PROSPERO.Piano, signore, ancorauna parola!A parte.
Entrambi sono presi da uno stesso potere, ma bisogna questi rapidi eventi ritardare perchè una troppo facile vittoria non renda il premio troppo lieve.
A Ferdinando.
Ancorauna parola: ascoltami, t'impongodi seguirmi. Tu, certo, usurpi un nomeche non è il tuo: come una spia venistiin quest'isola e tenti d'usurparlaa me che sono il suo sovrano.
No! come è vero ch'io sono un uomo!
Nulla di male può abitare un simil tempio. Se dimora sì bella avrà il cattivo spirito, i buoni spirti cercheranno di abitarla con lui.
Seguimi!
A Miranda.
Smetti di chieder grazia! È un traditore.
A Ferdinando.
Vieni! Il collo ai piedi t'incatenerò, l'acqua del mar sarà la tua bevanda, conchiglie d'acqua dolce avrai per cibo e disseccate radiche ed i gusci delle ghiande. Su, vieni!
No! Che prima di subir tale trattamento voglio aspettare un nemico più possente.
Sfodera la spada e resta immobile per incanto.
O caro padre nol tentar con prova troppo imprudente: è nobile e non è timido!
Cosa? Il mio piede diventa mio maestro?
A Ferdinando.
Rinfodera la spada, traditore che tenti di colpire ma che non osi, tanto la certezza di tua colpa ti aggrava. Smetti dunque di stare in guardia! Con la mia bacchetta io posso disarmarti e far cadere la tua spada.
Vi supplico, o mio padre!
Via di qua, non appenderti alle mie vesti.
Pietà, signore, io sarò il suo ostaggio!
Basta! Ancora una parola e mi cruccerò teco, per non dire che ti odierò. Per simile impostore guarda quale avvocato! Zitta! Credi forse che non ci sieno altre figure come questa, perchè non ne vedesti all'infuori di Calibàno e della sua? Folle bimba, al paragone d'altri uomini, Calibàno egli è; son tutti angeli al suo confronto.
Umili molto son dunque i sentimenti miei: non cerco di vederne migliori.
Or dunque, andiamo. Obbedisci! I tuoi nervi son di nuovo in infanzia e non hanno più vigore.
Ed infatti è così! Tutti i pensieri come in un sogno son paralizzati. La morte di mio padre, la stanchezza ch'io sento, e quella perdita di tutti gli amici miei, per fino le minacce di quest'uomo a cui sono sottomesso, saranno lievi cose a me se dalla mia prigione potrò solo una volta al giorno, contemplar questa fanciulla. La libertà tenga ogni più riposto angolo della terra: in tal prigione avrò spazio bastante.
da sè.
Bene!
A Ferdinando.
Andiamo!
Da sè.
Buon Ariele, ben oprasti!
A Ferdinando.
Andiamo!
Ad Ariele.
Ascolta quel che devi fare.MIRANDA.
Abbiate coraggio: assai migliore è il padre mio di quel che il suo parlar non lo dimostri. Quello che ha fatto è fuor del suo costume.
ad Ariele.
Tu libero sarai siccome il vento delle montagne, ma il comando mio in ogni punto devi esattamente adempiere!
Alla lettera!
A Miranda.
Su, via seguimi e non parlarmi in suo favore.
Un'altra parte dell'isola.
Entrano ALONZO, SEBASTIANO, ANTONIO, GONZALO,FRANCESCO, ADRIANO, ARIELE.
Ve ne prego, o signor, siate contento: per voi come per noi c'è ben ragione d'essere lieti: poi che di gran lunga la salvezza ogni perdita sorpassa. È comune il dolor nostro: ogni giorno la moglie di un marino, l'armatore di un mercantile ed il mercante stesso hanno un egual dolore. In quanto al nostro miracolo—che tale è l'esser salvi,— fra milïoni d'uomini ben pochi posson parlare come noi. Ponete dunque sulla bilancia, o mio buon sire, la tristezza e il piacere.
