VII.I filosofi intorno alla Dea.

VII.I filosofi intorno alla Dea.Nicolò Tommaseo a Parigi. — Le sue elevazioni celesti e i suoi affetti terreni. — InFede e Bellezzaallude egli alla principessa Belgiojoso? — Vincenzo Gioberti a Parigi e il suo ardente divulgatore Massari. — La confidente del Massari. — Pubblicazioni filosofiche e teologiche della Principessa. — Un arguto giudizio di Terenzio Mamiani. — Il bel padre Cœur e il filosofo Giuseppe Ferrari. — L'abate Lamennais. — L'asceta Ozanam e l'asceta Sìrtori. — Filosofesse in Francia. Religiosi abbigliamenti della Principessa.

Nicolò Tommaseo a Parigi. — Le sue elevazioni celesti e i suoi affetti terreni. — InFede e Bellezzaallude egli alla principessa Belgiojoso? — Vincenzo Gioberti a Parigi e il suo ardente divulgatore Massari. — La confidente del Massari. — Pubblicazioni filosofiche e teologiche della Principessa. — Un arguto giudizio di Terenzio Mamiani. — Il bel padre Cœur e il filosofo Giuseppe Ferrari. — L'abate Lamennais. — L'asceta Ozanam e l'asceta Sìrtori. — Filosofesse in Francia. Religiosi abbigliamenti della Principessa.

Nicolò Tommaseo a Parigi. — Le sue elevazioni celesti e i suoi affetti terreni. — InFede e Bellezzaallude egli alla principessa Belgiojoso? — Vincenzo Gioberti a Parigi e il suo ardente divulgatore Massari. — La confidente del Massari. — Pubblicazioni filosofiche e teologiche della Principessa. — Un arguto giudizio di Terenzio Mamiani. — Il bel padre Cœur e il filosofo Giuseppe Ferrari. — L'abate Lamennais. — L'asceta Ozanam e l'asceta Sìrtori. — Filosofesse in Francia. Religiosi abbigliamenti della Principessa.

Fra gli scrittori italiani esuli a Parigi che arsero (almeno segretamente) per la principessa Belgiojoso, va notato il più grande dei dalmati: Nicolò Tommaseo.

Nicolò Tommaseo è una figura monumentale. E nel suo stesso stile, v'è tanto di scultorio; molte pagine sue son altorilievi. La sua prosa non corre via svelta, disinvolta, come l'Yriarte descrive le ragazze di Sebenìco, la graziosa città dalmata dove il Tommaseo nasceva nel 1802; bensì procede grave, lenta, e fa pensare alle figure che Dante incontra nell'Infernocolle cappe di piombo; ma in quella forma stringata, quante idee, quanta forza! Che cosa il Tommaseo non tratta?... Letteratura, politica, filosofia,filologia, educazione, morale, romanzo, poesia.... Pare che ripeta con Cristoforo Colombo,El mundo es poco, perchè, con tutto l'ardore cristiano di cui è capace, si slancia ai cieli, a Dio, e domanda: “Che può egli crear l'uomo senza Dio? Nemmeno la morte.„

Il Leopardi “naufraga dolcemente„ nel pelago dell'Infinito; il Tommaseo lo veleggia pregando:

Aspira, o misero, al ciel natio;Ascendi i facili monti di Dio.Del Dio degli angeli tu sei fattura;Ed è 'l miracolo a te natura.— Son cieco, e dubito. — Ama, e saprai.— Son lasso, e debole. — Prega, e potrai.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Qui mare instabile, là certo lito:Porta dell'essere è l'Infinito....

Aspira, o misero, al ciel natio;Ascendi i facili monti di Dio.Del Dio degli angeli tu sei fattura;Ed è 'l miracolo a te natura.— Son cieco, e dubito. — Ama, e saprai.— Son lasso, e debole. — Prega, e potrai.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Qui mare instabile, là certo lito:Porta dell'essere è l'Infinito....

Aspira, o misero, al ciel natio;

Ascendi i facili monti di Dio.

Del Dio degli angeli tu sei fattura;

Ed è 'l miracolo a te natura.

— Son cieco, e dubito. — Ama, e saprai.

— Son lasso, e debole. — Prega, e potrai.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Qui mare instabile, là certo lito:

Porta dell'essere è l'Infinito....

Così egli canta; così egli prega.

In lui si fondono due nature, due razze; la slava per parte della madre (Caterina Cheesevich) slava; l'italiana per parte del padre (Girolamo) italiano. Scorgi lo slavo in certe sue idealità vaporose; e l'italiano in quella sua concretezza di forma che incornicia e stringe come in una morsa anche il sogno. Suo padre era uomo positivo, mercante. Sua madre, povera donna, addolorata da afflizioni, pregava.

E all'Italia sospirava il giovane Tommaseo. Si imbarcò; e venne nella Penisola; venne a Padova, dove il bell'abate Giuseppe Barbieri, conversatore ameno, predicatore famoso, che chiudeva in una forma classica le idee delGenio del Cristianesimodi Chateaubriand, lo protesse. Mapiù lo protesse Antonio Rosmini, di cui Nicolò Tommaseo era ammiratore quasi fanatico. Tutte le volte che il giovane Tommaseo, stretto dalla necessità, avea bisogno di denaro, ricorrea al Rosmini; il quale lo soccorreva volentieri, senza fargli pesare il beneficio, come sogliono i più; e lo voleva sempre vicino.

Nicolò Tommaseo venne poscia a Milano, per esercitarvi il suo alto ministero di scrittore, che sentiva con fiera sicurezza; ma la fortuna poco gli arrise. Il bassanese bibliografo Bartolommeo Gamba avea raccomandato l'esordiente letterato a Giorgio Teodoro Trivulzio (congiunto, adunque, alla principessa Belgiojoso), e il marchese lo raccomandò, alla sua volta, al librajo Stella. Ma Antonio Stella (l'editore del Leopardi) non gli venne in ajuto. Guai se a Milano Alessandro Manzoni non avesse aperta la propria casa al povero dalmata! E guai se, nei colloquii con quel Sommo, ei non avesse trovato conforto ai giorni neri!

