V.Il Nino Moro.Il Roero, appena uscito con pie' leggero dal palazzo Arcolei, guarda l'orologio e fissa subito il suo piano:— È appena il tócco; alle tre si parte e per le otto sono a pranzo a Lodignola.Tutti gli altri pensieri vengono dopo, a poco a poco.— Proprio così!... Chi me lo avrebbe detto! Il giorno in cui mi credevo legato più che mai, riacquisto invece la libertà! Perchè, non c'è dubbio: Stefania ha tutta l'intenzione di lasciarmi libero!Egli accende una sigaretta: è la prima, quel giorno. Si sente sollevato: anzi, ormai, si sente affatto libero.— Tanti saluti, signora baronessa!Dopo la morte del povero Arcolei, egli aveva il dovere... di mettersi a sua disposizione e questo dovere lo aveva compiuto. È la baronessa che, invece di trattenerlo, lo manda in Isvizzera, al fresco, ed egli ormai si sente nel pieno diritto di pigliare il largo per sempre.— Tanti saluti, signora baronessa!Egli ripensa al loro colloquio di quella mattina, ai sospiri, alle lacrime, ai rimorsi e agli scrupoli così delicati della vedova sensibilissima... E ripensa anche alla lettera che deve scrivere al Faraggiola e all'Estensi.— Tutti e tre! Ha proprio l'intenzione, almeno per il momento, di farci pigliare il volo a tutti e tre!Torna a sorridere con un po' di malizia.— Che ce ne sia un quarto?... Impossibile!... Eppure, il solo culto delle memorie mi pare un po' pochino per il suo fervore... In ogni modo, se un altro c'è, arriva tardi allo spettacolo: quando si comincia a spegnere i lumi!E così, dopo aver tanto amato e tanto sofferto per quella donna, dopo averle tanto sacrificato della sua vita, de' suoi sogni di gloria, delle sueidee e anche della sua coscienza, ormai, sul punto di staccarsene per sempre, egli non trova per lei, in fondo al cuore, nè un rimpianto, nè un ricordo: soltanto un frizzo e una risata!— E adesso passiamo un momento dall'Olivieri. Se c'è qualche seccatura, la si sbriga presto, e così, per un pezzo, non torno più a Milano!Accende un'altra sigaretta e la sua faccia s'illumina a un tratto. Sembra diventi più giovine.— E Lulù?... La piccola Lulù?!... Bisogna comperarle un regalino!... Nanerottola!... Ah! Ah! — Francesco ride allegramente. — Vorreste avere la sua freschezza, cara baronessa e i suoi occhi! Pensiamo che cosa si deve prendere per fare un'improvvisata alla piccola Lulù. Dolci, intanto, canditi e cioccolattini, perchè è golosissima. Poi si può cercare dal Confalonieri se ci fosse una spilletta, un gingillo qualunque. Andiamo a vedere!Affretta il passo verso la galleria, dov'è la bottega dell'orefice, e rimane un pezzo di fuori, a guardare nella vetrina.— Ecco! Quello è carino! — Sono tre cerchietti uniti, uno di piccoli smeraldi, uno di rubini, uno di diamanti, che formano un solo anello. — Ècarino e le piacerà certo. L'altro, che le ha regalato l'Olivieri, è diventato troppo stretto.Prende l'anello e va dal Cova per i dolci. Vede una confettiera che è anche una magnifica bambola e sceglie subito quella mettendosi a ridere.— Alla prepotentissima signorina Lulù si porta da Milano... una bambola!Fa nascondere l'astuccio dell'anellino in mezzo ai dolci e continuando a sorridere scrive sulla scatola di cartone:Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa. Sorveglia finchè la scatola è ben involta nella carta e ben legata e raccomanda che gliela mandino subito a casa.— Subito, — ripete ancora nell'uscire. — Riparto oggi stesso.E contento e soddisfatto si avvia verso lo studio dell'Olivieri.—Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa!Gli par di sentire il riso allegro, schietto, argentino della bella giovinetta.Piccolissima Lulù, prepotentissima!In quello stesso giorno, mentre il Roero facevala sua visita a donna Stefania, l'Olivieri vedeva capitarsi nello studio, improvvisamente, il Nino Moro di Lodignola.— Come... Lei qui?— Sissignore. In due parole mi sbrigo. Vengo ad avvertirla che mi sono diviso da mio padre e che perciò non sono più al servizio del signor Roero.