PARTE SECONDASTEFANIA

PARTE SECONDASTEFANIA

I.I consigli dell'amico.L'avvocato Olivieri si ferma a Bergamo soltanto fra una corsa e l'altra e si mette subito d'accordo coll'arrendevole marito della signora Canzi, col quale, del resto, s'era già inteso prima per lettera. L'avvocato sborsa un migliaio di lirette tutto compreso, a nome del suo cliente, il cavalier Francesco Roero: cinquecento, per il ritiro della cambiale, un altro centinaio di lire per i due o tre mesi arretrati di pensione; il resto, come si esprime poeticamente il maestro Canzi, «a titolo di sovvenir».E patti chiari, espressi anche ben chiaramente nella lettera di ricevuta: i coniugi Canzi, si ritengono, colle mille lire, pienamente soddisfatti.Non hanno, nè avranno più niente da dire, nè da pretendere rapporto alla bambina del povero signor Savoldi.Il maestro, prima di separarsi, fornisce anche gentilmente tutte le informazioni e le notizie, che può dare intorno a Lulù.— La piccina è nata a New-York; è stata regolarmente riconosciuta dal Savoldi; ha nome Elena-Maria. La madre, ignota. Una...Il pudibondo maestro si ferma e lascia indovinare il resto con un sospiro; quindi prosegue mal celando il proprio disgusto:— Quando la mia Carlotta, nell'assumere la grave responsabilità dell'allevamento e dell'istruzione della neonata, volle prima chieder conto, naturalmente, anche della madre, l'Americano rispose, scandalizzandomi, con una delle sue più ciniche risate: «Lulù, non ha nessuna madre. L'ho fatta far io di commissione, a prezzi ridotti, alla fabbrica dei bebè Jumeau!...» Era un povero giovine disorientato e stonato!... Non il sentimento della famiglia; nessun rispetto alla società, alle istituzioni; non un principio, almeno, di un culto o di una religione qualsiasi, magari la turca!Niente! Il pandemonio! Soltanto gridare, contradire, distruggere, vituperare! E nessunissima educazione! Io ripetevo sempre, alla mia Carlotta, appunto per tenerla in guardia: costui non lasciartelo entrare in camera così facilmente; non è un gentiluomo, è un soqquadro.Ritornato a Milano, dopo aver riferito al Roero l'esito del colloquio e le informazioni avute, l'Olivieri, onde meglio rassicurarlo, gli promette di scrivere al console italiano a New-York per identificare lo stato civile con l'età precisa della piccola Elena-Maria Savoldi.— Così avrai già provveduto e sarai in regola anche per tutti i casi avvenire, che possano succedere.— Sai, — esclama il Roero, dopo aver stretta la mano e ringraziato l'amico, — sai che adesso Lulù comincia a non far più capricci e a esser buona con Giovanni e anche con la Luisa?La Luisa è una bella ragazzotta, una nipote di Giovanni, che il Roero ha preso provvisoriamente per bambinaia.— Oggi, per la prima volta, Lulù mi ha visto uscire e non ha fatto tragedie.— Me ne congratulo! — L'avvocato ride allegramente.I capricci, le scene, le lacrime, il buono o il cattivo umore della bambina hanno ormai una grande importanza per il quieto vivere del Roero. In pochi giorni ella ha finito per entrare, spadroneggiando, nella sua vita, per riempire tutta la sua casa. Lo fa diventar matto; è un vero tormento, una disperazione certe volte, ma lo diverte anche, assai!Adesso Lulù s'è abituata, dorme in camera con la Luisa; ma la mattina, appena il Roero suona per il caffè, gli portano la bimba in camiciolina sul letto, e ormai egli deve rinunciare all'ultimo pisolo e alla lettura dellaLombardiae dellaPerseveranzaper lasciarsi spettinare e pettinare e arricciare i baffi da Lulù. E tutte le mattine, immancabilmente, si ripete il solito giuoco: egli deve prendereTiticon sè, nel suo letto, sullo stesso guanciale, chiuder subito gli occhi, e finchè Lulù comanda, deve fingere di dormire profondamente accanto aTiti.— Sonno...Titi.— Sì,Titiha sonno.— Buona...Titi?— Buonissima!Poi, quando il Roero è nel suo studio a lavorare, Lulù mette su casa sotto la scrivania; vi apre il salotto e la sala da pranzo e fa grandi ricevimenti e grandi inviti aTiti.— E il papà? — Domanda l'avvocato al Roero. — Comincia ad essere dimenticato?— No! No! Ma oramai l'ho persuasa che è in viaggio, un gran viaggio, lontano, lontano! Tornerà.... dopodomani. Dopodomani per Lulù è il futuro indefinito. Quando poi fa i capricci e ricomincia ancora col «mio papà, voglio il mio papà», la fo star zitta minacciandola di condurla ad aspettare il suo papà dalla signora Carlotta. Allora — vedessi! — aggrotta le ciglia, mi pianta tanto di muso, ma non fiata più.— Povera piccina!I due giovani rimangono per alcuni istanti silenziosi e pensierosi.Quella bimba, così costante nelle simpatie e nelle antipatie, che ricorda tutto, che vede tutto, alla quale non sfugge una parola, un ette, non avrebbe certo dimenticato tanto presto «il suo papà!»Ormai, per prudenza, non bisogna più parlare di gelato rosso. Col gelato, Lulù comincia a volere anche il papà e se non si fa presto a distrarla, sono lacrime e strilli.Anche a proposito delle scarpine nuove c'è stato un po' di pericolo, ma poi la vanità femminile ha finito per avere il sopravvento.— Anche il mio papà, ha promesso... belle scarpine... nuove... dopodomani.— Sì; anche il tuo papà.— Voglio scarpine mio papà!... Scarpine mio papà! Più belle... scarpine del mio papà!— Sì cara; molto più belle! Ma intanto queste che hai, bisogna cambiarle. Sono rotte! Sono brutte!... Guarda come sono brutte!