Alli famosi e celeberrimi fra i principi e signori grandi della nazione cristiana, eletti fra i più savi e nobili della generazione credente al Messia, dominatori di paesi e di province, amatori di giustizia, ornati di virtù, valor e prudenza, e pieni di gravità e di grandezza: li signori di Venezia, ai quali il sig. Dio augmenti le forze e la potenza.
Alli famosi e celeberrimi fra i principi e signori grandi della nazione cristiana, eletti fra i più savi e nobili della generazione credente al Messia, dominatori di paesi e di province, amatori di giustizia, ornati di virtù, valor e prudenza, e pieni di gravità e di grandezza: li signori di Venezia, ai quali il sig. Dio augmenti le forze e la potenza.
Dopo molti amorevoli ed onorevoli saluti, che si convengono alla loro dignità e grandezza, ed alla buona amicizia, amor et unione d'animo che è tra noi, le si fa amichevolmente sapere, che desiderando noi di continuare con tutti li principi e signori grandi della cristianità, ed in particolare colle vostre eccelse persone, nella buona intelligenza ed unione d'animo abbiamo voluto visitarle e salutarle ora, colla presente nostra regal lettera, significandole l'amore e la affezion grande che le portiamo ed il desiderio che abbiamo di vedere le cose loro in buono e felice stato, come di signori savi, giusti e prudenti: ai quali non si resterà con questa occasione di dire anco, che avendo noi mandato già a Venezia uno delli nostri onorevoli agenti nominato chogia Fethy bei per comperare alcune cose necessarie alla nostra regal corte, il quale ritornando qui da noi con molte e diverse robe di valore, giunto che fu in Sorìa, avendo trovata la guerra principiata fra noi e il re dei Turchi, furono da quelle genti inumane dilapidate e malmenate tutte quelle robe che egli portava, eccettuando una parte di esse che fu di nuovo ritornata e rimandata a Venezia, e che si ritrova al presente siccome abbiamo inteso custodita e conservata interamente, come si conviene alla buona amicizia et amore che è fra noi. Però venendo ora costì, con questa nostra regal lettera, l'onorato fra pari e simili suoi chogia Seffer figliuolo di chogia Iadigar cristiano zulfatino, nostro fidato agente, desideramo dalle loro eccelse persone, che sieno contenti di fare consegnare tutte quelle robe che ritrovano costì di nostra ragione al suddetto chogia Seffer nostro agente, bollate ed inventariate per mano delli loro onorati ministri ed agenti, acciocchè vengano da lui condotte qui sane e sicure, insieme con tutti quelli mercanti nostri sudditi che saranno ricoverati nei loro paesi; et pertanto le pregamo a voler prestar per amor nostro ogni favore et aiuto al nostro inviatonelle sue occorrenze; e se all'incontro avranno bisogno ancor essi di cosa alcuna qui nel nostro paese, ce lo faranno con loro lettere confidentemente sapere, che si adempierà volontieri il desiderio loro; e di più l'esortiamo a scriverci e visitarci spesso colle loro lettere, come si conviene a buoni e veri amici; acciocchè rinnovandosi tra noi sempre più l'amore e l'affetione, si stabilisca tanto maggiormente il fondamento della nostra amicizia.
Senza data, et senza sottoscrizione; ma nel rovescio della lettera è posto il bollo del re, qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso uomo Alì protettore del regno.
Tradotta per me Giacomo de Nores interprete della Serenissima Signorìa.
Esp. Principi, Filza 18.
1609 (1610) a' 17 febbraio.
Ricevo io chogia Seffer figliuolo di chogia Iadigar, armeno zulfatino, agente del serenissimo re di Persia, dall'ufficio degli eccellentissimi Cinque savi sopra la mercanzia, tutte le robe, vestimenta e merci, contenute nel seguente inventario, a cao per cao, sorte per sorte, insieme con la cassella d'argento legata con cristalli di montagna, il bacil d'argento col suo ramino, un'armatura intiera, arcobusi, zacchi et altro; come è particolarmente dichiarato nel presente inventario, et di più in contanti lire 521,12.
Io Giacomo Nores fui presente alla consignation come sopra.
Io Ismail zulfatino, testimonio della detta ricevuta.
Io Codis armeno, testimonio come sopra.
L'inventario descrive partitamente vari oggetti di vestiario, bacili, rasoi, spille, ventagli, pugnali, coltelli, forbici ed altri ferri, carta, luci di cristallo con e senza foglia, e nove quadri ad olio così indicati:
Un presepio.
Una Madonna.
Un Salvador.
Una donna nuda, che si mette la camisa.
La Maddalena in ordine.
La Maddalena nuda.
La regina di Cipro.
Una donna veneziana.
Una donna a lunghi capelli, o Cassandra.
Esp. Amb. Filza 19.
1609 (1610), 30 gennaro, in Pregadì.
Al Serenissimo re di Persia.
Ci sono state per ogni rispetto molto care le lettere di V. M. portateci dall'honorato chogia Seffer armeno agente suo; et gratissimo tutto ciò che ella si è compiaciuta di significarne per espressione del suo cortese animo verso la Repubblica Nostra, la quale riceve ora singolare contento di vedere dal canto della M. V. così amorevol corrispondenza, all'antica et perfetta amicizia che tenemo con quella corona.
Et siccome ci siamo grandemente compiaciuti della presente occasione, che ci ha data V. M. di rinnovare nella sua memoria l'ottima disposizione del suo sincerissimo animo verso di lei, così in maggior dichiarazione di essa, abbiamo commesso che sieno prontamente consignate al detto chogia Seffer, il quale è stato da noi gratamente veduto ed accarezzato, quelle poche robe che furono ritornate in questa città colle nostre navi gli anni passati, quando seguì all'agente di V. M. chogia Fethy bei il mal incontro nella Sorìa, et sono state conservate esse robe di ordine nostro dal magistrato che ne ha la cura, per consegnarle a chi le poteva legittimamente ricevere per nome di V. M. La quale desideriamo che resti persuasa della prontezza che sarà sempre in noi di conservare et aumentare maggiormente con ogni termine di ufficio quella sincera amicizia et ottima corrispondenza, che per lunghissimo corso d'anni si è mantenuta tra quella potentissima corona e la Repubblica Nostra. Con che auguriamo alla valorosissima persona di V. M. accrescimento di grandezza, con perpetuo corso di gloria e di felicità.
Arch. Donà Miscell.
Il regno è di Dio.
Al famoso ed eccelso fra i principi e signori grandi della nazione cristiana, eletto fra i più sublimi e potenti della generazione vivente nella legge del Messia, dominator di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, ornato di virtù valor e prudenza, pieno di gravità e di grandezza, il principe di Venezia, al quale l'Altissimo Dio sia propizio e favorevole.
Al famoso ed eccelso fra i principi e signori grandi della nazione cristiana, eletto fra i più sublimi e potenti della generazione vivente nella legge del Messia, dominator di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, ornato di virtù valor e prudenza, pieno di gravità e di grandezza, il principe di Venezia, al quale l'Altissimo Dio sia propizio e favorevole.
