II.La vita nuova.In due anni Francesco Roero ha cambiato abitudini e vita: ha cambiato quasi sè stesso. Rotto così brutalmente il fascino della Fáni e il giogo della baronessa Stefania, egli ha bisogno di nuovi affetti, di nuove commozioni ed anche di nuove distrazioni. Egli si attacca ancor più strettamente a Lulù e rende più viva, più intima l'amicizia e più frequenti i rapporti colla signora Eugenia. L'influenza su di lui perduta da Stefania è acquistata dall'Olivieri, al quale ha ormai interamente affidata anche la cura de' suoi beni.In questo mutamento entra in gran parte il dispetto e il rimorso di aver sacrificato per tanto tempo le sue opinioni e i suoi gusti, nella politicacome nell'arte, al catechismo angusto e un po' settario di casa Arcolei. La passione, la servitù amorosa gli hanno fatto tollerare fino allora quella gente e quelle idee, ma finalmente... basta! Si sente libero e forte, torna a pensare e ad operare colla propria testa e col proprio cuore.È pieno di idee e lavora. Lavora con un ardore, con una alacrità prodigiosa. Tutte le sue energie, i suoi entusiasmi, il suo sangue, sono per il lavoro. Stefania colla sua perfidia gli ha lasciato troppo disgusto e colla sua bellezza troppo desiderio di sè. Aborre ogni donna perchè Stefania è donna, ed ogni donna gli è indifferente perchè nessuna donna... è Stefania! E questa vita così austera, casta, raddoppia l'intensità creatrice del suo cervello, la sua attività, la sua resistenza. È al tavolino che egli si eccita e che si stanca, è al tavolino che i suoi nervi vibrano e spasimano e che si calmano insieme, che la sua giovinezza sana e vigorosa trova le ansie e le gioie, le voluttà e insieme tutto lo sfogo nel pensiero che spossa la mente, ma che produce e crea.Subito distrugge l'Arianna; ma non volendo aver l'aria di una abdicazione artistica, nè in certomodo, di rinnegare l'opera propria, serba il titolo e invece che ad una solita per quanto arguta anatomia dell'amore ispira la commedia al concetto della donna depressa ed oppressa dai pregiudizi sociali. Poi scrive —Vae Victis!— dramma di pensiero in cui svolge tra i primi in Italia la formula delle aspirazioni ancora latenti e incomposte delle masse.Il successo di questi due lavori è incerto nel teatro dove la vecchia platea si sente perplessa e turbata dall'audacia della nuova arte; ma le discussioni accanite dei giornali e il pregio vero delle due opere danno ben altra importanza e ben altro valore al giovine commediografo del bel mondo che però, in breve, abbandona risolutamente il teatro, ormai troppo ristretto e troppo insidioso per la sua fantasia che bolle, che trabocca, e che ha bisogno di spazio e di libertà. Pensa un romanzo, ma finisce collo scrivere, più che un romanzo, un libro strano, originale, che risente de' suoi entusiasmi per Tolstoi e per gli umanitari del nuovo Cristianesimo. Gli scritti del giovine sociologo appaiono a intermittenze: sono frammenti, sono capitoli, primizie dell'opera concesse di tempo intempo a riviste, a giornali; e sono accolte, chieste, richieste, lette avidamente, discusse, portate alle stelle, combattute con accanimento, ma con rispetto.E tutto ciò che il Roero medita e pensa egli lo confida all'Olivieri, tutto ciò che scrive, lo legge la sera, nel suo studio, all'Olivieri ed alla signora Eugenia, la quale viene sempre, all'ora del caffè, per «mettere a nanna» Lulù e per dare poi il pretesto di una passeggiata al letterato fattosi certosino, che dopo sonate le undici, presa una tazza di thè, l'accompagna a casa, sempre laggiù, a porta Venezia.Sono intime, care serate che danno al Roero i vivi godimenti e le soddisfazioni del trionfo, e nelle quali si riscalda e ritrae nuovo fervore per cacciarsi, per tuffarsi tutto, ancor più dentro nel lavoro.Ed anche per la signora Eugenia, come sono care quelle ore, come lusingano il suo amor proprio! Ci ripensa poi tutto il giorno; inquieta talvolta e agitata. Quelle letture suscitano in lei a primo tratto entusiasmo e ammirazione, ma poi... anche un senso quasi di sbigottimento.L'antica maestrina ristretta alla vecchia morale