The Project Gutenberg eBook ofLa TempestaThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: La TempestaAuthor: William ShakespeareTranslator: Diego AngeliRelease date: August 1, 2008 [eBook #26169]Most recently updated: January 3, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Carla and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA TEMPESTA ***
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Title: La TempestaAuthor: William ShakespeareTranslator: Diego AngeliRelease date: August 1, 2008 [eBook #26169]Most recently updated: January 3, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Carla and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net
Title: La Tempesta
Author: William ShakespeareTranslator: Diego Angeli
Author: William Shakespeare
Translator: Diego Angeli
Release date: August 1, 2008 [eBook #26169]Most recently updated: January 3, 2021
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Carla and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net
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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Carla and
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1911
A Emma Gramatica
il traduttore
1911
Riservata la proprietà letteraria della presente traduzione.
Tip. Fratelli Treves.
Ragione dell'opera.
C'è stata un'epoca della mia vita in cui sono stato innamorato di Titania. Io ero allora un ragazzetto appena settenne e vivevo in una vecchia villa toscana, fra le giogaie petrose della Gonfolina e i lecci medicei di Artimino. Ma appunto fra quelle pietre, nelle cui fessure crescevano le linarie gialle e dentro i cui ginepri arsicci zirlavano i tordi nei mattini di novembre, o sotto le ombre cupe dell'antico parco dove s'intravedevano ancora gli avanzi dello splendore d'altri tempi io ho ricercato invano la piccola regina delle Fate con tutto il suo minuscolo corteggio di genietti invisibili. Avevo imparato a conoscerla in un vecchio volume illustrato da uno di quelli artisti che con lo Stoddart e col William Blake furono i precursori di tutto l'idealismo letterario della pittura inglese. Avevo imparato a conoscerla in quelle grandi illustrazioni, un poco primitive, dove essa compariva sempre all'ombra dei tassobarbassi vellosi o delle fragole gigantesche, mentre sopra ogni stelo d'erba si cullava maliziosamente il piccolo «Cobweb» o l'inafferrabile «Pea's Blossom», mentre Puck dall'alto di un cespuglio vigilava se Oberon non si avvicinasse. Nella grande stanza deserta, il sole d'agosto entrava a fiotti dalle vetrate senza tende, e gli armadii intorno sapevano di resina, e i mosconi ronzavano contro i cristalli mentre lo stridio non interrotto delle cicale sembrava arrecare su dalla valle il saluto trionfale della terra feconda. Nella calma di quei pomeriggi estivi, mentre tutta la casa dormiva nella siesta quotidiana, io sfogliavo il vecchio volume trovato nella biblioteca paterna e imparavo a conoscere Caliban, punzecchiato dagli spiriti maligni di Prospero, e il cane bizzarro di Speed, e i cervi che scendevano ad abbeverarsi lungo il ruscello nella foresta delle Ardenne dove il vecchio duca esiliato ascoltava le bizzarrie filosofiche di messer Giacomo e i sospiri amorosi di Rosalinda. Ma sopra tutti era Titania quella che attirava il mio spirito infantile, Titania con le sue chiome disciolte, coi suoi occhi attoniti, con le sue collane di corolle fiorite e con la sua tenerezza per il bel somarello dalle lunghe orecchie pelose. Così che molte volte io mi son ritrovato, su per gli scopeti odorosi di funghi di Artimino o fra i pinastri di Villa Campi, a cercare timorosamente in ogni campanella d'oro di tassobarbasso e in ogni calice azzurro di fanciullaccia se non si nascondesse una di quelle fate misteriose che andavano di notte ad appendere goccie di rugiada sui fiori della loro regina.
