—Ecco assicurato il viaggio col mio guardacaccia: e voi lo pagate!—disse Cristina con un sorriso tra fiero e sensuale e in atto di sfida.
La principessa accostò le sue labbra alla larga bocca di Cristina.
—Se fossimo amiche come un tempo!…—le mormorò perfidamente.—Oh,—esclamò la principessa, a un tratto, come se inciampasse: e abbassò gli occhi. Cristina vide sul tappeto una bella giarrettiera dorata.
—Mi è caduta ora,—disse la principessa, e si pose a sedere in un divano, alzando un po' la ricca veste rosea, come per intimare a Cristina che la servisse, secondo era un tempo suo dovere.
Cristina, quasi non sapesse ciò che faceva, o vinta da un'abitudine più forte di lei, raccolse la giarrettiera e si pose in ginocchio dinanzi alla principessa per ricingergliela.
O che la principessa facesse un moto, o che Cristina alzasse la veste più del dovere, scoprì una gamba bianca come il marmo, massiccia nella sua perfezione, caldissima.
Un quarto d'ora dopo, le due donne entravano nel salotto.
La principessa, con aria trionfante: le ridevano gli occhi, e diceva aCristina con piglio di beffa, e con una certa passione:
—Tu sarai sempre la mia serva…. Ti vorrei rivedere in ginocchio, come or ora, dinanzi a me!…
—E voi sarete sempre la più bella, la più cara delle donne: e io continuerò sempre a sfruttarvi, a perseguitarvi, a amareggiarvi…. Sarete sempre la mia vittima…. Può darsi che mi abbiate veduto più volte innanzi a voi, come un'umile ancella de' vostri sfrenati capricci, ma quanto vi costa?… Un patrimonio è passato dalle vostre nelle mie mani…. Per me son pagata e mi pagherò co' nuovi oltraggi, le nuove umiliazioni, che aspetto d'infliggervi…. Ma, per un altro istante, siate la mia padrona….
E le fece nuova scena, come a' tempi in cui gettava in lei i germi di quella infame corruttela, che, svegliando precocemente i sensi della principessa, dovea cagionarne la massima sventura.
Nell'accomiatarsi da Enrica, Cristina, mezza fuori di sè per un selvaggio fanatismo, le diceva:
—Ti odio! e pure, a volte desidererei star sempre con te…. È certo che una di noi due sarà causa della rovina dell'altra…. Addio, Enrica!
Così le parlava quando era giovinetta.
Enrica si rammentò subito di quella mostruosa familiarità. Aveva sentito presso la sua guancia il caldo alito di Cristina.
—Maledetta creatura!—mormorò.—E pure, se non l'avessi mai conosciuta, mi dorrebbe!
Pranzò sola; voleva andar presto al San Carlo, ove un grandissimo artista cantava ilDon Giovanni.
Nel suo palco, durante la rappresentazione, fu visitata da molti. Sembrava a tutti più bella del solito, d'una bellezza diabolica. Aveva intorno a sè, a un certo punto, il Venosa, il marchese di Trapani, l'avvocato Costella, Hummanam pascià, arrivato, pochi giorni innanzi, da Tunisi: in abito nero, e col suofez.
Sul palcoscenico si cantava il pezzo sublime, in cui rifulge tutta l'ispirazione del Mozart:
Giovinetti, che fate all'amore….
—Perchè,—finito il pezzo, disse la principessa,—non ci fu mai un poeta, un musicista, che pensasse a scrivere un lavoro, in cui fosse protagonista una donna, simile di carattere aDon Giovanni?… Ah, sarebbe stato delizioso!—e continuava col suo sorriso affascinante.—Che ne dite, Venosa? Non credete ci sia fra le donne un tipo comeDon Giovanni, cioè una donna, assetata di piaceri, ardente, per cui la vita è nella varietà, nella leggerezza, nella mutabilità delle passioni; una donna che non conosca, o non voglia conoscere, se non il piacere, e per la quale esso divenga, con l'eleganza, col capriccio, l'unico scopo della vita?
Il Venosa tenea sempre gli occhi affissati su la scollatura amplissima, che facea l'abito della principessa. Guardava le spalle di lei, simili a quelle di un'antica Minerva, quel seno procace, che ella voleva tanto ammirato e discopriva sì facilmente, come se il credesse opera d'arte perfetta da non doversi tener celata. Ed era tale. Quando la principessa alzava gli occhi sul Venosa, egli, timido come un fanciullo, abbassava i suoi.
Essa sentiva sempre più l'ammirazione che gl'ispirava; sentiva che sarebbe bastato un suo cenno per attirarlo a sè, distrarlo da Diana, da Diana di lei più giovane, e di quanto!
Ecco i trionfi che la inorgoglivano, che ella cercava, e si appagava d'accertarsi di poterli sempre ottenere.
Voleva persuadersi ognora che la sua bellezza era una potenza, e che i più freddi, i più torpidi doveano subirne la seduzione, rimanerne soggiogati!
—Siamo dunque vicini alla vostra festa…. finalmente,—disse la principessa al marchese di Trapani.
Enrica era gaia quella sera; eccitatissima, parlava con una strana volubilità; si vedeva in lei la gioia che palesano tutti gli animali robusti, quando i loro appetiti sono soddisfatti.
—Una piccola festa,—rispose ipocritamente il marchese di Trapani,—ma non oso più contare sulla soddisfazione di vedervi in casa mia quella sera.
—E perchè?—domandò vivacemente la principessa.—Io ci voglio venire,—continuò con la sua solita impetuosità.
Infatti essa non si lasciava mai sfuggir la occasione, come quella di un ballo, per far vedere il più che poteva del suo corpo sfolgorante.
—No, no, non conto più di vedere in casa mia V. E.,—rispose il marchese di Trapani.—Ho avuto questa sera una notizia, che me ne fa disperare…. Or ora ero nel palco del ministro inglese, egli mi ha detto avere da' suoi dispacci ch'è imminente il ritorno del principe vostro marito….
—Lo so…. lo so…. io pure l'aspetto…. e dunque?…
—Due sposi, che non si vedono più da molto tempo…. Il principe vorrà la solitudine…. e avrà ben ragione!
—Sciocchezze!—disse sorridendo, tra ironica e sdegnosa, la principessa.—Ma chi sa…. forse avete ragione!—aggiunse maliziosa.—Mi dorrà molto di rinunciare al vostro ballo!
In quel momento il marchese di Trapani si volse verso un punto della platea donde due grandi occhi neri dardeggiavano sempre su lui. Era Marco Alboni, che vigilava su la sua vittima e indovinava dai moti del suo labbro, dalla espressione della sua fisonomia ciò che diceva. Vero è ch'egli stesso lo avea ammaestrato di quello che dovea dire: e aspettava ansioso un cenno che gli confermasse quello ch'egli desiderava.
S'era accorto che il marchese avea già cominciato a parlare con la principessa di ciò che a lui stava a cuore. Ad un tratto, il marchese fece un lievissimo cenno tra loro combinato. Marco Alboni gli rispose con uno sguaiato sorriso di compiacenza.
Con quel sorriso pareva dicesse al suo compare:
—Vedi, io sono più astuto di te!
Il marchese non potè dir altro, nè il desiderava, alla principessa, poichè entrava nel palco un nuovo visitatore ed egli colse il destro per ritirarsi.
Questo nuovo visitatore era il Weill-Myot.
—Buona sera, caro Weill-Myot,—gli disse la principessa in tuono di scherno,—ho aspettato oggi…. molto una vostra visita: ma voi vi fate desiderare…. Figuratevi mi fossi troppo annoiata a star sola, contando sulla vostra…. promessa, che colpa non avreste? Fortunatamente…. benchè siate tanto orgoglioso…. non siete indispensabile: mi sono accorta di poter far senza di voi e che è meglio non contare…. su la vostra parola!