ubbidiente e ossequente; la direttrice delle scuoledi San Celso, rigida osservante di tutti gli statuti governativi e municipali; l'ospite della domenica alle mense della ricca società milanese, quando sente affermare, di colpo, certe teorie che sconvolgono tutte le sue vecchie idee di doveri, di sommissione, di rassegnazione cristiana e politica, si turba, dà dei piccoli balzi sulla poltrona, guarda or l'uno or l'altro incerta, quasi spaventata... Ma vede l'Olivieri approvare lentamente col capo; scorge nel Roero tanta sincerità, tanta sicurezza!... E quella voce?.... Oh la voce del giovine lettore così calda, insinuante irresistibile! La signora Eugenia, a poco a poco, torna a calmarsi, a lasciarsi vincere e convincere e commossa, accesa in volto, le pupille sfavillanti, s'alza di colpo e corre dal Roero a stringergli la mano:— Bravo!.... Bravo!.... Oh, come adesso mi fa capire che io non sono mai stata altro che una donnetta! Nient'altro che una piccola donnetta!... — E in questa spontanea, in quest'umile confessione della propria inferiorità, è tutta la devozione e anche tutta la viva e profonda tenerezza del suo cuore. Più tardi, quando ritorna a casa accompagnatadal Roero, che rimane quasi sempre silenzioso perchè ripensa a ciò che ha letto ed alle discussioni coll'Olivieri, la signora Eugenia alza gli occhi, di tanto in tanto, a quel volto che il gran dolore della passione tradita ha fatto così serio e così grave. Lo guarda fisso traendo un sospiro dall'anima, timidamente, con rispetto quasi religioso, non osando dire una parola, temendo di rompere il filo dei pensieri alti, nobili e generosi.— Buona notte!... A domani, presto! — Le dice il Roero.— Buona notte, — risponde la signora Eugenia, e poi soggiunge mentre sulla porta si stringono la mano: — Le raccomando; non si stanchi troppo!Francesco Roero, appena è entrato nello studio ed ha liberata da un mucchio di giornali la solita poltroncina, sulla quale va a sedersi la signora Eugenia, si rivolge all'Olivieri:— Sai di che si tratta, non è vero? Quel poco che è comparso del mio romanzo ha dato, forse, qualche illusione sul mioio, a molta gente chenon mi conosce bene. Mi s'invita, — continua guardando anche la signora Eugenia — ad assumere tutti gli obblighi e i doveri di una grande organizzazione di classe che si va formando in Milano e ch'io sono certissimo, fra non molto, avrà soverchiato e spazzato via tutte le antiche società e confederazioni operaie, così come le ferrovie, «il bello e orribile mostro,» hanno mandato al diavolo berline e diligenze! Orbene, vi confesso, a tutta prima l'offerta mi ha sedotto: creare in piccolo, in Lombardia, ciò che... non saprei, Lassalle e Marx sono riusciti a fare in Germania, può dare un po' alla testa. E anche dopo aver meditato io non penso di tirarmi indietro, nè per poltronaggine, nè per paura. Niente affatto! Penso, invece, che bisogna prima metterci ben d'accordo con un patto di ferro fra me e coloro che dicono di aver fiducia in me. E il patto da parte mia è qui, in ciò che ho meditato in questi giorni e che ho scritto in questa lettera. Senti un po', ma rifletti bene; e ascolti anche lei, signora Eugenia. È il mio programma politico, perchè quello che mi si offre e mi si domanda è assai più grave di una candidatura... della deputazione! E tutto me stesso, è lamia anima e la mia mente da consacrare ad una grande causa, non soltanto ad un piccolo partito.— Sentiamo! Esclama vivamente l'Olivieri.La signora Eugenia, gli occhi intenti sulla lettera, non fiata nemmeno.Milano, 29 aprile 1883.Amici carissimi;Grazie d'aver pensato a me. Voi lavorate per ottenere quel benessere materiale cui avete diritto e nel quale potrete giungere al miglioramento morale di cui avete il dovere.Su questa via io posso e voglio essere tutto con voi; lo sarei se un giorno aveste bisogno anche del mio braccio e del mio sangue. Ma intendiamoci chiaramente: io non credo che nella prosperità e neppure nella libertà si riassuma tutto il bene verso cui l'uomo procede.Prosperità e libertà sono talvolta una parte di quel vero bene che si chiama giustizia, e talvolta sono i mezzi per raggiungerlo.