DOCUMENTO XXVII.

L'originale fu di recente scoperto nell'archivio dei Frari dal signor Pasini. Colla scorta di quello si potè riscontrare la presente relazione, già pubblicata dall'Albèri,nel vol. II, serie III,Relazioni venete.

L'originale fu di recente scoperto nell'archivio dei Frari dal signor Pasini. Colla scorta di quello si potè riscontrare la presente relazione, già pubblicata dall'Albèri,nel vol. II, serie III,Relazioni venete.

Dopo molte onorate et degne salutationi, che a così gran signori se li conviene, li desideramo stato felice fino al finimento del mondo. Si fa sapere all'Altezze Vostre per bocca di khan Mehemet e di Emirissè sultan nostri buoni e cari amici, come siamo pronti a quanto ne invitaste per lo passato, e più che mai continuiamo nel medesimovolere, però se ancor voi siete dello stesso parere lo farete intendere. Chogia Mehemet è nostro, el quale per aver avuto amicizia in Venezia con Vincenzo che fu in Tauris, è stato introdotto in questo negotio con il mezzo di chogia Cabibulà: al quale Mehemet abbiamo commesso che con gran prestezza si debba trasferire a voi, e darvi conto che siamo in campagna con 200 mille persone, se incaminiamo verso le parti di Babilonia. Però di gratia espedirete il detto chogia Mehemet, et sano lo inviarete dandoli boni avvisi, facendo passare con segretezza.

Espositioni Principi 1580.

1580 al 1º di maggio.

Essendo tornato il Serenissimo Principe dal Gran Consiglio et ridotto nella sua anticamera, con li clarissimi messer Zuane Donato consigliere e messer Alvise Foscari capo dell'Illustrissimo Consiglio dei X, secondo l'ordine posto nell'eccellentissimo collegio, comparve il fedelissimo Vincenzo de Alessandri, nodaro ordinario della cancelleria ducal, et con lui un persiano huomo di età d'intorno alli ottanta anni, il quale appresentatosi molto humilmente a S. Serenità espose la sua ambasciata, e diede due lettere una scritta in persiano e l'altra in turco, la prima fu letta da esso persiano, la seconda dal predetto Alessandri, et perchè nelle espositione e nelle lettere erano molti particolari che difficilmente si sariano potuti raccordare per poterli mettere in scrittura comodamente, fu posto ordine che questo si facesse in casa del predetto Alessandri, dove si poteva andare sicuramente, per essere la sua casa posta in tale luogo che non si saria veduto da alcuno; et così alli tre del medesimo ridotti noi Antonio Milledonne, e Domenico Vico segretari et humilissimi servitori di Vostra Serenità alla casa suddetta alle ore 10, ritrovassimo il suddetto persiano che aspettava, al quale facessimo dire per il detto Alessandri che S. Serenità gli faceva intendere che se aveva bisogno di qualche favore, se lo faria prontamente; qual rispose « come haverei io ardimento di dimandare alcuna cosa, essendo suo schiavo? » Si passò poi a dire cheessendo stato grato a S. Serenità quanto esso le aveva esposto, et però desiderando di averlo in scrittura eravamo venuti qui per udirlo un'altra volta da lui medesimo, che però fosse contento di dirlo a parte perchè si scriveria il tutto; il qual rispose « volontieri sta ben » et disse:

Che essendo il re di Persia in Kasbin, già sei mesi circa disse alli suoi sultani del sangue: che già qualche anno, fu a suo padre un huomo mandato da' Venetiani, et dimandò se vi fosse qualcuno che si ricordasse di quel fatto, perchè lui a quel tempo se trovava in Korassan: che però vorria, che se non lo si sapeva da loro, si mandasse in Tauris da Mehemet khan, che è principal sultan et del sangue per intendere da lui come passò la cosa. Et così fu mandato in Tauris, et Mehemet khan mandò a chiamare chogia Cabibulà che è un vecchio ed onorato mercante, che è stato altre volte a Venezia insieme a chogia Succurlà che è visir, il qual secondo il costume del regno, quando bolla le lettere le bolla con tre bolli, che è quanto il bollo del re, perchè gli altri sultani bollano con un bollo solo.

Il predetto chogia Cabibulà, essendo chiamato, portò a presentare (secondo l'uso del paese, che ognuno che è chiamato da' sultani del sangue, porta presenti) una vesta di panno, una fessa da testa, ed un gottonin, et andò al detto Mehemet khan et disse quello che il comandava. Gli domandò il sultan: se conosceva quelli che furono mandati da Venetia al re vecchio; lui rispose: cognosco. Gli dimandarno del nome, disse che non sapeva il suo nome, ma bensì che erano venuti, et che si trovava in Tauris chogia Mehemet il quale in Venezia aveva avuta cortesia da quello che fu in Tauris, che forse sapria dir il nome; et così mandarno a chiamar me che sono il sopradetto chogia Mehemet.

Io andai insieme con chogia Cabibulà, et narrai come fui preso al tempo della guerra dalla galea Trevisana, che mi tolsero in fallo per turco, se ben aveva patente del Zaguri console in Ragusa e da quei signori di Ragusa, e toltami la roba; ma che li signori venetiani mi liberarono, et fecero restituir la roba; et fu causa di questo favor, quell'huomo che fu in Tauris, et che il collegio di Venetia viste le patenti mi fece espedire. Chogia Cabibulà mi disse: che lui aveva visto quell'huomo, et che el ghe aveva insegnà la strada de ritornar a Venezia, ma che el no saveva el so nome; et che il sultan ghe lo domandava; che però se 'l savesse ghe 'l dovessi dir. Io risposi ch'el saveva, et che l'aveva nome Vincenzo, et così tolsero il nome in nota. Io trovandomi alla presentia dei sultani sopradetti, mi dissero: dapoiche tu conosci quel Vincenzo e che sei stato altre volte a Venezia, volemo che tu vi torni a portarvi alcune lettere. Io dissi che sono vecchio di 78 anni, come vuol sua signorìa che vada? Non ardii di dir altro alli sultani, ma ritirato con chogia Cabibulà, mi escusai che non avria possuto per la mia età far questo viaggio; ma lui mi disse: non dir così, perchè bisogna far quello che comanda l'imperatore, e questo è il suo comandamento.

Intendendo li sultani la mia escusazione, per consolarmi et acciò potessi fare il viaggio mi concessero 20 case di una villa con li suoi terreni, et mi fecero e bollarono la patente della concession et della esenzione. Io non potei mancare di adempire il comandamento del re dettomi dalli sultani; mi messi in ordine per partire: et fu detto che dovessi fare il servizio secretissimamente.