Parlava con un garbo, con una finezza di accento, frametteva risa sì argentine a' suoi motteggi, solo intelligibili pel Weill-Myot, che il suo discorso, tutto epigrammi, alle altre due persone, che lo udivano, e che non sapeano nulla dell'incontro mattutino fra Enrica e il banchiere, sembrò che ella facesse all'americano complimenti più dolci dell'usato.
Ma chi rideva davvero in cuor suo di quella garrula arroganza era ilWeill-Myot.
Poche ore prima egli si abbigliava nella sua camera per andar a pranzo dal principe di San Toldo, che voleva consultarlo sull'acquisto di certi titoli.
Gli fu annunziata la visita del De Carlo.
Egli l'aspettava da un momento all'altro, e s'infuriava di non vederlo arrivare.
Lo fece entrar subito nella camera, con la massima familiarità mentr'era in maniche di camicia, dinanzi a uno specchio, e s'infilava nella cravatta nera uno spillo di brillanti.
—E così?—domandò, senza voltarsi, appena sentì il passo del De Carlo nella camera.
Il De Carlo, uomo rigido negli affari, silenzioso quando occorreva, amante de' colpi di scena, e che avea spesso qualche cosa di teatrale, si accostò al banchiere e gli pose sott'occhio gli astucci, aperti, ov'erano i gioielli.
Un sorriso diabolico illuminò la fisonomia del Weill-Myot.
—Centomila franchi!—riprese il gioielliere,—e state sicuro che non ci rimetterete nulla….
—E tu non parlare, e che non si sappia mai….
Il gioielliere fece un gesto come per esprimere che era superflua ogni raccomandazione.
Il Weill-Myot accomiatò il De Carlo, dopo averlo ringraziato del suo buon ufficio: e, rimasto solo, prendeva i gioielli, li guardava di nuovo e li gettava in un cassetto nel quale, per ben richiuderlo, girava due volte la chiave.
—Sono soddisfatto!—mormorò fra sè.
E, sul tardi, era andato al teatro per gioire della principessa, che immaginava trovar esaltata dal fatto accaduto; e che pur prevedeva lo avrebbe insultato, or che si dava ad intendere non aver più bisogno di lui.
—La principessa sa,—così rispose a' suoi sarcasmi, trafiggendola un poco, ma non volendo andar tropp'oltre, affinchè ella, sospettando di lui, non sfuggisse, almeno in parte, alle sue vendette,—sa che io tengo a esser il primo de' suoi servitori…. Se ho mancato ad una visita, la principessa deve essere convinta che ciò può attribuirsi soltanto a motivi superiori di molto alle mie forze…. Ma, pur troppo, io so che alla principessa è indifferente di veder o no un sì umile servitore come sono io: un pover uomo d'affari, che non può distrarla, perchè manca di brio, e non può esserle utile in nulla.
La principessa credeva alla storia della povertà del Weill-Myot, e gli rispose col sembiante di una sovrana verso uno schiavo:
—Povero Weill-Myot, so quanti sono i vostri affari; so che non tutti sempre vi possono andar bene: e m'immagino che dobbiate avere spesso molesti pensieri, e gravi occupazioni, che empiano il vostro tempo… Nessuno vi compatisce più di me!—terminava con affabile degnazione.
Egli se la godeva.
Si accorgeva che nel teatro tutti guardavano la bella donna.
E pensava, quando essa fu di nuovo tutta intenta allo spettacolo:
—E dire che io la tengo in mio potere, che la spingo ogni giorno più verso una rovina…. irreparabile. Non è certo molto lontano il giorno in cui la mia vendetta sarà compiuta!
La principessa avea dato in un gran tranello, per la stessa sua avventatezza.
Nel lasciar scegliere i gioielli al De Carlo, ella non avea badato ch'esso sceglieva appunto antichissimi gioielli, che avevano appartenuto alla madre del principe, ed egli li teneva in casa come un talismano.
Se il principe glieli avesse richiesti?
Enrica continuava a sorridere, di tanto in tanto, a rivolgere alle persone che le stavano attorno argute domande.
In quella sera si sentiva più del solito felice, sgombra da ogni pensiero.
Chi avrebbe detto in tal momento che la donna, sì gaia, sì contenta, in sembiante così tranquilla, era la stessa ch'avea cagionato la morte del conte di Squirace, avea spinto con un'atroce calunnia, sì ben combinata, un innocente in prigione, e per tutta la vita, s'egli non fosse riuscito a salvarsi?
Era un pezzo che da un palco di terz'ordine, un uomo, rimasto sempre avvolto in un largo mantello e che si teneva nell'ombra del palco, la guardava, fissando in lei con insistenza il cannocchiale.
La principessa, alzando gli occhi, avea notato quell'individuo e la sua insistenza. Ma oramai ella era abituata a ogni specie di adorazioni: e non le spiacevano neppure, appunto per l'ammirazione che avea di sè stessa, le più importune e volgari.
Però, ad un tratto, dette in un piccolo grido.
L'uomo, che l'avea affissata per tanto tempo, si alzava nel palco di terz'ordine e, alzandosi, inavvertitamente, avea lasciato cader un po' giù il mantello.
—Che ha V. E.?—domandò il Venosa.
—Oh…. niente,—rispose la principessa.—Ma figuratevi che, da varii giorni, accostandomi qualche volta a' vetri delle finestre, mi vien fatto di veder nella strada un uomo che si direbbe passi lì le sue giornate…. Lo vedo sempre…. Qualche volta, tornando a casa in carrozza da una passeggiata, l'ho incontrato vicino al palazzo…. Sembra non si stacchi mai da que' luoghi…. e mi guarda con un'espressione sì strana, allorchè io passo accanto a lui…. Lo trovo per tutto…. Dev'essere un caso, poichè non ha i modi, nè l'aspetto di un corteggiatore, o di un semplice curioso…. Il bello è che mi par averlo conosciuto…. non so dove…. nè quando…. Ma mi pare….
Tutti aveano levati gli occhi verso il palco, ov'era l'uomo di cui parlava la principessa.
Egli voltava loro le spalle in quel momento; si tirava su il bavero del mantello e si mettea in testa un cappello a larga tesa.
Nessuno di loro lo conosceva.
—Mi piacerebbe di sapere chi è!—disse la principessa.
—Procurerò di seguirlo e d'informarvene!—esclamò il Venosa uscendo dal palco precipitosamente.
Già il palco del terz'ordine era rimasto vuoto.
Una mezz'ora dopo, il Venosa giungeva trafelato.
—L'ho seguito il vostro originale,—disse, non appena fu tornato nel palco.—Egli è entrato nel Caffè d'Europa…. vi si è trattenuto un dieci minuti, bevendo birra…. Non si è mai tirato giù il mantello…. S'è alzato, ed è uscito…. Io avevo fatto l'osservazione che parlava con un cameriere assai familiarmente…. Insomma, nessuno sa chi sia…. Solamente hanno detto che è un ingegnere.
—Ma, a proposito,—disse l'avvocato Costella, mentre la principessa, in piedi nel palco, si lasciava infilare la sua cappa di velluto,—sapete chi è morto, Eccellenza?
La principessa si voltò bruscamente.
—Quel ragazzaccio…. ora uomo d'età…. che vi fece una volta tanto spavento nel parco di Mondrone, e che era stato sì giustamente condannato per le vostre deposizioni, Roberto Jannacone!
Vi lascio pensare il colpo che ricevette Enrica.
Il Venosa guardò il vecchio avvocato come per dirgli che la notizia da lui data era molto inopportuna.
—Com'è morto?—domandò Enrica, impassibile per chiunque l'avesse osservata.
—Di quattro fucilate,—riprese l'avvocato, senza riguardi,—mentre tentava una fuga, di notte, scavalcando la finestra del suo carcere.
—Pover uomo!—mormorò Enrica e si calò la veletta sul volto.
—Intanto—pensava—sono sbarazzata del mio primo marito!
