V.

Di lì a un'ora, Roberto si sovvenne che l'altro prigioniero lo aspettava.

Già udiva un piccolo rumore verso il punto ove le pietre erano state smosse.

Si levò: tolse le pietre, con ogni precauzione, apparve di nuovo la scarna figura dello sconosciuto.

Nella sua generosità, Roberto pensò tener ad esso nascosto il suo grande dolore e occuparsi piuttosto delle sofferenze di lui.

Il sopravvenuto si accasciò di nuovo sul misero letticello della prigione, e lì seduto, disse a Roberto:

—Vi racconterò la mia storia…. Io sono meccanico e incisore: e sono stato condannato col nome di ingegnere Amoretti. Pochi mi conoscevano in Napoli, avendo quasi sempre lavorato in Roma per ricchi forestieri, co' quali sopra tutto avevo contatto. Tornai a Napoli, mia patria; e fui pregato incidere alcuni emblemi…. Si trattava degli emblemi d'una setta: e credo si chiamasse de' carbonari…. Mi si fece pur incidere una specie di proclama contro il Re…. Un mio alunno mi tradì; egli era innamorato della mia moglie, donna virtuosissima, e che avea resistito a tutte le sue importunità…. Credette in tal modo sbarazzarsi di me, riuscire nel suo intento, e mi denunziò…. Fui arrestato, condannato…. Mia moglie cadde colpita da sincope, vedendomi passare, mentre mi riconducevano alla prigione, il giorno stesso della condanna. Essa mi avea dato un figlio, un anno prima; un figlio che era tutta la mia gioia, tutta la mia speranza per l'avvenire….

Fece una breve pausa, quindi riprese:

—Perchè mi condannavano?… Io era innocente. Alieno dalle cospirazioni, assorto nell'arte mia, per mera compiacenza avea fatto que' piccoli lavori…. La incisione degli emblemi era riuscita un capolavoro. Ci sono nelle mani di ricchi signori d'Europa e d'America incisioni mie, di cui si offrivano fin d'allora centinaia di sterline: e che a me pure erano state ottimamente pagate.

Feci professione di fedeltà al Re: chiesi la mia grazia e non ho ancor nulla ottenuto…. E notate che offrivo di tornarmene subito a Roma, ove avea passato quasi tutta la mia vita.

Che è divenuto mio figlio, rimasto solo, abbandonato nel mondo?… Vive egli sempre?… Lo scarso peculio da me lasciato, ha servito alla sua educazione? Ama egli suo padre; la gente che lo circonda gl'ispira la reverenza filiale, o l'orrore verso di me? Dov'è? Vive? Si trova in grandi pericoli, in grandi necessità, posso io salvarlo, soccorrerlo?

Ecco i dubbii che m'angustiano, ecco la mia tortura, una tortura indescrivibile, che ho sopportato per anni ed anni, che mi ha avvelenato i giorni e le notti, mi ha tolto la pace, il sonno, mi ha dato ogni strazio, mi ha ridotto come voi mi vedete. Mio figlio!… Siete voi padre?

Roberto rispose di no.

—Ah, allora non potete intendere ciò ch'io ho sofferto…. Ed è inutile ve lo spieghi…. Mio figlio, il mio unico figlio!…. Tante volte, nelle notti, mi è parso veder un'ombra bianca, l'ombra della mia diletta sposa; mi è parso di udir susurrare al mio orecchio: va', non lasciar solo quel fanciullo, che ha bisogno di te; trova nel tuo affetto di padre le forze, il segreto, per fuggire.

Se sapeste che cosa sono queste memorie della famiglia per un uomo che si trova solo, in una squallida prigione!

Così pensai, tentai la mia fuga: la mia cara sposa sembrava m'aiutasse nel lavoro…. Aspettavo la grazia, e cercavo il mio scampo. Due speranze! Una di più che non occorra a consolar la vita del prigioniero…. E ora, ora le ho perdute tutt'e due…. Nel mio lavoro sotterraneo ho scambiato direzione…. La provvidenza non ha voluto potessi rivedere mio figlio…. E, dopo un lavoro prodigioso, che sembra sfidare le forze umane, e che ho superato per virtù d'amore di padre, rinunziar alla propria idea…. Se sapeste che immensa amarezza! Io non vi resisterò. Fatte sparire le traccie del mio tentativo di fuga, perchè non si raddoppino rigori, e non nuocere ad altri, m'impiccherò all'inferriata della mia prigione….

—Oh,—esclamò Roberto inorridito da quella risoluzione, esaltato dal dolore cui era in preda, per la notizia avuta.

Gli si offriva alla mente ch'egli poteva compiere un'azione generosissima: una di quelle azioni, cui suo padre l'avea educato, e ch'egli, nella sua semplicità, avea saputo compier sì spesso: sarebbe stato il miglior omaggio alla memoria di lui.

Il dolore, sì recente e sì forte, aveva purificato l'animo di Roberto: l'avea inalzato a Dio, staccandolo da tutte le miserie della terra.

Sentì vergogna di sè. A che egli avea preparato con tanto studio, una fuga? Per soddisfare una vendetta. E alla sua fuga tutto sembrava promettere un esito felice.

Invece quel prigioniero avea lavorato, e indarno, mosso dal più nobile, dal più puro de' sentimenti: l'amore paterno.

S'egli avesse avuto un figlio, una figlia, la prigionia gli sarebbe riuscita mille volte più dura, incomportabile: no, non avrebbe potuto sostenerla!

Poi,—rifletteva,—quel prigioniero era davvero innocente. La tirannide che non si placava mai, la diffidenza politica, che ingigantiva la colpa, paurosa di pericoli, lo aveano gettato in quel carcere: a terrore, esempio d'altri, anzi che ad equa espiazione di un suo fallo.

Ma egli, egli, che avea tanto imprecato, la sorte, era davvero innocente quanto si credeva?

Nella sua passione focosa per Enrica, nel modo con cui l'avea dominata, conquistata, nella forza brutale ch'avea spiegato contro di lei, non v'era già una trasgressione delle leggi morali?

La sua espiazione era eccessiva, ma era sempre più meritata di quella dell'altro.

Egli non aveva più alcuno al mondo che lo amasse; non potea indovinare ciò che Diana, la gentile fanciulla, facea, perchè trionfasse la innocenza di lui; e sapeva che, morto il padre, non gli restavano altro che nemici.

A che pro una lotta con essi?

Il sacro dolore che l'opprimea gli dava a sentir più forte la vanità della vita.

—No, no,—ripetè al prigioniero,—non dovete disperarvi di più…. rivedrete il vostro figliuolo!

—Che dite?…—esclamò l'altro, scendendo dal letto, e rimanendo in piedi. La sicurezza con cui Roberto parlava lo aveva scosso. Splendeva a lui di nuovo un raggio di speranza. E, sia pur debole, gli uomini infelici sono sempre sì pronti ad accoglierlo.—Che dite?…

—Anch'io ho preparato la mia fuga.

E gli spiegò della scala di corda, e della sbarra limata, che dovea lasciarlo passare.

—Ho osservato—soggiunse—che allo scocco delle tre si mutan le guardie. Arriva qui dinanzi un picchetto di soldati. La sentinella che è sotto l'inferriata va a parlare, alla distanza d'un cinquanta passi, col picchetto…. Fa il suo rapporto, scambia alcune parole di consegna…. In otto o dieci minuti, la sentinella torna al posto…. Preparata la scala, rimossa la sbarra, in una notte buia, tempestosa, come questa, ecco lo spazio di tempo che deve servire alla mia fuga….

—Ma allora potremo fuggire insieme.

—No, poichè la distanza da percorrere, per arrivare dalla inferriata sul suolo sottoposto, è assai lunga, e non si può scendere se non con molta cautela: e, quando la sentinella ritorna, bisogna essere già lontani dalla muraglia della torre.

—O dunque?—disse l'altro, di nuovo piombato nella costernazione.

—Fuggirete voi solo!… io non ho motivi serii come voi per desiderare sì pronta la libertà.

—E quando potrò fuggire?—rispose l'Amoretti, senza pensar ad altro, baciando le mani del suo benefattore.

—Io aveva stabilito di fuggire stanotte…. Fra poche ore, potete esser fuori…. Ma guardiamo.

Si fece all'alta finestra: la pioggia era cessata: le nubi erano spulezzate dal vento: si rasserenava.