— Brutte... rotte... brutte... — continua a borbottare Lulù, ma docilmente allunga intanto i piedini, si lascia mettere le scarpette nuove e dopo, compiacendosene, rimane un pezzo seduta per terra a guardarle, a toccarle, a palpeggiarle, stringendo i piedini colle manucce.Il Roero si rivolge a un tratto all'Olivieri, domandandogli:— E la signora Eugenia, ha poi risposto?— Sì. Domattina sei libero, verso le dieci?— Sempre; sono sempre libero, tutto il giorno.— Allora vengo a prenderti e si va insieme dalla signora Eugenia, per combinare.— Speriamo che non dispiaccia a Lulù!— Speriamo!Questa signora Eugenia è la maestra, l'educatrice, l'istitutrice proposta dall'Olivieri.— Domattina, alle dieci... — pensa fra sè il Roero. — Allora, aspetterò domani mattina.Egli vuol parlare all'amico di Stefania, per sfogarsi contro Stefania; gli vuol raccontare di una certa visitina che gli ha fatto don Giulio, e lo vuol pregare — è questo che più preme — di recarsi dalla baronessa col pretesto di sapere che cosa dice di lui, o inventa contro di lui, ma in realtà, nella speranza che quell'incontro fra donna Stefania e l'avvocato possa rendere inevitabile un riavvicinamento.Egli è deciso: non vuol più andare da quella civetta insopportabile!... Ma come vorrebbe esser costretto «per forza» a ritornarci!La mattina dopo l'avvocato è puntuale; ed anche il Roero è già pronto, sulla porta, ad aspettarlo.— Lulù stamattina sente il tempo! Ha fatto il diavolo a quattro! Non voleva a nessun costo lasciarmi alzare! Mi ha strappato i capelli, mi ha rintontito a furia di baci e di botte! Finalmente, stanca morta, s'è addormentata sul mio letto.— Ha ragione Giovanni: hai proprio trovato il tuo bel da fare!— Ma è strano, come dal primo giorno, fin dal primo momento, ha preso subito a volermi bene.— Ha subito capito che con te avrebbe potuto fare a suo modo. Le bambine, caro mio, sanno mettere il loro cuore a posto, molto meglio delle donne.— La signora Eugenia dove sta?— In fondo al corso Venezia.— Andiamo a piedi. C'è tempo!Il commediografo prende a braccetto l'avvocato.— Discorreremo, intanto. Voglio dirti una cosa... e chiederti forse anche un favore. Ma tutto ciò, prometti, deve restar fra di noi.L'avvocato gli dà un'occhiata, poi risponde sorridendo:— Ho capito!... La baronessa!... Prometto il segreto professionale.— Ieri mattina è stato da me don Giulio Arcolei a farmi la predica, a darmi grandi consigli a proposito di Lulù!— Che diamine! Perchè mai donna Stefania non te l'ha fatta lei stessa la predica, direttamente?— Non ho più messo i piedi in casa Arcolei — te l'ho detto? — da quella sera famosa, dopo il duello!— E allora, come mai la baronessa ha saputo di Lulù?— Quella gente sa sempre tutto! Ha un servizio di polizia particolare.L'avvocato dà un'altra occhiatina all'amico:— Siete in collera?— No. Mi secco in quella casa, e non ci vado più; ecco tutto!— Gelosie di Zelinda... o gelosie di Lindoro?— Ho detto che mi secco, mi secco, mi stufo!Il Roero quasi si arrabbia; non è più tornato dalla Fáni, verissimo, ma per certi suoi calcoli che ormai, pur troppo, comincia a riconoscere sbagliati.«Non andandoci più io», aveva pensato, «finirà col venir lei!... Verrà lei!»E già la rivede seduta lì, nel suo studio, proprio lì, dinanzi alla sua scrivania, e colla smania, colla febbre sente ancora quel bacio... il tremito delle labbra, quella carezza della guancia ardente, vellutata, mentre il povero Nespola urla e strepita sotto la finestra!— Tornerà! Tornerà! — Invece...Ma invece di tornar lei, ha mandato suo marito— E così, — domanda l'avvocato scotendo Francesco per un braccio, — che cosa ti ha detto quel bonomo dell'Arcolei?— Di non pregiudicarmi troppo leggermente, di pensare al mio avvenire, di non arrischiare la mia libertà. Il giorno, per esempio, in cui volessi prender moglie?... «Che impiccio in casa propria una figlia, non si sa di chi!» Mi ha detto, quasi mi ha imposto di mettere Lulù in collegio, in qualche istituto femminile. Figurati! una bimba che non avrà più di cinque anni! «Fatela istruire, fatela educare! Assegnatele un piccolo capitale, una dote; ma tenerla con voi? Allevarla come figlia? Diventate matto? Sarebbe un gravissimo errore! Una pazzia!» Ah! Ah! Sua moglie deve odiarla molto la povera Lulù!L'Olivieri si ferma un momento su due piedi, poi domanda:— Posso parlar chiaro?— Quanto vuoi.— Ebbene, mi par naturalissimo che donna Stefania voglia sbarazzar lei e te da questo impiccio. Aggiungi poi, nel caso particolare, che Lulù è anche la figlia... di Nespola! Ma come? — esclama l'avvocato con una risatina ironica. — La baronessa fa di tutto per nobilitarti, per renderti, almeno all'aspetto, somigliante al marchese Estensi e al conte Faraggiola, e tu continui ancora a sgusciarle di mano? Prima, incanaglisci democraticamente facendo da testimonio al padre contro il Bonaldi e adesso vorresti addossarti anche la figlia,non si sa di chi?... Ohibò!— Che cosa credi? Tu credi che donna Stefania sia la mia amante?— Non credo. Suppongo, immagino!— Ebbene, no! — Prorompe il Roero con impeto, arrossendo di collera e anche di dispetto.L'altro, allora, finge comicamente il massimo stupore.— Noo?...— No! Quella donna, — e non gliene faccio un merito, — non sarà mai l'amante di nessuno.