X.

Da un pezzo non vedeva Cristina.

Essa avea lasciato, morto l'abate, il presbiterio; e se n'era andata a stare in campagna col suo guardacaccia, in un punto vicino a quello ove abitava la famiglia di lui.

Benchè Cristina l'avesse lasciata in pace da sì lungo tempo, la principessa non stava tranquilla: immaginava che costei le preparasse un nuovo tiro. Guardava sempre ogni mattina fra le lettere che riceveva per veder se ci fosse un indirizzo scritto da costei: si aspettava le domandasse, d'un tratto, qualche somma vistosa: venisse a crescere le difficoltà tra le quali si dibatteva.

Il silenzio di Cristina non le era certo di buon augurio. In che modo non le avea più chiesto neppur il denaro occorrente alle spese ordinarie per la bambina? Lo anticipava ella stessa per aver diritto di sostenere d'essersi sottoposta a perdite gravi: per accrescer le spese; chi sa: per acquistare sempre maggior preponderanza su di lei e sempre più tenerla avvinta ne' suoi artigli.

Nello stordimento, fra le continue commozioni della sua vita, non ci avea più, da tempo, messo il pensiero; non si era da tempo ricordata d'esser madre, d'aver una figliuola. Ora gliene veniva il furore. Aveva l'indirizzo di Cristina: era lontana un circa dieci miglia da Napoli: a Torre Annunziata.

Ritrovò subito l'indirizzo, ella non se ne ricordava: e deliberò andare da Cristina il giorno stesso.

—Ma, sola!—ripensò.—Non mi annoierò sola, in carrozza, per tutto quel tratto di strada?

Dopo breve esitanza, risolvette invitar Diana ad accompagnarla.

—Così nessuno,—si diceva,—potrà aver sospetti su la mia gita: una scampagnata, il cui principal motivo è di far fare una passeggiata alla mia giovane amica: e intanto vado a rivedere la donna che ha avuto per anni tanta cura di me…. alla quale, crederanno, io serbo molto affetto…. Una donna scellerata!… Poichè è lei che mi ha messo nelle vene questo fuoco, che m'abbrucia; è lei che, con le sue abili carezze, m'ha posto prima nella via de' più eccitanti piaceri…. Ma, infine,—disse la principessa guardandosi in uno specchio,—non debbo esserle poi tanto ingrata!… Da che vivo, anche per frutto delle sue lezioni, ho passato più d'un bel momento!

Il suo cinismo voluttuoso la coglieva sempre di bel nuovo.

Scrisse a Diana una lettera affettuosa. Circa un'ora dopo, per risposta, Diana entrava nella stanza ov'era la principessa: le si gettava al collo tutta lieta di passar con lei la giornata.

La principessa, al bacio di Diana, si sentì subito rasserenata. Accanto a lei non poteva aver più cattivi pensieri. Se qualcuno le avesse detto che, in breve, l'avrebbe molto odiata, essa gli avrebbe dato, col massimo calore, del menzognero.

La principessa s'abbigliò alla presenza di Diana che la idolatrava, e diceva non aver mai visto una donna più bella. La principessa le mostrava le sue belle braccia, il suo bel seno, Diana ne vedeva, sotto le finissime tele, i fianchi robusti. In breve, fu abbigliata; era magnifica, seducente, col suo abito chiaro, il suo gran cappello di paglia, adorno di violette, il cui colore spiccava su un gran nastro candidissimo. Salirono in carrozza e partirono. Erano tutt'e due contente, si teneano per mano e sorridevano. Strana situazione quella della principessa! ella andava a cercare notizie della sua figliuola: ardeva di vederla e già l'aveva al suo fianco!

Arrivarono alla villa, poichè ben potea chiamarsi così la dimora, assai signorile, di Cristina.

La principessa e Diana dovettero scendere dinanzi a un cancelletto e fare a piedi una stretta, ripida salita; che avea a' due lati siepi di rose e di melagrani, e che metteva alla villa.

Cristina fu subito avvisata dal bel guardacaccia dell'arrivo della principessa.

Andò a indossare un bell'abito di seta nera e tenne intanto la principessa ad aspettarla, come s'ella fosse un'altra signora.

Enrica avea riconosciuto il bel guardacaccia di Mondrone: e gli avea subito dato un'occhiata, che avea lasciato perplesso quell'uomo assai risoluto e assai vizioso. Ma la principessa avea posto nella sua occhiata, come sapeva, molte e varie espressioni: fra le altre avea saputo significarvi ch'ella ben si ricordava del modo ond'avea sorpreso Cristina e il guardacaccia in un salotto del castello. Perchè il guardacaccia si trovasse lì, dava ad intendere l'occhiata della principessa, non era un mistero per lei.

Intanto che la principessa aspettava, il guardacaccia le offriva di che refocillarsi.

La principessa era gaia: avea sempre il suo vigoroso appetito, e accettò. Le destava curiosità il veder come Cristina l'avrebbe trattata.

Cristina scese, dopo che il guardacaccia era già salito a concertarsi con lei, ed entrò, tutta sorridente, nella stanza ove erano Diana e la principessa.

Subito fu stupita, mettendo gli occhi su Diana, della grande somiglianza che era fra lei e la principessa. L'antica serva, dandosi tutte le arie e il sussiego di una gran dama, ringraziava le due signore dell'onore che le facevano: onore da lei immeritato: le pregava con ostentazione a scusare l'umiltà di quella povera casetta, ma ella avrebbe tutto messo in opera perchè rimanessero soddisfatte…. quanto si potea soddisfare da chi avea, come lei, sì pochi mezzi, a persone di sì alto affare. Sarebbe andata ella stessa a impartire gli ordini.

—Cristina dà ordini?—pensava la principessa.—Che trasmutazione ha operato il mio denaro…. Quanta gente io ho arricchito a questo modo!—pensava, guardando i mobili, gli oggetti di non piccol valore, ond'era ornato, arredato il salotto.—Gli ho arricchiti, sì,—continuava fra sè, pensando con la rapidità del baleno,—ma sono stati tutti schiavi de' miei piaceri!

Non rifletteva che, forse, erano stati un tempo schiavi dei piaceri di lei, ma essa avea sempre finito per essere la loro schiava, per fornire ad essi, come in esempio a Cristina, il modo di soddisfare a' loro propri piaceri.

C'erano in tutta la casa immagini di santi, un non so che, a ogni tratto, rivelava la pietà, la devozione di chi vi abitava.

Enrica si rammentava le lezioni di Cristina: ingannar tutti con le apparenze, burlarsi di tutto: e in segreto godersi le più strane fantasie.

Venivano a trovarla monache: le più giovani le baciavan la mano come a una grande benefattrice: ella pregava, s'inginocchiava a dire orazioni con esse: fra la gente di quel contado passava per un'anima austera, esemplare.

La sera, chiusi gli usci, chiuse ermeticamente le finestre, dopo cena, dopo aver fatto una lauta cena, gli abiti discinti, attirava a sè il bel guardacaccia: e con lui rideva, scherzava su tutto, gettava, con scoppii di risa fescennine, con motti salaci, procaci, il ridicolo su tutte le persone più rispettabili, su tutto ciò che v'ha di più alto e di più puro. E il giovinetto, gigante, fortissimo, si stupiva sempre d'una cosa, della sapienza, delle novità in amore, che aveva e sapea trovar quella megera. Poi, sul far del dì, Cristina usciva, e andava la prima di tutti a udir la messa nella chiesa della parrocchia: talvolta si vedeva con la fronte toccar terra, si udiva sospirare, si agitava, come se si pentisse di atroci peccati.

Burlarsi di tutto era il forte di questa perversa creatura: ed era lieta in tal giorno che la principessa fosse venuta a lei: non le avrebbe risparmiato beffe e umiliazioni. Ne voleva usare a suo diletto.

Sempre più osservava quanto Diana somigliasse alla principessa, anche parlando: la principessa, fanciulla, pensava Cristina, era proprio così.

La refezione fu pronta: per cerimonia la principessa invitava Cristina a porsi a tavola con loro. Non era apparecchiato per lei, ma Cristina aspettava l'invito: e non se lo fece ripeter due volte: sedette a tavola, e con gli ordini rumorosi che dava, con le preferenze che esprimeva, facea sentire alle altre due che essa era la padrona, e che le teneva sotto il suo imperio.