Questa è stata la mia prima visione del mondo shekspiriano e se più tardi ho cercato altre cose nei suoi volumi e ho trovato altre emozioni fra i suoi eroi, nessuna certo è stata così pura e così spontanea come quella di un amore infantile, nato nel tedio delle ore di studio, dentro una grande villa toscana sui colli di Signa, arsi dall'estate. E forse è in quel ricordo lontano che debbo ricercare il senso quasi religioso che io ho avuto sempre per il grande poeta inglese. Col crescere degli anni e degli studii la prima sensazione puramente fantastica si è naturalmente modificata, ma anche oggi non posso rileggere i versi divini del «Midsummer night's dream» senza provare un poco l'antica nostalgia e ritrovare come in un angolo riposto del mio cuore qualcosa dell'amore di altri tempi. Per questo quando il Gaffuri di Bergamo mi propose di tradurgli quella divina fantasia per una edizione italiana delle illustrazioni di Arturo Rackham io accettai con gioia e mi accinsi al lavoro con tale un impeto di entusiasmo che i versi della traduzione mi vennero quasi naturalmente come in un accesso del «brevis furor» oraziano.
Pubblicato il volume io non pensavo certo a farlo seguire da altri, quando sopravvennero due fatti nuovi che fecero nascere in me una idea—ancora indeterminata—dell'opera a cui mi sono accinto. Il primo fu un articolo di G. S. Gargano, sul «Marzocco» di Firenze, articolo che oltre a parole fin troppo lusinghiere per la mia versione, conteneva come un ringraziamento per avere con essa fatto conoscere ai lettori italiani il capolavoro della fantasia shekspiriana nella sua integrità; e in secondo luogo venne la rappresentazione che di essa fu fatta dalla compagnia stabile all'Argentina di Roma, rappresentazione che ebbe esito trionfale e che mi procurò l'onore di una lettera dell'ambasciatore inglese sir Rennel Rodd—che è poeta tanto nobile, quanto è sagace diplomatico—nella quale dopo di avermi detto il suo piacere nell'aver assistito a quel trionfo del poema inglese che non credeva possibile d'innanzi a un pubblico latino, m'incoraggiava a proseguire e a dare agli italiani una intiera versione dell'opera shekspiriana.
Debbo confessare che da principio l'impresa mi parve così ardua che non osai concepirla. Ma le due voci diverse mi risuonavano continuamente nel pensiero e mi spronavano a tentarla. L'Italia, in fatti, non ha una vera e propria traduzione del Teatro di Guglielmo Shakespeare. Sia in prosa che in versi i traduttori italiani, per quanto valenti, non hanno mai avuto il coraggio di osare la semplicità e spesso la ruvidezza shekspiriana: costretti dalla moda del tempo a quella artificiosità ridondante che era propria della letteratura italiana, essi hanno travisato il testo, travestendolo in uno stile che non è lo stile del poeta inglese e spesso allontanandosene totalmente, quando un passo oscuro e audace sembrava loro che fosse insopportabile al pensiero italiano. D'altra parte, da che la poesia nostra si è felicemente liberata da quelle pastoie accademiche, nessun poeta aveva tentato di accingersi all'impresa non facile e non breve. Il Gargano, alcuni anni or sono, aveva tentato di costituire una società shekspiriana fra i varii letterati italiani, che si accingessero alla desiderata versione, la quale—tra parentesi—doveva essere in prosa e più documento letterario che lavoro d'arte. Ma il tentativo fallì e non fu danno—io credo. Perchè un'opera di tal genere deve essere compiuta da un unico individuo, che le dia quell'unità e quella armonia di intendimenti e di stile senza la quale non potrebbe riuscire degna dell'altissimo soggetto. D'altra parte, altre nazioni avevano già risoluto il problema per opera di uno solo, perchè non si sarebbe tentato di fare lo stesso in Italia? L'impresa è ardua, ma lusinghiera, e a poco a poco divenne così prepotente in me l'idea di attuarla, che decisi di accingermi al lavoro.