— Questa poi... è un'esagerazione!... Perchè?— Perchè non ha cuore.— Che c'entra il cuore? Le donne che non hanno cuore sono quelle, anzi, che amano di più! E il cuore, precisamente, che spesso spesso impedisce di amare! Per lo meno di amarne più d'uno... alla volta!L'ironia dell'avvocato diventa sempre più acre, pungente. Sembra ch'egli abbia una ruggine secreta colla baronessa e che abbia in odio tutti gl'innamorati. Presto però s'accorge d'essere andato troppo oltre e prende lui sotto braccio l'amico domandandogli per rabbonirlo:— Hai detto di volermi chiedere qualche cosa, un favore?... Che cosa vuoi?Il Roero non risponde; ha un muso lungo un palmo.— Sei in collera?— No.— Che cosa vuoi, dunque? Che cosa devo fare?— Nel favore che volevo chiederti, c'entra appunto... donna Stefania.È l'avvocato, questa volta, che raggrotta lo ciglia.Il Roero continua:— Tuttavia, ti dirò di che si tratta. Capirai se non altro che sebbene io abbia fatto la corte a quella signora, sono rimasto... a mezza strada. E adesso mi hanno troppo seccato lei, suo marito... e compagnia! Rinuncio all'impresa! Pure, soltanto per curiosità ed anche per regolarmi all'occorrenza, vorrei sapere che cosa dicono di me, o stanno inventando sul mio conto in casa Arcolei. Il favore che pensavo di chiederti, che ti chiederei ancora, è questo: fare una visita a donna Stefania, per sentire, per capire... così, che vento spira.— Come?... Come?...L'avvocato rimane attonito, e pensa tra se: — Ma è vero? Proprio vero? Non è ancora l'amante? In fatti, se già lo fosse, non avrebbe più bisogno di mandar qualcheduno a tastar terreno! Non avrebbe più bisogno di me!... Ma allora se c'è tempo, finchè c'è tempo, bisogna salvarlo! Tentare di salvarlo! — Si avvicina all'amico e gli parla, adesso, con un'espressione affettuosa, con un tono che diventa, a mano a mano, più confidenziale, più intimo:— Caro mio, questa volta... non posso proprio servirti.— No?— No. Devi sapere che anch'io, come te, non vado più dalla baronessa Stefania.— Oh?... — Francesco si ferma di colpo e fissa a lungo interrogando cogli occhi l'Olivieri che lentamente, accennando col capo, risponde di sì. — Anche tu?...— Anch'io.— Ma... se non me ne sono mai accorto?— È stato un baleno, un lampo, fortunatamente senza tuono, senza fulmine!... Al primo indizio del temporale mi son messo a scappare... e scappo ancora!— E donna Stefania?— Donna Stefania?... — L'Olivieri continua a ridere, ma il suo riso diventa forzato. — Ella non se n'è accorta, o non ha voluto accorgersene!De minimis...eccetera! Ed io non sono nè un uomo alla moda, nè un uomo influente, nè un uomo celebre e nemmeno un bel giovane. E tu... tu, amico mio, se appena puoi, se sei ancora a tempo, ascolta il mio consiglio, scappa scappa atua volta, scappa come il vento, scappa, scappa a costo di dar la testa nel muro! Meglio rompersi il naso, che rompersi il collo! Queste donne sono la rovina, sono il fallimento, mio caro, per chi ha da lavorare come noi; per chi può e deve riuscire a far qualche cosa di buono, come te! Per chi, sopra tutto, vuol pensare colla propria testa e vuol agire secondo la propria coscienza!— Certo!... Sicuro!... Hai ragione!Il Roero è sbalordito, confuso. Anche l'Olivieri c'è cascato... e anche l'Olivieri ha fatto fiasco!— Si, certo, è una civetta insopportabile che bisogna fuggire. — Ma intanto, per quella stessa confessione così straordinaria la Fáni diventa più viva che mai, più viva e più bella e, dal profondo del cuore, sfugge a Francesco un lungo sospiro di desiderio, di rimpianto.L'avvocato osserva il Roero:— Coraggio! Strapparsi una bella donna dal cuore è doloroso come farsi strappare un dente, ma il giorno dopo che liberazione! Coraggio! Coraggio, poeta! — Gli batte colla mano amichevolmente sopra una spalla e ormai, sbandita ogni ombra di amarezza, si mette a ridere di cuore: — Veniamo alla conclusione?— Bisogna guardarsi dalle donne?— Dalle donne... che amano ad occhi aperti.L'Olivieri continua a ridere, sperando di far ridere anche l'amico. — Non hai osservato, tu che scrivi commedie? Tutte queste donne serie e savie per le quali l'amore è un mezzo per governare, per trionfare, per fare della politica, per preparare le elezioni, per avere in mano il Municipio, amano tutte ad occhi aperti! Anche nell'estasi dell'abbandono, esse non chiudono gli occhi, non li socchiudono nemmeno: la loro pupilla è sempre lì, fissa su di te, vigile, diffidente, scrutatrice. Persino il bacio! Ti danno anche il primo bacio cogli occhi spalancati: vogliono vedere fino a che punto ti fanno tremare e impallidire! Oh queste donne sono brave! Si divertono, ma con giudizio, studiando e imparando dall'esperienza e così potendo a buon diritto esclamare anche dopo la resa: tutto è perduto, tranne l'onore!Francesco sorride appena scrollando il capo.— No? Tu dici di no? Guarda... donna Stefania! Ti serva di esempio, appunto, la nostra carissima donna Stefania! Studiando, osservando essa ha imparato che il mondo perdona tutto facilmentea chi sa farlo ridere alle spalle di qualcheduno, ed essa riesce a mantenersi a galla in mezzo alla pubblica stima, facendolo ridere alle spalle de' suoi... diremo, amici! Sai come ti chiama il pubblico, cioè quelle cinquecento persone che costituiscono «il gran pubblico» dei club, dei teatri, dei salotti?Il Roero fissa inquieto l'Olivieri.