nostra!„ E “certo gioja più pura, più alta, e più espansiva di quella non credo mi sia destinato a sentire in terra„, egli soggiungeva.
La donna cara gli era morta gettandolo nel lutto di Dante per la morte di Beatrice; e la patria ormai teneva il posto dell'adorata estinta. Il moto di Modena, nel 1831, fa insorgere Bologna e le città romagnole; e il Mamiani è nominato ministro dell'interno.... Ma papa Gregorio XVI, amico dei lieti calici e delle bajonette austriache, chiama le bajonette fra le delizie dei calici. Il Mamiani vuole la resistenza; il generale Zucchi la dichiara impossibile, e viene ad accordi collegato pontificio, cardinale Benvenuti (già fatto prigioniero dagl'insorti) per trattare la resa. Il solo Mamiani non firma la capitolazione proposta, poichè, con quella, verrebbe a riconoscere il regno temporale dei papi, ch'egli giammai riconoscerà. E con quel libero atto, ei comincia la sua vita politica. Suona l'ora dell'esilio, a cui Gregorio XVI, tornato signore ne' proprii Stati, lo condanna. Il brigantinoIsottatrae verso Corfù il Mamiani ed altri esuli: ma una nave austriaca (che si chiama l'Italiano!) cattura presso Loreto la poveraIsotta; e gli inermi profughi sono messi in catene e tratti a Venezia nelle carceri di San Sevèro.
“Passammo di poi (racconta il Mamiani all'amico Zirardini) nel forte di Sant'Andrea al Lido, e più tardi nelle carceri nuove politiche di San Sevèro. Tre mesi vi stemmo; e gli accidenti furon sì numerosi e varii da comporre un romanzetto assai grazioso ed originale. Quanto a me, dirovvi solo ch'io venni preso d'un amore fervente per una bellissima greca dimorante dirimpetto alla mia prigione e ch'io vedeva ad ogni dì per più ore e parlavamci con molti segni e per mezzo di letterine e sopratutto con gli occhi. Insomma, quando giunse ordine di proscioglierci e di via menarci a Marsiglia, tutti i trentotto consorti miei di sventura sbardellatamente gioivano; io solo avea gli occhi divenuti due fontane, e quanto piangessi e sospirassi nol so ben dire.„
Non venne ancora pubblicato il processo che il Mamiani subì a Venezia nelle carceri di San Severo.Fu esso abbruciato con mille altri dagli Austriaci nel 1866, prima d'abbandonare per sempre Venezia?... Gli Archivii segreti di Stato a Milano, ne serbano però una copia. Il processo, datato dal 5 giugno 1831, manifesta tutto l'animo libero, persino audace, del Mamiani. Non sembra egli no un accusato, ma un accusatore. Egli parla della rivoluzione del '31 in Italia, e cita fatti, nomi, svela supposizioni.
Alla metà di settembre di quell'anno stesso 1831, il Mamiani giunse a Parigi; e là visse oltre quindici anni in onorata povertà, scrivendo sui giornali e impartendo lezioni private di filosofia, che dovevano fargli ripetere, con più ragione di messer Francesco, il sospiro:
Povera e nuda vai, filosofia!
Povera e nuda vai, filosofia!
Povera e nuda vai, filosofia!
Nella stanzuccia d'un mezzanino nella via Clichy, accanto a quel magnifico museo e a quel giardino pieno di cari bimbi cinguettanti come gli uccellini degli alberi, abitava il giovane patrizio ex ministro: in una bettola fuori della metropoli, egli pranzava con due lire, accanto a operaj e a studenti. A quella mensa (narra un suo biografo, il Mestica) una volta gli fu recapitata una lettera d'una signorina di rara bellezza e d'alto lignaggio, la quale chiedeva in grazia a una dama amica del Mamiani di poter conoscere quel giovane italiano, chiamato da lei “principe, poeta e carbonaro„.
Quella dama era la principessa Belgiojoso?... Quella damigella è un mistero. Anche il principe Emilio Belgiojoso andava a trovarlo, talvolta, aquel desco; ed è al Belgiojoso, a lui, e al suo bel canto, che il Mamiani allude nel doloroso innoAusonio:
........ O da quel suol venutoBello e giojosoche gli aranci infronda,Nido gentil di veneri e d'amori,Fa' a' nostri orecchi udir qualche melodeRecente e cara, e i facili gorgheggi(Chè il puoi tu sol) dell'usignuolo imita.