Per tutti, ormai, in fatti, Roberto Jannacone era morto. Viveva un uomo, cui era stata fatta la grazia di parte della sua condanna, e si chiamava l'ingegnere Amoretti.
Anche Cristina, pochi giorni dopo, avea saputo la morte di Roberto.
Ma, una sera, mentre se ne stava tutta raccolta, occupata in un lavoro di ago, le venne annunciata la visita di un signore, che non voleva nominarsi e domandava di parlarle.
E la principessa, tornata a casa la notte, dopo lo spettacolo del SanCarlo, si dava a molte riflessioni.
—Alla fine sono libera di questo Roberto Jannacone…. Egli avea di sicuro cercato fuggire dal suo carcere per nuocermi…. Ed ora Cristina parli pure, se vuole…. Avrò sempre ragione!
La festa data dal marchese di Trapani riuscì splendidissima.
Inutile dire che la principessa fu tra le prime ad accorrervi. Si era mascherata stupendamente: la foggia, da lei vestita, rifioriva la sua bellezza.
Sul cominciar della festa nessuno la riconobbe. Poi tutti cominciarono a domandarsi qual gran dama poteva aver in Napoli sì belle braccia e sì altri belli accessorii, e compiacersi tanto di mostrarli: quale fra le grandi dame di Napoli avesse quel modo provocante di sedersi e di far veder sempre una gamba: poco, ma quanto bastasse ad attizzar desiderii.
Subito il nome della principessa venne sulle labbra di tutti. Ella credea rimanere incognita e pigliarsi spasso degli altri. Aggirandosi qua e là, si avvicinò alle stanze di Diana. In un salottino vide due persone, che sedevano l'una accanto all'altra: riconobbe alle voci, che erano Diana ed il Re: essi le voltavano le spalle e la principessa si nascose dietro un paravento, volendo ascoltarli.
Uscì di là tutta infuriata; avea inteso, o avea interpretato certe parole di Diana come assentimento alle stringenti dichiarazioni del Re. Era egli dunque vero ch'essa aveva alla Corte una rivale?
In tal punto tutte le sue idee eran più che mai riconcentrate nelle frivolezze, nel piacere.
Finiti i denari ottenuti dal De Carlo, aveva già rimandato a chiamar il vecchio gioielliere: si consultava ormai spesso con lui: s'era posta in cuore di far ridurre in denaro da quell'astuto tutti i suoi diamanti, tutte le sue gemme.
Il De Carlo si prestava a secondar i capricci di lei, a sperimentarne i rabbuffi con la sottigliezza di un diplomatico, con la pazienza di un uomo che sa di poter cavare buon frutto dal sopportare.
E, senza che ella il subodorasse, conferiva sempre col Weill-Myot; ma il banchiere americano gli avea ripetuto che non desiderava sborsar altro denaro; disponesse egli come credeva di quei gioielli; a lui bastavano gli antichi, che già aveva acquistato.
—E vorrei sapere,—gli diceva anzi a volte il De Carlo,—-l'uso che ne fate…. Non li avete regalati certo…. E tener lì morto un sì grosso capitale…. Comprendo che voi siete un ricco….
—Sono ricco, e sono solo!—ripigliava il Weill-Myot.—Centomila franchi!… Ne avrei gettati cinque volte il doppio…. un tempo…. per ottenere il contrario di ciò che ora voglio ottenere…. Con questi gioielli voglio riconciliare una moglie col suo marito…. Ma quante spiegazioni vi do!—avea detto un giorno interrompendosi e impazientandosi.
Ormai Enrica, da questo lato, stava tranquilla; non sentiva più le strette della penuria; vedeva un lungo avvenire in cui avrebbe avuto ogni mezzo d'ingolfarsi nelle sue dissolutezze.
Si sarebbe impoverita di tutto: ella, gentildonna, era ormai arrivata a truffare al principe suo marito i gioielli di famiglia, a lasciar nelle mani d'un mercante le gemme appartenute alla madre di lui, per cambiarle con gemme false. Ma ormai la sua coscienza non parlava più.
La notte stessa, in cui sorprese il colloquio tra Diana e il Re, divampò nel suo animo un vero odio per la giovinetta che, sin allora, avea tanto amato, e a solo vederla le parea sentirsi consolata.
Volle subito sfogare il suo odio.
S'imbattè nel Venosa che era anch'egli alla festa del marchese Piero. Gli parlò con volto ilare, preparando una delle sue scene di seduzione.
Ella dava il braccio al vecchiobalìdi Cantadera; non volea lasciarlo bruscamente per un giovinetto: ma fece capire al Venosa che la seguisse.
Ogni tanto si voltava verso di lui; sorrideva, gli parlava.
Il vecchiobalìstanco, e non volendo poi servir di balocco, trovò un pretesto per allontanarsi.
—Voi sarete il mio cavaliere alla cena!—disse la principessa alVenosa.
Il giovane non domandava di meglio.
Entrarono nella sala delle cene: vi erano molte tavole apparecchiate. Diana li raggiunse mentre favellavano sotto voce: la principessa aveva sulle labbra il suo sorriso diabolico e il Venosa tremava, socchiudeva gli occhi come se facesse un sogno di voluttà.
Anche Diana fu colpita da gelosia della principessa e questa volta nel modo più vivo: si persuadeva esser proprio vero che costei le disputasse il suo fidanzato.
Chiamò subito il Venosa con un certo piglio d'irritazione. Egli si scosse: le andò incontro un istante per dirle molto turbato che non potea lasciare la principessa: e la risposta fredda, insidiosa, a Diana dette nel cuore. Non volle perder più di veduta que' due in tutta la durata della festa. Presso il mattino si accorse che essi erano nel salotto ov'ella era stata poco prima col Re.
La principessa, con un piacere maligno, avea voluto sedersi nello stesso punto, con accanto il fidanzato di Diana.
A Enrica era venuta un'idea: costringere il Venosa a chieder la mano di Diana. Se la giovinetta consentiva a sposarlo, voleva significare che fra lei e il Re non correva alcuna relazione, se non amichevole. S'ella si opponeva alla domanda, ella, che un tempo amava il Venosa, potea tenerla per sua rivale, per sua nemica; e pensare a sbarazzarsene come avea fatto di altri suoi nemici.
Così le sue focose passioni la spingeano: e senza ch'ella il sapesse, fin contro la propria figlia. Si dette a raddoppiare di tenerezza con il Venosa: egli le stringeva furtivamente il polso del braccio destro: in sembiante, per aggiustarle un grosso braccialetto. Essa lasciava fare, e lo guardava ammaliandolo.
Diana s'era nascosta dietro il paravento ove era stata poco innanzi la principessa.
Sembra che Enrica avesse mossa al Venosa una domanda, poichè egli le rispondeva:
—Ma non ci è cosa al mondo, che non vorrei tentare per voi…. Mi chiedete, se amo Diana…. se voglio bene a quella creaturina inesperta, ma sento quanto l'amore per una giovanetta come Diana debba esser diverso dalla passione seria, profonda, esaltata che può ispirar una donna come voi….
—Voi dovete ubbidirmi: me l'avete promesso….
—E vi ubbidirò, principessa!
—Dovete chiedere, senza indugio, la mano di Diana.
—Ma….—il Venosa esitava.
—Lo voglio io!—aggiunse, imperiosa, la principessa e in tuono che lasciava a quell'uomo, ignaro della vita, molte speranze.
—Vi ripeto: io voglio bene a Diana, secondo si può voler bene ad una giovinetta come lei…. Però andavo sempre indugiando il mio matrimonio….
—Giovinetta…. Ma Diana potrebbe esser madre…. Vedete che essa ha già l'aspetto, la figura di una donna…. Promettetemi che domanderete subito la sua mano…. già voi l'amate….