Nel qual lavoro io ho tentato sopra tutto la più scrupolosa fedeltà, rispettando i metri e le rime, rispettando i concetti e le espressioni anche là dove esse potevano sembrare meno tollerabili ad orecchi latini. Ma Guglielmo Shakespeare è con Dante Alighieri una di quelle forze vive della natura, da cui dobbiamo accettare tutto. D'altra, parte, per quello che riguarda la struttura metrica dei suoi drammi o delle sue commedie, essa ha una così profonda relazione con l'anima dei suoi personaggi che non potrebbe esserne divisa senza grave danno. Per questo, non solo ho lasciato la doppia forma prosastica e poetica—come era naturale—ma nei versi ho voluto rispettare per fino gli emistichi e quei distici rimati che quasi sempre chiudono il lungo discorso in versi sciolti di un personaggio. E anche questa fedeltà credo sia necessaria per rendere il pensiero shekspiriano, a punto perchè egli è di quei poeti in cui nulla è trascurabile e in cui ogni parola ha un significato profondo e immutabile.
Certo, ai primi passi di un'opera a cui dedicherò quanto oramai mi resta di vita, io non mi dissimulo le difficoltà e spesso mi dimando se veramente mi potrà bastare la forza per condurla a fine. Ma ricordando gli esempi di altri popoli e le parole buone di chi volle incoraggiarmi, so ritrovare la fiducia primitiva, confidando anche nei lettori i quali vorranno perdonare le possibili manchevolezze e incoraggiare anch'essi questo sforzo inteso a dare agl'italiani una visione il più possibilmente precisa di quel mondo creato da uno dei genii più alti che mai abbia onorato il pensiero umano.
Roma, Marzo 1911.
Se bene non si sappia precisamente la data in cui fu scritta laTempesta, pure il Malone—che è fra i più attendibili—la fa risalire al 1612, dandole così il penultimo posto nella serie delle produzioni shekspiriane. Ma se bene il Chalmers e il Drake spostino di un anno questa data—l'uno facendola risalire al 1611 e al 1613 l'altro—è oramai certo che fu una delle ultime opere teatrali scritte da Guglielmo Shakespeare. Da dove abbia tolto l'idea di questa divina fantasia lirica, non si può stabilire con precisione. Il Warton cita un romanzo italiano—Aurelio e Isabella—che fu popolarissimo in Inghilterra verso il 1588 e nel quale per fino il personaggio principale di Aurelio o meglio Orelio, come apparve nella versione inglese, poteva aver suggerito la figura di Ariel. Ma quello che si può stabilire con precisione è da dove il poeta abbia tratto la parte descrittiva della sua commedia. In quello scorcio del secolo XVI si pubblicarono in Inghilterra molte relazioni di viaggi, che erano avidamente lette dal popolo. Fra questi il naufragio di Henry May alle Isole Bermude (1598) ilReporte of the laste voyage of Capiteine Frobisher(1577) laHistory of travayle of John Barbot(1577) e laTrue relation of the travailes of William Davies barber and surgeon. Questa è del 1614, ma probabilmente correva già manoscritta fra i lettori inglesi avidi di avventure marinaresche. In tutti questi volumi si ritrovano particolari descrittivi che coincidono con quelli dellaTempesta. Così nel viaggio del Frobisher è fatta parola diSycorax, una povera selvaggia che egli trovò in un'isola e che ritenne essere una strega; e in quello del barbiere-chirurgo Davies si parla diSetebosche era una divinità adorata dai Patagoni. Inoltre tutti quei viaggiatori asserivano che le Bermude erano isole abitate da diavoli, da spiriti e da streghe e questa loro asserzione trovò tanto credito che la credenza se ne propagò fino agli ultimi anni delle guerre civili.