—Il cielo è contro di noi,—disse Roberto.—Torna il bel tempo; stanotte si vedrà chiaro: sarebbe imprudente, dannoso tentare una fuga…. Ma la stagione è instabile; una di queste notti, forse nella notte di domani, potrete mettervi in salvo….

—Grazie, grazie: e Dio vi rimuneri con le sue benedizioni!

—Oh, se anch'io fossi stato padre, sento che il mio cuore sarebbe scoppiato fra le mura di un carcere…. Vi sarei soffocato!

Roberto non uscì il giorno appresso dalla sua prigione.

Il soprintendente non lo cercò; capiva com'egli dovesse desiderare di rimaner solo, immerso nel suo dolore.

I prigionieri lavoravano; e poteano disporre d'una piccola parte de' loro guadagni.

Un secondino avea facoltà di vender loro vino e acquavite: ma soltanto in una certa misura.

Verso sera, mentre Roberto era disteso sul letto, accasciato nella sua afflizione, sentì cigolare la chiave nella porta della prigione; entrò il secondino che vendeva l'acquavite.

Non era il solito secondino.

Era un uomo più attempato e di aspetto più gaio.

—Numero…. numero….—egli cominciò a cincischiare, appena entrato—numeroTrentanove!

A quella voce Roberto si scosse.

Il secondino s'avvicinava al letto e avea posato la candela sul tavolino, che v'era accanto: s'inchinava verso il prigioniero.

—Ah!—esclamò.—Si stropicciò gli occhi e tornò a guardare; temeva che forse il vino, o l'acquavite, tracannati nella calda giornata, gli facessero un brutto scherzo.

—Domenico: il giardiniere di Mondrone!—mormorò Roberto.

L'altro rabbrividì.

Teneva da una mano un paniere con bicchieri e bottiglie. Senza deporre il paniere, disse:

—Chi sei?… Sei qualcuno che ho molto conosciuto…. I tuoi occhi…. Ma il resto della fisonomia non corrisponde…. Chi, fra le persone da me conosciute, può trovarsi in un ergastolo?…

Pensò e ripensò: stette un po'titubante: quindi, facendosi molto vicino a Roberto, e posando sulla tavola il paniere:

—Dagli occhi,—mormorò,—e da quello che io mi ricordo direi tu fossiRoberto….

—Sono io…. Roberto…. Jannacone!

—Roberto… l'assassino!—come ti chiamano nel paese.

—Ah, sì!—rispose Roberto, tremando. Egli avea avuto un gran colpo, le parole di Domenico gli aveano ricordato troppo bruscamente quanto egli fosse caduto nel concetto universale.

—Ma come ti sei cambiato!—aggiungeva Domenico.—È impossibile di riconoscerti…. Appena, appena ne' tuoi occhi…

Roberto mise subito da parte questa idea; che, nel caso di una fuga, avrebbe dovuto procurarsi un paio d'occhiali per non essere ravvisato.

—Beviamo, già che ci siamo incontrati…. Mi hai dato tu tante volte da bere…. Beviamo e ricordiamo i tempi passati.

—Ma tu mi credi reo?… Vuoi bere con un assassino?

—Io credo che sia un'ingiustizia l'aver condannato a una pena sì lunga un uomo ammodo, che avea fatto fare un tuffo a uno zerbinotto insolente….

Roberto capì che anche Domenico lo teneva per reo.

Gli sembrò inutile confutarlo: il tempo stringeva: e voleva muovergli qualche altra domanda.

Fece sembiante di bere il bicchierino d'acquavite, offertogli da Domenico, ma, veramente, costui tracannò, un dopo l'altro, i due bicchierini, che avea posto sulla tavola.

—Come mai ti trovi, qui, in Calabria?

—Licenziato dal servizio del duca di Mondrone, venni qui per consiglio di Cristina, la cameriera della duchessa Enrica…. Aveva mutato tanti padroni: si sparlava di me…. gl'invidiosi, per screditarmi, han sempre mormorato ch'io sono un bevitore…. e Cristina mi diceva: è meglio che tu ti allontani. Aveva ragione. Qui in Calabria mi accadde il solito. Mutai, in varii anni, parecchi padroni; e, a poco a poco, sono arrivato qui….

Si versò un altro bicchierino.

—Come si stava bene a Mondrone, ve ne ricordate?

A Roberto batteva il cuore con veemenza.

—Quanti cambiamenti sono avvenuti…. Il duca è morto…. La sua figlia Enrica ha sposato il principe Gorreso di Caprenne…. E abita Napoli…. Si parla molto di lei….

—In qual modo?

—Anche qui in Calabria è voce popolare che essa sia l'amica del Re…. Si discorre continuamente del suo lusso, de' suoi sfoggi, delle sue feste…. È certo la donna più famosa di Napoli…. e si può dir la più bella….

—E il marito?

—Uno de' primi signori di Napoli: ma…. uomo poco scrupoloso…. Perchè la moglie fosse più libera alla Corte, ha accettato un'ambasciata, altri favori dal Sovrano…. Si fa pagare la bellezza della moglie, dicono, e se ne sta per anni lontano da casa sua. In Napoli tutti si beffano di lui…. specialmente i suoi antichi amici della nobiltà: alcuni lo giudicano un uomo a dirittura infame…. La principessa mena vita da sovrana: si sa che il suo patrimonio è rovinato: è facile indovinare donde attinga i mezzi per condur quella vita…. Si tratta di splendidezze inarrivabili….

Roberto non potea starsi dal far un confronto tra le sorti, sì differenti, toccate a lui e ad Enrica; dal paragonare alle splendidezze in cui essa viveva, le squallide mura, il duro letticello della sua prigione, ov'era ormai rassegnato a trascorrer tutta la vita.

—Ed Enrica ha avuto figli?—chiese Roberto, movendo tale domanda per semplice curiosità.

L'altro, che ogni tanto si accostava alle labbra il suo liquore prediletto, non rilevò la familiarità con cui Roberto avea pronunziato il nome della principessa. E, tutto acceso in volto, gli occhi lustri, continuò:

—Se ha avuto…. figli?…

Poi rimase a mezz'aria, come se il resto della frase gli facesse groppo alla gola e non gli volesse ad ogni costo uscir fuori.

—Perchè cotesto mistero?…—domandò Roberto un po' imbarazzato.

—Oh, un mistero, sì, un segreto: ma un segreto, che si confidi a me, non mi sfugge e non mi sfuggirà mai!

—Non t'intendo,—proseguì Roberto che si faceva sempre più attento.

Egli sapeva che Domenico era stato licenziato dal servizio del duca, da molti anni; qual poteva essere il segreto a lui confidato?

Una viva inquietudine s'impadronì di lui, gli entrò in cuore uno strano presentimento.

—Basta: io ti lascio!—disse Domenico,—mi sento cascare dal sonno: e ho da far visita ancora ad altri due prigionieri….

—No, no, beviamo insieme un po' di questa bottiglia, prima che tu mi lasci.

E Roberto, affannato da un pensiero, sebbene in vista ilare e distratto, toccava una bottiglia, sin allora rimasta in disparte.

—Beviamo pure!—rispose Domenico.

E i due amici propinarono.

Roberto però avea gittato soltanto una goccia del liquore nel suo bicchiere.

—Oh, davvero,—ripigliò Domenico, mentre Roberto si torturava per cercar con quale astuto espediente l'avrebbe potuto indurre a scioglier di nuovo la sua parlantina.—S'io volessi, potrei ora, con un mio segreto, compromettere una gran signora….

Non si rammentava più d'aver pronunziato il nome di Enrica.

—Potrei far minaccia, ricavar danaro…. ma…. sono stato sempre onesto, onesto…. e quest'uomo sarà sempre onesto—proseguì, con la persistenza degli ubriachi, battendosi le palme aperte sul petto.

—Sì, tu fosti sempre la perla dei galantuomini, Domenico; sei il vero tipo del popolano meridionale: buono, gaio, servizievole, espansivo…. sebbene con me oggi tu abbia voluto dimostrare una diffidenza, che mi ha offeso…. Ti ho sempre stimato molto; e mi sono assicurato, nel tempo in cui vivevamo insieme, che coloro stessi, i quali t'accusavano d'intemperanza, d'essere un po' focoso, erano invidiosi, che non vedean di buon occhio il tuo disinteresse, la tua onestà, la tua capacità a fare, e bene, tutto ciò che volevi.

