Giorni innanzi, egli avea recato un altro colpo tremendo alle condizioni finanziarie della principessa.
Le speculazioni in cui l'aveva allettata per mezzo del suo giovane commesso, andate a male, essa dovea pagare di nuovo grosse somme e vi s'era regolarmente obbligata. Tutta la tenuta di Mondrone ormai non le apparteneva più.
Il principe trovò sul tavolino della sua camera varie lettere.
Una era scritta con lo stesso carattere della lettera anonima, in cui gli erano state palesate tante crude verità.
Ormai egli sapeva che la persona la quale gli scrivea tali lettere potea peccare di crudeltà, ma era sincera e bene informata.
Aprì la busta ansioso; e mentre il sudor freddo rendea madide le sue tempie.
Che gli diceva tal lettera?
Gli diceva che sua moglie era arrivata all'estremo della dissipazione: avea rovinato il suo patrimonio: e ridurrebbe ora lui alla miseria…. E da molti si credeva che egli divorasse il patrimonio di lei….
—Mi mancava anche questa,—pensò il principe.—Che ella si sia ridotta alla miseria? Ma come?… Non sarà….
Volle andare innanzi, sebbene quella lettera gli sembrasse oramai scritta in caratteri di fuoco e quasi gli bruciasse gli occhi. E lesse, tornò a leggere, poichè non gli parea vero, tali parole:
"Vostra moglie non ha neppure più gioielli…. Ha barattato i suoi veri brillanti con brillanti falsi: ha perfino venduto i brillanti antichi, già appartenenti a vostra madre!"
—Miserabile! ma sarà egli vero?—riprese il principe.
E corse alla camera di Enrica.
Rovistò fra i suoi gioielli…. Gli parve vi fossero tutti. Erano falsi? Questo egli non sapeva, nè potea giudicare.
Prese i due gioielli, tra gli antichi, ch'aveano appartenuto a sua madre, e li portò nella sua camera.
Il principe ebbe un'idea.
La mattina si era incontrato nel celebre israelita russo, Samuele Goldschmidt, negoziante di brillanti, e ch'egli avea conosciuto a Pietroburgo. Il Goldschmidt apparteneva a una di quelle antiche famiglie israelite tedesche, dimoranti in Russia da secoli: e che serbano forse più intatte le grandi tradizioni de' loro padri.
Samuele viveva come un principe: avea un palazzo a Vienna, uno a Pietroburgo: avea comprato a Posilipo una graziosissima villa. Aveva una bella moglie, due figliuole bellissime. E toccava appena i quarantacinque anni.
Il principe gli avea reso a Pietroburgo un segnalato servizio: eSamuele gli era molto devoto.
Pensò di scrivergli subito: la principessa non sarebbe tornata se non molto innanzi nella notte: egli, in quello stato, non potea muoversi: Samuele sarebbe certo venuto da lui.
Dopo due ore, in fatti, Samuele arrivava dinanzi alla porta del palazzo: scendeva dal suo coupé e domandava del principe.
—Desidero da voi un piccolo favore,—gli disse subito il principe, scambiati con lui i primi convenevoli.—Si tratta di un affare un po' delicato…. Voglio mostrarvi alcuni miei gioielli, e voi mi direte…. schiettamente….—il principe proferì con peculiare accento questa parola,—ciò che ne pensate….
—A' vostri ordini,—riprese Samuele,—sono felice di poter far cosa grata a V. E.?
—Ecco i gioielli….
E il principe tolse da un cassetto, ove li avea riposti, varii astucci.
Il negoziante russo guardò i diamanti e impallidì…. Prese una lente, che portava sempre con sè, raccostò all'occhio destro, e guardò di nuovo. Poi riposò sul tavolino i gioielli e la lente. Ma non parlava.
—E dunque?—chiese il principe.
—V. E. tien molto a questi gioielli?—domandò Samuele.
—Moltissimo…. alcuni di questi diamanti sono antichi e appartennero a mia madre….
L'altro ammutolì di nuovo.
—Parlate…. parlate…. Samuele!…—incalzava il principe.
—Debbo dir cosa molto spiacevole.
—Non importa!…
—V. E. ha un ladro fra le sue pareti domestiche….
—Perchè?
—Questi gioielli non sono antichi, sono modernissimi…. e sono stati legati di recente…. Inoltre…. sono falsi….
—Tutti?—domandò il principe.
—Tutti.
—Ah!…—esclamò il principe, e con mano tremante raccolse tutti que' gioielli.
—Sapete che cosa è accaduto?… Qualcuno…. un frodatore di certo…. ha fatto togliere i veri diamanti e vi ha fatto porre i falsi…. Denunziate questo furto alla giustizia….
—Non posso….
—Facilmente si potrebbero trovare i diamanti tolti da certi gioielli: abbiamo già la loro misura….
—Oh, non voglio scandali…. Tanto peggio per me… dovevo essere più vigilante!—continuò il principe.—Mia moglie mette di rado questi gioielli…. e io non le dirò nulla….
—Oh, nè essa potrà accorgersene…. Questi diamanti falsi sono de' più belli: non li può conoscere se non uno intendentissimo.
Il principe, non volendo licenziare subito Samuele, lo intrattenne sul suo commercio, che in quegli anni avea avuto singolar prosperità.
—Da molto tempo,—diceva Samuele,—non si sono fatti affari come in questi anni…. Tre matrimoni di principi: e in tutti e tre i matrimoni la fidanzata ha ricevuto regali da ogni sovrano…. Ho venduto poi alla nostra Imperatrice una collana, composta di diamanti, cercati a uno a uno, in viaggi che hanno durato tre anni…. Credo non vi sia oggi più bel gioiello…. in Europa…. Da alcuni anni ho venduto milioni di diamanti a famiglie reali…. Oggi sono anch'io un po' milionario…. È una malattia non comune…. e a cui ci si abitua! Tra i pesi che bisogna subir nella vita, quello di qualche milione finisce per sembrare il più leggero…. Posso servire in altro V. E.?
E si accomiatò dal principe, dicendogli come s'accorgeva ch'egli era un po' sofferente, e non volea più a lungo tenerlo a disagio.
Il principe soffriva atrocemente: gli occorreva tutta la sua abitudine ad esser cortese, a dissimulare, per vincere lo sdegno, il disgusto, la commozione cui era in preda.
Riportò i gioielli nella camera della moglie: li rimise ove li aveva trovati.
—Sciagurata!—mormorava,—essa ha distrutto i più preziosi ricordi della mia famiglia: ha profanato i gioielli che aveano appartenuto alle mie ave, a mia madre; chi sa in quali mani sono caduti…. Forse i gioielli che mia madre avea al collo, agli orecchi, quando io la carezzava bambino, sono ora nelle mani di una cortigiana!
La principessa, in quel tempo, si svagava, si lasciava dir le più dolci parole in casa della duchessa della Pandura.
A un tratto una signora, arrivata da poco, mentre era incominciata una conversazione generale, interruppe tutti, dicendo a voce alta:
—Non sapete il caso successo oggi a Diana…. alla figliuola del marchese di Trapani?
A quel nome la principessa si fece accigliata.
—Che è stato? che è stato?—domandarono la duchessa e altre signore.
—Diana…. con la signora Teodora erano in carrozza oggi su la strada di Chiaia…. Faceano quella passeggiata da alcuni giorni…. Uno dei cavalli attaccati alla carrozza, ha preso la mano al cocchiere, ch'è stato gettato a terra…. e si è subito rialzato; benchè ferito correva a cercar di fermare i cavalli, ma questi si davano a fuga sempre più precipitosa…. Diana…. la signora Teodora, in ispecie, figuratevi…. gridavano come ossesse…. Non osavano buttarsi giù dalla carrozza in quella corsa vertiginosa…. Varii cittadini s'eran provati a fermar la carrozza, ma indarno. A un tratto non si sa di dove, esce fuori un uomo di alta statura, di forme erculee, di fisonomia molto severa: si pianta dinanzi a' cavalli: e, mentre tutti gli urlano:—Vi ucciderete!—li afferra per le due cavezze…. La gente, affollata qua e là, si aspettava una catastrofe, i cavalli si fermano…. L'uomo avea le mani insanguinate…. un filo di sangue gli traversava il volto…. Ma egli si slancia a aprir lo sportello della carrozza: prende in collo Diana, la mette in salvo, si china su di lei e le mormora queste parole: cara figliuola! Diana era come tramortita. A tali parole schiude gli occhi, muove le labbra? da cui esce questo fievole suono: Babbo!