È soltanto a questo ideale di giustizia ch'io sento di poter interamente votarmi, perchè nella giustizia è l'essenza d'ogni sociale equilibrio, perchè un giorno solo d'ingiustizia ci risospinge di secoli verso l'errore, la violenza e la barbarie.Ora le organizzazioni politiche, i partiti, come suoldirsi, per necessità di vita, per tattica di guerra, per opportunità di propaganda, talvolta inconsciamente, tal'altra di proposito, sacrificano il concetto ed anche la pratica della giustizia.Se io, dunque, fossi adesso con voi, potrei essere un giorno contro di voi, milite di quella altissima fede. Nell'idea, dunque, e nel lavoro, ma fuori del partito, così quale sono, mente e cuore, operoso, ma libero, se mi volete, son qui. Comunque, a voi la certezza di una parola franca, a me l'orgoglio di aver avuto l'occasione di poterle dire, ed anche la soddisfazione di non aver esitato nel dirla.Francesco Roero.— E così?... Dunque?... Che cosa te ne pare? — Questa volta il Roero dimentica affatto la signora Eugenia, più che mai in estasi, e si avvicina inquieto all'avvocato. — Dimmi francamente: Non ti persuade? Non ti va?— Non mi persuade, ma va benissimo! — Risponde ridendo l'Olivieri. — Bella la lettera e bellissime le verità che vi sono espresse con tanta franchezza. Ma sono cose un po' campate in aria, che non cavano un ragno dal buco. Anche per conquistare la giustizia ideale bisogna sgombrare le vie della libertà pratica, se no, si resta al di qua del fosso, colle mani e coi piedi inceppati, afissare il punto dove invece bisognerebbe arrivare col salto. Ma son cose che non si discutono. Tu hai scritto quello che senti. Copia dunque la tua lettera, mandala e tira diritto per la tua via, come la coscienza ti detta. Noi, intanto, andiamo a far la corte alla signorina Lulù.Ma invece di raggiungere la bimba, quando sono in salotto l'Olivieri ferma la signora Eugenia, toccandola sul braccio:— Sa che cosa c'è di nuovo?..... Don Giulio Arcolei s'è riconciliato colla moglie. Cioè, per esser più esatti, donna Stefania s'è riconciliata con suo marito.— Possibile?...— Altro che possibile! Sicurissimo!... L'ho saputo ieri sera, al caffè Martini, dall'assessore Corbolani, un collega dell'Arcolei, nientemeno! Mi ha raccontato il grande avvenimento con tutti i più curiosi particolari! E s'intende, pigliando le parti della baronessa. Anzi il marito, in tutto questo tempo, fu a mala pena tollerato in Municipio, nella certezza che si sarebbe riunito alla moglie, il solo, il vero valore della casa.La signora Eugenia si mostra sempre più stupefatta.— Ma come?... Adesso?... Si riconciliano adesso, dopo due anni di... Dopo due anni passati in campagna?— È in viaggio col giovine tenentino: dalglacier du Rhónealle Piramidi! Ma lei crede forse, o maliziosa e pettegola signora Eugenia, che donna Stefania al verde, sui ghiacci o sotto il sole, abbia mai commesso il più piccolo strappo alla virtù? Nemmeno per ombra! Tutte cattiverie, goffaggini delle borghesucce piene di rabbia e di livore contro le nostre grandi dame!— Ma... però...— Che ma! Che però! Se c'è una colpa, è solo di quella bestia di suo marito che, appunto, per essere uno scempio, vede sempre tutto doppio! Ha voluto fare il geloso, il furioso, il prepotente, e la baronessa, adirata e offesa, l'ha piantato come un cavolo e si è ritirata a Borgoprimo, a casa sua, a leggere, a dipingere, a divertirsi.— Ma però quel... quell'altro?— Quell'altro? Chi quell'altro? — L'avvocato deve sentir ancora un po' di bruciore perchè si riscalda troppo. Forse vuol riferirsi al tenentino Parodi?..... Uno sbarbatello qualunque, inconcludente!...Ancora un ragazzetto!... Mi maraviglio che lei possa pensare, solo per un momento, una cosa simile! Ma come?... Donna Stefania colla sua intelligenza e abilità, donna Stefania che aveva tutta una corte a' suoi piedi, un Faraggiola, un Estensi, un Francesco Roero, andarsi a perdere con quell'insulso tenentino?..... Colbel belée? Del resto, vuole una prova chiara e lampante dell'innocenza di donna Stefania?..... È lei stessa che oggi dà moglie al Parodi.L'Olivieri scoppia in una grande risata sardonica, mentre la signora Eugenia continua a ripetere senza aver ben capito:— Gli dà moglie?... Che moglie?