Il vanaglorioso andava in solluchero: Roberto l'aveva proprio toccato dove gli doleva.

—Hai ragione…. sono stato diffidente, e a torto…. Ma si tratta di un segreto, che avevo giurato a Cristina di non rivelare: e di cui non ho fatto motto a persona viva…. Con te perchè dovrei riguardarmi?… Pur troppo, rimarrai sempre chiuso in questa prigione: e il segreto, che io ti posso rivelare, morirà qui con te…. Nella tua condizione, lo capisco, tutto eccita la curiosità…. il non soddisfarla è spesso un tormento: e non voglio io aver aggiunto un tormento alle tante tue sofferenze….

—Dunque, la principessa ha avuto figli?…

—Sì, una figlia…. sedici anni fa!

—Che dici?—esclamò Roberto, stringendo convulsivamente un braccio aDomenico.

Egli ebbe paura, e fu per gridare.

Ma Roberto si rimise subito: e Domenico, imbroncito, senza proferir sillaba, si dette a raccoglier le bottiglie, i bicchieri nel suo paniere, risoluto a partire.

—Te ne supplico,—continuò Roberto, inginocchiandosi dinanzi a lui.—Tu vedi ch'io soffro; non mi lasciare così!

Roberto era pallidissimo; grosse goccie di sudore gli cadeano dalle tempie; le sue labbra, divenute sbiancate, tremavano in una contrazione, suscitata da vivo spasimo.

L'altro, ubriaco, s'inteneriva; e, vanarello com'era, s'inorgogliva di vedersi supplicato.

E poi credeva Roberto fosse l'unico essere, a cui egli potesse dir tutto, senza alcuna conseguenza.

—Sedici anni or sono—egli disse, alzando Roberto fra le sue braccia e spingendolo di nuovo verso il letto ov'egli si era subito appoggiato—proprio il giorno in cui si dovea festeggiare il ritorno del duca di Mondrone, Cristina mi disse…. Io adoravo Cristina…. Mi aveva concesso i suoi favori…. e non era donna facile….

Nella sua ansietà, Roberto non potè trattenere un impercettibile sorriso.

—Tu devi rendermi stasera un grande servizio…. ecco ciò che Cristina mi disse…. dovrai prendere una creaturina, nata da due giorni, e condurla in una casetta di montagna, ch'io t'indicherò…. Là troverai gente pronta a riceverla, appena avran letto una mia lettera: e vi avrà tutta l'assistenza…. Ma, bada, è un gran segreto: il segreto di una povera donna….

Quanto al segreto, ero sicuro di custodirlo! Ma quanto al resto…. Che povera donna! Non ci credeva davvero!… Una povera donna non ha i mezzi di ravviluppare un bambino in tele finissimo, in drappi di seta. Non può mandare un sacchetto di ducati alle persone, che raccolgono la creatura…. Indovinai subito di che si trattava…. La duchessina…. E, in quei giorni, era accasciata, malatissima; si alzò soltanto per poche ore, il giorno in cui tornò suo padre; poi si richiudeva nelle sue stanze!

Di tratto in tratto, un ruggito uscia dal petto di Roberto.

—Non so come si trovasse sì lontano nel parco il giorno in cui tu fosti arrestato….

—Ah…. ah!—disse Roberto in tuono spaventevole.

Credeva che Enrica lo avesse vilipeso, ingannato, tradito, con perfidia, che sembrava superar le forze di una fanciulla: non si sarebbe mai indotto a credere che gli restasse ad apprendere di peggio: un inganno maggiore di tutti: e pure ne aveva la prova.

Ora sì che si pentiva della promessa fatta all'ingegnere Amoretti di lasciarlo fuggire. Non ne aveva egli lo stesso diritto? Non era anch'egli un padre, che non sapea quel che fosse della sua unica creatura? E un padre, più infelice dell'altro, poichè non avea mai conosciuto questa creatura, che gli era stata rubata?

Ora sì che il desiderio di vendetta riavvampava in lui: ora sì che il suo animo era spinto verso l'idea della fuga da due sentimenti gagliardissimi: odio e amore.

—Domenico, raccontami, per pietà, ciò che facesti…. Non so, da anni ed anni, non ho udito cosa che attirasse tanto il mio cuore. Non ti meravigliare della mia curiosità….

—La sera io partii in una carrozza, mentre nel parco andava innanzi la festa. Io guidavo…. Entro la carrozza era, in una specie di culla, accomodata la bambina….

—Era una bambina?—domandò Roberto, con accento di tenerezza ineffabile.

—Debbo dire che Cristina mi aveva raccomandato di non fermarmi ad osterie…. Mi fermai ad alcune osterie: ciò non potea far alcun male alla bambina. La carrozza era ben chiusa…. Quando la riaprii, per veder come stesse, la trovai morta!

—Oh, tu sia ringraziato!—esclamò Roberto, gettando le braccia al collo di Domenico.

—Ringraziato di che?—pensò Domenico.—È costui pazzo? Mi ringrazia perchè gli dico che è morta una bambina?

—E tu, naturalmente, raccontasti a Cristina che la bambina era morta?—domandò lentamente Roberto.

—Sicuro!—riprese l'altro senza esitare.

E, ripreso in mano il suo paniere:

—Fra due o tre giorni—disse—tornerò a farvi visita…. Il regolamento non permette l'acquavite ai prigionieri, se non due volte la settimana e in certa misura…. Voi,—soggiuse ridendo, e guardava le bottiglie,—oggi l'avete sorpassata!

—Addio, buon Domenico!—rispose Roberto, sorridendo forzatamente. E, rimasto solo nella stanza, si dette a saltare, a batter le mani, a divincolarsi come un ossesso. Dacchè era al mondo, non avea mai provato simile gioia. Sapeva di aver una figlia, sapeva ove essa era, chi gliel'aveva rubata: ne sapeva ben più di Cristina, di Domenico, della principessa.

Il lettore rammenterà che un uomo stava nascosto tra le rovine del casolare ove Marco Alboni, altrimenti detto Jacopo Scovatto, si era fermato a parlare col marchese di Trapani del ratto d'una bambina.

Quell'uomo, rannicchiato fra le rovine, era Roberto Jannacone!

Egli sapea chi avea rubato la bambina e perchè era stata rubata.

Ma un timore acuto, un vero spavento lo colse:

—La bambina vivrà sempre?… E, vivendo, che sarà divenuta tra le mani di que' manigoldi?

E pensava al marchese di Trapani e a Marco Alboni. Guardò le sbarre della prigione, fissandosi sulla sbarra che avea sì ben limato e che si dovea staccare col muover di un dito.

Ah, che sorpresa per tutti il rivederlo, quando egli, dopo aver gioito dell'incognito, si fosse dato a conoscere!

Enrica credeva lui seppellito per sempre nella tomba di una prigione: dovea aver saputo da Cristina che la sua bambina era morta.

Qual effetto, allorchè egli le sarebbe tornato dinanzi, tenendo per mano la sua figliuola!

Egli ricordava quasi parola per parola il dialogo fra il marchese e Marco Alboni, la sera in cui egli si era nascosto tra le rovine presso il parco di Mondrone.

Non poteva desiderare d'aver indizi maggiori.

Già avea conosciuto a Mondrone il marchese: sapea dove abitava: sarebbe andato dritto in Napoli alla sua dimora.

Ma come farsi riconoscere a sua figlia?

E le avrebbe disvelato chi era sua madre?

Ah, se Roberto avesse saputo l'intimità che correva fra Diana e la principessa, senza che nè l'una nè l'altra potessero immaginare come le unisse un vincolo più stretto di quella loro profonda, scambievole simpatia che, secondo vedremo, per parte della principessa dovea mutarsi in odio furibondo!

Roberto tornava sempre più fervido al pensiero della fuga. Comprendea d'avervi troppo facilmente rinunziato. Ma la promessa da lui fatta all'altro prigioniero? Dovea esser mantenuta: Roberto non era uomo da mancar alla parola data a un infelice.

Bisognava compor le cose in modo che la fuga fosse possibile ad entrambi. In tal guisa, nè ciò cadeva dall'animo di Roberto, aumentavano i pericoli dell'impresa, si facevano quasi insormontabili; e ciò nel punto in cui la fuga era divenuta più necessaria, più ardentemente desiderabile.

S'illudeva che tutto sarebbe ben riuscito; che la buona azione da lui compiuta avrebbe avuta la sua ricompensa.