Intanto, altri levavano di carrozza la signora Teodora, che sveniva nelle braccia di tre o quattro…. giovinotti. Tutti hanno applaudito il salvatore; egli avea compiuto un atto eroico; e si vede che l'avea compiuto per impulso d'un grandissimo affetto.
—E come si chiamava questo eroe?—domandò uno degli astanti.
—L'ingegnere Amoretti!—riprese la signora.—Un bellissimo uomo…. sebbene si veda sul suo volto che deve aver molto sofferto…. Io sono arrivata in quel momento nella mia carrozza…. Tornavo dalla mia villa….
Enrica non prese parte alla conversazione: non ebbe neppure il desiderio di domandar notizie di Diana.
Questa era stata accompagnata sino al palazzo del marchese dall'ingegnere Amoretti, che non era altri se non Roberto Jannacone, da tutti creduto morto, come sa il lettore.
L'ingegnere era salito poi sino al primo piano, sostenendo Diana nelle sue braccia. La ragazza dava appena segno di vita: essa era caduta in un abbattimento profondo, cagionatole dallo spavento.
La signora Teodora si era presto riavuta. Volgendosi all'Amoretti, gli disse:
—Ma, signore, voi siete sempre tutto insanguinato!
Egli non rispose: volle adagiar Diana sul letto. Il cuore gli batteva a guardar la camera di lei, a osservare dove ella vivea e tanti oggetti che gli rivelavano molti particolari della esistenza d'un essere a lui sì caro.
Il marchese era fuori di casa.
L'Amoretti si trattenne, pregato anche dalla signora Teodora.
Parlò molto con lei: le facea di continuo domande relative a Diana, con molta circospezione, per non scuoprirsi.
Alla fine salì Marco Alboni.
Subito l'Amoretti lo riconobbe alla voce: egli era Jacopo Scovazzo: l'uomo che avea udito confabulare, tra le rovine, la sera in cui Diana era stata rapita.
—Mi trovo proprio tra i miei amici,—pensava il finto Amoretti—tra coloro che mi hanno rubata la mia figliuola….
E tutto gli consigliava a tacere; dovea padroneggiarsi, aspettar momenti più opportuni. Riconosciuto, tradito, non sarebbe stato chiuso di nuovo nel carcere?
Si alzò per partire, sebbene lì lasciasse il suo cuore.
Diana in quel punto si mosse: stese una mano come se cercasse qualche cosa: poi sollevò adagio adagio il capo. Guardò intorno a sè e vide subito l'Amoretti.
—Ve ne andate, signore?—mormorò.—Mi fa tanto bene il vedervi….Non potete restare?
—Tu vedi, Diana…. il signore è sempre tutto insanguinato e ha bisogno….
L'Amoretti fece segno alla signora Teodora che tacesse.
—Debbo, signorina, recarmi a casa mia….
—Ma…. promettetemi di ritornare….
—Ve lo prometto, signorina…. se il marchese vorrà concedere….
—Concederà, concederà;—ella rispose in fretta con voce languida, e facendo uno sforzo sopra di sè.—Mi promettete di tornare stasera?…
—Promettete…. promettete….—gli bisbigliò la signora Teodora.
Roberto non avrebbe mai voluto staccarsi da quel letto: ma temeva di darsi a conoscere: l'idea che sua figlia lo desiderava, che, fra due o tre ore, avrebbe avuto un pretesto per rivederla, esaltava il suo animo, ricompensava i suoi lunghi martirii.
Da che era uscito di prigione, avea sempre cercato un modo di avvicinarsele: l'avea sempre seguita per tutto, in lontananza.
Non voleva sorprenderla, spaventarla; temeva, sopra tutto, che il primo incontro con esso le riuscisse sgradito.
Il loro incontro, invece, benchè avvenuto in triste congiuntura, era stato tutto soavità. Sembrava fosse stato preparato dalla provvidenza, poichè qual braccio meglio di quello d'un padre avrebbe potuto sostenere una figlia in pericolo?
Roberto avea pur sempre seguitato e vigilato la principessa; ma non avea ardito avvicinarsele, temendo non poter vincere la sua collera.
Volea cominciare da Diana: essa gli avrebbe dato la forza, il coraggio per nuove sofferenze: gli avrebbe trasfuso buone ispirazioni.
Diana si era riconciliata col Venosa, ma, dopo pochi giorni, il loro accordo era di nuovo cessato.
Una mattina Diana, passando per via Toledo, avea veduto ferma la carrozza della principessa, e il Venosa che parlava, sorridente, con lei, appoggiato a una delle portiere.
Egli avea promesso a Diana di sfuggire Enrica; essa lo coglieva in fallo, in brevissimo tempo. La giovinetta fu accorata, tanto più che la principessa, da un pezzo, fingeva non vederla: e incontratasi con lei in varie case, l'avea trattata con palese dispregio, quasi non l'avesse mai conosciuta.
Come poteva il Venosa scherzar in tal modo con una donna che sapeva nemica di lei? E dopo le sue promesse?
Ma Enrica, mutabile, perversa, sapeva che, continuando a tener separati i due giovani, avrebbe cagionato la loro irreparabile infelicità: creatura malefica, sentiva il solito piacere nel distruggere, nel gettar lo sgomento, nel far soffrire intorno a sè.
Il principe, dopo la partenza di Samuele, s'era dato più volte nella camera della principessa.
Avea frugato ne' cassetti de' varii mobili: avea trovato le prove della rovina in cui era il già vistoso patrimonio della moglie: le prove delle sue sciagurate speculazioni, delle enormi sue spese. Da certi contratti, da certe ricevute, da certe lettere, si capiva che ella non possedeva più nulla.
Trovò alcuni biglietti scritti su carta molto greve, con gli orli dorati: contenevano ognuno poche parole sibilline: un linguaggio di convenzione; intelligibile soltanto a chi li scriveva e a chi doveva leggerli. Riconobbe il carattere del Re. Così avea le prove della povertà della principessa e del suo disonore; nè bastava: le sue atroci torture non erano ancora al loro fine.
Gli venne in mano una lettera, scritta grossolanamente, sperduta fra tante carte. Era una lettera di Cristina. Eranvi allusioni, un po' velate, ma facili a intendersi, alla maternità di Enrica: a un uomo, che avea su lei diritti….
Il principe, che avea trovato a caso una chiave, lasciata da Enrica, nella fretta, entro il cassettino di uno stipo, si doleva ora d'avere spinto sì oltre le sue ricerche.
—Come—pensava—questa donna ha potuto accumular tante infamie?… Ero ben più felice quando io ignorava tutto…. Non avrei creduto ciò mai possibile….
La lettera di Cristina non era firmata. A chi ricorrere per aver la spiegazione di un mistero, che già tanto l'affannava?
Ebbe orrore di cercar più oltre.
Forse ciò che gli rimaneva a sapere era ancora più terribile.
La sua testa non vi reggeva più. Chiuse in furia i cassetti e tornò nella sua camera.
A ora inoltrata nella notte, il principe sentì che sua moglie tornava a casa.
Udì il rumore della carrozza, le porte sbattute, gli ordini ch'ella impartiva ai servi ad alta voce.
Egli ascoltò un poco: poi rimase di nuovo assorto ne' suoi pensieri, tristissimi, tormentosi pensieri.