Da poi fui chiamato et mi diedero due lettere, et mi dissero che dovessi dire alli signori di Venetia, che loro stavano nel medesimo proposito, che li mandarno a dire; ma che allora non si potè effettuar perchè viveva il re vecchio il quale haveva molte indispositioni; ma che tutti li sultani aveano giurato per Alì, che al presente non volevano deponer le armi per anni 15, fino a che non debellavano i Turchi ovvero non erano essi debellati; et che dovessi aggiungere che se li signori Veneziani, haveranno il medesimo proposito, che si continuerà ancor più lungo tempo la guerra; ma che se li mandi un segno della sua volontà: perchè noi non volemo da loro suoi eserciti, ma solamente la volontà, et che nelle sue chiese secondo la forma della sua religione faccino dire delle oration per noi; et che il re del Portogallo che comanda in Ormuz dove sta un persiano, come saria a dir bailo, aveva dato ordine che siano mandati in Persia 20000 zecchini et quel più che facesse bisogno per la guerra. Che i Turchi avevano mossa questa guerra ingiustamente, senza causa, come credono che si sappia; et però loro aveano posti in ordine li suoi eserciti, et che si erano ridotti insieme alcuni re del sangue, che sono verso la India, nominati Bairam Mirza fiol d'un fratello di Thamasp re vecchio, Sciam Mirza, Eleas Mirza, Siringuineat Mirza et sultan Caidar; che questi fanno un consiglio creato di nuovo, e che così il re li chiamò tutti e li disse: sono tre anni che questi infedeli ne molestano, bisogna far una buona risoluzione che o noi li vinciamo loro o essi ne vinca noi; et essi sultani risposero che era ben onesto, perchè li Turchi li avevano tolti molti paesi, che era vergogna che li tenessero, però bisogna armarsi e ricuperarli, perchè i Turchi avevano mancato della fede e rotti li capitoli, et che non temevano Dio, ma che osservavanoli loro giuramenti quanto solamente lor metteva conto. Che li sopradetti re messero insieme per aiuto del re di Persia 70 mila persone, li quali vennero per la parte delle Indie che si chiama Konducar. Che il re di Persia oltre questi, ha 80 mila persone delle sue. Che el re di Lar, qual è tributario del re di Persia e gli paga 5000 tomani (che un toman è da circa 20 scudi), questi gli ha dato 15 mila uomini a cavallo armati. Che Sanabat re dalla parte di Ghilan, ancor esso tributario, ha dato 10 mila archibusieri. Che el re di Ghilan nominato Sciempsi khan, ha dato 10 mila uomini tutti a cavallo armati; che el re di Persia ha tolto per donna una figliuola di Abdulà khan re dei Tartari. Che dei signori Georgiani fratelli, nominati uno Simon e l'altro Davit, che cristiani loro sono, il re di Persia conoscendoli valorosi ha data a Simon una sua figliuola, et lui s'è fatto persiano, restando il suo fratello cristiano; questi li danno 20 mila gentiluomini, che sono tutti cristiani.

Domandato come sapeva questi particolari, rispose: questa cosa è pubblica in Tauris, ma li sultani me l'hanno detto di bocca propria, perchè lo riferisca alli signori Venetiani, et mi hanno anco detto come è distribuito l'esercito; et poi disse da se: mi meraviglio che tu mi dimandi queste cose, perchè l'armata che è a Venezia no se sala a Padova e in tutte queste bande? Questo non è un pomo che se tegna ascoso. Gli fu detto che non si meravigliasse se ghe vien domandato qualche cosa, perchè si fa per poter chiarir meglio il tutto, e non perchè non si creda quello che lui dice; rispose che questo non importava niente, e gli fu detto che dicesse la divisione dell'esercito.

Disse che 50 mila persone erano sotto la custodia di Bairam Mirza, verso la parte di Babilonia, il quale è andato per guardar et rovinar quel paese: che altri 50 mila erano sotto la custodia del fiol di Sciam Mirza, el quale è andato nel paese di Soresul et ha preso quel bascià et ammazzato con ruina di quelle genti de' quali ne furono menati da 300 vivi a Kasbin. Che Beram Mirza, con 50 mila ancor esso è andato contro Ustret bascià verso Van; et che el resto dell'esercito è rimasto col re; dicendo che el se haveva scordato dire che el fiol del re nominato Emir khan Mirza con Jocmat sultan, et gran parte delle genti erano all'incontro de Mustafà. Che quel fiol del re è generale dell'esercito, et quello che sostenta la guerra. Dimandato del nome del re di Persia rispose: Koda-Bendè. Dimandato se questo successe immediato al padre, ovvero altri prima. Rispose. Morto Schà Thamasp una parte voleva per re sultan Caidar Mirza, che era terzo figliuolo che governava al tempo del padre, ma la maggior parte volevaIsmaìl el secondo; onde si attacarno insieme; ma presto si sciolsero, poichè fu morto Caidar et electo Ismaìl, qual fece tagliar la testa a molti sultani, che gli erano stati contrari, onde ancor lui fu assassinato. Successe poi questo che regna che è il primo figliuolo, e si trovava a Korassan, il quale è huomo di 47 anni in circa, che non si parte mai da Kasbin; ha avuto mal de occhi, ma li medici lo hanno guarito; et soggiunse: io ho pur assai cose scritte nel cuore delli successi della guerra et specialmente di Shirvan, de onde Mustafà partì nudo; ma ho paura de attediar, se volete che dica, dirò. Gli fu detto che el dica, el disse:

Che quando se intese la partita di Mustafà con l'esercito dì Costantinopoli ognuno si meravigliò per esser lui uomo vecchio, e massimamente Tocmat sultan il quale lo conosceva molto bene per essere stati ambidue a Costantinopoli. De che sorte fosse l'esercito turco non lo starò a dire perchè voi lo sapete bene; ma essendo lui partito da Esdrun verso la Persia fino ad un luogo che si chiama il Cars, il che inteso da sultan Tocmat, mandò a presentargli 160 some di risi, di meloni et altri rinfrescamenti, et li mandò un uomo suo a domandare a che effetto era venuto tanto avanti nel paese persiano, Mustafà mandò a rispondere per un suo uomo, con presente di 10 cavalli, vesti di seta, e rinfrescamenti: che l'era venuto per sottometter li Georgiani li quali erano soliti per avanti a dar tributo al sig. Turco, e par che Tocmat sultan le aveva fatto dire che el paese di Cars era il confin, et che se l'era venuto per prender quel paese, sopra ogni sasso si lasceria una testa dicendo: Cars è un luogo rovinato che divide el paese del Turco dai Persiani. Mustafà rispose che Dio guarda, ma che l'era venuto per Georgiani come di sopra. Che sultan Tocmat li fece anco dire, che lui non credeva che fosse mente del suo signor di romper li capitoli che erano fatti; perchè li giuramenti passano da un re all'altro, che questo saria con danno dell'anima dei morti, ed anco di quei che vivono; et che se lui veniva per fabbricar Cars che lo rifabbricherieno con tante teste dei Turchi.