In grazia: basta!
Riceve le consolazioni come una minestra fredda.
Il consolatore non lo lascerà per così poco.
Guardatelo: sta caricando l'orologio della sua intelligenza.Fra poco, suonerà.
Sire….
E una: parla.
Quando ogni afflizion che si presenta in tal maniera, al suo ospite apporta….
Un dollaro.
Un dolore: è giusto. Avete parlato meglio di quel che non credevate.
E voi lo avete interpretato meglio di quello che non mi fossi proposto.
Ed è perciò, signore mio….
Uff! Come è prodigo della sua lingua!
Ti prego, risparmiami.
Ho finito. Ma pertanto….
Continuerà a parlare.
Scommettiamo: chi gracchierà prima, lui o Adriano?
Sarà il vecchio gallo.
Sarà il galletto.SEBASTIANO.
Accettato. E la posta?
Una risata.
Tengo.
Se bene quest'isola sembri deserta….
Ah! ah! ah! ah! — Eccovi pagato.
…. inabitabile e quasi inaccessibile….
Pure….
…. pure….
Non poteva tralasciarlo.
…. pure sembra che debba essere di clima leggero, sottile e di delicata temperanza.
Temperanza era infatti una delicata donzella.
Già: e sottile anche, come l'ha saggiamente annunciato.
L'aria alita sopra di noi molto dolcemente.
Come se avesse polmoni e—per di più—marci.
O come se fosse profumata da una palude.
Qui c'è ogni cosa giovevole alla vita.
Giusto: salvo però la maniera di vivere.
Di questa ce n'è poco o punto.
Come l'erba apparisce folta e rigogliosa! E come è verde!
Il suolo però è gialliccio.
Con una punta di verde.
Non si è sbagliato di molto.
No: non fa che sbagliare intieramente la verità.
Ma la rarità di tutto ciò, che è quasi oltre ogni credere….
Come tante altre notorie rarità….
…. è che le nostre vesti, bagnate dal mare come furono, hanno non ostante conservato la loro freschezza e il loro splendore e sono più tosto rinnovate che macchiate dall'acqua salata.
Ma se una delle sue tasche potesse parlare, non direbbe forse che mentisce?
Già: o per lo meno s'intascherebbe molto falsamente la sua affermazione.
Mi sembra che le nostre vesti siano così fresche come il giorno che le indossammo per la prima volta, in Africa, al matrimonio della figlia del Re, la gentile Claribella, col Re di Tunisi.
Fu un bel matrimonio, che ci ha profittato molto nel ritorno!
Tunisi non era mai stata onorata, prima di adesso, con un modello di perfezione simile alla sua Regina.
No: dal tempo della vedova Didone.
Vedova? La peste a lei! Come c'entra questa vedova? La vedova Didone!
E così? Se egli avesse anche detto il "Vedovo Enea", SignoreIddio, come ve la prendete, per questo!
Vedova Didone, avete detto? Ora mi ci fate pensare: ella era di Cartagine, non di Tunisi.
Questa Tunisi, o signore, era un tempo Cartagine.
Cartagine!
Ve lo assicuro: Cartagine.
La sua parola val più di un'arpa miracolosa.
Egli ha innalzato le muraglie e le case tutte insieme.
Che cosa impossibile sta ora per rendere facile?
Suppongo che si porterà via quest'isola in tasca e che la darà a suo figlio come una mela.
E che ne butterà i semi in mare per far nascere altre isole!
Che c'è?
Arriva in buon punto.
Sire, dicevamo che le nostre vesti sono fresche come quando eravamo a Tunisi, per il matrimonio di vostra figlia, ora regina.
E la più rara che sia mai veduta là.
Eccettuata, vi prego, la vedova Didone.
O la vedova Didone! Già: vedova Didone!
Non è forse, sire, il mio giustacuore fresco come il primo giorno che lo indossai? Intendo, sotto un certo punto di vista….