— Non capisco! Mi chiameranno, spero, col mio nome?— No! Ti chiamano Francesco primo.— Francesco primo? Perchè Francesco primo?— Per la stessa ragione per la quale chiamano il marchese Estensi, Emanuele secondo, e il Faraggiola, Carlo terzo. Siete uno dopo l'altro e tutti insieme, i tre re, regnanti!— Per Dio!... Potrei dare una lezione...— A chi? A cinquecento persone che diventano mille, che diventanotutti, come, quando le cerchi, possono anche diventare... nessuno?Il Roero si arriccia, si morde i baffi, vorrebbe ribellarsi, attaccar lite, rispondere all'Olivieri, che parla così per dispetto, per rabbia, perchè... ha fatto fiasco... Ma pure in tanta esagerazione c'è, pur troppo, anche qualche cosa di vero!— E questa signora Eugenia, — esclama a un tratto, pieno di stizza, — dov'è cacciata?... In capo al mondo?— A porta Venezia; te l'ho detto. Attraversiamo i giardini; ci siamo subito.L'Olivieri vede bene di aver fatto andare in collera l'amico senza essere riuscito ancora a persuaderlo, a convincerlo e perciò, affrettando il passo, ripiglia con più calore, con più forza:— E oltre le beffe, il danno! Queste donne prudenti, che riflettono, che calcolano, che sanno dominarsi per poter dominare, vogliono tutto, ti prendono tutto, come sei, intelligenza coscienza e cuore, e ti cambiano, ti mutano, ti trasformano a loro talento! Ma non hai notato come gli amanti, gli amici di queste signore in voga, finiscono per rassomigliarsi tutti, il marito compreso? Il loro seno è un gran crogiuolo nel quale entrano per fondersi insieme e prendere la stessa anima e quasi anche la stessa faccia, l'uomo di talento e l'imbecille! Sei ancora a tempo? — L'Olivieri obbliga il Roero a voltarsi, ad alzare il capo, a guardarlo. — Sei ancora a tempo? In tal caso via, via di corsa; salvati perchè il pericolo è imminente!... Hai già il taglio dei capelli e delpaltò; hai già le cravatte come Emanuele secondo e Carlo terzo! E bada, Francesco mio, se non ti salvi, il ridicolo non peserà soltanto su di te, ma anche, e più, sulla tua arte. La sera in cui si darà l'Arianna, il pubblico non verrà a teatro per sentire la tua commedia, ma la commedia di Francesco primo. Ne' tuoi personaggi, nelle tue scene, cercherà soltanto di scoprire i tuoi casi e i tuoi rivali e tu non sarai preso sul serio, avessi anche scritto un capolavoro! E questo ancora... poco male! L'opera non è meno bella anche se l'autore è sfortunato, ma finirai col non prenderti sul serio tu stesso e resterai tutta la vita il commediografo elegante per uso delle signore! Non ho ragione?... Ho ragione sì o no?L'altro non risponde; le mani ficcate nelle tasche del paltò, continua a rodersi i baffi e le labbra nervosamente.L'Olivieri gli mette una mano sulla spalla, per tirarselo più vicino, quasi volesse abbracciarlo:— Tu vuoi, tu devi, tu diventeraiqualcheduno, ma ad un patto, uscire dal «gran mondo» di donna Stefania, che non è poi altro che la solita baracca dei soliti burattini dove si recita sempre la stessa decrepita commedia, per entrare nellafolla, per studiare il cuore, l'anima, la vita della folla nelle sue angosce e nelle sue speranze. Questa è l'arte che io voglio da te, che io aspetto da te; ma per far questo bisogna essere semplicemente quello che sei, Francesco Roero, il figlio di tuo padre, del campagnuolo umile, gran lavoratore, al quale devi la tua bella, ingenua onestà, così piena di scrupoli... borghesi, come deve, invece, la baronessa Stefania, la sua smania d'intrighi e di prepotenze, alle sue matrone del Regno Italico e a' suoi ciambellani di Casa d'Austria. Le rivoluzioni son rimaste alla superfice, e poi non sono state fatte per distruggere gli stemmi, ma per darne a chi ne desidera. I pregiudizi sono sempre gli stessi; le due razze, rivali, sono sempre di fronte: quella della baronessa col sentimento dell'impero, la tua, con quello della sudditanza! Ti arriderà assai facilmente la vittoria, ma la conquista sarà dall'altra parte. Donna Stefania, resterà sempre lei, sempre come sua nonna, ma tu, invece, dovrai cessare d'essere il figlio di tuo padre, per diventare un mezzo gentiluomo. Sudditanza e sommissione! Hai visto le ire sorde a proposito del duello del povero Nespola?... Le prime avvisaglie contro Lulù? Abbasso l'indipendenza,caro mio! Il cuore alla moglie e il voto al marito!Erano giunti alla casa della signora Eugenia: l'avvocato si ferma indicando la porta all'amico.— Sta qui. Ed ora che ho parlato tanto, dimmi la verità, il parlare, colla speranza di poter convincere, è anche questo un vecchio pregiudizio rimasto agli avvocati?Il Roero è buono, è giovine. A tanto calore, a tanta effusione è rimasto scosso, commosso:— Hai ragione. Fuggire come il vento!— Pensando sempre, per non perdere la paura, che se donna Stefania ti raggiunge evuole, essa, con tutte le mie chiacchiere, non avrà perduto niente e sarò io, invece, che avrò perduto un amico!L'avvocato continua a ridere, ma poi ripensa all'idea buttata lì, quasi per ischerzo, e a poco a poco finisce col sospirare a sua volta mormorando:— Chi sa?... Quando io pure ho avuto quel baleno, quel lampo?... Chi sa?... Chi mai potrà sapere se sono stato proprio io a fuggire, o se, invece, non è stata lei stessa, donna Stefania, ad aprir le mani per lasciarmi andare?