Qualche volta Diana fu irritata, ma la principessa la tratteneva con lo sguardo, con un cenno: Enrica si era poi pentita d'aver accettato l'invito. Vedea che Cristina abusava di lei: che godeva d'aver un'occasione di sfogare la sua malizia selvaggia. E già Enrica prevedeva la scena, che avrebbero insieme, fra non molto.

In fatti, finita la refezione, la principessa si alzò e disse aCristina che la seguisse per un istante.

—Emilio,—disse Cristina rivolta al guardacaccia,—accompagna la signorina nel giardino e coglile i più be' fiori!

Quando furono in un salotto sole, la principessa disse improvvisamente:

—La bambina è molto lontana di qui?… Non ho mai saputo dov'era….

—Non lo avete mai domandato…. è molto lontana….

—Senti, m'e venuto un desiderio irresistibile di vederla!

—Oh, è impossibile!—replicò Cristina.

—E perchè?…—domandò, con veemenza, la principessa.

—È morta!—rispose Cristina, grave, e senza indugio.

—Morta?

—Morta, sì, e nel giorno stesso in cui era condotta dalla balia.—Cristina credea d'aver aperto una ferita nel cuore della principessa e si divertiva ad irritarla.

—Dici tu il vero?…—e la principessa, furibonda, avea preso per un orecchio Cristina e la faceva inchinare.

Cristina, livida dalla collera, esclamava:

—Potrei chiamar gente: potrei farvi svergognare; è la prima volta che voi osate abusare della vostra forza con me, sottopormi a una vostra prepotenza…. Ma se io avessi gridato e fosse qui accorsa la signorina, che avete condotto con voi, e in faccia sua vi avessi mostrato i documenti, che posseggo: l'uno prova il vostro matrimonio con Roberto, l'altro la nascita della bambina…. Que' documenti sono ora nelle mie mani e non ne usciranno…. Vi odio tanto che voglio farvi soffrire lentamente, e voglio godere, a poco a poco, delle vostre sofferenze…. E vi assicuro saranno atroci…. Per ora, io ho tenuto in me tutto il mio segreto…. ma se ne palesassi ad altri anche una parte?…

—Hai detto di odiarmi: ma vorrei sapere perchè mi odii? Non t'ho io sempre beneficata?—disse la principessa, che ardeva di collera.

—Beneficata, sì, come beneficate, come fate tutto voi, con sprezzo, con alterigia…. Fin quando servivo da ministra a' vostri piaceri, fin quando eravate nelle gioie supreme, che sogliono accomunare i corpi e le anime, voi eravate sdegnosa, pungente, trovavate un maggior godimento a darmi prove di spregio…. E quante altre umiliazioni ho poi sofferto da voi…. Insomma vi odio per cento altri motivi, che sento e non so spiegarvi. Vi odio perchè voi siete una persona trista, e, benchè io non sia nulla di buono, ho orrore del male…. negli altri. E sappiate per sempre che la concordia, l'unione fra due anime tristi non può durare: si muta in odio, in persecuzioni. Io voglio vedervi alle mie ginocchia, supplicante; e respingervi, insultarvi nella vostra umiliazione. Voi dovete servir da mezzana anche ai miei amori col guardacaccia: troverò uno stratagemma, a scusa innanzi agli altri, perchè voi abbiate ragione d'invitarci nella vostra villa, mentre siete sola, e dovrete subirmi! E non potrete sottrarvi da me. Vi farò pagar cara la stessa prepotenza, che avete voluto ora usarmi. Intanto…. vi annunzio che nello spazio di otto giorni, dovrete pagarmi lire ventimila. Quindicimila serviranno ad arrotondare una somma, che ho in deposito: con le altre cinquemila voglio far un viaggio in Italia e in Inghilterra con lui…. Non voglio rimaner sempre qui…. Ed è giusto che voi…. voi, la signora che ha tanta alterezza, paghiate le spese dei miei piaceri!

Cristina era sempre livida, col suo malvagio sorriso sulla sua larga bocca.

—Come,—insistè,—posso riscuotere questi ventimila franchi?… Ho fretta di partire, ricordatevelo! Un viaggio deve darmi forze nuove per nuovi piaceri…. Il mio amante è giovane e voglio distrarlo…. Vorreste voi, anzi, esser tanto compiacente da indicarmi su questa carta l'itinerario che dovremmo seguire?

E le accennava un mappamondo disegnato su un'ampia carta e attaccato alla parete.

—Vi prometto che parleremo anche di voi nel nostro viaggio…. La sera, quando saremo tornati agli alberghi, dopo cena, fra una risata e l'altra….

—Non m'irritare!…—disse la principessa, pallidissima, digrignando i denti. Poi, mutando stile:

—Se tornassimo amiche?

Credeva invescar l'altra. Ma Cristina era forse più trista e certo più astuta di lei.

—Ecco una prima concessione!—le disse.—Non vi trovereste umiliata d'esser chiamata amica da una vostra antica serva?

Poi gettò là alcune parole impertinenti e atte a turbar sempre più l'animo di Enrica.

—Lo so…. lo so…. che voi non cercate gli amici fra gente sì umile…. Il migliore vostro amico,—e sottolineava con malizia queste parole:—è il Re….

—Bocca di demonio!—disse la principessa irritatissima.

—A quando le ventimila lire, signora?—domandò Cristina, con le mani su le anche, un piede innanzi, e guardandola di sotto in su con aria spavalda.

—Se io andassi dal Re, gli provassi che voi siete la moglie di Roberto, che avete fatto morire la vostra bambina per allontanarla troppo presto da voi…. che avete accusato, denunziato, fatto imprigionare vostro marito….

—E se io ti uccidessi?—rispose la principessa, pallidissima, con una calma spaventosa.—Sai ch'io so preparare un agguato, sbarazzarmi di chi mi nuoce….

—Sarebbe inutile, ve lo avverto; ho già preso tutte le mie precauzioni. Ho già denunziato in un foglio, che può esser trovato subito dopo la mia morte, come voi abbiate interesse a sopprimermi.

—Ma io ti farò uccidere da persona, che m'è devota; e a cui posso comandar tutto, sicura d'essere obbedita!—disse la principessa con una risolutezza che ispirava terrore.

Ci fu tra quelle due donne, ambedue scellerate, un terribil silenzio.Il loro rapido dialogo era durato pochi istanti.

La principessa, cedendo alle gravi commozioni, che le parole di Cristina destavano in essa ad ogni istante, non avea potuto volgere a costei le domande che le cadevan dal labbro proprio nel momento nel quale Cristina s'era indignata per l'atto violento ch'avea dovuto sostenere.

—La mia bambina è morta?—riprese, a un tratto, con voce rauca, la principessa.

—Sì,—ribattè l'altra!

—E perchè allora tante menzogne, tanti raggiri, tante doppiezze?… Ma qual inferno ti ha vomitato sulla terra, demonio?… Qual è stato lo scopo di tutte le tue imposture?… Sfruttarmi?

—Sì, sfruttarvi,—rispose impavida Cristina.—Sfruttarvi, sino a che io non ebbi i documenti. Da ora in poi sarebbe inutile che mi dessi la pena di mentir tanto, d'ingannarvi; ho ben altri mezzi per tenervi obbediente; perchè siate mia schiava…. Vedete a che conducono i vizii…. La vostra vita sregolata vi ha posto in balìa di tutti, non vi appartenete più; e che sarebbe, se molti conoscessero i vostri segreti?… Voi siete la moglie di due mariti: uno lo tradite, lo disonorate per mera vanità: l'altro l'avete tradito, calunniato, disonorato, lo avete voi stessa fatto chiudere in una prigione…. Ma—disse Cristina dopo breve pausa—non avete mai pensato ciò che vi potrebbe avvenire, se quella prigione si aprisse, se quell'uomo tornasse fra noi…. Che direste di trovarvi al suo cospetto?…

Diana s'era a dirittura esaltata in mezzo a' fiori del giardino. Erano sì belli, sì ben tenuti, scelti con tanta cura!

Il guardacaccia pareva, per la sua bellezza, per la persona aitante e svelta, non ostante la colossale struttura, un nume antico; avea un dolce sorriso e cortesi maniere per uomo adusato a star sempre nella campagna, allevato fra costumi contadineschi.