—L'amo…. non quanto amo voi!—disse con foga il Venosa: e baciava le estremità delle dita alla principessa, di cui s'era portato alle labbra la mano destra morbida, bianca, profumata, sfavillante di anelli.—Per voi Diana sarà presto mia sposa: essa vi dovrà la sua felicità, poichè per voi avrò sormontato quelli scrupoli che mi spingevano a serbar tuttora la mia libertà…. Ma qual sarà la mia ricompensa?…
Diana sentì il rumore di un bacio, che il Venosa avea dato col massimo ardore su la spalla nuda di Enrica.
Enrica si alzò, passarono quasi accanto a Diana che si teneva tutta raccolta dietro il paravento. Essa vide benissimo il Venosa, che si accostava molto alla principessa, mentre le dava il braccio, come fanno certi innamorati smaniosi. La principessa voleva infiammarlo. Con la sua bella voce musicale, quando furono presso la porta, avvicinandosi a lui in modo ch'egli potesse riconoscere tutto il valore delle forme risentite della sua persona, gli mormorò, tra languida e carezzevole:
—Sapete qual sarà il vostro premio!… Ma occorre affrettare il matrimonio….
Essere l'amante di quell'uomo inesperto, per un istante, poco le caleva: ciò che le importava era riacquistare la sicurezza ch'ella non potea perdere della sua influenza sull'animo del Re, influenza da cui traeva una sì gran vanagloria.
Ma Diana avea colto anche quelle ultime parole: avea capito a qual prezzo il perfido Venosa la vendeva.
Si preparò a stornare i suoi disegni.
Allorchè quasi tutti gl'invitati ebbero lasciato il palazzo del marchese di Trapani, e soli rimanevano due o tre suoi parenti e la principessa, accadde una scena delle più strane.
La principessa avea notato che un uomo le si avvicinava spesso, come per udir ciò ch'ella diceva, e la guardava con una bizzarra espressione.
In quest'uomo ella avea riconosciuto Marco Alboni, l'intendente del marchese di Trapani, sì ben noto anche al nostro lettore.
Si trovavano tutti riuniti: il marchese, Diana, la principessa, ilVenosa.
—Avremmo da dirvi qualche cosa di molto confidenziale!—incominciò la principessa. E si voltava verso Marco come per far capire che colui era di troppo.
Ma il marchese le rispose con un altro gesto, e un ristringersi nelle spalle, che volea significare: è un vecchio servitore, fidato, che vuol magari ingerirsi troppo nelle mie faccende, ma non posso ora dispiacergli, irritarlo.
La principessa capì.
È proprio di noi italiani, de' meridionali in ispecie, compendiar in un gesto, in un'espressione della fisonomia un lungo discorso.
Subito Enrica si mosse e andarono tutti dal lato opposto della sala.
Marco Alboni si contentò di seguirli con lo sguardo.
—Caro marchese,—disse la principessa al marchese di Trapani,—-io debbo parlare in nome del nostro amico Venosa…. e la vostra risposta mi sta molto a cuore…. Il Venosa,—riprese dopo breve esitanza,—ama vostra figlia…. e vi chiede la sua mano!
Era impossibile parlare con più vellutata soavità di accento, con più grazia.
Il marchese s'aspettava così poco una tale domanda che non trovava parole per rispondere.
L'Alboni, il quale col suo orecchio sottile avea tutto udito, non potea più star nella pelle.
Temeva che il marchese cadesse in qualche errore.
Ma Diana venne a tor tutti d'imbarazzo.
—Mio padre,—disse al marchese, ch'ella non solea mai chiamare in tal modo,—io non ho mai sin ad oggi avuto alcuna idea di maritarmi, e non mi sono mai accorta di amare il signor Venosa!
Il giovane fu ferito, e nella schietta, ingenua affezione che nutriva per Diana, non ostante il momentaneo suo depravamento, e nell'orgoglio che ogni uomo reca con sè.
Diana si era presa giuoco di lui sin allora?
La principessa fu eccitata dalla collera.
Ella sapea che Diana amava il Venosa. La fanciulla erasi mutata soltanto per l'ambizione ch'ormai gonfiava il suo cuore: sapea di poter conquistare il Re e disprezzava l'umile giovane sin allora adorato: la giudicava alla sua stregua.
Non poteva ormai contenere il suo odio per lei.
Lasciò la casa del marchese, ultima fra le invitate, affettando la massima disinvoltura.
Salutò appena Diana nell'accomiatarsi: rivolse poche, sdegnose parole al Venosa, il cui amore per lei si era infiammato a cento doppii, dopo la improvvisa ripulsa della ragazza.
La principessa tornò a casa e ricevette una notizia, che avrebbe dovuto aspettarsi, ma alla quale ormai più non pensava.
—È tornato il principe!—le disse la sua cameriera.
—E dov'è?—domandò Enrica.
—Era stanco e si è coricato.
Ella era ben stanca, ma non potea coricarsi.
Si vedeva negli specchi, nella sua camera, nel suo abbigliatoio, con lo strano abito che indossava, tornando da una mascherata.
Licenziò la sua cameriera e si gettò su una poltrona.
Il Re la tradiva…. e per una giovinetta. Era ella, dunque, tanto invecchiata? Non poteva ormai più trattenere un amante?
S'imbizziva; e la sua collera avrebbe voluto sfogar tutta contro quella fanciulla.
—Una ragazza,—pensava,—cui ho voluto tanto bene sino a ieri!
Sentì bussare alla porta e una voce fievole che diceva:
—Enrica!
Riconobbe la voce del marito.
Fece subito un gesto di disgusto.
Poi, volendo fingere, o forse sembrandole che ciò potesse distrarla da' suoi neri pensieri, da' pensieri, che le erano in tal momento assai importuni, si alzò, andò ad aprire: e si gettò nelle braccia del principe. Incontanente, scostandosi da lui, volle guardarlo.
Il principe sembrava più giovane che mai: aveva acquistato molto di floridezza nella sua assenza.
Le parve più bello di prima.
E subito Enrica provò una nuova fiamma d'amore per lui.
Anche il principe, eziandio, volle rimirarla: non gli parve che ella avesse nulla perduto: anzi gli parve ch'ella avesse acquistato di venustà.
Si accorse subito che essa era vestita in maschera; e vestita in qual modo!
—Vi siete divertita molto, cara, durante la mia assenza?…—domandò con quel piglio leggero, che gli era proprio ne' suoi periodi, lunghi periodi, di affabilità.
Per irritarlo, per farlo divenire cattivo, come sa il nostro lettore, ci volevano le cose che al carattere suo eran più ripugnanti: una bassezza, un tradimento, una viltà. In tutto il resto si mostrava indulgentissimo: nessuno aveva meno pregiudizi di lui: solo non sapea transigere sulla pura questione dell'onore.
—Mi mancano precise notizie… di voi… da molto tempo,—continuò, celiando.—Cercherò informazioni…. Potrei domandarne a voi stessa… ma la fonte è un po' sospetta!…
—Oh!—rispose la principessa con un bel sorriso, che metteva in mostra i suoi denti bellissimi: e battè la mano sul tappeto del tavolino, che avea alla sua destra.—Ma ditemi,—riprese,—sareste forse geloso?
—Eh… chi sa?—soggiunse il principe, che carezzava con una mano i suoi lunghi baffi.
—Facciamoci le nostre confessioni,—continuò la principessa,—uno dopo l'altro….
—Sì… sì….
—Ma cominciate voi dal dire i vostri peccati.
—Avete paura che, cominciando voi, vi mancherebbe il tempo per finire?…
E anche il principe rideva….
—Siete tornato molto allegro….
—E anche voi vi trovo allegrissima… in maschera!
—Sono gli ultimi momenti della mia vita per divertirmi…. Mi sento, caro, già vecchia!
—No, no…. questo no…. voi siete sempre più bella…
—Si vede in voi il diplomatico, che non è mai abituato a dire la verità!
—Vi dico sinceramente che voi siete bellissima.
—Grazie, amico mio, grazie!
E la principessa si alzò, si accostò al principe, gli tese la mano e gli fece un inchino, con quel garbo di cui ella aveva il segreto.