Ecco un "punto di vista" pescato opportunamente.
…. quando lo indossai al matrimonio di vostra figlia?
M'impinzate le orecchie con parole oltre la fame dei miei sensi. Il cielo volesse ch'io mia figlia non avessi maritato costà: chè nel ritorno ho perduto mio figlio e se non erro, ora che dall'Italia ella è sì lunge, io non potrò più rivederla. O erede di Milano e di Napoli, di quale strano pesce sarai stato pastura?
Sire, forse egli è vivo. Io l'ho veduto domare l'onde e cavalcarne il dorso. Egli sottometteva l'acque e d'ambo i lati respingea quei loro attacchi nemici e le più aspre ondate contro di lui sospinte a sè stringea. L'ardita fronte oltre i flutti irosi sollevando con buone braccia in vigorosi colpi remigava così verso la costa che, dal flutto minata, reclinava sopra lui, quasi ad aiutarlo. Salvo giunse a terra.
No, no, perito è certo.
Sire, potete ringraziar voi stesso per questa grande perdita. L'Europa favorir non voleste con la figlia vostra, che preferiste abbandonare a un africano e quivi ella è bandita dai vostri occhi che giustamente ormai lacrime versan di rimpianto.
Basta, ti prego.
Supplicato foste e tutti c'inginocchiammo innanzi a voi con ogni genere di preghiere e quella stessa bell'anima divisa fra disgusto e obedienza, esitò a lungo incerta da qual lato propendere. Perduto per sempre abbiamo vostro figlio, io temo, e Napoli e Milano avran per questa avventura più vedove che noi, uomini non rechiamo a consolarle. La colpa è vostra.
Ed è la mia più cara perdita!
O Sebastiano, o mio signore, il vero che narrate manca forse di gentilezza e di opportunità. Irritate la piaga quando invece voi dovreste arrecar l'impiastro.
È giusto.
E chirurgico molto.
O mio buon sire è tempo nero per noi tutti, quando siete rannuvolato.
Tempo nero.
Nerissimo.
E dovessi io coltivare quest'isola, o signore….
Pianterebbe l'ortica.
O pur la malva.
S'io mi fossi il Re, cosa farei?
Vi provereste a non ubriacarvi per mancanza di vino.
Nel mio Stato ordinerei le cose alla rovescia: non un nome di magistrato ammetterei; commerci d'ogni genere esclusi; ignote tutte le lettere; ricchezza, povertà, usi di servitù nessuno; niente contratti, eredità, siepi, poderi chiusi, terreni coltivati e vigne; proibito l'uso di metalli, d'olio, di frumento, di vino; alcun lavoro: gli uomini tutti in ozio ed anche tutte le donne, ma innocenti e pure; alcuna supremazia regale….
Ma vorrebbe essere il Re!
La fine della sua repubblica si dimentica del principio!
Senza sudori e senza sforzi tutte le cose produrrebbe la Natura; vorrei fossero ignoti il tradimento, la bassezza e l'uso di spada, di coltello, di fucile, di picca e d'ogni altra arma; la benigna Natura produrrebbe in abbondanza quanto basti a nutrire il popol mio!
E nessun matrimonio fra i suoi sudditi.
Nessuno: tutti in ozio, puttane e farabutti.
E vorrei governar, sire, con tanta perfezione, che l'età dell'oro sarebbe sorpassata.
Salva siaSua Maestà!
Evviva il Re Gonzalo!
E—mi ascoltate, o sire….
Basta, ti prego; le tue parole non mi dicono niente.
Credo facilmente a Vostra Altezza e se le ho dette è stato per divertire questi gentiluomini i quali hanno una milza così sensibile, che si mettono a ridere per la minima sciocchezza.
Questa volta abbiamo riso di voi.
Il quale io, in questo genere di allegra pazzia sono un niente in confronto a voi. Così potete continuare e ridere ancora di nulla.