L'avvocato Olivieri si ferma a Bergamo soltanto fra una corsa e l'altra e si mette subito d'accordo coll'arrendevole marito della signora Canzi, col quale, del resto, s'era già inteso prima per lettera. L'avvocato sborsa un migliaio di lirette tutto compreso, a nome del suo cliente, il cavalier Francesco Roero: cinquecento, per il ritiro della cambiale, un altro centinaio di lire per i due o tre mesi arretrati di pensione; il resto, come si esprime poeticamente il maestro Canzi, «a titolo di sovvenir».

E patti chiari, espressi anche ben chiaramente nella lettera di ricevuta: i coniugi Canzi, si ritengono, colle mille lire, pienamente soddisfatti.Non hanno, nè avranno più niente da dire, nè da pretendere rapporto alla bambina del povero signor Savoldi.

Il maestro, prima di separarsi, fornisce anche gentilmente tutte le informazioni e le notizie, che può dare intorno a Lulù.

— La piccina è nata a New-York; è stata regolarmente riconosciuta dal Savoldi; ha nome Elena-Maria. La madre, ignota. Una...

Il pudibondo maestro si ferma e lascia indovinare il resto con un sospiro; quindi prosegue mal celando il proprio disgusto:

— Quando la mia Carlotta, nell'assumere la grave responsabilità dell'allevamento e dell'istruzione della neonata, volle prima chieder conto, naturalmente, anche della madre, l'Americano rispose, scandalizzandomi, con una delle sue più ciniche risate: «Lulù, non ha nessuna madre. L'ho fatta far io di commissione, a prezzi ridotti, alla fabbrica dei bebè Jumeau!...» Era un povero giovine disorientato e stonato!... Non il sentimento della famiglia; nessun rispetto alla società, alle istituzioni; non un principio, almeno, di un culto o di una religione qualsiasi, magari la turca!Niente! Il pandemonio! Soltanto gridare, contradire, distruggere, vituperare! E nessunissima educazione! Io ripetevo sempre, alla mia Carlotta, appunto per tenerla in guardia: costui non lasciartelo entrare in camera così facilmente; non è un gentiluomo, è un soqquadro.

Ritornato a Milano, dopo aver riferito al Roero l'esito del colloquio e le informazioni avute, l'Olivieri, onde meglio rassicurarlo, gli promette di scrivere al console italiano a New-York per identificare lo stato civile con l'età precisa della piccola Elena-Maria Savoldi.

— Così avrai già provveduto e sarai in regola anche per tutti i casi avvenire, che possano succedere.

— Sai, — esclama il Roero, dopo aver stretta la mano e ringraziato l'amico, — sai che adesso Lulù comincia a non far più capricci e a esser buona con Giovanni e anche con la Luisa?

La Luisa è una bella ragazzotta, una nipote di Giovanni, che il Roero ha preso provvisoriamente per bambinaia.

— Oggi, per la prima volta, Lulù mi ha visto uscire e non ha fatto tragedie.

— Me ne congratulo! — L'avvocato ride allegramente.

I capricci, le scene, le lacrime, il buono o il cattivo umore della bambina hanno ormai una grande importanza per il quieto vivere del Roero. In pochi giorni ella ha finito per entrare, spadroneggiando, nella sua vita, per riempire tutta la sua casa. Lo fa diventar matto; è un vero tormento, una disperazione certe volte, ma lo diverte anche, assai!

Adesso Lulù s'è abituata, dorme in camera con la Luisa; ma la mattina, appena il Roero suona per il caffè, gli portano la bimba in camiciolina sul letto, e ormai egli deve rinunciare all'ultimo pisolo e alla lettura dellaLombardiae dellaPerseveranzaper lasciarsi spettinare e pettinare e arricciare i baffi da Lulù. E tutte le mattine, immancabilmente, si ripete il solito giuoco: egli deve prendereTiticon sè, nel suo letto, sullo stesso guanciale, chiuder subito gli occhi, e finchè Lulù comanda, deve fingere di dormire profondamente accanto aTiti.

— Sonno...Titi.

— Sì,Titiha sonno.

— Buona...Titi?

— Buonissima!

Poi, quando il Roero è nel suo studio a lavorare, Lulù mette su casa sotto la scrivania; vi apre il salotto e la sala da pranzo e fa grandi ricevimenti e grandi inviti aTiti.

— E il papà? — Domanda l'avvocato al Roero. — Comincia ad essere dimenticato?

— No! No! Ma oramai l'ho persuasa che è in viaggio, un gran viaggio, lontano, lontano! Tornerà.... dopodomani. Dopodomani per Lulù è il futuro indefinito. Quando poi fa i capricci e ricomincia ancora col «mio papà, voglio il mio papà», la fo star zitta minacciandola di condurla ad aspettare il suo papà dalla signora Carlotta. Allora — vedessi! — aggrotta le ciglia, mi pianta tanto di muso, ma non fiata più.

— Povera piccina!

I due giovani rimangono per alcuni istanti silenziosi e pensierosi.

Quella bimba, così costante nelle simpatie e nelle antipatie, che ricorda tutto, che vede tutto, alla quale non sfugge una parola, un ette, non avrebbe certo dimenticato tanto presto «il suo papà!»

Ormai, per prudenza, non bisogna più parlare di gelato rosso. Col gelato, Lulù comincia a volere anche il papà e se non si fa presto a distrarla, sono lacrime e strilli.

Anche a proposito delle scarpine nuove c'è stato un po' di pericolo, ma poi la vanità femminile ha finito per avere il sopravvento.

— Anche il mio papà, ha promesso... belle scarpine... nuove... dopodomani.

— Sì; anche il tuo papà.

— Voglio scarpine mio papà!... Scarpine mio papà! Più belle... scarpine del mio papà!

— Sì cara; molto più belle! Ma intanto queste che hai, bisogna cambiarle. Sono rotte! Sono brutte!... Guarda come sono brutte!

— Brutte... rotte... brutte... — continua a borbottare Lulù, ma docilmente allunga intanto i piedini, si lascia mettere le scarpette nuove e dopo, compiacendosene, rimane un pezzo seduta per terra a guardarle, a toccarle, a palpeggiarle, stringendo i piedini colle manucce.