........ O da quel suol venutoBello e giojosoche gli aranci infronda,Nido gentil di veneri e d'amori,Fa' a' nostri orecchi udir qualche melodeRecente e cara, e i facili gorgheggi(Chè il puoi tu sol) dell'usignuolo imita.
........ O da quel suol venuto
Bello e giojosoche gli aranci infronda,
Nido gentil di veneri e d'amori,
Fa' a' nostri orecchi udir qualche melode
Recente e cara, e i facili gorgheggi
(Chè il puoi tu sol) dell'usignuolo imita.
Spesso, il giovane poeta-filosofo s'aggirava fra i sepolcri. Usava recarsi a meditare e a leggere nel cimitero di Montmartre; ma la principessa rideva di quelle malinconie alla Young e alla Foscolo, deliziandosi, invece, al racconto ch'ei le faceva dell'innamoramento in prigione colla bellissima greca, ch'era certa Caterina Conòmo.
La principessa Cristina, arrivata nell'anno 1831 oscuramente a Parigi, era andata ad alloggiare in uno de' quartierini più remoti dal centro, all'ultimo piano d'una casa modesta di povera gente; casa oggi abbattuta. Dipingeva bicchieri e ventagli, per ritrarne guadagno, dicendo a' suoi compratori che non avea di che campare, avendole il Governo austriaco sequestrata ogni ricchezza. Non so quanto sia vero ch'ella, sulla sua porta, avesse scrittoLa princesse malheureuse. Forse laprincesse malheureuseesagerava a bella posta la propria povertà, per rendere odioso il Governo austriaco; certo in quei giorni ella non nuotava nell'oro.
Un giovane, piccolo di statura, grande d'ingegno,appena vide la bellissima italiana, ne fu preso d'amorosa passione: era colui che dovea prendere in pugno le sorti della Francia, Thiers. Adolfo Thiers frequentava ben volentieri quella casa!... Ei trotterellava in cucina a cuocere le uova per la colazione alla quale la principessa Cristina Belgiojoso lo invitava sovente. La colazione consisteva, è vero, in un pajo di uova col burro, e d'un po' d'acqua limpida maestosamente versata dalla principessa nei bicchieri dipinti dal suo pennello d'esule spogliata dall'Austria, ma le tovaglie eran finissime di Fiandra, e la bruna testa della dea spiccava avvolta da un ricchissimo manto a mo' di turbante orientale, che cadeva in pieghe maestose lungo le spalle.
Nessun dubbio sull'ammirazione e sull'affetto che il Thiers provava per l'affascinante italiana. Corrispose ella, fosse pure per un momento, a quell'amore?... O vi corrispose solo coll'amicizia?... Certo seppe valersi della passione devota dell'illustre francese per farne (allora!) un sostenitore delle aspirazioni e dei diritti d'Italia.
Adolfo Thiers teneva infatti (allora!) nelle pubbliche adunanze, discorsi a pro dell'Italia; e il principe di Metternich li sapeva; e al governatore del Regno Lombardo-Veneto conte Hartig que' discorsi “sovversivi„ venivano segnalati.[45]Spesso Adolfo Thiers si trovava, in casa della Belgiojoso, col veneziano, spiritosissimo conte Vincenzo Toffetti: fra l'uno e l'altro correvasimpatia, sincera amicizia, tanto più che il conte nutriva pur egli in cuore speranze nell'ajuto francese. E anche di tale amicizia fra il Thiers e il Toffetti, il governatore di Milano venne prontamente informato dalle spie.[46]
L'autore dell'Histoire de la Révolution Françaisee dell'Histoire du Consulat et de l'Empirefu accusato di ammirare solo il “successo„ nella storia; fu accusato di rimanere indifferente dinanzi alla virtù e al delitto. Quando lo prese l'ambizione d'essere primo ministro di re Luigi Filippo, salì al posto supremo, piegandosi alle condizioni impostegli dall'utilitario sovrano, accostandosi all'Austria e alle altre potenze assolute d'Europa; eppure tutte le volte che potè giovare agli esuli italiani, lo fece di buon grado.... per ricevere, in compenso, il sorriso di Cristina Belgiojoso!