Che lui Mustafà in Persia non poteva far cosa alcuna, ma ben che loro Persiani, passeriano nel paese dei Turchi fino a Tokat, tagliando ed abbruciando di tutto, che saria con danno non delli grandi, ma delli piccoli; che però non volevano questo cargo sull'anima; ma cha lui era servitore del suo re e Mustafà del suo, che però tra loro due combattessero e definissero le querele. Mustafà rispose con inganno el falsità, che non era venuto per il paese di Persia, onde sultan Tocmat li diede il passo, ma ben sempre tenendogli occhi aperti, et essendosi spinto avanti Mustafà fino a certa acqua che si chiama Canacaburi, che è la strada certa di andar nel Shirvan, vedendo sultan Tocmat che era ingannato, disse costui ne inganna, et esortò le sue genti et diede alla coda dell'esercito, e ne tagliò fino a 30 mille, et li tolsero parte delli cariaggi e quasi tutti i danari che aveva con lui; ma li sopraggiunsero altre genti: onde Tocmat si ritirò colla preda e Mustafà passò allo Shirvan. Tocmat sultan mandò la preda al re, et li fece intendere che Turchi avevano rotta la fede e che li sariano addosso, et che però si mettesse all'ordine. Mustafà frattanto penetrò nel paese del Shirvan, fino ad una terra che si domanda Aras, e la prese e si fermò in quel luogo 28 giorni, et per il cattivissimo aere che vi è si ammalò l'esercito, ond'ebbe maggior danno dalle infermità che non aveva avuto dalla spada. Mustafà in questo tempo mandò spioni per il paese ad intender quello che facevano i Persiani, parte dei quali spioni furono presi, et da loro intesero Persiani, che Mustafà era in Aras con parte dell'esercito, con la mortalità che ho detto di sopra, e che Osman bassà con un'altra parte era ad un'acqua in un certo sito forte. Quei spioni che non furono presi tornarono a Mustafà e li dissero che Persiani erano all'ordine per darli adosso. Onde esso consigliò Iman ed altri bassà, e disse che avendo la infermità che veniva dal cielo non si potevano effettuare i suoi disegni, che bisognava far meglio che si poteva per non perder quel paese che avevano acquistato con tanta fatica e spesa; che però Osman si valesse di 30m. persone per guardar Samachi, che è la metropoli di quel paese, e lo fece serraschiere che vuol dir capitanio-generale, et fece anco sotto di lui altri bascià, perchè l'aveva questa libertà dal gran signore di così fare; et lui se ne fuggì per la parte dei Georgiani, per un paese detto Seventberg, e per la fuga così presta davano cinque gambelli per due pani, et in questa fuga ebbero grandissimo danno dai Georgiani cristiani, non essendo ancor giunti li Persiani; e che con poche genti che non credo arrivassero a 20,000 persone si ritirò in Erzerum; che partido Mustafà sopraggiunsero Persiani, e la prima cosa che facessero ricuperarono Aras dove i Turchi avevano fatto un castello di frasche e fango, et postovi l'artilleria; ammazzarono il bassà detto Caidar e le genti et tolsero l'artilleria in numero di 200 pezzi, e la mandorno al re, poi andarono a Samachi e lo circumdarono tutto, ma sopraggiunse in aiuto dei Turchi 8000 tartari per via di Caffa, il che intendendo i Persiani, una parte si levò dall'assedio et andò ad incontrarli;ed in questo tempo Osman bassa, fuggì da Samachi; i Tartari furono tutti tagliati a pezzi, ed esso Osman si salvò in un castello dei Circassi detto Derbent, dopo la fuga del quale i sultani entrarono per tutte terre a man salva et ritornarono in tutti li suoi governi, avendo ritrovato anco in Samachi artiglieria, e preso tutto l'aver di Osman; et questo fu al fin dell'anno. L'anno seguente Mustafà rinforzò l'esercito al numero per quanto si diceva di 250 mille persone, e conoscendo il danno che aveva avuto in Persia, cercò di ricuperare in qualche modo, e si avviò a Cars per fabbricarlo, dove venne anco l'esercito dei Persiani, et combatterono con grande effusione di sangue da una parte e dall'altra, tanto che appena è credibile; pur Mustafà restò superiore e fabbricò il Cars. Fra questo tempo li Tartari, che sapevano che Osman era in quel castello, lo andorno a levare et si ridussero in campagna da una parte del paese di Shirvan, i quali erano al numero di 30,000. I Persiani si risolsero di mandare una parte contro li sopradetti Tartari, e l'altra parte si ritirò da Cars, et così Mustafà lo fabbricò; ma sopraggiunto l'inverno, che è molto aspro in quelle parti lo lasciò presidiato e si ritirò in Erzerum, licenziando parte dell'esercito, qual era mal satisfatto et Mustafà anco molto afflitto. Li Tartari, et li Persiani che si erano all'incontro, stavano caduno dalla sua parte sopra l'avvantaggio, fino a che venne l'inverno, il quale sopraggiunto, li Tartari che sono mezzi nudi convennero ritirarsi, con la quale occasione i Persiani ne tagliarono molti a pezzi, et Osman bassà convenne tornare a salvarsi nel castello sopradetto di Derbent. I Persiani poi, che sono più atti alla fatica che Turchi, e che non hanno bisogno di tante comodità, perchè bene spesso stanno 40 giorni con una camisa, et menano sempre con loro un caval vodo quando vanno in fazion, per averlo sempre fresco, tornarono a Cars, ma non avendo artigliere da batter, perchè quella che presero l'haveano disfatta, et fatto bagattini, non la avendo loro, nè avendo il modo di adoperarla, non potendo però prender Cars, hanno rovinato il paese intorno, che non vi è restata appena la herba, onde se vogliono soccorso bisogna lo aspettino da Erzerum, perchè adesso vi sono delle munizioni che vi lasciò Mustafà, stando tuttavia assediati dai Persiani.

Dimandato in che modo vien mantenuto tanto tempo così grande esercito, rispose: l'imperatore è molto grande ed ha tesori; ma l'esercito si vale dell'abbondanza del paese, et delli danni che fanno ai Turchi, et delli tesori che si hanno guadagnati; e poi anco quandotutto manca se ne tuol ad imprestito, et quei re che ho detto di sopra tutti aiutano; et come ho detto questo è il terzo anno che li sultani hanno giurato di continuar la guerra et di non lasciar la spada per 15 anni. Dimandato quello che si intende di Mustafà, rispose che si diceva che il sig. Turco li aveva mandato sei capigi, perchè el voleva che el rendesse conto che avendogli lui persuasa la guerra et partitosi con un esercito così florido e con tanti tesori et tanta artilleria, quello che ha fatto et in che modo ha impiantato Osman bassà in quel paese di Circassia. Che Mustafà avendo inteso oltre questo che el suo signor voleva mandar un altro in luogo suo disse: che quanto alli tesori se sono andati, saranno andati del suo; et perchè l'era chiamato a Costantinopoli pregava ch'el si lasciasse ancora un anno perchè el non voleva morir d'altra spada che de' Persiani. Dimandato se in questi tempi è stata mai trattazione alcuna de pace, rispose: che essendo stato persuaso al re di Persia da Mustafà a mandar persone per trattare la pace, mandò un suo uomo in quel tempo che successe la morte di Mehemet bassà, il quale arrivò a Scutari, et fece intendere ad Achmet bassà, che el suo re a richiesta de Mustafà l'aveva mandato a dirgli, che li pareva cosa ingiusta continuare a spander tanto sangue di monsulmani: che però quando gli fosse restituito il suo passo esso leveria le offese; et questo huomo fu scacciato via dai Turchi, et che lo volevano anco offendere, et che Achmet disse che ambasciator no porta pena, onde fu scacciato via.