— Va bene. — L'Olivieri, dopo aver squadrato il giovinotto con un'occhiata scrutatrice, lo licenzia con un cenno del capo e fa per avviarsi alla scrivania; ma poi si ferma di botto, con un gesto di collera, e si volta: — S'è inteso con suo padre? S'è messo d'accordo con suo padre? Sì?... Allora va benissimo! S'accomodi! Era affatto inutile ch'ella venisse qui da me con tanta importanza e con tanta superbia, a dare le sue dimissioni. Per il signor Francesco e per me, chi deve rispondere di tutto a Lodignola è suo padre. In quanto a lei può andare, stare, è indifferente. Sono affari interni di famiglia che non mi riguardano. A me basta che a Lodignola non manchi il personale.— Oh no! Anzi!.... Ce n'è fin troppo del personale a Lodignola! — Il Nino Moro sghignazzaironicamente e un lampo d'odio gli passa negli occhi. — C'è troppa gente a Lodignola e dà fastidio. Tanto è vero questo, che il signor Francesco mi ha mandatoipso factoa Casalpò a sorvegliare... quando fa la luna!L'Olivieri nella determinazione presa dal giovinotto, nel suo contegno, nella sua arroganza, in quella sua specie di rivolta, non vede altro che l'amore per Elena, e lo scopo di far colpo sulla ragazza, di far breccia nel suo cuore, cosicchè diventa più aspro, quasi brutale.— Se il padrone l'ha mandato a Casalpò, vuol dire che avrà avuto i suoi buoni motivi e in quanto a lei, caro signore, il suo dovere è quello di obbedire senza permettersi tante osservazioni.— Finchè uno ha «un padrone», come dice lei, tutto questo va benissimo, ma io pianto appunto mio padre e il signor Roero, perchè «padroni» non ne voglio avere.— Se avesse cuore, — ribatte l'avvocato, il quale sente d'essersi lasciato trasportare e che per questo, invece di frenarsi, s'irrita sempre di più, — s'ella avesse cuore, penserebbe a suo padre, alla sua famiglia... e anche alla sua condizione.Il Nino Moro vede che l'altro è un po' giù di strada e perciò prosegue più sicuro:— Come l'ho dichiarato in casa mia, lo dico anche a lei: ho bisogno di lavorare, ma non sono nato per servire. Le ho portato la chiave del mio scrittoio: registri, note, conti, troverà tutto in regola. Occorrendole, al caso, qualche schiarimento, mi mandi a chiamare. Verrò subito qui, al suo studio. Il mio indirizzo è via Lentasio, 37. Ormai non torno più a Lodignola. Sto a Milano, a lavorare... perchè a Milano c'è molto da lavorare per tutti e in tutti i modi. Servitor suo.Egli fa per andarsene, ma l'altro lo trattiene per un braccio, guardandolo bene in faccia. Il giovinotto vuol tener duro... ma dopo un momento si confonde e abbassa gli occhi.L'avvocato gli lascia andare il braccio, va a richiuder l'uscio, torna alla scrivania e siede.— Permetta una parola prima di andarsene così.... S'accomodi.Il Nino Moro, diritto in piedi dinanzi alla scrivania, rigira fra le dita nervose la larga tesa del cappello a cencio.— Si accomodi.Il giovine siede, accavallando una gamba sull'altra, per mostrarsi indifferente e sicuro.— Mi dica un po' che cosa vuol fare e in che modo intende di lavorare?— Scusi.... I conti che io devo rendere a lei, gliel'ho detto: sono a Lodignola, nello scrittoio, e le ho data la chiave.— Sta bene, quelli sono i conti che mi deve rendere.... il mio dipendente, o se le accomoda meglio, il dipendente del signor Roero, prima di lasciare il servizio e la casa. Guarderò, e non dubito, saranno in piena regola. Ma ci sono ben altri conti da regolare fra me e lei, i conti che un uomo di cuore e un vero galantuomo deve sempre poter rendere al suo benefattore.— Benefattore? — Esclama il Nino Moro, balzando in piedi.