Spinto dalle tristi condizioni e anche un po' da spirito inquieto, Nicolò Tommaseo dice addio a Milano, e si mette in cammino, coi denari che gli ha offerti delicatamente donna Giulia Beccaria, madre del Manzoni.

In uno scritto autobiografico,Educazione dell'ingegno, il Tommaseo racconta la sua partenza da Milano, in una notte di febbrajo. Egli cammina solo, a piedi, perchè vuol serbare il denaro della benefattrice. La pioggia lo coglie; e, mal difeso dall'ombrello, sfanga lungamente nel bujo, finchè un campagnuolo, commosso allesue iterate preghiere, gli fa un posticino nella propria carretta. Fattosi giorno, il campagnuolo lo guarda, e, vedendolo d'aspetto civile, e indovinando le sue miserie, dà in un accento d'esclamazione più potente d'ogni parola, “perchè gli era un misto di compassione, di meraviglia, di affetto.„

Presso Desenzano, il Tommaseo s'imbatte in una nota giovane e ricca signora, accompagnata da una suora di carità. Quella giovane andava a votarsi a Dio. Il Tommaseo la ferma e le parla a lungo, con meraviglia della suora. Ei la ritrae “anima affettuosa e umilmente altera, che tropp'alta immagine aveva della virtù e troppo pura dell'amore; destinata a soffrire nel mondo, a soffrire nel chiostro; e in premio delle durate battaglie a uscire presto di questa o infiammata o fradicia arena„. “Io la veggo tuttavia (egli soggiunge) lungo il lago sonante.... E ora ella mi riguarda dall'alto, e mi prega non molli le gioje, non freddi gli studii, non vani i dolori.„

Le donne devono amar la memoria del Tommaseo, poich'egli studiò la donna con culto infinito: la pose quasi sugli altari. Nessuno in Italia la studiò moralmente più di lui. A Parigi, oggi lo chiamerebbero unféministe. Quanti conoscono un suo sublime poemetto, in ottave, intitolatoUna serva?... Non si tratta d'una di quelle serve a cui il Molière leggeva le proprie commedie: bensì d'una giovane schiava bianca del Medio Evo, percossa a sangue dal padrone, che, come merce inutile, la vende al castaldo d'un vescovo. Noi la vediamo venir innanzi, a piedi nudi, pallida,estenuata, e col solco del flagello sulla fronte, tra rosso e nero.... La infelice racconta al vescovo i proprii guaj; il prelato l'ascolta commosso, la consola, vuol che il castaldo la tratti bene; ma la poveretta s'ammala. Alla pietà si unisce nel cuore del vescovo l'affetto; un affetto che arde e non ardisce; un affetto che lo inquieta, lo tormenta, lo fa soffrire; ed ella vede, comprende tutto, ed esce turbata e altera, come se ella fosse signora ed egli schiavo. La fine è sommamente patetica. Questo poemetto è tutto un profumo di finezze, di sentimento e di grazia. La bronzea prosa delSacco di Lucca, alcune poesie profonde e affettuose (D'un quasi cieco e presso a esser vedovo, Piaghe nascoste) formano la corona artistica più bella del Tommaseo, ch'è onorato sopratutto quale pensatore, critico e filologo. Sono monumenti imperituri di lingua il suoDizionario della lingua italianae il suoDizionario dei sinonimi. Alcuni poeti, oggi celebrati, attinsero alle sue acque lustrali.

Non è una novità, no, oggi, la poesia a favore dei diseredati.

Ricchi, a voi che dice il cuoreDella fame e dell'orroreDi chi langue e di chi muore?

Ricchi, a voi che dice il cuoreDella fame e dell'orroreDi chi langue e di chi muore?

Ricchi, a voi che dice il cuore

Della fame e dell'orrore

Di chi langue e di chi muore?

domandava il Tommaseo, derivando dal puro Vangelo, non dalle torbide teorie del suo secolo, il grido della riparazione. La povertà e i dolori altrui lo inspirarono fin da' primi anni. Ricordando sè giovinetto (“taciturno e selvaggio„a dodici anni), dice nello scrittoEducazione dell'ingegno: “Un viaggio per mare, e la vista d'un'isola povera, e la conoscenza di parenti poveri e buoni; la morte d'altri parenti amati, i dolori di mia madre, mi vennero esercitando il già desto affetto....„

E amava gli umili:

Foglia, che lieve a la brezza cadesti,Sotto i miei piedi, con mite richiamoForse ti lagni perch'io ti calpesti.Mentr'eri viva sul verde tuo ramo,Passai sovente, e di te non pensai;Morta ti penso, e mi sento che t'amo!

Foglia, che lieve a la brezza cadesti,Sotto i miei piedi, con mite richiamoForse ti lagni perch'io ti calpesti.Mentr'eri viva sul verde tuo ramo,Passai sovente, e di te non pensai;Morta ti penso, e mi sento che t'amo!

Foglia, che lieve a la brezza cadesti,

Sotto i miei piedi, con mite richiamo

Forse ti lagni perch'io ti calpesti.

Mentr'eri viva sul verde tuo ramo,

Passai sovente, e di te non pensai;

Morta ti penso, e mi sento che t'amo!

CosìAd una foglia. Qui, il sentimento più raffinato della natura; qui, il sentimento di pietà e l'affetto pei semplici; e questo affetto dilaga in tutto il gigantesco lavoro del Tommaseo, in cui non trovi neppure un gesto, neppure un accenno di accondiscendenza verso chi venne dalla sorte ingiustamente innalzato. E son credenti, anime devote a Dio, questi poeti che accarezzano gli addolorati e gli umili. Peccato che il demone dell'astio letterario (vecchio demone d'Italia) abbia suggerito al Tommaseo un crudele epigramma contro l'infelicissimo Leopardi. È la macchia del suo alloro.