Qual sarebbe stata la sua condotta per l'avvenire? Com'egli avrebbe trattato la moglie? In che modo l'avrebbe castigata? Quando lo avrebbe parlato di ciò ch'era riuscito a scuoprire?
Il principe sì leggero, sì lieto per natura, di umore sì vivace, rifletteva alla parte di giudice che gli spettava, con una calma, una serietà, una pacatezza, una misura indescrivibili.
Le sue risoluzioni erano spaventose.
Enrica si facea servire da cena: mangiava con l'appetito robusto, che è noto al lettore, e che forse egli le invidia; si lasciava versare spesso un vecchioAllmanshausere un altro vino: essa era grave, come sempre, quando sedeva alla sua tavola.
Mangiava sola, di frequente; cioè non era mai sola, il suo appetito le teneva buona compagnia. Domandò del principe; seppe che era nelle sue stanze; non ebbe alcun desiderio di farlo chiamare.
—Il principe non è uscito stasera,—le disse uno de' servitori, che vegliavano su la sua cena,—non ha pranzato, benchè sia tornato di buon'ora….
Ciò indicava che il marito di lei si dovea sentire assai male, aver qualche disturbo; ma Enrica non avea prestato molta attenzione a quelle parole, si era distratta in altri pensieri.
La mattina dopo, essa ricevette Cristina.
Cristina venne a ripeterle il caso occorso a Diana: ciò che, insomma, avea già saputo in casa della duchessa; vi aggiungeva, vero o no, un particolare che per Enrica avea il massimo peso: le raccontava che erano state vedute dinanzi alla porta del palazzo del marchese le livree di Corte.
Il Re avea, dunque, mandato a sentir le notizie della ragazza; e con molta pompa. Potea ella patire uno sfregio maggiore?
Cristina non sapea quel che faceva: ma attizzava Enrica all'odio contro Diana.
Essa, come il Weill-Myot, era il cattivo genio di quella donna voluttuosa, collerica, in tutto eccessiva; e si appagava di consigliarla sempre al peggio; come il Weill-Myot anch'essa aspettava di assistere ormai fra poco ad una catastrofe.
La principessa arse di sdegno alle parole di Cristina.
—Bisogna—ella disse—trovar modo di perdere quella ragazza… un tranello….
I suoi occhi schizzavano fuoco, le labbra le schiumavano, era livida, come Cristina l'avea già veduta, quando preparava le insidie che dovean condur Roberto alla rovina.
—Trattatela come trattaste Roberto, per esempio!—continuava l'antica serva di Enrica, insinuando il suo veleno viperino.—Voi siete abituata a distruggere chi v'è d'ostacolo….
—Oh, se l'avessi qui…—mormorò Enrica, e digrignava i denti.
—E che le fareste?
—Vorrei soffocarla con le mie mani!… E dire che io l'ho curata in queste stanze, che essa un giorno vi fu presa da un male passeggero, dire che cotesta ragazza fingea di adorarmi…. Perversa… scellerata… corrottissima creatura! E dire che io pure le ho voluto bene: ma ora… ti assicuro… tutto è finito… non più… non più… essa, non ha nemica peggiore di me….
—Anche a Roberto gli avevate voluto molto bene…—aggiunse la megera.
—Oh, sul conto suo, respiro…. Mi ha sbarazzato di sè… quel mostro. Pensava di certo a vendicarsi: avea tentato fuggire dalla prigione… fu ucciso dallo sentinelle… lo sai.
—Mi ha rammentato la sua storia,—riprese Cristina sul cui volto avresti letto l'espressione sinistra d'un maligno, infernale trionfo,—un prigioniero che è stato suo compagno, o che mi ha fatto diverse visite… l'ingegnere Amoretti….
La principessa rabbrividì.
—Come hai detto?…
—Ingegnere Amoretti….
—Ho udito pronunziar questo nome…. Ah, è l'uomo che ha salvato ieriDiana a Chiaia…. Tu lo conosci?
—Sì, ed egli desidera di parlarvi… È stato molti anni vicino alla cella di Roberto… È un artista; fu condannato come sospetto in una congiura….
—Vuol parlarmi?…
Cristina era presso a una delle finestre del salotto.
—Ecco, guardate che combinazione…. L'ingegnere passa ora di qui….
La principessa si avvicinò alla finestra. Scorse un uomo che guardava in alto.
—Lo vedo sempre costui,—disse tra sè,—si direbbe che voglia spiarmi!…
Intanto l'ingegnere Amoretti si allontanava.
—È un brav'uomo,—rispose Cristina, che ponderava ogni sua frase.—Ha un vivissimo desiderio di parlarvi…. Ma non ha mai osato presentarsi a voi…. Egli si trovava nella prigione la sera in cui… l'altro fu ucciso.
—Bisogna che gli parli!—disse Enrica.
Cristina, che voleva condurla proprio a tal punto, le suggeriva:
—Potreste incontrarlo in casa mia….
E così rimaser d'accordo.
L'ingegnere Amoretti era tornato la sera innanzi al letto di Diana: essa stava meglio, e mostrò molta contentezza nel rivederlo.
La signora Teodora li lasciò soli: riceveva in quella sera due signore sue amiche, della stessa sua età, che seguivano lo stesso tenore di vita. Venivano da lei in quella sera per una combinazione fortunata: almeno essa la credeva tale.
La signora Teodora fu lieta dell'arrivo dell'ingegnere Amoretti. Essa poteva dedicarsi tutta alle sue amiche.
—Vi lasciano sola?—domandò l'Amoretti a Diana, e i suoi sguardi di fuoco le ricercavano il profondo dell'animo.
—Mio padre è stato qui… pochi momenti… ha dovuto poi uscir subito…. Alcuni signori e signore, venuti qui per veder il nostro paese, e a cui egli fa da due giorni gli onori di Napoli, l'hanno oggi invitato a pranzo….
—Ma egli non può esser vostro padre,—affermò l'Amoretti con tuono di voce molto severo.
—Che dite?—esclamò Diana.
—Un padre sarebbe accanto alla figlia che soffre…. non potrebbe staccarsene, come faccio io…. Egli è stato qui soltanto pochi minuti….
—Mio padre avrebbe voluto vedervi per ringraziarvi….
—È una fortuna per lui e per me, che non ci siamo veduti… Cara,—e l'Amoretti baciava le mani di Diana, e la sua voce era divenuta la più soave e la più affettuosa,—già che Dio ha voluto che potessimo aver soli un colloquio non breve…. profittiamone…. Lascia ch'io ti parli con espansione: ti parli con la familiarità gentile, con cui s'indirizzano l'uno all'altro coloro che si amano, che sentono forti i vincoli del sangue, e hanno comune la tenerezza degli affetti…. Dimmi, ami tu davvero come un padre il marchese? S'egli ti pone la mano su la fronte, se ti carezza, se ti consiglia, se ti circonda di premure, senti tu quella consolazione ineffabile, quel conforto supremo, quella felicità, che i figli buoni provano sempre nell'affezione di coloro da cui ebber la vita?… Ti ha mai parlato il marchese di tua madre?…. Ti ha mai bagnato la fronte delle sue lacrime?
Due grosse lacrime rigavano le guancie dell'ingegnere Amoretti.
—Chi siete voi?—domandò Diana, che non potea torcere i suoi sguardi da quelli di Roberto.—Nessuno mi ha mai parlato in tal modo…. Non ho mai sentito dinanzi a mio padre ciò ch'io sento innanzi a voi…. La vostra voce mi scende al cuore; mi sembra ch'io abbia trovato quello che ho cercato, desiderato sempre indarno nella mia vita: un vero padre….
Roberto le stringeva una mano e l'accostava di tratto in tratto alla sua fronte.
—Ma ti ho detto che il marchese non è tuo padre….
Diana stette un poco pensosa: non sapea se dovea fidarsi in tutto dell'uomo a cui parlava per la prima volta. Egli le aveva, poco innanzi, salvata la vita: le parlava con tanta affezione: la sua fisonomia esprimeva tanta sincerità, tanta bontà, vi si leggeva la traccia di sì grandi sofferenze!