Fo data la lettera scritta in persiano ad esso chogia Mehemet et li fu detto che el dica chi scrive questa lettera. Rispose: Emir khan che un signore in Tauris come saria a dir vicerè, signata dal suo segretario. Gli fu poi detto che la traducesse in turco, così presala e lettala cominciò a dire:

« Molti saluti a voi, gran signori di Venetia. Quello che fu mandato da vostre altezze, chogia Cabibulà lo ha conosciuto, così noi abbiamo mandato alla vostra felicità chogia Mehemet per significarvi, come noi continuiamo nelle promesse et nella fede che dessimo, così desideramo che ancor da voi ne venga un segnale; piacendo alla Maestà di Dio, solo signor del mondo, speramo di castigar quei scellerati, nè li lasceremo per il corso di 20 anni fuori delle nostre mani, et con lasciarvi con perpetue salutazioni ».

Dimandato che el dia el giorno della lettera, rispose: che può essere da sei mesi, ma che nella lettera non si trova il tempo. La lettera in turco fu lasciata all'Alessandri, che la traduca con comodità[173]per esser ormai l'ora tardissima. Et fu domandato il detto Mehemet del modo con il quale aveva portate dette lettere rispose: Dopo che io baciai le mani a quei signori che mi diedero le lettere, mi messi in una carovana di 200 persone, et feci la via di Van, havendo legato le lettere nei mazzi di seta. Venni a Tokat, e da Tokat in Brussa, dove giunto trovai che le sete valevano assai, et però io le vendetti là et salvai il solo collo che aveva le lettere, et tornai a cavallo con diligenza a prenderne delle altre. Et dimandato perchè si messe a pericolo di discompiacer al re col perder tanto tempo rispose: l'ho fatto perchè li miei compagni tutti vendevano, et se non l'havessi fatto avriano detto: che vuol dir che costui non le vende, potendo avanzar tanto; e poteva entrar sospetto. Io incontrai altri che venivano per il medesimo viaggio, et comperai da loro le sete, con le quali sono venuto a Gallipoli, et da Gallipoli passato per la via di Narenta a Venezia; et disse che a Sarnizza furono aperte alquante balle di seta della carovana, per vedere se vi era alcuna cosa dentro, et non li trovarono alcuna cosa, et non havendo trovato niente gli mangiorno 20 talleri. Interrogato se ha compagni con lui, rispose che ha un figliuolo di suo fratello, et che sono 5 uomini computato il servitore; ma che nessuno nè anco suo nipote sa alcuna cosa perchè li va la sua testa. Dimandato dove sono alloggiati rispose in una corte a san Zuanne Novo nelle case di cha Zen. Dimandato se essendo la guerra in Persia lasciano andar le mercanzie su e giù rispose: a' mercanti da nessuna delle parti viene facta ingiuria nè nelle persone, nè nelle robe; et vedendo che erimo per licenziarsi si levò in piedi et fece oration, secondo il suo uso, et disse: Io son venuto qua per servitio del mio re, et prego Dio per la sua felicità et anco per la vostra; al che gli fu risposto, che se gli useria in questa città ogni cortesia et favore; et esso ringratiò che el se avesse fatto venir in questo luoco secretissimo « perchè essendo condotto in palazzo alla presentia del principe a dir quelle poche parole che dissi, me tremava le gambe ».

Espositioni Ambasciatori 1580-83.

1600, 8 giugno.

Avendo il Nores dragomano della lingua turca, fatto sapere che era giunto in questa città un Persiano con sei ovvero otto in compagnia, soggetto di stima e di molta grazia appresso quel re, e che desiderava far riverenza a S. S.tà fu dato ordine che per oggi fosse introdotto nell'ecc. Collegio dove venuto fu fatto sedere sopra gli ill.mi sig. Savj di Terraferma; ed interpretando lo stesso Nores disse il persiano: che il suo potentissimo re lo aveva mandato in questa nobilissima gran città, e commessogli di presentar le lettere sue e baciar la mano a S. S., la qual inteso questo tanto rispose: che la sua persona era ben veduta e che si sentiva piacere del suo salvo arrivo dopo così lungo viaggio, e che le lettere si riceverieno con gratissimo animo, desiderandosi ogni bene al suo signore. Replicò il Persiano che rendeva molte grazie della amorevole volontà che se gli mostrava, e che essendo il nome veneziano non solo amato, ma riverito grandemente nel suo paese, abbracciandosi e favorendosi in tutte le cose li mercanti che vi capitano, desiderava il suo signore che continuassero ad andarvi, e che all'incontro fossero protetti e favoriti quelli che venissero di là. Disse S. S. che si era ben certi dell'ottima volontà del suo re verso le cose della Repubblica, che se ne teneva molto conto con una perfetta corrispondenza e con vivo desiderio di ogni sua prosperità, onde poteva ognuno rendersi sicurissimo che li sudditi di sua maestà saranno sempre ben veduti. Allora il Persiano soggiunse: che essendo venuto con diverse robe del suo re, per contrattarne e comperarne altre in questa città, come quello che ha la cura principale di provvedere le molte cose per servigio della casa sua, desiderava due grazie: l'una che avendo bisogno per lo stesso servizio di far tingere certi panni di alcuni colori che si usano in Persia, e per quanto intende sono proibiti in Venezia, supplicava gli fosse concesso di farli tingere a modo suo, e l'altra che avendo fatta elezione di due senseri per smaltire le suddette sue robe e comprarne d'altre, desiderava chequesti fossero chiamati, ed ordinatoli che procedessero con diligenza e sincerità affinchè egli potesse spedirsi presto.

Il ser.mo gli rispose che desiderava fargli cosa grata, e che questi signori secondo la forma del governo sarebbero insieme, per dargli risoluzione sopra di ciò con la risposta alle lettere del suo re.

Mostrò il Persiano di restar soddisfatto, e disse che non avendo altro il suo signore da mandar in segno dell'amore che porta a questa serenissima Repubblica, le mandava a donare un panno tessuto d'oro e di velluto con figure, fatto far apposta per questo effetto.

Di che essendo stato ringraziato da Sua Serenità, egli prese licenza e partì.

Espositioni Ambasciatori.

1600, 8 giugno.

Al famoso e celeberrimo principe e signore d'alta e felice prosapia, dominatore di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, fondatore del vero modo e forma di governo, singolare fra i principi della nazione cristiana, ornato di virtù, valor e potenza, pieno di pompe, maestà, grandezze, il famosissimo giudice e signore di Venezia, il cui fine sia prospero e felice.

Al famoso e celeberrimo principe e signore d'alta e felice prosapia, dominatore di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, fondatore del vero modo e forma di governo, singolare fra i principi della nazione cristiana, ornato di virtù, valor e potenza, pieno di pompe, maestà, grandezze, il famosissimo giudice e signore di Venezia, il cui fine sia prospero e felice.