—Dunque, sì,—proseguì egli, rimirandola e quasi compiacendosi della eleganza, della bellezza di lei,—chiederò informazioni…. Ma, ditemi, a chi devo evitare di domandar notizie…. perchè non vorrei andar a istruirmi da gente che potesse aver troppo interesse a mentire!…
—Siete molto cattivo.
—Mi piace di tormentarvi…. Ho viaggiato tanto, dacchè non ci siamo veduti, ho conosciuto alle Corti, nelle aristocrazie forestiere, donne bellissime… e pure… Enrica, vi dirò una cosa, che non dispiacerà al vostro orgoglio: non ho mai trovato una donna che avesse la vostra perfezione di forme, e che sapesse sorridere, parlare, sapesse muoversi, atteggiarsi come voi….
La principessa rideva e scrollava il capo.
—Siete una meravigliosa figura,—insisteva il principe,—Dio vi ha largito tutto. Un artista dee sentirsi beato nel riguardarvi. A voi è mancata una sola forza: l'educazione del cuore, che vostro padre avrebbe voluto darvi, ma non potè, per la sua spensieratezza, che vostra madre vi avrebbe dato, se non fosse morta sì precocemente.
—Sicchè mi credete una donna viziosa….
—Cara Enrica, vi dirò di più…. Io vi credo, pel vostro utile, capace di tutto….
—Anche di un delitto?—chiese Enrica per far l'indifferente, studiando un sorriso.
—Di uno, di due, di più….
—Avete una buona moglie, voi!
—Non ho mai riconosciuto d'averla buona: ho detto bella…. Sapete che voi mi avete ispirato forti passioni, ma che il sentimento più durevole da voi ispiratomi fu quello della diffidenza.
—E che temete da me?
—Lo sapete, Enrica,—disse il principe con tuono un po' più aspro.—Ma, tra voi e me, spero, non ci saranno più motivi di dissidio!
—Spero anch'io,—replicò arditamente la principessa. E, per sviare la conversazione, che non finisse io minaccie, domandò:
—O la duchessa sa che siete tornato?
—Sicuro.
—E l'avete forse riveduta prima di me?
—Sì, perchè è venuta a trovarmi dove io era: desiderio che voi non avete mai provato….
—Sapete che mi piace Napoli e che si potrebbe adattar a me, benissimo il proverbio: vedi Napoli, e poi mori,—il mio voto è vivere, morire in questa città. Se me ne assento, mi par di farle una infedeltà….
—E voi di infedeltà non siete capace!—interruppe il principe con fino dileggio.
—Crediate: ci sono molti che la pensano come me; Napoli è il paradiso della terra…. Non posso sentir cantar una volta quella canzone: o bella Napoli, senza che mi batta il cuore. O bella Napoli! Soltanto in queste parole è per me una melodia…. Ove si può trovar un soggiorno più incantevole che in questa regione beata? Dove meglio che tra il nostro mare, il nostro cielo, i nostri orizzonti si posson gustare i rapidissimi istanti di poesia che ha la vita?
—Dite benissimo: amo anch'io Napoli e appena, dopo lunghe assenze, ho riveduto il Vesuvio, Posilipo, le linee di Chiaia, di tutti que' luoghi dal nome armonioso, mi son sempre sentito occupar l'animo da tenerezze ineffabili…. Chi non ha fatto un bel sogno a questi dolci tramonti…. chi non ha sentito soave il fremito delle più trepide passioni fra tanta luce, tanto profumo di fiori, tanta allegrezza di natura? Sì, par che qui debbano vivere Numi e non vi si debba conoscere se non il sorriso della vita….
Tutti e due si erano affacciati, a poco a poco, al balcone: e non sentivano l'aria pungente del mattino, e si tenevano per mano.
Il principe si lasciava andar alle sue fantasticherie.
Egli era davvero poeta, come sa il lettore.
—Domani, dunque,—disse a un tratto la principessa, divenuta molto pensosa,—voi andrete a cercar notizie sul conto mio….
—È probabile!—rispose il principe asciutto, e tornando alla realtà.
—E a che fonte le attingerete, si può sapere?
—Cerco anch'io….
—Dalla duchessa?…—domandò all'improvviso Enrica, dopo breve pausa.
—Ella è troppo generosa: non potrebbe mai accusare nessuno… se pur vi fosse motivo ad accuse…. Ella, statene certa, non si occupa di voi.
—È una prudenza, che dovrebbe usare la… mia cara amica, in contraccambio di quella ch'io so usare verso di lei…. Non ho nulla a rimproverarmi: ve lo assicuro!
—Guardate: e io ve lo credo!… Sapete quanto io sono indulgente, ma vi hanno cose che non riuscirei mai a perdonarvi…. Possiate evitarle sempre, cara…. Poi, ho scherzato fin ora…. Se voi aveste commesso qualche atto grave, non avrei bisogno di andarne a cercar le notizie…. La malignità de' miei amici penserebbe ad informarmene…. C'è di più: le donne come voi, suscitano nel mondo invidie, ostilità…. Più volte mi son pervenute accuse contro di voi: e le ho disprezzate!
Si tacquero l'uno e l'altra.
Noi abbiamo appena riferito qualche parte della conversazione che aveano avuto tra loro in quelle ore.
—Abbiamo fatto di strani discorsi stasera,—disse il principe, come risvegliandosi.—E sopra tutto, dopo non esserci visti da tanto tempo…. Ma già con voi tutto è strano… Vi bacio la mano:—e il principe la baciò,—e vi lascio alle vostre preghiere. Non avete ancora pregato?
—La domanda che fa Otello a Desdemona….
E, sghignazzando, la principessa entrò nella sua camera.
Il principe richiuse pian piano la porta del salotto.
La principessa non potea rintuzzare l'avversione che s'era in lei destata verso Diana.
Da varii giorni avea cercato ogni pretesto per riveder il Re, ma non vi era riuscita. Aveva scritto, ma senza ricevere alcuna risposta: s'infiammava sempre più il suo sdegno. Il Venosa non riusciva a comprendere la ripulsa di Diana, dopo che ella lo avea sì fortemente incitato a chieder la mano di lei al marchese. L'atto avrebbe meravigliato ben altri che lui, a dirittura inesperto delle cose della passione, degl'inopinati mutamenti dell'animo femminile.
Gli entrava in cuore un rimorso. Si diceva ch'egli non era stato, almeno in tutto il suo sentimento, fedele a Diana; e, se non sapea spiegarsi lo sdegno di lei, dovea riconoscere d'averlo ben meritato.
Invano avea cercato di rivedere la giovinetta: essa lo sfuggiva. Non si era più recato dalla principessa: nella sua indole buona, tra gli ardori di una passione male ispirata, cominciava a sentir la indegnità dell'aver cercato di tradir Diana. Voleva ad ogni costo riacquistar la stima, la fiducia di lei.
Una notte, tornato a casa, le scrisse una lunga lettera: le prime due pagine le scrisse e riscrisse di nuovo due e tre volte; non era mai soddisfatto. Aveva coperto il tavolino di foglietti stracciati.
Quando fu contento, o almeno quasi contento della lettera da lui scritta, erano le cinque del mattino.
Avea passato più di cinque ore a intrattenersi con la giovinetta, di cui s'era potuto persuadere più volte fin allora di non essere innamorato. Sentiva quanto l'amava, ora che gli pareva averla perduta!
Il giorno, verso il tocco, se ne andò al palazzo del marchese di Trapani. Avea veduto, non visto da essi, il marchese Pietro e Marco Alboni, che confabulavano insieme in un Caffè della via Toledo. Egli, timido, non poteva ormai incontrar più il marchese senza un vivo imbarazzo: l'aspetto di Marco Alboni pure lo turbava: non potea dirsi il perchè, ma quell'uomo non gli piaceva e l'ispirava insieme un certo disgusto e una certa soggezione.