— Sissignore! Benefattore! — Ripete l'Olivieri alzandosi a sua volta. — Oh, no, no, non è il caso di sorridere e tanto meno di sogghignare! Non creda già che io voglia ricordarle i pochi aiuti materiali che posso aver dati a suo padre, i pochi vantaggi che posso aver procurato anche a lei. Ma che! Di tutto ciò, tanto lei, quanto suopadre, si sono già sdebitati col lavoro, coll'attività, colla fedeltà. Ma io, a lei.... Ma io, a te,a te, ragazzo mio, ho fatto del bene, del gran bene, non materiale, del bene morale. Io ho consigliato a tuo padre di mandarti a Milano a studiare; io, parlando, discorrendo con te famigliarmente, ti ho dato le mie idee sui diritti e sulla eguaglianza. Sono io, che ti ha aperto, rischiarato l'orizzonte, che ha spazzato via da Lodignola quegli avanzi del medioevo, quegli avanzi del feudalismo che vi regnavano ancora quando tu eri un ragazzo. È per questo, che io sono anche il tuo benefattore e che mi vanto di esserlo, ed è per questo che oggi io ti domando che cosa intendi di fare e in che modo intendi di lavorare. Voglio saperlo e ho diritto di saperlo! Sì, guardami pure: se ti senti del coraggio in faccia mia, anche questo lo devi a me: la tua fierezza, la tua coscienza d'uomo, te le ho date io!Nino è diventato pallido, smorto, il suo sguardo è smarrito, si perde, il suo respiro si fa sempre più affannoso, vorrebbe rispondere, non può, non sa, ha un tremito, un sussulto.... Finalmente, dopo uno sforzo, balbetta colla voce rotta, rauca:— Lo ha detto anche lei.... Il mondo non può più andar avanti così!— Ma non l'ho detto per me! L'ho detto per gli altri... Pei molti altri che soffrono assai più di me... e di te.— Lei non può sapere come soffro io! Quanto soffro io!Lo sguardo vivo rilucente dell'avvocato sembra spegnersi in una malinconia profonda. Egli ha un lungo sospiro, poi riprende:— Chi sa?... Forse potrei anche saperlo... più assai che tu non creda! Mettiti, per altro, ben in mente, che il mondo non potrà mai cambiarsi... come intenderesti tu. Al mondo ci saranno sempre delle belle ragazze che bisogna assolutamente dimenticare... perchè non si potranno mai sposare.Il Nino Moro irrigidisce, aggrotta torvo le ciglia.L'Olivieri gli si avvicina e gli prende una mano, affettuosamente.— No, non irritarti, non l'ho detto per offenderti!... E continuo a darti del tu, come a un mio figliuolo. — Poi soggiunge con voce più sommessa: — Finchè al mondo ci saranno degli innamorati, ci saranno sempre dei felici e degli infelici. Coraggio,ragazzo mio! Finora hai agito da galantuomo, da uomo dignitoso e forte; continua così. Tu ami e non sei riamato? Ebbene per il momento sarà anche una disgrazia, ma non renderla più grande, forse irreparabile... E sopra tutto, ricordati, che questa disgrazia tua non diventi una disgrazia per nessun altri, nè per tuo padre, povero vecchio, che per te s'è levato il pane di bocca e che ti adora come il suo Dio in terra... e neanche per un'altra persona..... Specialmente per lei, se proprio le vuoi bene: per la signorina Elena.Solo a sentire quel nome semplice e chiaro, «signorina Elena», il povero Nino scoppia in un pianto dirotto.— Su! Su! Calmati! Coraggio! Sii uomo! — L'Olivieri a sua volta, allo spettacolo di quel dolore, alla vista di quelle lacrime, si sente sossopra. — Vivaddio, sii uomo!.... Quanto più si soffre, tanto più bisogna esser forti!Il Nino Moro ha un impeto di rivolta contro sè stesso. Si asciuga le lacrime coi pugni chiusi, con dispetto, con rabbia:— Sissignore... ha ragione lei; e anch'io, posso giurarlo, ho sempre pensato così: dev'essere unadisgrazia soltanto per me. Per questo non sono più tornato alla Casa Vecchia, per questo rimanevo nascosto, non mi lasciavo più nemmeno vedere. Ma il signor Francesco, lui, non doveva mai fare ciò che ha fatto.— Il signor Francesco? — L'Olivieri non capisce. — Che cosa ha fatto il signor Francesco?— No! Non aveva nessun diritto! Sono il figlio del suo fattore, questo lo so e non l'ho mai dimenticato. Ma, come dice anche lei, signor avvocato, sono un uomo anch'io e, lo ripeto, il signor Francesco non aveva nessun diritto di trattarmi... come mi ha trattato!— Ma, insomma, che cosa ha fatto?— Mi ha mandato via dalla mattina alla sera, mi ha mandato a Casalpò con una scusa qualunque, perchè a Lodignola... gli davo ombra.— In questo ha agito prudentemente! Ha fatto quello che, al suo posto, avrei fatto anch'io. Ti ha allontanato per distrarti, pel tuo bene.— Nossignore! Soltanto... perchè gli davo ombra.