DOCUMENTO XX.

Copia di una relatione facta per dom. Costantin Laschari, stato al Charaman per nome della Signorìa Nostra, narra delle cosse del Sophì, le quali furono lette in Collegio ed in Pregadi.

Copia di una relatione facta per dom. Costantin Laschari, stato al Charaman per nome della Signorìa Nostra, narra delle cosse del Sophì, le quali furono lette in Collegio ed in Pregadi.

Ser.mo ed ill.mo principe, et excell.mi signori, post debitas comendationes io Costantin Laschari bon servidor di questa signorìa, per obedir a quella, che dovessi diponer in scriptura zercha ale cosse imposte per Vostra Serenità de le cose del sig. Caraman de inde del sig. Sophì el qual è principe de tuta la Persia, chel ser.mo imperador Uxon Cassan dominava: et prima zonto a Tarsus che fo adì 16 marzo, subito mandai uno messo a Tauris al sig. Caraman con letere di V. S. facendoli intender tanto quanto per questa signorìa me està imposto, de lo qual sig. ebbi aviso, siccome alla S. V. io ho scrito, et subito mi partii de Tarsus per andar a trovarme con el dito sig. el qual trovai in Astankief lontan da Tauris zornate 15 con circa cavalli 300; fate le debite revisitation da parte de Vostra Serenità narandoli quanto questa signoria era disposta a darli ogni favor et ajuto contro il Turco, azò potesse esser ritornato in suo stato, de che sua sig.ª ne ricevette grandissima consolation et insieme cavalchassemo in verso Aleppo, in la qual terra stessemo insieme zorni 5, et dapoi molti consulti e rasonamenti fatti insieme la sua sig.ª deliberò mandar uno ambassador in Cypro a le exellentiede quelli rectori de V. S., i qual invero i ha fato bona acoglientia al dito amb. et della promessa fatta al suo signor de artelaria et galie, che ne altra cossa desiderava questo signor; et tanto più chel signor Sophì li comesse che dovesse vegnir verso la Caramania che etiam lui li veniva drieto per metterlo in signoria, lo qual sig. Caraman et da tuta la sua zente fu certificato aver cavalcato insieme col sig. Sophì tre zornade in verso alo paexe del Turco, con tuto lo suo exercito per esser el primo per discaziar quel signor, el qual è debilissimo e no po far 5000 combattenti gente inesperta et mal in ordine in arme, et poi quanto sera in Amasia fara deliberation per qual strada debba entrar in Caramania per esser tre et quattro passi; la potentia del qual signor Sophì, è de combattenti 80m. tra a cavalo e a piedi, zente persiana di gran experientia de guerra, ben armadi de armadure per loro e per li cavali, però chel fior de armadure che son al Cayro per li schiavi se trazeno de la Persia de una cità che se chiama Siras, de che Serenissimo Principe me ho voluto ben far certo non tanto del signor Caraman quanto de tute le sue gente come etiam d'altre persone venute da Persia, che tute si acordano de questa potentia et esser cussi ben in ordine, però che andava contro la casa ottomana come heretichi dalla fede macometana, et usurpatori del stato di molti signori macometani, et che se intendeva con quella ill.ma signoria, et per lui chel dito sig. Caraman narandoli quanto per vostra Serenità li avea dechiarito; praeterea el dito signor Sophì havanti che partisse de la Persia per ogni rispeto et per tolerse davanti li occhi tutti li sospetti che poteva haver, preseno con le sue forze tuti quelli signori che erano in la Persia di nº 80 in 90, et feceli tagliar la testa e a tuti i soi figlioli fin in terzo grado, la qual cosa piasete a tutti li popoli per le gran tirannie che fevano et mazimamente ali merchadanti insuper al signor Soldano del qual non hanno niun favor; et trovandomi in Aleppo ie le vidi tornar dal Cayro con 25 cavali e andar in verso Amasia per trovarse con quello altro signor molto mal contento; et quanto questi doi signori insieme zoè d'Amasia et de Tauris con tutti li favori che possano mai aver non porano far cavali 7 in 8m; ben è vero ser.mo principe chel Gran turco avea mandato nuovo fiolo con potente hoste, chi diceva di 30 mille, chi di 40 mille, in soccorso de questi do signori che per el parlar dil signor di Caramania et de altre zente che venivano de Persia el signor Sophì con lo suo exercito gera più potente di quello che se stimava, et ben in ordine e tanto più quantol'andava per la fede contra questi eretici ottomani di poca fede, usurpadori de molto stato, et che senza alcun dubio li teniva aver vitoria. Ser.mo Principe sopra tutte le altre cosse ho voluto aver bona information de questo sig. Sophì: esso è in ordine di danari, de che de cadaun me fu certifichato aver grandissima ricchezza, prima pel il gran paese che possiede preterea aver tolto gran facultà di questi signori che ha fato morir, et esser signor di gran justizia et liberal con tutti, homo de anni 20 in 22 molto prospero, ha uno suo fradello de anni 11 in 12 lassato a Tauris, et una sorella chel prometeva darla per mojer al sig. Caraman. Questo signor Sophì è molto afezionato a questa sua setta che è una certa religione catholica a lor modo, in discordantia de la opinion del suo propheta Macometto et Omar, che fo suo discipulo, et questo Sophì aderisse ala opinion de Alì che fu pure discipol del profeta. Tamen in articulo di loro fede erano dissidenti come se pol dir fosseno al tempo di san Piero et de altri pontifici gli Ariani, che benchè cristiani, tamen erano eretici; concludo Ser.mo Principe che a juditio mio se la persona del Gran turco con potentissima hoste et lui in persona non vien a scontrarse con questo Sophì vedo in pericolo esser discaziato de la Caramania et a tempo nuovo andar più oltra. Apresso ali altri favori di questo Sophì se atrova in lo paexe del Turcho gran copia di gente di la opinion di questo Sophì, che son certo che si acosteranno a lui. Ser.mo prencipe non voglio restar con ogni debita reverentia dir che atrovandomi in Tarsus a questo mio viazo, da molti et molti subditi del signor Caraman fui certificato veramente chel fiolo del Gran turco primogenito che si trova in Caramania in la terra de Cogno, havendo suo padre mandò per lui per averlo suspeto non volse andar, anzi quando el Caraman ala prima volta venne in quel paexe el fugì e abandonò el paexe et lassò chel Caraman fesse el suo corso; et dapoi chel Caraman, per non se poder mantegnir contra la gente ottomana, e fu ritornato a la Caramania del dito locho de Cogno, el al continuo ha scrito al sig. Caraman che debba vegnir che lui è contento chel toglia el paexe el se fassa signor, et etiam el fradelo che è in Amasia ha fato la experentia per metter le man addosso. Ser.mo prencipe se la Vostra Ser.tà parlando sempre reverentemente non desprezia questo mio parlar, perche io ho gran famigliarità con questo fiolo del Turco, che avanti questa guerra el mio exercitio jera de andar marchadante in quelle parte, e più volte parlando de la Vostra Signoria me motteggiò: che se questa signorìa di Venetia vorà me neanderò a trovarla perche congosco che mio padre e miei fradeli zercha de metterme la man adosso per farme morir, aziò che dapoi come primo genito non abia reame et qualche volta ho parlato di questo in Cypro ala bona memoria di ms. Marin Malipiero. È vero Ser.mo Prencipe che questo signor è homo forte, e mandava spesse volte in Cypro per toler porchi, che lui mangiava che è contra la fede macometana, et ultimamente suo padre feze impichar sei subaschi, et molti altri signori de la sua porta che consentiva questa cossa, suplicando di summa gratia che la vostra ser.tà me debia despazar presto a cazone che possa tornar in casa mia o veramente dove me comanda vostra ser.tà; et cussi me voglia aver per riccomandato et guardar me con l'occhio di la pietà a tanti pericoli che ho corso per quest'impresa per avanti, et maximamente in questo viazo, de perder la vita et esser scortigato, et son cargo di fioli, et per queste guerre in Turchia ho avuto gran danno et romaxi povero et mendico, ala gratia di la qual come bon servitor me raccomando (scrita adì 14 octob. 1502 in Venetia) humilissimo servitor di la Sig.ª Vostra, Costantino Lascari.

Diarj Sanudo. Codd. Marciani.

Copia de una altra depositione del ditto.