Nicolò Tommaseo si rifugiò povero a Parigi nel 1838, essendo stato espulso da Firenze, a motivo di due articoli suoi nell'Antologiadel Vieusseux; due articoli di critica letteraria, che parvero offesa ai governi e minaccia di ribellione:l'uno intorno a un poema,Pietro di Russia, l'altro.... su Pausania! A Parigi andò ad alloggiare in una buja stanzuccia al numero 3 dellaRue du Marais St.-Germain; l'anno dopo, cambiò casa, al numero 2 dellaRue de la Bienfaisance.

Egli, esule ignoto, andò a riverire l'esule illustre nativa di quella Milano che lo aveva confortato nei giorni desolati. In casa della Belgiojoso, il Tommaseo conobbe lo storico Francesco Mignet, che tanto nobile posto occupò nel cuore della principessa e al quale consacreremo più innanzi alcune pagine. E al Mignet, Nicolò Tommaseo dedicò, alcuni anni dopo, leScintille.

La Belgiojoso inspirò al profugo dalmata accese poesie? Finora non è stato possibile trovarne: forse è a lei, che il poeta allude in una pagina del romanzoFede e bellezza; romanzo originale in varii punti, e che riflette parte della vita del Tommaseo e della vita d'altri esuli italiani a Parigi. La pagina è una confessione umiliante; è una pagina amara:

“Amav'io in essa l'affetto che a quando a quando traspariva dalle parole delicatamente lusinghevoli e dagli occhi vaganti? Amavo io l'ingegno agile, aperto? Amav'io 'l nome? e l'esile persona schiettamente adorna, e la casa riccamente addobbata, e la frequenza elegante poteva anco in me? Non credo. I suoi titoli a lei negai con reticenza affettata; e la trattai ora con famigliarità, or con durezza; e al suo sorriso feci più volte cipiglio. Ma pur mi sedetti alla suamensa: e un giorno, perch'io disavvedutamente pigliavo il posto d'un conte, ella sollecita m'additò il mio minore. E soffersi....

“Lei, la donna ch'io penso, signoreggiare avrei voluto, tutta: ma come maneggiare agilmente vaso incrinato? Gli era pur bello e lavorato con arte! Mente serena: ma faceva sovente il cuore severo, e freddo cercatore de' difetti altrui. Chi sa qual vecchiaja l'attende! I piaceri, incautamente agitati, lasciano feccia di dolore: e io lo so.„[50]

La confessione d'uno sconfitto. E fra gli sconfitti e gli umiliati, notavasi un giovane profugo di Bari, che divenne nemico poco cavalleresco della Belgiojoso, se è vera l'atroce espressione ch'egli osava esprimere fra amici emigrati a Torino sul conto di lei; di lei, che lo ricambiava d'eguale disprezzo. Ella tracciava con poche beffarde parole la caricatura di Giuseppe Massari:la lèvre enflée d'emphase, la bouche macaronique....

Egli conobbe la principessa a Parigi, dove, per isfuggire alle persecuzioni borboniche, il padre (che lo sapeva legato alla società segreta dellaGiovine Italia) lo mandò appena seppe d'alcuni cospiratori caduti sotto il rigor del Governo. Ma il Massari non era nato ai silenziosi misteri delle società segrete. L'indole sua, aperta e loquace, non lo portava a resistere nei rigidi sistemi delle occulte cospirazioni. A Parigi, ebbela ventura di metter subito piede in casa d'un suo conterraneo, il generale Guglielmo Pepe; ed ivi potè espandersi: ivi conobbe il Berchet, suo idolo poetico di giovinezza, Terenzio Mamiani, Giacinto Collegno, Giovanni Arrivabene, l'Arconati, tutti gli esuli italiani più onorevoli e più onorati. E fu presentato alla principessa Belgiojoso, che non si capisce come non avesse ribrezzo delle abitudini allora poco pulite del giovane barese; ma egli era così dilettevole e pronto parlatore, era così caldo patriota, così infatuato dell'abate Vincenzo Gioberti, cui la principessa grandemente ammirava! Il più arguto dei critici, Eugenio Camerini, lo chiamò “la tromba del Gioberti„. Non solo ei si fece banditore del verbo giobertiano, giurando in ogni concetto, in ogni parola del maestro piemontese, ma con incrollabile tenacia volle lodarlo coll'ardente parola anche allorquando nella coscienza forse dissentiva da lui. Coll'Introduzione allo studio della filosofia di Vincenzo Gioberti, il Massari fu il più efficace divulgatore di colui che tentava di conciliare la fede colla scienza, la Chiesa colla patria.

Il Massari discorreva spesso del Gioberti colla principessa: le mostrava le lettere che il filosofo gli mandava da Bruxelles, annunciandole che il Grande avrebbe rinnovati a fondo gli studii filosofici in Italia; il che non avvenne, passando egli pel nostro cielo, solo come meteora abbagliante. Il Gioberti pregò il Massari di rivedere le bozze delPrimato; quel libro che avea squilli di risurrezione e che parve, e fu, una profezia; profezia avveratasi nella comparsa di Pio IX.

Nelle sue smanie amorose per la principessa, il Massari si confidava colla marchesa Costanza Arconati Visconti, moglie d'un sant'uomo, amica e protettrice di Giovanni Berchet. La dea della bellezza non avea sorriso alla culla della marchesa, il cui volto era schiacciato, dai lineamenti volgari; ma il carattere della colta gentildonna era franco; era quello d'una buon'amica.