Dopo molti onorati e sinceri saluti che si convengono alla sua dignità e grandezza, ed all'amore, amicizia ed unione d'animo che è tra noi, le si fa con questa nostra real lettera amichevolmente sapere che per grazia dell'altissimo Iddio le cose nostre passano fin quì prosperamente mediante le orazioni dei nostri buoni e sinceri amici, che con puro e sincero animo desiderano l'aumento della nostra felicità e grandezza, ed in questo onorato numero crediamo fermamente che siano tutti li principi cristiani, ed in particolare la vostra magnanima ed eccelsa persona: onde abbiamo determinato nel nostropuro e real animo che a guisa del sole non riceve in se nè macchia nè menda di cattivi pensieri, di continuar con tutti i principi ed in particolare colla sua onorata e felice persona, come principe grande, potente e giusto, nella solita buona amicizia ed unione d'animo, e tanto maggiormente quanto che per relazione di tutti li nostri agenti e dipendenti che sono stati in quelle parti e che sono ritornati qui a salvamento abbiamo con soddisfazion dell'animo nostro intesa la stima e conto che si fa in tutto il suo stato e paese della nazione e del nomepersianoper amor nostro, ed anco delli buoni trattamenti e cortesie che sono stati usati così da lei come dalli ministri della sua eccelsa ed onorata corte, alli suddetti nostri agenti, i quali sono perciò ritornati alla nostra felice corte contenti e soddisfatti laudando molto la sua buona ed onorata giustizia e l'amor grande che ella ci porta: e però desiderando noi che per maggiore confermazione di essa amicizia, che siano sempre tra noi aperte le porte ai negozi e pratiche, e che tra li sudditi dell'una e dell'altra parte si continui amichevolmente nel commercio e traffico come si faceva prima che succedessero questi ultimi moti di guerra, abbiamo volutodestinar ora costì alcuni nostri agenti, così per provvedersi di alcune cose necessarie alla nostra real corte, come anco per rinnovar la pratica ed il commercio e per dar animo ed esempio alli mercanti del suo paese di far il medesimo. Però giunti che saranno essi a salvamento, desideriamo che sieno da lei raccomandati alli suoi onorati ministri, acciò che siano da loro protetti e favoriti nelle loro occorrenze e massime nel contrattare e comperare quelle cose che le sono state da noi espressamente ordinate, ed in particolare delli zacchi di maglia che sieno di somma bontà ed eccellenza, perchè ne fanno grandemente di bisogno per essere noi quasi sempre in guerra ed in contesa, con li ostinati e temerari, che cercano di contrapporsi a noi e alle nostre forze e di perturbare il nostro reale animo. Insomma desideriamo che per amor nostro gli sia dato ogni aiuto e indirizzo necessario acciocchè eseguendo essi bene le nostre commissioni possano ritornare qui con buona espedizione delli loro negozi.
E se li mercanti cristiani delle sue città e paesi si disponeranno di venire qui per traffico, la assicuriamo che saranno da noi ben veduti e ben trattati, dandoli autorità di fornirsi di tutte quelle robe e mercanzie che le faranno bisogno, e si partiranno tutti di qui contenti e consolati. Non permettendo noi che siano essi molestati d'alcuno, over danneggiati per quanto importa un minimo capello della testa; e oltre di ciò occorrendo particolarmente cosa alcuna qui per uso o servizio della sua felice persona, ne la facci sapere che sarà da noi adempito ogni suo desiderio; e sopra il tutto la esortiamo a scriverci e visitarci spesso con sue lettere come che faremo anche noi; acciocchè rinnovandosi tra noi sempre più l'amore e la benevolenza si stabilisca tanto più il fondamento della nostra amicizia; e per fine desideriamo che le sue grandezze sieno perpetue.
Senza data; in luogo della sottoscrizione il sigillo.
Filza atti turcheschi.
1621, 1º febbraio.
Venuti questa mattina nell'eccell. Collegio alcuni persiani ultimamente capitati in questa città con le galere di mercanzia, uno di essi che è il principale chiamato Sassuar disse che aveva lettere del suo re da presentar a S. S., come agente suo per negozi mercantili era capitato in queste parti, il che avendo esposto il dragomanno Nores, fu il sopradetto fatto sedere sopra gli ill.mi sig. savj di terraferma e presentata la lettera che fu data al Nores da tradurre, disse in sostanza:
Che il felicissimo e potentissimo Abbas re di Persia suo signore mandava molte affettuose ed onorevoli salutazioni a S. S. ed a tutti gli altri signori del governo, che aveva espressa commission di Sua Maestà di significare a viva voce la buona volontà ed affezione che portava a questa eccelsa Repubblica, e la stima grande che fa di essa per la fama che nel mondo era sparsa della sua buona e retta giustizia, della prudentissima et esemplar maniera del suo ottimo governo, commendato grandemente da S. M. ed ammirato da tutta la nation persiana. Che il suo re amava tutti li cristiani, ma particolarmente portava grandissima affezione a quelli della nazion veneziana. Che quando capitano in Persia sudditi veneti erano dal suo re accarezzati, ed usato verso di loro ogni buon e cortese termine, non inferiore a quello che ben sapeva usarsi verso la nazion persiana in questa città.
Rispose l'ill.mo signor Benetto de ca Taiapiera, consigliere di maggior età in absenza di S. S., che si riceveva con particolare contento da cadauno di questi SS. EE. le lettere che egli aveva portate per nome del serenissimo re di Persia, amato dalla Repubblica e tenuto in quella stima che conveniva al suo gran merito e degnissime condizioni di principe così grande come era la M. S.; che si aveva ricevuta soddisfazione grande del loro venire in questa città, nè si avrìa tralasciato cosa che avesse potuto comprobare cogli effetti quella buona volontà che si portava a tutta la nazion persiana, e che si avrìa dato ordine al magistrato dei V savj alla mercanzia, acciocchè dove li occorresse il bisogno, fossero giustamente favorite le cose loro.
Rese umilissime grazie il persiano suddetto delle cortesi esibizioni che li erano fatte, delle quali nelle occorrenze si sarebbe valso: disse poi che il suo signore aveva voluto accompagnare la sua onorata lettera con un nobil presente a S. S., et fece introdurre alcuni persiani, quattro dei quali avevano un tappeto per cadauno, e due altri l'uno con 25 pezze di giurini, l'altro con 25 lizari d'India, e soggiunse che uno dei sopradetti tappeti era stato donato dal suo re da quello di Magor, e che S. M. lo aveva stimato degno di Sua Serenità.
Fu dall'ill.mo sig. consigliere de ca Taiapiera suddetto ringraziata la M. S. di così cortese dono, e detto che si avrìa tenuto dalla serenissima Repubblica e conservato per degna ed onorata memoria del cortese affetto di S. M. verso di lei; e dopo alcune parole di reciproco complimento, si levò il persiano ed unito con dei suoi principali volse far reverenza a cadauno degli ecc.mi signori cons., capi dei XL, savi del Consiglio, savj di T. F. e savj agli ordini, e sceso i scalini del tribunale disse che si teneva obbligato riferire e ringraziare di Sua Serenità del buon trattamento che aveva ricevuto a Spalato per lo spazio di 5 mesi tra il far la contumacia ed aspettar le galee, che era seguito per così lunga dimora con molto patimento, nel quale era stato sollevato da quell'ill.mo sig. console con infiniti comodi e cortesie, onde perciò li restava grandemente obbligato, ed il medesimo le era stato fatto nella città di Zara da quelli ill.mi sig. rettori, ed anco nel viaggio di mare dall'ill.mo sig. capitano delle galee che hanno accompagnato quelle di mercanzia; e che con questa occasione non voleva restar di dire per l'amore e riverenza che portava a questa ser.ma Repubblica che sarìa di molto comodo ai mercanti e maggiormente frequentata quella scala, e condottevi da lontanissime parti mercanzie di gran rilievo, se le galere che vi sono destinate andassero più sollecitamente a quel viaggio e con maggior comodo dei mercanti, senza dubio sarìa se una sola vi andasse e l'altra ritornasse, per accomodar di questo modo così quei mercanti che vengono in questa città come quelli che partono di quà per le case loro; ed essendogli detto che si averia avuto considerazione a questo suo prudente ed amorevole raccordo, licenziati partirono li persiani sopradetti.
Commemoriale XXVIII.
In nome di Dio vero re e imperator del mondo.
Al famoso ed eccelso re di Venezia, dominator di paesi e di provincie, osservator della buona e retta regola di governo, ornato di bontà, gravità, e grandezza, pieno di equità, giustizia e clemenza, a cui lo Altissimo Dio sia sempre propizio e favorevole.