Il Roero si rivolge a un tratto all'Olivieri, domandandogli:

— E la signora Eugenia, ha poi risposto?

— Sì. Domattina sei libero, verso le dieci?

— Sempre; sono sempre libero, tutto il giorno.

— Allora vengo a prenderti e si va insieme dalla signora Eugenia, per combinare.

— Speriamo che non dispiaccia a Lulù!

— Speriamo!

Questa signora Eugenia è la maestra, l'educatrice, l'istitutrice proposta dall'Olivieri.

— Domattina, alle dieci... — pensa fra sè il Roero. — Allora, aspetterò domani mattina.

Egli vuol parlare all'amico di Stefania, per sfogarsi contro Stefania; gli vuol raccontare di una certa visitina che gli ha fatto don Giulio, e lo vuol pregare — è questo che più preme — di recarsi dalla baronessa col pretesto di sapere che cosa dice di lui, o inventa contro di lui, ma in realtà, nella speranza che quell'incontro fra donna Stefania e l'avvocato possa rendere inevitabile un riavvicinamento.

Egli è deciso: non vuol più andare da quella civetta insopportabile!... Ma come vorrebbe esser costretto «per forza» a ritornarci!

La mattina dopo l'avvocato è puntuale; ed anche il Roero è già pronto, sulla porta, ad aspettarlo.

— Lulù stamattina sente il tempo! Ha fatto il diavolo a quattro! Non voleva a nessun costo lasciarmi alzare! Mi ha strappato i capelli, mi ha rintontito a furia di baci e di botte! Finalmente, stanca morta, s'è addormentata sul mio letto.

— Ha ragione Giovanni: hai proprio trovato il tuo bel da fare!

— Ma è strano, come dal primo giorno, fin dal primo momento, ha preso subito a volermi bene.

— Ha subito capito che con te avrebbe potuto fare a suo modo. Le bambine, caro mio, sanno mettere il loro cuore a posto, molto meglio delle donne.

— La signora Eugenia dove sta?

— In fondo al corso Venezia.

— Andiamo a piedi. C'è tempo!

Il commediografo prende a braccetto l'avvocato.

— Discorreremo, intanto. Voglio dirti una cosa... e chiederti forse anche un favore. Ma tutto ciò, prometti, deve restar fra di noi.

L'avvocato gli dà un'occhiata, poi risponde sorridendo:

— Ho capito!... La baronessa!... Prometto il segreto professionale.

— Ieri mattina è stato da me don Giulio Arcolei a farmi la predica, a darmi grandi consigli a proposito di Lulù!

— Che diamine! Perchè mai donna Stefania non te l'ha fatta lei stessa la predica, direttamente?

— Non ho più messo i piedi in casa Arcolei — te l'ho detto? — da quella sera famosa, dopo il duello!

— E allora, come mai la baronessa ha saputo di Lulù?

— Quella gente sa sempre tutto! Ha un servizio di polizia particolare.

L'avvocato dà un'altra occhiatina all'amico:

— Siete in collera?

— No. Mi secco in quella casa, e non ci vado più; ecco tutto!

— Gelosie di Zelinda... o gelosie di Lindoro?

— Ho detto che mi secco, mi secco, mi stufo!

Il Roero quasi si arrabbia; non è più tornato dalla Fáni, verissimo, ma per certi suoi calcoli che ormai, pur troppo, comincia a riconoscere sbagliati.

«Non andandoci più io», aveva pensato, «finirà col venir lei!... Verrà lei!»

E già la rivede seduta lì, nel suo studio, proprio lì, dinanzi alla sua scrivania, e colla smania, colla febbre sente ancora quel bacio... il tremito delle labbra, quella carezza della guancia ardente, vellutata, mentre il povero Nespola urla e strepita sotto la finestra!

— Tornerà! Tornerà! — Invece...

Ma invece di tornar lei, ha mandato suo marito

— E così, — domanda l'avvocato scotendo Francesco per un braccio, — che cosa ti ha detto quel bonomo dell'Arcolei?

— Di non pregiudicarmi troppo leggermente, di pensare al mio avvenire, di non arrischiare la mia libertà. Il giorno, per esempio, in cui volessi prender moglie?... «Che impiccio in casa propria una figlia, non si sa di chi!» Mi ha detto, quasi mi ha imposto di mettere Lulù in collegio, in qualche istituto femminile. Figurati! una bimba che non avrà più di cinque anni! «Fatela istruire, fatela educare! Assegnatele un piccolo capitale, una dote; ma tenerla con voi? Allevarla come figlia? Diventate matto? Sarebbe un gravissimo errore! Una pazzia!» Ah! Ah! Sua moglie deve odiarla molto la povera Lulù!

L'Olivieri si ferma un momento su due piedi, poi domanda:

— Posso parlar chiaro?

— Quanto vuoi.

— Ebbene, mi par naturalissimo che donna Stefania voglia sbarazzar lei e te da questo impiccio. Aggiungi poi, nel caso particolare, che Lulù è anche la figlia... di Nespola! Ma come? — esclama l'avvocato con una risatina ironica. — La baronessa fa di tutto per nobilitarti, per renderti, almeno all'aspetto, somigliante al marchese Estensi e al conte Faraggiola, e tu continui ancora a sgusciarle di mano? Prima, incanaglisci democraticamente facendo da testimonio al padre contro il Bonaldi e adesso vorresti addossarti anche la figlia,non si sa di chi?... Ohibò!

— Che cosa credi? Tu credi che donna Stefania sia la mia amante?

— Non credo. Suppongo, immagino!

— Ebbene, no! — Prorompe il Roero con impeto, arrossendo di collera e anche di dispetto.

L'altro, allora, finge comicamente il massimo stupore.

— Noo?...

— No! Quella donna, — e non gliene faccio un merito, — non sarà mai l'amante di nessuno.

— Questa poi... è un'esagerazione!... Perchè?