Quello che Guglielmo Shakespeare non potè togliere da nessun volume fu la festevolezza, la grazia e la poesia magnifica di questo lavoro che ottenne subito un grandissimo favore. Tanto grande che il Fletcher si affrettò ad imitarlo con un suoThe sea voyagee lo imitò Sir John Sucling coiGobelins, e per fino il Milton ne trasse non poche ispirazioni perThe mask at Ludlow Castle. Del resto, una conferma del grande trionfo che dovette riportare questo lavoro si ha anche in una velenosa annotazione che il Ben Jonson fece alla suaBartholomew Fair. «Se non vi è nella sua fiera un mostro servo» egli dice «chi può aiutarla? L'autore ha in odio di mostrare la natura spaventosa, nelle sue commedie come colui che inventaRacconti,Tempestee simili scempiaggini del genere.» Ma i lettori contemporanei si troveranno più d'accordo col Warburton il quale osserva che «La Tempestae ilSogno di una notte di mezza estatesono i più nobili sforzi di quella sublime e miracolosa immaginazione particolare allo Shakespeare, che si libra oltre i limiti della natura senza perderne il senso o—più propriamente—trascina la natura fuori di quei confini che ella stessa si era stabiliti».
ALONZO, Re di Napoli.SEBASTIANO, suo fratello.PROSPERO, Duca legittimo di Milano.ANTONIO, suo fratello, usurpatore del Ducato di Milano.FERDINANDO, figlio del Re di Napoli.GONZALO, vecchio e onesto consigliere del Re di Napoli.ADRIANO }FRANCESCO } Signori.CALIBANO, schiavo deforme e selvaggio.TRINCULO, buffone.STEFANO, servo ubriacone.Padrone della nave, Quartiermastro, Marinari.MIRANDA, figlia di Prospero.ARIEL, spirito aereo.IRIDE }CERERE }GIUNONE } spiriti.NINFE }MIETITORI }
Altri spiriti al servizio di Prospero.
La scena è a bordo di una nave sul mare, poi in un'isola disabitata.
A bordo di una nave, sul mare. Una bufera con tuoni e fulmini.
Entrano il PADRONE della nave e il QUARTIERMASTRO.
Mastro….
Eccomi, Padrone: che c'è?
Bene. Parla ai marinari e manovrate alla spiccia: altrimenti andiamo tutti a fondo. Presto! presto!
Exit.
Entrano vari MARINARI.
Su, cuori miei: presto, presto, cuori miei! Forza! forza! Serrate il bompresso. Attenti al fischio del Padrone! Soffia finchè tu non ne possa più, vento mio: finchè abbiamo spazio!
Entrano ALONZO, FERDINANDO,ANTONIO, SEBASTIANO, GONZALO.
Bravo mastro: mi raccomando di stare attento.Dove è il Padrone? Siate uomini!
Fatemi la grazia di starvene giù, per ora!
Dov'è il Padrone, Quartiermastro?
Non lo sentite? C'imbarazzate la manovra. Rimanete nelle vostre cabine: così, aiutate la tempesta.
Su, su, brav'uomo, un po' di pazienza.
Quando l'avrà il mare. Via di qua! Che importa a queste ondate il nome del Re? Alle vostre cabine! Silenzio e non c'impicciate.
Sta bene. Ma rammentati chi hai a bordo.
Nessuno a cui voglia bene più che a me! Voi siete un consigliere: se potete comandare il silenzio a questi elementi e ricondurre la calma, non toccheremo più una gomena. Fate uso della vostra autorità. E se non lo potete, ringraziate il cielo di aver vissuto tanto e preparatevi nella vostra cabina per la disgrazia presente,—se disgrazia ha da esserci. Coraggio, ragazzi! Levatevi dai piedi, vi dico!
Exit.
Quest'uomo mi rassicura! Non ha nessun segno d'affogato sopra di sè: il suo fisico è tutto per la forca. Serbalo per l'impiccagione, o buona sorte! E fa che la corda del suo destino sia la gomena della nostra salvezza: sulla nostra c'è poco da contare! Se non è nato per finir sulla forca, il nostro caso è disperato.