Dopo molti onorevoli e sinceri saluti che si convengono all'amore ed amicizia ed alla buona intelligenza unione e corrispondenza d'animo che è tra noi, le si fa colla presente nostra real lettera amichevolmente sapere, che essendo sempre stato nostro real costume di conservar buona sincera amicizia con li re e principi grandi della cristianità, ed in particolare colli re e signori di Venezia, antichi amici ed amatori di questo nostro felicissimo regno, avendo perciò noi sempre tenute le porte aperte alle ambascerie ed alli traffici e mezzi mercantili, concedendo libera pratica alli loro sudditi e vassalli in ogni luogo del nostro amplissimo regno, abbiamo voluto ora, che sono aperte le strade, mandar costà uno delli nostri onorati agenti chiamato Sassuar in compagnia di agi Aivas da Tauris, ed altri nostri sudditi, così per confirmare la buona amicizia con la sua eccelsa persona, e rinnovare la pratica ed il commercio colli sudditi dell'una e l'altra parte, come per fornirsi anco di diverse cose necessarie per uso e servizio della nostra real corte.
Però giunti che saranno essi a salvamento, desideriamo che sieno da lei raccomandati con ogni efficacia alli suoi onorati ministri, acciocchè mediante la loro protezione ed ajuto, eseguendo la nostra volontà e commissione, debitamente possino ritornare qui quanto prima; e medesimamente occorrendo cosa alcuna qui nel nostro stato per uso e servizio della sua felice persona la preghiamo ad accennarci confidentemente, che sarà prontamente adempito ed effettuato ogni suo desiderio.
Del resto desideriamo che le sue grandezze sieno sempre in aumento.
Senza data.
In luogo di sottoscrizione è posto a tergo della lettera il bollo regale che dice:
Servo del re dei reShàh Abbas.
(Espositioni Principi).
1621, 4 febbraio, in Pregadì.
Che li quattro tappeti portati a donar alla S. N. per nome del serenissimo re di Persia dai persiani ultimamente stati nel Collegio nostro, e le 25 pezze di giurini e le altre 25 dei lizari d'India sieno fatti consegnare alli Proc. de supra perchè se ne abbino a valere ad onore del Signor Dio, nella chiesa nostra di S. Marco e nelle pubbliche cerimonie. E ne sieno fatte le note, dove e come sarà di bisogno.
Delib. Senato.
Serenissimo Principe,
Mentre io Domenico de Santi q.mLuca suddito e servo umilissimo della Serenità Vostra, era pronto per imbarcarmi sopra la nave Tomaso Bonaventura inglese per Sorìa, ed indi per andarmene in Persia, con lettere del sommo pontefice, della sacra M. Cesarea, della maestà di Polonia e dell'altezza ser.ma di Toscana, tutte dirette al re di Persia, per occasione dei presenti moti della cristianità, e con certa istruzione del pontefice al padre maestro Paolo Pietromali dominicano assistente in Persia per detti principi, fui fatto chiamare nell'ecc.mo Collegio, e poi subito fatto uscire con ordine che prima di partire dovessi farne motivo alle E.E. V.V. Ma più non avendo avuto chi mi introduca ed essendo frattanto la predetta nave partita, ora che si trova lesta la nave Margarita Costante per fare fra 4 giorni il medesimo viaggio, colla quale disegno imbarcarmi, vengo conforme all'ordine predetto e alla mia riveritissimaosservanza verso la Ser. Vostra a darle notizia di ciò, prontissimo di eseguire ogni cenno che mi sarà dato con l'ossequio ben dovuto alla mia fedelissima devozione.
1646, 26 giugno.
Che sia rimessa ai Savi dell'una e l'altra mano.
Fran. VerdizottiSegretario.
Filza secr. 1646, pag. 97.
1645, 2 decembre.
Al re di Persia.
Grandemente sempre ha incontrate la Repubblica le occasioni di rendere veri segni a vostra Maestà ed a' potentissimi precessori suoi di affetto e di stima. Nella stessa valida sincera costituzione d'animo se le confermeranno in ogni tempo avvenire colle opere le nostre ottime intenzioni. Già saranno pervenute alla Maestà vostra le gravissime emergenze che passano, le quali meritano il riflesso di ogni principe, potendo gli incendj delle armi turchesche coll'ardire e coi progressi molto diffondersi e turbare ogni confine. In questo stato di cose li generosi concetti di vostra maestà saranno dricciati alle più degne risoluzioni a comune profitto. Ed intanto preghiamo il Signor Dio guardi vostra Maestà con continui incrementi di felicità e di salute.
Valerio AntelmiSegretario.
Senato Corti.
1646, 17 luglio.
Al Re di Persia.
Sarà a quest'ora pervenuto all'orecchio di V. M. l'ostilità ingiustamente ed in sprezzo di parola e di fede promossa a' Stati della nostra Repubblica dall'impero Ottomano. Proviene il motivo del Turco da sete inestinguibile di rapire or all'una or all'altra parte l'altrui, e dilatando la sua grandezza rendersi infine oppugnatore e dominatore dell'universo. Così a danno dei potentissimi predecessori di V. M. ha mosse più volte l'armi, e col manto di amicizia e di pace agevolatisi furtivamente i più notabili acquisti. Come vasta e formidabile sempre più si va formando quella potenza, deve comunemente svegliare i riflessi ed accrescere le gelosie. Se dalla riconoscenza del fatto e dalle prudentissime massime dei progenitori è eccitata V. M. alla depressione di quell'orgoglio, altrettanto l'invita ad imprese gloriose l'opportunità della presente occupazione di quelle armi da questo canto, e la certezza di essere secondata e seguitata dagli altri principi.
Costantissima è la Repubblica di conservarsi e difendersi col petto esposto dei cittadini e con la profusione dei tesori, di già dai nostri vascelli datosi il buon principio della presente campagna, assalita ed in gran parte dannificata vicino ai Dardanelli l'armata dell'inimico.
Valeranno però le presenti a testimonio non meno di confidenza, che dell'affetto e nostra osservanza sempre sincera verso la M. V., e del pubblico desiderio ardentissimo di vederla con i dovuti riacquisti coronata di nuove glorie, ed a V. M. auguriamo in fine lunghissimi e felicissimi gli anni.
Fran. Verdizottiseg.º
Senato Corti 1646.
Iddio immacolato. Iddio eccelso.
Al comandante dello Stato Veneto, che S. D. M. gli conservi ed esalti il dominio con prosperità e felicità, prestate le salutazioni e benedizioni che provengono da stima e vagliono per segni di onore e di pregio, offerte da una pura sincerità al possessore della magnificenza e signorìa, vigilante nell'amministrazion di giustizia, scelto fra i signori imperanti, stimato fra i potentati retti nella religione del Messia, e principe fra cristiani di alto stato e condizione sublime, il cui fine Iddio termini in bene, con le benedizioni del cielo, ed accresci in grandezza ed augumento il suo posto reale con disposizioni del cielo adattate ad una prosperità: quello però che se le porta a cognizione è che la lettera inviataci con amichevole contenuto, per la quale resta innovato il vincolo di amicizia e di amorevolezza, è stata come si conviene aggradita e corrisposta con termini di osservanza amichevole dovuti a' Principi grandi e potentati di cristianità, che pure anco in avvenire saranno d'impulso alla continuazione per discendenza e apriranno l'adito alla comunicanza di lettere.
Nel resto, continua esaltazione etc.
Commemoriale XXIX.
1649, 28 marzo.
Questa mattina ritornato il padre domenicano all'ecc. Collegio, e fatto introdurre, disse essersi partito di Persia già un anno in circa, aver avuto da quel re la lettera presentata, e parimenti da Domenico Santi che colà si ritrovava un'altra che consegnò; e dimandatogli da Sua Serenità alcune particolarità rispose nel tenore appunto che si contiene nella scrittura che poi ha dato, ed è la seguente:
Questa mattina ritornato il padre domenicano all'ecc. Collegio, e fatto introdurre, disse essersi partito di Persia già un anno in circa, aver avuto da quel re la lettera presentata, e parimenti da Domenico Santi che colà si ritrovava un'altra che consegnò; e dimandatogli da Sua Serenità alcune particolarità rispose nel tenore appunto che si contiene nella scrittura che poi ha dato, ed è la seguente:
Serenissimo Principe,
Desiderando io l'esaltazione della santa Fede Cristiana e di questa Serenissima Repubblica, che con tanto valore tanti anni sono siimpiega combattendo contro il comune nemico, non ho perdonato a fatica alcuna nell'andar da Polonia in Persia e venire di Persia a Venezia, a portare lettere di quel re di Persia a Vostra Serenità; e per obbedire ai suoi comandamenti di por in carta alcuna relazione di quello che ho potuto fare, dirò a Vostra Serenità tre cose:
Primo: il viaggio in Persia e come si può ivi per la più breve e facile via andare, e li onori che nel viaggio come ambassadore dei Cristiani mi furono fatti.
