II.La signora Eugenia.La signora Eugenia, alta e ben composta della persona, è sempre di un'eleganza assai caratteristica e signorile nella modesta semplicità del suo abito tutto nero, col solino ritto, di una candidezza inappuntabile, stretto alla gola. Ormai ha già varcata la cinquantina, eppure, dicono i suoi amici, la signora Eugenia non è mai stata tanto bella! Ha incominciato prestissimo a incanutire e ciò, invece di nuocere, le ha giovato: a trent'anni pareva si fosse incipriata per sembrar più giovine; adesso i suoi magnifici capelli bianchi, raccolti sul capo in una massa ondulata dai riflessi della seta e dell'avorio, fanno maggiormente risaltare la freschezza del suo piccolo viso, liscio e roseo,dalle linee delicate come un cammeo, e gli occhi nerissimi in cui la bontà sorride con un lampo d'arguzia.— Oh, sono vecchia, sapete, molto vecchia! — Ripete sovente la signora Eugenia alle signorine che le fanno dei complimenti e ai giovinotti che, magari, le fanno anche un po' di corte. — Sono vecchia, molto vecchia!... — Ma, così dicendo, accarezza, sollevandoli, i bei capelli bianchissimi che le ricascano sulla fronte e giù dalla nuca, quasi sulle spalle e mostra, compiacendosene, le sue mani lunghe e morbide, senza anelli, ma colle unghie a mandorla, che brillano lucentissime. I suoi capelli, le sue mani e il piedino, ecco tutte le vanità della signora Eugenia. Un paio di stivaletti del Beltrami che le dura un anno, la biancheria sempre di bucato, e un pezzo di sapone finissimo, ecco tutto il suo lusso! Ma oltre alle sue vanità, oltre al bisogno dei suoi piccoli lussi, la signora Eugenia sente pure un nobile orgoglio, una giusta fierezza: quella di dover tutto soltanto a sè stessa.Oh, se la sua vita è trascorsa serena e illibata, non è stata facile, tutt'altro! Nata ricca, da unafamiglia di buoni patriotti impoveritasi nelle vicende politiche, e rimasta ancora giovanissima, orfana e sola, la signorina Eugenia ha dovuto cominciare ben presto a guadagnarsi il suo pane, non sempre freschissimo, e il suo pezzetto di sapone inglese, gli stivaletti del Beltrami e ilcanfinodella misera lucernetta che finiva col bruciarle anche gli occhi!Molte buonissime case di Milano erano state in intima relazione colla sua; con talune c'era anche un po' di lontana parentela, ma la signora Eugenia, conservandosi tuttavia nei rapporti della migliore amicizia, non ha mai voluto ricevere la carità di nessuno, per quanto larvata dalla gentilezza e dalla simpatia, e non ha mai cercato aiuti nè protezioni.Diceva sempre ridendo:— Italia libera e indipendente! I miei hanno tutto sofferto per la libertà, ed io, per ciò, ho l'obbligo di conservare e di difendere la mia!Si comincia col darle della matta, della presuntuosa, della donna emancipata e col circondarla di ridicolo e di diffidenza, ma poi, a poco a poco, quando ognuno deve convincersi che in quellabella, in quella coraggiosa fanciulla non c'è superbia nè alterigia, ma fierezza d'animo e dignità di vita, che il suo non è capriccio, non è leggerezza, ma invece un vero, un continuo sacrificio, un eroismo, quasi, per la signorina abituata prima alla ricchezza, agli agi, si finisce col renderle giustizia, si finisce ad ammirarla e ad averla più cara.Benvoluta e ricercata, ella riceve continui inviti: inviti a pranzo, a festicciuole, inviti al teatro, ma di proposito ella non accetta altro che alla domenica e le sue amiche vanno a gara, disputandosela una settimana coll'altra.Nè la giovinetta porta in giro il fardello delle sue pene, nè porta il broncio per la propria virtù, per la vita che s'è imposta; tutt'altro! La sua cameretta sola vede qualche lacrima — per la mamma, per la sua povera mamma specialmente, — ma fuori ella è sempre piena di gaiezza, di brio, di chiacchiere, di risatine squillanti. È l'allodoletta che vola libera, cantando in faccia al sole.E la signora Eugenia ha sempre una risposta pronta per chi l'ammira coll'idea di volerla compiangere:— No! no! Quando si è giovani e si è sani non è una disgrazia l'esser poveri! Anzi.... è un'occupazione e una distrazione.E non domanda mai niente, nemmeno a Domeniddio; soltanto, di conservarle la salute che le ha già dato.... E la signora Eugenia, benedetta nella sua forza, nel suo coraggio, nella sua costanza ha lavorato tutta la vita, senza mai buttarsi malata, nemmeno un giorno!Sapendosi sempre contentare di poco, dopo le difficoltà dei primi anni più difficili ha finito poi col trovarsi davvero soddisfatta e felice del proprio stato. Apprezza tutte le più piccole cose, perchè le guadagna da sè.... e perciò le costano molto.Oh, la felicità di un paio di guanti nuovi, e di una piccola boccettina di acqua di Colonia! Oh, il primo vaso di garofani, — veramente magnifico! — che potè comperarsi