Che colpo ci avrebbe dato!
Se non fosse caduto come uno straccio.
Voi siete gentiluomini di fegato, capaci di tirar giù la luna dalla sua sfera, se stesse cinque giorni senza cambiare.
Entra ARIELE invisibile.Si ode una musica solenne.
Lo faremmo infatti e ci andremmo a caccia servendocene come lanterna.
Su via, mio buon signore, non vi arrabbiate.
O no, ve lo garantisco io, non comprometterei la mia serietà per così poco. Volete ridere di me mentre dormo? Mi sento molto stanco.
Andate a dormire e cercate di sentirci.
Tutti si addormentano, eccettuatiALONZO, SEBASTIANO e ANTONIO.
Come sì presto addormentati? Ahi fosse possibile che gli occhi miei con loro si chiudessero sopra i miei pensieri! Sento che a ciò sono proclivi.
Sire, non ricusate questa offerta, il sonno ben di rado il dolor visita e quando lo faccia, è di conforto.
Ambo, o signore, vi guarderemo mentre riposate e veglieremo alla salvezza vostra.
Io vi ringrazio. Oh sonno portentoso!
ALONZO si addormenta.Exit ARIELE.
Quale strano sopor tutti li tiene!
Forse è il clima.
Perchè, se gli occhi vostri non si aggravan così? Non sento affatto bisogno di dormire.
Ed io nè meno. Son vigili i miei spiriti. Assopiti essi sono nel sonno, tutti insieme quasi per un accordo e son piombati a terra come fulminati! Quale buona fortuna, o Sebastiano. Quale buona fortuna! Ma non più, mi sembra però di legger sul tuo volto, quello che vorresti: l'occasion ti parla e la mia ardente fantasia già scorge una corona alla tua fronte….
Cosa?Sei tu sveglio?
Non odi il mio parlare?
L'odo: ma questo tuo parlare è certo d'uomo assopito e tu nel sogno parli. Cosa dicevi? Assai strano riposo, dormir con gli occhi aperti! Tu ti muovi, e stai in piedi e discorri e pure dormi profondamente.
Nobil Sebastiano, tu, la fortuna tua lasci dormire o morire più tosto! E chiudi gli occhi pur essendo ben sveglio.
È certo, russi distintamente e v'è nel tuo russare pur qualche senso.
Più che mio costume io son serio e voi pur lo diverrete, se mi darete ascolto, triplicato, in questo caso.
Io sono un'acqua ferma.
E a scorrer io v'insegnerò.SEBASTIANO.
Sì, fatelo: un'indolenza ereditaria, forse m'indurrà a rifluire.
O se sapeste quanto questo proposito voi stesso pur irridendo accarezzate e quanto più lo spogliate e più lo fate bello! Gli uomini del riflusso, veramente sono vicini, molto spesso, al fondo per il loro timore e per la loro indolenza.
Ti prego, spiega meglio. La durezza del tuo sguardo e del tuo volto proclama un non so qual pensiero che vuol manifestarsi, ed il cui parto grandi sforzi ti costa.
Ecco, signore: questo messer di debole memoria —che lascerà fra gli uomini un ricordo anche più lieve quando sia sepolto— quasi convinto ha il Re (perchè costui è l'uomo del convincere e soltanto a questo scopo è nato) che suo figlio sia sempre vivo. Che non sia affogato è impossibile, come non sarebbe possibile che nuoti ei che qui dorme.
Non ho alcuna speranza ch'egli sia salvo.
Quanta speranza in quella "alcuna speranza"! Alcuna speme è un'altra strada che adduce a una speranza così alta qual l'occhio dell'ambizione appena può raggiungerla e dubita pur anco di poterla scoprire! Convenite con me che Ferdinando è morto?
È morto.
Dunque qual'è l'erede più vicino al trono?
Claribella.