Ser.mo Prencipe et domino meo, post debitas comendationes etc. Avendo io Constantin Laschari data in scriptura ala Vostra Serenità circha le cosse del signor Caraman etc. etiam del signor Sophì, me pare de voler ajonger a questa altra scriptura e voler dechiarir questo signor Sophì inimico capital de la casa otumana, la qual inamicizia è ab antico et non principia a hora, de che essendo questa religion di Sophì dal principio de la fede macometana fin a hora nel paexe di la Persia, Caramania, Turchia et per Sorìa sempre porta gran odio a questa caxa otumana, et per tenirla come eretica di la fede, ne mai ha manchà che in ognitempo questa religion de Sophì ha fato guerra a questa caxa otumana ala parte de Trapesonda et brusò quella terra di Trapesonda dove hanno castelli et qualche cità non de gran conto, niente de manco per lo suo natural sono signori et di sangue de signori. Questo signor Sophì è nato di una neza de Usuncaxan, dove con questo parentà se ha fato signor in la Persia et fatose imperador, et non senza gran fondamento è mosso ad aquistar tanto paexe, deinde haver tanto seguito de li populi, sì per esser signor natural come etiam per la gran justitia et liberalitate sua, et per esser signor de gran ricchezza. — Serenissimo Prencipe, havendo visto in sì breve tempo questo signor haver tanto prosperado me pareva cosa incredibile, e de qui è processo che ho voluto cautamente domandar a Persiani et a molte altre nation in el paexe dove son stato fin a Astankief, e di tutti universalmente son sta certificato prima la sua progenie sempre è sta signori et fioli di signori, de inde son stati sempre persone de valor. Serenissimo Prencipe ho voluto far questa dechiaration perchè da molti e molti son interrogato se questo Sophì sia propheta et persona relevata parendo le cosse miracolose, et da quelle persone che m'ha parso di qualche ingenio, io li ho risposto esser signor natural et soi antecessori el parentato de imperio de Persia, el è vero che questo Sophì se tien intro la sua fede molto cattolico; non dirò altro che ali piedi di V. S. mi raccomando suplicandola che mi voglia presto expedir et averme per racomandato per esser povero gentiluomo da Costantinopoli de casa Delascari, habitante in Cypro circha anni XX in tra li boni parentadi di quel regno, et con mojer et cargo de fioli, adì 16 octobre 1502 in Venetia.

Humil servitor de la Serenità VostraCostantino Laschari.

Diarii Sanudo. Codd. Marciani.

Copia de una letera del signor Sophi, mandata al serenissimo principe nostro messer Leonardo Loredano doxe de Venezia, ricevuta in Zener 1505.

Copia de una letera del signor Sophi, mandata al serenissimo principe nostro messer Leonardo Loredano doxe de Venezia, ricevuta in Zener 1505.

Ismail Sophi soldam, che Dio fazi el suo regno eterno: al soldam de' Venitiani grande amicho nostro, che Dio fazi el so dominio perpetuo. Le lingue non potriano exprimer, nè penna potria scriver, nè intelletto potria comprender lo amor che vi portemo. Havemo gran sete e gran desiderio de veder la signoril persona vostra, speremo nella misericordia de Dio, e in quello che apre e serra il tutto, che presto se vederemo e saremo boni amici. Ve avisemo che havemo conquistà tuto el paese della Azimia con gran prosperità, e speremo nella omnipotenza de Dio che perseveremo ogni dì in mazor vittoria, perchè Dio è onnipotente et misericordioso, et nella fortezza del suo brazo speremo che haveremo victoria contro li inimici nostri.

(Questa fu translatada cussi).

Diarii Sanudo, vol. VI. Codd. marciani.

1570, 27 ottobre.

Serenissimo et Excellentissimo Domino Sciah Thamasp filii Sciah Ismail Imperatori Persarum, Atribeigian, Sirvan, Hirach, Corasan, Ghilan, et aliorum regnorum, patri victoriarum, justitiae amatori, et Regi Regum Orientalium Invictissimo.Aloysius Mocenigo Dei Gratia Dux Venetiarum etc. salutem et honoris ac gloriae felicia incrementa:

Serenissimo et Excellentissimo Domino Sciah Thamasp filii Sciah Ismail Imperatori Persarum, Atribeigian, Sirvan, Hirach, Corasan, Ghilan, et aliorum regnorum, patri victoriarum, justitiae amatori, et Regi Regum Orientalium Invictissimo.

Aloysius Mocenigo Dei Gratia Dux Venetiarum etc. salutem et honoris ac gloriae felicia incrementa:

Per quella antiqua et candida amicitia, che ha sempre tenuta e tiene la signoria nostra con la imperiale Maestà Vostra, noi havemo deliberato di mandarle un nostro ambasciator per farle intender le cose che sono scritte qui a basso; ma il conoscer che le stradetutte, per le quali si può venire alla Maestà Vostra, sono guardate con gran diligenza dei Turchi, ne ha fatto ritardare, ma non mancheremo di farlo se sarà possibile. Fra tanto il sig. Dio ne ha mandato avanti un altro mezzo, che è l'onorato chogia Alì di Tauris, suddito della Maestà Vostra, il quale si attrovava in questa città con un grossissimo cavedal (capitale) et fu intrattenuto con tutta la soa roba per causa della presente guerra mossane tanto ingiustamente dal sig. Turco; ma avendo noi inteso questo esser suddito fedele di Vostra Maestà, l'abbiamo fatto metter in libertà e rilassarli tutte le robe sue, per quel singolare amor e respetto che portiamo all'imperiale Maestà Vostra. Questo chogia Alì ne ha detto che desidera tornar a casa soa, et si è contentato di portar le presenti lettere nostre per Vostra Maestà: la quale saprà che essendo noi in pace col sig. sultan Soliman passato imperatore di Costantinopoli, conservata per molti anni, morto lui il presente sig. sultan Selim suo figliuolo la confirmò con solenissimo giuramento, ma da poi senza alcuna causa ne ha rotta la detta pace et mandato contro di noi la sua armata, quale è andata per far l'impresa del regno nostro de Cipro, et ha mandato anco le genti sue de terra in Dalmatia contro le nostre città. Ma noi con la gratia de Dio havemo fatto preparazione di una grande et potente armata et de gente de piè et de cavallo; et oltre delle nostre forze li principi christiani hanno fatto preparativi per congiungersi con noi contro questo comune inimico, tanto che l'anno presente et anco quelli che veniranno si farà animosamente la guerra, et non si vorrà più la pace con questo sig. poichè si vede che el non osserva la fede; e se la Maestà Vostra imperial la qual ha forze così grande et tremende alli Turchi, con questa occasione si moverà contro di questo suo inimico, il qual non le ha mai osservato cosa che li abbi promesso, si po tener per sicuro che combattendolo noi con li altri christiani da questa parte et la Maestà Vostra dalla sua, ella potrà ricuperar quel paese che esso le ha ingiustamente occupato, e romperli quei disegni che l'ha d'andar molestando et infestando ora un principe et ora l'altro senza conservar amicitia con alcuno, se non in quanto le serve per farli star quieti sino che el combatte con un altro. Vostra Maestà è piena di prudentia et valor, e siamo certissimi che non la lascerà passar questa occasione di batter questo suo inimico: il che oltra l'obbligo grandissimo che noi li averemo, apporterà immortal gloria al suo nome, ampliazone al suo impero, et una sicurtà perpetua che questo signor non sia in qualche tempo per darli molestia, secondo cheper molti effetti ha mostrato di haver in animo, se ben al presente simula, di voler star in amicizia con lei, ma non aspetta altro che tempo comodo a poterlo offender, cosa che non può far ora per la guerra che ha con la cristianità. Noi dunque la pregamo a muoversi con generoso animo contro di lui, et promettemo a Vostra Maestà in fede di vero principe, che noi con li altri cristiani dal canto nostro faremo ogni sforzo per batter in mare et in terra questo universale inimico di tutti. Non saremo più lunghi, perchè confidamo che Vostra Maestà coglierà la occasione che li manda il sig. Dio, il qual pregamo che li doni felice e longa vita.

Parti Secrete; fra i nostri Codd.

1570, 30 ottobre, in Zonta.Che al fedelissimo nodar estraordinario della cancelleria nostra Vincenzo di Alessandri sia commesso in questa forma:

Vincenzo! Sperando noi ricever da te ottimo servitio, per l'esperienza che hai delle cose turchesche e delli dispareri che sono tra il sig. Turco et il signor Sophì, abbiamo deliberato col Consiglio nostro dei X e Zonta, di mandarti in Persia a quel serenissimo signor con lettere nostre per eccitar Sua Maestà a muoversi contro il sig. Turco; però col nome de Dio ti metterai in cammino, sollecitandolo quanto ti sarà possibile, et giunto a quel signor, dopo presentate le nostre lettere, et facta certa Sua Maestà della sincera amicitia che tenemo con lei, le dirai che avemo voluto mandarti per darle conto della guerra che con tanta ingiustizia ne ha mossa il sig. Turco, contro la sua parola et giuramento, senza che da noi gli ne sia sta data alcuna causa, del che anco li avemo dato aviso con altre lettere nostre che li saranno portate da un suo suddito. Et così le narrerai il modo tenuto da quel signor in romperne la pace, et come con tutte le sue forze da mar e da terra è venuto contro di noi, talmente che ha abbandonato tutti quei paesi di là in arbitrio e poter di Sua Maestà se non vorrà perder l'occasione;poi seguirai che noi gagliardemente se difendemo et per mar et per terra: e che li altri cristiani si congiungono con noi a' danni di questo comune inimico, et che siamo per continovar la guerra: di modo che tenendolo noi travagliato da questa parte, se Sua Maestà se muoverà dalla sua, farà quei maggiori progressi che possa desiderar, sì perchè ha potentissime forze come perchè li popoli sono devoti del suo nome; et li potrai dir che essendo tu stato per molti anni in Costantinopoli, li puoi far fede del mal animo che ha quel signor contro Sua Maestà, ma che al presente lo dissimula per causa della guerra che ha contro i cristiani, temendo che quando Sua Maestà si movesse contro di lui fosse con suo grandissimo danno; et qui li pondererai come per la guerra che detto sig. Turco fece ultimamente in Ungheria si sono molto debilitate le sue forze. Con queste et altre ragioni che el sig. Dio te metterà avanti, procurerai di eccittare Sua Maestà a rompere col sig. Turco, promettendoli sempre che noi da questa parte faremo gagliardemente la guerra insieme colli altri cristiani: e le dirai che ella non può aver maggior occasione di aquistarsi oltre la ampliazione del suo imperio un nome immortale, e di obbligarsi in perpetuo la Signoria Nostra con tutta la cristianità. Questo negotio se non potrai trattarlo con Sua Maestà, lo farai col suo primo ministro, facendogli intender che con prima occasione se mostreremo gratissimi del favor che ne haverà fatto Sua Maestà; e ne escuserai se non avemo mandato li onorati presenti che si convengono et a Sua Maestà Imp. et a Sua Magnificentia: perchè hai convenuto andar incognito et senza impedimento per poter liberamente passar per li paesi del sig. Turco, et procurerai di avere la resoluzione et risposta alle nostre lettere, con la quale te ne ritornerai a noi.