— Appunto, e lo approvo. Una ragazza, specialmente in un piccolo paese, è tenuta d'occhio, è subito compromessa. Basta un'imprudenza daparte tua anche involontaria, per far succedere dei pettegolezzi, dei guai. Il signor Roero ha l'obbligo di tutelare e di guidare la signorina Elena perchè è come suo padre.— Ma che padre! Creda a me! C'è una bella diversità! Ah! Ah! Suo padre!Il giovinotto dà in una risata ironica e l'Olivieri lo guarda attentamente.— Suo padre? Comincia alla mattina a caracollare sotto le sue finestre a cavallo! Poi, tutto il giorno alla Casa Vecchia, a colazione, a pranzo, a insegnarle a giocare altennis, a montare a cavallo; poi passeggiate, scarrozzate, anche di sera, col fresco e colla luna...L'Olivieri lo interrompe indignatissimo:— Basta così! Non ti permetto più una sola parola! La signorina Elena aveva quattro o cinque anni quando le è morto il padre, e il signor Francesco l'ha sempre tenuta come una sua figlia!— Ma in tanto tempo che la signorina è stata a Lodignola, chi lo ha mai visto il signor Francesco? Ha aspettato che avesse... diciannove anni... a diventare suo padre!L'Olivieri si arrabbia anche di più, non già contro il Nino, ma adesso contro Francesco.— Quello là crede di essere a Milano, — pensa tra sè, — di poter fare come a Milano, di portare a Lodignola gli usi di Milano! Balordo e leggero! Crede ancora di giuocare con... Lulù... e non si accorge nemmeno che adesso Lulù è diventata una signorina di diciannove anni!Tutte le ragioni che ha per non dubitare del Roero, l'Olivieri le espone con tanta persuasione, con tanta sicurezza, che il giovinotto comincia ad esserne scosso, poi finisce a persuadersene.— Ma non sai che il signor Francesco ha due anni più di me?... E che ha altro in mente, caro mio, che le ragazze? Perchè è venuto a Lodignola?... Te lo dico io, perchè lo so... Cioè, no... A cagione di certi riguardi che doveva mantenere! Perchè a Milano per un po' di tempo... non era il caso! Adesso vedrai! In due o tre giorni sparirà di nuovo da Lodignola... e non si vedrà più! Ma diventi matto?... Sei diventato matto!L'Olivieri questa volta scoppia in una grande risata che scende come balsamo nel cuore del Nino Moro.— Il signor Francesco far la corte alla signorina Elena?... Lui, più vecchio di me! Con due anni più di me!L'Olivieri continua a ridere, ma la sua stizza contro il Roero si fa più viva.— Mettersi a fare l'elegante, illiona Lodignola, come a Milano!... Che senza testa! Non vuol mai decidersi a diventar vecchio... e ha due anni più di me.L'avvocato si rivolge ancora al Nino Moro, e gli aggiunge qualche parola, sempre per persuaderlo, per calmarlo, per rabbonirlo.— Adesso va via, e domani a quest'ora, anzi un po' più tardi, dopo le quattro, torna qui da me. Devi restare a Milano, in questo sono d'accordo, e non dubitare: sei giovine... passerà. Oppure... resterà, non come un dolore, ma come una poesia, la bella poesia della prima giovinezza che si diffonde poi per tutta la vita. E amerai ancora, e più fortemente. Sì, sì. Credilo a me. È il tuo primo amore, questo! È come il sole che tramonta tra le nuvole, ma che risorge alla mattina a cielo sereno. Quello che porta con se tutte le illusioni, non è il primo, è l'ultimo amore, l'ultimo raggio che serve solo a mostrarci... il gran buio che ci sta dinanzi e dintorno.L'Olivieri si interrompe, tace un momento, poisi sforza e riprende a parlare con foga, riscaldandosi mentre accompagna il Nino Moro fin presso l'uscio:— Torna domani. Discorreremo. Sì, sì, devi restare a Milano, devi lavorare per te... e per gli altri. E ti guiderò un po' anch'io! Anzi, lavoreremo insieme... non subito... quando sarai più calmo, più tranquillo, quando comincerai a dimenticare. E ricordati... per lavorare per gli altri... come intendiamo noi, non bisogna avere l'odio nel cuore, bisogna avere l'amore. È coll'amore, non coll'odio che si può riuscire a fare qualche cosa di buono, di bello ed anche di grande a questo mondo!
Il Roero, appena uscito con pie' leggero dal palazzo Arcolei, guarda l'orologio e fissa subito il suo piano:
— È appena il tócco; alle tre si parte e per le otto sono a pranzo a Lodignola.