Dopo che Diana avea respinto la sua domanda di matrimonio, egli avea sorpreso un sorriso sarcastico nel volto di Marco. Gli era sembrato che, con l'atteggiamento della sua fisonomia, gli dicesse:—alla fine, siamo liberati di te!…
E già si era accorto, non ostante che l'Alboni gli si mostrasse molto cerimonioso, secondo il suo solito, ch'egli non vedea di buon occhio le sue visite sì frequenti.
Il Venosa avea molto pensato alla difficoltà di ripresentarsi nel palazzo del marchese. La principessa, egli credea con la sua avventatezza, gliene avea chiuse le porte. Gli era corso alla mente uno stratagemma: andar a domandare della signora Teodora: prenderla a confidente de' suoi crucci.
Quella donna pretenziosa, sempre innamorata, lo avrebbe lasciato ben volentieri discorrere della sua passione: essa era irritata che pochi le parlassero: le sembrava esser troppo abbandonata, non ostante le sue vivaci conversazioni col giovinetto, di cui abbiamo parlato. Il Venosa non aveva se non a presentarsi a lei, anch'egli come un'anima derelitta: la fibra patetica era in lei commovibilissima.
Così fece: la signora Teodora lo accolse, vorremmo dire, a braccia aperte.
—Così quel caro angioletto non vuol più sentir parlare di voi….Davvero? E lo credete sul serio?
Il Venosa non rispose.
—Allora siete molto semplice!… Ma io non voglio farvi soffrire…. vi consolerò subito; vi dirò che ho sorpreso ieri sera Diana, sola nella sua camera, mentre piangeva dirottamente.—Che hai?—le ho domandato. Ella mi s'è gettata al collo: e mi ha detto ch'era tanto, ma tanto infelice…. povera creaturina!—Due grosse lacrime rigavano le guancie vegete e dipinte della signora Teodora.—Mi ha detto che voleva uccidersi…. non poteva più sostenere la vita…. Insomma, mi ha confessato che vi ama, e non amerà mai altri che voi; che è inconsolabile della vostra assenza: e non può tollerare di rivedervi, perchè ha scoperto che la tradite….—Ma la tradite davvero?…—domandò con una certa solennità la signora Teodora.
Al Venosa batteva il cuore.
Si spinse, senza saper che facesse, verso una finestra aperta, rispondente su un balcone. Affacciatosi vide Diana seduta sotto di esso, nel giardino; e certo avea riconosciuto la voce di lui, poichè stava in attitudine di chi ascolta.
Egli le gettò subito, con mano tremante, la lettera che aveva scritto.
La lettera cadde a' piedi di lei.
Diana la guardò, per un istante, esitando. Poi la raccolse: avea riconosciuto le sue cifre: si alzò e disparve. Il Venosa non capiva più in sè dall'allegrezza.
Quell'atto era più che una garanzia di riconciliazione.
Si trattenne, per qualche tempo, a parlar con la signora Teodora: ma i suoi discorsi erano ben slegati.
Egli non pensava ad altro, se non che in tal momento Diana dovea leggere la sua lettera.
Avrebbe dato tutto al mondo: pure tremava alla idea ch'ella potesse comparire in quella stanza.
Il principe di Gorreso il giorno stesso in cui il Venosa pativa tali trepidanze, d'umor allegro più del solito, con un vero riso di gioia nell'anima, era uscito: avea fatto una lunga passeggiata, poichè la temperatura era dolcissima: e quindi, per riposarsi, se n'era andato al suo Circolo, il più aristocratico Circolo di Napoli.
Lasciati nelle mani d'un servitore il suo cappello, il suo bastone, per una porticina laterale entrò nella biblioteca, ch'era deserta, e si buttò giù in una comoda poltrona. Una fra le porte della biblioteca era aperta e metteva nella sala di lettura. Però il principe non potea esser veduto dalla sala, poichè era coperto dal dorso dell'ampia poltrona.
A poco a poco, benchè avesse preso in mano le poesie del Savioli, allora molto lette, si addormentò; ma fu svegliato da un bisbiglio di voci, a lui molto vicino.
I suoi occhi si posarono sull'orologio della biblioteca, che aveva dinanzi, e si accorse che avea dormito un tre quarti d'ora.
Prima che facesse qualsiasi movimento, udì in quel bisbiglìo di voci, che già gli avea percosso l'orecchio, pronunziare il suo nome.
Involontariamente, per una curiosità più forte di lui, si mise in ascolto: e aguzzò l'orecchio per riconoscere le voci.
—Non credo, ripeto, che Gorreso ne sappia nulla,—diceva il vecchio duca della Pandura, un bellimbusto mezzo rimbambito, al principe di Latania, giuocatore, spensierato, di fama molto prodigata, ma ricevuto, accolto per tutto, grazie al suo nome: eroe di scandalose avventure: e che dovea finire con un suicidio, dopo tante stranezze, di cui i suoi più intimi, e anche qualche conoscente, avean subìto di pagare per anni le spese.
—State sicuro,—rispondeva il principe di Latania,—che il Gorreso sa tutto: e finge non sapere…. Ma gli torna molto utile….
—E di che ha egli bisogno?
—Di quello di cui ha bisogno un ambizioso.
—Ambizioso Gorreso?—ripigliava il duca.
Entrò un terzo nella sala di lettura.
Il principe pian piano si alzò: uscì dalla biblioteca per la porticina laterale; e, di lì a pochi istanti, entrò anch'egli nella sala di lettura dal corridoio.
Subito il duca della Pandura lo salutò con molta espansione. Il principe di Latania si alzò, gli andò incontro, gli strinse tutte e due le mani, gli sorrise, lo chiamò con tutti i vezzeggiativi.
—Come sono sinceri i veri amici!—pensava il principe Gorreso.
S'intrattenne un po' a parlare con essi: scherzò, si mostrò allegro: trasse il discorso destramente sui poveri mariti.
—Sempre ingannati,—osservava il principe,—sempre vittime della loro credulità…. Ma come possono saper mai il vero, se tutti si adoperano a tenerlo ad essi celato!
Si accorse che il principe Latania toccava col gomito il duca della Pandura, come per richiamare la sua attenzione su la grottesca semplicità di un uomo, che parlava in tal modo, mentre era egli stesso nella pietosa condizione a cui alludeva.
Il Gorreso seppe dissimulare, sebbene lo stimolasse un vivo desiderio di saltar al collo di quell'impronto e fargli pagar cara la sua imprudenza.
Ma non era quello il luogo, nè gli parea giunto il momento opportuno.
I suoi due amici se ne andarono insieme, dopo breve tratto; egli rimase solo: e pensava, guardando verso l'uscio sempre aperto della biblioteca:—In quella stanza potrò nascondermi quando voglio…. È sempre la meno frequentata del Circolo…. Ed ecco un punto da cui potrò, a poco a poco, udire ciò che i miei amici pensano di me, dopo una sì lunga assenza.
Vi tornò parecchie volte, in ore diverse, stette seduto, con un libro in mano, mezze giornate nella gran poltrona…. udì molti discorsi: ma non più nulla che a lui si riferisse. E quasi quasi era sul punto di rinunziare al suo disegno.
Dopo il suo ritorno, il principe osservava strettamente sua moglie. Gli sembrava che ella fosse inquietissima, molto agitata. Gli appariva sempre nuova, sempre ammaliantemente misteriosa. In lui stava per raccendersi l'antica passione.
Sovente Enrica lo vedea comparire nelle sue stanze, le si avvicinava, la carezzava: avevano passate insieme molte serate dopo pranzo: c'erano state fra loro scene appassionatissime.
Un giorno il principe, anche per provare Enrica, le suggerì di passare con lui qualche tempo a Mondrone, nella solitudine della campagna. Nessuno turberebbe i loro amori: potrebbero esser tanto felici!
Enrica accettò con entusiasmo: e ciò finì con l'aquetare, lì per lì, i sospetti del principe.