Exeunt.
Rientra il QUARTIERMASTRO.
Giù l'albero di maestra! Presto! Più giù! più giù! Cerchiamo d'incappare la vela.
Si odono grida dal di dentro.
La peste a quelli strilloni! Urlano più della tempesta e dei nostri comandi.
Rientrano SEBASTIANO, ALONZO e GONZALO.
Da capo? Cosa venite a fare? Dobbiamo lasciare andare ogni cosa e affogare? Volete proprio colare a fondo?
Un cancro alla lingua, cane bestemmiatore e senza pietà!
E allora, manovrate da voi!
Alla forca, carogna, alla forca! Figlio di puttana! insolente ciarlone! Abbiamo meno paura di te, d'affogare.
Garantisco io che non affogherà: fosse pure la nave non più forte di un guscio di noce nè più sfondata di una sfrontata baldracca.
Serrate le vele! serrate le vele! Ammainate le drizze. Di nuovo in pieno mare: al largo.
Entrano alcuni marinari bagnati.
—Tutto è perduto!
—Preghiamo! Preghiamo!
—Tutto è perduto!
Exeunt.
E che? È dunque necessario che le nostre bocche sieno fredde?
Sono in preghiera il principe ed il Re. Andiamo a unirci a loro: il caso nostro non è diverso!
Non ho pazienza!
Siamo truffati delle nostre vite da ubriaconi! Quel brigante là dall'ampia gola! Possa tu giacere affogato e travolto da ben dieci maree!
E pure egli morrà impiccato se bene contro ciò giuri ogni goccia che quanto può s'apre per inghiottirlo.
Rumori confusi dall'interno.
—Misericordia! Andiamo a fondo!
—Andiamo a fondo! Addio moglie!
—Addio figliuoli! Addio fratello!
—Si affonda! Si affonda! Si affonda!
Dobbiamo affondare col nostro Re!
Exit.
Dobbiamo congedarci da lui!
Exit.
Darei volentieri mille iugeri di mare, per pochi metri di nuda terra: sterpami, roveti e ogni altra cosa. Che la volontà del cielo sia fatta! Ma io vorrei morire una morte asciutta!
Exit.
Nell'isola: d'innanzi alla grotta di Prospero.
Entrano PROSPERO e MIRANDA.
Se con vostra arte, o caro padre, avete l'onde selvagge in tal frastuono messe or le pacificate. Il cielo—sembra— ardente pece pioverebbe, se il mar salendo alla sua guancia, il fuoco non ne cacciasse. Oh come insiem con quelli che ho veduto soffrire, anch'io soffersi! Un vascel valoroso—e non vi ha dubbio che in lui non fosse qualche creatura nobile—messo in pezzi! E quali grida mi percossero il cuore! E son perite quelle povere anime! Se fossi stata una Dea possente avrei sommerso il mare nella terra, prima che il buon vascello esso inghiottisse insieme con quelli che recava seco!
Calmati! non più paura e al pietoso cuore di' che non vi fu danno.
O triste giorno!
Non vi fu danno. Io non ho fatto nulla che non fosse per te. Per te mio bene, per te mia figlia che non sai chi sei e non conosci d'onde io venga, o s'io, io non sia meglio di Prospero, padrone di una povera grotta e nulla più del padre tuo.
Non ho pensato mai di sapere altra cosa.
Il tempo è giunto ch'io ti spieghi altra cosa. Or dunque dammi la mano ed il mio magico mantello or dalle spalle toglimi. Così.
Si toglie il mantello e lo stende per terra.
Quivi si giace la mia arte. Asciuga gli occhi e sii calma. Questa spaventosa vision del naufragio che percosse la virtù in te della compassione, con la sola potenza di mia arte comandata ho così sicuramente che non una sola anima—che dico?— non un solo capello di coloro che tu udisti gridare, che vedesti sprofondare nell'onde è andato perso. Siediti, è giunto il giorno in cui tu devi conoscere di più.