Tutti gli altri pensieri vengono dopo, a poco a poco.
— Proprio così!... Chi me lo avrebbe detto! Il giorno in cui mi credevo legato più che mai, riacquisto invece la libertà! Perchè, non c'è dubbio: Stefania ha tutta l'intenzione di lasciarmi libero!
Egli accende una sigaretta: è la prima, quel giorno. Si sente sollevato: anzi, ormai, si sente affatto libero.
— Tanti saluti, signora baronessa!
Dopo la morte del povero Arcolei, egli aveva il dovere... di mettersi a sua disposizione e questo dovere lo aveva compiuto. È la baronessa che, invece di trattenerlo, lo manda in Isvizzera, al fresco, ed egli ormai si sente nel pieno diritto di pigliare il largo per sempre.
— Tanti saluti, signora baronessa!
Egli ripensa al loro colloquio di quella mattina, ai sospiri, alle lacrime, ai rimorsi e agli scrupoli così delicati della vedova sensibilissima... E ripensa anche alla lettera che deve scrivere al Faraggiola e all'Estensi.
— Tutti e tre! Ha proprio l'intenzione, almeno per il momento, di farci pigliare il volo a tutti e tre!
Torna a sorridere con un po' di malizia.
— Che ce ne sia un quarto?... Impossibile!... Eppure, il solo culto delle memorie mi pare un po' pochino per il suo fervore... In ogni modo, se un altro c'è, arriva tardi allo spettacolo: quando si comincia a spegnere i lumi!
E così, dopo aver tanto amato e tanto sofferto per quella donna, dopo averle tanto sacrificato della sua vita, de' suoi sogni di gloria, delle sueidee e anche della sua coscienza, ormai, sul punto di staccarsene per sempre, egli non trova per lei, in fondo al cuore, nè un rimpianto, nè un ricordo: soltanto un frizzo e una risata!
— E adesso passiamo un momento dall'Olivieri. Se c'è qualche seccatura, la si sbriga presto, e così, per un pezzo, non torno più a Milano!
Accende un'altra sigaretta e la sua faccia s'illumina a un tratto. Sembra diventi più giovine.
— E Lulù?... La piccola Lulù?!... Bisogna comperarle un regalino!... Nanerottola!... Ah! Ah! — Francesco ride allegramente. — Vorreste avere la sua freschezza, cara baronessa e i suoi occhi! Pensiamo che cosa si deve prendere per fare un'improvvisata alla piccola Lulù. Dolci, intanto, canditi e cioccolattini, perchè è golosissima. Poi si può cercare dal Confalonieri se ci fosse una spilletta, un gingillo qualunque. Andiamo a vedere!
Affretta il passo verso la galleria, dov'è la bottega dell'orefice, e rimane un pezzo di fuori, a guardare nella vetrina.
— Ecco! Quello è carino! — Sono tre cerchietti uniti, uno di piccoli smeraldi, uno di rubini, uno di diamanti, che formano un solo anello. — Ècarino e le piacerà certo. L'altro, che le ha regalato l'Olivieri, è diventato troppo stretto.
Prende l'anello e va dal Cova per i dolci. Vede una confettiera che è anche una magnifica bambola e sceglie subito quella mettendosi a ridere.
— Alla prepotentissima signorina Lulù si porta da Milano... una bambola!
Fa nascondere l'astuccio dell'anellino in mezzo ai dolci e continuando a sorridere scrive sulla scatola di cartone:Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa. Sorveglia finchè la scatola è ben involta nella carta e ben legata e raccomanda che gliela mandino subito a casa.
— Subito, — ripete ancora nell'uscire. — Riparto oggi stesso.
E contento e soddisfatto si avvia verso lo studio dell'Olivieri.
—Una bella signora di Milano venuta a Lodignola a far visita alla Contessa!
Gli par di sentire il riso allegro, schietto, argentino della bella giovinetta.
Piccolissima Lulù, prepotentissima!
In quello stesso giorno, mentre il Roero facevala sua visita a donna Stefania, l'Olivieri vedeva capitarsi nello studio, improvvisamente, il Nino Moro di Lodignola.
— Come... Lei qui?
— Sissignore. In due parole mi sbrigo. Vengo ad avvertirla che mi sono diviso da mio padre e che perciò non sono più al servizio del signor Roero.