A poco a poco Diana prese ad amarne la franchezza e la dolcezza di modi, poichè l'una, per natura, temperava l'altra.

Ed entrarono in ragionamenti su' più varii soggetti. Diana si prestava ben volentieri a quella familiarità.

—Ho conosciuto la principessa, quando era giovinetta,—disse a un certo punto Emilio.—Mio nonno stava col padre di lei: la mia famiglia ha servito quella del duca per ottant'anni. Che buoni signori…. fino a che non è venuta questa pazzerella!…—soggiunse fra ironico e severo.

—Parlate così della principessa?

—Oh, io darei la vita per lei!—Cristina non gli avea mai detto nulla de' suoi segreti, non avea creduto prudente ispirargli i suoi odii; al contrario gli avea sempre finto gran rispetto alla famiglia del duca.—Ma l'ho veduta crescere con me, sebbene io fossi un po' più giovane, e l'ho veduta far tante stravaganze…. Le corse, le caccie della duchessina nel parco, le sue cavalcate; poichè essa maneggiava lo schioppo e stava a cavallo come i migliori tra noi: le sue visite improvvise nelle case dei contadini, a' quali faceva sempre qualche paura, o qualche dispetto, son sempre ricordate…. Era molto cattiva: percoteva, a volte, i vecchi, i bambini: un giorno io l'ho veduta con un ferro, che avea arroventato, bruciar la mano, per divertirsi, a un giovinetto contadino, che le stava sempre d'attorno: Roberto Jannacone.

—Roberto Jannacone…. l'avete voi conosciuto?—chiese Diana, la quale da molto tempo, senza che sapesse il perchè, si appassionava tanto pel disgraziato prigioniero.

—Se l'ho conosciuto? era mio camerata: un tempo, il mio migliore amico…. Ci confidavamo tutti i nostri piccoli dispiaceri, passavamo insieme le domeniche, e, negli altri giorni, ogni ora in cui fossimo liberi. Ma, dacchè la duchessina principiò a trastullarsi con lui, a volerlo a sè, a perseguitarlo, Roberto non fu più quello….

—E perchè?

—Non so: diventò taciturno, schivò ogni compagnia….

—E poi….

—E poi….—replicò Emilio,—ma non voglio spaventarvi, raccontandovi cose, che forse non sapete, e potrebbero rattristarvi.

—No, no, dite, dite….—incalzò Diana.

—E poi… ammazzò un signore…. il conte di Squirace, che si dicea dovesse sposare la principessa, gettandolo da un ponte altissimo, il ponte che avrete veduto, passeggiando pel parco, nel mare….

—Ma voi lo credete un assassino?…

—Se lo credo!…—esclamò Emilio, battendo una mano contro l'altra.—C'è chi lo vuol difendere, lo so: ma le belle parole sono inutili…. Bastava conoscere il conte di Squirace! Che volete che possano certi farfallini con uomini come Roberto, o come me! Gli stritoliamo fra le nostre braccia, a ogni nostro desiderio…. Roberto abusò della sua forza: chi sa…. non dico…. come l'altro l'avea fatto salire in furia.

Diana era rimasta molto pensosa.

Il linguaggio semplice, rude di quell'uomo la persuadeva più di tanti cavilli, di tanti discorsi contorti, studiati, reticenti, che avesse udito sin allora.

L'uno e l'altra continuavano, chinati, a cogliere i fiori.

Diana ripensava molto a quelle parole: il conte di Squirace, che si dicea dovesse sposare la principessa. La principessa poteva aver avuto qualche influsso su quel delitto? Volle tornare a sobillar Emilio.

—Mi avete detto,—ripigliò, a un tratto, alzando la testa,—che il conte di Squirace dovea sposare la principessa?

—Sicuro, si diceva: egli, almeno, le avea fatto e le faceva, anche in tal momento, una corte molto assidua.

—Possibile! possibile!—pensava Diana.—Come tutto si spiegherebbe! La presenza de' due uomini e di Enrica vicino al ponte nello stesso tempo…. Una disputa fra' due rivali!…

La giovinetta innocente vedeva il vero meglio di tanti altri uomini serii, pratici, come da sè s'intitolavano, che aveano studiato, discusso, ragionato tanto questo affare.

—Enrica, Enrica!—proseguiva a dir Diana fra sè.—Potrebbe ella esser consapevole di un tal delitto: e viver così tranquilla, sicura?—Ciò le ripugnava.

Ma, ammessa tale ipotesi, come tutto si spiegherebbe!… Anche il babbo di Adolfo, anche altri avrebbero avuto ragione, credendo Roberto innocente; in una mischia, il signor di Squirace era forse caduto dal ponte, senza che niuno lo spingesse, o per un urto che non gli era stato dato certo con l'intendimento di ucciderlo.

—Però,—continuava, esterrefatta, Diana nel suo ragionamento,—Enrica è stata la sola testimone sulla cui fede fu condannato quell'innocente…. Avrebbe essa potuto usar tanta crudeltà contro un uomo, il cui solo delitto era di averla troppo amata?

Volle stornarsi, per allora, da que' pensieri. Si mostrò gaia, disinvolta: guardò rapita, o finse,—era già la seconda volta che fingeva nella sua vita,—tutti i fiori che aveano raccolti.

—Ora, basta!—disse al guardacaccia.—Perchè sciupare tanta bellezza?

—Oh, ma domani, o dopo domani, signorina, saranno tutti appassiti. Meglio è,—disse il guardacaccia con una certa poesia,—che muoiano vicino a voi.

Diana sorrise di quel complimento.

La principessa, col volto appoggiato tra le mani, singhiozzava dinanzi a Cristina. Non era il solito pianto, di cui, come sa il lettore, si valeva ad arte.

Ella singhiozzava pensando alla sua bambinetta; la improvvisa notizia della morte di quel piccolo essere l'avea sopraffatta, affranta.

Cristina la lasciava piangere, senza affannarsi a dirle una parola di conforto e come se ogni soffrire di lei le fosse indifferente.

Alla fine Enrica sollevò la sua bella testa. Le lacrime erano rasciutte; essa avea ripreso tutta la sua fierezza.

—Brutto sogno ho fatto in pochi minuti,—disse, poichè soltanto da pochi minuti erano insieme ella e Cristina,—e ho veduto nella mia mente tante cose, e mi hanno atterrito, spaventato…. Sono ben sola nel mondo; ho destato e desto in molti le più forti passioni, ma nessuno mi ama. È il mio castigo!… Quando penso che tu mi odii, non ostante tutto il bene che hai avuto da me, e dopo aver passato insieme con me tanti anni, ora per ora….

—Nessuno vi ama, perchè non sapete farvi amare….—rispose Cristina,—perchè nessuno ama gli orgogliosi: e l'orgoglio vi ha sempre dominato!… Il bene che avete fatto non fu apprezzato da alcuno perchè mescolato con troppo scherno, con troppo prepotente alterigia…. Ma, tali discorsi sono inutili…. Vi ho già detto ciò ch'io desidero…. ch'io voglio, anzi, signora principessa!

—Ah, sì, tu vuoi nuovi denari….

—Se non desiderate ch'io sveli tutto…. mostri i documenti….

La principessa si contorceva.

—Io non ho denaro in questo momento; non posso disporre della somma che tu domandi. Aspetta…. la troverò!

Pensava al Weill-Myot. Era sicura ch'egli le avrebbe anticipato ben volentieri quella somma. Non le pareva degno di affliggersi, di molestarsi per così poco; voleva vivere gaiamente il più che poteva, stordirsi nei piaceri.

Già in pochi istanti avea di nuovo dimenticato la bambina: era entrata in un altro ordine d'idee; tornava al suo amore della vita leggera, alla sua spensieratezza.

Cristina si lasciò supplicare dalla principessa, per un pezzo, poi acconsentì.

Come se nulla di terribile fosse accaduto tra loro, Cristina si studiava atteggiare il suo bieco volto al sorriso più ilare, più affabile che potea, cominciò a mostrare alla principessa le delizie della sua casa: poi la guidò nel giardino ov'erano Diana e il guardacaccia.

Anche la principessa, commediante perfetta, appariva tranquilla; serena, disposta al celiare.

Cristina volle a lei pure offrir un mazzo di fiori.