Spesso mi avete cominciato a narrar quel ch'io mi fossi ma mi avete interrotto ad una vana mia richiesta lasciandomi, col dire: "Basta, non è ancor tempo".
E il tempo è giunto ed il momento ne sospinge. Tendi l'orecchio e presta attenzione. Puoi tu ricordare gli anni, pria che in questa grotta fossimo giunti? Io non suppongo che tu lo possa però che compiuti non avevi tre anni.
E pur lo posso, o signore.
Ma cosa? Una dimora diversa? Altre persone? Dimmi quale immagine il ricordo tuo rattiene.
È così lunge! Ed è quel mio ricordo più come un sogno che una cosa vera. Ma, dite, non avevo allora cinque o sei donne d'intorno a me?
Ne avevi anche di più, Miranda. Ma in che modo tutto ciò vive nel pensiero tuo? E cosa vedi ancora entro l'oscuro baratro e nell'abisso alto del tempo? Se tu ricordi cose antecedenti al tuo giungere qui, puoi ricordare come qui tu giungesti.
No, non posso.
Sono oramai trascorsi dodici anni, dodici anni, Miranda! Era tuo padre il duca di Milano e assai potente principe.
O signor mio, non siete dunque mio padre?
La tua mamma che fu in vero la virtù stessa, ti dicea mia figlia ed era certo, duca di Milano il padre tuo. L'unica erede tu, e non indegna principessa!
O cielo! Qual brutto inganno quivi ci ha condotti o benedizione è stato quello che ci fu fatto?
L'uno e l'altra, o mia fanciulla: per un brutto inganno, come tu dicesti, noi qui venimmo ma l'aiuto è stato benedetto.
Oh il cuore mi sanguina a pensar tutte le cose che sono ormai fuori del mio ricordo. Ma proseguite, ve ne prego.
Il mio fratello—era tuo zio—chiamato Antonio, te ne supplico, ascolta, e chi potrebbe pensare che un fratello esser potesse così perfido? E pur dopo me stesso nessuno amavo più di lui nel mondo. Tanto lo amavo che in sua cura detti tutto il mio Stato, ed era allora sopra le Signorie la prima e il primo Duca Prospero: in ogni dignità citato e nelle liberali arti pur senza paragone. Sommerso nello studio, su mio fratello il peso del governo tutto lasciai, sì che stranier divenni al mio paese, assorto nei segreti miei studii. Ma quel tuo subdolo zio…. di', mi ascolti?
Oh sì molto attentamente.
…. come ebbe appreso ad elargir le grazie od a negarle, come seppe quale dovea promuover quale radiare quale rinnovellar fra creature che furon mie o trasformarle, avendo ambo le chiavi degli uffici e degli ufficiali, a intonare si compiacque tutto lo Stato in unica armonia cara agli orecchi suoi, sì ch'egli fu l'edera avvinta al principesco mio tronco dal qual suggeva ogni verdura. Ma non ascolti….
Oh buon signore, ascolto!
Sì, ascoltami, ti prego. Trascurando sì le cure mondane e tutto intento ai riposti misteri della mia mente, vivevo in così gran ritiro abbandonando ogni favore al mio falso fratello, che indole malvagia teneva sveglio. E quella mia fiducia come un buon genitore, produceva in lui tanta falsezza quanto più essa era grande. E questa non aveva limiti ed era una fiducia senza confini. Essendo in tal modo signore non solamente della mia ricchezza ma di quel che il poter mio consentiva di esigere, come uno che dicendo il falso sempre, fa di sua memoria tal peccatrice che finisce poi col creder vera la menzogna sua, egli credette d'esser duca e, inconscio di una tal finzione, ogni regale prerogativa fece sua, fin quando l'ambizione ognor crescendo…. Ascolti?
Curerebbe la storia vostra i sordi!