— Va bene. — L'Olivieri, dopo aver squadrato il giovinotto con un'occhiata scrutatrice, lo licenzia con un cenno del capo e fa per avviarsi alla scrivania; ma poi si ferma di botto, con un gesto di collera, e si volta: — S'è inteso con suo padre? S'è messo d'accordo con suo padre? Sì?... Allora va benissimo! S'accomodi! Era affatto inutile ch'ella venisse qui da me con tanta importanza e con tanta superbia, a dare le sue dimissioni. Per il signor Francesco e per me, chi deve rispondere di tutto a Lodignola è suo padre. In quanto a lei può andare, stare, è indifferente. Sono affari interni di famiglia che non mi riguardano. A me basta che a Lodignola non manchi il personale.
— Oh no! Anzi!.... Ce n'è fin troppo del personale a Lodignola! — Il Nino Moro sghignazzaironicamente e un lampo d'odio gli passa negli occhi. — C'è troppa gente a Lodignola e dà fastidio. Tanto è vero questo, che il signor Francesco mi ha mandatoipso factoa Casalpò a sorvegliare... quando fa la luna!
L'Olivieri nella determinazione presa dal giovinotto, nel suo contegno, nella sua arroganza, in quella sua specie di rivolta, non vede altro che l'amore per Elena, e lo scopo di far colpo sulla ragazza, di far breccia nel suo cuore, cosicchè diventa più aspro, quasi brutale.
— Se il padrone l'ha mandato a Casalpò, vuol dire che avrà avuto i suoi buoni motivi e in quanto a lei, caro signore, il suo dovere è quello di obbedire senza permettersi tante osservazioni.
— Finchè uno ha «un padrone», come dice lei, tutto questo va benissimo, ma io pianto appunto mio padre e il signor Roero, perchè «padroni» non ne voglio avere.
— Se avesse cuore, — ribatte l'avvocato, il quale sente d'essersi lasciato trasportare e che per questo, invece di frenarsi, s'irrita sempre di più, — s'ella avesse cuore, penserebbe a suo padre, alla sua famiglia... e anche alla sua condizione.
Il Nino Moro vede che l'altro è un po' giù di strada e perciò prosegue più sicuro:
— Come l'ho dichiarato in casa mia, lo dico anche a lei: ho bisogno di lavorare, ma non sono nato per servire. Le ho portato la chiave del mio scrittoio: registri, note, conti, troverà tutto in regola. Occorrendole, al caso, qualche schiarimento, mi mandi a chiamare. Verrò subito qui, al suo studio. Il mio indirizzo è via Lentasio, 37. Ormai non torno più a Lodignola. Sto a Milano, a lavorare... perchè a Milano c'è molto da lavorare per tutti e in tutti i modi. Servitor suo.
Egli fa per andarsene, ma l'altro lo trattiene per un braccio, guardandolo bene in faccia. Il giovinotto vuol tener duro... ma dopo un momento si confonde e abbassa gli occhi.
L'avvocato gli lascia andare il braccio, va a richiuder l'uscio, torna alla scrivania e siede.
— Permetta una parola prima di andarsene così.... S'accomodi.
Il Nino Moro, diritto in piedi dinanzi alla scrivania, rigira fra le dita nervose la larga tesa del cappello a cencio.
— Si accomodi.
Il giovine siede, accavallando una gamba sull'altra, per mostrarsi indifferente e sicuro.
— Mi dica un po' che cosa vuol fare e in che modo intende di lavorare?
— Scusi.... I conti che io devo rendere a lei, gliel'ho detto: sono a Lodignola, nello scrittoio, e le ho data la chiave.
— Sta bene, quelli sono i conti che mi deve rendere.... il mio dipendente, o se le accomoda meglio, il dipendente del signor Roero, prima di lasciare il servizio e la casa. Guarderò, e non dubito, saranno in piena regola. Ma ci sono ben altri conti da regolare fra me e lei, i conti che un uomo di cuore e un vero galantuomo deve sempre poter rendere al suo benefattore.
— Benefattore? — Esclama il Nino Moro, balzando in piedi.