— Sicuro! È così! — L'Olivieri non ride più, cambia tono; diventa serissimo e pallido. — Queste donne... di giudizio, quando sono sazie di un amante, per sopprimerlo, gli danno moglie!— Prende moglie? Il Parodi?— Donna Stefania gli dà in isposa nientemeno che una sua cugina, la Luardi.— La contessina Luardi?... Ersilia?... Ma se è ancora, quasi, una bambina?— Diciott'anni. L'età necessaria per poter lasciarcredere di non capire... certi intrighi. Mezzo milione di dote: un fiore di grazia e di bellezza. Per Dio! Se il premio corrisponde ai meriti, il tenentino deve vantarne molti!— Ma il conte Luardi?... Il padre della ragazza?— È un vecchio adoratore che è stato sempre tenuto dalla baronessa al regime dell'amor platonico e che quindi, anche per orgoglio, giura e spergiura sostenendo l'innocenza di lei. Anzi, per attestarle pubblicamente la propria stima ed il proprio rispetto e smentire così le infami calunnie della gente bassa, le nozze verranno celebrate a Borgoprimo, in casa della baronessa, sotto gli auspici della baronessa!— E lei crede che la baronessa Arcolei... tornerà ancora a Milano?La signora Eugenia, oltrechè stupita, sembra anche un po' inquieta.— Certissimo! Dopo il matrimonio di sua cugina andrà un po' al mare e un po' in montagna per riposare, per dipingere, per rimettersi al corrente colla lettura delPungoloe dellaPerseveranza, poi tornerà a Borgoprimo, dove si daranno feste, cacce, pranzi, grandi ricevimenti, e quandotutti rientreranno a Milano vi rientrerà solennemente anche la baronessa... con tutti gli altri.— Ma e... e il signor Francesco? — La signora Eugenia parla sottovoce. — Chi sa che cosa dirà il signor Francesco, a udire tutte queste notizie!— Sicuro! Passerà di maraviglia in maraviglia, perchè Francesco, a dispetto di tutto il suo gran talento, conosce molto bene gli uomini e molto male le donne. Del resto non c'è fretta. Egli vive ormai fuori del mondo; saprà tutte queste notizie con comodo, a suo tempo. Intanto lasciamolo lavorare in santa pace!La signora Eugenia, rimasta pensierosa, approva col capo e sospira:— Eppure, sarà tutto vero, signor avvocato, ma che vuole?... Ancora stento a crederlo.— Perchè lei è una donna piena di cattiveria! Ma badi a ciò che fa: continuando a persistere nell'errore ed a volersi schierare contro la baronessa Stefania, finirà male. Nessuno la inviterà più a pranzo la domenica, e il conte Faraggiola e il marchese Estensi proclameranno la sua decadenza dalbon ton!— Il Faraggiola e l'Estensi?.... Anche loro?..... Tornano daccapo?— Più di prima e forse..... molto meglio di prima!... Per riconquistare la stima, l'onore e il proprio posto in società, una donna, nelle condizioni della baronessa Stefania, deve riconciliarsi non solo con suo marito, ma deve anche riconciliarsi, a qualunque patto, co' suoi amanti. Se no, guai! Potrebbe correre il rischio che qualche gran dama, di quelle più rigorose e scrupolose, si ostinasse magari... a non volerla ricevere.
In due anni Francesco Roero ha cambiato abitudini e vita: ha cambiato quasi sè stesso. Rotto così brutalmente il fascino della Fáni e il giogo della baronessa Stefania, egli ha bisogno di nuovi affetti, di nuove commozioni ed anche di nuove distrazioni. Egli si attacca ancor più strettamente a Lulù e rende più viva, più intima l'amicizia e più frequenti i rapporti colla signora Eugenia. L'influenza su di lui perduta da Stefania è acquistata dall'Olivieri, al quale ha ormai interamente affidata anche la cura de' suoi beni.
In questo mutamento entra in gran parte il dispetto e il rimorso di aver sacrificato per tanto tempo le sue opinioni e i suoi gusti, nella politicacome nell'arte, al catechismo angusto e un po' settario di casa Arcolei. La passione, la servitù amorosa gli hanno fatto tollerare fino allora quella gente e quelle idee, ma finalmente... basta! Si sente libero e forte, torna a pensare e ad operare colla propria testa e col proprio cuore.