Dopo li molti ed onorati saluti che si convengono alla sua dignità e grandezza, i quali se ne vengono accompagnati dalla sincera amicizia ed amore che derivano dall'intima parte dell'animo nostro desideroso di ogni suo bene, se gli fa colla presente regal lettera amichevolmente sapere: che essendo nostro desiderio e principale oggetto di conservare sempre sincera amicizia e confederata unione colli principi famosi e gran signori cristiani, ed essendo il solito dei gran re e principi per confermazione e stabilimento dell'amore ed amicizia, rinnovare bene spesso tra di essi la memoria dell'affezione e benevolenza, et visitarsi l'uno con l'altro per via di amorevoli ed amichevoli lettere, mentre che non si possi fare ciò presenzialmentee colle proprie persone, valendosi anco uno dell'altro nelle sue occasioni ed occorrenze, come noi desideriamo che Ella se ne vagli di noi e conservi la nostra amicizia in quello stesso modo che conserviamo noi la sua; pertanto coll'occasione della venuta del valoroso e fidelissimo nostro uomo Efet beg agente e negoziatore della riverita nostra corte, il quale è stato spedito e mandato in quella parte per alcuni servigi della propria nostra regal persona, non abbiamo voluto restare con la presente nostra gioconda lettera di dare una mossa e scorlo alla catena che tiene fra di noi congiunto e catenato l'amore e l'amicizia, e per dar anco occasione a lei di seguitare lo stesso uso, tenendo sempre aperta la porta agli uffici e complimenti et alla comune pratica e commercio. Onde giunto che sarà il suddetto nostro onorato e stimato uomo, desideriamo che Ella sia contenta di commettere alli suoi ministri ed agenti pubblici, che dovendo egli fare alcuni servigi in quella parte di ordine e commissione nostra, vogliano detti suoi ministri ed agenti prestare ogni suo favore ed aiuto nelle sue occorrenze, acciocchè possa egli con il mezzo della protezione ed aiuto loro, spedirsi tosto delli suoi negozi, ed adempiere quel tanto che gli è stato commesso per poter poi quanto prima fare ritorno a questo paese, nel quale se occorrerà alla sua felice persona cosa alcuna, ne la farà liberamente e senza alcun rispetto sapere, che dalla benignità e munificenza nostra sarà volontieri adempito ogni suo desiderio e richiesta.

Del resto desideriamo che la felicità, grandezza e potenza sue sieno perpetue e senza fine.

Senza data. — La sottoscrizione in stampa dentro del bollo regio, con il quale è solito di bollarsi solamente le lettere che si scrive alli re e principi posta abbasso nel fine della lettera, dice prima nel capo del bollo: Dio, Maometto et Alì, et poi più abbasso in mezzo del bollo dice: serenissimo Shàh Abbas re di Persia.

E nel principo della lettera in alto è scritto con lettere d'oro; Iddio puro et altissimo.

Tradotta per me Giacomo de Nores interprete pubblico.

Filza 11, Esposizioni Principi.

1600, giugno.Al serenissimo re di Persia.

Le lettere di V. M. portateci dal valoroso Efet beg, ne sono state per ogni rispetto molto care, e gratissimo tutto ciò che ella si è compiaciuta di significarci, per espressioni del suo cortese animo verso la nostra Repubblica, la quale avendo conservata sempre antica e sincera amicizia colla sereniss. sua corona, riceve al presente singolare contento, che dalla M. V. le sia corrisposta con queste dimostrazioni amorevoli, da noi largamente meritate, per il desiderio che tenemo di darle maggiormente a conoscere che la stessa buona amicizia resterà in ogni tempo dal nostro canto fermamente stabilita sopra un sincerissimo affetto verso di lei, et accresciuta dall'amorevole protezione dei sudditi suoi che capitano in questa città, dove sogliono essere così ben veduti e trattati, che possono loro medesimi renderle indubitato testimonio, quanto riesca a noi di consolazione, che li nostri siano all'incontro favoriti da lei, onde il commercio abbia ad ampliarsi a maggior benefizio dei comuni sudditi; ed a perfetto stabilimento della nostra buona amicizia ed intelligenza, la quale siccome già vedemo conservarsi dalla M. V. perchè con abbondanza del suo affetto chiaramente espresso in esse lettere, ha voluto complir ad un tratto a tutti gli uffici, che per la distanza del paese non possono esser tra noi molto frequenti: così la pregamo di esser certa di non dover in alcun tempo mai desiderare migliore, nè più ben disposta volontà di quella, che avremo di comprobarle in tutte le occorrenze la ottima corrispondenza del nostro sincerissimo animo; e gli anni di lei siano molti, accompagnati da continue prosperità e da ogni altro felice avvenimento.

Nella Miscellanea atti turcheschi. Arch. Gen.

Traduzione fatta da me Giacomo de Nores interprete della ser. Rep. di una lettera scritta in lingua persiana da Shàh Abbas re di Persia, portata da Fethy bei suo agente e servo. Di sopra della lettera è scritto con oro:

Traduzione fatta da me Giacomo de Nores interprete della ser. Rep. di una lettera scritta in lingua persiana da Shàh Abbas re di Persia, portata da Fethy bei suo agente e servo. Di sopra della lettera è scritto con oro:

Dio immacolato e altissimo.

Et poi comincia di sotto.

Al famoso ed eccelso principe, e signore di alto stato, dominatore di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, osservatore del vero modo di governo, eletto tra i principi grandi della nazione cristiana, unico tra i potenti della generazione credente il Messia, ornato di gloria onor e potenza, pieno di pompe prosperità e grandezze, il famoso ed eccelso principe di Venezia le sue grandezze durino sempre.

Dopo li onorati e sinceri saluti, che procedono dalla buona amicizia, amore ed unione d'animo, che è fra di noi, le si fa colla presente nostra real lettera amichevolmente sapere, che essendo costume del nostro reale animo di augurare sempre prosperità e grandezze alli nostri buoni amici, prima d'ogni altra cosa, preghiamo con questa nostra che le sue azioni sieno conformi alla volontà di Dio, e che abbino buon e felice fine. Da poi le dicemo che per l'inclinazione e desiderio che noi abbiamo di stabilire l'amicizia ed amore con tutti li principi grandi e signori della cristianità, ed in particolare colla sua eccelsa persona come principe famoso e potente, tenemo sempre le porte aperte a tutti quelli che vengono da quei loro paesi e massime da Venezia, i quali sono da noi ben veduti e favoriti, ed ognuno se ne ritorna contento e soddisfatto della reale cortesia e buoni trattamenti che gli si usa.

Ora dunque confidando noi che all'incontro lei ancora per la stima che fa della nostra amicizia sincera ed amore, debba fare il medesimo con li nostri, acciò che si continui tanto maggiormente la pratica ed il commercio fra li mercanti dell'una e l'altra parte, abbiamo voluto mandare ora a quel paese l'onorato agente nostro e servo nominato Fethy bei per alcune cose necessarie al nostro real servigio e specialmente per provvedere di alcune armi archibusi e zacchi fini che gli abbiamo commesso per servizio proprioed uso della nostra real corte. Pertanto desideriamo dalla sua eccelsa persona, che per amor nostro egli sia visto con occhio benigno e protetto in ogni sua occorrenza e bisogno, commettendo inoltre alli suoi onorati ministri e servi, che dovendo il suddetto Fethy bei nostro onorato servo ed agente comperare le suddette armi archibusi e zacchi di nostra commissione, debbano essi ministri prestargli ogni favore ed aiuto per trovare cose che sieno onorate e degne della nostra real persona, acciocchè ben servito di ogni cosa se ne possa egli ritornare presto alla nostra felice corte. E se all'incontro occorrerà alla sua eccelsa persona cosa alcuna, delle cose preziose che si trovano in questi paesi, ne la farà come buoni amici sapere confidentemente, che sarà adempito ogni suo desiderio e mandato tutto quello le farà di bisogno. Del resto desideriamo che osservando le condizioni dell'amicizia, voglia esser contenta di visitarci qualche volta con sue onorate lettere come faremo ancor noi colle nostre. E per fine preghiamo che le sue grandezze e prosperità e onori sieno perpetui, e con lo aiuto celeste si termini in bene ogni suo desiderio.