La regina di Tunisi, colei che abita a dieci leghe oltre il poter nostro; colei che da Napoli non può ricever nuove (se non le faccia da corriere il sole chè l'Uomo nella lunaandrebbe troppo lento) prima che il mento del fanciullo appena nato sia peloso e pronto ad esser raso; quella per cui tutti fummo preda del mare e solo alcuni rigettati alla spiaggia. Ma son questi predestinati a compiere un tal fatto di cui il passato è il prologo e il futuro sta nelle vostre mani e nelle mie.
Che vaniloquio! Cosa dite? È vero che la figlia di mio fratello regna su Tunisi ed è vero ch'ella sia la sola erede al trono e che fra i due paesi corra un qualche spazio.
Un tale spazio, che ciascun cubito ci sembra debba gridare: "Come Claribella può dettar leggi a Napoli? Rimanga a Tunisi e si svegli Sebastiano". Dite: se quel sopor che ora li tiene fosse la morte, non sarebber peggio di quel che sono. E può qualcun regnare su Napoli, così come costui che dorme. Ci sarebbero signori che potrebber parlar con altrettanta inutile abbondanza al par di questo Gonzalo. Io stesso potrei far discorsi così vani. Ah perchè voi non avete un'anima alla mia pari! Qual sonno sarebbe questo al salir vostro! Udite?
Credo di sì!
Con qual senso accogliete questa vostra fortuna?
Mi rammento che soppiantaste Prospero, il fratello vostro.
È vero. E guardate come bene mi stanno addosso queste vesti: molto meglio di prima. Mi erano compagni di mio fratello i servi, ora mi sono sottomessi.
Però la coscienza…
Ahi, signore, dov'è? S'ella pur fosse un gelone potrebbe trattenermi dentro le mie pantofole: ma io non sento quella Dea dentro il mio seno. Ci fossero fra me e Milano venti coscienze potrebbero gelare e liquefarsi prima che una qualche molestia mi recassero. Il fratello vostro qui giace e non varrebbe meglio di questa terra su cui dorme s'egli fosse quello che sembra: morto. Io posso con tre pollici sol di questo ferro obbediente stenderlo per sempre sul suo letto e nel tempo stesso, voi rivolgete lo sguardo a questo vecchio straccio di ser Prudente, che in tal modo non sarebbe più là per giudicare quel che facemmo. In quanto agli altri tutti, accetteranno, come un gatto beve una tazza di latte, quel che noi vorremo suggerire e obbedienti orologi quell'ora suoneranno che diremo esser utile all'impresa del momento.
Sarà mio precedente il tuo passato, caro amico, e come acquistasti Milano io farò mia Napoli. Fuori la tua spada; un colpo e ti libererai da quel tributo che paghi, ed io, Re, ti amerò.
Snudiamo le spade insieme e quando la mia mano si alzerà, faccia la vostra altrettanto per Gonzalo.
Rientra ARIELE invisibile.Si ode una musica.
Ma ascolta una parola.
Lo trae da un lato, parlandogli.
Ha preveduto il mio signor per mezzo dell'arte sua questo periglio in cui l'amico suo si trova e qui mi manda che tu viva e non muoia il suo disegno.
Parlando negli orecchi di Gonzalo.
Mentre giaci addormentatola congiura dall'occhio sbarratonon perde un momento.Se la vita ti sta a cuorescuoti dunque cotesto torpore.Attento! Attento!
Siamo rapidi entrambi.
svegliandosi.
Angeli buoni salvate il Re.
A Sebastiano e Antonio.
Che cosa c'è?
A Alonzo.
Su! Sveglio.
A Sebastiano e Antonio.
Perchè le spade sguainate? E cosa vogliono dire quei sinistri sguardi?
svegliandosi.
Che c'è di nuovo?
Mentre vegliavamo sopra il vostro riposo, in un istante medesimo un rumore udimmo come ruggir di tori o di leoni. È questo che vi ha svegliati? Assai terribilmente mi ha colpito l'orecchio.