dinanzi alla chiesa di San Giuseppe!... Quanto le fu caro! Per esso ebbe tutte le cure che avrebbe avute per un giardino!In principio non fece che cucire in bianco, ricamare, tutta la sera e parte della notte, per guadagnarsi da vivere; e il giorno studiava per poter fare la maestra. Era questa la sua idea, il suosogno, ciò che sentiva di poter far meglio: la maestra ai bambini e alle bambine. E fu contentissima quando, per la prima volta, potè entrare in una piccola scuola privata; ma il giorno in cui vinse il concorso per un posto di maestra comunale le sembrò addirittura di essere nominata regina!Adesso, dopo più di trent'anni di lavoro, dopo aver percorsa tutta la sua scala, gradino per gradino, dopo esser diventata vice-direttrice e direttrice delle scuole di San Celso, s'è ritirata non tanto per riposare quanto per lasciar posto agli altri, con una piccola pensioncella. E adesso, colle sue tre stanzette, colla sua donna di servizio, per un paio d'ore tutte le mattine, colla sua buona zuppa di vero brodo, la sua aletta di pollo, le sue quattro castagne d'inverno, le sue quattro ciliege l'estate, la sua tazza di squisito caffè e il balconcino pieno di garofani e di girani, la signora Eugenia dichiara di essere diventata una milionaria. In fatti, non solo non ha un debito — non ne ha avuti mai! — ma accumula tesori tali, che le permettono l'acquisto di un libro o di un corpetto di lana per qualche povero scolaretto e di farsi onore, colle sue brave mance, a Natale e al Ferragosto.I fiori, per la tomba della povera mamma li ha sempre comperati, anche quando pativa la fame.Eppure, dopo diventata milionaria, la signora Eugenia si sente forse meno felice. Le è rimasto un gran vuoto nella vita e nel cuore: non ha più d'intorno la sua folla di bambini! E ciò essa ha confidato appunto all'avvocato Olivieri, una sera, trovandosi insieme in una casa d'amici.Oh, quel gran stanzone della scuola così pieno di visetti vispi e ridenti, che gran rimpianto per il suo cuore! E che angosce, che struggimenti, per tante miserie che la circondavano!Certe mattine, d'inverno, il levarsi presto presto, ancora col buio, nella fredda cameruccia, il dover «far toletta» coll'acqua ghiacciata della brocca era un vero supplizio; era un supplizio la lunga strada fangosa, deserta col vento che soffiava frizzante, che gelava il naso e tagliava le labbra, ma poi arrivata là in mezzo alla scuola, quanta vita subito e quanto frastuono, quanta letizia, quanta luce di primavera e di sole, anche se fuori dai finestroni si addensava la nebbia o cadeva fitta la neve!Ed era poi convinta e orgogliosa della grande importanza, della gravità della sua missione.La signora Eugenia pensava e diceva:— Sono le mamme è vero, che fanno i bambini... ma gli uomini li facciamo noi, colle nostre prime cure, coi nostri insegnamenti; siamo noi, povere maestrine, che formiamo la loro coscienza e il loro cuore. I bambini nascono tutti buoni, ed è colpa nostra se diventano uomini cattivi, perchè non abbiamo insegnato loro, non abbiamo dato loro la forza per diventar felici.Oh, fra quei piccoli uomini mandati alla scuola, quanti che ingiustamente soffrivano!... E a questi la signora Eugenia si sforzava di insegnare non soltanto la calma e la bontà, ma altresì l'energia per farsi un po' di posto in quel mondo che il buon Dio aveva creato per tutti.La signora Eugenia, mentre aspetta l'avvocato Olivieri e Francesco Roero, prepara il caffè colla sua macchinetta famosa. Tutto ciò che possiede la signora Eugenia è straordinario, è famoso. La sua piccola casetta, appunto perchè è tanto piccola,sta tutta dentro, nel suo cuore. Se non fosse così buona e se non sapesse di far piacere a chi la invita, rinuncerebbe subito anche ai grandi pranzi della domenica, per i desinaretti con un'ala di pollo e quattro castagne, lì al suo tavolino tutto lindo, con in mezzo, per trionfo e per compagnia, una rosetta o un garofano nel bicchiere.Il suo bravo caffè — pensa la signora Eugenia che n'è ghiotta — fa piacere a tutte le ore, specialmente d'inverno. E mentre il caffè bolle nella macchinetta, va in camera a lavarsi un'altra volta le mani, a lucidarsi le unghie, poi torna nel salottino, si guarda nello specchio della caminiera e si aggiusta i capelli. Da giovane, la signora Eugenia non ci aveva mai pensato; adesso invece ci tiene ad essere una bella vecchia. Ella stessa, riflessiva come tutte le persone che vivono molto sole, s'è accorta di questo, e ne ride fra sè.— Meno male che comincio adesso a far la civetta e che cominciano adesso a piacermi gli uomini!Quella mattina c'è anche di più: si tratta della visita, della presentazione di un giovine letterato alla moda, e la signora Eugenia ha sempre tenutomoltissimo ai letterati, considerandosi un po' della famiglia.Guarda al suo precisissimo orologio di bronzo della scrivania: sono le dieci in punto.