Secondo: quello che ho trattato col re di Persia.
Terzo: quello che si può sperare da quel re in nostro aiuto.
Io mi ritrovavo in Polonia nel tempo che ivi era il signor Tiepolo Giovanni ambasciatore a quella corona, il quale oltre a quello che aveva negoziato con quel re e fattolo armare, ha anche fatto che inviasse un ambasciatore al re di Persia, e subito egli spedì uno che si dimandò Slich nobile polacco, per invitarlo a muover la guerra contro i Turchi, e destinò ed elesse S. M. me per suo compagno nella ambasceria, e ci furono date dall'ill.mo Giovanni Tiepolo lettere di Vostra Serenità al suddetto re di Persia.
Si inviassimo dunque con 25 nobili polacchi a quella volta. Li 2 ottobre 1646 partii da Varsavia, per compagno del detto ambasciatore e giunsimo a 20 decembre in Mosca città metropoli e residenza di quel granduca. Ricevuti con grandissimo onore ed affetto, li 23 fossimo introdotti alla udienza pubblica.
Li 12 gennaro partissimo provvisti di cavalli, soldati ed ogni altra cosa necessaria dal suddetto granduca pel nostro viaggio in Persia. Li 18 giunsimo a Vladimiria città anticamente sedia delli granduchi di Moscovia. Li 21 a Murom, li 24 a Nisni Novogorod città bellissima e grande.
Il primo di febbraio a Cosma e Damiano, li 12 giunsimo in Cazan città bella e mercantile, dove siamo svernati per li gran freddi che vi erano e li pericoli delli tartari calmuchi.
Li 3 di maggio provvisti di barche e di uomini ed ogni altra cosa necessaria per la navigazione, ci imbarcassimo per la Volga fiume grandissimo, e li 22 giunsimo in Astracan città bella e grande, ben munita di presidio, ove stassimo fino alli 7 di giugno che si imbarcassimo, provvisti di comitiva e di ogni cosa necessaria dal granduca per il mar Caspio, nel quale fossimo un mese con grandissimi pericoli.
Li 4 di luglio sbarcassimo in Nizova, spiaggia di Persia, li 22 partissimo di là per Sciamachia, città capitale della provincia diSchirvan. Li 25 giunsimo colà ove fossimo ricevuti con grandissimo onore dal Khan di quella città.
Li 3 agosto partimmo per Ardebilla città bella e grande onorata dal sepolcro del re Saladino quale tengono per gran santo. Vi è quivi un ospitale fondato dal detto re che sostenta ogni giorno 500 persone.
Li 18 partimmo da questa città e giunsimo in Zenghian città, e di là a Sultaniè, da Sultaniè a Com città molto bella, e quivi si ammalò il signor ambasciatore. Di Com addì 5 settembre giunsimo in Cascian città bellissima e ricca dove si lavorano molto belli panni di seta.
Li 10 partimmo e li 15 giunsimo in Ispahan sedia e residenza di S. M. di Persia. Fossimo incontrati da molti cortigiani e signori spediti da S. M. per introdurci dentro la città, i quali ci condussero ad un bellissimo palazzo preparato per nostro alloggio, la sera S. M. ci mandò la cena preparata in piatti d'oro ed altri vasi.
Poco si passò che s'ammalò il signor ambasciatore gravemente e non gli fu possibile di andare all'udienza; crescendo il male, fece chiamare uno dei principali cortigiani di S. M. al quale disse:
Giacchè così piace al signor Iddio di chiamarmi ad altra vita, e che non posso pienamente adempire la volontà del re e della serenissima Repubblica veneta in questa ambasceria; questo presente signor padre, datomi dal mio re per compagno dell'ambasciata, soddisferà intieramente a quella. Perciò in presenza dello stesso signor persiano mi consegnò l'istruzione, le lettere ed ogni cosa, e li 7 di ottobre, munito dei nostri ss. Sacramenti, rese l'anima sua al creatore, e fu sepolto il giorno seguente con gran pompa nella chiesa dei padri M. R. Carmelitani scalzi.
Li 17 io fui introdotto all'udienza pubblica del re, accompagnato da molti sì persiani come franchi, e salutato che ebbi S. M. da parte del serenissimo re di Polonia ed anco da parte della serenissima Repubblica di Venezia, gli resi le lettere. S. M. mi fece sedere e per molto tempo mi trattenne interrogandomi della salute e stato delli serenissimi re e principi cristiani: io risposi conforme a quello stato che avevo saputo nella mia partenza.
Li 31 io fui invitato da parte di S. M. alla loro pasqua che chiamano Bairan: risposi che molto volontieri avrei servito S. M. mentre ciò non seguisse in mio pregiudizio col cedere il luogo ad altri ambasciatori che si ritrovassero ivi, mi risposero che per certo nonmi sarebbe fatto pregiudizio nè torto veruno. Il dì seguente vennero a levarmi con cavalli di S. M. per me e per tutta la mia gente.
Giunto a palazzo feci riverenza a S. M. e mi fu dato luogo conveniente.
Durarono i giuochi ben due ore dove si videro diversi combattimenti; quindi si fece un banchetto, nel quale S. M. e tutti mangiarono in terra ed io ad una tavoletta alta un piede sedendo sopra una seggiola bassa. Finito il pranzo mi ritirai all'alloggiamento nostro. Il giorno dopo mandò S. M. un principal della sua corte da me a dirmi, che mettessi in carta in lingua persiana, come usasi colà, quanto desiderava il serenissimo re di Polonia e la serenissima Repubblica di Venezia. Io subito mandai a chiamare li padri carmelitani scalzi che mi tradussero in lingua persiana e scrissero li punti seguenti:
1. Universo mundo bene est notum turcarum imperatores precipue presentem esse fidei fracturam, nulliq. regi convicino, non solum non tenere iuramentum viro sub amicitiae pretexta ferro, igneq. occupare dictiones.
2. Cuius sacramenti fragium, non volentes christiani reges sustinere: volenterque eius tantam superbiam reprimere, Christi invocato auxilio, omnes suas vires ac potentiam terra mariq. converterunt.
3. Et quia serenissimi regis nostri, Reipublicaeq. venetorum dictiones, confinibus illius sunt viciniores ob idque gravius sentiunt eius insultus; quam alii monarchae christiani, quibus pro muro quodam modo sunt, per Dei voluntatem serenissimum regem nostrum pro supremo duce suo, omnes unanimi consensu delegerunt.
4. Qui huic tam sancto operi lubens humeros submisit, desiderans, et alios monarchas quibus cum ab antiquis saeculis amicitia fuit ad tollendum tam comunem inimicum ad similia vota excitare, me ad regiam maiestatem tuam expedivit.
5. Quoniam vero contra hunc inimicum uter non solum antecessores maiestatis tuae, verum etiam ipsa tua maiestas, magnam causam sustinet, non sibi persuadet serenissimus rex noster nec non omnes alii reges ac principes christiani maiestatem tuam hanc occasionem, otio praetermissuram. Cuius gratia antecessores maiestatis tuae, tanta sanguinis effusione plura possederunt.
6. Hoc itaque regia maiestas tua, iusta ponderando non parcat ancipiti gladio ne antecessorum suorum tantorum heroum, quietiam in florente sua aetate nullis laboribus pepercerunt, alte impressa vestigia properantur ac tot tantiq. reges et principes spe sua in tuae maiestatis persona fraudentur, nec hoc cum gratia legato ad ipsos destinato comitari dignetur.