Una sera erano a Mondrone…. Il principe si trovava nella camera di Enrica. Aveano fatto un pranzo succulento, il principe aveva bevuto più dell'usato. S'erano dati a leggere poesie d'amore: aveano corso insieme tre pagine d'un romanzo, in cui si descriveva a vivi colori la felicità di due innamorati…. Erano eccitatissimi.
Enrica stava in mezzo alla stanza, quasi dinanzi al caminetto: e avea gettata una dopo l'altra le sue vesti, per cingersi un largo accappatoio.
Le rimaneva in dosso il suo busto di raso scarlatto, che dava un'insolita vivacità di tono al bianco delle sue braccia, al nascere delle sue spalle e del suo seno, e un guarnelletto di batista, con trine finissime, facea spiccare il suo fianco, e si fermava a un punto in cui lasciava scoperte le gambe robuste, coperte da una maglia di seta scarlatta, ben tirata.
Il principe voleva avvicinarsele.
—No, no,—ella rispondeva, provocandolo, attizzandolo, sfuggendogli, mentre gli rivolgeva il suo sorriso di sirena. Era splendida, irresistibile.
Egli la supplicava.
—Parliamo d'affari!—ella disse a un tratto.
—D'affari?—replicò il principe meravigliato.
—Sì, sì; io sono, caro amico, in penosi imbarazzi…. Ho fatto far nuovi lavori qui nella tenuta di Mondrone: ho anticipato somme…. mi sono rovinata. I miei creditori non mi lasciano pace…. E ho speso molto anche per prepararvi una sorpresa.
—E qual sorpresa?—sfuggì detto al principe.
—Una grandissima sorpresa….
—Ma, dunque?
—Mi occorre una somma…. e tu devi prestarmela.
—Volentieri!…—disse il principe, che era generosissimo.
Enrica fu lieta di quella sì subita profferta; e si pentì di non aver fatto prima simile domanda al marito. Ormai le sue dissipazioni la trascinavano alla rovina e non avea più ritegni di sorta.
—Sai quello ch'io voglia da te?
—Ma io ti do carta bianca,—disse il principe.
—Non sono certa però che domani tu sarai della stessa opinione,—esclamò la principessa con un vero sorriso da cortigiana.
—M'insulti, dubitando della mia parola: io non sono come te….
—Oh, oh: questo è peggio che un insulto!—e la principessa metteva un foglio di carta bianca su un tavolino sotto l'occhio del principe.
E gl'indicava il calamaio, una penna, con certi gesti quasi infantili: ma di fanciullo pervertito, e di una profonda corruzione.
Il principe firmò. Toccava a lei scriver la somma che voleva. Lì per lì, il principe credette, o quasi, si trattasse d'un giuoco e non vi pensò più, nel suo inebriamento. Ma, con fittissimi e variati espedienti, le scene si rinnovarono due, tre volte, anche quando furon tornati nel loro palazzo di Napoli.
Ella gli dimostrava un gran fervore: lo ingolfava in raffinate sensualità: a poco a poco, lo incatenava di nuovo a sè.
Un giorno, mentre tornavano da una colazione, cui li avea invitati l'ambasciatore inglese, il principe era rimasto nelle stanze di Enrica: non se ne andava: ed essa avea capito il perchè del suo indugiarsi.
Il principe la strinse fra le sue braccia.
—Non sono tranquilla oggi!—ella disse bruscamente.
E ricominciò, a poco a poco, una delle sue solite scene. Egli si ritrasse spaventato. Ciò si ripeteva troppo di sovente.
—Ma,—esclamò, allontanandosi da lei,—che modo è questo?…
E, dopo breve silenzio:—Tu mi vendi i tuoi sorrisi?
Enrica fu colpita. Capì ch'essa, accecata dalla mania del denaro, dalla urgenza di far fronte a certe necessità che la incalzavano, e che non potea confessare, era andata tropp'oltre.
Che l'avea sospinta alle nuove, pazze spese? Sempre la sua vanità, la sua sfrenata ambizione; e il desiderio, a cui non poteva resistere, di far sorvegliare il re, d'aver prove ch'egli trescava con una nuova privilegiata. Facea pur spiare Diana, e la volea far cadere in un orribile tranello. Si era formata una specie di polizia, composta di uomini e di donne. Le recavano molte notizie, e tutte inconcludenti. Ella le interpretava a suo modo, ne cavava le conseguenze, che soddisfacevano al suo odio per Diana, alla sua gelosia, e sempre più s'irritava, sempre più s'ingolfava, per stordirsi, in un modo di vita che dovea tornarle esiziale. Cristina era anch'essa ora fra le persone che Enrica credeva sue ausiliarie.
Il principe fu presto consapevole che nella sua casa accadeva qualche cosa d'insolito. A giorni voleva interrogar la moglie, minacciarla, indagare ciò che gli appariva molto misterioso: incontrava spesso per le scale del palazzo, nelle stanze, uomini, donne, che non sapea chi fossero; ma la sua spensieratezza, il suo umore allegro finivan sempre per dominarlo; egli era nato per la vita facile, briosa.
Come abbiam detto altre volte, era uomo terribile e potea esser capace di tutto in certi istanti di collera: ma la sua vera natura, la sua natura superficiale, che è quella che vince in tutti, poichè è fatta d'abitudini, lo portava alla eleganza, a un certo forbito libertinaggio, alla raffinatezza, alla sensualità.
Avea ricominciato le sue visite alla duchessa. Nella pace di quella casa trovava il riposo dell'animo, di cui aveva bisogno: e non pensava più che tanto al bailamme di casa sua. Lasciava spesso la principessa sola per intere giornate, e nelle serate: ella non se ne lamentava: talvolta neppure se ne accorgeva.
Una sera, entrando al suo Circolo, gli fu consegnata da un cameriere una lettera anonima.
Gli fu detto che l'avea recapitata una donna, assai ben vestita, assai bella, quantunque di età piuttosto matura, e che era stata altre volte a domandare di lui.
Il principe trovò subito un amico, e si dette a parlare con esso, riponendo in tasca la lettera. Tornato a casa la notte, ritrovò quella lettera: sedette su una poltrona, e aprì la busta.
La lettera non era firmata. Voleva stracciarla, come era suo costume in simili occasioni: ma il nome di Enrica attirò i suoi sguardi, e la lesse, quasi contro la sua volontà.
In quella lettera vi era una nerissima denunzia.
Vi si diceva che la principessa era la favorita del Re; e ch'egli, il principe, era un marito compiacente, di cui tutta Napoli si burlava: ma non tutti si contentavano di schernirlo: v'era chi lo dispregiava, chi lo accusava di viltà: poichè si diceva ch'egli s'avvantaggiasse del suo disonore. Si sapeva che l'ambasciata a lui conferita, e con palese ingiustizia verso di altri, era un pretesto per allontanarlo da Napoli. Provvedesse al suo nome, se davvero non aveva rinunziato ad ogni dignità. La persona che scriveva, lo avea sentito designare col nome di "marito infame": pesava già su lui una riputazione d'ignominia. Gli amici, che gli si porgevano tanto cortesi in sembiante, nel loro segreto lo condannavano. Nelle conversazioni si sparlava di lui, si proferivano sul conto suo le cose più nefande, sebbene i discorsi a lui contrarii cessassero al suo apparire.
Vi erano poi alcune allusioni alla famiglia del principe, alla sua infanzia: allusioni di cose intime e ignote a tutti, salvo a persone che avessero per anni frequentato la casa sua. Il principe dovette persuadersi che la lettera non era scritta da persona comune.
Lo dimostravano eziandio lo stile netto in cui era scritta, la fina calligrafia, la carta finissima e olente un profumo aristocratico.
Chi gli avea scritto, e qual'era la donna che avea spinto la temerarietà sino a lasciare ella stessa la lettera alla porta del Circolo?… Ma Napoli è sì grande! essa non temeva forse di essere riconosciuta: o molto probabilmente la donna che avea scritto la lettera non era quella stessa che l'avea recapitata.