Poi si sentiva attirata da una forza misteriosa verso di lui: le sembrava che fra le loro anime fosse stata un'antica rispondenza, rivelatasi a un tratto.
—Vi dirò….—essa rispose, piangente,—io stessa ho più volte pensato ch'egli non fosse mio padre. O egli non è mai riuscito a ispirarmi, o io non sono mai riuscita a provar per lui alcuna tenerezza…. Mi rimproveravo, ne' primi anni, d'essere una figlia ingrata, sleale: mi tormentava un vivo rimorso….
—Era la voce della natura, che non parlava nel tuo cuore, fanciulla…. L'amore di un padre soltanto ti avrebbe potuto svegliare certi sentimenti…. Tu, da piccina, appena venuta al mondo, fosti rubata….
—Che dite?
—La verità; e spero mostrartene i documenti….
—Dunque, io sono senza padre?… Mio padre mi ha abbandonata?
—No; tuo padre è stato chiuso per anni in una prigione.
—Colpevole?
—Ah…. Innocente!…
—Che mai mi raccontate?
—Non credi tu che un uomo buono, amante possa esser sopraffatto da una calunnia? Non sai tu, nella tua inesperienza, che vi sono circostanze nelle quali un uomo può sacrificare anche il suo onore alla sua delicatezza?… Tuo padre ha passato metà della sua vita in prigione, calunniato da una donna…. In prigione egli ha appreso che tu eri nata e caduta nelle mani di esseri perversi…. Ma puoi tu immaginare le lunghe, crudeli torture ch'egli ha sofferto?… Puoi tu pensare che quest'uomo, entrato nella prigione giovane, nel fiore degli anni, n'è uscito con tutti i segni di una grande vecchiezza…. Oh, vi sono patimenti, che logorano le fibre più robuste….
—E la donna che aveva accusato mio padre, è viva?
—Vive, ed egli vuol vendicarsene: solo per amor tuo ha differita la vendetta.
—Ma chi siete voi, che conoscete sì bene mio padre, e ne sapete i più segreti intendimenti?
Grosse e calde lacrime cadevano dagli occhi di Roberto su la mano della figliuola, ch'egli continuava a stringere febbrilmente.
—Hai tu,—egli riprese più pacato,—udito mai raccontare che un uomo, senza colpa, possa essere ingiustamente condannato; anche da giudici in buona fede, e possa soffrire, senza riparo, per anni ed anni, sino a che vive?
—Sì… sì… anzi vi dirò che ho udito parlare d'uno… un giovane… il quale molti credevano innocente e pel quale io stessa m'ero tanto appassionata che avevo promesso di far di tutto affine di scoprire la sua innocenza…. Ma egli è morto… è stato ucciso, mentre tentava fuggire dalla sua prigione.
—E ti rammenti il suo nome?…
—Oh, l'ho tante volte pronunziato…. Roberto….
L'uomo che le stava dinanzi mandò fuori un singhiozzo….
—Jannacone!—essa continuava.—Sventurato! ma qual delitto ha commesso la società, s'egli era davvero innocente?… Parlatemi però di mio padre….—ordinò la fanciulla con tuono imperioso….—Lo rivedrò io? quando? In questa casa, vedete, tutto mi fa paura…. è tanto che desidero uscirne…. Credevo acquistare la mia libertà, sposando un giovane che amavo…. Egli mi ha tradito: una donna perfida l'ha sviato da me….
—Questo giovane era il signor Adolfo Venosa, non è vero?
Roberto avea sempre vigilato da mesi su tutto ciò che Diana faceva: avea spiato chi essa riceveva: avea cercato su lei le più ragguagliate notizie.
—Chi siete voi? Il diavolo?—ripigliò Diana,—sapete tutto….
—No; vi voglio bene… perchè avea ricevuto da vostro padre l'incarico di amarvi, di vegliare su voi: di surrogarlo al vostro fianco… se mai ne aveste bisogno….
Le avea parlato in tuono più cerimonioso, e s'accorse che Diana era pronta a muovergli una domanda.
—Dimmi, prima di tutto,—egli aggiunse più affettuoso,—qual'è la donna tua rivale?
—La conoscerete di certo… e a voi lo confido… siete il primo a cui lo confido…. È la principessa Gorreso!
L'uomo si mise le mani ne' capelli: il suo volto contraffatto ebbe una tale espressione che Diana ne provò raccapriccio.
—M'incutete paura!—ella esclamò, e si volse da un'altra parte come se non potesse più a lungo comportare di guardarlo.
Ma subito Diana l'udì che piangeva a dirotto: e girò di nuovo gli occhi verso di lui.
Tutta la sua persona tremava: quell'uomo di struttura sì forte pareva più che mai ricurvato sopra di sè.
—Soffrite?
—Soffro che vi possa esser al mondo gente capace di far tanto male, pel loro piacere, per dissolutezza… Soffro nel veder com'una fanciulla inesperta può trovarsi circondata da' più grandi pericoli, dalle insidie più atroci. Ohimè, il mondo è ben tristo! Guai a' cuori, che si unirono di belle illusioni, che si aprono alla fiducia….
Vi fu una breve pausa.
—Non mi parlerete, dunque, di mio padre?—disse Diana, dopo essere stata immersa in meditazioni, appunto per aspettare che il suo salvatore si fosse un po' rimesso.
Roberto volle tentare un gran colpo.
Voleva mettere a prova l'amore della sua figliuola. L'esaltato affetto paterno lo rendeva spietato. Voleva innanzi di appalesare a sua figlia ch'egli era il prigioniero, per cui essa avea palpitato, innanzi di scuoprirle tutta l'ignominia, che avea dovuto subire, chiarirsi qual fosse l'animo di lei.
—È vivo mio padre?… ditemi il vero… saprò sopportarlo… qualunque esso sia….
—No,—rispose subito Roberto, che si sentiva l'animo dilaniato,—vostro padre non vive… egli era quell'infelice, morto nel fuggire dalla prigione….
—Ah, povero babbo!—disse Diana: e rimase seduta sul letto, gli occhi immoti, le labbra strette l'una all'altra, e stendendo le braccia innanzi a sè, come se cercasse indicar il cammino che avea dovuto seguire l'anima di suo padre,—sia benedetta la sua santa memoria… padre mio: ti avrei tanto amato!
Ed era sul punto di svenire.
Ma Roberto già le avea preso la bella testolina fra le braccia, già la inondava delle sue lacrime, e le ripeteva:
—Figlia mia, figlia mia! cara Diana…. Sono io tuo padre… sono io l'infelice Roberto Jannacone!
Stavano così abbracciati l'un l'altra e singhiozzavano insieme, allorchè a Roberto sembrò udir rumore dietro un paravento, e gli sembrò pure che il paravento si movesse. Subito gli venne l'idea di un'insidia, di un pericolo che minacciasse Diana. Vide muoversi il braccio d'un uomo, che cercava sostener il paravento.
Roberto corse là, atterrito, deliberato a sostenere una lotta.
Scostò il paravento e riconobbe Marco Alboni, che lì rannicchiato era stato a udire tutti i loro discorsi. Così credeva. Ma l'Alboni era arrivato in quel punto, entrando dall'abbigliatoio di Diana, per una porticina rispondente su un largo andito: porticina, a caso lasciata aperta.
—Oh, Jacopo Scovazzo!—disse Roberto che, per anni e anni, avea tenuto fitto in mente quel nome. E l'afferrò per il collo.
Marco Alboni smarrì subito tutta la sua baldanza, la sua intrepidezza.
Egli non si rammentava di aver mai veduto per l'innanzi la persona che gli parlava. Com'egli conosceva il suo passato?
Un uomo, amico di Diana, in casa del marchese, e in possesso del suo terribile segreto? Quanti guai da ciò gli potevano nascere! Andava a rischio di veder cadere tutto l'edificio da lui, nel corso di anni, architettato con tanta astuzia.