I quali punti presentai a S. M., e lettili rispose che molto volontieri avrebbe soddisfatto alla amicizia dei principi cristiani.
In quel tempo ivi era un ambasciatore del Gran Mogol, il quale era stato trattenuto due anni per alcune lettere quali avea scritto al suo re e furono intercette.
Scriveva che il serenissimo re di Persia era ancor giovinetto e non poteva trattar con esso, e quando chiedeva audienza dal re se gli rispondeva, che il re era ancor troppo giovane e che aspettasse il tempo. S. M. il re di Persia era d'anni 18 quando giunsimo noi in Persia, giovane grazioso affabile, e come era detto da tutti era per riescire un altro shàh Abbas suo avo, continuamente a cavallo e nelli esercizii militari; la sua ava moglie del detto shàh Abbas reggeva e governava, ma ora lui essendo d'anni 19 governava lui stesso. Ha per moglie una senza figliuoli ma si diceva che era gravida. La moglie è figlia di un certo Surcolano qual abita in Daghestand, benchè di donne ne abbia molte, quella è la principale.
Il suo cancelliere gran Visir si chiama Dauleto, uomo molto osservante della sua legge, e non troppo amico dei cristiani; ha per moglie una sorella del re di Persia, ha 5 figliuoli ed a tutti gli fece cavar gli occhi, acciò non si sollevassero arrivati che fossero in età.
S. M. mandò un corriere a Costantinopoli per sapere se i principi cristiani facevano guerra, e per questa occasione ci trattenne 11 settimane, sin tanto che il corriere ritornasse da Costantinopoli, e quando cercavo l'espedizione mi rispondevano che mi riposassi che quanto prima ci spedirebbe.
Il 16 novembre il serenissimo re mi mandò le vesti, quali è solito dare agli ambasciatori, ed il giorno seguente fui chiamato di nuovo all'udienza ove mi diede l'espedizione, cioè lettere per il serenissimo re di Polonia e per la serenissima Repubblica di Venezia, di sua propria mano, salutandoli e pregandoli felicissimi successi, promettendo di soddisfare alla amicizia.
Di là ad alcuni giorni partii d'Ispahan e per il nostro ritorno accompagnato da 25 soldati persiani, e provvisti di cavalli e d'ogni cosa necessaria pel viaggio, ritornassimo per la istessa strada che eravamo venuti.
Li 20 gennaio giunsimo in Sciamachia città principale della provinciadi Schirvan, come ho detto di sopra, furono mandati dallo stesso Khan molti persiani per incontrarci e condurci al nostro alloggio ove fossimo benissimo trattati da esso, ed ivi ci fermassimo sino alli 29 di aprile.
Più volte ci invitò il Khan nel suo palazzo e particolarmente una volta, che fu il giorno di S. Tomaso d'Aquino, li 7 di marzo: molte cose allora ci riferì particolarmente dell'armata veneta che faceva grandissimi progressi contro l'armata turchesca, delle galere che erano state fracassate dalla armata veneziana di Smirne e di Scio e minutissimamente di ogni cosa. Di più disseci che di Babilonia erano fuggiti 200 turchi spahi in Persia, e promettevano al serenissimo re di Persia, che se volesse inviare solo 12 mille uomini la città si sarebbe resa, perchè era sprovveduta di presidio, e la miglior soldatesca era stata levata dal Gran Signore, e li più peggiori gente inesperta era restata. Di più disse che il serenissimo re aveva ordinato che il Khan Solimano qual sta non molto lontano di Babilonia, stesse apparecchiato, e lo stesso a quello di Erivan, di Tauris, di Sciamachia ed altri che stassero lesti. Disse di più che il gran Signore scrisse al serenissimo re di Persia, per genti, ma la S. M. non si contentò. Ogni di ci mandava a riferire minutissimamente quanto faceva la serenissima Repubblica.
Di più il Khan ci disse che S. M. mandava un esercito verso il regno di Conducar per ricuperarlo unito insieme col gran Khan di Tartaria Olbeco qual fu scacciato dal suo paese dal re Gran Mogol, ma con l'aiuto del re di Persia lo ricuperò cacciando di nuovo gl'Indiani, ed in quel tempo morì il re di Mogol ed il regno si divise in quattro figliuoli; ed il minor nato è il più vivace, più bellicoso degli altri fratelli e più amato e riverito, non si contentò della parte lasciatagli dal re Mogol suo padre, levò l'armi contro il suo fratello maggiore, come ancor fece contro il suo padre vivendo; il che vedendo il re di Persia si risolse tentar di ricuperare quel regno insieme unito con il gran Khan Olbeco, vedendo gli figliuoli del Gran Mogol disuniti, molti anni sono che cercava questa occasione tanto più vedendo che il gran Signore aveva che fare colla serenissima Repubblica, perchè quando lui voleva andare sopra il detto regno il gran Turco gli dava addosso, e quando voleva ricuperar Babilonia il gran Mogol gli dava ancor lui addosso, e così non potea nè l'uno nè l'altro ricuperare. Ma avendo l'occasione tanto per la morte del gran Mogol, quanto per la guerra che aveva il gran Turco contro la serenissima Repubblica, si deliberò di tentar la fortuna, macredo come dicevano i Persiani che quella guerra finirebbe presto, e tutti e particolarmente li grandi dicevano che col ritorno dell'esercito da quella parte dell'India andrebbe per ricuperare i luoghi occupati dal gran Turco.
Li 29 aprile partissimo per la marina e vi giunsimo li 5 di maggio; ci trattenessimo dalli 5 di maggio alli 12 giugno, allora ci imbarcassimo, li 25 facessimo vela verso Astracan, ma volendo così la Divina Maestà fossimo costretti a ritornar al luogo dove eravamo partiti per li venti contrarii e poco mancò che non s'affogasse la barca. Li 28 per grazia di Dio facessimo di nuovo vela e giunsimo li 6 di luglio all'acqua dolce, ed in detta acqua navigassimo 5 dì. Io mandai il mio interprete con un nobile polacco in Astracan, al palatino di detta città, e lui ci mandò 2 barche piccole perchè la barca grande non poteva andare per esservi poca acqua.
La domenica mattina 29 ci vennero incontro molti nobili moscoviti e soldatesca che quivi si ritrovava in Astracan; li 29 partissimo di detta città provvisti di ogni cosa necessaria al viaggio come barca e soldati per la Volga, 60 leghe da Astracan. Li 15 agosto giunsimo in Saricina città sopra la Volga, 70 leghe da Astracan. L'istesso giorno partissimo per Saraton, 20 leghe da Saricina, ivi giunsimo li 29, e li 13 di settembre giunsimo in Samaria dove siamo stati molto ben trattati dal Palatino di quella città. Di Samaria a Simbir, a Tetiuschi, li 4 di ottobre a Cazan e li 6 partissimo e giunsimo li 14 di ottobre a Cosma e Damiano e Vailgoroda li 19. Li 25 giunsimo a Nisni Novogorod che fu domenica, li 3 di novembre giunsimo in Murom e li 8 a Vladimiria e li 19 giunsimo a Mosca residenza e sedia del granduca di Moscovia, ove fui ricevuto con grandissimo onore ed affetto, visitandomi li due cancellieri da parte del granduca offerendomi quello m'era necessario.
Li 5 di dicembre partissimo di detta città e giunsimo in Smolensco città del serenissimo re di Polonia, ove mi fermai tre settimane per li pericoli delli Cosacchi. Li 8 di gennaio partissimo per Cracovia ove giunsimo li 8 di febbraio, e li 13 ebbi udienza da S. M. il re di Polonia e resi le lettere del serenissimo re di Persia.
La strada più breve per andar in Persia di qua è per la via di Aleppo, ovvero pel mar Nero imbarcandosi a Caffa per la Mingrelia, non trovandosi comodità per imbarcarsi in Caffa per Mingrelia si troverà per Trebisonda. Di Mingrelia nel stato del re di Persia in tre settimane si può entrare per la Moscovia. Bisogna aspettare il tempo opportuno perchè il fiume nella primavera è troppo grande, d'invernoè congelato, e gravi sono i pericoli dei tartari, mongoli, e dei calmuchi, inimici comuni delli moscoviti: all'andar sarebbe facile ma al ritornar difficile. Questo è quanto per la brevità del tempo posso narrare a Vostra Serenità circa il mio viaggio.