— Staranno poco a venire! — Bisbiglia sottovoce.Mette altra legna nel franklin; si guarda attorno per vedere se non l'è sfuggito un briciolo di polvere... spinge una poltroncina, ch'era un po' fuori di posto sotto la finestra... Torna dinanzi allo specchio della caminiera e raddrizza il ritratto in fotografia di Cesare Cantù, che lo stesso Cantù le ha regalato, con una dedica affettuosa.Dopo un momento si sente suonare all'uscio:— Eccoli!La signora Eugenia corre ad aprire:— Ho preparato il caffè! Ho pensato che con questo freddo una buona tazza di caffè si prende sempre volentieri!— Benissimo! Bravissima, cara signora Eugenia! — L'Olivieri si rivolge poi al Roero:— Sentirai che caffè! Straordinario! Famoso!Presenta subito l'amico alla signora, senza un attimo d'imbarazzo o di sussiego, nemmeno in quel primo incontro.Entrano tutti e tre nel salottino, parlando, ridendo, come fossero amici già da molti anni.La signora Eugenia si affretta presso la macchinetta del caffè, si curva, guarda, spegne con un soffio la fiamma, lo lascia deporre diventando seria per non distrarsi nel misurare il tempo dovuto, poi lo versa adagio, fumante, nelle tre tazzette di porcellana che hanno la lucidezza di un cristallo tanto sono pulite, e senza la più piccola taccherella.— Ecco, per tutti e tre... — esclama l'antica maestrina, riempiendo le tazze soltanto fino all'orlo dorato. — La sua giusta misura; così non c'è da litigare!L'Olivieri, sorseggiando il caffè ne esalta la squisitezza con l'amico, facendogli poi ammirare, sempre per far la corte alla signora Eugenia, tutte le maraviglie del salottino.— Che caffè! Non te l'ho detto?... È una delle tante specialità di cui ha la privativa soltanto la signora Eugenia. E che eleganza di tazzettine!... Tutto qui, del resto, guardati attorno e vedrai, tutto è di buon gusto, tutto è bello, simpatico, elegante, cominciando dalla padrona di casa!... Nonè vero?... Rispondi, adesso che finalmente puoi vederla: è bella, è simpaticissima, sì o no, la nostra signora Eugenia?Il Roero risponde affermando con entusiasmo e la signora Eugenia ride di gusto. Comprende benissimo che l'Olivieri le fa tutti quei complimenti per farle piacere e sapendo di farle piacere; ma non importa, se li gode lo stesso.Ripete solo, di tanto in tanto:— Signor avvocato! Signor avvocato! Non scherziamo troppo! Un po' di rispetto alla vecchiaia!— Guarda quando ride, che denti mostra quella... vecchiaia! — E l'Olivieri indica a Francesco la bocca ancora fresca e bella colle due file di denti intatti, bianchi e lucenti come le tazzette di porcellana.— Basta! Basta!... Io permetto che mi si faccia la corte soltanto la domenica sera, quando vado nel gran mondo! Una volta la settimana e basta. Se no, ci si fa l'abitudine e non c'è più divertimento! Dunque stia zitto e mi dia invece una delle sue sigarette da ricco signore!— Subito, sul momento! L'Olivieri caccia la mano in tasca e leva l'astuccio delle sigarette che le offre già aperto: — A lei.— Da bravo! Una sigaretta anche pel suo amico: dò io il cattivo esempio e ne' miei saloni è permesso fumare.Il Roero, prima di prendere la sigaretta, accende un cerino e lo presenta alla signora Eugenia.— Grazie! Però, — riprende questa dopo le prime boccate di fumo, — l'avverto per l'avvenire: la sigaretta è un vizio che mi fo mantenere e soddisfare dai miei amici.— Non è vero, sai, Roero! Tante volte le ho offerto una scatoletta diTocos, non l'ha mai voluta accettare!— Tutta una scatola è già un regalo. Io non accetto regali.— E questa, scusi, finisce per essere in lei quasi un'affettazione.— Un'esagerazione, via! — corregge il Roero.— No, no, no! I regali si possono accettare e fanno piacere soltanto quando si possono rendere, e siccome colle mie sostanze questo piacere non posso permettermelo, così, dacchè sono al mondo, legge draconiana e uguale per tutti: regali, niente! Ma, invece, la tassa di una sigaretta ogni volta che incontro un amico, questo sì, e non si scappa!E badiamo ve'! Anche incontrandomi per la strada! Me la porto a casa e adesso che sono milionaria me la fumo deliziosamente dopo la mia brava colazione o dopo il mio pranzetto! Si ricordi, signor Roero: d'ora in avanti resta tassato anche lei!— Ben felice, felicissimo...