Mezz'ora dopo, la principessa e Diana risalivano in carrozza per tornare a Napoli.

Enrica era assai silenziosa: pensava alla visita che doveva fare al Weill-Myot, già che credeva necessario quest'atto a vieppiù persuaderlo: e di tratto in tratto il pensiero le correa al motivo di quella sua gita.

Perchè era venuta a domandar notizie di una bambina, della quale per tanti anni non s'era curata? I migliori sentimenti a lei costavan bea caro! Ora intanto era obbligata ad una bella umiliazione: andare da quel Weill-Myot: chiedergli un favore! Da molto tempo, egli non le parlava più della sua passione per lei: non pronunziava parola, non facea atto che gliela potesse menomamente ricordare: era con essa compassato; glaciale: avea un tono cerimonioso nel quale le pareva indovinare una certa lieve ironia. Non si sentiva punto inclinata a far del Weill-Myot un suo amante: sentiva, anzi, per lui ripulsione, benchè egli fosse uomo di molta prestanza, e ricercato dal comune delle femmine. Ma le doleva di veder ch'egli si alienava da lei, che usciva dal gruppo de' suoi adoratori. Certe donne sono vaghe d'imperare su un piccolo regno e tengono a non perder niuno de' loro sudditi.

—Che hai?—le domandò più d'una volta Diana, prima che arrivassero aNapoli.

—Sono un po' stanca…. Ho dimenticato fare qualche cosa e temo ne possa nascere un inconveniente…. Stanotte non ho abbastanza dormito….—ecco le risposte date dalla principessa.

In verità, ella ora si rimproverava d'aver fatto una gita sì lunga, per parlar a Cristina, per informarsi della creatura.

Chi le avrebbe mai detto che la creatura, di cui avea un istante pianto la morte, e alla cui perdita si era subito rassegnata, la figliuola sua e di Roberto, le stava accanto, che ella ne stringeva le mani, ne udiva la voce, ne avea le carezze? Chi le avrebbe detto che fra breve si sarebbero ritrovati tutti e tre insieme, e in quali angosciose congiunture.

Tornata nel suo palazzo, Enrica ebbe una vera sorpresa. Trovò, fra le lettere, una lettera del principe, suo marito: non le aveva scritto da varii mesi e le annunziava che sarebbe arrivato in Napoli entro quindici giorni.

Enrica non mostrò alcuna gioia nel partecipare a Diana tale notizia. Mentre essa guardava le lettere, Diana ripensava a ciò che il guardacaccia le aveva detto della reità di Roberto. Costui le avea perfin raccontato come Roberto era entrato di notte nel parco, ed egli avea sparato contro di esso un colpo di fucile mentre si avvicinava alla villa ove dimorava Enrica e come, scoperto, si desse alla fuga.

La fanciulla innocente cominciava ad aver i più strani presentimenti.Teneva i suoi occhi fissi sulla principessa: la studiava, la scrutava.

Enrica si volse, mentre Diana era appunto assorta in uno di questi attentissimi esami.

—Perchè mi guardi così?—le disse.

—È proibito guardarti?—rispose Diana, le cui parole non corrispondeano punto al pensiero.

—Tu rimani a pranzo con me stasera?

—Con piacere…. se vuoi!

—Sicuro che voglio: e scriveremo intanto per darne annunzio a casa tua.

—Ma, dimmi,—esclamò a un tratto Diana.—Ti ricordi che in questo stesso salotto io una sera t'invitai a unirti con me per scoprire la persona malvagia, che avea cagionato co' suoi intrighi la perdita del povero Roberto Jannacone?…

Enrica, colta così all'improvviso, vacillò; non ebbe la forza di rispondere subito: e Diana scorse che gli occhi di lei esprimevano lo spavento.

—Non è vero,—continuava con la sua innocente baldanza,—che tu potresti dir qualche cosa su tale persona?

Il turbamento di Enrica aumentava.

Ma Diana l'attribuiva a ben altro motivo di quello che aveva: immaginava che Enrica, giovanissima, avesse avuto per Roberto qualche simpatia, forse assai viva, e il ricordo di lui forse la amareggiasse.

Ma la principessa fu scossa da un gran tremito; si pose un fazzoletto alla bocca ed uscì dalla stanza, mormorando in fretta verso Diana:

—Aspettami, aspettami!

Andò nella sua camera, le ci volle del buono a rimettersi. Quella fanciulla innocente le avea dato un colpo fortissimo, di pessimo effetto, poichè essa non era preparata a riceverlo.

Niuno, da anni, le avea mai parlato con tanta franchezza, con più crudele giustezza dell'atrocissimo fatto. Che quella fanciulla candida, inesperta, stesse per riuscire a carpirle il suo gran segreto?

Un servitore entrò.

—Un uomo,—disse,—di aspetto molto grave, vestito di abiti che lo faceano somigliare ad un bandito, era stato due volte nella giornata a chiedere della principessa…. Non aveva voluto dire il suo nome…. La seconda volta avea affermato che non potea ritornare, poichè altri affari lo chiamavano altrove. Ma—avea concluso—mi rivedrete presto!

—E non rivelò quello che desiderava?

—Non volle dirlo ad ogni costo…. Era tutto avviluppato in un grande mantello…. avea la barba incolta…. una strana capigliatura…. il volto emaciato dalle sofferenze…. Desidera V. E.—proseguì il servitore, che dirigeva tutti gli altri servitori della casa,—io le dica ciò che ho pensato, riflettendo alla fisonomia di quell'uomo, alla premura ch'egli ha mostrato d'allontanarsi, al modo sospettoso onde si guardava attorno anche nella via?

—Ti sto a sentire!…

—Ho pensato che sia qualche prigioniero fuggito e che Roberto mandi a supplicare V. E. per lui….

Il servitore lasciò la porta della camera aperta come l'aveva trovata: e la principessa, che lo aveva incontrato quasi presso la porta, mentre stava per uscire, tornò nella camera e vi si trattenne ancora alcuni istanti.

—Possibile!—esclamava,—sia lui!… sia lui!…

Si rammentava in qual modo Cristina le aveva ricordato ch'egli potesse tornare a chiederle conto.

Ma, di nuovo, si fece animo, si riebbe: non voleva attristarsi per ombre, invano: aspettiamo,—ella si diceva,—e intanto godiamo.

Era sempre il solito stile!

Abbiamo interrotto il nostro racconto al punto, in cui i due prigionieri, avendo scavalcata la finestra, cominciando a effettuare la loro fuga, furono uditi quattro spari di fucile.

Il soprintendente del carcere accorreva, com'abbiam detto, a portar il decreto di grazia all'ingegnere Amoretti e avea tutto disposto per metterlo in libertà.

Gli spari de' fucili gli dettero un vero spavento: che era accaduto? Da anni non s'eran più uditi questi spari di notte; nessun prigioniero avea tentato di fuggire.

A un tratto, il soprintendente fu fermato da una guardia, che si precipitava verso di lui.

—Chi è morto?—domandò subito, vedendo la guardia esterrefatta.

—È morto il numeroTrentanove!

Il soprintendente ricevette una tal ferita al cuore che poco mancò non stramazzasse in terra.

—Morto Roberto Jannacone!—pensava: il pianto non gli usciva, i singhiozzi gli facean groppo alla gola. In un attimo fu alla prigione di Roberto avanti che altri vi arrivasse: tenea sempre in mano il decreto, che rendeva la libertà all'Amoretti. Aprì la porta della prigione e che scorse? Roberto, in mezzo alla stanza, pallidissimo, agitato.

—Voi qui?—esclamò il soprintendente.—Si dice da tutti che il numero 39 è stato ammazzato…. Oh, l'inferriata è rotta!—disse, interrompendosi, con gli occhi fissi su la finestra.—Dunque?…

—Avevo preparato la fuga,—rispose Roberto,—un mio compagno, il mio vicino di cella, volle parteciparvi…. mentre scavalcavo la finestra, udii gli spari e lo vidi cadere dall'alto…. Ohimè!

E Roberto fece un atto di supremo dolore.

—Chi è morto…. l'ingegnere Amoretti?

—Così egli mi disse che si chiamava!