È pieno di idee e lavora. Lavora con un ardore, con una alacrità prodigiosa. Tutte le sue energie, i suoi entusiasmi, il suo sangue, sono per il lavoro. Stefania colla sua perfidia gli ha lasciato troppo disgusto e colla sua bellezza troppo desiderio di sè. Aborre ogni donna perchè Stefania è donna, ed ogni donna gli è indifferente perchè nessuna donna... è Stefania! E questa vita così austera, casta, raddoppia l'intensità creatrice del suo cervello, la sua attività, la sua resistenza. È al tavolino che egli si eccita e che si stanca, è al tavolino che i suoi nervi vibrano e spasimano e che si calmano insieme, che la sua giovinezza sana e vigorosa trova le ansie e le gioie, le voluttà e insieme tutto lo sfogo nel pensiero che spossa la mente, ma che produce e crea.
Subito distrugge l'Arianna; ma non volendo aver l'aria di una abdicazione artistica, nè in certomodo, di rinnegare l'opera propria, serba il titolo e invece che ad una solita per quanto arguta anatomia dell'amore ispira la commedia al concetto della donna depressa ed oppressa dai pregiudizi sociali. Poi scrive —Vae Victis!— dramma di pensiero in cui svolge tra i primi in Italia la formula delle aspirazioni ancora latenti e incomposte delle masse.
Il successo di questi due lavori è incerto nel teatro dove la vecchia platea si sente perplessa e turbata dall'audacia della nuova arte; ma le discussioni accanite dei giornali e il pregio vero delle due opere danno ben altra importanza e ben altro valore al giovine commediografo del bel mondo che però, in breve, abbandona risolutamente il teatro, ormai troppo ristretto e troppo insidioso per la sua fantasia che bolle, che trabocca, e che ha bisogno di spazio e di libertà. Pensa un romanzo, ma finisce collo scrivere, più che un romanzo, un libro strano, originale, che risente de' suoi entusiasmi per Tolstoi e per gli umanitari del nuovo Cristianesimo. Gli scritti del giovine sociologo appaiono a intermittenze: sono frammenti, sono capitoli, primizie dell'opera concesse di tempo intempo a riviste, a giornali; e sono accolte, chieste, richieste, lette avidamente, discusse, portate alle stelle, combattute con accanimento, ma con rispetto.
E tutto ciò che il Roero medita e pensa egli lo confida all'Olivieri, tutto ciò che scrive, lo legge la sera, nel suo studio, all'Olivieri ed alla signora Eugenia, la quale viene sempre, all'ora del caffè, per «mettere a nanna» Lulù e per dare poi il pretesto di una passeggiata al letterato fattosi certosino, che dopo sonate le undici, presa una tazza di thè, l'accompagna a casa, sempre laggiù, a porta Venezia.
Sono intime, care serate che danno al Roero i vivi godimenti e le soddisfazioni del trionfo, e nelle quali si riscalda e ritrae nuovo fervore per cacciarsi, per tuffarsi tutto, ancor più dentro nel lavoro.
Ed anche per la signora Eugenia, come sono care quelle ore, come lusingano il suo amor proprio! Ci ripensa poi tutto il giorno; inquieta talvolta e agitata. Quelle letture suscitano in lei a primo tratto entusiasmo e ammirazione, ma poi... anche un senso quasi di sbigottimento.
L'antica maestrina ristretta alla vecchia morale ubbidiente e ossequente; la direttrice delle scuoledi San Celso, rigida osservante di tutti gli statuti governativi e municipali; l'ospite della domenica alle mense della ricca società milanese, quando sente affermare, di colpo, certe teorie che sconvolgono tutte le sue vecchie idee di doveri, di sommissione, di rassegnazione cristiana e politica, si turba, dà dei piccoli balzi sulla poltrona, guarda or l'uno or l'altro incerta, quasi spaventata... Ma vede l'Olivieri approvare lentamente col capo; scorge nel Roero tanta sincerità, tanta sicurezza!... E quella voce?.... Oh la voce del giovine lettore così calda, insinuante irresistibile! La signora Eugenia, a poco a poco, torna a calmarsi, a lasciarsi vincere e convincere e commossa, accesa in volto, le pupille sfavillanti, s'alza di colpo e corre dal Roero a stringergli la mano:
— Bravo!.... Bravo!.... Oh, come adesso mi fa capire che io non sono mai stata altro che una donnetta! Nient'altro che una piccola donnetta!... — E in questa spontanea, in quest'umile confessione della propria inferiorità, è tutta la devozione e anche tutta la viva e profonda tenerezza del suo cuore. Più tardi, quando ritorna a casa accompagnatadal Roero, che rimane quasi sempre silenzioso perchè ripensa a ciò che ha letto ed alle discussioni coll'Olivieri, la signora Eugenia alza gli occhi, di tanto in tanto, a quel volto che il gran dolore della passione tradita ha fatto così serio e così grave. Lo guarda fisso traendo un sospiro dall'anima, timidamente, con rispetto quasi religioso, non osando dire una parola, temendo di rompere il filo dei pensieri alti, nobili e generosi.