Un giorno, la principessa va alla Camera dei deputati francesi, in una delle loro aule, e improvvisa lì, dinanzi a loro, un discorso ardentissimo sulla necessità di ajutare il risorgimento d'Italia. Una scena inopinata, nuova.... Quella fantastica figura di giovane dama che, ritta in piedi, coi grandi occhi luminosi vaticinava, simile a profetessa, l'avvenire della patria; quella voce calda e sicura, la bella parola francese su belle labbra italiane, tutto l'insieme di quell'artistico tipo, improvvisamente comparso dinanzi ai rappresentanti d'una grande nazione, non potè non fermare gli astanti, che, prima ne stupirono,poi ammirarono, infine proruppero in applausi all'oratrice e all'Italia. E fra quei deputati, vi era Adolfo Thiers.
“La pâleur divinise la beauté des femmes et ennoblit la jeunesse des hommes„, diceva George Sand, che a Parigi strinse amicizia colla Belgiojoso. E “la pâleur„ della bella patriota italiana divenne celebre a Parigi, ma più il suo ardore patriottico per la terra natia, il suo ingegno pronto ad afferrare qualunque ardua questione e a precisarne i termini. La principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio attrasse presto l'attenzione di Parigi; ella ne conquistò presto gli animi: ella che pareva la visione dell'Italia martire. Molto giovò, per altro, a Cristina il gran nome paterno: Trivulzio. In un paese, come la Francia, dove la patria storia è conosciuta, tutti sapevano del Trivulzio, gran capitano di Francesco I, gran maresciallo di Francia; e molti ricordavano ancora le esequie solenni che, per ordine di Napoleone I, Parigi avea celebrato in onore di Alessandro Teodoro Trivulzio, discendente anch'esso dal magno guerriero, e generale, ministro della guerra, morto a Parigi il 2 marzo 1805. Tutta la guarnigione di Parigi avea prese le armi per quei solenni funerali: quattro generali di divisione sorreggevano i lembi del panno mortuario: Miollis, Duplessis, Michaud e Morlot. Il cardinale Caprara, legato pontificio e arcivescovo di Milano, recitò ivi le esequie. Benemerito dello Stato pei servigi da lui resi, e caro a tutti per la dolcezza del carattere, il generale Alessandro Teodoro Trivulzio fu compianto nell'immatura finecrudele. La divisione, ch'egli comandava (nell'esercito delle coste della Manica), celebrò i funerali sul campo; e il più grande de' poeti del tempo, Ugo Foscolo, addetto qual capitano allo Stato maggiore del generale Trivulzio, rendendosi interprete de' sentimenti de' commilitoni, dettò in onore di lui un forte epitaffio latino.[47]
Il vecchio, generoso generale La Fayette, che non trascurava occasione per caldeggiare l'indipendenza italiana, e madama Recamier, vollero Cristina Belgiojoso nei loro famosi salotti. Quando la pallida, bellissima discendente del maresciallo Trivulzio entrava in quelle sale con fronte altera, sulla quale parea scritto il motto orazianomalignum spernere vulgus, tutti gli sguardi la contemplavano,
Folto bisbiglio sollevando intorno,
Folto bisbiglio sollevando intorno,
Folto bisbiglio sollevando intorno,
(avrebbe ripetuto Giuseppe Parini).