—Sarei venuto a cercarti!…—disse Roberto con aspra ironia.—Tu mi hai voluto risparmiare la fatica!… Ho bisogno di te!…
Intanto Roberto avea rialzato con una mano il paravento e l'avea drizzato tra essi e Diana.
—Io non ti farò alcuna violenza…. Spero,—soggiunseRoberto,—ottener da te con le buone quel che desidero….
—Parlate….
—Tu—proseguì sommesso Roberto—hai una lettera del dottor Krag, una lettera che hai sempre serbata e che prova—qui Roberto alzò un po' la voce—che l'unica figliuola del marchese è morta, appena fu partorita, ed è morta insieme con sua madre…. Costui è l'uomo, Diana, che ti ha rubato piccina, mentre ti portavano a balia, mentre tuo padre era lontano e ignorava….
Fu preso da un nuovo sussulto di pianto.
—Oh, avevo ben ragione di guardarmi sempre attorno con paura, di sentirmi qui in un continuo spavento!…—disse Diana.
—Dammi quella lettera, Jacopo Scovazzo…. antico grassatore…. condannato a Ancona e che sfuggisti a una parte della tua pena….
—Tacete, tacete…. signor ingegnere!—implorava Marco Alboni, convinto di parlare con l'Amoretti; e timoroso di gravi danni.
Oramai ricco, poichè avea appropriato a sè da anni il meglio di ciò che avrebbe potuto spendere o risparmiare il marchese, stimato, egli vedea tutto a repentaglio, se l'Amoretti parlava.
—Tanto peggio per il marchese,—pensò in tali istanti Marco con quella prontezza ad abbandonare, per maggior utile proprio, il complice da cui fu più aiutato e beneficato, prontezza che arriva sempre a scompigliare le più inveterate e strette unioni tra furfanti.
—Non alzate la voce…. non fate alcun rumore…. vi darò la lettera….
—Ma ti accompagnerò io…. non voglio lasciarti solo….—disseRoberto.
Andarono pel lungo corridoio, scesero le scale, entrarono in una stanza bassa: la camera di Marco.
Per tutto Roberto vide immagini di santi: libri di devozione: sui mobili, gettati qua e là, e bene in vista, alcuni inviti sacri.
Marco aprì uno scrigno di ferro che era nel muro e che Roberto vide nell'interno tutto luccicante di oro, poichè le grosse monete vi erano a mucchi: e da un segretissimo ripostiglio il briccone, che non poteva far altrimenti, cavò la lettera del dottor Krag.
Roberto lesse la lettera, che era scritta in un italiano assai goffo, ma molto intelligibile; apprese più di quel che voleva: e risalendo verso la camera di Diana lasciò libero Marco.
In un pianerottolo, a mezza scala, Roberto s'abbatteva nel marchese di Trapani. Era tornato a casa da pochi istanti, e usciva da una porta interna per recarsi a domandar notizie di Diana.
Il marchese si fermò a guardare lo sconosciuto.
—Io sono—disse Roberto con molto sangue freddo—l'ingegnereAmoretti….
—Il salvatore di mia figlia….
—Di vostra figlia….—aggiunse il finto Amorelli con molta enfasi.
Al marchese facea già una certa impressione sgradevole veder quell'uomo andar sì liberamente per la sua casa.
—Ho lasciato ora la fanciulla,—seguitò a dir l'Amoretti.
—Ma spero che la signora Teodora sarà in sua compagnia….
Intanto il marchese spinse una porta per entrare negli appartamenti riservati a Diana o alla signora Teodora….
Udì un grande scroscio di risa. Era la signora Teodora che si divertiva con lo sue amiche.
L'ingegnere Amoretti indicò cortesemente al marchese la direzione della camera di Diana: e volle ad ogni costo ch'egli passasse il primo.
Poi richiuse subito la porta principale e andò a richiudere la porticina dietro al paravento, con non leggera sorpresa del marchese.
Che cosa si dicessero tra loro il marchese e Roberto non sappiamo.
Rimasero sino al mattino a vegliar Diana, che ogni tanto rivolgeva, or all'uno or all'altro, una parola, ma le cui tenerezze eran tutte per Roberto. Il marchese non si divertì molto, di sicuro, in quella notte.
La mattina Diana, perfettamente ristabilita, se ne tornava accompagnata da Roberto e dal marchese nel convento ov'era stata educata.
Roberto raccomandò caldamente a Diana che lo facesse avvisato d'ogni pericolo, e stesse sempre in su le intese: badasse fino alle compagne con cui parlava. Egli, poi, sarebbe venuto a visitarla ogni giorno.
Quella mattina stessa partivano da Napoli il marchese, la signora Teodora, Marco Alboni, e se ne andavano nella villa ove Marco, tanti anni prima, avea portato Diana, nata da pochi giorni.
Enrica non vedeva più il principe da circa una settimana.
Suo marito la schivava, poichè non avea ancora potuto risolvere qual contegno doveva seguire verso di essa.
Era pur martoriato da un'altra idea: far cessare le calunnie, tanto divulgate, sopra di lui. Chiese subito le sue dimissioni da ambasciatore: e cercò che un tal atto fosse propalato.
La pubblica voce ne portò notizia alla principessa, che fu colpita di questa subita determinazione, e, più, ch'egli l'avesse presa senza fargliene motto.
Ma un'altra cosa gli stava sul cuore: punire l'insolenza di alcuni fra i suoi amici: metter termine alle mormorazioni degli oziosi: uscire da quel riserbo, che vedea nuocere alla sua dignità di gentiluomo.
La principessa continuava a far impazzire il Venosa. Egli era stato veduto una mattina passeggiare a piedi con lei le strade più frequentate di Napoli, accompagnarla ne' magazzini: gli era stato visto all'occhiello uno de' fiori ch'essa portava in petto.
Due giorni dopo, in una sala del Circolo più aristocratico di Napoli, ove abbiam già condotto il lettore, scherzavano su queste frivolezze il d'Antella, il duca della Pandura, il Latania ed altri. In mezzo ad essi era Adolfo Venosa, bersaglio ai loro motteggi.
—Puoi pigliar un numero,—diceva il Latania,—chiamarti Adolfo decimo…. almeno, poichè succedi ad un re.
—Anche duodecimo…. forse!—borbottò, battendo gli occhi maliziosamente, il vecchio duca della Pandura.
—Il principe Gorreso ha servito il suo paese, e la moglie più di lui!—replicò un giovane signore, notissimo maligno.—Certo il principe è arrivato a un posto cui non si arriva agevolmente, ma la moglie gli ha risparmiato molta fatica, ha fatto lei metà del lavoro….
—Sebbene non le sien mancati i collaboratori!—aggiunse un altro.
—Si è data a tempo un gran movimento!
—Circe cambiava gli uomini in bestie…. essa li converte in ambasciatori.
—Qualche volta è la medesima cosa…..
—Si è data a molti?
—No, si è lasciata prendere….
—Ma il nostro Venosa vuol anch'egli destinarsi alla carriera diplomatica?
—Intanto, entra supplente…. il titolare c'è!
—Povero Gorreso!—esclamò il D'Antella.
Il principe in quell'istante arrivava nel corridoio e udì pronunziare fra le risa il suo nome.
—Fortunato, Venosa: egli è ora l'amante felice della principessa Enrica: una bella donna, Venosa, puoi vantartene…. e il marito partirà presto, lasciando la sede vacante….
—Credo che Gorreso sia stato, anche senza imporgli l'obbligo di partire, un marito sempre troppo buono….
Nessuno sapeva della vita intima fra il principe e la moglie; nessuno immaginava quanto egli fosse stato severo, spietato anzi, specialmente un tempo, verso di lei. Ma poteva egli prevedere, o immaginare certe infamie, di cui nessuno lo voleva avvertire? I suoi amici stessi non gli celavano a tutto potere ciò di cui lo proverbiavano amaramente, crudelmente quando si trovavano insieme, lontani da lui?