— Buona notte!... A domani, presto! — Le dice il Roero.
— Buona notte, — risponde la signora Eugenia, e poi soggiunge mentre sulla porta si stringono la mano: — Le raccomando; non si stanchi troppo!
Francesco Roero, appena è entrato nello studio ed ha liberata da un mucchio di giornali la solita poltroncina, sulla quale va a sedersi la signora Eugenia, si rivolge all'Olivieri:
— Sai di che si tratta, non è vero? Quel poco che è comparso del mio romanzo ha dato, forse, qualche illusione sul mioio, a molta gente chenon mi conosce bene. Mi s'invita, — continua guardando anche la signora Eugenia — ad assumere tutti gli obblighi e i doveri di una grande organizzazione di classe che si va formando in Milano e ch'io sono certissimo, fra non molto, avrà soverchiato e spazzato via tutte le antiche società e confederazioni operaie, così come le ferrovie, «il bello e orribile mostro,» hanno mandato al diavolo berline e diligenze! Orbene, vi confesso, a tutta prima l'offerta mi ha sedotto: creare in piccolo, in Lombardia, ciò che... non saprei, Lassalle e Marx sono riusciti a fare in Germania, può dare un po' alla testa. E anche dopo aver meditato io non penso di tirarmi indietro, nè per poltronaggine, nè per paura. Niente affatto! Penso, invece, che bisogna prima metterci ben d'accordo con un patto di ferro fra me e coloro che dicono di aver fiducia in me. E il patto da parte mia è qui, in ciò che ho meditato in questi giorni e che ho scritto in questa lettera. Senti un po', ma rifletti bene; e ascolti anche lei, signora Eugenia. È il mio programma politico, perchè quello che mi si offre e mi si domanda è assai più grave di una candidatura... della deputazione! E tutto me stesso, è lamia anima e la mia mente da consacrare ad una grande causa, non soltanto ad un piccolo partito.
— Sentiamo! Esclama vivamente l'Olivieri.
La signora Eugenia, gli occhi intenti sulla lettera, non fiata nemmeno.
Milano, 29 aprile 1883.Amici carissimi;Grazie d'aver pensato a me. Voi lavorate per ottenere quel benessere materiale cui avete diritto e nel quale potrete giungere al miglioramento morale di cui avete il dovere.Su questa via io posso e voglio essere tutto con voi; lo sarei se un giorno aveste bisogno anche del mio braccio e del mio sangue. Ma intendiamoci chiaramente: io non credo che nella prosperità e neppure nella libertà si riassuma tutto il bene verso cui l'uomo procede.Prosperità e libertà sono talvolta una parte di quel vero bene che si chiama giustizia, e talvolta sono i mezzi per raggiungerlo.È soltanto a questo ideale di giustizia ch'io sento di poter interamente votarmi, perchè nella giustizia è l'essenza d'ogni sociale equilibrio, perchè un giorno solo d'ingiustizia ci risospinge di secoli verso l'errore, la violenza e la barbarie.Ora le organizzazioni politiche, i partiti, come suoldirsi, per necessità di vita, per tattica di guerra, per opportunità di propaganda, talvolta inconsciamente, tal'altra di proposito, sacrificano il concetto ed anche la pratica della giustizia.Se io, dunque, fossi adesso con voi, potrei essere un giorno contro di voi, milite di quella altissima fede. Nell'idea, dunque, e nel lavoro, ma fuori del partito, così quale sono, mente e cuore, operoso, ma libero, se mi volete, son qui. Comunque, a voi la certezza di una parola franca, a me l'orgoglio di aver avuto l'occasione di poterle dire, ed anche la soddisfazione di non aver esitato nel dirla.Francesco Roero.