Ilsalondel generale La Fayette, chiamato dai legittimisti “le caravansérail de l'Europe révovolutionnaire„, accoglieva tutti gli esuli liberali, tutt'i perseguitati di tutt'i tiranni; al rovescio delsalondel Palais-Royal, dove pure si raccoglievano le forze vive di Parigi dopo la rivoluzione del 1830, ma il cui accesso non era facilissimo ad ogni straniero. Il generale La Fayette, il celebre amico di Washington, sedeva nel propriosalon(arredato con semplicità patriarcale) come un venerando padre di popoli; sedeva circondato da una triplice corona d'amici e di clienti prontissimi ad accogliere la menoma sillaba e il più lieve sospiro del labbro di chi s'era messo in prima schiera nelle più grandi rivoluzioni: in quella dell'America del Nord, in quella dell'Ottantanove, in quella del 1830. Il generale La Fayette, alto, magro, scialbo, incurvato dall'età, portava sulla testa una bruna parrucca. Un eminente italiano gli sedeva spesso al fianco: Guglielmo Pepe, che, avendo militato per Murat e avendo, nel 1821, combattuti gli Austriaci a Rieti, era stato ricevuto a braccia aperte dal La Fayette, e introdotto subito nel “circolo maschile„ del salotto. Poichè, nelsalonLa Fayette, v'era anche un circolo femminile — una specie di gineceo — dove le donne, quasi tutte bionde, della famiglia La Fayette, facevano spiccare ancor più la bruna bellezza della Belgiojoso; accanto alla quale sedeva, presentando un contrasto d'altro genere — contrasto comico per la eteroclita acconciatura — una quaquera: miss Opie.[48]
Ma la principessa non era carattere da subire la tutela e la protezione del generale La Fayette.... non la subiva da alcuno. Il clamorososalondel popolarissimo agitatore, fra le cui pareti alla profuga lombarda veniva solo concesso di sostenere le seconde parti, le tornava uggioso; ed ella lo abbandonò per fondare, in piena Parigi,un proprio regno, un propriosalon, ricordato a lungo, perchè uno de' più curiosi e de' più ragguardevoli.
Partita dall'ultimo piano della casa men che borghese dove dipingea fiori sui bicchieri, e dove il Thiers le cucinava le uova; lasciato l'atteggiamento di povera donna ridotta all'estrema miseria per colpa del crudele Governo austriaco; lasciato libero sfogo a' proprii istinti principeschi, e anche alle somme che le tornavano ad affluire da Milano, la principessa Belgiojoso prese un aristocratico alloggio: andò ad abitare in una palazzina, con giardino, della rue d'Anjou, non lungi dalla casa del La Fayette, al quale (si sarebbe detto da un maligno moderno) ella volea fare concorrenza. Al numero 29 di quella via, nel maggio del 1834, il celebre generale moriva; e, al numero 6, quattro anni prima, spariva dalla vita, non dal regno della gloria, il capo della scuola liberale, l'oratore seducente, il pubblicista dallo stile squisito, Benjamin Constant. Ivi, è tutta un'onda di memorie.... Ivi, appresso, sorge la cappella espiatoria innalzata in pio ricordo di Luigi XVI, di Maria Antonietta e d'altre vittime della rivoluzione. Ivi, si stendeva un giorno il cimitero della Maddalena dove i ghigliottinati rimasero sepolti fino al 1815; anno nel quale i miserandi resti furono trasferiti a San Dionigi.... E la principessa, discendente dai Trivulzio, pensava talvolta con orrore alle infamie di quei patiboli sui quali eran perite tante aristocratiche dame sue pari....
Il visconte de Beaumont-Vassy descrive, ne'Salons de Parissotto Luigi Filippo, quella strana dimora sulla quale Teofilo Gautier ricamò capricciose variazioni macabre, dicendolaune vraie série de catafalques.... E la descrive ne' suoiSouvenirsanche Madame d'Agoult, notissima sotto il nome di Daniel Stern, intima del Liszt.
Si entrava per un piccolo vestibolo, che comunicava a sinistra colla sala da pranzo e a destra col salotto. La sala da pranzo, in stucchi, era ornata di pitture nel gusto degli affreschi e de' mosaici di Pompei. Più lungo che largo, questo locale, nelle sere di ricevimento, si trasformava (mercè un pianoforte che vi veniva portato) in sala da ballo. Il salotto, assai vasto e quadrato, aveva i muri tappezzati di un velluto bruno quasi nero, seminato di stelle d'argento. I mobili eran coperti della stessa stoffa, e, alla sera, quando si entrava, si poteva credersi in una cappella ardente, tanto l'aspetto generale si presentava lugubre. Ad accrescerlo, concorreva la figura fantasmagorica della Belgiojoso. Il pallore del suo viso assumeva, alla sera, sfumature nelle quali il verde e l'azzurro si confondevano. Dicevano ch'era l'effetto d'un veleno medicinale, deldatura stramonium, ch'ella prendeva.... Dalla sala funerale, si passava in una stanza da letto, interamente coperta di stoffa di seta bianca: il letto era ornato d'argento opaco: la pendola sul caminetto, i candelabri e ogni altro ornamento erano d'argento: una camera bianca, che parea il tempio d'una vergine.