— E per lei la tassa finirà con l'essere molto gravosa! — La signora Eugenia sorride sempre, ma adesso con una espressione più dolce, con un'affabilità che diventa quasi affettuosa. — Il signor Olivieri mi ha detto che avrò la fortuna di vederla spessissimo; ch'ella avrebbe l'intenzione d'associarmi ad un'opera bella, santa... che le fa molto onore. Bravo! Bravo! — Gli occhi della signora Eugenia hanno un lampo improvviso di commozione. — Che Dio la benedica!Il Roero resta colpito, e a sua volta si sente commosso dalla bontà, dalla sincerità di quelle parole. Egli ha dimenticato in quella improvvisa e nuova intimità, così cordiale, tutto il lungo colloquio avuto prima con l'Olivieri.La signora Eugenia ha vuotata la sua tazza; l'avvocato e il Roero si alzano insieme per levargliela di mano. Il Roero arriva primo e presa latazza, la pone sul cabarè di lacca rossa, in mezzo al tavolino.L'Olivieri torna a sedersi, accanto alla signora Eugenia:— Si ricorda, quella sera in casa Rossi? Mi diceva ch'ella si sentiva malinconica e che soffriva di nostalgia non vedendo più i suoi bambini, ed io ho pensato subito a lei... per Lulù.— La piccina si chiama Lulù?— Sì, e quando fa i capricci, Lulù sola, le assicuro, dà più da fare di cento bambini.— Tutto sta a poterle andar a genio, — osserva la signora Eugenia; — trovare il modo di riuscirle subito simpatica, la prima volta!— Ma lei, si figuri, la conquisterà di colpo!— Certissimo! — Soggiunge il Roero con convinzione. — Lulù farà con lei, come con me: le vorrà subito molto bene.— Sì?... Lo spero anch'io del resto; mi han sempre voluto bene tutti i miei bambini; e anche adesso, molte e molti, che son diventate mamme, che son diventati papà, non mi hanno dimenticata e mi vogliono bene ancora!... C'è tanta bontà nei bambini! E il nostro studio deve consistere appuntonel conservarla, nel coltivarla, nell'aumentare questa bontà, per quando sono grandi!... Del resto ce n'è tanta della bontà anche nel mondo! Più assai che non si creda! Basta saperla cercare, perchè è timida e molte volte si nasconde.A questo punto la signora Eugenia interrompe il proprio entusiasmo. Si avvicina col viso al Roero per meglio fissarlo negli occhi e gli domanda, con un sorrisetto, pieno di arguzia:— Dica un po': confesso la mia colpa. Ancora, non ho avuto la fortuna di sentire una sua commedia e non ho letto niente di suo. Sarebbe mai uno scrittore di quelli che adoperano l'inchiostro nero?... Un naturalista, un pessimista? No! No! Per carità! Che orrore! Tanto più, poi, che, in questo caso, ella mancherebbe di sincerità!— Perchè?— Perchè lei ha troppo cuore, e il cuore è una forza che illumina l'arte, la riscalda, v'ispira la pietà e il perdono. Il cuore è la gioia, l'entusiasmo, la ricerca ansiosa di tutto ciò che è bellezza, nella forma e nell'anima, nella creatura e nelle cose!... Dio, Dio! Senza accorgermene, mi son messa a far la predica! Sarà stato il mio caffètroppo forte!... Del resto, bisogna compatirmi. Sono vecchia e naturalmente le mie predilezioni sono per la vecchia scuola, un po' romantica, un po' sentimentale, ma che, per questo, ha fatto del bene. Ahi! Ahi! L'avvocato ride e il commediografo sorride! Lasciamola lì, e torniamo... a Lulù!Parlano a lungo della bambina, de' suoi capricci, delle sue simpatie e delle sue antipatie, della sua prontezza d'ingegno, della sua grazia infantile, della sua facilità ad apprendere e ad affezionarsi.Combinano insieme che la signora Eugenia sarebbe andata quel giorno stessa a vederla, verso le quattro.E a questo punto, è naturale, salta fuori la maestra col suo metodo, e il suo programma. La signora Eugenia parla di religione e di grammatica, dei verbi e della divisione, di libri di testo e di penne da scrivere, poi finalmente ritorna alla visita che avrebbe fatto quel giorno alla piccina e conclude:— Bisogna che si abitui gradatamente alla mia faccia, alla mia voce: insomma deve imparare a conoscermi. Se me la faccio condur qui subito, vedendo un viso nuovo e trovandosi in una casa nuova, resta in sospetto e invece di prendermi in simpatia mi prende in avversione.L'avvocato si alza: è quasi ora di andarsene.Ma prima offre un'altra sigaretta alla signora Eugenia, scherza, ride, ricomincia a farle la corte.Il Roero, invece, sfoglia i libri, guarda i ninnoli, i gingilli, i ritratti del salottino. Molti ne riconosce, ma uno lo colpisce singolarmente. È una piccola miniatura, certo di molto pregio. La testina e il collo soltanto: una signora bellissima, bionda, delicata.— Scusi, signora Eugenia, non è un ritratto, questa piccola miniatura? È un lavoro di fantasia? È disegnato con una finezza squisita... Quanta soavità!... Quanta dolcezza!— È un ritratto! — Risponde la signora Eugenia vivamente.— Un ritratto?... Davvero? Di chi?— È la mamma! — E mentre arrossisce con gli occhi sfavillanti dal piacere, stende la mano al Roero, e gli dà una forte stretta piena di affetto, di riconoscenza:— Sapesse! Non poteva farmi un piacere più grande! È tanto bella vero?... È proprio la mia mamma!Strano!... Quella signora dai capelli tutti bianchi aveva detto «la mia mamma» con l'istessa espressione con la quale Lulù diceva certe volte «il mio papà!»