La marchesa Arconati Visconti andava persuadendo il Massari di abbandonare il folle sogno d'amore; e il poveruomo, alla fine, dopo lunghi sospiri, ne guarì. In una lettera che il Massari mandò da Parigi alla marchesa Costanza Arconati Visconti, così a lei si confida riguardo a quella febbre e a quella guarigione: “Io avrò sempre simpatia e amicizia per quella signora; ma adesso null'altro. Due mesi fa, non avrei potuto dirlo: ora glielo dico con coscienza, e ringrazio lei di tutto cuore d'aver cooperato molto a guarirmi.„[51]

E nel salotto della Belgiojoso apparve un giorno la bella figura del Gioberti in persona, che esaltava il nome d'Italia con un'eloquenza focosa, a cui nessuno poteva resistere. Celebrando oltre misura i fasti, il genio d'Italia, e profetandone magnifici i destini, egli entrava nel regno abbagliante dell'iperbole; ma quelle iperboli eran sante. Quelle esagerazioni sue quali benefici effetti produssero alla causa precipua e finale dell'indipendenza d'Italia! Il Gioberti fu un grandeseminatore. E quale impetuosa prontezza nell'apprendere, nel riferire, nell'avvincere gli animi! — Ma è questi veramente un figlio della compassata gente torinese? — chiedeva la principessa nell'ascoltare le infuocate parole del sacerdote ispirato; — sacerdote della Chiesa ch'ei voleva purificare ed innalzare come Dante, come il Savonarola, come il Rosmini; — sacerdote della filosofia, ch'ei voleva animare delle fiamme dell'artista; sacerdote della patria che ei voleva riporre maestra a tutte le genti.L'Italia crea l'Europa cristiana e moderna; l'Europa torna all'Italia; quante volte ei lo ripeteva!

Ma più volte il Gioberti si contraddisse riguardo alle forme di governo che volea dare all'Italia; e fra' suoi avversarii, qualcuno raccolse, in un libro, le contraddizioni del grande.[52]

Nell'isola di Oahù, nell'arcipelago delle Havaii nell'Oceania, i viaggiatori incontrano boschetti dihaosdai fiori candidi al mattino, gialli a mezzodì, rossi la sera.... Qualche cosa di simile accadeva in certe opinioni politiche del Gioberti; ma bisogna considerare l'ampio, eccelso ideale di un'Italia grande ch'egli mai smarriva e ch'era l'anima dell'anima sua; bisogna ricordarsi il ritratto che, di sè stesso, il Gioberti ci lasciò neiProlegomeni: “Io non ho due cuori, nè due pensieri, e dedicai da buon tempo tutte le facoltà del mio animo alla religione e all'Italia, indivise nel mio affetto e nella mia mente: questisono gli amori che ardono nel mio petto, che addolciscono le mie sventure, che inspirano le mie parole, che guidano la mia penna, che sostengono, posso dire, e governano la stanca mia vita. Chiunque ama per lo meno l'una di queste due cose, chiunque adora la religione e l'Italia, è mio amico, qualunque siano i suoi portamenti verso la mia persona, i danni che io n'abbia ricevuti per lo passato, il disfavore o il pregiudizio che possa ridondarmene per l'avvenire.„

Il Gioberti ammirava nella principessa Cristina la patrizia che si consacrava al trionfo dei diritti del popolo. Il filosofo torinese nelPrimato morale e civile degli Italiani, credeva infatti, al pari del Montesquieu, che missione del “ceto dei nobili„ era di farsi mediatore tra il sovrano e la moltitudine ed essere il “vincolo naturale e quasi l'armonia conciliatrice d'entrambi.„

Ma è vero che il Gioberti si pentì della lode e proferì aspre parole sulla principessa? Si pensi ciò che lo stesso Gioberti scrisse sul proprio fratello di religione Antonio Rosmini, e in qual modo ne giudicò le dottrine, dopo d'averle esaltate!... Le miserie dei grandi.

Il Gioberti giunse a Parigi sulla fine del 1833, perchè scacciato, qual liberale, dal Piemonte, egli, il cappellano di re Carlo Alberto. Il governo piemontese lo avea tenuto sette mesi in carcere per l'appassionata simpatia da lui espressa a favore dei calpestati Polacchi. Liberato e condotto al confine, lo lasciarono andar libero dove voleva; ed egli prese il volo per Parigi, a quelcentro procelloso d'intelletti novatori, dove vivea, povero e grande, un altro abate novatore, ardente anch'esso di una fiamma comunicativa, il Lamennais, — colui che sollevò alto scalpore coll'Essai sur l'indifférence en matière de réligion, mirando anch'egli a innalzare il prestigio della Chiesa; e la Chiesa lo sconfessò. E allora il Lamennais aveva pubblicate le famoseParoles d'un croyant; parole di fuoco che un cavaliere dell'arte tragica sublime e della libertà tradusse e diffuse, a pro delle libere idee: Gustavo Modena.

A Parigi, il Gioberti potè respirare a larghe ondate quell'aria liberale che, in Piemonte, gli veniva tolta sino all'asfissia. Poi si recò a Bruxelles; ma nel novembre del 1845 tornò a Parigi.

Smessi gli abiti sacerdotali, il Gioberti non amava essere riconosciuto a Parigi qual prete: perciò all'amico Giovanni Baracco, prete, giornalista e archeologo di Torino, mandava queste parole: “Nel sovrascritto (della lettera) non mi dia dell'abate, nè del teologo, nè d'altro, ma scriva soltantoM. Vincent Gioberti, senza più. Quest'ultimo articolo è di molta importanza; d'ora innanzi, abitando nei Campi Elisi, i titoli preteschi sarebbero ancor più inopportuni.„[53]Egli alloggiava precisamente al numero 19 dell'Avenue d'Antin, in una meschina cameruccia, solo. Seguendo le sue consuetudini, questo povero figlio d'un sensale, che avea sofferto nell'infanziaogni privazione, non teneva neppure una persona di servizio. Gli editori guadagnarono sacchetti d'oro co' suoi libri avidamente ricercati, diffusissimi; egli non guadagnò un soldo, tranne una misera somma perIl rinnovamento civile degl'Italiani, la sua più seria opera politica, dove invoca milizie italiane e forti.... come tre secoli prima il Machiavelli. Illibato nei costumi, sprezzatore del lusso, dei denari, dei soccorsi, come un filosofo antico, questo filosofo moderno doveva, pochi anni più tardi, diventare a Torino ministro e capo di ministri; e morì a Parigi d'improvviso, una notte, senz'ajuti: fu trovato mezzo avviluppato fra le coltri e le lenzuola, giù del letto, freddo cadavere.