Con l'altro prigioniero eran rimasti d'accordo che egli tornasse da lui la prima notte in cui facesse molto scuro e vi fosse almeno un po' di burrasca.

Per ben due notti aspettarono, ansiosamente.

Il cielo era minaccioso, ma non scoppiava il temporale.

Roberto era tornato al suo ufficio: il soprintendente gli volea maggior bene, dopo aver ricevuto la notizia del modo ond'era morto il padre di lui.

S'era sempre più convinto che Roberto fosse nato in mal punto, ingiustamente perseguitato dalla fortuna.

In que' giorni gli avea ripetuto:

—Caro Roberto, io e la mia famiglia vi siamo affezionati, come se voi foste uno de' nostri; il mio desiderio più vivo è sempre lo stesso; poter rendervi il contraccambio dell'immenso beneficio da voi ricevuto.

L'indugio al fuggire dava a Roberto molta impazienza, ma comprendeva che non sarebbero state mai troppe le cautele nell'effettuale il suo atto.

La terza notte imperversò la burrasca.

Roberto fece tutti i suoi preparativi: ogni tanto gli sgorgavano dagli occhi lacrime di commozione.

Era giunto il momento, che, per sì lunghi anni, aveva agognato.

Sentì un rumore nel punto della muraglia ove le pietre erano già smosse, e pochi istanti appresso comparve lo scarno, scarmigliato prigioniero.

—Vi dovrò la vita!—disse, appena entrato inginocchioni nella prigione. E protendeva le braccia verso Roberto.

—Alzatevi!—egli disse.—Vi sentite abbastanza forte?

—Oh, sento un'energia, che mi renderebbe capace delle più grandi azioni.

Il momento era solenne. Roberto non proferì più parola e stette in ascolto. La pioggia scrosciava al di fuori. Di tratto in tratto un baleno rischiarava la prigione ove Roberto avea spento il lumicino abbacinato di cui s'era servito fin allora.

—Devono mancare pochi secondi allo scocco dell'ora!—mormorò Roberto al compagno.

Aveva già staccato la sbarra dall'inferriata.

L'orologio suonò, a un tratto, i suoi rintocchi.

—Presto, tocca a voi…. La sentinella a quest'ora si deve essere allontanata.

L'ingegnere Amoretti avea già scavalcato la finestra e afferrata la scala.

—E ora a me!—disse Roberto.

E già i due prigionieri in cuor loro si vedean liberi, salvi.

Il bagliore di un lampo rischiarò in quell'attimo tutta la campagna.

Roberto, dall'alto, vide il gruppo delle sentinelle, che parlavano fra loro, a breve distanza.

—All'armi!—gridò una sentinella.

—All'armi!—gridò un'altra sentinella.

Furono immantinente sparati quattro colpi di fucile.

Subito tutti si svegliarono.

Il primo ad accorrere fu il soprintendente, che udì il rumore degli spari, mentre recavasi a portar una buona notizia al prigioniero che stava vicino a Roberto, all'ingegnere Amoretti, il quale avea ottenuto la grazia, che gli riconcedeva la sua libertà!

Vediamo un contrasto ad una notte sì burrascosa.

Era una bellissima giornata. Due nostri personaggi, Diana e Adolfo Venosa, parlavano insieme nel giardino che si stendeva dietro al palazzo del marchese di Trapani.

I due innamorati erano nel massimo accordo. Diana sembrava avesse del tutto dimenticato i suoi sospetti di un'intima relazione fra Adolfo e la principessa; o si fosse convinta che avea sospettato a torto.

Parlavano, parlavano l'uno all'altra, e con molta espansione.

Il bel cielo fulgido, i fiori, che mandavano i più soavi e svariati profumi, il canto di due usignuoli, il mormorare di una cascatella, il cui getto argentino scorreva nel mezzo d'un boschetto, eran propizii nel disporre alle confidenze due cuori innamorati.

Giungevano in quel punto a una estremità del giardino.

—Non comprendo,—disse Adolfo,—la tua incurabile tristezza; mi sembra che tu dovresti esser felice…. Sei ricca, circondata da tutto il lusso che si può desiderare, puoi ottenere qualunque cosa tu domandi: appartiene a te l'eredità delle ricchissime parenti di tua madre….

—Ah, appunto, e credi tu possa esser felice una fanciulla, che non ha mai conosciuto sua madre?… Se tu sapessi che cosa vuol dire il veder le altre fanciulle accarezzate, protette dalle loro mamme; il vederle sempre circondate dalle cure di esse, dal loro continuo amore…. Giorni sono ero da alcune mie amiche. Era la festa della loro mamma. Aveano disposto su un tavolino, nel salotto di lei, bellissimi regali consistenti in lavori da loro fatti di soppiatto, per procurar ad essa una sorpresa…. Eran tutte fresche, bene abbigliate. La mamma è entrata all'improvviso, anch'essa rosea e fresca; abbigliata come una fanciulla e sempre bella. Tutto in quella casa spirava contento…. La bella mammina ha visto i regali: ha gettato un grido; poi ha abbracciato e ha baciato a una a una le ragazze. E ridevano tutte insieme; e si facevano domande, si rispondevano fra la mammina e le figliuole…. E la mammina le accarezzava sempre…. Io ho pianto, come piango ora, perchè non ho mai conosciuto tali gioie…. e non le conoscerò mai…. Povera mamma mia…. Dicono che è morta, dandomi alla luce…. in una villa…. Oh!

Diana singhiozzava. E Adolfo, che era buono, sebben leggero, e l'amava, si lasciava andare anch'egli a quella commozione.

—E poi…. sono infelicissima per tanti altri motivi!—disse Diana, rompendo il silenzio, che era durato fra loro alcuni istanti e battendo in terra un piede, in segno d'impazienza.

—Motivi che tu mi tieni segreti!—soggiunse subito Adolfo con un certo piglio di risentimento.

—Non te li ho mai palesati fin ora perchè io stesso pensava che certi miei preconcetti, certe mie antipatie fossero un'ingiustizia…. Ma sento che non posso vincer nè gli uni, nè le altre, e che anzi il tempo rafforza in me certi sentimenti, certe idee….

—Ma, dunque, non potrò io saper nulla?

—Oh, sì: tu devi saper tutto: e confortarmi, consigliarmi,—risposeDiana, abbandonando una delle sue mani fra quelle di Adolfo.

—Parla….

—In questa casa io ho paura!… La sera mi chiudo nelle mie stanze, come se fossi, invece che nella casa paterna, tra' miei peggiori nemici…. Il marchese, specialmente in certi istanti, m'ispira un certo raccapriccio…. Le sue carezze, i suoi baci mi sono un tormento…. Non sento in lui nulla di quello che una figlia dovrebbe sentire in un padre…. Egli finge alle volte di amarmi, di esser premuroso per me; si vede però l'ostentazione, lo sforzo…. Quando ho sofferto, sin da piccina, non l'ho mai veduto piangere, commuoversi come quando si vede soffrire una persona a cui si vuol bene…. Credi, oh, ho trovato assai più affetto nella principessa…. Ti rammenti il giorno in cui ebbi un po' di male in uno de' suoi salotti?… Fu la prima volta che vidi e sentii qualche cosa di veramente affettuoso intorno a me…. Così si deve stare accanto a quelli che soffrono e che si amano!

—Tu, Diana, sei una creatura perfetta….

—E per questo mi si danno tante afflizioni!—ella disse, guardandoAdolfo con una certa intenzione.

—Non credevo d'avertene mai date io,—riprese Adolfo,—ma se tu pensi altrimenti, vorrei sapere….

—Oh, tu vuoi saper troppo!

E Diana gli sorrideva: ma tornò presto a rannuvolarsi.

—Dunque, che hai, angioletto?

—Non posso più stare in questa casa…. sento che qualche cosa si macchina contro di me…. Ho sorpreso certi sguardi fra mio padre e l'intendente: quel signor Marco Alboni, che ha l'apparenza di un prete: devoto, bigotto, ma che io credo tristissimo…. Non so come costui sia entrato nella nostra casa e vi abbia tanta preponderanza…. Egli comanda a mio padre….

—Che?

—Un giorno, aprendo all'improvviso la porta di un salotto, ove credevo di ritrovarmi sola, vidi mio padre presso una finestra, che parlava con Marco Alboni, il quale lo minacciava, tenendogli un pugno su una tempia…. E udii pronunziare il mio nome.