La signora Eugenia, alta e ben composta della persona, è sempre di un'eleganza assai caratteristica e signorile nella modesta semplicità del suo abito tutto nero, col solino ritto, di una candidezza inappuntabile, stretto alla gola. Ormai ha già varcata la cinquantina, eppure, dicono i suoi amici, la signora Eugenia non è mai stata tanto bella! Ha incominciato prestissimo a incanutire e ciò, invece di nuocere, le ha giovato: a trent'anni pareva si fosse incipriata per sembrar più giovine; adesso i suoi magnifici capelli bianchi, raccolti sul capo in una massa ondulata dai riflessi della seta e dell'avorio, fanno maggiormente risaltare la freschezza del suo piccolo viso, liscio e roseo,dalle linee delicate come un cammeo, e gli occhi nerissimi in cui la bontà sorride con un lampo d'arguzia.
— Oh, sono vecchia, sapete, molto vecchia! — Ripete sovente la signora Eugenia alle signorine che le fanno dei complimenti e ai giovinotti che, magari, le fanno anche un po' di corte. — Sono vecchia, molto vecchia!... — Ma, così dicendo, accarezza, sollevandoli, i bei capelli bianchissimi che le ricascano sulla fronte e giù dalla nuca, quasi sulle spalle e mostra, compiacendosene, le sue mani lunghe e morbide, senza anelli, ma colle unghie a mandorla, che brillano lucentissime. I suoi capelli, le sue mani e il piedino, ecco tutte le vanità della signora Eugenia. Un paio di stivaletti del Beltrami che le dura un anno, la biancheria sempre di bucato, e un pezzo di sapone finissimo, ecco tutto il suo lusso! Ma oltre alle sue vanità, oltre al bisogno dei suoi piccoli lussi, la signora Eugenia sente pure un nobile orgoglio, una giusta fierezza: quella di dover tutto soltanto a sè stessa.
Oh, se la sua vita è trascorsa serena e illibata, non è stata facile, tutt'altro! Nata ricca, da unafamiglia di buoni patriotti impoveritasi nelle vicende politiche, e rimasta ancora giovanissima, orfana e sola, la signorina Eugenia ha dovuto cominciare ben presto a guadagnarsi il suo pane, non sempre freschissimo, e il suo pezzetto di sapone inglese, gli stivaletti del Beltrami e ilcanfinodella misera lucernetta che finiva col bruciarle anche gli occhi!
Molte buonissime case di Milano erano state in intima relazione colla sua; con talune c'era anche un po' di lontana parentela, ma la signora Eugenia, conservandosi tuttavia nei rapporti della migliore amicizia, non ha mai voluto ricevere la carità di nessuno, per quanto larvata dalla gentilezza e dalla simpatia, e non ha mai cercato aiuti nè protezioni.
Diceva sempre ridendo:
— Italia libera e indipendente! I miei hanno tutto sofferto per la libertà, ed io, per ciò, ho l'obbligo di conservare e di difendere la mia!
Si comincia col darle della matta, della presuntuosa, della donna emancipata e col circondarla di ridicolo e di diffidenza, ma poi, a poco a poco, quando ognuno deve convincersi che in quellabella, in quella coraggiosa fanciulla non c'è superbia nè alterigia, ma fierezza d'animo e dignità di vita, che il suo non è capriccio, non è leggerezza, ma invece un vero, un continuo sacrificio, un eroismo, quasi, per la signorina abituata prima alla ricchezza, agli agi, si finisce col renderle giustizia, si finisce ad ammirarla e ad averla più cara.
Benvoluta e ricercata, ella riceve continui inviti: inviti a pranzo, a festicciuole, inviti al teatro, ma di proposito ella non accetta altro che alla domenica e le sue amiche vanno a gara, disputandosela una settimana coll'altra.
Nè la giovinetta porta in giro il fardello delle sue pene, nè porta il broncio per la propria virtù, per la vita che s'è imposta; tutt'altro! La sua cameretta sola vede qualche lacrima — per la mamma, per la sua povera mamma specialmente, — ma fuori ella è sempre piena di gaiezza, di brio, di chiacchiere, di risatine squillanti. È l'allodoletta che vola libera, cantando in faccia al sole.
E la signora Eugenia ha sempre una risposta pronta per chi l'ammira coll'idea di volerla compiangere:
— No! no! Quando si è giovani e si è sani non è una disgrazia l'esser poveri! Anzi.... è un'occupazione e una distrazione.
E non domanda mai niente, nemmeno a Domeniddio; soltanto, di conservarle la salute che le ha già dato.... E la signora Eugenia, benedetta nella sua forza, nel suo coraggio, nella sua costanza ha lavorato tutta la vita, senza mai buttarsi malata, nemmeno un giorno!
Sapendosi sempre contentare di poco, dopo le difficoltà dei primi anni più difficili ha finito poi col trovarsi davvero soddisfatta e felice del proprio stato. Apprezza tutte le più piccole cose, perchè le guadagna da sè.... e perciò le costano molto.
Oh, la felicità di un paio di guanti nuovi, e di una piccola boccettina di acqua di Colonia! Oh, il primo vaso di garofani, — veramente magnifico! — che potè comperarsi dinanzi alla chiesa di San Giuseppe!... Quanto le fu caro! Per esso ebbe tutte le cure che avrebbe avute per un giardino!