Un nuovo fatto curiosissimo della principessa Cristina Belgiojoso attirò l'attenzione di tutta la Parigi intellettuale. Fu una sorpresa, uno stupore unanime.

Chi mai poteva immaginare che una signora come la Belgiojoso potesse scrivere un'opera sulla formazione del dogma cattolico?... Eppure, nel 1842, uscì a Parigi l'Essai sur la formation du dogme catholiquesenza nome d'autore, ma che passa per suo.[54]E sono quattro grossi, fitti volumi!... Le meraviglie non furono piccole a Parigi, e non piccole a Milano, perchè un'opera simile, non ostante i suoi vuoti, non poteva essere frutto che di tutta una vita di lunghi studii ecclesiastici. A Milano, Achille Mauri non risparmiòl'illustre amica, e, alludendo alla clemente filosofia (la filosofia del giovane clero parigino) che raddolcisce qua e là le rigidità jeratiche, — improvvisò un epigramma, poco felice epigramma che non merita l'onore d'essere riprodotto.

Il filosofo Mamiani, al quale la principessa fe' dono dell'Essai, si mostrò ben più cavalleresco, da quell'autentico gentiluomo ch'egli era. Le inviò una lettera dove esamina l'opera, la loda, e, con garbo, tocca lieve sul dubbio.... della vera paternità dell'opera stessa: è una bella lettera quasi ignorata, benchè edita nelle accurate “Lettere dall'esilio„ del Mamiani, citate poc'anzi.

“Avendo piaciuto alla vostra modestia di mandar fuori l'opera senza nome, egli avverrà per certissimo che molti, nol sapendo e nol sospettando, attribuirannola a qualche scrittore provetto e usato per tutta la vita a meditare di teologia e di metafisica. Or che diranno eglino imparando più tardi che l'abbia pensata e dettata una graziosa signora, la quale adopera il più del tempo a conversare cogli amici, a fare lor festa con la più fina cortesia e piacevolezza che il mondo conosca? Vero è, per altro, che in questa vostra opera le materie più astruse sono trattate con una tal limpidezza; le controversie sono raccontate con tanta larghezza e padronanza di idee; splende per tutto una vita, una grazia, una scorrevolezza, una disinvoltura siffatta che vedesi com'è uscita da un intelletto elegante di sua natura e esercitato nella più scelta compagnia degli uomini, ov'ha imparato a fuggire la rigidità delle cattedre e coglier fiori anche tra le spine delle sottigliezze scolastiche. Per fermo avete scelto un bel modo per tentare di ricondurre gli uomini (come sembra vostro desiderio) a occuparsi in tali studii e forse, con quest'intenzione di bene, avete determinato di scrivere nella lingua oggi più nota e più sparsa; e questa scusa vitoglie dal numero di coloro che senza ragione legittima, salvo la propria vanità, pongonsi a dettare in lingua straniera aggiungendo quest'amarissima umiliazione alle tante cui soggiace la nostra infelice patria.„

“Avendo piaciuto alla vostra modestia di mandar fuori l'opera senza nome, egli avverrà per certissimo che molti, nol sapendo e nol sospettando, attribuirannola a qualche scrittore provetto e usato per tutta la vita a meditare di teologia e di metafisica. Or che diranno eglino imparando più tardi che l'abbia pensata e dettata una graziosa signora, la quale adopera il più del tempo a conversare cogli amici, a fare lor festa con la più fina cortesia e piacevolezza che il mondo conosca? Vero è, per altro, che in questa vostra opera le materie più astruse sono trattate con una tal limpidezza; le controversie sono raccontate con tanta larghezza e padronanza di idee; splende per tutto una vita, una grazia, una scorrevolezza, una disinvoltura siffatta che vedesi com'è uscita da un intelletto elegante di sua natura e esercitato nella più scelta compagnia degli uomini, ov'ha imparato a fuggire la rigidità delle cattedre e coglier fiori anche tra le spine delle sottigliezze scolastiche. Per fermo avete scelto un bel modo per tentare di ricondurre gli uomini (come sembra vostro desiderio) a occuparsi in tali studii e forse, con quest'intenzione di bene, avete determinato di scrivere nella lingua oggi più nota e più sparsa; e questa scusa vitoglie dal numero di coloro che senza ragione legittima, salvo la propria vanità, pongonsi a dettare in lingua straniera aggiungendo quest'amarissima umiliazione alle tante cui soggiace la nostra infelice patria.„

E qui, smessa la graziosa ombra di adulazione, l'autore delleConfessioni d'un metafisicoaccentua le lodi, ma non accenna ai più mirabili capitoli:Les Longobards et la Papauté.

“Non posso poi non lodarvi in particolar modo dello spirito illuminato di tolleranza che governa sempre la vostra penna e della carità veramente cristiana onde v'ingegnate di riconoscere la innocenza almeno delle intenzioni ove non potete quella delle opere e degli scritti.“La maniera, per esempio, come tratteggiate il carattere di Giuliano e indicate il valor morale delle sue azioni tiene una tal giusta misura tra le lodi soverchie del Gibbon e le detrazioni passionate di molti scrittori cattolici, che fate mostra a un tempo di fino criterio, di coraggioso amore del vero e d'animo imbevuto dalla più pura e più larga filosofia cristiana.„

“Non posso poi non lodarvi in particolar modo dello spirito illuminato di tolleranza che governa sempre la vostra penna e della carità veramente cristiana onde v'ingegnate di riconoscere la innocenza almeno delle intenzioni ove non potete quella delle opere e degli scritti.