— Sissignore! Benefattore! — Ripete l'Olivieri alzandosi a sua volta. — Oh, no, no, non è il caso di sorridere e tanto meno di sogghignare! Non creda già che io voglia ricordarle i pochi aiuti materiali che posso aver dati a suo padre, i pochi vantaggi che posso aver procurato anche a lei. Ma che! Di tutto ciò, tanto lei, quanto suopadre, si sono già sdebitati col lavoro, coll'attività, colla fedeltà. Ma io, a lei.... Ma io, a te,a te, ragazzo mio, ho fatto del bene, del gran bene, non materiale, del bene morale. Io ho consigliato a tuo padre di mandarti a Milano a studiare; io, parlando, discorrendo con te famigliarmente, ti ho dato le mie idee sui diritti e sulla eguaglianza. Sono io, che ti ha aperto, rischiarato l'orizzonte, che ha spazzato via da Lodignola quegli avanzi del medioevo, quegli avanzi del feudalismo che vi regnavano ancora quando tu eri un ragazzo. È per questo, che io sono anche il tuo benefattore e che mi vanto di esserlo, ed è per questo che oggi io ti domando che cosa intendi di fare e in che modo intendi di lavorare. Voglio saperlo e ho diritto di saperlo! Sì, guardami pure: se ti senti del coraggio in faccia mia, anche questo lo devi a me: la tua fierezza, la tua coscienza d'uomo, te le ho date io!
Nino è diventato pallido, smorto, il suo sguardo è smarrito, si perde, il suo respiro si fa sempre più affannoso, vorrebbe rispondere, non può, non sa, ha un tremito, un sussulto.... Finalmente, dopo uno sforzo, balbetta colla voce rotta, rauca:
— Lo ha detto anche lei.... Il mondo non può più andar avanti così!
— Ma non l'ho detto per me! L'ho detto per gli altri... Pei molti altri che soffrono assai più di me... e di te.
— Lei non può sapere come soffro io! Quanto soffro io!
Lo sguardo vivo rilucente dell'avvocato sembra spegnersi in una malinconia profonda. Egli ha un lungo sospiro, poi riprende:
— Chi sa?... Forse potrei anche saperlo... più assai che tu non creda! Mettiti, per altro, ben in mente, che il mondo non potrà mai cambiarsi... come intenderesti tu. Al mondo ci saranno sempre delle belle ragazze che bisogna assolutamente dimenticare... perchè non si potranno mai sposare.
Il Nino Moro irrigidisce, aggrotta torvo le ciglia.
L'Olivieri gli si avvicina e gli prende una mano, affettuosamente.
— No, non irritarti, non l'ho detto per offenderti!... E continuo a darti del tu, come a un mio figliuolo. — Poi soggiunge con voce più sommessa: — Finchè al mondo ci saranno degli innamorati, ci saranno sempre dei felici e degli infelici. Coraggio,ragazzo mio! Finora hai agito da galantuomo, da uomo dignitoso e forte; continua così. Tu ami e non sei riamato? Ebbene per il momento sarà anche una disgrazia, ma non renderla più grande, forse irreparabile... E sopra tutto, ricordati, che questa disgrazia tua non diventi una disgrazia per nessun altri, nè per tuo padre, povero vecchio, che per te s'è levato il pane di bocca e che ti adora come il suo Dio in terra... e neanche per un'altra persona..... Specialmente per lei, se proprio le vuoi bene: per la signorina Elena.
Solo a sentire quel nome semplice e chiaro, «signorina Elena», il povero Nino scoppia in un pianto dirotto.
— Su! Su! Calmati! Coraggio! Sii uomo! — L'Olivieri a sua volta, allo spettacolo di quel dolore, alla vista di quelle lacrime, si sente sossopra. — Vivaddio, sii uomo!.... Quanto più si soffre, tanto più bisogna esser forti!
Il Nino Moro ha un impeto di rivolta contro sè stesso. Si asciuga le lacrime coi pugni chiusi, con dispetto, con rabbia:
— Sissignore... ha ragione lei; e anch'io, posso giurarlo, ho sempre pensato così: dev'essere unadisgrazia soltanto per me. Per questo non sono più tornato alla Casa Vecchia, per questo rimanevo nascosto, non mi lasciavo più nemmeno vedere. Ma il signor Francesco, lui, non doveva mai fare ciò che ha fatto.
— Il signor Francesco? — L'Olivieri non capisce. — Che cosa ha fatto il signor Francesco?
— No! Non aveva nessun diritto! Sono il figlio del suo fattore, questo lo so e non l'ho mai dimenticato. Ma, come dice anche lei, signor avvocato, sono un uomo anch'io e, lo ripeto, il signor Francesco non aveva nessun diritto di trattarmi... come mi ha trattato!
— Ma, insomma, che cosa ha fatto?
— Mi ha mandato via dalla mattina alla sera, mi ha mandato a Casalpò con una scusa qualunque, perchè a Lodignola... gli davo ombra.
— In questo ha agito prudentemente! Ha fatto quello che, al suo posto, avrei fatto anch'io. Ti ha allontanato per distrarti, pel tuo bene.