Il Venosa aveva detto le sue parole, senz'alcun intendimento ingiurioso, anzi volendo scusare il principe, senza troppo appassionarsi, ma tutti ridevano: e anch'egli fece coro.
Il principe avea udito benissimo e avea notato la voce del Venosa.
Entrò, mentre sghignazzavano: erano almeno una quindicina.
Andò diritto verso il Venosa, che guardava, insieme con gli altri, la tetra fisonomia del principe ed era rimasto un po' scosso dal suo improvviso arrivo.
—Voi siete un vile, signore!—disse il principe al Venosa con molta calma.—E vili tutti coloro…. e fra essi alcuni, che si mostrarono sin ad oggi tra i miei amici migliori….—posava gli occhi sul D'Antella, sul duca della Pandura, su altri,—i quali mi calunniano, mi colpiscono, nell'oscurità, alle spalle, mi fanno una reputazione d'infamia…. E non c'è uno tra voi,—continuò il principe con molta veemenza,—che m'abbia mai difeso! Vili, vili, vili!… Vilissimi anzi!… E siete voi la buona società, come vi chiamate: e avete scrupolo di ammettere in queste sale un onesto negoziante, un uomo glorioso per gli studi, o per l'ingegno, perchè avete paura di derogare, di venir meno a voi stessi, ricevendo nella vostra compagnia un semplice galantuomo. Ridicoli, grotteschi, che non comprendete come sia vicino un tempo in cui saranno calpestati, annientati tutti i vostri pregiudizi…. Qui, dove si riunisce labuona società,—sottolineava con sdegno le sue parole,—si condanna un uomo, o, meglio, si assassina, senza concedergli il diritto della più piccola difesa…. Che ragioni v'ho io dato per sospettare di me?… Tu, Latania,—il piccolo principe divenne pallidissimo,—uomo dissoluto, disonorato, senza dignità, parassita infetto, che vivi alle spese de' tuoi amici, fosti sempre de' più accaniti, lo so, nel vituperarmi…. Non ti posso chieder ragione: ti farei troppo onore inalzando un aristocratico mariuolo, par tuo, sino a me…. Il nome di principe ti starebbe meglio, con qualche giunta; se ti si chiamasse principe dei bari e degli sfrontati…. Tutti questi signori sanno chi tu sei e te lo dissimulano: ti tollerano…. non sanno il perchè…. per un'antica abitudine; un giorno ti allontaneranno da sè col piede, come si fa quando si incontra una cosa immonda…. Non impallidire di più: non hai nulla a temere da me.
E, voltosi al duca della Pandura, senza acquietarsi un istante:
—Voi,—-gli disse,—presidente del Circolo, non avete il dovere di tutelar l'onore de' soci? Che avete fatto per me? non avete prestato un orecchio compiacente alle più nefande calunnie? E che dovranno far gli uomini…. che voi dite grossolani… se i gentiluomini, di cui avete fatto sì meritamente una categoria a parte dal resto del genere umano…. si comportano così? Di dov'è nato quest'odio contro di me?
Alto della persona, tanto che soprastava a tutti con la testa, bello, di modi graziosi e veramente signorili, di una voce tonante, quando scoteva la sua languidezza, egli produceva in quanti gli stavano attorno il massimo effetto.
Già avea riacquistato tutte le simpatie.
Dopo l'atroce insulto che avea indirizzato, il Venosa lo guardava impavido, sereno.
—Voi siete giovane,—gli disse il principe con calma terribile,—siete valoroso; mi insultavate nel punto in cui sono entrato; mi renderete subito ragione….
—Due amici….—interruppe il duca.
—Ed egli è anche amico di mia moglie!—ribattè il principe con fiera ironia.
—Signore,—rispose con voce ferma, e mentre il suo cuore non dava neppur un palpito, il Venosa,—io sono agli ordini vostri!
Il principe tornò a casa e trovò un biglietto di visita su cui era scritto:Ingegnere Amoretti.
Egli ne aveva udito parlare come del salvatore di Diana. Quest'uomo coraggioso, pensò, vorrà essere mio padrino! Ma a che dovea egli attribuir l'onore d'una sua visita?
Non appena il principe Gorreso, tornato nel suo palazzo, ebbe ricevuto il biglietto da visita dell'Amoretti, un servitore venne ad annunziargli che una donna, la quale soleva essere spesso ricevuta dalla principessa, domandava di parlargli.
—Chi è questa donna?—domandò il principe distratto.
—È una antica serva della principessa: Cristina Braco.
Il principe impallidì. Si rammentava della lettera, che aveva letto la sera in cui era andato a frugare tra i gioielli di sua moglie. Quella donna gli avrebbe potuto dar molti schiarimenti. Fece un gesto d'impazienza, come se il ricever Cristina l'annoiasse, mentre egli ardeva di parlarle.
A tali espedienti si vedea giunto per cercar di salvare il suo onore; per aver tutte le prove di cui, nella integra sua coscienza, sentiva il bisogno, prima d'infliggere alla moglie il castigo, ch'essa avea meritato.
Cristina entrò tutta umile, strisciante, rasentando le mura, quasi avesse onta di avvicinarsi a un sì gran personaggio.
Il principe in piedi, e senza dir a lei che sedesse, le domandò freddamente:
—Che desiderate?…
—Desidero rendere un servizio a Vostra Eccellenza!
—Parlate.
Cristina avea avuto una delle solite idee, a lei ispirate dalla cupidità. Volea, senza badar a tradire la principessa, vender al marito il segreto, per custodir il quale già avea ricevuto tanto denaro dalla moglie. Era un bel segreto, e bisognava farselo pagar caro!
—Prima di parlare, debbo cominciar a esporre a V. E. lo stato penoso in cui mi trovo…. Ho bisogno di un aiuto, che non può darmi, se non un signore ricco e generoso, come….
—Basta, basta!—interruppe il principe,—Voi volete, insomma, vendermi una rivelazione….
—Non ho detto questo….
—Io l'indovino….
—E bene, V. E. ha indovinato con giustezza!—esclamò Cristina, a cui tornava il suo consueto ardimento, ma teneva gli occhi bassi e simulava.
—Che cosa chiedete?
—Questa piccola somma, ch'io devo.
E Cristina mise sotto gli occhi del principe l'obbligazione a pagare una grossa somma a Emilio, il guardacaccia: obbligazione, che aveano simulata fra loro.
—Di questa obbligazione ve ne sono due copie: una l'ha il mio creditore….
—Andate, andate,—disse il principe, sono già sdegnato di ascoltarvi,—io non voglio subire un tale ricatto….
—Ma io vi provo, Eccellenza, che vostra moglie la principessa Enrica ha avuto un marito prima di voi…. un marito, che essa ha sposato con tutte le formalità volute dalla Chiesa….
—Stupide menzogne!—disse il principe, che voleva irritarla per pungerla a parlare.
—Può darsi ch'io sia stupida e menzognera, Eccellenza…. ma ho i documenti, e i documenti autentici di quello che asserisco…. L'atto di matrimonio, scritto e registrato dal parroco di Mondrone….
—Non credo alle vostre affermazioni….
—Ed ho anche un altro documento…. L'atto di nascita della bambina….
—E questa bambina?…—sfuggì detto al principe, come se credesse a ciò che Cristina asseriva.
—Morì quasi appena nata…. mentre era condotta da una balia….
—E dove sono i documenti?…
—Oh, non li ho certo con me, Eccellenza…. S'invecchia e s'impara il viver del mondo. Io non mi fido di alcuno, neppure d'un gentiluomo come voi…. Quei documenti vi saranno restituiti, se degnate soccorrere una povera donna…. infelice, quando verrete a prenderli…. in casa mia…. e mi porterete la somma, che m'è necessaria per non trovarmi a mal partito.
—E, se io non so che farmi de' vostri documenti?—rispondeva il principe, che non si commoveva alle ingiurie di Cristina, poichè l'occupavano ben altri pensieri.