Ti abbiam fatto dar per le spese del viaggio de andata et ritorno ducati 1200 delli quali non sei obbligato mostrar conto alcuno.

Parti secrete; ibid.

1570, 30 ottobre.Al Serenissimo Imperator dei Persiani.

Sapendo noi quanto dispiaccia alla Maestà Vostra le cose ingiuste, e che un principe manchi di fede all'altro senza alcuna causa, havemo voluto con queste lettere e con la viva voce del fedelissimo secretario nostro Vincenzo de Alessandri apportatore di esse, far sapere a Vostra Maestà come il presente imperatore dei Turchi in Costantinopoli sultan Selim, havendo con solennissimo giuramento confirmata la pace che per molti anni ha avuta la signoria nostra con il signor suo padre: non havendo alcun rispetto de romper la sua parola, ne ha mossa la guerra con mandar la sua armata e molta gente da terra a combatter il regno nostro de Cipro, et altre genti in Albania et Dalmatia, contro le nostre città; et questo senza averne avuto pur una minima causa. Noi all'incontro havemo fatto una grande armata, e messe insieme genti da piedi e da cavallo per difendersi gagliardamente con l'ajuto di Dio, e li altri principi christiani ancora se preparano, et già il pontefice et il re di Spagna hanno congiunte le loro forze con le nostre talmente che si farà la guerra a questo comune inimico, qual non osserva fede ad alcuno; et tanto conserva l'amicitia con uno, quanto li torna a proposito per batter un altro, siccome fa al presente, che simula di esser amico di Vostra Maestà per poter combatter con noi christiani senza aver timor delle vittoriosissime armi di Vostra Maestà, ma l'animo suo è cattivo contro di lei, et quando non fosse travagliato dalle forze dei christiani cercheria di travagliar li sudditi di Vostra Maestà, la qual essendo prudentissima, et conoscendo molto bene l'animo che ha questo signor, de inimico, non manco contra di lei che contro di noi, saprà ben prender l'occasione, hora che detto signor è occupato con le sue forze in queste nostre bande, di far dalla sua parte quei acquisti che li saranno facilissimi, sì perchè il sig. Turco non potrà resistere alle potentissime forze di V. M., massimamente a questo tempo che è combattuto dalle armi christiane, sì perchè la maggior parte dei sudditidi esso Turco sono devotissimi al nome della imperial Maestà Vostra. Noi con le forze degli altri principi christiani, faremo dal canto nostro una gagliarda guerra, in modo che movendosi anco la Maestà Vostra si pò esser certi da ogni parte aver vittoria, et che sarà con perpetua gloria del potentissimo suo nome, con grandezza et ampliatione del suo impero, et la Signorìa nostra insieme con tutta la cristianità resterà obbligatissima alla imperial Maestà Vostra, secondo che più ampiamente le narrerà il predetto fedelissimo secretario nostro, alle parole del qual la si degnerà prestar fede come farebbe a noi medesimi. Et li anni soi sieno longhi et felicissimi.

Parti secrete; ibid.

Serenissimo Principe, Ill.mi Signori,

A' 12 di novembre mi partii dalla corte del re di Persia, et sapendo non poter giunger in tempo di passar il mar Maggiore perchè l'inverno mi aveva sopragiunto; ed essendo informato che il Moscovita non concede il passo a niuno de lì per il suo paese che voglia passar in Polonia, nè trovandomi ben l'andar in Ormuz rispetto la lunga navigazione, ed il non esser solito di partir nave per il Portogallo prima che a mezzo marzo, resolsi fermarmi a Tauris per lasciar passare alquanto dell'inverno fin che fosse venuto tempo d'inviarmi per l'Armenia maggiore, et il paese dei Giorgiani, non potendo ritornare per la strada che io era andato, essendomi stato affermato che il bassà di Erzerum mandò dietro per me tre ciaus sino a Erivan nella Persia, li quali dimandarono a un mercante armeno se mi aveva veduto, dandogli segni dei vestimenti et persona; il qual disse non saper, ancorachè un giorno prima avesse parlato meco, nè mi conoscendo per cristiano, rispetto che nel passare d'Erzerum io era inabito di armeno, et subito giunto ai confini di Persia mi vestii di altri panni alla turchesca, et ciò per correr manco pericolo di assassini da strada, i quali sono in quelle parti in grandissima quantità; in fine detto mercante mi trovò in Casbin, e mi raccontò come li ciaus si trattennero due giorni per aver qualche nuova, li quali dissero come un uomo che era al mio servigio si era trovato a Erzerum con alcuni suoi paesani, ed avendo bevuto più dell'ordinario, dissero alcune parole che diedero sospetto che io fossi italiano ed uomo pubblico; ma non essendo stati bene informati, facevano giudizio da per loro, et ragionando con altri di tal cosa dopo il mio partire fu riferito al subaschi, il quale li prese e condusse al bascià interrogandoli sopra quello che avevano ragionato. Negarono ogni cosa, furono posti in prigione, et con diligenza mandarono dietro per me, onde per fuggire così evidenti pericoli fui forzato passar per strade non usate e deserte, allontanandomi quanto più poteva da detti confini. Partii da Tauris alla fine di febbraio e passata l'Armenia maggiore entrai nelli confini dei Georgiani, mi trovai con gran quantità di soldati a cavallo che andavano ad Erivan, nel qual luoco essendomi pochi giorni trovato vidi che el sultan faceva gran preparation di genti da guerra per ordine del re; nè si sapeva così pubblicamente le cause sebben tutti dicevano esser contro Turchi.

Giunsi a Pazagan, terra dei Georgiani, nel qual loco vi era un gran moto, e si erano mezzo sollevati. Due giorni dappoi il sangiacco di Sasset sottoposto a sultan Selim mi fece chiamare e mi dimandò si sapeva in che parte l'esercito del re di Persia era per andare; io li dissi non sapere perocchè non veniva da Persia, ma dal proprio paese dei Georgiani.

Partitomi di là per condurmi al mar Maggior, entrai in deserte ed asprissime montagne, nelle quali passai estremi disagi di fame, avendomi convenuto per sei giorni nutrire di alcune radici di erbe, le quali sono come cardi selvatici, nè essendovi acque perchè erano agghiacciate, mi bisognava disfar la neve per bevere, ed aggiunto lo andar a piedi a tanti mali, et ciò perchè sopra dette non vi può passar cavalli, sì per l'altezza ed asprezza loro, come perchè non vi saria da nutrire li animali, oltre il pericolo di leoni, orsi ed altre fiere selvatiche che in esse vi sono. Giunsi coll'aiuto di Dio alla fine di marzo in Cogna città alle rive del mar Maggiore, nel qual luogo mi fermai per non essere alcun passaggio in pronto, et intesi che li christiani Circassi erano venuti con 24 vascelli, et avevano per 300 miglia di paese a marina, abbrucciato e depredato le ville e tagliatele vigne dei Turchi ed ammazzato gran quantità di loro, e che avevano portate via le donne e putti e le robbe, per il che si dubitavano che bonacciato il mare non venissero sopra detta città.

Giunsero da Trebisonda sei galere armate per la guardia di quel loco, con ordine di sultan Selim di non si partire dal porto, ma guardar solamente la terra, perchè dubitava che detti Circassi non avessero cresciuto il numero di detti vascelli. Partitomi con una barca, a marina a marina giunsi a Rissa, nel qual luoco mi abbattei in un ciaus venuto da Samsum per canevi, il quale non ne avea potuto trovare per 600 miglia di paese che avea scorso più di 130 cantari, e li aveva pagati con 200 aspri il cantaro, che prima li aveva per 80, e mi disse che non era filo da poterne far per una gomena, et avea comandamento di andare in Georgia e Circassia, ma per dubio di quelli corsari, si ritornò.