Adolfo era diventato pensoso.

—Ti assicuro,—ripigliava Diana, tremando,—c'è qui un'infernale congrega contro di me.

Il Venosa provava un gran turbamento alle parole che Diana gli venia dicendo con sì forte commozione.

Era essa una fanciulla esaltata, che immaginava pericoli ove non erano, con l'animo disposto a soavi tenerezze, che solo l'affetto di una madre avrebbe potuto soddisfare? Oppure, ella davvero si trovava fra gente trista, o spensierata, che non nutriva per lei alcun affetto?

—Credimi,—aggiungeva Diana, vedendo Adolfo sì pensoso,—in questa casa c'è di certo un mistero: e un brutto mistero!

Adolfo era coraggioso, intrepido e l'avea dimostrato ne' suoi viaggi; dinanzi a un nemico, dinanzi a un pericolo non avrebbe saputo indietreggiare un istante. Il coraggio era stato sempre in lui grande quanto il raccoglimento negli studii.

Ma era senza esperienza della vita: non atto a sbrogliar le fila di un intrigo sociale; lento nel conoscere gli uomini: difficile a supporre il male. Non avea ancora sofferto: non avea mai amato, salvo Diana: e forse l'affetto che nutriva per lei non avea tutto l'ardore, tutto lo slancio di una prima passione.

Per esempio, egli non se n'era mai domandato la ragione: ma al cospetto della principessa tremava, e poteva vedere Diana più volte il giorno, senza sentirsi men tranquillo dell'usato.

Invece l'incontrarsi con la principessa all'improvviso, lo scorgerla avvicinarsi a lui ove non pensava si potesse trovare, l'udirne proferire il nome, bastava a farlo arrossire, ad affrettare i palpiti del suo cuore.

E alla principessa non avea mai fatto, come a Diana, dichiarazioni di amore; essa, senza ch'egli il sapesse, lo avvinghiava ne' suoi lacci, lo tenea schiavo della sua bellezza sovrana, infiammava i suoi sensi, come a cent'altri, senza ch'egli ne avesse coscienza.

La principessa lo giudicava per un inesperto: e si pigliava giuoco di lui, si divertiva a inebriarlo de' suoi filtri, a esercitare anche su lui quella tirannia della carne, a cui sapeva dover soggiacere ogni uomo che la vedesse, o ch'ella volesse torturare.

Però, sempre, avea quella vaghezza di mostrare in pubblico ora il suo seno, ora le sue spalle, ora le sue braccia, ora perfino, con studiato pretesto, una parte della sua gamba. Una sera, per recarsi col principe ad un ballo, dato in Napoli dall'ambasciatore inglese, ella si era acconciata da Ninfa. Molti fiori su la testa: una ghirlanda di fiori, a tracolla, che le ricingeva per sghimbescio tutto il suo bel corpo: alcuni tralci di edera soltanto le coprivano il seno, la cui robusta bellezza attirava ogni sguardo: e quel seno procace, palpitante, era toccato da una morbidissima pelle di tigre, che parea carezzarlo e ne facea risaltare la bianchezza. Questa pelle di tigre era cinta alla vita: e su la spalla destra era fermata da tralci di bellissime rose artificiali. La pelle della tigre scendeva poi sin oltre il ginocchio e copriva la gamba destra fin quasi al coturno che essa calzava; la gamba sinistra rimaneva quasi scoperta e si vedea la maglia, che ne disegnava le linee schiette e vigorose. Il principe, quando la vide in tale acconciatura, rimase estatico: essa era una stupenda baccante: poi si dette a gridare ch'egli non l'avrebbe accompagnata alla festa, in tal modo. Il dissidio domestico durò circa un'ora: la principessa usò di tutte le arti, di tutte le sue blandizie: il principe ora le facea una carezza, la baciava, ora la rimproverava: un istante si gettava a' suoi piedi, poi subito tornava di malumore: ci fu un punto in cui la principessa gli mormorò una parola: lo trasse a sè: e parve che egli, ad una condizione, le promettesse sottoporsi alla sua volontà. Cessarono di parlarsi: si udì nella stanza qualche sospiro: una cameriera, nella stanza vicina, non osava muoversi, ben accorta di quello che accadeva. Essa avea già udito la scena fra il principe e la moglie. E il principe ora, alzatosi, non volea più mantenere la sua parola. Ora non avea più dolcezze, neppure a intervalli; parlava reciso, imperioso.

—Ma non è bene,—gli replicava la principessa col suo piglio da cortigiana,—che tutti vedano come tu hai una moglie, la quale supera le mille e mille donne di Napoli nella bellezza delle forme?… Non ti piace d'essere invidiato?… Non accresce in te il desiderio di avermi, l'orgoglio ch'io sia tua, il vedere, l'udire uno spasimo, un mormorio d'ammirazione intorno a me?… Ah, per un uomo, il poter mostrare a tutti una donna come sono io!—ella diceva con la maggior sicumèra,—e potersi dire di certo: essa mi appartiene…. io sono il suo signore, il suo dominatore, posso farne, a mio grado, la serva, la schiava de' miei piaceri!… Poichè sono tua, tutta tua, senza resistenza, senza ch'io ti tolga una parte sola della mia bellezza…. Qui, nel silenzio delle nostre stanze, non ti dovrebbe essere una triplice voluttà il ritrovar libere, per te solo, le gioie che tutti t'invidiano?

E parlava, gesticolava com'una vera baccante.

—Non c'è uomo,—gli ripeteva,—che mi piaccia al pari di te…. Non ti potrò esser mai infedele! E poi il marito è il solo a cui una bella donna appartenga veramente…. Gli altri vivono di piccoli furti e hanno tutto a disagio.

—Cortigiana! cortigiana!—ripeteva il principe, e sorrideva, chè in quel tempo, dopo la loro terribile scena, da noi raccontata molti capitoli innanzi, pigliava tutto alla leggera, secondo il suo carattere.

Questa scena, metà ilare, metà seria, fra il principe e la principessa, si svolgeva nell'abbigliatolo di lei, al riflesso di diecine e diecine di candele rosee infisse nei candelabri d'argento, in lumierette di Murano, fra i profumi delle polveri, de' minii, di essenze inebrianti.

—L'ora è tarda!—disse a un tratto il principe,—decidiamoci.

Fu convenuto che la pelle sarebbe chiusa anche su la gamba sinistra con una stringa d'argento e così fu fatto.

Una cameriera si mise al lavoro; la principessa la occhieggiava maliziosamente. L'altra subito capì.

Per le scale del palazzo dell'ambasciatore, la principessa, con un lieve gesto della mano, avea tolto la stringa.

Entrò nelle sale, mostrando la sua bella gamba. Ella sapea che quella sera il Re dovea essere alla festa: e cominciava allora a cercar di attirarlo a sè. Quel modo di acconciarsi le era sembrato irresistibile. E non s'ingannò.

Pochi giorni appresso, l'ufficiale delle guardie reali, come abbiamo a suo tempo accennato, riferiva a sua sorella, la contessa L…, di aver veduto una mattina, mentr'egli era di servizio, la principessa uscire dagli appartamenti reali, vestita come una piccola modista.

Ma non era soltanto pel sovrano, che voleva esercitar questo fascino; le piaceva esser una maliarda per tutti.

Quando usciva a piedi, andava talora per via Lanzieri e per la strada della Pignasecca: e le esclamazioni d'ammirazione, a volte grossolane, di quella gente, che non sta a pesar le parole, e che a vederla, mostrava di sentir i fumi al cervello, la solleticavano.

Andava a posta per quelle strade, affine di sentirsi esaltare, magari in quel linguaggio; e sino una tale specie di corteggiamento, le sapea buono.

In Adolfo Venosa ella avea pure, senza mettervi troppo studio, e a solo diletto, eccitato questa fiamma dei sensi. Non gli avea permesso alcuna intimità; si era accorta che, allorchè egli le dava la mano, tremava; e ne sorrideva. Tuttavia il Venosa serbava intatto, o almeno credea serbare intatto il suo amore per Diana.

Ora, stava in gran titubanza per ciò che essa gli avea detto.

Possibile che il padre di lei non l'amasse!… Possibile che vivesse sotto l'arbitrio di un servitore!

Questo e altro, com'abbiamo notato, egli andava rivolgendo nella mente da alcuni secondi.