“Un negro in gran turbante che dormiva nell'anticamera(scrive Madame d'Agoult neiSouvenirs) introducendosi in tutto quel candore faceva un effetto assai melodrammatico.„
“Mai una donna (soggiunge la maligna rivale) seppe esercitare l'arte dell'effetto, quanto la principessa Belgiojoso. Lo cercava, lo trovava in tutto: oggi in un negro, e nella teologia; domani in un arabo, ch'essa coricava nella sua vettura per fare strabiliare i passeggiatori del Bosco di Boulogne; jeri nelle cospirazioni, nell'esilio, nei gusci d'uovo delle frittate, ch'ella stessa cucinava quando le piaceva di farsi credere rovinata. Pallida, magra, ossuta, cogli occhi fiammeggianti, ella giuocava agli effetti di spettro o di fantasma. Volentieri accreditava certe voci che correvano, le quali per accrescere l'effetto, le mettevano in mano la coppa o il pugnale dei tradimenti italiani alla corte dei Borgia....„ Così la rivale, che volea gittare una nota stonata nel coro degl'inni.
Dalla stanza da letto della principessa, si entrava a un gabinetto di lavoro dal finestrone gotico, attraverso ai cui vetri giallo-aranciati, passava gaja la luce. Dalle pareti di cuojo di Cordova, pendevano antichi quadri bizantini dai fondi dorati. I mobili eran neri, e su uno scrittojo stavano aperti grossi volumi dei Padri della Chiesa, che la principessa studiava assidua per scrivere un'opera sul dogma cattolico. “Quando si andava a farle visita nella sua palazzina in via d'Anjou (scrive ancora Madame d'Agoult) la si sorprendeva solitamente al suo inginocchiatojo, in mezzo ad unin-foliopolveroso, con un teschio a' suoi piedi. Un sant'uomo la lasciava in quel momento,il predicatore in voga, l'abate Colombat o l'abate Cœur.„
Quale insieme romantico, quell'alloggio! E, ripetiamolo pure, qual romantica figura la padrona di casa! Il romanticismo imperava con Victor Hugo per duce, con Alfredo de Musset, col Delacroix, con l'adorato Chopin, con tutto quel mondo d'artisti pieni di slancio, bramosi di regnare sulle anime umane mercè la fantasia dalle ali di fiamma, e colla passione, e col dolore che rivela l'uomo a sè stesso. Il classicismo nelle sue fredde, olimpiche linee, apparteneva a un cielo d'impossibili Dei: sulla terra, l'uomo agitavasi, sospirava, spasimava desolato, e avea bisogno d'un'arte umana, che rispondesse al suo soffrire, al suo gemito; un'arte e una letteratura che esacerbassero pur anco le sue piaghe collo spettacolo dello strazio, ma fossero vicine all'uomo, alla vita — non vicine agli Dei dell'Olimpo ed al mito.
Sì, la principessa Belgiojoso era una figura altamente romantica nell'aspetto, nelle vesti, nella casa, nei costumi, nel tenore della vita avventurosa, nell'amore del fantastico, nell'amore dei liberi sensi di patria, nella carità cristiana verso i bambini poveri, verso i vecchi abbandonati, verso i lavoratori umili e sofferenti; ma, quantunque ammalata di fibra, non s'immergeva nelle malinconie proprie dei romantici: non avrebbe mai lagrimato, come altre signore sentimentali, al lamento d'un usignuolo solitario in una notte di plenilunio, ai sospiri d'un flauto lontano o d'un'arpa — gl'istrumenti cari ai romantici — albisbiglio d'un salice sopra un avello. Solo le concrete creazioni della grand'arte la scuotevano: le sfumature della sensibilità morbosa non erano avvertite da quella mente.