In principio non fece che cucire in bianco, ricamare, tutta la sera e parte della notte, per guadagnarsi da vivere; e il giorno studiava per poter fare la maestra. Era questa la sua idea, il suosogno, ciò che sentiva di poter far meglio: la maestra ai bambini e alle bambine. E fu contentissima quando, per la prima volta, potè entrare in una piccola scuola privata; ma il giorno in cui vinse il concorso per un posto di maestra comunale le sembrò addirittura di essere nominata regina!
Adesso, dopo più di trent'anni di lavoro, dopo aver percorsa tutta la sua scala, gradino per gradino, dopo esser diventata vice-direttrice e direttrice delle scuole di San Celso, s'è ritirata non tanto per riposare quanto per lasciar posto agli altri, con una piccola pensioncella. E adesso, colle sue tre stanzette, colla sua donna di servizio, per un paio d'ore tutte le mattine, colla sua buona zuppa di vero brodo, la sua aletta di pollo, le sue quattro castagne d'inverno, le sue quattro ciliege l'estate, la sua tazza di squisito caffè e il balconcino pieno di garofani e di girani, la signora Eugenia dichiara di essere diventata una milionaria. In fatti, non solo non ha un debito — non ne ha avuti mai! — ma accumula tesori tali, che le permettono l'acquisto di un libro o di un corpetto di lana per qualche povero scolaretto e di farsi onore, colle sue brave mance, a Natale e al Ferragosto.
I fiori, per la tomba della povera mamma li ha sempre comperati, anche quando pativa la fame.
Eppure, dopo diventata milionaria, la signora Eugenia si sente forse meno felice. Le è rimasto un gran vuoto nella vita e nel cuore: non ha più d'intorno la sua folla di bambini! E ciò essa ha confidato appunto all'avvocato Olivieri, una sera, trovandosi insieme in una casa d'amici.
Oh, quel gran stanzone della scuola così pieno di visetti vispi e ridenti, che gran rimpianto per il suo cuore! E che angosce, che struggimenti, per tante miserie che la circondavano!
Certe mattine, d'inverno, il levarsi presto presto, ancora col buio, nella fredda cameruccia, il dover «far toletta» coll'acqua ghiacciata della brocca era un vero supplizio; era un supplizio la lunga strada fangosa, deserta col vento che soffiava frizzante, che gelava il naso e tagliava le labbra, ma poi arrivata là in mezzo alla scuola, quanta vita subito e quanto frastuono, quanta letizia, quanta luce di primavera e di sole, anche se fuori dai finestroni si addensava la nebbia o cadeva fitta la neve!
Ed era poi convinta e orgogliosa della grande importanza, della gravità della sua missione.
La signora Eugenia pensava e diceva:
— Sono le mamme è vero, che fanno i bambini... ma gli uomini li facciamo noi, colle nostre prime cure, coi nostri insegnamenti; siamo noi, povere maestrine, che formiamo la loro coscienza e il loro cuore. I bambini nascono tutti buoni, ed è colpa nostra se diventano uomini cattivi, perchè non abbiamo insegnato loro, non abbiamo dato loro la forza per diventar felici.
Oh, fra quei piccoli uomini mandati alla scuola, quanti che ingiustamente soffrivano!... E a questi la signora Eugenia si sforzava di insegnare non soltanto la calma e la bontà, ma altresì l'energia per farsi un po' di posto in quel mondo che il buon Dio aveva creato per tutti.
La signora Eugenia, mentre aspetta l'avvocato Olivieri e Francesco Roero, prepara il caffè colla sua macchinetta famosa. Tutto ciò che possiede la signora Eugenia è straordinario, è famoso. La sua piccola casetta, appunto perchè è tanto piccola,sta tutta dentro, nel suo cuore. Se non fosse così buona e se non sapesse di far piacere a chi la invita, rinuncerebbe subito anche ai grandi pranzi della domenica, per i desinaretti con un'ala di pollo e quattro castagne, lì al suo tavolino tutto lindo, con in mezzo, per trionfo e per compagnia, una rosetta o un garofano nel bicchiere.
Il suo bravo caffè — pensa la signora Eugenia che n'è ghiotta — fa piacere a tutte le ore, specialmente d'inverno. E mentre il caffè bolle nella macchinetta, va in camera a lavarsi un'altra volta le mani, a lucidarsi le unghie, poi torna nel salottino, si guarda nello specchio della caminiera e si aggiusta i capelli. Da giovane, la signora Eugenia non ci aveva mai pensato; adesso invece ci tiene ad essere una bella vecchia. Ella stessa, riflessiva come tutte le persone che vivono molto sole, s'è accorta di questo, e ne ride fra sè.
— Meno male che comincio adesso a far la civetta e che cominciano adesso a piacermi gli uomini!
Quella mattina c'è anche di più: si tratta della visita, della presentazione di un giovine letterato alla moda, e la signora Eugenia ha sempre tenutomoltissimo ai letterati, considerandosi un po' della famiglia.
Guarda al suo precisissimo orologio di bronzo della scrivania: sono le dieci in punto.
— Staranno poco a venire! — Bisbiglia sottovoce.