—Mio Dio, quale idea!… La provvidenza vuole che io ti renda il bene da te fatto a mio figlio, sciolga il mio voto, ti salvi!… Mancherò al mio dovere come direttore della prigione, ma adempio quello di padre riconoscente…. Tu sarai d'ora innanzi l'ingegnere Amoretti…. ecco il decreto che lo metteva in libertà…. Roberto Jannacone è morto!… Vieni con me….

Lo trascinò in fretta per alcuni corridoi: lo chiuse in una stanza ove erano abiti di varie foggie.

Tutti gl'impiegati del carcere, tutte le guardie, si accostavano alla prigione di Roberto. Già alcuni, i primi arrivati, aprivano la porta, che il soprintendente aveva poco innanzi richiuso. Tutti videro l'inferriata spezzata, la corda attaccata a quelle verghe dell'inferriata, che non erano state smosse; nessuno ebbe più dubbio che non fosse morto il numeroTrentanove.

L'Amoretti, ferito da quattro colpi, due dei quali al capo, e piombato giù da una sì grande altezza, non era più riconoscibile. Il suo povero corpo, sfracellato in più parti, faceva ribrezzo. Furono subito raccolti gli avanzi per ordine del soprintendente, collocati in una specie di sacco per essere seppelliti, senza molte formalità, come allora costumava, fra poche ore.

Domenico fu il solo che non si svegliasse fra gli impiegati; finito il suo servizio, disteso sul pavimento di una stanza, dormiva un sonno, il sonno dell'ubriaco, da cui niun rumore avrebbe potuto svegliarlo.

Entro un'ora tutto tornò in calma.

Nel corpo di guardia, alla porta principale della prigione, vi fu un po' di chiacchierio; poi il sonno li vinse. Dormivano tutti: i custodi che vegliavano agli ultimi cancelli e i soldati. Il soprintendente li aveva riuniti, dopo che ebber visitato la prigione di Roberto, avea finto di aver sete, e così coglieva il pretesto di offrir da bere alle cinque o sei persone che potevano attraversare un suo disegno: in tal guisa somministrava loro un sottile narcotico.

Allorchè tutto fu quieto, il soprintendente andò a ricercare Roberto.

Avea parlato a tutti del decreto arrivato per l'Amoretti; avea ripetuto che verso il mattino, tornato l'ordine nella prigione, lo avrebbe messo in libertà.

Entrato nella stanza, ov'era Roberto, gli disse:

—Ecco il momento di partire. Coraggio!…

I due uomini si gettarono uno nelle braccia dell'altro. Roberto si era già acconciato addosso nuovi panni: su di un tavolino v'era un cappello a larga tesa; uno di que' tabarri, che avvolgevano tutto il corpo fra le amplissime pieghe, e di cui si gettava un lembo su le spalle per chiuderli; allora molto in uso.

—Possa tu aver fortuna, fuori di qui!…—aggiunse il soprintendente.—Dopo sedici anni nessuno ti riconoscerà più, nè in Napoli, nè altrove. Ma dimmi,—continuò,—tu mi avevi nascosto il tuo desiderio di fuggire: desiderio che deve esserti costato anni di lavoro, per tentare di effettuarlo con speranza di successo. E pensa che sarebbe accaduto, se tu fossi fuggito il primo!… Sarebbe toccata a te la sorte che ha avuto l'infelice Amoretti. Ci dev'essere un motivo, e fortissimo, perchè tu abbia avuto un sì tenace proposito di fuggire…. Qualcuno che vuoi rivedere? Una donna…. un figlio? Forse hai da compiere qualche vendetta?—E il soprintendente a tal pensiero si turbava.

—Desidero rivedere i miei calunniatori!—disse Roberto con voce terribile.—E poi mi spinge un gran pensiero d'amore, ritrovare una figlia che non conosco!

—Ah! Hai provato anche tu l'amore paterno? Quali torture devi avere qui sofferto: e io non ho mai indovinato i tuoi patimenti!…

Gli orologi della prigione sonavano le ore: si udivano rintronare da varii punti i rintocchi.

—Va', non c'è tempo da perdere…. La luce del mattino deve coglierti ben lontano di qui. Addio, Roberto; chi sa se noi ci rivedremo mai più!…

—Prendi,—mormorò il soprintendente, da' cui occhi sgorgavano le lacrime,—questo ti sarà utile, indispensabile anzi, ed è poca cosa a quanto io ti debbo! Gli dette una borsa piena di denari.

—Dio vi ricompensi di tutto quello che fate per me!—esclamò Roberto.

Commossi entrambi, non si potevano staccare l'uno dall'altro. Il soprintendente prese per mano Roberto, come se lo guidasse, e uscirono dalla stanza. Andarono innanzi: di cancello in cancello il soprintendente pronunziava certa parola d'ordine e soggiungeva: l'ingegnere Amoretti!

I custodi assonnati, desti a quel rumore, si alzavano, aprivano i cancelli, li rinchiudevano in fretta, e tornavano a cacciarsi a dormire. Le guardie aprivano appena gli occhi un istante.

La carrozza della prigione aspettava Roberto alla porta. Dal soprintendente aveva ricevute tutte le debite istruzioni, mentre facevano insieme il cammino per uscire. Il brav'uomo gli aveva detto: che salisse nella carrozza, senza dir verbo, e che arrivato a un certo punto la licenziasse e prendesse una vettura a conto suo: prendesse poi altre vetture in modo che si perdessero le sue traccie: e non parlasse con alcuno, fin che non fosse molte miglia lontano dalla prigione.

Il soprintendente lo accompagnò sino alla carrozza ed ebbe il sangue freddo, mentre egli vi saliva, di rivolgergli uno scherzo, che gli premeva fosse udito dalle due guardie a lui vicine e dal cocchiere.

—Signor Amoretti,—gli disse,—sono sicuro sarete rimasto poco contento dell'alloggio e del vitto ch'io v'ho dato per tanti anni…. Non fu tutta mia colpa…. buona notte!

E richiuse lo sportello.

Roberto sentì una stretta al cuore. Gli parve soffocare; quella facezia acquistava un non so che di lugubre: e capiva che doveva esser costata al soprintendente un intimo dolore.

Vide subito quanto, non ostante il lento lavorìo di tanti anni, avesse mal preparato la sua fuga: quanti ostacoli gli sarebbero rimasti a superare, se si fosse soltanto affidato a sè stesso. Ora, ogni grave difficoltà era scomparsa.

Mentre i cavalli correvano, guardando la campagna, che gli passava dinanzi appena illuminata per un certo breve spazio dai fanaletti della carrozza, egli si lasciava sopraffare da' suoi pensieri.

Ove sarebbe stata in quell'ora la principessa? Dormiva ella forse? Non sospettava che qualcuno venisse a turbare la sua tranquillità? O facea qualche brutto sogno? Perchè Roberto credeva che Enrica dovesse vederlo qualche volta ne' sogni, e non s'ingannava. Spesso da qualche tempo l'immagine di lui veniva a darle raccapriccio, a impedirle, amareggiarle il sonno.

La principessa voleva denaro. Aspettava, da un momento all'altro, Cristina, e le occorreva di comporre affari urgentissimi. Pensò effettuar il suo disegno di recarsi dal Weill-Myot. Egli le avea detto che andava alla sua Banca molto di buon'ora ogni mattina: che alle otto era spesso già al lavoro.

Circa le otto e mezzo, la principessa scendeva una mattina dalla sua carrozza dinanzi alla Banca.

Indossava un abbigliamento studiato con arte. Avea le sue braccia stupende coperte solo di trina e di una trina larga, che lasciava vedere tutto il nitore della pelle. La stessa trina copriva appena il nascere del suo bel seno. La gonna leggera, succinta sui fianchi, ne rivelava la solidità, la potenza.

Ella era, come donna, meravigliosa: gli antichi romani ne avrebbero fatta una dea. Era più appariscente delle loro Minerve, delle loro Giunoni, come almeno ci sono raffigurate.

Scese dalla carrozza, dopo che il portinaio le ebbe detto che il signor Weill-Myot era arrivato.

Salì una scala; spinse un uscetto, tutto imbottito di stoffa verde, salvo che nel mezzo, ove, entro una cornice di cuoio lustro, nero, era un vetro opaco, ovale, e sul centro di esso era scritto a lettere d'oro: W.-MYOT.