—Se voi non sapete che farne, io li porterò ad altri…. troverò chi può annetter loro qualche prezzo.
—Miserabile!—esclamò il principe,—e voi avete servito mia moglie, e chi sa quanto essa vi ha beneficata?
—Non abbastanza, Eccellenza, poichè mi trovo in grande bisogno…. La principessa, anzi, mi scacciò, dopo un lungo servizio, quando credette io non le potessi esser più utile…. È forse questa la mia vendetta.
Il principe rifletteva.
—Io—continuò Cristina, mentre lo vedeva torturato dalle sue meditazioni—non intendo vender a V. E. un segreto: intendo darle occasione di far un'opera di carità…. V. E. non ha molti amici nel mondo…. tutti la scherniscono, nessuno le parla il vero…. Ci sarebbe ben altro da dire.
—E che altro?—chiese il principe in un momento di suprema angoscia.
—V. E. è stato non solo disonorato, ma reso ridicolo dalla principessa…. Tutta Napoli sa che la principessa di Gorreso è la favorita del Re: e il popolo crede che V. E. abbia uno stipendio come ambasciatore, altre larghezze in compenso….
Il principe non avea mai compreso come allora l'atroce strazio, che si dovea far del suo nome, e di quante infamie lo avessero sopraccaricato.
La sua reputazione era in balìa della gente ignobile, che è lieta d'insozzare tutto quello che, per un certo tempo, le ha ispirato rispetto: il rispetto per certe superiorità sociali e certe virtù è ad alcuni animi bassi il massimo tormento: è un giogo, a scuoter il quale è lor buono ogni pretesto.
Ma il principe, dopo alcuni istanti di silenzio, durante i quali Cristina s'era occupata a ravviar le pieghe del suo abito, sedette e fece cenno alla donna che sedesse innanzi a lui. Egli avea ripreso il suo sangue freddo; voleva ormai assumere la sua parte di giudice; giudice, non crudele ma inesorabile.
—Voi volete un soccorso?—disse a Cristina.—Siete povera, secondo affermate. Vi soccorrerò. Non intendo pagarvi un segreto: non voglio crediate che io vi abbia negato quella piccola somma…. come voi la chiamate…. per sordidezza…. Rispondetemi….
—Dirò a V. E. tutta la verità.
—Chi fu il primo marito di mia moglie?
—Sarei grata a V. E. se volesse darmi subito, almeno un terzo di quella somma…. debbo provvedere a bisogni urgenti….
Il principe aprì un cassetto: le gettò dinanzi una certa quantità di denaro.
—Dunque?—riprese.
—Il primo marito di vostra moglie fu Roberto Jannacone.
—Colui che fu condannato per l'assassinio del conte di Squirace?
—Appunto.
—Ma egli è morto, come è morta la figlia nata dal loro matrimonio!…
Il principe sembrò provasse un gran sollievo.
—E allora,—riprese,—verrò io stesso a cercar in casa vostra que' documenti.
—Aspetterò…. oggi stesso,—ripeteva Cristina.—Ma—ella aggiunse con molta malignità—mi ha lasciato parlar ben poco…. Le persone come Vostra Eccellenza hanno subito un certo modo di capire!…—Pareva che Cristina non sapesse trovar il verso d'andarsene. Camminava a piccoli passi verso la porta, e avresti detto che tornasse indietro anzi che avviarsi per uscire.—È—disse a un tratto senza voltarsi—in un grande errore, errore che le può cagionare molti pericoli…. C'è in Napoli una persona, in cui può incontrarsi da un istante all'altro, che può venir qui…. in questo palazzo…. e dalla quale è esposta ad avere le più sgradevoli sorprese….—E si avvicinava più frettolosa alla porta.
—Che intrigo è cotesto?—domandò il principe.
Cristina tornò indietro di scatto. Avea già adocchiato su la tavola un bell'anello. Lo prese in mano, e disse:
—Non potrebbe donarmi questo piccolo oggetto?… In cambio, le farei una rivelazione più preziosa, di quella che ho fatto sin ad ora…. Sin la vita sua in questo momento è gravemente minacciata….
Il principe pensò a tutt'altro che a ciò a cui Cristina mirava. Immaginò, nella commovibilità d'animo, di cui soffriva in quel punto, un pericolo molto immediato, e che gli venisse da persona a lui vicina. Cristina vedeva quanto egli era turbato. Si era intanto messa in tasca l'anello.
—Fuori la vostra rivelazione!—esclamava il principe.
Un sudore freddo inumidiva le sue tempie.
—Eccellenza,—replicò Cristina in tuono drammatico,—il primo marito di vostra moglie…. è vivo.
—Roberto Jannacone?
—Sì.
—E dove si trova?
—Difficile il trovarlo…. Ma credo verrà presto da voi!…
Cristina adocchiava il biglietto di visita, che era su la tavola.
—Vedete l'interesse di far sparire i documenti ch'io conservo….
—Ma non è stato egli ucciso a colpi di fucile, mentre tentava fuggir dall'ergastolo?
—Tutti credono egli sia stato ucciso….
—Fosse pur vivo, non è egli condannato a una pena, che non può cessare, se non con la sua morte?… Lo denunzieremo…. sarà arrestato.
—Oh, no, V. E. non lo denunzierà; egli potrebbe chiedere una revisione del suo processo, mostrare i documenti, ch'io posso rendergli, o cedergli magari in ventiquattr'ore…. se voi non li acquistate…. Vostra moglie lo ha calunniato, per sbarazzarsi d'un uomo, che era d'ostacolo alla sua ambizione…. Nei giorni d'ebbrezza in cui l'avete sposata, ella forse paragonava, nel suo segreto, i vostri abbracci a quelli dell'uomo che, per essere stato strumento de' suoi piaceri, ella avea condannato a espiare sì atroci torture…. Voi siete tanto umano, tanto cavalleresco, che non denunzierete mai un uomo, vittima già di sì profonda ingiustizia…. e che ha già per un tempo sì lungo sofferto, senz'altra colpa che quella di aver pazzamente amato una donna bellissima e sleale. Egli ha taciuto per salvar l'onore di vostra moglie; si è immolato perchè essa potesse diventar vostra sposa…. Vedete quanto una tal donna è corrotta….
—E chi vi dà il diritto di giudicarla? Voi siete, tutt'al più, degna di lei, una creatura senza pudore, senza cuore, ingolfata ne' vizi più immondi, infame…. Siete anzi peggiore di lei, poichè vi manca l'educazione….—Il principe s'interruppe; avea capito che l'educazione rendeva sempre più gravi i falli, i delitti di sua moglie: ella dovea aver più forte la percezione del bene: il suo traviamento era meno scusabile.—Dunque, ho bisogno di sapere dove è quest'uomo; come può trovarsi….
—Avevo detto a V. E. che la mia visita le sarebbe stata utile….
—Ditemi….
—Costui è in Napoli con finto nome….—E Cristina allungava le sue dita ossute, che parevano artigli, verso il biglietto di visita.
—Sotto qual nome?—insisteva il principe.
—Eccolo!—e Cristina pose il biglietto sotto gli occhi del principe.
—Roberto Jannacone è colui che si fa chiamare l'ingegnereAmoretti?… Ma mi dite il vero?
—È stato da me….
—E che intende di fare?…
—Non so: egli è cupo, minaccioso: mi ha chiesto notizie della sua figliuola: sembrava incredulo, quando gli dissi ch'era morta….
—Ne siete però sicura?
—Oh, questo è positivo….
—E avete trattato anche con lui la vendita dei documenti?
—Non ho bisogno di dire qui tutti i miei affari….. Vi basti ch'io sono venuta a offrir a voi i documenti…. Li metto, naturalmente, all'incanto…. E pensate che io odio vostra moglie, e che, da un istante all'altro, potrei consentire anche a ceder gratuitamente quei documenti, potrei contribuire a far aprir un processo contro di essa, per sfogare un mio capriccio….—Il principe si era coperto il volto con le palme delle mani.—Pensi V. E. che poteva esser di lei, senza questo colloquio…. quante cose sin ora ignorava; che fitto mistero circondava tutta la sua vita…. non dava un passo senza rischiar di cadere in un'insidia e senza non abbattersi in un tradimento sicuro.