Ma Diana incalzava:

—È questo tutto l'aiuto che mi viene da te?…

—Tu mi parli di timori vaghi, di paure, senza soggetto…. Tu mi hai detto ben poco di determinato…. Forse il tuo carattere, a volte molto eccitato, ti fa travedere, o esagerare…. E poi: come vuoi che io possa contrappormi? Con quale autorità? Sono io tuo parente, ho io fin ora qualche ragione, almeno in apparenza, di tutelarti?

—E ciò appunto prova che tu mi ami poco,—rispose Diana con una certa veemenza.—Se tu mi amassi, avresti a quest'ora chiesto a mio padre di sposarmi… E lo farai, senza molto indugio!—disse la fanciulla, con una di quelle attitudini di sovrano comando, che eran proprie alla principessa: tanto che essa e Diana le avresti dette d'una medesima razza, e in quel punto anche Adolfo credette di vedere innanzi a sè Enrica, di udire lo stesso suo tono di voce.—Lo farai e presto: se non vuoi che ogni tuo legame con me sia sciolto…. Non credere io sia una di quelle fanciulle, che si compiacciono di aver un bell'amante e non gli domandano mai di effettuare il fine d'ogni relazione onesta, fra un giovane e una fanciulla: il matrimonio….

Il Venosa voleva parlare.

—Io non m'impongo a te,—disse Diana, che sempre più in quel punto assomigliava alla principessa.—Tu mi hai perseguitato un tempo con le tue occhiate, le tue proteste d'amore, le tue promesse…. Io ti ho dato il mio cuore, ma son pronta a ritogliertelo. Se, in breve, tu non hai fatto questa domanda di matrimonio, cesserà ogni rapporto fra noi…. Io uscirò dalla casa di mio padre e tornerò in convento….

—Ma Diana!…

—È una risoluzione irrevocabile…. Io ti amo, sai,—continuò, addolcendo il tuono della sua voce,—voglio però che mi si spezzi il cuore prima di ridurmi a esser soltanto tua vittima, o il tuo trastullo….

—Se—ripreso Adolfo—io non ti ho chiesta a tuo padre, sai il perchè: perchè egli, più volte, con discorsi assai espliciti, si mostrò, per ora, contrario a qualsiasi tuo matrimonio.

—Ecco appunto dov'è il pericolo!—rispose ardita, animosa la fanciulla.—E tu non devi essere un pusillanime!

Il Venosa era spaventato dall'energia di Diana.

Dubitava fosse accaduto qualche cosa di ben più grave che ella non avesse detto, poichè mai gli era apparsa così risoluta, così smaniosa ed inquieta.

Che potea aver ella sofferto nella sua casa?

Tornava a attribuire certe insistenze al carattere esaltato di lei: ma ciò non lo lasciava in tutto tranquillo.

—Parlerai a mio padre?—riprese Diana, con voce dolcissima; mentre egli le carezzava una mano, la guardava con tenerezza, senza risponderle.—Io ti amo e sento che, nel mondo, posso fidarmi in te solo: che non mi rimane altro aiuto, altro affetto sincero….

Egli si sentiva vincere, ammaliare da quella dolcezza: sentiva la gioia, l'orgoglio d'ispirare una passione sì pura: presagiva la felicità immensa, che gli sarebbe da essa derivata.

Era la prima donna, cui egli avesse parlato d'amore; ed egli era il primo che Diana avesse amato, il solo che ella avrebbe amato.

Erano tutt'e due inesperti nella grande arte dell'amore: quindi facili ai crucci, facili a procurarsi scambievolmente motivi di tortura e di disperazione, secondo il loro carattere; poichè Diana era tutta piena di fervori, di delicate fantasie appassionatissime, il Venosa più riconcentrato e più freddo.

—Ti amerò sempre,—egli disse,—e ti domanderò a tuo padre quando venga il momento opportuno… cioè presto!—disse, ripigliandosi, poichè avea visto il movimento d'impazienza di Diana.

Egli era un po' irresoluto: la principessa tentatrice, voluttuosa, adescatrice, nella sua scultoria bellezza, gli tornava sempre innanzi.

—Il mio unico desiderio, ti ripeto,—diceva Diana,—è di uscire, in breve tempo, da questa casa…. Mi sembra che non sono in casa mia, ma in una casa d'estranei, dove tutto può capitarmi: ove sono esposta a tutte le offese…. Se tu indugi, io tornerò nel convento ove sono stata educata… ne uscirò non so quando… ma per non rivederti mai più…. È già troppo ch'io ti prego…. È vero che io ti amo, e il fingere, le ipocrisie, le simulazioni volgari, mi parrebbero un'umiliazione…. Ho l'orgoglio della mia passione e della mia virtù….

—Saremo uniti… fra poco,—disse il Venosa, dopo breve riflessione.—Ma se il marchese si opponesse?

Le guancie di Diana diventarono rosse. Sentiva in sè nascere il sentimento della ribellione. Le vennero alle labbra certe parole di sdegno, ma non osò proferirle.

In quel punto Adolfo e Diana svoltavano da un viale; il marchese e Marco Alboni, che erano dinanzi a una finestra, confabulando insieme, scorgevano i due innamorati.

—E quel giovinastro è sempre qui!—esclamò Marco.

—Come vuoi ch'io lo scacci di casa mia! Egli è d'una famiglia di miei antichi amici. E poi, con qual titolo dovrei proibirgli di farmi una visita?… Egli è uno de' giovani più stimati che sieno in Napoli; alla sua età, ha riputazione fra i dotti, autorità fra i gentiluomini…. E poi: non vedi che, se io gli vietassi di venir qui, susciterei la resistenza di Diana?… Tu credi Diana una fanciulla docile, pronta a essere strumento di tutti i nostri capricci?… Non ti accorgi che ella tollera, ma comprende, che essa non dà in escandescenze, ma rattiene spesso una osservazione, una protesta?… Io leggo nel suo volto lo sforzo che ella fa…. È fina, come tutte le donne, per istinto, non è ancora abbastanza maliziosa per sorridere ove si sentisse disposta a piangere, e viceversa.

—Ma quel giovinetto sarà di ostacolo a' nostri disegni…. E, se ilRe sapesse….

—Oh, il maggior ostacolo sarebbe nel contrariare Diana…. Allora sì che ella si ostinerebbe…. La sua inclinazione verso quel giovane è, fino ad oggi, una fanciullaggine…. Se io mi vi opponessi recisamente, diventerebbe una passione ostinata, una di quelle passioni, che si alimentano dalla caparbietà, dal puntiglio….

—Come ragioni,—Marco era arrivato a dar del tu al suo complice, nella intimità,—quando vuoi che le cose vadano a seconda de' tuoi desideri!…

—Il giovane, poi, è buonissimo,—continuava il marchese, quasi non avesse udito l'interruzione,—incapace di abusare della innocenza di Diana…. Sono due anime virtuose…. Non altra unione avrebbe potuto esser migliore della loro…. Noi non crediamo se non alla passione volgare: la virtù ha gioie, beatitudini che noi non conosciamo: essa cerca ben lontano, donde noi li cerchiamo, i suoi piaceri ineffabili!…

—Eh, eh, datti anche a far il Tartufo adesso,—disse Marco, battendo su una spalla il marchese,—non venirmi a rubare il mestiere!… Sai ch'io ho regalato ieri al nostro parroco due immagini, due belle statue di stucco…. Il parroco avea aperto una colletta perchè a due altari mancavano le immagini: io le ho comprate: gliele ho offerte…. E la colletta?—mi ha detto.—Spartitela in tanti soccorsi a' poveri più bisognosi della vostra cura, e tutti ne saremo contenti…. Così fu fatto…. Quando vo in chiesa, la gente mi accenna a dito….

—Che matricolato briccone!

—Non facciamo però digressioni…. Pensa che una sola cosa manca alla tua suprema fortuna… e alla mia: che il Re e quella giovane siano in perfetto accordo: che quella giovane, sì bella e sì poetica,—aggiungeva Marco con un ghigno,—prenda, per autorità, per influenza, alla Corte, il posto della principessa….

—È una delle ragioni, per le quali lascio che il giovane si mostri sì assiduo con Diana…. La principessa così non avrà sospetti….

—E credi tu che la principessa pensi a Diana, che sospetti di poter essere surrogata da una fanciulla sì inesperta, che si dia briga di sapere se alcuno la corteggia?… Quando il fatto sarà un po' palese tra' suoi amici, e che qualcuno di essi, uno zelante, glielo riferirà, desterà la sua gelosia… oh… allora vedrai; ma noi saremo là per vegliare!