Io imbarcatomi sopra il suo caramussali, mi condusse fino a Trebisonda, dal qual intesi le espedizioni e preparazioni fatte per nuova armata; disse che nella Grecia erano stati spediti ciaussi con comandamento che si facessero galere e si lavorassero a quelle scale, conforme a quello mi aveva detto il ciaus; dal qual luoco partitomi sopra una nave di Greci, giunto a Sinope, presi porto non avendo avuto vento da buttarmi al mare per passare in Europa, smontai e vidi 6 galere pronte alla vela le quali partirono due giorni dopo per Costantinopoli, essendone la settimana innanzi partitone 24 per quanto mi fu affermato dai Greci, vi erano anche due corpi di galere grosse nelle quali si lavorava, perchè nel principio non le erano state date le debite misure; essendo tirate lunghissime e datali tanta larghezza che per gran navi sarebbe stata troppa, però aspettavano da Costantinopoli un proto sì per tirar quelle a buona forma come per farne delle altre. Le maestranze sono state licenziate fino all'invernata acciò navicassero e conducessero oltracciò a Costantinopoli ed altri luochi quello bisognava, continuandosi però con ogni diligenza a condur legnami per l'anno venturo e già ne era preparata grandissima quantità; ed essendo li conduttori stentati nelle paghe, disse uno di loro all'emir che bisognava andare a farsi pagare dalli Franchi, perchè pigliando le galere ad istanza loro si affaticavano. Io innanzi al partir, per esser loro di qualche importanza, presi un poco di disegno del sito della città e del castello, e scandagliai l'acque, perchè in tre luochi vi sono porti, sei miglia lontano l'uno dall'altro, e l'uno mezzo miglio vicino alla città, nel qual si lavora le galere,e li due lontani miglia cinque e mezzo. Il medesimo feci a Trebisonda avendosi due volte la nave allargata in mare per passare alle altre rive, essendo da venti contrarii ributtata, si risolse il padrone essendo sua la nave ed il carico che era vino, senza far motto ad alcuno, di tenersi a costa di terra e con buonissimo vento in tre giorni arrivammo alla bocca di Costantinopoli; nel qual luoco per buona sorte trovai nave che stava per andar al Danubio per formento, la qual si trattenne dieci giorni innanzi il partire. Li marinari andavano ogni giorno a Costantinopoli; dai quali intesi che Ulularli capitano di mare era per partire alli primi di giugno con 12 galere per guardia delli castelli, e che non aveva voluto levar spahi nè giannizzeri, ma uomini marittimi tutti con archibusi da sette spanne, perchè conosceva le forze far poco effetto contro gente armata. Non si faceva altro, giorno e notte, a Costantinopoli, che buttar di detti archibusi; nè resterò di dire alla Serenità Vostra un effetto grandissimo ed incredibile che per causa di una voce sparsa per tutte le rive del mar Maggiore, è successo: dico che sopra la moschea di S. Sofia e sopra quella di Sultaniè alla parte di Andernopoli sono comparse due croci le quali giorno e notte si vedono, per il che li cristiani da questi luochi cominciando fin a Costantinopoli tutti universalmente tengono questo per fermo, nè aspettano altro che piccola occasione per levarsi. Questa nuova è passata tanto innanzi che li Turchi medesimi la credono, esser il fine dell'impero ottomano, e che loro speran che passando ai Franchi il tributo li abbiano a lasciare nel paese.

Partitomi da Costantinopoli giunsi al Danubio, ed entrato per la bocca, chiamata san Giorgio, arrivai per mezzo la Bogdania, e dallo scrivan dell'emir intesi come Bogdan vaivoda si era ribellato, e che sultan Selim avea mandato Giano vaivoda per signor di quel paese, il quale ricercava che li sangiacchi di Silistria, Bendir e di Achirman andassero in suo ajuto perchè Bogdan era per entrar nel paese dei Polacchi. Gli fu risposto che detto soccorso non gli si poteva dare, perchè il sangiacco di Silistria avea ordine di cavalcar verso Adrianopoli e li altri di guardar li loro confini. Entrato che fu nella Bogdania vidde l'esercito di quel signore il qual poteva essere di 20m. uomini a cavallo, tutti contadini disarmati d'ogni sorta di arme da difesa con spade, mannerini, e pochi con lance, li cavalli non da guerra ma ronzini.

Il giorno che giunsi a Yassy terra ove il signor fa residenza fu tagliata la testa in publico a sette gentiluomini della fazion di Bogdan vaivoda, i quali volevano la notte seguente ammazzar Giano vaivoda: però vive con gran timore, rispetto che nè da gentiluomini nè dal popolo è amato, e questo per la troppa tirannide che usa ai popoli; per il che il primo signor è al presente da ognuno desiderato, il quale se bene è qui in Polonia, si trova a sua instantia in Bogdania la fortezza di Cottin, castello in detto paese nel confine della Polonia, nè aspetta altro per entrar di nuovo contro il detto Giano che il tempo del raccolto, convenendo li villani in detto tempo levarsi dal campo per andare a tagliare i grani e far i loro altri affari. In Leopoli si faranno preparazioni grandi di guerra, e già sono ridotti infiniti signori e gentiluomini, ne si sa per che parti; et in buona grazia della Serenità Vostra mi raccomando.

Di Cracovia a XXV luglio MDLXXII.

Di Vostra Serenità

Humilissimo servitorVincenzo di Alessandri.

Archivio Cicogna, cod. 1762.

Relazione presentata al Consiglio dei Dieci il 24 settembre 1572 e letta l'11 ottobre da Vincenzo Alessandri, veneto legato a Thamasp re di Persia.

Relazione presentata al Consiglio dei Dieci il 24 settembre 1572 e letta l'11 ottobre da Vincenzo Alessandri, veneto legato a Thamasp re di Persia.

Dovendo io, secondo il comandamento fattomi ultimamente da Vostre Signorìe Eccellentissime, mettere in scrittura tutto quello che (oltre quanto per mie lettere ho scritto nel corso di ventun mesi passati, dal dì ch'io mi partii dai piedi di Vostra Serenità per andare in Persia, fino al mio ritorno) ho diligentemente osservato; non bisogna che s'aspettino da me, poco atto in tal professione, nè quella maniera di dire, nè quell'ordine che per avventura ricercheriano le cose che narrerò; ma che si contentino che, come meglio io potrò, e secondo che mi verranno a memoria, io leesplichi in carta: essendo per dar conto delli paesi e regni che si trovano nella Persia, dell'abbondanza e mancamento di essi, della natura dei popoli, della persona del re e qualità dell'animo suo, de' suoi figliuoli, del governo, della corte, del modo ed ordinamento di consigliare e risolvere le cose di stato e d'amministrar giustizia, delle entrate e spese del regno, del numero e qualità di quei sultani, che non vuol dir altro che signori principali della milizia, ed in somma di tutto quello che mi ricorderò, o che giudicherò degno della sua notizia, rendendo certe le Signorìe Vostre Illustrissime ch'io non dirò cosa che non abbia veduta, o che da relazione di diversi uomini degni di fede non mi sia stata detta con verità.

E per cominciare dal re di Persia, Elle hanno da sapere,come questo re, nominato Tamasp, viene per linea retta da Alì, genero che fu di Maometto profeta. Fu figliolo d'Ismaele I, il padre del quale si addimandava Caider, uomo di gran bontà e dottrina, e da loro tenuto per santo, dicendo aver predetto molti anni innanzi come il figlio doveva esser re, sebbene esso Ismaele s'impadronì del regno con poco timor di Dio facendo tagliar la testa al figlio del suo re; in che sebben la fortuna gli fu favorevole e prospera, ebbe però nel corso degli anni del suo regnare molti travagli dagli imperatori Ottomani, quali al suo tempo cominciarono a metter piede nelle fortezze principali del suo regno, come fece sultano Selim padre che fu di sultano Solimano, il quale s'impadronì di Carahemit, città di grandissima importanza e abbondante di tutte le cose necessarie, popolatissima e piena di molti artefici, e posta in bellissimo sito, sì che dove prima per natura era forte, ora per industria degli Ottomani è fatta fortissima: nella quale vi si tiene un bascià di grande importanza, dependendo da detto luogo molte terre e castelli, i quali erano tutti di detto Ismaele nel paese chiamato Diarbech. Ebbe Ismaele, oltre il presente re, che fu il primogenito, tre figli, cioè Elias Mirza, Janus Mirza e Bairan Mirza. Elias fu uomo di gran valore e di grande ardire, e nel tempo che si trovò in pace col re, prese Baracan, re di Servan, e le sue città e paesi, il qual regno è grande e d'importanza, ed è alle rive del mar Caspio. Restò questo regno tutto nelle mani del re suo fratello, il qual non avendo fatto niuna grata dimostrazione per l'acquisto di tanto paese verso di lui, fu causa che se gli inimicò, e si congiunse con gli Ottomani, e con grandissimo esercito levò sultan Solimano a danni del fratello, prendendogli molti paesi e principalmente la città di Irun, allora principal fortezza di Persia, lontana da Tauris sei giornate; per laqual cosa il detto re lo fece ammazzare, come fece anco di Janus Mirza, secondo fratello, dubitando che ancor egli non si sollevasse, essendo il terzo per innanzi morto di morte naturale: del quale è solo restato un figlio, il quale ha il suo stato in India; e desiderando il re dargli una delle sue figliuole, il fece chiamare; ma li popoli non vollero mai acconsentire che andasse a Casbin, dubitando che ad esso ancora non si facesse qualche dispiacere.