Di Vostra Serenità
Devotissimo ServitoreFraAntonio di FiandraDomenicano.Stà a ss. Giovanni et Paolo.
Espositioni Secrete.
29 marzo 1649.
Serenissimo Principe,
Espedito che fui dalla Serenità Vostra con lettera ed ordini per la reale Maestà di Persia, per procurare da lui la guerra in Babilonia contro l'Ottomano, conforme alla mia promessa, con lui ho operato molto efficacemente si per l'ordine avuto da S. S. come da Vostra Serenità, ed anco per zelo della mia patria, che più caldamente mi ha spinto con ogni vigore e seguito durante il mio viaggio per Sorìa. Giunto in Aleppo mi sono infermato di grave malattia, che mi ha tenuto aggravato per lo spazio di mesi 5 con pericolo della vita; ma con l'aiuto del signore Iddio rilevatomi e convalescente ho seguito il mio viaggio e per nuova strada non frequentata mi sono condotto alle frontiere di Persia, con le mie robe per il presente, onde mi ha costato grande spesa, acciò non fossero aperte e vedute dette robe, e speso alla somma di 1430 reali da otto, a condurmi fino in Ispahan.
Ora entrato nella terra del detto rey, alle frontiere mi fu subito domandato dal duque di quelli paesi chi io era e di dove venivo e dove volevo passare, non essendo costume per tal strada simili persone e tali robe venire. Li risposi esser mandato di cristianità, da quattro monarchi potentissimi cristiani, con lettere dirette alla maestà di Persia, onde il detto le volse vedere. Io mostratele, mi fece grande onore, trattenendomi 3 giorni, e intanto espedita unastaffetta al rey, dandole conto come un tale veniva con tali negozi, e di poi mi lasciò passare con una persona sua che mi accompagnerìa al detto rey, essendo così il costume. Però bisognò che io li fassi il suo presente, il quale fu alla somma di reali n. 350 tra lui e suoi grandi, perchè così è costume per tutta la Persia e Turchia a camminar con li presenti, come credo che la S. V. sarà bene informata di ogni cosa.
Seguitò il mio viaggio onde mi condussi in Ispahan, e per la nuova che era andata, me viene ad incontrar tutti li franchi che la estano, e mi condussero in città con molto onor. Onde il visir mi mandò il capo di mehemendar a dimandare se era vero che io avessi tali lettere e se avevo presenti para el rey. Io le risposi non aver cosa niuna mandata da niuno, ma avendo alcune galanterie io comperate per queste parti che gliele presenteria volentieri. Lui rispose che bene, e che sarebbe andato a dar nuova di tutto a detto granvisir. E così mi mandò subito il vitto della tavola del rey nelli vasi d'oro, per el spazio de 8 giorni; dapoi mandò reali 450 dicendomi che mi espesassi da me, e mi disse che mi mettessi in ordine che un di questi giorni sarebbe venuto a levar me all'udienza, e che preparassi il presente che avevo da fare al rey, e che facessi copiar le lettere che aveva da presentare in scritto persiano. Questo fu gran favore di Dio che el me ordinasse a me, perchè se le riceveva così e le avesse mandate ad altri franchi per interpretare, li erano tali che altro non desideravano perchè la coda di Francia arriva fin qui, e quelli che manco si estimano e che paiono sancti sono quelli che estano qui, para avvisar il tutto, come volevano fare volendo corrompere il mio mullà, sive escrivano persio, che li dasse le copie del tutto. Ma io accortomi, operai tanto sicuro e cauto che non hanno avuto il loro intento.
Tutte le lettere che io avevo degli altri principi, il principe fece che io le presentassi essendo lui insieme con me, questo per non aver lui con chi poterle accompagnare essendo in grandissima calamità e miseria; e qui dando lettere bisogna anco le si porti in compagnia. Le presentai colla istruzione del pontefice insieme tutto in scripto, essendo la udienza in pubblico, e per non aver tanto a parlare, così si fece onde passò bene tutto il negozio.
A cabo di altri 8 giorni il detto mehemendar mi venne a levare e condurre davanti al rey in udienza, e comparso le presentai in mano del proprio rey tutte le dette lettere ed istruzione, insieme con il presente, il quale era portato da 24 uomini essendo pel valore di4500 reali. Fui ben visto dal rey e dal gran visir e da tutti li grandi della corte, e con cortesi parole disnando in sua tavola con lui e visir e grandi del regno, disse a me poi che altra volta mi avrebbe chiamato all'udienza e convito in questo tempo. Seando la audienza del visir, con il presente suo, qual era della summa de trescientos e sescenta reali in circa, ed un'altra copia dell'istruzione, acciocchè anche lui a parte potesse veder e saper el tutto, sebbene egli fa tutti li negozi del reino, essendo il re giovane di anni 18 in circa. Qui anco si ebbe cortese risposta, si diede il suo presente al suo partir acciò si potesse aver l'ingresso libero, avendo a trattare più volte con il detto visir.
A cabo di altri 15 giorni in circa el rey mi mandò a casa il mio presente per il mehemendar il quale era in danaro 750 reali ed alcune pezze di seta con oro ed altre senza ed alcuni telami, le quali robe diceva il detto mehemendar valere settecentos et cincuenta reali, sicchè il tutto tra roba e soldi sommava 1500 reali; ma volendo io vendere la roba per bisogno di denari per le spese fatte, non mi davano la metà di quello diceva il mehemendar. Di che le conservai e me ne servii per altri presenti che avevo a fare, e non ne tirai niun profitto de le. Mi mandò anco insieme la ghalata regia, cioè veste, e disse che fra pochi giorni mi verrebbe a levare all'udienza; e da li a 5 giorni mi chiamò all'udienza del rey, gli portai un altro presente del valore di reali 225; mi diede le risposte dicendo che riverisci le EE. VV. da sua parte; mi dimandò poi per quale strada volevo partire, io gli risposi non aver altra strada che per Moscovia, ovvero India, ora la più breve era per Moscovia, onde al detto principe chiesi per favore lettere pel granduca di Moscovia, e lui cortesemente mi rispose volentieri; ma in questo darmi la detta lettera e passaporto passarono altri due mesi, per cagione di alcuni emuli che portarono ogni risposta e spedizione a mesi 4, avendo fatta molta spesa per il vitto di mia tavola per detti mesi, reali 480 presente per il detto mehemendar, reali 230 per altra spesa di servitori, e quello che portò il vitto del rey con el mio presente e la ghalata, il mio dragomano, mullà sive escrivano persico, ed altri che son molto lungo mettere in carta mi andò reali 620. Per cavalli, tappeti, pavoni, ed altra spesa per il mio viaggio me andò 460; onde avendo fatta tanta spesa ed essendo con pochi denari e viaggio lungo da fare avendo 10 cavalli, chiesi al rey alcun viatico onde mi mandò altri 750 reali, ma questi non è bastanti al viaggio che finora ho fatto, oltre ad alcuni vestimenti fattomi per comparir all'audienza pel valor di 470 reali, per un presente fatto a colui che mi condussein Moscovia, e spesi altri 220 reali pel viaggio da Ispahan fin ora presente, e pel mio vitto reali 450 che è stato questo el corso di mesi 7. Sicchè mi trovo di sotto da 7000 reali in circa, ma al capo di 4 giorni dalla mia partenza da Ispahan mi incontrai in un tale Giorgellis ambasciatore della sacra maestà di Polonia, che Dio volesse non avessi mai veduto per essermi stato di notabilissimo danno, e da Sua Maestà medesima ne avrà V. S. informazione del tutto, perchè io glielo scritto, e poi con la mia venuta più oltre saprà ogni cosa; ora rivolto addietro accompagnatolo in Ispahan con ogni onore, sì per la maestà di Polonia come per aver seco una lettera del serenissimo defunto Enrico, dipoi rivolto il mio viaggio venni fino la porta sopradetta di Moscovia, ma per alcun negozio scoperto sono tornato addietro essendo stata data mala informazione alli Moscoviti, ed essendo zente sospettosa perfida e mal fida, non mi hanno permesso il passaggio per la sua terra. Onde ritorno per via d'India la quale sarà per lo spazio di 15 mesi in circa con mio grandissimo dispendio oltre il speso. Questo io non dico per essere rimborsato di alcuna cosa, ma lo dico solo acciocchè sappi la Serenità Vostra che li son buon suddito, e quello che li ho promesso per amor della patria e per mantenere l'onore ed il decoro di Vostra Serenità e della cristianità ho fatto, ed osservato la mia parola, e la manterrò se dovessi vender la camicia e me stesso ancora, e con il mio arrivo in patria vederà il tutto che io avrò operato, ma anco avanti sentiranno le nuove come sarà eseguito ogni cosa, e con altra mia per altra via significherò più volte a Vostra Serenità il tutto e per fine riverentemente genuflesso le bacio il manto d'onore.