“La maniera, per esempio, come tratteggiate il carattere di Giuliano e indicate il valor morale delle sue azioni tiene una tal giusta misura tra le lodi soverchie del Gibbon e le detrazioni passionate di molti scrittori cattolici, che fate mostra a un tempo di fino criterio, di coraggioso amore del vero e d'animo imbevuto dalla più pura e più larga filosofia cristiana.„

E la conchiusione?

“Concludo che quel che ho già letto dei volumi mi è sufficiente per prendere ammirazione grande della vostra dottrina e del vostro ingegno; e per salutarvi degnissima concittadina di Gaetana Agnesi.“Possa il vostro esempio valere sprone presso alle donne italiane, presso a quelle singolarmente che oscurano coll'ignavia e colla fiacchezza dell'animo lo splendore dei natali e delle ricchezze!„

“Concludo che quel che ho già letto dei volumi mi è sufficiente per prendere ammirazione grande della vostra dottrina e del vostro ingegno; e per salutarvi degnissima concittadina di Gaetana Agnesi.

“Possa il vostro esempio valere sprone presso alle donne italiane, presso a quelle singolarmente che oscurano coll'ignavia e colla fiacchezza dell'animo lo splendore dei natali e delle ricchezze!„

Questa puntura alle ignave patrizie deve aver fatto alla principessa più piacere che le lodi a lei: lodi ch'ella forse non meritava tutte. Il libro,nel quale (mi afferma un dotto teologo lombardo) “c'è del buono, del molto buono pel tempo in cui è scritto„, non è forse tutta opera della principessa; la quale non poteva aver fatti tutti quegli studii d'opere latine. Conosceva bene la graziade congruo?... Conosceva bene i Nestoriani e i semi-pelagiani, che speravano di servire da mediatori fra i Pelagiani e i cattolici?...

Il primo altare della preghiera sono le ginocchia della madre; e la Belgiojoso imparò a pregare dalla madre; dalla madre imparò a credere. Il soffio dell'incredulità passò invano attraverso quel cuore, colle letture dei filosofi francesi, liberamente fatte nella prima giovinezza; ma la fede in Dio, la fede in Cristo rimasero intatte in quell'anima altera. E la fede fiammeggia in tutto l'Essai sur la formation du dogme catholique. I capitoli su Sant'Ireneo, Sant'Ambrogio, San Girolamo, Sant'Agostino sono caldi di spirito religioso, e sono piacevoli a leggersi, pei costumi cristiani dei primi secoli, per lo stile.

Il francese dell'Essai sur la formation du dogme catholiqueè un delizioso francese, morbido, scorrevole come una carezza: lo stile francese, che la principessa adopera per i soggetti politici, non ha, invece, quella fluidità; bensì è secco, scolpito come una lapide. Bisogna notarlo.

Quel libro che, secondo il mio teologo, presenta molti appunti di letture “fusi in una buona e fluente pasta e rivelatori di spirito aperto e attento„ fu steso dalla principessa, che avea la penna rapidissima e pronta per ogni soggetto; ma ho l'assoluta convinzione che vi ha messo lamano un giovane, geniale predicatore francese: l'abate Cœur; lo stesso al quale madame d'Agoult ne' suoiSouvenirsaccenna nei tratti poco benigni, che, per l'imparzialità dell'assunto storico, riportammo nel precedente capitolo.

Il padre Pierre-Louis Cœur emergeva fra i predicatori alla moda. Era nato a Tarare, la città delle mussoline, da una famiglia di commercianti che pretendeva discendere dal famoso, ricchissimo argentiere di Carlo VII; colui che, accusato poi di delitti immaginarii, scappò a Roma e comandò.... una mezza flotta contro i Turchi. I begli argenti del padre Cœur erano le sue lezioni di teologia alla Facoltà di Parigi; erano le sue prediche, che, per purezza e grandiosità, venivano paragonate a quelle del Massillon. Larghe le sue idee; aperto il suo intelletto agli aliti moderni. L'anno del suo trionfo fu il 1840, quando predicò a San Rocco, la chiesa dove dorme Corneille. I più entusiasti lo soprannominarono il San Cipriano del secolo XIX; ma avevano forse sentito predicare quel santo africano sulle rovine di Cartagine?... Anche il padre Cœur diventò vescovo.... non di Cartagine; e morì nel 1860, a cinquantacinque anni, non in odore di santità, ma compianto da chi ammira i liberi voli d'un nobile ingegno.

Alessandro Manzoni, scrisse una seria lettera alla Belgiojoso sul libro del dogma.[55]GiulioSimon, il quale diceva “une femme savante n'est pas une femme qui sait; c'est une femme qui fait parade de sa science„ e che a una filosofessa preferiva una povera sempliciotta, una pianella perduta nella neve, lodò il libro; ma spremeva la lode col conta-goccie. Il filosofo Victor Cousin, che pontificava alla Sorbona suscitando inenarrabili entusiasmi colla sua smagliante esposizione delle teorie dell'Hegel, intavolava volentieri discussioni colla principessa sull'Essai; ma, ecco, entrava d'improvviso nella sala un incorreggibile sarcastico poeta tedesco, Enrico Heine; il quale con un motteggio sconcertava il sorridente Cousin; e l'autore del libro sul vero, sul bello e sul buono, come se inondato da un secchio d'acqua fredda, ammutoliva, s'alzava, andava via.