— Nossignore! Soltanto... perchè gli davo ombra.
— Appunto, e lo approvo. Una ragazza, specialmente in un piccolo paese, è tenuta d'occhio, è subito compromessa. Basta un'imprudenza daparte tua anche involontaria, per far succedere dei pettegolezzi, dei guai. Il signor Roero ha l'obbligo di tutelare e di guidare la signorina Elena perchè è come suo padre.
— Ma che padre! Creda a me! C'è una bella diversità! Ah! Ah! Suo padre!
Il giovinotto dà in una risata ironica e l'Olivieri lo guarda attentamente.
— Suo padre? Comincia alla mattina a caracollare sotto le sue finestre a cavallo! Poi, tutto il giorno alla Casa Vecchia, a colazione, a pranzo, a insegnarle a giocare altennis, a montare a cavallo; poi passeggiate, scarrozzate, anche di sera, col fresco e colla luna...
L'Olivieri lo interrompe indignatissimo:
— Basta così! Non ti permetto più una sola parola! La signorina Elena aveva quattro o cinque anni quando le è morto il padre, e il signor Francesco l'ha sempre tenuta come una sua figlia!
— Ma in tanto tempo che la signorina è stata a Lodignola, chi lo ha mai visto il signor Francesco? Ha aspettato che avesse... diciannove anni... a diventare suo padre!
L'Olivieri si arrabbia anche di più, non già contro il Nino, ma adesso contro Francesco.
— Quello là crede di essere a Milano, — pensa tra sè, — di poter fare come a Milano, di portare a Lodignola gli usi di Milano! Balordo e leggero! Crede ancora di giuocare con... Lulù... e non si accorge nemmeno che adesso Lulù è diventata una signorina di diciannove anni!
Tutte le ragioni che ha per non dubitare del Roero, l'Olivieri le espone con tanta persuasione, con tanta sicurezza, che il giovinotto comincia ad esserne scosso, poi finisce a persuadersene.
— Ma non sai che il signor Francesco ha due anni più di me?... E che ha altro in mente, caro mio, che le ragazze? Perchè è venuto a Lodignola?... Te lo dico io, perchè lo so... Cioè, no... A cagione di certi riguardi che doveva mantenere! Perchè a Milano per un po' di tempo... non era il caso! Adesso vedrai! In due o tre giorni sparirà di nuovo da Lodignola... e non si vedrà più! Ma diventi matto?... Sei diventato matto!
L'Olivieri questa volta scoppia in una grande risata che scende come balsamo nel cuore del Nino Moro.
— Il signor Francesco far la corte alla signorina Elena?... Lui, più vecchio di me! Con due anni più di me!
L'Olivieri continua a ridere, ma la sua stizza contro il Roero si fa più viva.
— Mettersi a fare l'elegante, illiona Lodignola, come a Milano!... Che senza testa! Non vuol mai decidersi a diventar vecchio... e ha due anni più di me.
L'avvocato si rivolge ancora al Nino Moro, e gli aggiunge qualche parola, sempre per persuaderlo, per calmarlo, per rabbonirlo.
— Adesso va via, e domani a quest'ora, anzi un po' più tardi, dopo le quattro, torna qui da me. Devi restare a Milano, in questo sono d'accordo, e non dubitare: sei giovine... passerà. Oppure... resterà, non come un dolore, ma come una poesia, la bella poesia della prima giovinezza che si diffonde poi per tutta la vita. E amerai ancora, e più fortemente. Sì, sì. Credilo a me. È il tuo primo amore, questo! È come il sole che tramonta tra le nuvole, ma che risorge alla mattina a cielo sereno. Quello che porta con se tutte le illusioni, non è il primo, è l'ultimo amore, l'ultimo raggio che serve solo a mostrarci... il gran buio che ci sta dinanzi e dintorno.
L'Olivieri si interrompe, tace un momento, poisi sforza e riprende a parlare con foga, riscaldandosi mentre accompagna il Nino Moro fin presso l'uscio:
— Torna domani. Discorreremo. Sì, sì, devi restare a Milano, devi lavorare per te... e per gli altri. E ti guiderò un po' anch'io! Anzi, lavoreremo insieme... non subito... quando sarai più calmo, più tranquillo, quando comincerai a dimenticare. E ricordati... per lavorare per gli altri... come intendiamo noi, non bisogna avere l'odio nel cuore, bisogna avere l'amore. È coll'amore, non coll'odio che si può riuscire a fare qualche cosa di buono, di bello ed anche di grande a questo mondo!