—Credi tu poter qualche cosa alla Corte?

—Io posso da per tutto!—rispose Marco con una certa sicumèra.—Chi avrebbe creduto che potessi tanto quanto ho provato di potere? Avreste voi creduto che un uomo misero, stracciato, al quale gettavate, di quando in quando, pochi ducati, avrebbe potuto salvarvi dalla miseria, dall'obbrobrio, dal disonore?… Farvi ricco?… Mi sembra talvolta che sono io il padrone di tutta questa ricchezza,—disse Marco, guardando attorno a sè con una certa baldanza.

—Tu sei sempre a rinfacciare….

—No: no: ma quello che io ho compito, con tanto rischio e pericolo, non va a dirittura dimenticato,—prosegui insolente ed ironico.—Quando io penso,—e tendeva l'indice della mano destra verso Diana, che passeggiava tuttora nel giardino con Adolfo,—ch'io portando via quella ragazza all'ubriaco, cui era stata data in custodia, vi ho procurato tanta fortuna, e sto per procurarvene una tanto maggiore…. Ah, me la ricordo quella sera!… Mi par di vedere l'osteria: di sentire lo scalpitìo de' cavalli: una carrozza si ferma davanti alla porta: entra nell'osteria un uomo: un buon uomo: beve, ribeve: offre vino a tutti: parla, riparla: racconta che gli hanno affidato una bambina, che è nella carrozza….

—Ma tu mi hai già ripetuta, se non sbaglio, questa storia, punto per punto, mille volte….

—È una storia, che, in tutto il suo seguito, empie di ammirazione me stesso, che pur ne sono il modesto eroe,—ribattè, appoggiando su la parola: modesto!

Il marchese sorrideva con una certa amarezza.

—Modesto, dico,—proseguì l'altro,—perchè non ho cercato grandi ricompense… fin ora: e non mi son vantato con altri di quello che ho fatto… fin ad oggi!

—Ah, non hai avuto grandi ricompense?—esclamò il marchese, che s'irritava ogni volta che Marco tentava su lui un ricatto più forte dell'usato: e si accorgeva ch'ora n'era in procinto.—Non hai avuto grandi, anzi grandissime ricompense?… Ma, ammettiamo pure ch'io ti debba qualche cosa; e che saresti tu, a quest'ora, divenuto senza di me?… Probabilmente saresti tornato ad essere il galeotto Jacopo Scovazzo! Ora qui, ben vestito, ben pasciuto, onorato, rispettato dai galantuomini, ricco già di parecchie diecine di migliaia di lire, non sei contento: vuoi sempre di più, mentre hai quello che non avresti mai sognato di possedere o che ti sarebbe sembrato, sognandolo, il colmo della felicità….

—Dovresti sapere che l'appetito viene mangiando,—rispose Marco Alboni, o Jacopo Scovazzo, protervo,—qui sono inutili le parole sonanti, le belle parole con cui i pari nostri la danno ad intendere alla gente dabbene…. Noi siamo due furfanti…. qui possiamo dirlo già che nessuno ci sente… su cui i discorsi melliflui, gli appelli alla discrezione, alla temperanza, all'esser morigerati, fan l'effetto della carezza di una piuma su una massa di bronzo…. Noi non ci commoviamo, se non pel nostro utile: e questa è la nostra religione: tutto il resto c'è indifferente…. Sicuro, questi cavalieri, coperti di ferro,—e accennava a' quadri degli antenati del marchese, appiccati alle quattro pareti della gran sala,—non mi avrebbero forse veduto qui di buon occhio…. Ma la colpa è mia, se ci è voluto un furfante… come me… per salvare, almeno in apparenza, l'onore del loro rampollo: per salvarlo dalla vergogna d'aver un nome infamato, e dalla abiezione di una miseria, inasprita dal disdoro?

—Sono stanco!—mormorò il marchese, cui la collera toglieva quasi il respiro.

—E perchè, dunque, tu mi rimproveri?… Tu dici ch'io sto qui bene e dovrei esser contento della mia condizione?… E tu non stai meglio di me? E non sei ambizioso di farti maggior largo nel mondo, d'inalzarti, anche a prezzo dell'onore di una fanciulla, forse a prezzo della sua felicità, della sua vita?… È vero che di ciò non mi adonto, non penso a commovermi. L'utile, l'utile è la nostra sovrana legge!… La nostra regola è semplice: per star bene noi, non importa se dobbiamo calpestare qualcun altro…. Non è vero?

Il marchese non potea oppugnar certe teorie. Eran le sue, e Marco le avea apprese da lui.

Qualche volta, a tarda ora, o sul far del mattino, tornando dalClub, o da cene con donne e uomini di dubbia fama, egli, che s'era insozzato in tutte le tristi compagnie, ubriaco, mezzo fuori di sè, sciorinava dinanzi a Marco le sue ciniche, fetide dottrine. L'altro, senza faticarsi a formulare certi perversi concetti, li avea sempre messi in pratica.

—Dunque,—concludeva Marco,—anch'io son ambizioso…. Per quanto tempo credi tu voglia io continuare a far il servitore?… Sento anch'io il bisogno di comandare, non ristrettamente com'ora, ma assolutamente… sento il bisogno di non inchinar più la testa dinanzi a nessuno, neppure per semplice apparenza, come faccio a te…. quando gli altri son presenti. È necessario, urge che tu raccolga tutta questa fortuna, che ti è promessa, e a cui tu speri arrivare, perchè io ti presenterò le mie ultime condizioni!

Il marchese sedette su una poltrona, sbuffando e voltando le spalle aMarco.

Questi, che si burlava sempre di lui, oltre al tormentarlo, fece una giravolta per andargli a sedere dirimpetto: e, cercando di fissarlo negli occhi, e avvicinandosegli, bisbigliava:

—Rammentatevi ch'io possiedo un importantissimo documento contro di voi; la letterina del dottor Krag: essa è in luogo ben sicuro e può uscir fuori ad ogni istante. So che voi pure avete un mio segreto… ma vi sfido a palesarlo: io, forse, potrò tornare ciò che fui sempre: il vostro disonore, la vostra rovina sono sicuri. Scegliete!… Potreste stare tanto bene, andar innanzi sì prosperamente per la via che vi piacerebbe di percorrere. Siete un briccone tra i più felici: non avete se non un ostacolo…. in me! E io non domando meglio che trarmi in disparte, lasciare sgombra la vostra via: solo dovete esser con me generoso…. Conoscete la contessina Ippolita Gavini? La madre è vedova: sono ridotte povere… e io voglio sposare quella ragazza grassa, paffuta…. Ci vogliono però molti quattrini…. Ecco una delle cose che voglio fare co' quattrini, che aspetto da voi…. La mamma è tutta ben disposta per me: le accompagno in chiesa: vo in casa a dir con loro le devozioni. Mi tengono per un santo…. Sino ad ora la ragazza dice d'aver in me un padre: così la stringo al mio seno, l'accarezzo…. Ieri era vestita di semplice mussolina…. Se sentiste che floridezza?… Mi sono promesso ormai godermi quella ragazza…. Una contessina!… Vi assicuro sarà, per parte mia, un matrimonio d'amore!… Ho forse troppa esigenza?

Si tacque per un poco: poi domandò languidamente, e con perfida malizia:

—Non ho diritto anch'io a un po' di felicità nel mondo?… E poi qui si tratta d'aver cura di una povera vedova e di un'orfanella….

—E bene,—disse il marchese, alzandosi, e volendo liberarsi da quell'incubo,—che le parenti milionarie di mia moglie muoiano presto e io abbia in mano i loro milioni: che Diana sia presto sotto la protezione del Re… e allora tu avrai tutto il denaro che vuoi: potrai prender moglie: e io sarò felice… che tu mi ti levi dinanzi!—queste ultime parole pronunziò a bassa voce.

Diana e Adolfo erano ora ben più vicini al punto donde li osservavano il marchese e il suo degno compagno.

Contradizioni della vita! Quale disparità fra le due coppie!

In alto il marchese e Marco, tristi, cinici, ipocriti, raggiratori, senza coscienza, crudeli, rotti a ogni vizio: e, in mezzo alle aiuole di fiori, tra i boschetti verdeggianti, Adolfo e Diana: cioè la bontà, la innocenza, la inesperienza, la poesia, l'amore!