Li figliuoli di esso re Tamasp in tutti sono undici maschi e tre femmine, generati con diverse donne. Il primo si addimanda Codabend Mirza, di anni quarantatrè, buono, di natura quieta, nè si cura molto delle cose del mondo, contentandosi di un piccolo stato datogli dal re nel regno di Corassan; ed ha tre figli, il maggior dei quali è di età di quattordici anni, di bellissimo aspetto e di alto spirito e caramente amato dal re, sì per le sue virtù, sì per non aver dai figli altro nipote che questo. Ismael, secondo figlio, è di età di anni quaranta, di natura robusto, di altissimo animo, di gran cuore e desideroso di guerra, avendo in molte occasioni dimostrato il valor suo contro gli Ottomani, e particolarmente contra il bascià di Erzerum, poichè con poco numero di cavalli ruppe l'esercito di esso bascià, ch'era in gran numero, e se presto non si fosse ritirato, si sarebbe anco impadronito della città; e questa ritirata fu poichè Mirza Bech, primo consigliere del re, ed inimicissimo d'Ismaele, disse al re che conosceva essere nella mente di questo giovine troppo alti pensieri, avendo senza la licenza del principe radunato esercito, ed essendo entrato nel paese degli Ottomani: in tempo di pace, parendogli questi segni di poca obbedienza, mostrando anche al re alcune lettere mandate alli sultani per le provincie, invitandoli a sollevarsi alla guerra contro detti Ottomani, per il che si risolse il re, a persuasione di costui, di metterlo in castello con guardia di sultani e molti soldati, onde è già 13 anni e più che si trova prigione, e sebbene quest'anno se gli sono levate le guardie, non è però licenziato lui. Il re più volte, per gratificarlo, gli ha mandato donne bellissime, acciò che si trattenga, nè mai ha voluto assentire, dicendo che lui con pazienza sopporta l'esser prigione del principe, ma che gli saria stato di troppo gran peso vedere anco li figliuoli suoi prigioni, e che a schiavi non si convengono donne.

È il detto Ismaele sopra modo amato dal principe; ma il timore è grande vedendo esser lui ardentissimamente desiderato per signore da tutto il popolo, ancorchè li sultani mostrino essi ancora di temerlo molto per la sua troppo fiera natura. Per il che si fa giudizio,che succedendo al regno, egli potria riformare gran parte dei capi della milizia, e levarsi dinanzi tanto numero di fratelli, che gli hanno occupato gran parte del regno.

Sultan Caidar Mirza, terzo figlio del principe, è di età d'anni sedici, di piccola persona, ma di bellissima faccia e franco sì nel parlare come nel conversare, e nel vestire e cavalcare attillatissimo, e soprammodo amato dal padre. Si diletta di sentir ragionare di guerra, ancorchè mostri non esser molto atto a tale esercizio, per la troppo delicata e quasi femminile sua complessione. Fa prova d'ammazzare animali colle sue proprie mani, e molte volte, ancorchè le spade siano di eccellente lama, non gli può passar la pelle, avendolo io veduto a fare di simili prove e di poi restare pieno di vergogna, ed arrossire e prendere scusa, ora che le spade non tagliavano, ora che per compassione non gli ammazzava. È di buon intelletto, e per quell'età è assai grave: mostra intendere le cose di governo, e sapere come si reggono gli altri principi del mondo. Sultan Mustafà, Emirkhan, e Gemet Mirza, sono tutti tre tra li quattordici e quindici anni: sono di buona indole, e mostrano grande ingegno; gli altri sono fra li dieci e undici anni, e stanno a Corassan ad imparar lettere, da un piccolo in poi di età di quattro anni, il quale è appresso il re, per esser secondo quell'età, accorto e molto piacevole. Le figliuole sono tutte maritate in parenti con dote di gran stati.

Il re è in età di sessantaquattro anni, e del suo imperio cinquantuno, essendo stato eletto di tredici anni. È di statura mediocre, ben formato di corpo, di faccia alquanto scura, di gran labbri e barba, ma non molto canuto, di complessione piuttosto malinconica che altrimenti, conoscendosi ciò per molti segni, ma principalmente per non essere uscito del palazzo in dieci anni pur una volta, nè a caccia, nè ad altra sorte di piaceri, il che è di molto mala soddisfazione al popolo, il quale secondo l'uso di quel paese non vedendo il suo re, non può se non con estrema difficoltà dire i suoi gravami, nè possono esser suffragati nelle cose di giustizia: per il che, giorno e notte gridano ad alta voce dinanzi alle porte del palazzo, quando cento e quando mille alla volta, che gli sia fatto giustizia, ed il re sentendo le voci comanda per l'ordinario che siano licenziati, dicendo esser nel paese li giudici deputati che faranno giustizia, non considerando che quelle querele sono contro li giudici tiranni e contro li sultani, i quali per l'ordinario stanno alla strada ad assassinare la gente, come per molti casi da me veduti e uditi mi sono accertato; e come la Serenità Vostra è per intendere.

Nella città di Massinuan furono presi alcuni assassini, i quali avevano ammazzati alcuni mercanti, e toltogli le robe; i presi furono menati alla giustizia. Il giudice, venuto in luce del tradimento, si fece portare il furto, poi licenziò li delinquenti, tenendo una parte delle robe per lui, e l'altra mandando a Casbin ad alcuni sultani in presenza dei padroni di esse robe. E andando io alla corte ogni giorno, li vedevo a stracciarsi i panni, montar gridando per le mura del palazzo e dire ad alta voce al re che cosa egli faceva, e da che causavasi che egli non volesse rimediare a tanta ingiustizia. Per il che furono molte volte ben bastonati, e con le pietre fatti saltar giù dalle mura, nè mai fu loro possibile essere uditi. Oltre di questo, nella città di Tauris, sedici ladri armati con archibusi scalarono di notte il principal fondaco di quella città, il quale si chiama Kan del signore, dove vi erano da quaranta mercatanti; e sapendo i ladri che tra gli altri, Achmet celebre mercante d'Algeri si trovava buona quantità di danari contanti, ruppero le porte della camera del detto Achmet, e lo ammazzarono, pigliando trenta tomani, che fanno sei mila scudi, oltre alcune verghe d'argento e altre robe; ed essendosi mossi li mercanti per la difesa del fondaco, furono colle archibugiate fatti ritirare nelle stanze. Pochi giorni dopo, vicino alla casa dove io ero, fu dalli medesimi ladri, la notte con lanterne, assaltata la casa di un Armeno, e toltigli quattro colli di seta, e per quello si disse fu veduta la detta seta in casa del sultano di Tauris; e sebbene di tutte queste cose se ne siano fatte querele alla corte e trovati li ladri, non si è perciò proceduto per via di giustizia contra di loro, mostrando il re di non curarsene punto. Oltre di questo, un mercante Turco, chiamato Kara Seraferin, usato anco a venire in Venezia, essendo in Casbin in un fondaco, ed avendo inteso i Kurdi, i quali sono quelli che guardano la persona del re, essere detto mercante ricchissimo, presero occasione di fargli un pasto, e trattenerlo tanto, che li compagni, li quali aveano tolta una bottega affitto contigua a detto fondaco, ruppero il muro, ed entrorno dentro, e gli rubarono dodici mila ducati contanti. Il detto mercante tornato alla stanza subito si avvide del fatto, ed andò alla porta del palazzo, ed avendo amicizia di molti sultani, fu introdotto dal re; e querelando i detti Kurdi che lo avevano invitato, come consapevoli di questo fatto, il re fece chiamar li Kurdi, li quali negorno; ed instando il mercante che fossero messi in prigione, e preso il loro costituto separatamente, il re disse che l'averia fatto per contentarlo, ma caso che detti colpevoli non avessero confessato,avria poi fatto tagliar la testa a lui; il quale, di ciò dubitando, non volle altrimenti continuare l'espedizione della causa. Ma pochi giorni dopo, coll'occasione di un giovine avendo scoperto come detti Kurdi avevano fatto il furto, fece il mercante esaminare li testimoni per il giudice della città di Casbin, e presentò il loro detto al re con quattrocento ducati di dono, acciò fosse spedito presto da sua maestà. Il re mandò per li detti Kurdi, ai quali furono trovati li danari avendone spesi pochi, e comandò che detto denaro fosse posto nel tesoro, ordinando che il detto Cara Seraferin non gli fosse più introdotto innanzi. Questo fatto diede grandissima occasione a tutte le genti di ragionare, e di dolersi della poca giustizia del re, benchè ogni dì si veda seguire di simili effetti, curandosi egli poco di sentire i suoi sudditi per tal causa lamentarsi; ed un giorno il re disse ad un vecchio Kurdo suo buffone, quale dormiva nell'anticamera, d'aver quella notte dormito assai bene, avendolo sentito cantare; al che il buffone rispose che non sapeva che il suo canto avesse forza di addormentare sua maestà, perchè quando l'avesse saputo non averia mai aperto la bocca, acciocchè anche ella stesse svegliata a sentire li pianti e li lamenti che tutta la notte facevano li poveri suoi sudditi, per cagione degli assassinamenti fattigli per le strade e per le terre proprie, dicendo che nel libro delle querele da otto anni in qua vi eran scritte più di diecimila persone, ch'erano state ammazzate. Questo dispiacque molto al re, il quale con alterazione d'animo disse, che bisognava prima fare appiccar lui e li suoi compagni, dalli quali venivano tutti li mali, intendendo delli Kurdi; e ciò non è maraviglia perchè non gli dando le loro paghe, sono forzati andare alla strada, e fare di simili altri effetti, tanto più quanto che vedono che in materia delle cose di giustizia, come ho detto, il re non prende alcuna cura, o pensiero. Da ciò avviene che per tutto quel regno sono mal sicure le strade, e nelle case si corra anco di gran pericoli, e li giudici quasi tutti dalla forza del denaro si lasciano vincere.