Entrò in un corridoio, poi in una stanza e in un'altra; per tutto vetrate opache, fisse e incorniciate su basi di legno in noce, dietro alle quali avrebbero dovuto essere gl'impiegati. Ma non c'era nessuno. Leggeva sulle vetrate: CASSA: SCONTI: ESPORTAZIONI: SEGRETARII: altre parole, ma non udiva il più lieve rumore; non si accorgeva che vi fosse alcuno in quel vastissimo locale. O dunque?

Le parve sentir muovere una sedia in una stanza vicina. Traversò un'amplissima anticamera; aprì la porta della stanza donde le era sembrato venisse il rumore, sperando che almeno vi sarebbe stato qualcuno per rispondere alle sue domande, dargli notizie del Weill-Myot.

Appena ebbe spalancato la porta, vide l'americano seduto, anzi sprofondato in una gran poltrona di pelle grigia, mezzo ricoperto da que' grandi giornali, che si pubblicano a New-York, a Londra: uno ne leggeva, ilTimes: gli altri avea gettato a destra, a sinistra, su le ginocchia.

La sala era elegantissima, severa: alle due maggiori pareti erano appesi due grandi quadri ch'egli avea commesso a un giovane pittore napoletano, Edoardo Nisieli, da lui protetto: uno de' quadri rappresentava la "Congiura de' Baroni" con molte figure; l'altro, "Colombo, che parte per scuoprire l'America".

I due quadri erano di tinte cupe, molto serii, di uno stile castigato.

Per tutta la stanza, alle pareti, alti stipiti in ebano: quattro scaffali, pure in ebano, di un lavoro squisito, con intagli di graziose figure, di fiori, di frutta, di colonnette: alcuni divani in raso nero, con filettature, nappe e frangie d'oro: su i tavolini, bronzi: il Mercurio di Gian Bologna, che stava lì sì bene; la Venere Callipige; varie piccole terre cotte di molto e molto valore.

Subito il Weill-Myot, sentendo aprire la porta, aveva alzato gli occhi dal giornale che stava leggendo.

Riconosciuta la principessa, si alzò di scatto: non ebbe neppur un sorriso di trionfo; il suo sangue freddo era stato uno de' segreti della sua immensa fortuna.

—Caro Weill-Myot,—disse la principessa, che voleva cominciare con le parole:—Caro Gustavo,—ma pensò di non scoprir troppo il suo giuoco.

Mentre da casa sua andava alla Banca, essa avea interrotto più volte una serie di strani pensieri, dicendo fra sè:

—Come il mondo si muta: noi gran signori, della più antica nobiltà, siamo tutti, o quasi tutti, in balìa di questi grandi avventurieri…. In certi momenti, essi sono la nostra unica speranza: noi dobbiamo ricorrere a loro, inchinarci, sottoporci magari a' loro capricci…. È una nuova aristocrazia, che sorge. Forse non è peggiore della nostra, che è nata da guerrieri prepotenti, o da trafficatori rapaci, come il Weill-Myot, e si è sfiaccolata, impoverita con l'ignoranza e col vizio…. La nuova aristocrazia ha almeno le due più cospicue forze del mondo, le due virtù che muovono tutto: l'intelligenza e il lavoro.

—A quest'ora, principessa?…—esclamò il Weill-Myot.—Qual affare vi conduce?…

E pronunziò la parola affare con un tuono, che non lasciò alla principessa illusione di sorta.

Il banchiere, vista specialmente la studiata abbigliatura della principessa, le facea intendere che egli non era disposto a sostener una scena di seduzione.

Non già che verso la principessa non le attirasse la sua passione, ma egli oramai volea vendicarsi di lei, volea parlarle dignitoso, burlarsi dei suoi imbarazzi, ridurla suo trastullo. La principessa ha motteggiato, schernito tutti?—pensava.—Io sono americano, uomo di carattere, e glielo proverò!

La principessa era venuta per sedurlo, per divertirsi di lui, strappargli il denaro, che contava restituirgli con tutti i suoi frutti: ma, quando egli fosse divenuto incalzante come altra volta, respingerlo. Sentiva verso quel bell'uomo, forse troppo bello, un'antipatia, una repugnanza inesplicabile.

—L'affare, che mi conduce,—riprese la principessa, tutta sorridente e ostentando il piglio più leggero,—non è molto grave….

—Ho piacere!—interruppe il Weill-Myot,—Da un pezzo non mi parlate della vostra amministrazione, ma il giovane, che vi ha dato forse qualche consiglio non molto pratico, m'assicurava, giorni sono, e n'ebbi molta soddisfazione, che voi, con la vostra energia, avete riparato a tutto.

—Oh!—rispose disinvolta la principessa, che sapeva la sua rovina: e il Weill-Myot la sapeva meglio di lei.—Siete però su una falsa strada: non crediate ch'io non abbia più bisogno del vostro aiuto. Io debbo domandarvi un altro piccolo favore!

—Ahimè, principessa,—soggiunse l'ipocrita Weill-Myot,—speriamo sia tale che mi sia dato l'onore, il piacere di soddisfarvi…. sapete quanto sia vostro amico!

—Vi ripeto, il favore è piccolo…. per voi,—disse freddamente la principessa,—m'occorrono in giornata sessantamila franchi!

Il banchiere finse di aver ricevuto un gran colpo.

—E vi occorrono proprio?—volle domandarle lentamente. Si compiaceva a torturarla.

—Altrimenti non sarei qui!—rispondeva la principessa con piglio di sovrana, che sa non poterlesi negar nulla e non è abituata, neppur può pensare, a un rifiuto.

—Non potete dunque farne a meno?…—insistè il Weill-Myot che, col secondare in lei la fiducia di averli, si preparava a gioire del suo profondo turbamento.

—No, no!…—ella ribattè un po' sdegnosa e impaziente.

La principessa non sapea che tra' suoi beni non le rimaneva più da garantire una tal somma. Al Weill-Myot, causa della rovina di lei, era ben noto: ma egli non era ancora contento. Il male fattole non gli sembrava sufficiente.

Stette alquanto pensoso: si alzò, stropicciandosi la fronte con una mano; andò qua e là per la stanza, tutto assorto, senza dir verbo, come se cercasse un espediente difficile.

Poi tornò a mettersi in piedi dinanzi alla principessa, e dominandola, divorandola con gli sguardi per non perdere alcuna mutazione del suo volto, mentre egli parlava, le disse:

—Non mi sono mai sentito così umile, così sventurato come oggi… debbo farvi una confessione… pur che tutto rimanga fra noi….

La principessa assentì.

—Io sono alla vigilia di un fallimento!

—Eh!—esclamò la principessa, scattando in piedi.—Non è vero!

—Una gran Casa di New-York, d'accordo con la più gran Casa di Parigi, ha giurato la mia rovina…. Mi combattono su tutti i mercati, anche qui. Da due mesi io combatto una guerra atroce: una guerra di milioni, intendete….

Non è a descrivere come rimanesse Enrica. Le sue speranze, le sue illusioni cadevano a una a una. Lasciò che il banchiere parlasse: essa lo ascoltava, guardando le punte de' suoi stivalini, che uscivano di sotto alla fimbria del suo abito: e, mentre nel cuore si rodeva, voleva aver sempre sembiante di spensierata.

—Oh, ma sessantamila lire sono un nulla per voi…. sempre: e anche per me, forse,—aggiunse negligentemente,—ma non in questo momento! Voi dovete trovarle!—concluse, tornando al suo fare imperioso, e riguardando, in tal punto, perfino il Weill-Myot, quest'uomo potentissimo, per ciò che ella solea riguardar tutti: suoi soggetti, o strumenti de' suoi piaceri.

—M'è impossibile, principessa!—rispose il Weill-Myot, in tuono che non ammetteva replica.

I begli occhi di lei si gonfiaron di lacrime.

Il banchiere vedeva lo sforzo ch'ella faceva per frenar la commozione, e involontariamente gli sguardi dell'americano corsero al forziere ove era chiusa una somma, fra denari e titoli, più che dieci volte maggiore di quella domandata da Enrica.

Sentì una gioia profonda; forse in quel momento egli era padrone di quella donna, potea dominarla; aprendo quel forziere, mostrandole tutta quella ricchezza, l'alterigia di lei si sarebbe piegata…. Egli la respingeva. Nella lotta di amor proprio, a non dire di odio, che le avea dichiarato, egli usciva trionfante…. Così, almeno, si dava ad intendere!