— Perchè non ha cuore.

— Che c'entra il cuore? Le donne che non hanno cuore sono quelle, anzi, che amano di più! E il cuore, precisamente, che spesso spesso impedisce di amare! Per lo meno di amarne più d'uno... alla volta!

L'ironia dell'avvocato diventa sempre più acre, pungente. Sembra ch'egli abbia una ruggine secreta colla baronessa e che abbia in odio tutti gl'innamorati. Presto però s'accorge d'essere andato troppo oltre e prende lui sotto braccio l'amico domandandogli per rabbonirlo:

— Hai detto di volermi chiedere qualche cosa, un favore?... Che cosa vuoi?

Il Roero non risponde; ha un muso lungo un palmo.

— Sei in collera?

— No.

— Che cosa vuoi, dunque? Che cosa devo fare?

— Nel favore che volevo chiederti, c'entra appunto... donna Stefania.

È l'avvocato, questa volta, che raggrotta lo ciglia.

Il Roero continua:

— Tuttavia, ti dirò di che si tratta. Capirai se non altro che sebbene io abbia fatto la corte a quella signora, sono rimasto... a mezza strada. E adesso mi hanno troppo seccato lei, suo marito... e compagnia! Rinuncio all'impresa! Pure, soltanto per curiosità ed anche per regolarmi all'occorrenza, vorrei sapere che cosa dicono di me, o stanno inventando sul mio conto in casa Arcolei. Il favore che pensavo di chiederti, che ti chiederei ancora, è questo: fare una visita a donna Stefania, per sentire, per capire... così, che vento spira.

— Come?... Come?...

L'avvocato rimane attonito, e pensa tra se: — Ma è vero? Proprio vero? Non è ancora l'amante? In fatti, se già lo fosse, non avrebbe più bisogno di mandar qualcheduno a tastar terreno! Non avrebbe più bisogno di me!... Ma allora se c'è tempo, finchè c'è tempo, bisogna salvarlo! Tentare di salvarlo! — Si avvicina all'amico e gli parla, adesso, con un'espressione affettuosa, con un tono che diventa, a mano a mano, più confidenziale, più intimo:

— Caro mio, questa volta... non posso proprio servirti.

— No?

— No. Devi sapere che anch'io, come te, non vado più dalla baronessa Stefania.

— Oh?... — Francesco si ferma di colpo e fissa a lungo interrogando cogli occhi l'Olivieri che lentamente, accennando col capo, risponde di sì. — Anche tu?...

— Anch'io.

— Ma... se non me ne sono mai accorto?

— È stato un baleno, un lampo, fortunatamente senza tuono, senza fulmine!... Al primo indizio del temporale mi son messo a scappare... e scappo ancora!

— E donna Stefania?

— Donna Stefania?... — L'Olivieri continua a ridere, ma il suo riso diventa forzato. — Ella non se n'è accorta, o non ha voluto accorgersene!De minimis...eccetera! Ed io non sono nè un uomo alla moda, nè un uomo influente, nè un uomo celebre e nemmeno un bel giovane. E tu... tu, amico mio, se appena puoi, se sei ancora a tempo, ascolta il mio consiglio, scappa scappa atua volta, scappa come il vento, scappa, scappa a costo di dar la testa nel muro! Meglio rompersi il naso, che rompersi il collo! Queste donne sono la rovina, sono il fallimento, mio caro, per chi ha da lavorare come noi; per chi può e deve riuscire a far qualche cosa di buono, come te! Per chi, sopra tutto, vuol pensare colla propria testa e vuol agire secondo la propria coscienza!

— Certo!... Sicuro!... Hai ragione!

Il Roero è sbalordito, confuso. Anche l'Olivieri c'è cascato... e anche l'Olivieri ha fatto fiasco!

— Si, certo, è una civetta insopportabile che bisogna fuggire. — Ma intanto, per quella stessa confessione così straordinaria la Fáni diventa più viva che mai, più viva e più bella e, dal profondo del cuore, sfugge a Francesco un lungo sospiro di desiderio, di rimpianto.

L'avvocato osserva il Roero:

— Coraggio! Strapparsi una bella donna dal cuore è doloroso come farsi strappare un dente, ma il giorno dopo che liberazione! Coraggio! Coraggio, poeta! — Gli batte colla mano amichevolmente sopra una spalla e ormai, sbandita ogni ombra di amarezza, si mette a ridere di cuore: — Veniamo alla conclusione?

— Bisogna guardarsi dalle donne?

— Dalle donne... che amano ad occhi aperti.

L'Olivieri continua a ridere, sperando di far ridere anche l'amico. — Non hai osservato, tu che scrivi commedie? Tutte queste donne serie e savie per le quali l'amore è un mezzo per governare, per trionfare, per fare della politica, per preparare le elezioni, per avere in mano il Municipio, amano tutte ad occhi aperti! Anche nell'estasi dell'abbandono, esse non chiudono gli occhi, non li socchiudono nemmeno: la loro pupilla è sempre lì, fissa su di te, vigile, diffidente, scrutatrice. Persino il bacio! Ti danno anche il primo bacio cogli occhi spalancati: vogliono vedere fino a che punto ti fanno tremare e impallidire! Oh queste donne sono brave! Si divertono, ma con giudizio, studiando e imparando dall'esperienza e così potendo a buon diritto esclamare anche dopo la resa: tutto è perduto, tranne l'onore!

Francesco sorride appena scrollando il capo.

— No? Tu dici di no? Guarda... donna Stefania! Ti serva di esempio, appunto, la nostra carissima donna Stefania! Studiando, osservando essa ha imparato che il mondo perdona tutto facilmentea chi sa farlo ridere alle spalle di qualcheduno, ed essa riesce a mantenersi a galla in mezzo alla pubblica stima, facendolo ridere alle spalle de' suoi... diremo, amici! Sai come ti chiama il pubblico, cioè quelle cinquecento persone che costituiscono «il gran pubblico» dei club, dei teatri, dei salotti?