Mette altra legna nel franklin; si guarda attorno per vedere se non l'è sfuggito un briciolo di polvere... spinge una poltroncina, ch'era un po' fuori di posto sotto la finestra... Torna dinanzi allo specchio della caminiera e raddrizza il ritratto in fotografia di Cesare Cantù, che lo stesso Cantù le ha regalato, con una dedica affettuosa.
Dopo un momento si sente suonare all'uscio:
— Eccoli!
La signora Eugenia corre ad aprire:
— Ho preparato il caffè! Ho pensato che con questo freddo una buona tazza di caffè si prende sempre volentieri!
— Benissimo! Bravissima, cara signora Eugenia! — L'Olivieri si rivolge poi al Roero:
— Sentirai che caffè! Straordinario! Famoso!
Presenta subito l'amico alla signora, senza un attimo d'imbarazzo o di sussiego, nemmeno in quel primo incontro.
Entrano tutti e tre nel salottino, parlando, ridendo, come fossero amici già da molti anni.
La signora Eugenia si affretta presso la macchinetta del caffè, si curva, guarda, spegne con un soffio la fiamma, lo lascia deporre diventando seria per non distrarsi nel misurare il tempo dovuto, poi lo versa adagio, fumante, nelle tre tazzette di porcellana che hanno la lucidezza di un cristallo tanto sono pulite, e senza la più piccola taccherella.
— Ecco, per tutti e tre... — esclama l'antica maestrina, riempiendo le tazze soltanto fino all'orlo dorato. — La sua giusta misura; così non c'è da litigare!
L'Olivieri, sorseggiando il caffè ne esalta la squisitezza con l'amico, facendogli poi ammirare, sempre per far la corte alla signora Eugenia, tutte le maraviglie del salottino.
— Che caffè! Non te l'ho detto?... È una delle tante specialità di cui ha la privativa soltanto la signora Eugenia. E che eleganza di tazzettine!... Tutto qui, del resto, guardati attorno e vedrai, tutto è di buon gusto, tutto è bello, simpatico, elegante, cominciando dalla padrona di casa!... Nonè vero?... Rispondi, adesso che finalmente puoi vederla: è bella, è simpaticissima, sì o no, la nostra signora Eugenia?
Il Roero risponde affermando con entusiasmo e la signora Eugenia ride di gusto. Comprende benissimo che l'Olivieri le fa tutti quei complimenti per farle piacere e sapendo di farle piacere; ma non importa, se li gode lo stesso.
Ripete solo, di tanto in tanto:
— Signor avvocato! Signor avvocato! Non scherziamo troppo! Un po' di rispetto alla vecchiaia!
— Guarda quando ride, che denti mostra quella... vecchiaia! — E l'Olivieri indica a Francesco la bocca ancora fresca e bella colle due file di denti intatti, bianchi e lucenti come le tazzette di porcellana.
— Basta! Basta!... Io permetto che mi si faccia la corte soltanto la domenica sera, quando vado nel gran mondo! Una volta la settimana e basta. Se no, ci si fa l'abitudine e non c'è più divertimento! Dunque stia zitto e mi dia invece una delle sue sigarette da ricco signore!
— Subito, sul momento! L'Olivieri caccia la mano in tasca e leva l'astuccio delle sigarette che le offre già aperto: — A lei.
— Da bravo! Una sigaretta anche pel suo amico: dò io il cattivo esempio e ne' miei saloni è permesso fumare.
Il Roero, prima di prendere la sigaretta, accende un cerino e lo presenta alla signora Eugenia.
— Grazie! Però, — riprende questa dopo le prime boccate di fumo, — l'avverto per l'avvenire: la sigaretta è un vizio che mi fo mantenere e soddisfare dai miei amici.
— Non è vero, sai, Roero! Tante volte le ho offerto una scatoletta diTocos, non l'ha mai voluta accettare!
— Tutta una scatola è già un regalo. Io non accetto regali.
— E questa, scusi, finisce per essere in lei quasi un'affettazione.
— Un'esagerazione, via! — corregge il Roero.
— No, no, no! I regali si possono accettare e fanno piacere soltanto quando si possono rendere, e siccome colle mie sostanze questo piacere non posso permettermelo, così, dacchè sono al mondo, legge draconiana e uguale per tutti: regali, niente! Ma, invece, la tassa di una sigaretta ogni volta che incontro un amico, questo sì, e non si scappa!E badiamo ve'! Anche incontrandomi per la strada! Me la porto a casa e adesso che sono milionaria me la fumo deliziosamente dopo la mia brava colazione o dopo il mio pranzetto! Si ricordi, signor Roero: d'ora in avanti resta tassato anche lei!
— Ben felice, felicissimo...
— E per lei la tassa finirà con l'essere molto gravosa! — La signora Eugenia sorride sempre, ma adesso con una espressione più dolce, con un'affabilità che diventa quasi affettuosa. — Il signor Olivieri mi ha detto che avrò la fortuna di vederla spessissimo; ch'ella avrebbe l'intenzione d'associarmi ad un'opera bella, santa... che le fa molto onore. Bravo! Bravo! — Gli occhi della signora Eugenia hanno un lampo improvviso di commozione. — Che Dio la benedica!