Di Sciangai il dì 24 aprile 1648.
Supplicherò riverentemente V. S. far noto il tutto alla Santità di N. S. acciocchè lui ancora sappia quanto si opera in questa corte conforme li suoi ordini, senza preterire niun punto anzi con il mio dispendio ho sostenuto e mantenuto la riputazione ed onore che a Sua Beatitudine si conveniva, traendone dal tutto frutto e profitto buonissimo, che fra poco tempo per quanto si parla qui lo vederà, e con altra mia per altra via sarà di ogni cosa informato, e poi al mio arrivo molto più oltre. E riverentemente me inchino.
Di Vostra Serenità
Umilissimo et devotissimo servitore et schiavoDomenico De Santiq.mLuca.
Espos. Principi secreta.
1661 (1660 m. v.) 22 gennaro.
Al re di Persia.
Agli ingiusti travagli che tuttavia ci fanno risentire i Turchi, resiste la Repubblica nostra con costanza generosa, e prepara per la vicina ventura campagna ogni vigorosa provisione, particolarmente per la parte di mare, mirando ad occupare con la necessaria prevenzion il posto importantissimo dei Dardanelli con buon numero di navi. V. M. da tutti tanto stimata, non solo per la propria potenza, ma per il valore delle sue armi, aquisterebbe appo il mondo un merito singolare e gloria insigne al suo nome, se con le sue forze si disponesse ad abbattere l'Ottomano comune nemico. Molte buone congiunzioni e la pace universale già segnata in cristianità aprono la strada a fortunati successi ed a grandi vittorie, mentre sono tutti i principi disposti a secondarle. Abbiamo voluto portare alla M. V. queste notizie, acciò comprenda la buona opportunità che se le offerisce di abbattere così fieri nemici; confirmandole con tale incontro la nostra antica osservanza, e la confidenza che si tiene di riportare dalla sua gran mano ogni più valida assistenza: sicura la M. V. della memoria grata e perpetua che sarà per conservargli la Repubblica con desiderio di corrispondergli con sinceri testimoni di stima, augurando intanto alla M. V. il colmo di ogni grandezza e prosperità.
Senato Corti. R. 37.
1662, 10 giugno.
Serenissimo Principe,
Io Aranchies Vartapiet, arcivescovo d'Armenia maggiore, raccomandato alla S. V. ed a tutti i principi cristiani nel passaporto dell'em.mo Chigi, essendomi stato illuminato il cuore nel conoscimento della vera fede, e però andato a Roma a confessarla nelle mani del sommo Pontefice, desiderando colle opere di confessarla e conoscendo la Serenissima Vostra Repubblica di Venezia religiosissima, e che più di tutti li principi cristiani con la confessione e con le armi la sustenta, humilmente espongo:
Con l'occasione che supplico passaporto, dovendo passare per la Persia, ed avendo stretta intelligenza con quella Maestà, se fosse conferente agli interessi della S. V. di trattar lega con quel re a danni dell'Ottomano, mi offerisco di praticarla, assicurando la Maestà di certa lega ed unione colla Ser. Rep., supplicandola di secretezza in questo affare, perchè li Armeni che sono in Venezia inimici degli Armeni cattolici ed a me inimicissimi, a quale hanno l'occhio, per esser persona la prima dopo il patriarca d'Armenia, onde se sapessero alcuna cosa avviserebbero e mi leverebbero la vita per strada. Benchè mi sarebbe caro di perderla per la fede e per la Ser. Rep., le sicurezze che io ho e l'inclinazione del re di Persia a questa lega mi certificano, e le espressioni a me fatte mi necessitano della sicurezza del fine.
Nel passaporto supplico la S. V. raccomandarmi a tutti e specialmente al suddetto re. Ricevendo la S. V. la mia esibizione, si compiaccia farmi dar braccia sei di soprarizzo d'oro per donar al re, perchè da questo conosca quella Maestà le commissioni delle S. V. e un poco di danaro per far il viaggio. Le difficoltà che si hanno per passar nel paese dell'Ottomano sono benissimo note. Io non ho difficoltà alcuna del passaggio, e se paresse alla suprema prudenza della S. V. far che alcuno si accompagni con me con commissioni più secrete, sarà sicurissimo.
Protestando al sig. Dio e alla S. V. che in questo viaggio questo affare avrà buon fine o morirò martire per la santa fede e per questa Ser. Repubblica.
Filza Corti, 66.
1662, 10 giugno in Senato.
Al re di Persia.
È in cammino per queste parti Aranchies Vartapiet arcivescovo d'Armenia maggiore, e presentandosi occasione di rinnovare la memoria a V. M. del pubblico cordiale affetto, mancheressimo, non facendolo, all'ardore dello stesso desiderio che nutrisce verso di lei la nostra Rep. sempre con sentimenti particolari di stima grande e di amicizia vera. Udrà dalla viva voce di lui quello che dai nostri cuori ha potuto ritrar più al vivo nel discorso. Sieno però le presenti a ritratto di un'ottima disposizione; e se combattuti noi da gran nemico, più si cimentamo, giusti mantenitori del dominio nostro, vaglia ciò per pegno al mondo di una sincerissima volontà, ed a lei queste lettere di una immutabile osservanza che nei presenti tempi brameressimo poterle avvicinare con altrettante prove, quanto uniti se le trovamo sempre coll'anima e coll'affetto, pregando a V. M. per fine lunghezza d'anni e felicità di avvenimenti.
VerdizottiSegretario.
Colla parte del Senato 10 giugno 1662 fu poi stabilito che si dessero all'arcivescovo oltre alla presente lettera zecchini 50 per una volta tanto, per spese di viaggio, stante la molta sua povertà, e per contrassegno di conosciuto merito.
Filza Corti, 66.
1673, 19 luglio.
Per comando delle Eccellenze Vostre trasferitomi io Pietro Fortis, dragomanno pubblico, nel convento dei santi Giovanni e Paolo, dove si attrovano li padri domenicani venuti di Persia, nominati Maria disan Giovanni, e Antonio di san Nazaro, parlando in turco, ai quali dissi di aver le Eccellenze Vostre inteso il loro arrivo in questa città con qualche commissione del re di Persia, che saranno ben veduti, desiderando Sue Eccellenze d'intendere quali sieno gli ordini che tengono. Risposero render umilmente ed ossequientissime grazie alla Maestà pubblica, che si è compiaciuta degnarsi di ricercar di loro, et dissero essere tre anni che sono partiti dalla presenza del re di Persia, con lettere dirette al ser.mo principe di Venezia, tre per la sede apostolica, una pel re cristianissimo, ed una pel granduca di Fiorenza. Essere partiti per via di Moscovia, ma per le guerre d'allora aver convenuto fermarsi nel viaggio 22 mesi, che poi liberatosi il paese continuarono il loro viaggio, e passando per la Germania capitorno qui dopo un lungo e disastroso viaggio.