Milano, 29 aprile 1883.
Amici carissimi;
Grazie d'aver pensato a me. Voi lavorate per ottenere quel benessere materiale cui avete diritto e nel quale potrete giungere al miglioramento morale di cui avete il dovere.
Su questa via io posso e voglio essere tutto con voi; lo sarei se un giorno aveste bisogno anche del mio braccio e del mio sangue. Ma intendiamoci chiaramente: io non credo che nella prosperità e neppure nella libertà si riassuma tutto il bene verso cui l'uomo procede.
Prosperità e libertà sono talvolta una parte di quel vero bene che si chiama giustizia, e talvolta sono i mezzi per raggiungerlo.
È soltanto a questo ideale di giustizia ch'io sento di poter interamente votarmi, perchè nella giustizia è l'essenza d'ogni sociale equilibrio, perchè un giorno solo d'ingiustizia ci risospinge di secoli verso l'errore, la violenza e la barbarie.
Ora le organizzazioni politiche, i partiti, come suoldirsi, per necessità di vita, per tattica di guerra, per opportunità di propaganda, talvolta inconsciamente, tal'altra di proposito, sacrificano il concetto ed anche la pratica della giustizia.
Se io, dunque, fossi adesso con voi, potrei essere un giorno contro di voi, milite di quella altissima fede. Nell'idea, dunque, e nel lavoro, ma fuori del partito, così quale sono, mente e cuore, operoso, ma libero, se mi volete, son qui. Comunque, a voi la certezza di una parola franca, a me l'orgoglio di aver avuto l'occasione di poterle dire, ed anche la soddisfazione di non aver esitato nel dirla.
Francesco Roero.
— E così?... Dunque?... Che cosa te ne pare? — Questa volta il Roero dimentica affatto la signora Eugenia, più che mai in estasi, e si avvicina inquieto all'avvocato. — Dimmi francamente: Non ti persuade? Non ti va?
— Non mi persuade, ma va benissimo! — Risponde ridendo l'Olivieri. — Bella la lettera e bellissime le verità che vi sono espresse con tanta franchezza. Ma sono cose un po' campate in aria, che non cavano un ragno dal buco. Anche per conquistare la giustizia ideale bisogna sgombrare le vie della libertà pratica, se no, si resta al di qua del fosso, colle mani e coi piedi inceppati, afissare il punto dove invece bisognerebbe arrivare col salto. Ma son cose che non si discutono. Tu hai scritto quello che senti. Copia dunque la tua lettera, mandala e tira diritto per la tua via, come la coscienza ti detta. Noi, intanto, andiamo a far la corte alla signorina Lulù.
Ma invece di raggiungere la bimba, quando sono in salotto l'Olivieri ferma la signora Eugenia, toccandola sul braccio:
— Sa che cosa c'è di nuovo?..... Don Giulio Arcolei s'è riconciliato colla moglie. Cioè, per esser più esatti, donna Stefania s'è riconciliata con suo marito.
— Possibile?...
— Altro che possibile! Sicurissimo!... L'ho saputo ieri sera, al caffè Martini, dall'assessore Corbolani, un collega dell'Arcolei, nientemeno! Mi ha raccontato il grande avvenimento con tutti i più curiosi particolari! E s'intende, pigliando le parti della baronessa. Anzi il marito, in tutto questo tempo, fu a mala pena tollerato in Municipio, nella certezza che si sarebbe riunito alla moglie, il solo, il vero valore della casa.
La signora Eugenia si mostra sempre più stupefatta.
— Ma come?... Adesso?... Si riconciliano adesso, dopo due anni di... Dopo due anni passati in campagna?
— È in viaggio col giovine tenentino: dalglacier du Rhónealle Piramidi! Ma lei crede forse, o maliziosa e pettegola signora Eugenia, che donna Stefania al verde, sui ghiacci o sotto il sole, abbia mai commesso il più piccolo strappo alla virtù? Nemmeno per ombra! Tutte cattiverie, goffaggini delle borghesucce piene di rabbia e di livore contro le nostre grandi dame!
— Ma... però...
— Che ma! Che però! Se c'è una colpa, è solo di quella bestia di suo marito che, appunto, per essere uno scempio, vede sempre tutto doppio! Ha voluto fare il geloso, il furioso, il prepotente, e la baronessa, adirata e offesa, l'ha piantato come un cavolo e si è ritirata a Borgoprimo, a casa sua, a leggere, a dipingere, a divertirsi.