Il Roero resta colpito, e a sua volta si sente commosso dalla bontà, dalla sincerità di quelle parole. Egli ha dimenticato in quella improvvisa e nuova intimità, così cordiale, tutto il lungo colloquio avuto prima con l'Olivieri.
La signora Eugenia ha vuotata la sua tazza; l'avvocato e il Roero si alzano insieme per levargliela di mano. Il Roero arriva primo e presa latazza, la pone sul cabarè di lacca rossa, in mezzo al tavolino.
L'Olivieri torna a sedersi, accanto alla signora Eugenia:
— Si ricorda, quella sera in casa Rossi? Mi diceva ch'ella si sentiva malinconica e che soffriva di nostalgia non vedendo più i suoi bambini, ed io ho pensato subito a lei... per Lulù.
— La piccina si chiama Lulù?
— Sì, e quando fa i capricci, Lulù sola, le assicuro, dà più da fare di cento bambini.
— Tutto sta a poterle andar a genio, — osserva la signora Eugenia; — trovare il modo di riuscirle subito simpatica, la prima volta!
— Ma lei, si figuri, la conquisterà di colpo!
— Certissimo! — Soggiunge il Roero con convinzione. — Lulù farà con lei, come con me: le vorrà subito molto bene.
— Sì?... Lo spero anch'io del resto; mi han sempre voluto bene tutti i miei bambini; e anche adesso, molte e molti, che son diventate mamme, che son diventati papà, non mi hanno dimenticata e mi vogliono bene ancora!... C'è tanta bontà nei bambini! E il nostro studio deve consistere appuntonel conservarla, nel coltivarla, nell'aumentare questa bontà, per quando sono grandi!... Del resto ce n'è tanta della bontà anche nel mondo! Più assai che non si creda! Basta saperla cercare, perchè è timida e molte volte si nasconde.
A questo punto la signora Eugenia interrompe il proprio entusiasmo. Si avvicina col viso al Roero per meglio fissarlo negli occhi e gli domanda, con un sorrisetto, pieno di arguzia:
— Dica un po': confesso la mia colpa. Ancora, non ho avuto la fortuna di sentire una sua commedia e non ho letto niente di suo. Sarebbe mai uno scrittore di quelli che adoperano l'inchiostro nero?... Un naturalista, un pessimista? No! No! Per carità! Che orrore! Tanto più, poi, che, in questo caso, ella mancherebbe di sincerità!
— Perchè?
— Perchè lei ha troppo cuore, e il cuore è una forza che illumina l'arte, la riscalda, v'ispira la pietà e il perdono. Il cuore è la gioia, l'entusiasmo, la ricerca ansiosa di tutto ciò che è bellezza, nella forma e nell'anima, nella creatura e nelle cose!... Dio, Dio! Senza accorgermene, mi son messa a far la predica! Sarà stato il mio caffètroppo forte!... Del resto, bisogna compatirmi. Sono vecchia e naturalmente le mie predilezioni sono per la vecchia scuola, un po' romantica, un po' sentimentale, ma che, per questo, ha fatto del bene. Ahi! Ahi! L'avvocato ride e il commediografo sorride! Lasciamola lì, e torniamo... a Lulù!
Parlano a lungo della bambina, de' suoi capricci, delle sue simpatie e delle sue antipatie, della sua prontezza d'ingegno, della sua grazia infantile, della sua facilità ad apprendere e ad affezionarsi.
Combinano insieme che la signora Eugenia sarebbe andata quel giorno stessa a vederla, verso le quattro.
E a questo punto, è naturale, salta fuori la maestra col suo metodo, e il suo programma. La signora Eugenia parla di religione e di grammatica, dei verbi e della divisione, di libri di testo e di penne da scrivere, poi finalmente ritorna alla visita che avrebbe fatto quel giorno alla piccina e conclude:
— Bisogna che si abitui gradatamente alla mia faccia, alla mia voce: insomma deve imparare a conoscermi. Se me la faccio condur qui subito, vedendo un viso nuovo e trovandosi in una casa nuova, resta in sospetto e invece di prendermi in simpatia mi prende in avversione.
L'avvocato si alza: è quasi ora di andarsene.Ma prima offre un'altra sigaretta alla signora Eugenia, scherza, ride, ricomincia a farle la corte.
Il Roero, invece, sfoglia i libri, guarda i ninnoli, i gingilli, i ritratti del salottino. Molti ne riconosce, ma uno lo colpisce singolarmente. È una piccola miniatura, certo di molto pregio. La testina e il collo soltanto: una signora bellissima, bionda, delicata.
— Scusi, signora Eugenia, non è un ritratto, questa piccola miniatura? È un lavoro di fantasia? È disegnato con una finezza squisita... Quanta soavità!... Quanta dolcezza!
— È un ritratto! — Risponde la signora Eugenia vivamente.
— Un ritratto?... Davvero? Di chi?
— È la mamma! — E mentre arrossisce con gli occhi sfavillanti dal piacere, stende la mano al Roero, e gli dà una forte stretta piena di affetto, di riconoscenza:
— Sapesse! Non poteva farmi un piacere più grande! È tanto bella vero?... È proprio la mia mamma!
Strano!... Quella signora dai capelli tutti bianchi aveva detto «la mia mamma» con l'istessa espressione con la quale Lulù diceva certe volte «il mio papà!»