Ricercati da me se hanno qualche cosa da dire oltre alle predette lettere, dissero che già 4 anni fu spedito dalla sede apostolica con titolo di ambasciador di S. Santità. Matteo arcivescovo di Naschiwan dell'ordine di san Domenico con lettere al medesimo re, alle quali risponde, come pure ebbe lettere di Sua Serenità al medesimo re, e quelle che s'attrovano avere, sono le risposte. Mi dissero non aver d'avvantaggio, rimettendosi alle lettere e supplicando bene Vostre Eccellenze delle risposte che così hanno commissione dal re, perchè continui la buona corrispondenza colla Ser. Rep. instando d'esser spediti con celerità.
Aver nel viaggio così lungo patito molto e con un dispendio sopragrande, su di che si raccomandano alla somma benignità delle Eccellenze Vostre: instando pure di essere provveduti perchè possino far il viaggio per Fiorenza, che di là poi si porteranno a Roma e Parigi.
Tanto ho ricavato dai medesimi, in ordine ai comandi delle Eccellenze Vostre.
Esp. Principi.
Serenissimi Signori,
Richiedevano le mie obbligazioni che in propria persona fossi venuto a render le dovute grazie a questo ecc.mo senato, ma la mia senile età, la lunghezza del viaggio, li gravissimi pericoli che si incontrano,mi impediscono e la soddisfazione del mio debito e la esecuzione del mio desiderio. Che però quel tanto non mi è permesso far di persona vengo a farlo colla penna, significandogli, come dopo gravissimi pericoli e di mare e di terra, singolarmente in Erzerum dove fui accusato per spia, giunsi in questa mia provincia e da qui poi mi trasferii in Ispahan, dove ritrovai appunto giunto l'ambasciatore di Polonia. Per molti affari del re fu ad ambidue procrastinata l'udienza per tre mesi. Venuto poi il tempo presentai le lettere delle Vostre Signorie Eccellentissime quali furono affettuosamente ricevute, et poi con la maggior efficacia possibile esposi la mossa della guerra contra del turco Ottomano conforme l'impostomi dalle Eccellenze Vostre e fui benignamente ascoltato. Mi domandò poi il re minutamente di tutti i principi cristiani, del loro numero, grandezza e potenza; e di codesta Ser. Rep. dissi quel tanto che in verità si doveva che non era ad altri inferiore. Per ottenere poi l'espedizione sono stato trattenuto sette mesi. La causa di tanta dilazione fu la nuova che sopraggiunse della resa di Candia dal re sentita al maggior segno, che mi disse queste parole:
Come! principi cristiani m'invitano alla guerra col turco, mentre essi hanno resa una piazza tanto tempo difesa, quasi che temano della loro propria potenza?
Non mancai far ogni sforzo per giustificar questo fatto, procurando di renderlo capace nel miglior modo fosse possibile.
Circa agli interessi della mia provincia ho ottenuto, mercè l'intercessione di Vostra Serenità, quanto per addesso desideravo. È ben vero che assai più avrei ottenuto se non fosse stato l'accennato disturbo di Candia. Intorno al negozio della guerra non mi ha dato risposta alcuna a bocca, dicendomi che nelle lettere risponsive si contenevano li suoi sentimenti; che però consegnatemi le lettere dirette a questo ecc.mo senato, insieme colle altre dirette al sommo pontefice, mi comandò che per due dei miei frati a posta le inviassi, acciò avessero sicuro recapito, e che colle scritture non toccassero i passi dell'Ottoman, ma che si inviassero per la strada di Moscovia, e che si accompagnassero con il suo ambasciatore quale egli inviava al re di Polonia. Tanto appunto eseguisco inviando per i miei frati alle Signorie Vostre Eccellentissime l'accennate lettere con affezionatissimo rendimento di grazie, promettendomi dalla loro benignità ogni possibile aiuto, in ogni altra occorrenza e bisogno di questi poveri cattolici, posti nel mezzo di tanti voracissimi lupi di scismatici ed infedeli, che fanno del continuo ogni sforzo per divorarli. E però lemie forze non sono sufficienti per difenderli se non vengo aiutato dalla pietà dei cristiani principi, e singolarmente da codesta Ser. Rep. che in pietà ogni altro eccede. Raccomando alla vostra benignità questi due padri, che invio; mentre per fine profondissimamente me le inchino augurandogli dalla Divina Maestà ogni bramata prosperità.
Da Naschirvan provincia dell'Armenia maggiore 10 agosto 1670.
Delle Vostre Signorie Serenissime
Umilissimo ed obbedientissimo servoFra Matteo AvanisensArcivescovo di Naschirvan.
Esp. Princ. Filza 87.
Laudato sia il grande e onnipotente Iddio.
Potentissimo, maestosissimo ed altissimo principe, padrone e possessore del vasto dominio veneziano, signore e monarca di grandezza, maestà, giustizia e magnanimità, serenissimo possessore del manto della gloria, potente dominatore fra li re cristiani, di carità e di equità che non ha pari, qual s'assomiglia all'oceano che non ha paragone nella immensità, essendo nota a tutto l'universo la sua grandezza e potenza.
Dopo di che le portiamo colla presente che avendo la Serenità Vostra inviate sue da noi stimatissime lettere, per mano di Matteo vescovo di Naschirvan, dirette alla felice memoria del potentissimo nostro padre che ora gode stanze serene e gloriose nel paradiso; quali lettere sono state invece di lui a noi presentate, ed intesone il contenuto, alle quali si è fatta quella stima che meritano le grandezze cospicue di chi le ha inviate.
E sopra il motivo della raccomandazione per li popoli cattolici, della credenza di Gesù che si attrovano nel nostro dominio, acciò godino tutte le immunità e privilegi, abbiamo comandato che per tutte le città, castelli, terre e villaggi dove vi sono abitazioni sieno rispettati ed onorati, comminando che non li sia inferita molestia alcuna: anzi per maggiormente far palese la stima che facciamo delle raccomandazionidi Vostra Serenità, abbiamo comandato che attrovandosi in qual si sia castello e villaggio alcuno dei sopradetti, molti o pochi dei sudditi cattolici in molto o poco numero, a causa di loro restino anco immuni tutti gli altri di qualsivoglia condizione o setta, e ciò per esservi colà abitanti cattolici; e questo perchè si veda la nostra intenzione che è sempre per incontrare nelle soddisfazioni di un principe così a noi amico, al quale professiamo osservanza non ordinaria. Ma nonostante le immunità ed esenzioni da noi concesse ai popoli non solo cattolici, ma anco agli altri abitanti in quelle terre e castelli, hanno essi voluto colla direzione del suddetto vescovo Matteo contribuire un semplice segno di ricognizione al mio erario come dominante, e questo per goder perpetuamente le concessioni da noi fatteli, dove per consolarli abbiamo così confermato. Onde con questo decreto restano immuni da qualsivoglia altra contribuzione, cui per l'avanti soccombevano, non solo all'erario regio, ma anco alli rappresentanti che colà si attrovano e che per l'avvenire vi saranno; quali dovranno in tutta puntualità adempire ed eseguire i nostri comandi nel ben governarli, proteggerli e difenderli da qualsivoglia molestia, i quali popoli potranno a loro piacere e con sicurezza attendere ai loro negozi. Abbiamo avuto notizia come la guerra che vertiva sopra l'isola di Candia con l'Ottomano resti ora cessata, ed il tutto aggiustato con la pace stabilita e convertita in buona amicizia, ed attrovarsi al presente la predetta isola di Candia in potere del medesimo Ottomano e restate sopite tutte le differenze. Nonostante però se nell'animo della Serenità Vostra insorgesse altro di nuovo sopra ciò, la preghiamo che senza alcun rispetto o riguardo si compiaccia darci avviso e manifestarci l'animo suo, assicurandola di una prontezza nell'abbracciare e poner in esecuzione quanto ci dirà e quanto desidera.
Nel resto le preghiamo dal Signor Dio tutte le felicità, prosperità e grandezze maggiori.
Sigillo del re di PersiaSuleiman.
Pietro FortisDragomanno pubblico.
Esp. Princ. Filza 40.