Io non ho udito nulla.
Era uno strepito che avrebbe spaventato l'orecchio anche di un mostro e il suol fatto tremare. È stato certo il ruggire d'un'orda di leoni.
Tu l'udisti, o Gonzalo?
Sul mio onoreudito ho come un mormorio bizzarroche mi ha svegliato: ed io vi ho scosso allorae vi ho svegliato e mentre aprivo gli occhivisto ho le spade loro ignude. Certovi fu rumore, e questo è vero. Megliofaremo a stare in guardia o pur lasciamoquesta contrada. E sfoderiam le spade.
Lasciamo pure questo luogo e il figlio mio misero cerchiamo.
Il ciel lo tenga lungi da tali belve, ch'egli è certo in quest'isola!
Andiamo.
Exit con gli altri.
Il mio signore Prospero, ben saprà quel che ho compito e tu, Re, cerca il figliuol tuo smarrito.
Exit.
Un'altra parte dell'isola.
Entra CALIBANO con un fastello di legna.Si ode rumoreggiare il tuono.
Tutte le infezioni che dai botri, dalle paludi, dalli stagni sugge il sole, possan ricadere sopra Prospero ed ogni pollice del suo corpo coprir di pustole! Gli spiriti suoi m'odono e pur debbo maledirlo. Ma s'ei non lo comanda non verranno a pungermi nè a spaventarmi in loro visioni di démoni nè a farmi cader nei fossi, o come fuochi erranti a condurmi di notte fuori della mia strada. Per la più piccola cosa eccoli addosso a me! Simili a scimmie qualche volta m'irridono col loro stridere e mi perseguono ed al fine mi mordono; altre volte prendon forma di porcospini che sul mio cammino si arrotolano sì che le lor punte mi feriscono i piedi, e spesso ancora son circondato da serpenti, i quali con la forcuta lingua sibilando mi rendon pazzo. Ahimè, questo che viene è uno dei suoi spiriti che certo mi vorrà tormentar perchè son lento a portare la legna. Vo' cadere disteso al suol, che forse non mi scorge.
Entra TRINCULO.
Non c'è nè un cespuglio nè un alberello qualunque per ripararsi dalle intemperie ed ecco che si prepara una tempesta: la sento brontolare nel vento e c'è laggiù una nuvola nera—quella grossa là—che sembra un vecchio oltre il quale sia per spandere il suo liquido. Se tonasse, come ha già fatto, non saprei nè meno dove nascondere il capo: quella nuvola là non ci risparmierà certo l'acqua a secchie! Cosa c'è, qui per terra? Un uomo o un pesce? È morto o è vivo? È un pesce: per lo meno puzza di pesce, un puzzo rancido di pesce passato; una specie di baccalà che non dovrebbe essere nè meno tanto fresco. Che pesce buffo! Se fossi ora in Inghilterra, come ci sono stato un tempo, e se avessi questo pesce solamente dipinto, non un baggiano, nei giorni di fiera, mi rifiuterebbe la sua moneta d'argento per vederlo. In quel paese, questo mostro arricchirebbe il suo uomo: ogni strana bestia arricchisce il suo uomo laggiù. Certo, non darebbero un centesimo per soccorrere un povero stroppiato, ma ne sborserebbero dieci per vedere un Indiano morto. Piedi come un uomo e natatoie per braccia! In parola d'onore, è caldo! Abbandono la mia prima opinione: la congedo definitivamente: non è un pesce ma un isolano che sarà stato colpito dal fulmine.
Si ode rumoreggiare il tuono.
Povero me, ecco la bufera che ritorna! Non ho di meglio da fare che nascondermi sotto il suo gabbano: non c'è altro riparo tutto intorno! La sventura vi fa trovare curiosi compagni di letto! Mi nasconderò là sotto finchè non sarà passato il tramestìo della tempesta.
Si nasconde sotto le vesti di Calibano.
Entra STEFANO cantando con una bottiglia in mano.