Senza data.

In luogo della sottoscrizione è posto al fine della lettera il sigillo grande del re qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso uomo Alì protettore del regno.

Iscrizioni veneziane, delCicogna.

Tradutione della Nota del presente del re di Persia, bollata con il suo proprio bollo.

Nota del presente che si manda da parte di S. M. potentissima, al famoso et eccelso principe di Venetia con Fethy bei suo honorato servo et agente.

Un manto tessuto d'oro

Un tappeto di velluto tessuto con oro, et argento

Un panno di velluto tessuto in oro, con figure di Cristo et di sua madre Maria

Tre cavezzi tessuti in oro

Tre schietti tessuti con seta.

Esp. Principi.

1603, 6 marzo in Pregadi.

Essendo a proposito deliberare cosa alcuna intorno li strati che il serenissimo re di Persia ha mandato a donar a Sua Serenità l'anderà parte:

Che il suddetto strato qual sarà qui sottosegnato sia juxta la legge mandato alla chiesa di S. Marco. E da mo, sia commesso alli procuratori di detta chiesa che debbano far convertire le vesti in tante pianete e paramenti come loro piacerà meglio; et il tappeto sia conservato in detta chiesa da essere nei giorni solenni quando il serenissimo principe va in cappella accomodato su lo sgabello dove se inginocchia Sua Serenità:

Un manto tessuto d'oro

Un tappeto di seda tessuto d'oro, lungo braccia 4 alto 3

Un panno di seta ed oro a figure, lungo 3 braccia circa con 14 figure

Tre veste di seta ed oro a figure, lunghe braccia 2

Tre altre veste di panni di seta senza oro o figure, di lunghezza braccia 3,7 circa.

Et da mo che delli danari della Ser. Rep. siano spesi fino alla somma di ducati 100 in tanti rinfrescamenti, come parerà al collegio nostro, per presentarli parte a parte al persiano che ha portato il suddetto presente.

Commemoriale XXVI.

1603, 2. settembre in Pregadi.Al Serenissimo re di Persia.

Se ne ritorna al presente a V. M. l'onorato e valoroso agente suo Fethy Bei, espedito intieramente di tutti li negozii, per i quali fu egli inviato da lei in questa città, essendo stato gratamente veduto ed accarezzato da noi, e favorito ancora in tutto quello che ricercava il bisogno, coll'aver in particolare comandato ai nostri ministri di indirizzarlo in maniera che nella provvisione delle armi, zacchi ed archibugi a lui concessa, et a noi dalla Maestà vostra con sue lettere officiosissime raccomandata, egli ne riportasse, come fa, cose onorate et degne della sua real persona. Et ci è riescita gratissima sopramodo questa sua amorevole confidenza, la quale conosciamo derivar da una sincera affezione che vostra Maestà porta alla Repubblica nostra, per la occasione che ci ha prestata di dimostrare nella persona di questo agente l'ottima disposizione dell'animo nostro verso di Lei; il che non tralasciamo in alcun tempo di manifestare al mondo con veri effetti, usando ogni amorevole trattamento a tutti li sudditi di V. M. che capitano in questa città nostra, per corrisponder a quei cortesi termini che lei conforme alla grandezza del real animo suo usa verso li sudditi e mercanti nostri, che se ne vengono in quelle parti. Il qual mezzo è sopra ogni altro altissimo, non solo per stabilire ma stringere et augumentare maggiormente a beneficio del comune commercio quella perfetta amicizia et ottima corrispondenza, che per lunghissimo e continuato corso d'anni si è mantenuta tra quella potentissima corona e la Repubblica nostra, e che dal canto nostro sarà conservata con ogni termine di ufficio verso la serenissima sua persona. Alla quale auguriamo accrescimento di grandezza con perpetuo corso di gloria e felicità.

Et da mo: sia preso che per corrispondere all'onoratissimo presente mandato dal re di Persia per il predetto agente suo alla signoria nostra, sieno spesi delli danari del deposito per le occorrentie, dalli officiali nostri alle rason vecchie fra ducati 1300 in quelle robee gentilezze che parerà al collegio nostro per mandar a quella Maestà, insieme colle lettere pubbliche da esser consignate al predetto agente suo. Al qual sieno parimenti donate in nome della signorìa nostra tante vesti di seta di quella sorte che parerà ad esso collegio per il valor di ducati 200; ed alli 8 uomini che sono in sua compagnia sia dato una veste di panno scarlatto per cadaun, da esser dette vesti pagate colli medesimi danari del deposito per le occorrentie.

Cicogna Iscrizioni, e Delib. Senato, Arch. gen.

Al famoso ed eccelso fra i principi della nazione cristiana, eletto fra i potenti e grandi signori che vivono nella legge del Messia, dominatore di paesi e di provincie, administratore della giustizia, ornato di virtù valor e prudenza, il potentissimo Doge di Venezia, a cui il Signor Iddio aumenti lo stato e la potenza.

Al famoso ed eccelso fra i principi della nazione cristiana, eletto fra i potenti e grandi signori che vivono nella legge del Messia, dominatore di paesi e di provincie, administratore della giustizia, ornato di virtù valor e prudenza, il potentissimo Doge di Venezia, a cui il Signor Iddio aumenti lo stato e la potenza.

Dopo molti onorati saluti che si convengono alla sua dignità e grandezza, ed alla buona amicizia et amor che è fra noi, le si fa colla presente nostra real lettera amichevolmente sapere: che essendo nostroparticolar desideriodi continuar sempre nella buona amicizia ed unione con tutti li principi famosi della cristianità, ed in particolare colla sua alta e felice persona, come principe giusto, savio e potente, abbiamo voluto con questa nostra regal lettera visitarla e salutarla ora di nuovo, certificandole detta buona volontà ed affezion che portiamo alle sue alte persone ed a tutta la sua eccelsa repubblica; e perchè lei sa la contesa e la guerra che vertisce ora tra noi ed il re dei Turchi, il quale facendo per ciò prender a Costantinopoli ed altrove tutti li mercanti nostri sudditi e dipendenti ha fatto confiscare le robe ed ogni altra cosa che essi portavano per uso e servizio della nostra real corte; onde essendoci levata l'occasione di poter mandare costì delli nostri proprii uomini di corte,per esser impedito e vietato il passo, abbiamo determinato di mandar ora costì l'onorato fra i pari e simili suoi chogia Chieos mercante cristiano zulfatino, così per fare questo complimento a lei, come anco per fornirsi di là di alcune robe e merci che fanno bisogno per uso della nostra real corte; però desideriamo che sia da lei commesso ed ordinato alli suoi onorati ministri ed agenti che voglino per amor nostro favorirlo ed ajutarlo in ogni sua occorrenza, affinchè egli possa spedirsi presto e bene delle sue faccende, e ritornarsene qui quanto prima può con le robe che gli sono state da noi commesse ed ordinate. Con questa occasione non resteremo anco di pregarla di darci qualche avviso di questi nostri agenti che vennero già costì per nostro servizio, ed anco delle loro robbe ed effetti quello ne è successo; desiderando noi che siano da lei per pietà ajutati e favoriti in ogni luoco per amor nostro; e se all'incontro avrà bisogno anche lei di cosa alcuna in queste nostre parti ne le faccia con sue lettere confidentemente sapere come si conviene tra buoni e veri amici, che sarà da noi eseguito prontamente il suo desiderio in tutto quello che le sarà qui di bisogno; e per fine desideriamo che le sue forze e grandezze siano sempre in aumento.