Ma Enrica non avrebbe mai ceduto: ella era pronta ad ogni capriccio, non sarebbe però mai discesa a tal punto. Aveva per il banchiere un disgusto insormontabile; gli domandava un favore, come si domanda a un servo quel che ci occorre: senz'annettervi alcuna importanza, e sicura che avrebbe potuto restituire quello che da lui aspettava, magari procurando a lui un grosso guadagno.

A tal segno s'illudeva, non bastandole l'animo di credere a tutta la sua rovina.

Un'idea corse alla mente del Weill-Myot. E subito, egli volle rompere il silenzio imbarazzante, che già regnava fra loro.

—Mi duole,—-osservò il banchiere,—rispondere con un rifiuto. Ma,—e credeva così insinuare una idea,—io non posso più disporre neppure d'alcuni miei oggetti di gran valore…. Essi sono una garanzia, già acquisita, de' miei creditori…. Tenterò uno sforzo supremo: e, se riesco, principessa, fra poche ore sarò al vostro palazzo….

E la prese per mano, come a darle maggior sicurtà di ciò che le diceva, ma, infatti, per spingerla con un lieve moto ad alzarsi e liberarsene.

La principessa, che non era più in condizione di dirigere la sua volontà, cedette a quel moto, e si alzò: e, senza dir altro, s'accomiatava dal banchiere con il più scintillante sorriso sulle labbra.

Entrata nella carrozza, si mise a riflettere. Non volea darsi vinta così per nulla. Non era di quelle indoli che si spaventano a' primi ostacoli, e che sono sì numerose: era di quelle indoli rare che, fra gli ostacoli, si ritemprano, acquistan gagliardia, ne vivono, se non li spezzano, o ne sono esse stesse accasciate, infrante.

Di queste indoli si trovano specialmente nelle donne appassionate e negli uomini politici.

—Finalmente,—pensava,—l'americano non m'ha detto di no….—E si appigliava a tale speranza.—Se non riuscisse?—si diceva.—-Io non mi posso rivolgere ad altri!…

Non avrebbe mai domandato a un gentiluomo della sua classe ciò che avea domandato al Weill-Myot. Quell'americano poteva ben rendere un servizio a una gran dama: non era nato per altro! Essa l'avrebbe ringraziato, rimunerato: ecco tutto. Con un gentiluomo, sarebbe discesa, si sarebbe avvilita al cospetto di esso! E sentiva sempre questa specie di singolare fierezza.

—Se il Weill-Myot mi manca?…—e si torturava il cervello per sapere in che modo avrebbe trovato il denaro di cui aveva urgente bisogno. Non le veniva all'animo per allora di domandarlo al marito.

Se ne tornò a casa e aspettò per lunghe ore nelle sue stanze l'arrivo del Weill-Myot.

Era una giornata piovosa, malinconica. Ogni tanto ella sentiva brividi di freddo e si avviluppava nella sua gran veste di velluto color granato, con ampie rivolte di raso bianco.

Nessuno quel giorno venne a trovarla, ed essa aspettava una visita, palpitando.

Appena la principessa aveva lasciato l'americano, egli, chiamato un commesso, allora allora giunto alla Banca, gli avea ordinato di andar a chiamare, perchè venisse da lui, il gioielliere De Carlo, uno dei primi di Napoli.

Era un vecchietto molto furbo, di aspetto signorile, e legato d'affari con l'americano.

Il ricco gioielliere, un'ora dopo, si recava dal Weill-Myot. Parlarono un po' insieme.

—Ma, ditemi,—interruppe a un tratto il gioielliere,—quello che debbo fare, ditemelo con chiarezza, senza i vostri soliti viluppi….

—Avete in riparazione qualche gioiello della principessa, Gorreso; vi ha dato essa commissione di qualche lavoro?

—No.

—Ma allora non avreste un pretesto per andare da lei, per parlarle!

—Ne ho quanti volete…. Andar a mostrarle un bel diamante, una bella collana, un qualche lavoretto fino, originale…. Essa compra molto spesso oggetti, soltanto perchè io glieli offro…. È la miglior cliente che abbia in Napoli, migliore anche della Sovrana.

—E vi ha sempre pagato?…

—Sempre!

Il banchiere fece una breve pausa: pensò al denaro che quella donna dovea aver prodigato.

Chiedendo a lui sessantamila lire, essa dovea credere di domandargli a pena un servizio ed esser sicura che glieli avrebbe, in pochi giorni, restituiti. Che erano sessantamila lire per lei?

—Dovete,—riprese l'americano, parlando al gioielliere,—presentarvi oggi alla principessa.

—Se non fossi molto occupato!—rispose il De Carlo, i cui occhietti scintillavano di malizia.

—Trovate ad ogni modo il tempo di andarvi.

—Lo troverò…. E che desiderate ch'io faccia?

Il gioielliere fu meravigliato della proposta, che gli svelava il Weill-Myot. Egli s'aspettava che lo pregasse di offrire alla principessa un oggetto di gran valore: invece il banchiere gli avea detto:

—Anderete dalla principessa Gorreso e le addurrete in scusa che volete mostrarle un gioiello finissimo, testè da voi ricevuto…. Ne avrete?

—Oh,—rispose il gioielliere, alzando una mano, se ne ho…. Forse —troppi!

—Con bel modo,—continuò il banchiere, il quale tenea gli occhi socchiusi, come se si raccogliesse in una meditazione profonda—voi cercherete trarre la conversazione sul gran prezzo che hanno oggi i diamanti…. Citerete esempii…. di grandi dame, che si disfanno de' loro diamanti, per mezzo di persone oneste, fidate…. di voi, per esempio, alla cui segretezza, osserverete, si può stare…. e sostituiscono gioielli di sì alto valore con falsi diamanti, sì ben lavorati, che anche un intelligente…. direte…. vi può rimanere ingannato….

—E poi?…

—La principessa, vedrete, vi proporrà di vendere alcuni diamanti: i diamanti della sua famiglia ducale e di quella del principe….

—Ma io non ne ho bisogno….

—Voi ne accetterete quanti crediate possano avere un valore approssimativo di centomila franchi…. Siate piuttosto largo nel computare questo valore…. Vi consegnerò subito le centomila lire; e voi mi porterete i diamanti.

—Sta benissimo,—ripigliò il De Carlo,—si tratta di salvare una gran dama da un pericolo, da una condizione disastrosa, e voi, come gentiluomo dell'antico stampo, venite in suo soccorso e non volete farvi un merito della vostra liberalità; non volete trarne vantaggio.

—No, no, io non sono tanto generoso!… Ma non vi occupate di quello ch'io creda di fare…. Attenetevi a ciò che vi ho detto: seguite i miei ordini con puntualità; e che non vi esca mai dal labbro il mio nome…..

—Sia come volete!—concluse il De Carlo, dopo essere stato un po' perplesso. E, di lì ad alcuni minuti, era tornato nel suo sfarzoso magazzino.

La principessa, come sappiamo, aspettò per molte ore la visita del Weill-Myot. Già si faceva tardi, e ormai ella disperava che si recasse da lei. Si sentiva intorpidita, quasi sbalordita, non pensava più a nulla, aspettando il meglio da una congiuntura impreveduta, secondo è proprio delle persone di un certo carattere.

Il Weill-Myot contava su questa attesa, sulle trepidazioni che le avrebbe date, però si era appigliato al partito di lasciarle una speranza.

Ad un tratto, fu annunziata alla principessa la visita del famoso gioielliere.

—Quale ironia,—ella diceva fra sè,—costui verrà certo a propormi di spendere una grossa somma!

Lo fece passare: la conversazione con quell'uomo, che tenea commerci con lontani paesi, che le parlava sempre di oro, di diamanti, di zaffiri, della gran quantità di gemme, da lui vedute, l'ammaliava.

Il De Carlo mostrò alla principessa una statuettina d'argento: un lavoro mirabile: e le disse esser un'opera del secolo XV. La principessa non si saziava di guardarla.

—È un oggetto per V. E.,—insinuava il De Carlo.

—Inutili le vostre offerte,—rispose la principessa,—ho deliberato non comprar più gioielli: ne ho già troppi, e non so che farne….

—Tanto più,—disse il De Carlo,—che V. E. è di una bellezza sì grande che non ha bisogno d'adornamenti….