Con verità si può anche dire, che mai questo re abbia avuto inclinazione alle cose della guerra, ancorchè secondo il loro termine ne discorra con eccellenza, essendo uomo di pochissimo cuore; e se pure in qualche occasione si è mostrato di entrare in campagna, non lo ha fatto perchè la natura lo invitasse, ma sforzatamente, non essendo mai stato ardito di mostrar la faccia all'inimico, anzi con infinito suo biasmo ha perso in suo tempo tanti luoghi, che fariano assai ad un gran principe. Ma quello che sopra tutto gli è piaciuto,e piace al presente, sono le donne e li danari, le quali donne hanno messo tanto possesso nell'animo di questo re, che molti, non sapendo altro dire, affermano che l'abbiano affatturato, stando la maggior parte del tempo con esse ragionando, e consigliandosi con esse anche delle cose di stato, buttando figure di chiromanzia sopra le cose del mondo, scrivendo eziandio li sogni, e quando taluni vengono ad effetto, le donne gli ricordano, ch'egli è profeta di Dio; delle quali adulazioni egli ne sente grandissima contentezza, e sebbene è per natura avaro, con queste donne si può dire che sia prodigo, donandole di gioie, danari, e altre cose in gran quantità. Sogliono però esse donne, con licenza del re, alle volte uscire del serraglio, quelle però che hanno figliuoli, sotto pretesto di andarli a vedere in caso di malattia: ed io vidi uscire la madre di sultan Mustafà Mirza, il quale era alquanto indisposto, poco dopo mezzogiorno, col capo coperto con un caffetano di panno negro, cavalcando come fanno gli uomini, accompagnata da quattro schiavi e sei uomini a piedi.

Usa esso re molti elettuarj per fomentar la lussuria, ed a questo tiene gente apposta, ed a quelli che li fanno migliori dà gran premj. Suole anche dare in serbo le schiave donzelle alle sultane per non ci spendere intorno, e quando comanda che siano menate a lui, esse le ornano con gioie, ed altri ricchi ornamenti.

Ora sebbene dalle cose dette chiaramente si può conoscere l'avarizia di questo re, pure non resterò di dire alla Serenità Vostra alcuni particolari, li quali daranno maggior certezza di questo.

Manda esso re nel paese di Konducar per turbanti e boraccini, in Corassan per velluti, rasi ed altri panni di seta, ed in Aleppo per panni di lana; e di tutte queste robe fa far drappi, che dà in pagamento alli soldati, ponendogli a conto quel che vale uno, dieci. Piglia ogni sorte di presenti per piccoli che siano, nè all'incontro si cura di corrispondere; ed io vidi un vassallo del Turco venuto di Aleppo, con intenzione di farsi Persiano, il qual baciò il piede al re, e gli presentò un mulo e dodici ducati d'oro. Tolse il re li dodici ducati, e gli disse che gli restituiva il mulo, prendendo il suo nome in nota, come si suol far di quelli che vengono dal paese degli Ottomani, e mostrano tener conto de' Persi.

Di più si racconta quanto appresso: un soldato prese in tempo di guerra un figlio di un signore Usbech, uno dei maggiori nemici di questo re, il quale è di tanto seguito nei confini di Corassan, che il re è forzato di dargli quaranta tomani all'anno, che fanno ottomila ducati,acciocchè non dia molestia alle carovane che vengono dalle Indie: e volendo un altro soldato donare al predetto soldato per causa di tal prigionia, un villaggio e mille ducati, che glielo desse, esso volle presentarlo al re pensando di aver maggior premio; ma egli non gli donò altro che un cavallo in ricompensa di così gran prigione.

Mostra egli è vero questo re grandissima liberalità nel dar provvisione a molti, sebbene faccia l'assegnazione in luoghi che non vengono mai pagate, se non hanno gran favori, o non fanno donativi. Libera ogni giorno per l'anima sua molte terre dalli tributi ed angarìe, ma per il più passati due o tre anni li vuol poi tutti in una volta, come ha fatto nel tempo che io mi trovava alla corte nella terra di Tulfa, abitata tutta da uomini, i quali erano stati esenti per sei anni dal tributo, ed in una volta il volse tutto del tempo passato con danno e rovina di quei poveri cristiani, oltra lo aver mandato Cariambeg maestro di casa di sultan Caidar Mirza, luogotenente del re, a riscuoter detti danari con venticinque some di drappi e scarpe da vendere: usando esso re, ogni giorno mutarsi cinque volte di vestimenti i quali sono distribuiti a quei popoli, ponendogli a conto quel che vale uno, dieci, non bisognando però che alcuno si mostri renitente a pigliare dette robe, anzi aver per grazia grande il poterne avere. Il medesimo fu fatto nel paese di Alingria, abitato tutto da Latini, sebben non usino altra lingua che turca, persiana, ed armena; i quali oggi dalli Persiani sono chiamati Franchi.

L'arcivescovo di quel luogo si chiama l'arcivescovo di Erivan, il quale due volte è venuto qui a Venezia, come dalle patenti fatteli, l'una sotto il serenissimo Girolamo Priuli di febbraio 1561, l'altra sotto il serenissimo Loredan 1569, avendole io vedute e lette per essere stato in quel luogo quarantacinque giorni, per fuggir di essere perseguitato dalli ciaussi che dal bascià di Erzerum mi furono mandati dietro.

Vende esso re spesso gioje ed altre mercanzie, comprando e vendendo con quella sottilità che faria un mediocre mercante. Egli è vero, che già sei anni egli ha fatto un effetto piuttosto magnanimo che altrimenti, avendo levato ogni sorte di dazj che si trovano nel suo regno, i quali erano i maggiori che fossero in tutto il mondo: poichè di mercanzia, od altro, di sette parti ne pigliava una, oltre quello che li ministri toglievano. Vien però affermato che di ciò furono causa alcune visioni che gli vennero in sogno, dicendo che gliangioli l'avevano preso pel collo e dimandatogli se ad un re che ha nome di giusto, e che viene dalla casa di Alì, si conveniva con rovina di tante povere genti comportar dazj sì crudeli, e che però gli comandavano di liberare le genti. Si svegliò esso re pieno di paura, e comandò che per tutti li paesi del suo regno fossero levati li dazj. Ma di questo fatto si comprende chiaramente dagli effetti, che di giorno in giorno egli pare esserne pentito, e desiderare di accumular danari con mille e mille operazioni indegne di uomo, non che di re; le quali non racconterò così particolarmente alla Serenità Vostra per non l'attediare con la lunghezza loro, sapendo che le cose antecedentemente narrate, basteranno per far conoscere l'animo suo.

Passerò perciò a parlare della sua corte, la quale è divisa veramente sotto due capi; cioè il servizio del re, e il consiglio di stato.

Il servizio del re è diviso in tre sorte di gente; in donne, in figliuoli di sultani, e in schiavi comprati dal re o avuti in doni dal caramè, che così da loro è chiamato il serraglio dove stanno le donne. È da esse servito quando dorme di dentro, e sono tutte schiave circasse e georgiane; quando dorme di fuori è servito nelli servizi bassi, come nel vestirsi e dispogliarsi, dagli schiavi, de' quali ne ha da quaranta o cinquanta. Questi tengono anche all'ordine le cose di dispensa. La terza sorte di gente che lo servono, sono nobili figli di sultani, i quali non stanno nel palazzo regio, ma vengono mattina e sera dalle loro case al servizio, e sono ora più, ora meno, ma per l'ordinario sono al numero di cento. Vien servito a vicenda da loro nel dare l'acqua alle mani, nel presentargli le scarpe, e nello andargli dietro quando cammina per li giardini.