Due giorni appresso, la mattina, di buonissim'ora, il marchese scriveva nella sua biblioteca.

Egli scriveva, come faceva una o due volte per settimana, alle sue ricche parenti.

In queste lettere menzognere parlava loro sempre del suo smisurato amore per Diana, delle nuove cure che sempre si dava per l'educazione di lei, dell'incontro che essa avea avuto, per la sua grazia, la sua bellezza, condotta da lui alla Corte e nel gran mondo.

Aggiungeva ch'egli vegliava su di lei a ogni istante: che la tenea lontana da ogni pericolo: tornava sempre a ripetere che la morte della moglie lo avea guarito da' suoi eccessi: ch'egli s'era ormai abituato a un tenore di vita serio, anzi austero, e se ne trovava sì lieto da provar rammarico di non averlo sempre seguito.

Le vecchie un po' credevano, un po' facean sembiante di credere: egoiste, non voleano da lui troppa molestia: amavano Diana, ch'egli avea recato loro più volte: e passavano lauti assegni.

Se Diana si maritasse, e posto che il marito andasse loro a genio, avean promesso dare ciascuna di esse un mezzo milione: ma ciò non garbava al marchese, poichè in tal guisa Diana gli sarebbe sfuggita, le sue rendite si sarebbero assottigliate.

Tenuta in casa, Diana dovea essere strumento della sua ambizione.

Mentre il marchese scriveva, Marco Alboni aprì l'uscio, al solito senza prima battere, e fece capolino tra la porta socchiusa.

—Si può?—disse, sogghignando.

Entrò in punta di piedi, con le mani incrociate sul petto, come quando assisteva, in apparenza tutto compunto, alle funzioni nelle chiese.

—È dunque vero—domandò—che tu dai, tra alcune settimane, una festa da ballo?

—Sì.

—E non mi dicevi nulla?

—Se tu mi avessi dato tempo, l'avresti saputo.

—Chi inviti?

—Tutta Napoli…. Gl'inviti saranno fatti a nome di Diana e mio: avremo qui tutte le amiche di Diana: il fiore della nostra aristocrazia.

—E che ci sarà di particolare nel tuo ballo?

—Sarà un ballo in maschera….

—Oh!

—Il Re ha voluto così…. Ma silenzio! Il Re passerà dalla scala segreta, entrerà ne' miei appartamenti e in quelli di Diana…. In quelli di Diana, sopra una tavola, si deve trovare un gran domino di raso nero con due grandi fiocchi cilestri e due maschere, pure di raso….

—E la principessa?

—Sarà qui necessariamente…. Non si può evitare d'invitarla…. Non verrà, se è malata: altrimenti la vedremo qui, in uno dei soliti abiti scollatissimi, a far pompa delle sue carni…. Se viene, assisterà al trionfo della rivale…. senza saperlo, poichè il Re non sarà riconosciuto. Egli confida ammaliare Diana in quella sera…. Essa cenerà con lui, in luogo riservato, appartato dalla festa, e l'avvertiremo che è col Re…. La fanciulla vede il sovrano di buonissimo grado, e se ne tiene quando egli le parla da solo a sola….

In fatti Diana avea nell'alto personaggio molta fiducia: si proponeva anzi aprirgli il suo animo perchè egli vincesse le resistenze del padre al matrimonio di lei col Venosa.

E il personaggio avrebbe non pur agevolato, ma voluto tal matrimonio: domandava per sè alcuni dolci preliminari.

—Sapete—osservava Marco, che or trattava con cerimonia, or con la più rozza familiarità il marchese—ciò che si dice della principessa in un cerchio molto intimo…. in quello della mia polizia segreta?

—Parla, parla, Marco.

—Quella Messalina è rovinata!

—Come?

—Il suo lusso, che ecclissa quello della sovrana, non è in relazione con la sua fortuna. Le sue prodigalità sono pazze…. la gente che la circonda e amministra i suoi beni, non ha idee pratiche, è nata per sterminar tutto; tale e quale come la signora, a cui serve…. V'ha di più: essa ha arrischiato somme fortissime in speculazioni…. Le ha dato credito l'influenza, che si supponeva ella esercitasse sul Re…. La magnifica tenuta di Mondrone è già tutta ipotecata…. e non basta a pagare i debiti della principessa. È sempre elegantissima, sempre allegra, continuano i suoi pranzi sfarzosissimi, le sue cene, i suoi splendidi ricevimenti, ma essa lotta fra immense strettezze. E pure è bello vedere una donna, nata per il piacere, una gran dama, combattere una sì gigantesca lotta finanziaria!… Ciò dà un'idea della fibra, della indomitezza di quella donna straordinaria…. Ma ci debbon esser momenti, allorchè nella solitudine si cava la maschera della socievolezza, di gran dama, in cui deve sentirsi ben stanca e sola! Mi fa meraviglia il pensare che una donna abbia potuto affrontare tutto ciò che essa ha affrontato…. Oh, se, invece d'averla nemica, l'avessimo avuta con noi! A che non saremmo arrivati?

—Io ho provato sempre un certo terrore dinanzi a quella donna,—disse il marchese.—Me la ricordo giovinetta: e già avea qualche cosa d'insolito, che colpiva: teneva in soggezione noi uomini già avanti in tutte le depravazioni, in tutti i segreti della vita!

Era vero: la principessa ormai si avvicinava alla più assoluta rovina: l'autore principale di questa catastrofe era il Weill-Myot. Egli aveva un disegno: vendicarsi dello sprezzo onde Enrica lo aveva umiliato, servendosi di lui come un semplice uomo d'affari, respingendo tutte le sue proteste d'amore.

Il banchiere era milionario. Avrebbe pagato a qualsiasi prezzo il gaudio di vendicarsi.

Già sappiamo delle somme vistose, che egli avea anticipato alla principessa per eccitarla allo spendere. Un impiegato della banca, che avea l'aspetto d'un diplomatico, avea rimesso, come ci è noto, tutto quell'oro alla principessa contro alcune cambiali, a breve scadenza, da lei firmate. Ella poteva firmare, poichè il marito le avea lasciato facoltà assoluta di amministrare, come credeva, il patrimonio lasciatole dal padre.

Lo stesso impiegato del Weill-Myot avea avuto incarico di allettare la principessa a certe speculazioni. Sulle prime il Weill-Myot facea rimettere alla principessa grossi lucri, qual frutto di certe operazioni; ma quando essa vi ebbe arrischiati grossi capitali si propalò che le speculazioni, in cui s'era avventurata, andavano fallite.

Grandissima potenza, il Weill-Myot cagionava quei disquilibri. Voleva che la principessa, ad ogni modo, rimanesse in sua balìa, per possederla forse, di sicuro per umiliarla e dispregiarla.

Intanto, mellifluamente, le veniva dicendo:

—Io vi ho sconsigliato più volte di gettarvi, a chius'occhi, in certi affari….—Ed era vero. Egli la sconsigliava. Ma il suo impiegato elegantissimo l'eccitava e le portava i vistosi guadagni, ch'egli stesso gli forniva per un certo tempo.

—Sembrava tutto andasse sì bene!…—osservava la principessa.

—Ma perchè—instava l'ipocrito Weill-Myot—invece di dar retta a me, che vi amo sinceramente, e che ho ormai la pratica degli affari, vi siete lasciata condurre da un giovane, intelligente, di carattere ottimo, che vede però spesso gli affari della finanza come un poeta?… Ah, mia cara, non v'è nulla che sia tanto contagioso quanto l'illusione del far denaro con molta facilità…. Tenete a mente: è difficile il far denaro e più difficile il conservarlo….

La principessa sorrideva: sperava in un modo o nell'altro si sarebbe cavata d'imbarazzo.

Un giorno, per distrarsi un poco da certe idee, per sete di nuove commozioni, si mise a pensare a sua figlia, alla figlia, che ella avea avuto da Roberto. Il suo matrimonio col principe era rimasto sterile di prole.

—Oh…. se io cercassi di rivederla?—pensò.

Ormai osava tutto: e poi, fra le tante passioni sfrenate, si svegliava in lei l'amore materno. Quando si era posta in cuore una cosa nessuno avea potere per dissuaderla. Quel puro affetto, un bacio della sua bambina, la voce, il sorriso di lei, le sembrava avrebbero consolato, in tante angustie, il suo animo. Sarebbe stata la forte, la nuova distrazione, della quale sentiva il bisogno.


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