Senza data — In luogo di sottoscrizione è posto nel rovescio della lettera il bollo regale che dice: Shàh Abbas servo di Alì protettore del regno.

Filza Atti turcheschi.

Serenissimo Principe,

Havendo il ser.mo re di Persia date in diversi tempi a diverse persone sete da vender quì, è avvenuto, parte pel mal governo di coloro che le avevano, e parte per altri accidenti, che si sia perduta quasi ogni cosa. Ha perciò la maestà sua espeditochogia Sefferarmeno portator di queste per la ricuperazione di quanto si ritroverà di sua ragione in codeste parti. In raccomandazione di questo, ho avuto lettere efficacissime da due miei corrispondenti che si trovano in Persia, e principalmente da uno chiamato Giacomo Nava di Salò,il quale viene trattenuto dal re come pieggio di un Angelo Gradenigo figliuolo di un ebreo fatto cristiano, che ebbe da S. M. circa 50 balle di seta; e qui ancora il padre di esso chogia Seffer, che è sensale nostro di casa mi ha con indicibile affetto raccomandato questo negozio, perchè dal buon esito di questo dipende tutto l'esser e la fortuna del suo figliuolo e tutta la sua. Io nondimeno ad istanza di questo non intendo molestar la Serenità Vostra, ben mi persuado che per rispetto di chi lo manda, sia per accarezzarlo e favorirlo quanto più sarà possibile, in modo che il re conosca la stima che ella fa della M. S. la quale all'incontro è tanto inclinata alnome veneziano, che qualunque dei nostri il quale si trasferisca alla sua corte ancorchè di bassissima condizione, tratta seco con tanta famigliarità e riceve tanti comodi e cortesie che più non è possibile a credere; non pure essendo egli quel gran re che è, ma ancora se fosse solamente conte di un piccol castello: onde potrebbe essere che egli si persuadesse che lo stesso dovesse fare con questo suo agente la Serenità Vostra, alla quale riverentemente ho voluto far saper questo, non perchè creda che si convenghi a lei far soverchio onore a questo chogia Seffer (il quale manco è atto a discernere e conoscere certi termini), ma solo perchè se gli mostri molto affettuosa e amorevole verso i suoi negozi; ond'egli possi ancora far testimonianza alla M. S. di avere da lei ricevuto favori e cortesie molto apparenti.

Questo re presume di se stesso molto, ben sì per la corona che egli ha della Persia, ma più ancora per gli acquisti fatti da lei, avendo sottomessi li re del Ghilan e di Lar ed impadronitosi del regno loro, e quasi del tutto disfatti li Tartari Usbecchi, ai quali ha preso la grandissima provincia del Korassan, oltre il paese ricuperato dalle mani dei Turchi fino sotto Van, e avendo ridotto alla sua devozione li principi Georgiani e buona parte dei Kurdi: crede perciò dover essere stimato dal mondo molto più dei suoi predecessori.

Per questi rispetti adunque, io per la parte mia non ho mancato ricevere con allegra fronte esso chogia Seffer ed usargli tutte le cortesie che ho saputo, ed in particolare gli ho prestati 200 e più zecchini con mio incomodo e danno, essendomi contentato di riceverli da lui costì senza niun beneficio di cambio, ancorchè egli me lo abbia offerto maggiore del corso ordinario; e di più molto prontamente ho dato ordine che sieno condotti in questa città e consegnati a suo padre e ad un altro persiano di conto, alcuni cassoni divetri che in Alessandretta si ritrovavano consegnati in cancelleria di ragione del suo re, in modo che essendo rimasti tutti questi soddisfattissimi di tanta mia prontezza, hanno fatta in Persia un'amplissima informazione della cortesia ricevuta dal console di Venezia, e della speranza che ho loro data che costì chogia Seffer sia per ricevere da Vostra Serenità molta maggiore grazia, ecc.

In Aleppo 2 settembre 1609.

Gio. Francesco Sagredo.

Presentata nel collegio il 22 gennaio 1610 da chogia Seffer colle lettere del re persiano.

Esp. Principi, Filza 18.

1609 (1610) 30 gennaio.

Venne li giorni passati il fedelissimo Giacomo Nores interprete pubblico, alle porte dell'ecc. Collegio, a dar conto dell'arrivo in questa città di un armeno suddito del serenissimo re di Persia, e della istanza che questo li aveva mandato a fare per alcuni della sua nazione, acciò lo andasse a trovare al suo alloggiamento a' ss. Apostoli in camera locante; ma non aver voluto il detto Nores muoversi senza saputa et comandamento di Sua Serenità, dalla quale disse che attenderebbe quell'ordine che le fosse piaciuto darle, che tanto egli avria puntualmente eseguito.

Li fu commesso di andare da detto armeno, e come da se, intendere ogni particolare del suo viaggio, e notar la causa della venuta sua in questa città, e di riferir poi il tutto all'ecc. Collegio.

Ritornato il Nores riferì in questa sostanza:

Io sono stato all'alloggiamento dell'armeno in ordine a quanto mi fu commesso, e mi sono abboccato con lui. Questo è giovane di 32 anni in circa, parla bene, e nelli suoi ragionamenti si mostra molto sensato e discreto; disse essere stato alquanto da figliuolo in corte del re, ed esser al presente cameriere di S. M. Che sono 10 mesi che manca di Persia; che è capitato in cristianità per via di Sorìa, dove si imbarcò sopra un vascello francese che lo condusse a Marsiglia; di là passò a Genova, a Livorno, a Fiorenza, di dove s'è poicondotto in questa città. Ha lettere del re per la Serenità Vostra, e me le ha mostrate e sono senza borsa e senza sigillo, la contenenza delle quali per una breve scorsa che io ne feci è la buona amicizia di quella corona con questa Serenissima Repubblica ed il desiderio e pronta disposizione di continuarla dal canto di S. M., e che si mandò de lì questo chogia Seffer nominato suo agente, per la recuperazion di quelle robe che si trovano in questa città riportate da Sorìa, che furono condotte in quelle parti dall'agente di quel re che fu qui nelli anni passati e che nel ritorno fu dilapidato da' Turchi. Io presa occasione dalla qualità del negozio suo, giudicai a proposito, come da me considerargli, che il proprio luoco era di indirizzare le sue trattazioni non con Vostra Serenità, ma cogli ill.mi signori V Savj alla mercanzia, che è un magistrato di senatori principali al quale sono raccomandati tutti gli affari di quelle parti orientali, pertinenti ai mercanti. A che egli rispose che farebbe quanto fosse consigliato; ed aggiunse, che fornito qui il suo negozio ritornerà a Firenze, poi a Roma, quindi in Spagna, per ritornarsene in Persia da quella parte; che tiene lettere del suo re per quei principi, colle quali li esorta a muoversi contro il Turco. Ho veduto anco una lettera diretta al signor Bartolomeo del Calese scrittagli da un Giacomo Nava che si trova in Persia ed al presente è tenuto come prigione per pieggio di quell'Anzolo Gradenigo che gli anni passati ebbe una quantità di sete di ragione di quella Maestà, per contrattarle in Venezia, ed ha malmenato il capitale.