Non andrò più al mare, al mare, sulla spiaggia vo' morir….
È un ritornello adattatissimo per il trasporto di qualcuno: ma ecco la mia consolazione.
Beve.
Il Padrone, il nostromo, io stesso, i marinariil cannoniere e il serventeMegg, Moll e Marietta amavano del parima non si curavan nientedi Cate che un linguaggio aveva spudoratoe al marinar diceva di sovente"Sii appiccato".Il gusto del catrame non le piaceva puntonè della pece il saporesì che un sarto qualunque potea graffiarla appuntodove sentisse il prudore.Dunque su, ragazzi, al maree lasciatela impiccare!
Anche questa è una canzone poco allegra: ma ecco la mia consolazione.
Beve.
Non mi tormentate…. oh….
Cosa c'è? Ci sono dei diavoli qui? È per farci qualche burletta che vi travestite da selvaggi e da uomini dell'India, eh? Non mi son salvato dall'affogamento per aver ora paura delle vostre quattro zampe; già che è stato detto: "L'uomo più forte che mai sia andato su quattro gambe, non cederà il terreno" e si ripeterà di nuovo, finchè Stefano respirerà col suo naso.
Gli spiriti mi tormentano, oh….
Questo deve essere un qualche mostro a quattro zampe dell'isola, che avrà acchiappato la febbre. Dove diavolo può avere imparato la nostra lingua? Non fosse che per questo gli vo' recare qualche aiuto. Se mi riescirà a guarirlo lo addomesticherò e lo condurrò a Napoli con me: sarà un regalo degno di ogni imperatore che avrà messo i piedi nel cuoio di vacca.
Non tormentarmi, te ne prego, il legno a casa porterò presto.
Deve avere un accesso perchè quello che dice non è molto ragionevole. Gli farò assaggiare la mia bottiglia: se non ha mai bevuto vino, questa bevuta sarà capace di levargli la febbre. Se potrò guarirlo e addomesticarlo, non lo curerò mai abbastanza già che farà rientrare il suo padrone nelle spese e presto, ve lo garantisco io.
Dà da bere a Calibano.
Non sapreste dire chi è il vostro amico: apri bocca un'altra volta.
Gli dà di nuovo da bere.
Un gran male non mi farai, ma ancora un poco certo: lo veggo al tuo tremor; Prospero agisce sopra di te.
Vieni qua: apri bocca. Ecco qualcosa che ti snoderà la lingua, gatto mio. Apri bocca: ecco una cosa che ti leverà di dosso i brividi, te lo garantisco io.
Gli dà da bere.
Su, apri bocca.
Riconosco questa voce: dovrebbe essere…. ma è affogato quello. Questi sono diavoli. Aiuto!
Quattro zampe e due voci: un mostro straordinario! La voce davanti è per dir bene del suo amico, senza dubbio, e quella di dietro per maledire e dire delle oscenità. Fosse pur necessario tutto il vino della mia bottiglia, lo guarirò. Vieni qua.
Gli dà di nuovo da bere.
Amen. Voglio versarne un poco anche nell'altra bocca.
Stefano!
L'altra tua bocca mi chiama per nome? Aiuto! Aiuto! Questo è un diavolo e non un mostro.
Stefano! Se tu sei Stefano toccami e parlami perchè io sonoTrinculo: non aver paura, sono il tuo buon amico Trinculo.
E se tu sei Trinculo, vieni fuori. Ti tirerò per le gambe più corte: perchè se fra tante gambe ci sono le gambe di Trinculo, quelle sono le più corte.
Tira fuori Trinculo di sotto il mantello di Calibano.
Sei proprio Trinculo per davvero! Come diavolo hai fatto a servire di sedile a questo vitello? O che forse peta Trinculi?
Credevo che fosse stato fulminato. Ma tu non sei affogato,Stefano? Io spero che tu non sia affogato. Mi ero nascostosotto il gabbano di quel vitello, per paura della tempesta.E tu sei vivo, Stefano? O Stefano, due Napoletani salvi!