Altri del circolo brillante di Cristina Belgiojoso parlavano dell'Essai sur la formation du dogme catholique, con quella sfumatura di sottile ironia della quale il parigino, uomo di mondo, vela tanto il vuoto quanto la sincerità de' proprii sentimenti; ma la principessa continuava negli studii filosofici, non temendo i mordaci oppositori, non temendo difficoltà. Come nel tempio d'Odino della leggenda scandinava, era proibito pronunciare davanti a Cristina Belgiojoso la parola “timore„.... Così, ella lanciò al pubblico l'Essai sur Vico; eScience nouvelle, Vico et ses œuvres. La traduzione dellaScienza nuovadi Giambattista Vico, nientemeno!; vale a dire del libro che mette, più d'ogni altro, a dura pazienza un traduttore per la scabrosità dellaforma, per la terminologia speciale del sommo filosofo![56]

L'Essai sur Vicoè un pensato, ordinatissimo, lucido lavoro. In novantasei pagine fitte, l'autrice narra la vita travagliata di Giambattista Vico; espone e discute laScienza nuova; e rivendica la priorità di certe idee del filosofo italiano contro coloro che volevano attribuire quella priorità ad altre menti sovrane. È quindi, anche, un'opera di giustizia e di patriottismo. La vita del Vico è narrata sull'autobiografia dello stesso filosofo: anzi, qualche passo è tradotto parola per parola. Bella è la pagina che descrive il giovinetto Vico immerso negli studii durante tutte le notti, con quella buona madre che va a pregarlo di desistere; commovente è la scena che narra gli angosciosi patimenti del Vico, quando, di notte, ode i passi dei gendarmi, che vengono ad arrestargli il figlio dissoluto e incorreggibile; quei gendarmi, ch'egli stesso aveva chiamati per emendare il giovane, ch'egli pur tanto amava.

I parigini si meravigliavano che un'italiana pubblicasse libri così serii in bel francese. Nessun altro muliebre esempio, prima di lei, la storia letteraria poteva offrire. La buona Maria Riccoboni,l'autrice dell'Histoire du Marquis de Cressy, dell'Histoire de deux jeunes amies, dell'Histoire d'Ernestinee d'altre storie, morta in povertà nel 1792, aveva sposato, è vero, l'italiano Antonio Riccoboni attore e autore mediocre, ma era nata a Parigi. La Francia salutava, peraltro, altre filosofesse, fiorite, specialmente nel secolo decimottavo: la marchesa de Lambert, detta la “première femme honnéte homme du dix-huitième siécle„ e che volle restar sempre “honnéte femme„ tutta irradiazione del Fontenelle; — madame de Tencin, tutta irradiazione del Montesquieu; — madame d'Epinay, tutta irradiazione del Rousseau; — madame Geoffrin, figlia d'un fabbricante di specchi, tutta irradiazione del Diderot e degli altri enciclopedisti; — la marchesa di Deffand, scettica come il Voltaire; — madamigella De Lespinasse, che preferì “l'uomo a Dio„ credendo nell'amore; — la baronessa de Staal, che preferì sè stessa all'uomo, credendo nella ragione; — e la marchesa du Châtelet, che avea gli occhi come due piselli e scrisse gliÉléments de physique, tradusse iPrincipes mathématiques de la philosophie naturelledel Newton; e morì di parto a quasi cinquant'anni (fatto che sollevò risa e pietà in tutta Parigi), dopo d'esser passata dal bacio del Voltaire al bacio del Saint-Lambert, dinanzi alla sorridente ingenuità del marito.

E ancora: la contessa d'Houdetot, brutta, ma seducente per lo spirito e per il sentimento: ella fu il primo e vero amore del Rousseau, come l'autore delleConfessionsci confessa. E la duchessa di Choiseul?... Pareva una statuina di cera, timidain conversazione come una mimosa; eppure, con mano sicura, con ferro anatomico, fe' l'autopsia dei contrasti, delle variazioni, in una parola del carattere del Voltaire.... Cittadini all'armi!... Passa ora la marescialla de Beauvau, nata Rohan-Chabot, energica volontà; madama du Deffand e madama de Choiseul la chiamano “la dominante„. Figge gli occhi al cielo, la pia marchesa de Créqui, vedova a ventisei anni; sostenitrice della religione, e, per questo, incarcerata dai rivoluzionarii. — E, sulla carretta dei condannati a morte, flagellata dalla pioggia furiosa dell'uragano, colle mani legate sul dorso, la credente, vecchia viscontessa de Noailles, s'avvia serena al patibolo; e con lei la figlia, dolcissima, vestita di bianco, e la piccola nipote, che prega.[57]

Nel secolo decimottavo, il Rousseau stese il proprio impero sulle donne più che il Voltaire; e si comprende. La donna è portata al caldo sentimento (e persino al sentimentalismo che ne è la degenerazione) non al gelido scherno. Cristina Belgiojoso aveva ammirato, ne' primi anni, l'autore dellaNuova Eloisa; ma, poscia, s'innamorò del grande autore ispirato diScienza nuova, tenendo, nello stesso tempo, in gran pregio un filosofo, esule anch'esso dalla terra materna, Giuseppe Ferrari, che, profondo interprete di Giambattista Vico, non lesinava alla principessa consigli nell'opera ardua e patriottica da lei coraggiosamente assunta: di diffondere tra i francesi il pensiero del filosofo precursore.