— Ma però quel... quell'altro?
— Quell'altro? Chi quell'altro? — L'avvocato deve sentir ancora un po' di bruciore perchè si riscalda troppo. Forse vuol riferirsi al tenentino Parodi?..... Uno sbarbatello qualunque, inconcludente!...Ancora un ragazzetto!... Mi maraviglio che lei possa pensare, solo per un momento, una cosa simile! Ma come?... Donna Stefania colla sua intelligenza e abilità, donna Stefania che aveva tutta una corte a' suoi piedi, un Faraggiola, un Estensi, un Francesco Roero, andarsi a perdere con quell'insulso tenentino?..... Colbel belée? Del resto, vuole una prova chiara e lampante dell'innocenza di donna Stefania?..... È lei stessa che oggi dà moglie al Parodi.
L'Olivieri scoppia in una grande risata sardonica, mentre la signora Eugenia continua a ripetere senza aver ben capito:
— Gli dà moglie?... Che moglie?
— Sicuro! È così! — L'Olivieri non ride più, cambia tono; diventa serissimo e pallido. — Queste donne... di giudizio, quando sono sazie di un amante, per sopprimerlo, gli danno moglie!
— Prende moglie? Il Parodi?
— Donna Stefania gli dà in isposa nientemeno che una sua cugina, la Luardi.
— La contessina Luardi?... Ersilia?... Ma se è ancora, quasi, una bambina?
— Diciott'anni. L'età necessaria per poter lasciarcredere di non capire... certi intrighi. Mezzo milione di dote: un fiore di grazia e di bellezza. Per Dio! Se il premio corrisponde ai meriti, il tenentino deve vantarne molti!
— Ma il conte Luardi?... Il padre della ragazza?
— È un vecchio adoratore che è stato sempre tenuto dalla baronessa al regime dell'amor platonico e che quindi, anche per orgoglio, giura e spergiura sostenendo l'innocenza di lei. Anzi, per attestarle pubblicamente la propria stima ed il proprio rispetto e smentire così le infami calunnie della gente bassa, le nozze verranno celebrate a Borgoprimo, in casa della baronessa, sotto gli auspici della baronessa!
— E lei crede che la baronessa Arcolei... tornerà ancora a Milano?
La signora Eugenia, oltrechè stupita, sembra anche un po' inquieta.
— Certissimo! Dopo il matrimonio di sua cugina andrà un po' al mare e un po' in montagna per riposare, per dipingere, per rimettersi al corrente colla lettura delPungoloe dellaPerseveranza, poi tornerà a Borgoprimo, dove si daranno feste, cacce, pranzi, grandi ricevimenti, e quandotutti rientreranno a Milano vi rientrerà solennemente anche la baronessa... con tutti gli altri.
— Ma e... e il signor Francesco? — La signora Eugenia parla sottovoce. — Chi sa che cosa dirà il signor Francesco, a udire tutte queste notizie!
— Sicuro! Passerà di maraviglia in maraviglia, perchè Francesco, a dispetto di tutto il suo gran talento, conosce molto bene gli uomini e molto male le donne. Del resto non c'è fretta. Egli vive ormai fuori del mondo; saprà tutte queste notizie con comodo, a suo tempo. Intanto lasciamolo lavorare in santa pace!
La signora Eugenia, rimasta pensierosa, approva col capo e sospira:
— Eppure, sarà tutto vero, signor avvocato, ma che vuole?... Ancora stento a crederlo.
— Perchè lei è una donna piena di cattiveria! Ma badi a ciò che fa: continuando a persistere nell'errore ed a volersi schierare contro la baronessa Stefania, finirà male. Nessuno la inviterà più a pranzo la domenica, e il conte Faraggiola e il marchese Estensi proclameranno la sua decadenza dalbon ton!
— Il Faraggiola e l'Estensi?.... Anche loro?..... Tornano daccapo?
— Più di prima e forse..... molto meglio di prima!... Per riconquistare la stima, l'onore e il proprio posto in società, una donna, nelle condizioni della baronessa Stefania, deve riconciliarsi non solo con suo marito, ma deve anche riconciliarsi, a qualunque patto, co' suoi amanti. Se no, guai! Potrebbe correre il rischio che qualche gran dama, di quelle più rigorose e scrupolose, si ostinasse magari... a non volerla ricevere.