Il Roero fissa inquieto l'Olivieri.

— Non capisco! Mi chiameranno, spero, col mio nome?

— No! Ti chiamano Francesco primo.

— Francesco primo? Perchè Francesco primo?

— Per la stessa ragione per la quale chiamano il marchese Estensi, Emanuele secondo, e il Faraggiola, Carlo terzo. Siete uno dopo l'altro e tutti insieme, i tre re, regnanti!

— Per Dio!... Potrei dare una lezione...

— A chi? A cinquecento persone che diventano mille, che diventanotutti, come, quando le cerchi, possono anche diventare... nessuno?

Il Roero si arriccia, si morde i baffi, vorrebbe ribellarsi, attaccar lite, rispondere all'Olivieri, che parla così per dispetto, per rabbia, perchè... ha fatto fiasco... Ma pure in tanta esagerazione c'è, pur troppo, anche qualche cosa di vero!

— E questa signora Eugenia, — esclama a un tratto, pieno di stizza, — dov'è cacciata?... In capo al mondo?

— A porta Venezia; te l'ho detto. Attraversiamo i giardini; ci siamo subito.

L'Olivieri vede bene di aver fatto andare in collera l'amico senza essere riuscito ancora a persuaderlo, a convincerlo e perciò, affrettando il passo, ripiglia con più calore, con più forza:

— E oltre le beffe, il danno! Queste donne prudenti, che riflettono, che calcolano, che sanno dominarsi per poter dominare, vogliono tutto, ti prendono tutto, come sei, intelligenza coscienza e cuore, e ti cambiano, ti mutano, ti trasformano a loro talento! Ma non hai notato come gli amanti, gli amici di queste signore in voga, finiscono per rassomigliarsi tutti, il marito compreso? Il loro seno è un gran crogiuolo nel quale entrano per fondersi insieme e prendere la stessa anima e quasi anche la stessa faccia, l'uomo di talento e l'imbecille! Sei ancora a tempo? — L'Olivieri obbliga il Roero a voltarsi, ad alzare il capo, a guardarlo. — Sei ancora a tempo? In tal caso via, via di corsa; salvati perchè il pericolo è imminente!... Hai già il taglio dei capelli e delpaltò; hai già le cravatte come Emanuele secondo e Carlo terzo! E bada, Francesco mio, se non ti salvi, il ridicolo non peserà soltanto su di te, ma anche, e più, sulla tua arte. La sera in cui si darà l'Arianna, il pubblico non verrà a teatro per sentire la tua commedia, ma la commedia di Francesco primo. Ne' tuoi personaggi, nelle tue scene, cercherà soltanto di scoprire i tuoi casi e i tuoi rivali e tu non sarai preso sul serio, avessi anche scritto un capolavoro! E questo ancora... poco male! L'opera non è meno bella anche se l'autore è sfortunato, ma finirai col non prenderti sul serio tu stesso e resterai tutta la vita il commediografo elegante per uso delle signore! Non ho ragione?... Ho ragione sì o no?

L'altro non risponde; le mani ficcate nelle tasche del paltò, continua a rodersi i baffi e le labbra nervosamente.

L'Olivieri gli mette una mano sulla spalla, per tirarselo più vicino, quasi volesse abbracciarlo:

— Tu vuoi, tu devi, tu diventeraiqualcheduno, ma ad un patto, uscire dal «gran mondo» di donna Stefania, che non è poi altro che la solita baracca dei soliti burattini dove si recita sempre la stessa decrepita commedia, per entrare nellafolla, per studiare il cuore, l'anima, la vita della folla nelle sue angosce e nelle sue speranze. Questa è l'arte che io voglio da te, che io aspetto da te; ma per far questo bisogna essere semplicemente quello che sei, Francesco Roero, il figlio di tuo padre, del campagnuolo umile, gran lavoratore, al quale devi la tua bella, ingenua onestà, così piena di scrupoli... borghesi, come deve, invece, la baronessa Stefania, la sua smania d'intrighi e di prepotenze, alle sue matrone del Regno Italico e a' suoi ciambellani di Casa d'Austria. Le rivoluzioni son rimaste alla superfice, e poi non sono state fatte per distruggere gli stemmi, ma per darne a chi ne desidera. I pregiudizi sono sempre gli stessi; le due razze, rivali, sono sempre di fronte: quella della baronessa col sentimento dell'impero, la tua, con quello della sudditanza! Ti arriderà assai facilmente la vittoria, ma la conquista sarà dall'altra parte. Donna Stefania, resterà sempre lei, sempre come sua nonna, ma tu, invece, dovrai cessare d'essere il figlio di tuo padre, per diventare un mezzo gentiluomo. Sudditanza e sommissione! Hai visto le ire sorde a proposito del duello del povero Nespola?... Le prime avvisaglie contro Lulù? Abbasso l'indipendenza,caro mio! Il cuore alla moglie e il voto al marito!

Erano giunti alla casa della signora Eugenia: l'avvocato si ferma indicando la porta all'amico.

— Sta qui. Ed ora che ho parlato tanto, dimmi la verità, il parlare, colla speranza di poter convincere, è anche questo un vecchio pregiudizio rimasto agli avvocati?

Il Roero è buono, è giovine. A tanto calore, a tanta effusione è rimasto scosso, commosso:

— Hai ragione. Fuggire come il vento!

— Pensando sempre, per non perdere la paura, che se donna Stefania ti raggiunge evuole, essa, con tutte le mie chiacchiere, non avrà perduto niente e sarò io, invece, che avrò perduto un amico!

L'avvocato continua a ridere, ma poi ripensa all'idea buttata lì, quasi per ischerzo, e a poco a poco finisce col sospirare a sua volta mormorando:

— Chi sa?... Quando io pure ho avuto quel baleno, quel lampo?... Chi sa?... Chi mai potrà sapere se sono stato proprio io a fuggire, o se, invece, non è stata lei stessa, donna Stefania, ad aprir le mani per lasciarmi andare?


Back to IndexNext