Nella palazzina di via d'Anjou, la principessa riceveva gli uomini più illustri di Parigi, e molti esuli italiani e polacchi. Gli esuli italiani!... Quante volte la principessa li soccorreva segretamente colla borsa, li eccitava a sperare colla parola!
Anche a Parigi, il bel Pietro Aretino del ballo Batthiány a Milano, qui descritto Pietro Svegliati, Attilio Regolo, la spia, insomma, tanto cara al cuore del Torresani, era penetrata, immaginiamo perfettamente con quali scopi magnanimi!... Viaggiava di continuo da Marsiglia a Parigi, e viceversa. Nel 21 marzo del 1837, da Marsiglia dove il colera mieteva ottanta vittime al giorno, Pietro Svegliati inviava al signorEustachio Parma(leggi:Torresani),fermo in posta, Milano, queste nuove maligne informazioni sulla principessa e sul principe:
“Un certo Didier, da me molto conosciuto l'anno scorso in Parigi, intrigante e sparso (sic) anche nelle società frequentate da emigranti agiati in Parigi, qui giunto da pochi giorni, mi ha detto che la Principessa Belgiojoso si dava il tuono d'imitare le prime dame di Francia, che fanno delle lotterie in sollievo dei poveri delle loro parrocchie: ella si proponeva di fare una vendita di oggetti diversi nel di lei Hôtel rue d'Anjou St.-Honoré a profitto dei poveri rifugiati Italiani:mi ha anche detto che il Principe di lei marito era chiamato il corifeo dei repubblicani più esaltati.„[49]
Emilio Belgiojoso un repubblicano?... Un principe repubblicano?... Otto giorni più tardi, lo spione ripete la stessa canzonetta gioconda....
Quelcerto Didierera il ginevrino Carlo Didier, lo scrittore, che fin dal 1833 avea pubblicato in due volumiRome souterraine; liberale e amico degl'italiani liberali. L'infelice finì suicida.
Bisogna ricordare che, nel frattempo (precisamente nel 1835), l'imperatore Francesco I d'Austria moriva carico di anni, di mogli, ma non di rimorsi, perchè s'illudeva d'essere stato sempre un padre, un ottimo padre per la vasta famiglia italo-austriaca....
Dies iræ!è morto Cecco,Gli è venuto il tiro secco:Ci levò l'incomodo.Un ribelle mal di pettoTe lo messe al cataletto:Sia laudato il medico!
Dies iræ!è morto Cecco,Gli è venuto il tiro secco:Ci levò l'incomodo.Un ribelle mal di pettoTe lo messe al cataletto:Sia laudato il medico!
Dies iræ!è morto Cecco,
Gli è venuto il tiro secco:
Ci levò l'incomodo.
Un ribelle mal di petto
Te lo messe al cataletto:
Sia laudato il medico!
salmodiava Giuseppe Giusti. E Francesco I, il firmatario dell'infame trattato di Campoformio; il battuto di Marengo, di Austerlitz, di Wagram; colui che per ottener pace col vincitore suo Napoleone aveagli sacrificato la figlia Maria Luisa; colui che, non ostante il vincolo di parentela, era entrato poi nella coalizione contro il prepotentesuo genero e contribuì a ricacciarlo nella polvere; colui che per gli avvenimenti del 1814 potè riconquistare la più gran parte degli Stati perduti; colui, infine, che si divertiva a seguir ogni giorno, nella sua reggia di Vienna, su un orario, le penose, avvilenti prescrizioni inflitte agli italiani sepolti nel lontano Spielberg; Francesco I insomma, avea liberato alfine il mondo della sua ombra; e gli era successo il figlio Ferdinando, povero, gracile, dall'enorme testa vuota, ma che, per altro, conobbe il dovere della clemenza. Incoronatosi nel Duomo di Milano colla Corona Ferrea di Napoleone I, che avea proferite le superbe parole:Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!, Ferdinando concesse ampia amnistia ai rei politici. La principessa Belgiojoso riebbe i proprii beni sequestrati: ed ecco perchè ella, dopo la povertà, dopo le pitture sui bicchieri di vetro, sfoggiava lussi raffinati e abbondava di nuovo in opere generose di carità; il serto più puro della sua fronte.