Non tutti sono concordi nel tributar lode a Giuseppe Ferrari, come storico e come filosofo. È vero: egli corre dietro alla verità, e torna in compagnia col paradosso; ma la sua mente è creata ai larghi voli. Vede nella storia due eterni principii in eterno conflitto, senza possibile aurora di pace, senza speranza di felicità umana: il principio della libertà e il principio della tirannide; e sì nell'uno che nell'altro, discerne germi di bene e germi di male. Questa visione del Ferrari (che lampeggia in tutta l'Histoire de la Raison d'Étatda lui pubblicata a Parigi) sembrava agli spiriti miti un'espressione di ateismo; ma non turbava la principessa Belgiojoso, che nel Ferrari vedeva un maestro. Tuttavia, le conversazioni del bel teologo abate Cœur, indefesso visitatore della principessa, temperavano le conversazioni del Ferrari: l'acqua santa del primo smorzava i tizzoni d'inferno del secondo. È proprio della Scienza e dell'Ideale insieme, l'avvenire umano. Le due forze, che finora corsero disgiunte e disperse cozzando fra loro, muoveranno concordi. La Scienza ritrarrà lume dall'Ideale, che non ammette confini alle vittorie del bene: si sentirà sorella d'una stessa forza, che emana da un'origine misteriosa, onnipossente. E l'Ideale coronerà di rose la fronte austera della Scienza; fronte impallidita nel lungo travaglio, nel superbo sforzo dell'assoluto dominio.

Giuseppe Ferrari, come quell'altra mente poderosa di Carlo Cattaneo, era stato discepolo e intimo amico di Giandomenico Romagnosi, magnifico apostolo d'alte dottrine, al quale mancasoltanto la bellezza della forma letteraria per diffondere più ampio regno sulle menti. Il Ferrari esulò dall'Italia a Parigi nel 1837, l'anno stesso che il venerato suo maestro, spogliato d'ogni ufficiale soccorso dall'Austria, moriva a Milano in povertà. L'Austria non potea perdonare il grande filosofo dell'“incivilimento„ che ammetteva nei cittadini mal governati il diritto d'insorgere.

Quando s'avviava alla terra d'esilio, Giuseppe Ferrari avea già pubblicatoLa mente di Giandomenico Romagnosie le opere di Giambattista Vico. E in Parigi diede alla luceVico et l'Italie, opera che eclissa, naturalmente, le pagine della Belgiojoso sullo stesso alto soggetto.

Nel 1840, Giuseppe Ferrari saliva la cattedra di letteratura nella marinaresca città di Rochefort; ma non di rado lasciava quel porto e gli scolari per visitare a Parigi l'affascinante sua concittadina e indettarsi cogli “spiriti magni„ che intorno a lei parlavano di liberali instituti e di patria.

Un altro filosofo, anch'esso nato sotto il cielo di Milano, ma di scuola del tutto opposta alla scuola del Ferrari, visitava talora la principessa: era l'autore diDante et la philosophie catholique au XIII siècle, l'emunto Ozanam, dai capelli lisci, neri, spioventi, che gl'incorniciavano il volto pensoso, accrescendogli quella solenne aria da asceta tanto ammirata dai giovani e dalle donne sognanti, nell'aula della Sorbona, dove l'Ozanam diffondeva la convinta parola. E, nel salotto dellaBelgiojoso, andava di tratto in tratto un altro lombardo, che avea pur egli aspetto e anima d'asceta: Giuseppe Sìrtori. Nato fra i sorrisi della Brianza, avido di studii, il Sìrtori passò a Parigi; e a Parigi abbandonò la veste talare, indossata fra gl'incensi del seminario di Milano. In mezzo alle facili follie parigine, il solingo giovane conduceva vita austera, quasi religiosa. Alla Sorbona e al Collegio di Francia, seguiva i corsi di geologia, di chimica, di fisiologia; materie tutte sulle quali la principessa Belgiojoso amava intrattenersi con lui. Chi poteva immaginare in quel giovane il futuro generale dell'indipendenza?... Il suo nome rimane scritto a caratteri di bronzo nelle tavole degli eroi.... Ed ei visse rigidamente tutta la vita, e portò nel sepolcro, come una fanciulla sacratasi a Dio, la virginità, la purezza.

In quel periodo di esaltazioni religiose e di misticismo, che signoreggiava la principessa Belgiojoso, sempre più ammalata nei delicatissimi nervi, un'altra stranezza i parigini videro in lei. Ella avvolse l'agile suo corpo nell'antica squallida tunica cinerea delleSuore grigie, istituite fin dal 1617 a Parigi da Luigia de Mérillac coll'ajuto di San Vincenzo de' Paoli. La principessa non lasciava quella veste da catacombe, neppur quando andava all'Opéra-Italienad assaporare, nel suo palco, con sacro raccoglimento, le divine melodie dei grandi operisti italiani, specialmente di Gioachino Rossini e di Vincenzo Bellini, che frequentavano le sue sale; nume protettore l'uno;angelo protetto l'altro; entrambi glorie d'Italia. Sui nerissimi capelli, pettinati con estrema semplicità, la principessa faceva spiccare una ghirlanda di fiori bianchi freschi; e tutti contemplavano quella tacita, immobile visione, che parea discesa da una sfera soprannaturale.... E poichè dopo la rappresentazione dell'opera, dopo quell'onda di melodie, eseguite da cantatrici elette, come Giulia Grisi, Giuditta Pasta, la Persiani-Tacchinardi, l'Ungher, e da un Rubini e da un Lablache.... la principessa si sentiva stanca, spossata, incapace di scendere le scale del teatro, — un forte amico suo, lombardo, il conte Fausto Sanseverino, se la poneva sulle braccia come una languida fanciulla malata, come una naufraga, come Ofelia; e con quel carico fantastico discendeva le scale fra lo stupore della folla, che gli apriva il passo.

Chi poteva riconoscere in lei una verasansimoniana? Cristina fu creduta, sì, una signora del Saint-Simon, che domandava l'abolizione di tutti i privilegi di nascita e di eredità, e voleva accomunare in massa tutti i materiali dell'attività umana, le macchine, i fondi, i capitali. Bazzicavano nel salotto di Cristina i sansimoniani Bazzard e Enfantin.[58]Ella li ascoltava, per amor delle dispute e delle novità; ma poteva seguirli? Sì; li seguì, ma per poco; e con lo scopo evidente di apparire ancor più singolare coi vermigli riflessi di quelle audacie.


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