Con la lettera in mano, il principe fantasticava.
Metteva certe espressioni contenute in quel foglio insieme con le altre da lui udite la mattina in cui gli era riuscito cogliere a volo certi tratti di un dialogo fra il duca della Pandura e il principe di Latania.
Ora capiva bene certe allusioni.—Ma un uomo come lui dovea lasciarsi torcere a sì tristi pensieri da una vilissima lettera anonima? Se fosse stata scritta da qualche nemica della principessa? Da qualche donna astiosa, invidiosa, e che ella avesse irritato?
Strappò la lettera: ma una grande inquietudine, maggiore di quelle da lui provate sin allora, gli era entrata nel cuore.
La mattina uscì per tempo: sperava la serenità del cielo, il moto gli avrebbero restituita la calma.
Per tre giorni fu cupo, pensieroso.
Passava molte ore nella biblioteca del Circolo, e, appena entrato, socchiudeva tutte le finestre per rimanere, più che gli fosse concesso, all'oscuro, affinchè altri non venisse a disturbarlo e non lo vedesse.
Il terzo giorno, circa il tocco, sentì entrar nella sala di lettura, accanto alla biblioteca, il principe Latania e un altro signore. Erano soli: il principe parlava a voce piuttosto alta.
—Non avete riconosciuto,—diceva il prìncipe,—quella dama velata, che camminava sì ratta a fianco del palazzo reale?
—Sì…. sì…. era la principessa di Gorreso: e perchè cotesto piglio d'ironia?
—Siete un briccone: ne sapete più di me…. e vorreste ch'io sciogliessi lo scilinguagnolo!
—Dite, dite quel che sapete: mi piacciono gli scandali aristocratici…. e qui ce ne dev'essere uno: lo capisco dalla vostra aria maligna….
—Non sapete che la principessa è l'amante del Re?
—Bella notizia…. benchè tornato da poco, l'ho subito ricevuta…. E non c'è altro?
—C'è che essa cerca ora di compromettere il Sovrano con la condotta più imprudente…. Si crederebbe che abbia smarrito la ragione…. Sapete che faceva così a piedi?…. Spiava se il re usciva: o se entrava nel palazzo qualcuna delle dame, che teme possano disputarle la sua influenza.
—Ma il Gorreso non è tornato?…
Il principe, seduto nella biblioteca, e che tutto appoggiato su uno de' bracciuoli della poltrona ascoltava con molta ansietà, riconobbe la voce del marchese d'Antella: uno de' suoi amici migliori, che non avea riveduto da qualche tempo.
—Oh, il Gorreso è tornato, ma non ha occhi per vedere…, nè orecchi per udire!… Se non è un marito…. immune da certe peripezie, è un ambizioso soddisfatto…. e l'ambizione è in lui più potente che l'affetto per la moglie…. Egli sposò la principessa…. per interesse. Sapete che il duca di Mondrone gli lasciò buona parte del suo patrimonio…. Dovea aver egli posto tal condizione…. Vendè allora il suo nome: oggi vende il suo onore….
—Ma che dite?—domandò don Silvio Antella.
Il principe, nella biblioteca, avea bisogno di tutte le sue forze per dominarsi; ma volea sostenere quello strazio, che lo ambasciava, sino all'estremo: non c'era per lui altro mezzo di saper intera la verità, di appurare schiettamente, compiutamente ciò che si dicea su di lui. Niuno di que' codardi avrebbe osato palesare al suo cospetto ciò che si ripeteano, a ogni istante, fra loro. Con lui tutti pigliavano il sembiante più dolce, magari più amichevole.
—Che dico?—riprese il Latania.—Parlate con tutti i nostri amici, vi diranno lo stesso…. il principe è designato fra noi, nella nostra società, col titolo di "marito infame"…. Per ora niuno osa affrontare apertamente la sua collera con un grave insulto…. Ma, dacchè è tornato, non ha trovato qui nel Circolo chi volesse giuocare una partita con lui….
—A questo punto è già reietto?
—Egli non se ne accorge….
"Marito infame!" si ripetea il principe: erano le stesse parole ch'avea trovato nella lettera.
Si ricordava poi esser vero ch'avea qualche volta richiesto i suoi amici di giuocare con lui, ed essi, con ben addotti pretesti, se n'erano schivati.
—Sicchè, l'ambasciata?…—disse il d'Antella.
—Un pretesto per tenerlo lontano dalla moglie…. Ora che il Re ne ha abbastanza, egli è tornato…. forse per riconciliarli…. forse per impetrar non gli sia tolto, anzi aumentato il favore di cui ha goduto sin ad oggi…. offrirà magari di portar via con sè la moglie…. affinchè non ecciti imbarazzi, scandali…. Chi sa…. il Re non l'abbia richiamato a tale scopo!
—Povero Gorreso…. non è mai stato uno stinco di santo, ma non mi pareva dovesse diventare uno scellerato…. Lo deve aver condotto a questo punto la soverchia ambizione….
—È proprio un uomo infamato!—continuava con la sua più ostentata prosopopea il Latania; egli, che non avrebbe davvero avuto alcun diritto di censurare.
Sopravvenne un nuovo personaggio: il conte di Primolo.
—Avete un gran colloquio?—disse a' due suoi amici,—già ov'è Latania è facile indovinare l'argomento della conversazione: sempre a carico di qualcuno.
Il conte, uomo savio, attempato, di reputazione illibata, godeva molte simpatie.
—Si discorreva,—rispose il Latania,—del Gorreso….
—Un vero sciagurato,—interruppe il conte….—Gorreso, mio amico, quasi mio fratello, chi avrebbe detto, anni or sono, potesse scender sì basso…. Mi rammento che si mormorava di lui fin da quando contrasse il matrimonio…. Quella ragazza, già da allora, dopo l'assassimo del conte di Squirace, dopo le sue ardite deposizioni, sembrava a molti una assai strana creatura….
—Ma è il Gorreso che l'ha rovinata, che l'ha peggiorata: è lui che se n'è servito come uno strumento per favorire la sua ambizione,—replicò il Latania.
—E anch'io comincio a esserne persuaso,—instava il duca dellaPandura.
Il principe Gorreso avea ormai udito abbastanza.
Nacque nella sua testa una vera confusione; a poco a poco, tanta era la commozione da lui provata, rimase privo de' sensi.
Gli ci volle molto tempo a riaversi: non chiamò nessuno a soccorrerlo: non potè quindi prender nulla che lo ristorasse: e non si alzò dalla poltrona fin verso sera.
Si sentiva febbricitante; scese le scale vacillando: salì in una carrozzella e si fece condurre fino a casa.
Per le scale incontrò la principessa, di cui aveva veduto dinanzi alla porta il coupé.
La principessa scendeva in fretta, ed era tutta sorridente.
—Vado a pranzo—gli disse—dalla duchessa della Pandura.
Costei era la cognata del duca, che avea confabulato, poche ore innanzi, nella sala del Circolo, col Latania.
La duchessa era una donna gaia, spensierata, elegantissima, ma di quelle donne che ricorrevano spesso al gioielliere De Carlo.
Nella sua casa si avviluppavano molti intrighi.
Il principe non disse verbo ad Enrica, poichè il suo male lo accasciava: solo rispose al suo saluto con un amaro sorriso.
Ma Enrica era stordita: sapea i piaceri che l'attendevano: era sicura di parecchie ore di svago, di eccitazione, di trionfo in mezzo a facili e simpatici cortigiani: non gli badò.
In casa della duchessa, Enrica incontrò quella sera anche ilWeill-Myot.
Il banchiere americano, da qualche tempo, la guardava con aria di compassione. Ella ne soffriva, un tale sprezzo la umiliava.
Era il solo uomo che si sottraesse al dominio di lei, che le si mostrasse sì freddo, sì altero, dopo averla desiderata.
La provocava in ogni modo, voleva ridurla a un atto disperato: voleva gioire della sua spietata, atroce vendetta.