La ricompensa che il detto re dà agli schiavi che lo servono, da quindici sino all'età di venticinque in trenta anni, sempre con le barbe rase, è l'imprestar loro, a chi trenta, a chi cinquantamila ducati, al venti per cento, a chi per dieci, ed a chi per venti anni, ricercandone egli però il frutto d'anno in anno. Essi poi prestano a sessanta e ottanta per cento ai signori della corte che stanno in aspettazione di aver dal re gradi e governi, con buone cauzioni di possessioni e stabili, e caso che quelli che hanno preso il denaro nel fine dell'anno non si compongano con quelli che l'hanno dato del capitale o del prò, senza altro protesto gli vendono le case o possessioni, nè vi è altro rimedio a riaverle.

La ricompensa del servizio de' nobili sono i gradi della corte,come centurioni e capitani alla guardia del re, e sultanati che s'intendono essere governi delle provincie. Questo è quanto appartiene al servizio della persona del re.

Il consiglio veramente è un solo nel quale non vi è altro presidente che esso re, con intervento di dodici sultani, uomini di esperienza e d'intelligenza nelle cose e governo di stato; sebbene questo numero è alternato da quei sultani che di tanto in tanto vengono alla corte, ed entrano tutti in consiglio ogni giorno, eccetto quando il re va al bagno e quando si taglia le unghie. L'ora del ridursi, sì l'estate, come lo inverno, è dalle ventidue ore in poi, e stanno ridotti secondo le materie che si trattano, fin tre, quattro, cinque, sei, e sette ore di notte. Siede il re sopra un divano non molto alto da terra, e dietro alle sue spalle siedono li figliuoli quando si trovano alla corte, alla quale ordinariamente interviene sultan Caidar Mirza, che è come luogotenente del re, nè si parte da esso. All'incontro della faccia di esso re, siedono li sultani consiglieri per età, e dalla parte destra e sinistra siedono li quattro grandi consiglieri da loro chiamati visiri. Il re propone le materie e sopra esse discorre, dimandando il parere dei sultani ad uno ad uno, e secondo che dicono le loro opinioni si levano dal loro luogo, e vengono appresso il re, e siedono, parlando con voce alta, di modo che possino essere intesi dagli altri sultani, e nel corso del ragionamento, il re, se sente qualche ragione che gli piaccia, la fa notare alli gran consiglieri e molte volte la nota di mano propria; e così a mano a mano secondo che il re chiami i Sultani vengono a dire le loro opinioni. Il re ora risolve le cose del primo consiglio, quando non ha dubbio delle materie che si trattano, ora si fa portare le ragioni di tutto il consiglio, e da lui le considera e poi si risolve. Nel numero di questi sultani del consiglio entra anco il capitano della guardia del re, che sebbene non è sultano, è però nobile, ed uscendo di quel grado entra sultano. Li gran consiglieri non hanno voce, nè ricordano cosa alcuna, se dal re non sian dimandati; li quali sebben sono onoratissimi e molto stimati, non possono però ascendere al grado di sultani, nè di altri servizj pertinenti alla guerra ancorchè fossero nobilmente nati. La carica veramente è piuttosto di genere virtuosa che nobile. Mentre che il consiglio sta ridotto ogni notte, vi stanno anco le guardie di trecento Kurdi armati, li quali, licenziato il consiglio, non si partono, ma dormono lì per guardia del re.

Parendomi aver sin qui detto a sufficienza della corte di questore, parlerò ora della grandezza del suo stato, e qual sia il modo del governo delle provincie e regni che in esso si trovano, considerando le metropoli, e come è amato esso re dai popoli abitanti nel suo paese. Confina il paese posseduto dal re di Persia da levante con l'India, ch'è tra il fiume Gange e Indo; da ponente col fiume Tigri, che divide la Persia della Mesopotamia, ora detta Diarbech, il qual fiume correndo sino alli confini di Babilonia, entra nell'Eufrate, ed uno istesso alveo corrono tutti due per Bassora, e sboccano nel mar Persico verso il mezzodì; da tramontana col mar Caspio e colla Tartaria del gran Khan del Catai.

Nel detto paese vi sono numero cinquantadue città, e le principali di esse sono: Tauris, metropoli di tutto il regno, Casbin, Erivan ed altre, le quali ad una ad una non nominerò, ma dirò solo che non ve n'è pur una in tutto il regno che sia murata, ma tutte sono aperte; le fabbriche sono bruttissime, e le case tutte di loto, cioè fango e paglia tagliata mescolata insieme, nè vi sono moschee nè altro che possa render vaghe dette città, ancorchè per l'ordinario i siti siano bellissimi. Le strade sono brutte per la quantità della polvere, e malamente vi si può andare, e conseguentemente l'inverno vi sono fanghi estremi.

Vi è grandissima abbondanza di grani per l'ordinario, ancorchè non piova se non rare volte; ma usano di condur l'acqua a bagnare i campi una settimana in una parte, ed una settimana in un'altra; ed a questo modo vengono a dar tant'acqua alle biade e vigne quanto basta. E nelle ascese, ed altri luoghi, dove le acque non ponno esser tirate, se ne servono di prateria. Vi è anco quantità grande di carnaggi, e sopra tutto di castrati, e di tutta grassezza, ed io ho veduto in Tauris più volte pesar le loro cosce dieci buttuarie, che sariano quaranta delle nostre libbre. Contuttociò sono assai care rispetto alla quantità grande che ve n'è incredibile, e tale che non pare che debba mai spedirsi, eppure si vende; e ciò avviene perchè non credo che sia nel mondo nazione che mangi più delli Persiani: essendo ordinario che tutti i vecchi non che li giovani, mangino quattro volte al giorno, e ciò per causa dell'acque, che essendo perfettissime, ajutano la digestione.

Sono li Persiani piuttosto genti povere che altrimenti. Nelle città e ville non usano molti adornamenti. Dorme ognuno in terra, e quelli che sono in qualche condizione usano lo stramazzo sopra tappeti, gli altri un feltro semplice. Le donne sono per l'ordinario tutte brutte, ma di bellissimi lineamenti e nobili cere, sebbene i loroabiti non sono così attillati come quelli delle Turche. Usano però di vestire di seta, portando in testa il caffetano, lasciandosi veder la faccia a chi esse vogliono, e a chi non vogliono l'ascondono, e portano sopra la testa perle ed altre gioje; e di qui avviene, che le perle sono in gran prezzo anco a quelle parti, non essendo molto tempo che si sono cominciate ad usare.

La riverenza e l'amore che da tutto il popolo di questo regno vien portato al re, non ostante le cose già dette per le quali pare dovrebbe essere odiato, è incredibil cosa: perchè essi, non come un re, ma come Dio lo adorano, e ciò procede perch'egli viene dalla linea di Alì, loro santo principale; e quelli che si trovano in malattia o altra disgrazia, non chiamano tanto in ajuto il nome di Dio, quanto fanno il nome del re, facendo voti, o di portargli qualche dono o di venire a baciar la porta del suo palazzo, e si tien felice quella casa che può aver qualche drappo o scarpe di esso re, dell'acqua dove esso si è lavato le mani, usandola contro la febbre; per tacere altre infinite cose che si potriano dire in questo proposito. Dirò bene che non pure li popoli, ma li figliuoli stessi e sultani ordinariamente quando parlano con lui, parendogli non poter tenere epiteti convenienti a tanta altezza, gli dicono: tu sei la nostra fede, e in te crediamo. Così si osserva nelle città vicine sino a questo segno di riverenza; ma nelle ville e luoghi più lontani molti tengono che egli, oltre avere lo spirito profetico, risusciti i morti, e faccia di altri simili miracoli, dicendo che siccome Alì loro santo principale ebbe undici figli maschi, che così anco questo re ha avuto dalla maestà di Dio la medesima grazia di undici figli come Alì.

Vero è che nella città di Tauris non vi è tanta venerazione come negli altri luoghi, e per questo si dice ch'egli si sia partito di là e andato a stare a Casbin, vedendo di non essere secondo il genio suo stimato, per rispetto che la detta città è divisa in due parti, le quali si chiamano, una Kamitai, e l'altra Ermicai; nelle quali fazioni sono nove capi di sestieri, cinque in una e quattro nell'altra, dai quali dipendono tutti li cittadini. Queste fazioni per il passato erano molto discordi, ed ogni giorno si ammazzavano, nè bastava al re ed altri il rimediarvi, per esser fra esse parti discordia, ed odio antico di più di trecento anni, e certo si può dire che piuttosto essi capi di sestieri siano signori di detta città, che il re proprio. Ora sono in pace e uniti; ed a questo proposito non voglio lasciar di dire alla Serenità Vostra, che essendo nel principio della loro quaresima montate le carni un poco più del prezzo ordinario, andorno questi capial palazzo del sultano, ed ammazzorno tutti li ministri, e se il sultano avesse fatto moto alcuno, sarebbe anch'egli stato ammazzato, e per quei ministri che non si trovorno presenti, andorno li sollevati alle case loro, gettando le porte a terra, e gli ammazzarono e portorno le teste sopra il palazzo, non curando far questa operazione più di giorno che di notte, nè a ciò si può rimediare rispetto all'umor loro. Vero è che da essi non si è mai sentito che sia nata alcuna cosa inonesta contro il particolare; e solo per il passato hanno ammazzati delli sultani, per conservare una certa loro libertà ed alcuni loro privilegi antichi. E per esser detta città, come ho detto, metropoli di tutto il regno, parmi di dire alcuna altra cosa di essa.