Labelle patriote italienne—fœmina sexu, ingenio vir: così la chiamavano nella metropoli ch'ella avea saputo conquistare. La principessa lasciò in uno de' suoi libri pieni di pensieri, questo pensiero: “Il n'y a en toutes choses, dit-on, que le premier pas qui coûte; et lorsque le premier pas n'a rien coûté, les suivants se succèdent à plus forte raison avec une incalculable rapidité.„ E nessun passo costava alla principessa, che si sentiva padrona di sè, degli altri, del mondo. Rapidamente ella camminò tra la folla parigina; e la folla s'aprì per ammirarla.
Per la principessa Cristina Belgiojoso non era scritta la sentenza del duca di La Rochefoucauld: “Le ridicule déshonore plus que le deshonneur„. Che importava a lei del ridicolo?... Lo sfidava, lo calpestava, gli passava sul corpo, impassibile, trionfale. Un monello le gridò dietro per via:Ah! celle là qui a oublié de se faire interrer!
Anche Bianca Milesi-Mojon, l'ispiratrice, l'amica della principessa, avea nel frattempo fermata a Parigi la propria dimora. Le due amiche aveano cospirato insieme nella Carboneria a Milano, nellaGiovine Italiaa Genova; ed eccole ora di nuovo insieme a Parigi. Ma Bianca Milesi poco esultò in quel centro d'agitazione: il colera la spense.... Era nata nel 1792, a Milano, da quell'Elena Milesi-Viscontini assai nota nel bel mondo, della quale ell'avea dipinto a olio un buon ritratto. Seguendo la moda del tempo, Bianca Milesi avea aperto anch'ella a Parigi unsalon, dove Emilio Souvestre, romanziere e moralista, giovane allora, torreggiava colla sua figura alta e grossa. L'autore diRiche et pauvreportava i capelli lunghi, che gl'incorniciavano il volto dolcissimo e gli scendevano quasi fino alle spalle. Pareva un titano scandinavo col sembiante di un collegiale serafico. Chi lo incontrò nel salotto Milesi, diceva che il buon Emilio aveva un solo difetto: di ascoltare sè stesso quando parlava. Nelsalondella Milesi, riunivansi, specialmente, signori e signore che si occupavano dell'educazione popolare, una delle passioni di Bianca: era unsaloneducativo. Fra tante pubblicazioni della Milesi sull'educazione dei bambini,la principessa Belgiojoso ammirava sopratutto un metodo nuovo e ingegnoso per insegnar loro facilmente l'alfabeto. Chi lo conosce?...
Parole di conforto per la perdita dell'amica, non mancavano certo alla principessa. Le sussurrava a lei, con grazia, una avvenente signorina, una specie di figlia d'adozione, alta e diritta come un arcangelo, bruna, superbo tipo di Trasteverina. Quella damigella, nominata anche dal visconte de Beaumont-Vassy, si chiamava Eleuteria; apparteneva a patrizia famiglia impoverita di Carpi; ed era parente del patriota Celeste Menotti, che abbiamo incontrato. La Belgiojoso la teneva seco e le portava affetto di madre. Perchè poi costringesse la sua protetta a sposare un farmacista di Milano, certo Archinti, buon uomo, ma di modi del tutto opposti a quelli della signorina squisitamente educata, nessuno mai disse, nessuno sa. Forse madamigella Eleuteria poteva ripetere con un grande lirico, col Prati:
....... FataliPassâr segreti fra 'l suo cuore e il mio.Di scrutarli credean gli occhi mortali,Ma furon noti solamente a Dio.
....... FataliPassâr segreti fra 'l suo cuore e il mio.Di scrutarli credean gli occhi mortali,Ma furon noti solamente a Dio.
....... Fatali
Passâr segreti fra 'l suo cuore e il mio.
Di scrutarli credean gli occhi mortali,
Ma furon noti solamente a Dio.
La sacrificata trabalzò dalla vita fastosa che conduceva presso la principessa Belgiojoso a una vita grigia, meschina, irritante. Si divise presto dall'uomo che non poteva amare; spezzò le catene; e sparve in un abisso morale, che non le ridonò il sorriso, non le ridonò la pace. È sempre così.