—E ora andate: vi sono grato di tutto, poichè a voi piace ch'io debba esservi anche riconoscente!—continuò.—Verrò a casa vostra a prender i documenti…. Serbateli per me!—Parlava con una calma spaventosa. Rimasto solo, soffrì orribilmente. Non avrebbe mai pensato sin allora che nella vita vi potessero essere sì acerbi, pungenti dolori.—Ma qui bisogna farsi cuore—pensò.—Mia moglie ha abusato di tutto: creatura simulatrice! È venuto il tempo della giustizia!—Sentì un rumore di passi. Era rimasto circa un'ora solo, fra le angoscie più strazianti, dacchè Cristina lo aveva lasciato. Un servitore venne ad annunziargli che era tornato quel signore, di cui gli avea rimesso il biglietto di visita.—L'ingegnere Amoretti?—disse il principe, che avea ripreso in mano il biglietto, quasi non ricordasse più il nome; nè il servitore si accorse che la mano di lui tremava, come se fosse colto da paralisi.—Fatelo entrare nel salottino rosso,—disse il principe.—E avvertitelo ch'io sarò subito da lui.—Voleva riconcentrarsi un istante, munirsi di tutta la forza di cui aveva bisogno. Due minuti dopo, il principe entrava nel salotto da una porta, di cui un servitore gli apriva i due battenti. Trovò l'Amoretti in piedi, estatico dinanzi a un gran quadro: il ritratto di Enrica a quindici anni. Non è a dire se il cuore di Roberto batteva dinanzi a quell'immagine, che richiamava alla sua mente tutto un passato. Per quel sorriso, per quegli sguardi, egli avea tutto perduto: l'onore, la libertà: ogni bene dell'esistenza: per quegli occhi suo padre era morto di crepacuore: egli avea subito sedici anni della più dura prigionia.
—Mi costa ben cara questa fanciulla!—pensava, allorchè si aprì la porta del salotto.
—Lei è l'ingegnere Amoretti?—disse il principe entrando, e studiava l'effetto di tali parole sulla fisonomia di Roberto, che si era volto verso di lui.
Roberto non sapea resistere al desiderio di osservar da vicino, con ogni attenzione, l'uomo che avea saputo, egli credeva, dominar il cuore di Enrica, farsi amare da lei: l'uomo nelle cui braccia ella si era gettata, proprio nel punto in cui avea condannato lui al più crudele e più lungo martirio.
—Sono io, Eccellenza,—ripetè Roberto,—l'ingegnere Amoretti!
Il principe volea valersi di ciò che già sapeva: confondere il suo visitatore.
—Io ho conosciuto un ingegnere Amoretti…. molti anni or sono…. prima che fosse condannato a una pena infamante…. Mi sembrava molto diverso da lei….
—C'intenderemo subito, Eccellenza,—disse Roberto cui stava a cuore finir pacificamente quella conversazione.—Io vengo qui per un affare molto grave….
Il principe, a sua volta, l'osservava con molta curiosità. I ritratti di Enrica pendevano alle pareti; per tutto ove i due posavano l'occhio incontravano la fisonomia di lei; provocatrice, sorridente, la vedevano in varie età e in vari atteggiamenti: sembrava ad essi che ella assistesse terza al loro colloquio; che ella aggiungesse nuovi strazi a quelli onde già li avea entrambi torturati.—Ho una sola speranza, una sola consolazione nel mondo,—riprese il finto Amoretti,—un solo affetto, che mi fa vivere…. l'affetto per un'unica figlia….
Il principe fu subito tutto turbato.
—Questa giovinetta è minacciata da una grande sventura…. Essa è ardentemente innamorata di un giovane bello, di altissimo cuore, ma inesperto…. Egli corrisponde all'amore della giovinetta: le avea promesso sposarla…. A un tratto fu sviato da una di quelle donne pericolose….—Gli occhi di Roberto brillavano e si fissavano, suo malgrado, sopra un ritratto di Enrica.
—Non so capire….—disse il principe.
—La felicità, la vita di quella giovinetta è nelle vostre mani, signore!
—Che dite?—esclamò il principe, come se fra i due si fosse stabilita di un subito una certa intimità: mentre egli non riusciva davvero a comprendere ove l'altro volesse andar a parare.
—Tocca a voi, signore,—continuò impavido Roberto,—a far allontanare, e per sempre, da Napoli la donna, che con le sue male arti mette in pericolo i giorni di una cara, innocente giovinetta….
—E chi mi può dar questo potere?
—La legge, signore: la legge, che concede al marito un assoluto dominio su la moglie….
—Si tratta, dunque, di mia moglie?
—Sì, Eccellenza, di…. vostra…. moglie;—e Roberto proferì quelvostracon accento molto peculiare.
—E voi…. ch'io non conosco…. che non so chi siate…. che vedo per la prima volta, osate farmi una tale intimazione…. e pensate ch'io la subisca?… Osate venir a parlarmi in tal modo, della principessa…. di mia…. moglie—e insistè anch'egli su quel mia—e vi figurate che io lo tolleri?
—Eccellenza, io sono un padre amantissimo, e che il desiderio di render sua figlia felice, di restituirle la vita, può far capace di tutto.
—Ma non sarete mai capace d'incutermi terrore!—disse il principe di rimando e con un certo ostentato piglio d'insolenza.
—Signore, esauditemi…. io non son venuto qui a perdermi in parole o a far mostra della mia forza…. sono venuto a supplicarvi…. Pigliate in buona parte ciò ch'io dico…. non m'irritate…. sarà forse meglio per voi…. per tutti!
Il principe era travagliato da un'idea. Forse la figlia, che RobertoJannacone avea avuto da Enrica, come gli era stato riferito daCristina, e ch'essa avea affermato esser morta, viveva sempre.Gl'importava appurarlo; ciò potea cambiare, da un istante all'altro, idisegni che già rivolgeva per l'animo.
—E dov'è questa vostra figliuola?—domandò il principe.—Che nome ella porta? perchè io vi credo uomo, che abbia a sua disposizione varii nomi!
—Permettete, signore, che, almeno per adesso, non risponda…. alla vostra insolenza!
—Mi direte almeno il nome del giovane che mia moglie, secondo voi dite, ha attirato a sè? È bene—seguitò il principe con amara ironia—ch'io sappia donde mi viene una sì grande offesa, poichè voi, un ex-galeotto, vi siete costituito tutore dell'onor mio.
Roberto non rispose. Il principe vedeva in quale imbarazzo lo ponevano le sue parole; pensava com'egli si sarebbe trovato inferiore a lui senza le rivelazioni di Cristina, e se avesse invece dovuto aspettar da esso, a grado a grado, tali rivelazioni.
—Vostra Eccellenza ha torto—riprese Roberto, che facea sforzi ben palesi per contenersi—d'abusare in tal modo della mia longanimità.—Si drizzò in piedi, come se volesse mostrarglisi in tutta la potenza della sua persona, e soggiunse:—Vi sembro uno di quegli uomini, con cui è facile e vantaggioso scherzare? Può V. E. credermi uno di quegli uomini, atti a servir ad altri di trastullo e di ludibrio?… Non sono venuto qui per scherzare!—E, ad un gesto del principe, continuò:—Sono venuto per domandare umilmente, come un favore, ciò che avrei il diritto di esigere…. ciò che potrei domandarvi come padrone…. Vi prego, signore, di nuovo…. ascoltatemi…. Promettetemi di partir da Napoli, e per sempre, allontanando di qui vostra moglie, stabilendovi in uno di que' paesi forestieri, ove dovete pur esercitare la vostra carica d'ambasciatore….