—E, in fatti, avrete veduto…. non porto mai gioielli….—disse la principessa, tutta sorridente.

Quell'elogio, così inatteso, dopo una giornata di torpore, di tristezza, l'avea scossa: avea stuzzicato il sentimento in lei più forte: la vanità, la supremazia dell'orgoglio. E, d'un tratto, come le accadeva, era tornata alla sua spensieratezza.

—Altre signore non portano più gioielli…. da qualche tempo, come V.E…., sebbene non possano resistere al paragone di lei.

Abbiamo già visto, in altro punto del nostro racconto, che l'elogio alla sua bellezza, fosse pur grossolano, le venisse pur da persone umili, le riusciva gradito. S'inuzzoliva, quindi, sempre più.

—Vi sono, anzi, grandi dame…. anche a Napoli, le quali hanno venduto i loro gioielli, di nascosto alle famiglie, e li hanno sostituiti con pietre false, legate nel più puro oro….

La principessa ascoltava ansiosa.

—Ne conosco due che, a un tratto, si sono sbarazzate, di trecento, quattrocentomila franchi…. di diamanti….

—E chi sono?…

—Debbo custodire il segreto, Eccellenza: anche i gioiellieri hanno il segreto di professione, come gli avvocati, non si può costringerli a palesare tutto quello che sanno…. Posso però dire a V. E. che le persone da me citate, sono fra le più belle, le più eleganti, le più allegre di Napoli.

—Nessuno si accorse di queste sostituzioni di diamanti?—domandò la principessa mezzo febbricitante.

—Ripeto a V. E., che sembra trovar una distrazione, un divago ne' miei discorsi…. nessuno se ne accorse! Lo stesso intelligente, se non abbia molta pratica, può restarvi preso… Le imitazioni sono di una tale finezza!

La principessa si alzò: la sua larga vestaglia di velluto facea con lo strascico un gran rumore sul tappeto. Si sentiva il rumore delle sue gambe robuste, che battevano su le tele onde era cinta: il rumore che facea il peso della sua florida, prestante persona.

Entrò nella sua camera e tornò alcuni istanti appresso, tenendo fra le sue braccia varii astucci coperti di raso bianco, turchino, rosso, di pelle scura.

Li gettò sulla tavola alla rinfusa. Poi li aprì in fretta un dopo l'altro; e alzata la sua testa seducentissima da que' diamanti, che sfavillavano innanzi a lei, guardò il vecchio gioielliere con un sorriso ineffabile, uno di quei sorrisi che hanno i fanciulli, quando arrivano inopinatamente a possedere una cosa da essi agognata.

—Che valore dareste voi a tutti questi diamanti?…

Il vecchietto si tolse i suoi occhiali, cavò da un taschino un astuccetto di cuoio rosso, da cui levò fuori una grossa lente. Con una mano teneva la lente all'occhio destro, con l'altra alzava a uno a uno i gioielli verso l'occhio: esaminava attentamente i diamanti.

La principessa, un ginocchio appoggiato ad una poltrona, i gomiti su la tavola, gli occhi affissati nel gioielliere, aspettava, nella massima trepidanza, ch'egli parlasse.

—Sono tutti diamanti,—disse dopo aver frugato astuccio per astuccio,—d'un immenso valore, e per la loro grossezza e per la loro acqua…. Questa sola collana può valere duecentomila franchi…. oltre cinquantamila ducati….—E bene, De Carlo, voglio venderla…. e serberete il segreto a me, come alle altre,—interruppe la principessa con una familiarità, che non le era consueta.

—Venderla…. ma a chi, Eccellenza?—riprese asciutto asciutto il gioielliere.

Enrica ricevette un colpo; subito però si riebbe; immaginò che il mercante non volesse darle tutta quella somma e avesse già la mira a cavare dalla collana il più vistoso guadagno.

—Non vi chiedo mica la somma a cui l'avete stimata….—rispose.

—Oh, io non acconsentirei di comprarla ad una somma minore…. Tengo alla mia delicatezza, Eccellenza: e ci tengo con tutti, ma sopra tutto con la principessa Enrica, a cui debbo tanto…. Vostra Eccellenza ha contribuito alla mia prosperità…. Ho detto: a chi venderla? perchè è difficile trovar subito una persona, che possa disporre d'una tal somma…. Io sono ora abbastanza, anche troppo fornito…. Però, diamanti di questa qualità potrebbero servire a una gran dama forestiera ch'io conosco per completare una sua acconciatura…. Ma essa non vorrà spender tanto….

—Pigliateli per meno, vi ho detto,—ribattè la principessa, che si era di nuovo seduta nella poltrona, e facea atto di avvilupparsi la magnifica veste attorno il suo bel corpo.

—Ma, Eccellenza, io non voglio esser lo strumento di un'usura, o di un affare che ne abbia le apparenze…. Prendiamo questo piccolo diadema: questo braccialetto.

—Aspettate, vi dirò io quanto valgono: di cotesti ho trovato una quietanza!

Sì alzò di nuovo e corse nella sua camera.

Il De Carlo la sentiva frugar febbrilmente in certi cassetti: poi ella tornò, tenendo in mano un'antica fattura scritta su carta ingiallita dal tempo.

—Eccovi…. venti…. trentacinque…. quarantaseimila….

—Va bene; e oggi valgono qualche cosa di più…. V. E. vuole disfarsene?

—Vi ho detto di sì; però vorrei serbare la montatura e mettervi altri diamanti…. falsi.

—Sta bene…. E io posso dar subito a V. E. lire centomila….

—Ah?—domandò Enrica, che si sentiva tolto un gran peso.—Ma voi mi date troppo…. Io voglio che abbiate un guadagno, per parte mia, di cinque, sei mila lire….

Il gioielliere aveva già pronta la moneta francese, datagli dal Weill-Myot, e metteva su la tavola, a uno a uno, i fogli da mille lire che aveva in mano.

Enrica respinse la somma, che aveva accennato, verso il gioielliere; ma egli la raccolse, con molta dignità, e la pose di nuovo innanzi alla principessa.

—Io sono qui,—disse,—come un servitore devoto di V. E., ben lieto di mostrarle la mia servitù, e tanto soddisfatto di questo che e non potrei cercare un'altra rimunerazione…. Poi, il mio affare, da onest'uomo, è già compiuto, con il prezzo offerto….

—Ma, allora, vendetemi questa statuetta, che avevate portato a farmi vedere,—disse la principessa, che non potea rattenere la sua folle prodigalità, che volea pagare tutti coloro che la servivano, secondando i suoi piaceri, nè le sembrava averli pagati mai troppo, pur che rispondessero al fine.

Il gioielliere prese in mano la statuetta e la pose di nuovo sott'occhio alla principessa.

—E quanto costa?—-domandò Enrica.

—Seimila lire!—rispose impavido il gioielliere.

Essa gli spinse di nuovo innanzi tal somma.

Il gioielliere la pose accuratamente nel portafogli, e la principessa quindi lo accommiatò con la solita alterigia.

—Se V. E.—disse il furbo vecchietto con un sorriso maligno,—avesse qualche altra volta bisogno di me…. può contare su la mia discrezione, sul mio segreto.

E s'inchinava, salutava profondamente.

La principessa non gli rispose: innanzi ch'egli le avesse volto le spalle, essa era di già nella sua camera.

Con quel denaro in mano giubilava: le strettezze in cui si trovava da qualche tempo le riuscivano spinosissime, poichè non v'era abituata, nè avrebbe mai pensato di abituarvisi.

Toccando quel denaro, e guardandosi innanzi a uno specchio, come soleva, le venne pensato che essa ormai era ridotta una mendicante, una cortigiana, che ricorreva ad espedienti per soddisfarsi.

Su le prime fu urtata da tale idea: poi, siccome la corruzione la dominava, se non vi si compiacque, vi si adattò con un sorriso. Pensava:—domani verrà Cristina: e voglio mi si umilii come un tempo: qui ci ho denaro da comprarla: questo può appagare la sua avarizia!

La sera dopo, mentre la principessa aspettava il pranzo, giungevaCristina.

All'annunzio della sua visita, la principessa si ritirò nella sua camera.

—Vieni, vieni!—disse a Cristina.

Le contò, dopo alcuni istanti, la somma che essa aspettava.


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