È posta essa città per dir il tutto della medesima, sopra una gran pianura, poco lontana da alcuni monticelli, essendogli vicino un colle dove anticamente vi era un castello, come si vede dalle ruine che vi sono al circuito. Questa città ancorchè non abbia muraglia, è di quindici miglia e più, ed è in forma lunga, onde che da un luogo che si addimanda Nassar fino all'uscir della città verso Casbin, vi è quasi una piccola giornata di cammino e vi sono però infiniti giardini, e luoghi vacui. Le contrade sono quarantuna e per ogni contrada vi è un bazaro, di modo che si può dire che in ogni contrada vi sia una piccola terra abbondantissima, ma sopra tutto di cose magnative. L'aere è felicissimo, sì d'inverno come di estate. Li frutti superano di bontà e di bellezza quelli di qualsivoglia altro paese. La città è mercantile, concorrendo in essa le merci e caravane d'ogni parte del regno; ma ora il negozio della mercanzia patisce molto, rispetto alle cose della guerra che la Serenità Vostra ha con il Turco, perchè dove due colli di seta, della quale il paese è abbondantissimo, valevano quattrocento e più zecchini, si vendono meno di duegento. Le spezie che vengono per via di Ormuz, non vi è persona che le guardi, perchè il suo corso ordinario era in Aleppo; ora non vi essendo in che contrattarre, restano abbandonate da qualche parte in poi, che vengono condotte a Costantinopoli stessa, e di là in Bogdania, spargendosi per la Polonia, e di là in Danimarca, Svezia ed altri luoghi; ma sono tanto grandi le spese, che li guadagni riescono piccolissimi, se però non vi si perde; avendone fatta la prova alcuni Armeni ch'io vidi in Tauris; e tanto più si verranno a raffreddare tutti i negozi, quanto che un gentiluomo inglese addimandato il signore Tommaso da Londra, venuto in detta città con molte facoltà di pannina per via di Moscovia,sotto nome di ambasciatore della regina, essendo venuto a morte, il sultano di Shirvan gl'intertenne tutte le robe, per il che li compagni ch'erano con lui convennero spendere gran quantità di danari per riaverle, sicchè per questa causa non si deve sperare che da quelle parti le faccende abbiano a continuare. Nel regno di Corassan si lavora di panni di seta, e specialmente di velluti, li quali possono stare al paragone delli genovesi e d'altri luoghi. Lavorano delli rasi e damaschi con quella bellezza e polizia che si sogliono fare in Italia e sono a buon mercato.

Nel detto paese di Persia non vi sono merci d'oro, nè d'argento, nè di rame, ma solamente di ferro; però quelli che conducono argenti di Turchia in Persia guadagnano venti per cento, e dell'oro da quaranta in cinquanta per cento, e delli rami, quando dieci e quando venti e più per cento. Vero è che vi sono gravi spese per esser proibito il portar dei metalli nel predetto paese.

Ora venendo alle forze di questo re, parmi considerar prima e principalmente l'entrate.

Ha questo re come cosa principale, contra l'ordinario di tutti li regni che sogliono cavar l'entrate loro dalli dazi, il costume di prendersi una parte delli frumenti, biade ed altre cose che produce la terra, e delle vigne e praterie si paga d'ogni mille, il valore di sessanta archi, che sono alcune loro misure, che dieci fariano la misura di un campo; di tasse, dalle case de' cristiani cava cinque per cento di tributo; in alcune parti cinque ducati per casa, e in alcune altre, sette e otto secondo la fertilità e bontà del paese. Degli animali, per ogni quaranta pecore quindici bisti all'anno, che sono tre ducati di nostra moneta, e per ogni vacca dieci bisti all'anno, che degli animali maschi non si paga. E questi sono li dazi del re e le sue entrate; le quali dicono al presente che ascendono alla somma di tre milioni d'oro.

Le spese poi ch'escono dal tesoro di sua maestà sono veramente pochissime per quanto si vede; perchè esso re non è in obbligo di pagare altro che cinquemila soldati, chiamati da loro Kurdi, che sono la guardia della sua persona, scelti fra la miglior gente e la più bella che sia in tutto quello stato; nè manco a questi dà paga in contante, ma in quel cambio dà loro vestimenta e anelli, ponendoli a quel prezzo che gli pare. Vero è che ha undici figliuoli come ho detto, e che ognuno di loro tien corte separata ed onorevole; ma non si sa quello dia loro.

Di sultani, come si è detto, sonvene da cinquanta, de' quali siforma tutta la milizia di questo re, tenendo diviso in cinquanta parti lo stato suo, oltra quello che tiene lui e li suoi figliuoli, il quale non è sottoposto a cura di nessun altro. Detti sultani hanno in condotta da cinquecento fino a trecento uomini a cavallo per ciascuno, i quali separatamente cavano dalle regioni a loro assegnate, tanta entrata che possono mantenere dette genti e cavalli, e far fare le mostre spesse volte; sicchè in occasione di guerra non ha altro pensiero, che spedire alli sultani un corriere uno o due mesi innanzi, che, per esser sempre all'ordine, vengono senza difficoltà dove sono chiamati, e possono ascendere in tutti al numero di sessantamila, benchè la voce sia di molti più. Sono genti per l'ordinario di bello aspetto, robuste e ben formate, e di gran cuore, e desiderose di guerra.

Usano costoro per armi da difesa la corazza e la targa, e vi sono anco molti elmi, e da offesa la freccia e gli archibusi, il quale non vi è soldato che non l'usi; ed è ridotta quest'arte in tanta eccellenza, che quanto alla perfezione superano i loro archibusi quelli di ogni altro luogo, ed anco quanto alla tempra eccellente che gli danno: sono le canne di detti archibusi per l'ordinario sette spanne di lunghezza, e portano poco manco di tre oncie di palla, gli usano con tanta facilità, che non li impedisce punto la spada, la quale tengono attaccata all'arcione del cavallo per adoprarla quando bisogna. L'archibuso se lo accomodano dietro la schiena con tanta facilità, che l'una cosa non impedisce l'altra.

Li cavalli sono ridotti in tanta eccellenza di bellezza e di bontà che non han più bisogno di farne condur da altre parti, e questo dalla morte di sultan Bajazet in qua, perchè detto signore venne in Persia con bellissimi cavalli caramani, e cavalle arabe eccellenti, i quali furono donati nel passare; e di poi che dal presente re fu fatto ammazzare, gli restorno dieci mila tra cavalli e cavalle dalle quali è riuscita al presente una razza così bella, che gli Ottomani non ne hanno una tale. Restarono poi anche di detto Bajazet trenta pezzi di artiglieria, oltre li danari ed altre spoglie.

Oltre le forze dette, ha il re di Persia quella di aver fatto disertare li paesi verso li confini del Turco da ogni parte per sei e sette giornate di cammino, e rovinar quei castelli che v'erano, per assicurarsi sempre più da detti Ottomani, che non gli venga volontà d'impadronirsene e tenerseli.

Parendomi avere abbastanza detto a Vostra Serenità delle fortezze di questo re, parlerò ora delle pertinenze ed intelligenze che ha con gli altri principi vicini.

Ha esso re pretensioni sopra li paesi toltigli dall'imperatore Ottomano, cominciando dal fiume Eufrate da quella banda sino a Babilonia, e verso ponente sopra il paese di Diarbek e Armenia minore. Ha esso re intelligenza, e da lui dipende un principe cristiano, signore de' Giorgiani, ed è suo tributario di venti mila ducati all'anno, ed ha il suo stato vicino al mar Caspio; il qual principe in occasione di guerra contra Ottomani potrebbe servire con dieci mila uomini a cavallo, tutta gente florida e valorosa.

Vi sono anco alcuni signorotti turchi, Kurdi, quali stanno sopra certe montagne tra l'Armenia minore (verso quella parte dei Giorgiani, che è posseduta dal Turco) e il mar Maggiore, sopra le quali montagne essendo io passato, ed avendo veduto io in Erivan preparazioni di genti, detti signori tenevano per fermo che fosse contra sultano Selim, onde mostravano di sentir grandissima contentezza, e facevano preparazioni per mettersi all'ordine alla guerra; ed essi tutti uniti potriano fare tre in quattro mila cavalli di rara bontà.

Ora non mi pare di dovere più tediare Vostra Serenità, massimamente avendole io con mie lettere dato conto di mano in mano del mio negoziato e del mio viaggio. Nel qual viaggio fui crudelmente battuto sotto la pianta dei piedi in Erzerum, e mille volte a pericolo di crudelissima morte, cercato da tre ciaussi di Alì pascià, di Erzerum, che mi aveva per spia; e dopo essere scampato dalle loro mani, corso in infiniti altri pericoli e disagi. In premio di che non addimando alla Serenità Vostra altro che la sua buona grazia, ed occasioni di poterla sempre servire.


Back to IndexNext