Ho anco veduto un piego di lettere dirette a questo monsignor Nuncio del Pontefice, scritte per quanto mi ha narrato esso armeno da un certo frate scalzo, che dice risiedere in Persia presso il suo re, spendendo nome e titolo di ambassadore di S. Santità, e due altre lettere scritte dal medesimo frate una al padre generale dei Carmelitani, l'altra ad un segretario del pontefice. Questi dice che al partir suo dalla corte, lasciò il re con tutti tre i suoi figliuoli a Tauris, che aveva diviso il suo esercito in due parti, e mandatane una sotto Van, con quel numero di ribelli che s'erano accostati a S. M., e si intendeva aver preso un castello vicino a Van in sito molto forte, di dove stringevano talmente quella fortezza che speravano doverle capitar presto nelle mani: che l'altra parte dell'esercito aveva il re mandato alla impresa di Babilonia, sotto il comando di un valorosissimo capitano. E questo è quanto ho potuto sottrarre del suo viaggio e del suo negozio; avendomi inoltre narrato i molti favori e cortesie che ha egli ricevuti in Aleppo dal console di Vostra Serenità, delle quali mi disse aver dato conto con sue lettere particolari allamaestà del suo re, lodandosi sopra modo dei buoni trattamenti che gli erano stati usati dal predetto console.

Fu consigliato sopra la relazione del Nores nell'ecc. Collegio, e commessogli, che andato di nuovo all'armeno lo ricercasse come da se della risoluzione che aveva preso intorno il presentar la lettera del suo re, o nell'ecc. Collegio, o nel magistrato dei V Savj alla mercanzia, perchè sarebbe stato nell'una o nell'altra via gratificato.

Ed avendo il Nores fatto l'ufficio riportò questa risposta: che esso armeno avrebbe desiderato presentar la lettera a Sua Serenità, perchè altrimenti facendo, crederia commettere grande errore e mancamento, ed essere grandemente ripreso da ognuno, che essendo stato mandato in questa città con lettera del suo re, fosse egli partito senza vedere la faccia di Sua Serenità, alla quale vorria presentare esse lettere per essere da lei raccomandato alli signori V Savj.

Onde fu stabilito di deputargli l'audienza per venerdì 22 del presente e farlo seder sopra gli ill.mi signori savj di Terraferma.

Di più disse il Nores, che ragionando esso armeno, del suo viaggio gli ha narrato che l'intenzione sua era di passare da Sorìa addiritura in questa città, ma il mancamento dei passaggi lo aveva necessitato ad imbarcarsi in un vascello francese che lo condusse a Marsiglia dove prese una barca con animo di venire in questa città; ma perchè a Nizza ed a Monaco si ebbe sospetto che fosse spia, fu necessitato palesarsi essere agente del re, per non essere offeso; e continuando li tempi cattivi, fece risoluzione di licenziare la barca ed andar per terra a Genova, essendo stato accarezzato e molto ben veduto da quei signori: che di là si transferì a Livorno per barca, e da quel governatore, per sospetto pure che fosse spia, fu mandato a Fiorenza: che il segretario Vinta fu a vederlo, al quale diede conto di se e del suo viaggio, e per farsi conoscere agente del re procurò di essere ammesso alla udienza del signor granduca, ma non volendo S. A. darle audienza e riceverlo nel pubblico palazzo, gli fu fatto sapere, che dovesse in una mattina ritrovarsi in una chiesa a messa dove saria stata anche la A. S., siccome egli fece, e le diede la lettera del suo re che portava per S. A., benchè avesse disegnato di presentarla solo al suo ritorno da questa città.

Averle detto inoltre esso armeno, che li signori ambasciatori di Francia e di Spagna ed anco monsignor Nunzio, gli hanno mandato a dire che desiderano vederlo, ma che egli si è scusato per ora colle sue molte occupazioni.

Venerdì mattina venne esso chogia Seffer armeno, con quattro servitorivestiti alla persiana nell'ecc. Collegio, e seduto sopra li signori savi di Terraferma, parlò in questa sostanza così interpretando il Nores:

Ringrazio l'Altissimo Iddio, che mi ha fatto degno di vederla faccia di Vostra Serenità principe giusto, savio e potentissimo, il cui nome è onorato e celelebrato per tutto l'universo, ed in particolare alla corte del mio re, il quale ama, stima ed onora per questi rispetti grandemente Vostra Serenità; e desiderando continuar nella buona amicizia amore et union di animi con questa eccelsa Repubblica, è parso a S. M. mandar me suo umile servo con una sua regal lettera, per significar a Vostra Serenità, questa buona volontà, e l'affezione grande che ab antiquo porta a questo felicissimo e potentissimo dominio.

Rispose sua Serenità: che era da rallegrarsi del giunger suo sano e salvo in questa città da così lungo viaggio: che si vedeva volontieri la persona sua per rispetto del suo potentissimo e valorosissimo re, da S. Ser. e da tutta la Repubblica grandemente amato ed osservato, col quale si conserva quella sincera amicizia e benevolenza, che per il passato si ha tenuto con quella corona; che avendo lettere di S. M. le poteva presentare, perchè si farieno leggere, ed intesa la continentia di quella, si potria forse darle a bocca qualche risposta.

Ciò detto, si levò l'armeno da sedere e accostatosi alla sedia di Sua Serenità le baciò la veste, e presentò in mano propria una lettera del clarissimo console in Aleppo, ed immediate uno dei suoi uomini presentò una scatola lunga, coperta di panno di Bursa, involta in un fazzoletto vergado, nel qual era una lettera posta in due borse una di raso sguardo, e l'altro di velluto verde, involta in un altro fazzoletto.

Ed il Nores spiegata essa lettera, la lesse ad alta voce, poi la interpretò con gran prontezza e con piena soddisfazione di tutto l'eccellentissimo Collegio.

Dopo letta essa lettera, il Serenissimo Principe ringraziò S. M. del suo amorevole ufficio, e della ottima volontà sua verso la Repubblica, dalla quale è ricambiato di vera affezione ed osservanza. Quanto al negozio disse non aver a memoria se siano venute di Sorìa in questa città robe di quell'agente di S. M., che nondimeno si chiameranno i Magistrati, e da loro si prenderà informazione, ed essendovi cosa alcuna non si mancherà di dar ordine che gli sia consegnata.

E l'armeno non replicando altro prese licenzia, accompagnato a casa dal medesimo Nores che lo aveva levato ed accompagnato al palazzo.

Registro Esp. Principi, pag. 135.


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