Ti prego, non mi girare così intorno: il mio stomaco non è troppo solido.
da sè.
Sono esseri assai belli se pur non sono spiriti. È un gran Dio costui che reca un suo liquor celeste. Mi voglio inginocchiare.
E come te la sei scampata? Come sei arrivato qui? Giurami su questa bottiglia come sei arrivato qui. Io mi son salvato sopra un barile di Xeres che i marinari avevano buttato in mare: lo giuro per questa bottiglia che mi son fabbricato con la scorza d'albero appena giunto a terra.
Ed io su questa bottiglia giurerò d'esserti fido suddito: che non è cosa terrena il suo liquore.
Su via: raccontami come ti sei salvato.
Nuotando come un'anitra, ragazzo mio. Io posso nuotare come un'anitra: te l'ho giurato.
E allora, qua: bacia il vangelo.
Gli dà da bere.
Se bene tu possa nuotare come un'anitra, non vuoi dire che tu non sia fatto come un'oca.
O Stefano, ce ne hai dell'altro?
Tutto il barile, ragazzo mio. La mia cantina è in una grotta, sulla spiaggia del mare dove ho nascosto il mio vino. Come va, vitello, ti è passata la febbre?
Sei sceso dal cielo?
Dalla luna, te lo dico io. Ero io che facevo l'Uomo nella luna.
Io ti ho visto e ti adoro. La padrona mia m'insegnò a vederti ed il tuo cane e il fastello di spine.
Vieni qua: giuramelo e bacia il vangelo. La riempirò di nuovo. Giura.
Dà da bere a Calibano.
Per questa buona luce: ecco un mostro di poca intelligenza. Io aver paura di lui? Un mostriciattolo da niente! L'Uomo nella luna! Un mostro credulone, via! Bravo mostro, succhi bene.
Ogni più breve spazio fertile in questa isola, io voglio mostrarti. Ecco, ti bacio il piede: sii mio Dio.
Per la luce: un mostro ubbriacone e pieno di perfidia. Quando il suo Dio si sarà addormentato gli ruberò la bottiglia.
Ti bacio il piede e d'esser tuo suddito giuro.
Vieni dunque qua: in ginocchio e giura.
Questo mostro dalla testa di cane mi farà morir dal ridere. Un mostro spregevole: sentirei quasi la voglia di picchiarlo.
Vieni qua: bacia.
Gli dà da bere.
Il povero mostro è briaco: un abominevole mostro.
Le più fresche fonti ti mostrerò, ti coglierò le bacche, saprò pescar per te, per te bastante legna metterò insieme. Che la peste venga al tiranno che ora servo! Invece verrò con te che sei meraviglioso.
Un mostro ridicolissimo, che trasforma un povero ubbriacone in una meraviglia!
Lascia, ti prego, ch'io ti porti dove sono i frutti selvatici; con l'unghie mie lunghe ti saprò scavare i bulbi; ti mostrerò dove la gazza ha il nido; t'insegnerò come si prenda al laccio la marmotta e saprò condurre te nei folti d'avellane e poi per te sniderò l'alche. E tu verrai con me?
Su via: apri il cammino senza più chiacchierare. Trinculo, siccome il Re e tutto il resto della compagnia sono affogati, noi ereditiamo quest'isola. Qui, portami la bottiglia: compagno Trinculo, fra poco la riempiremo.
cantando con voce da ubbriaco.
Addio padrone! padrone addio….
Un mostro cialtrone: un mostro ubbriaco!
D'ora in avanti non più penareper pescarenon più fardelli pe'l focolare.Piatti e stoviglie messi in cantoneban, ban Calibanha nuovo servo nuovo padrone.
Libertà hey-dà; hey-dà libertà, libertà hey-dà-libertà…
Da bravo, mostro, apri il cammino.
Exeunt.