Non seppe più distinguer fra la parte ch'ei sosteneva e quegli per il quale la sosteneva, sì che pensò al fine d'essere di Milano l'assoluto signore. In quanto a me dovea sembrargli la biblioteca mia ducato grande abbastanza, sì che mi giudicava ormai incapace d'ogni regal cura. Alleato—però che da sè solo mal dominato avrebbe—con il Re di Napoli, promisegli un tributo ogni anno e a fargli omaggio la corona mal sottomise a quella sua più grande, ed il Ducato—ahi povera Milano!— libero fino allora, rese schiavo in un servaggio vergognoso.
Oh cielo!
Pensa alla sua condizione e a questo avvenimento e dimmi s'egli possa pur essermi fratello!
Peccherei pensando mal dell'avola: cattivi figli han recato buoni ventri.
Ed ecco la fine. Il Re di Napoli che mi era acerrimo nemico, prestò orecchio alle richieste del fratello mio. Sì che in compenso del promesso omaggio e di non so quale tributo, fuori del ducato mi avrebbe egli bandito con i miei tutti e la bella Milano con ogni onore a mio fratel ceduta. Fu così che un esercito, di notte, a tradimento penetrò la cinta— e forse avea le porte di Milano aperte Antonio—e favoriti dalle tenebre ci cacciarono i ministri te piangente e me stesso.
Ahimè pietà! Non ricordando come allora piansi ora di nuovo piangerò. Son gli occhi costretti a ciò da un tal racconto.
Ascolta ancora un poco e porterò il tuo spirto agli affari che ci occupano. Senza questi la storia mia sarebbe troppo fuori di luogo.
Ma perchè non hanno profittato—a distruggerci—dell'ora?
Dimanda giusta e ben doveva il mio racconto provocarla. Essi non hanno o cara figlia osato—così grande era l'amore che il mio popol tutto mi portava—segnar con sanguinosa impronta il lor misfatto, ma abbellirlo vollero con più bei colori. In breve, caricati che ci ebber sopra un barco, ci spinsero nel mare. Aveano scelto una vecchia carcassa di battello non attrezzato, senza vele, senza albero, senza sarte: per istinto l'avean già tutto abbandonato i sorci. Quivi ci hanno imbarcati e ai nostri pianti solo rispose il mare ed i sospiri ci rese il vento!
Ahimè quale imbarazzo dovetti esser per voi!
Tu, Cherubino, fosti invece la mia salvezza. Il tuo sorriso infuse in me come una forza celeste e come il mare ebbi cosparso delle più amare lacrime, un novello cuore si fece in me, per sopportare quel che avverrebbe.
E in che modo giungemmo a terra?
Per divina provvidenza un po' di cibo e un poco d'acqua che un nobil uom di Napoli—Gonzalo, addentro nel disegno—tutto preso dalla sua carità volle lasciarci. E insiem coi cibi i bei vestiarii, i ricchi tessuti, i lini e tutto il necessario che tanto ci ha giovato. Per sua grande gentilezza, sapendo il molto amore che per i libri avea, dalla mia stessa libreria seppe sceglier quei volumi che amavo più del mio ducato.
O possa veder quest'uomo un giorno! Ora mi levo.
Sta' ferma: e dell'errar nostro marino l'ultima parte ascolta. Quivi, in questa isola siamo giunti, e quivi io stesso fui tuo maestro e ti giovai pur tanto quanto nessuna principessa che abbia maggior tempo e più libero, ma certo non il divoto precettore.
Il cielo vi ringrazi per questo. E ora o mio signore—ve ne supplico, è un pensiero che non mi sa dar pace—qual ragione aveste a suscitar tale tempesta?
Ecco: tu lo saprai. Per uno strano evento, la munifica fortuna or mia sola signora—ha in questa spiaggia condotto tutti i miei nemici ed io con la mia prescienza ho appreso come il mio destino sottostasse ad una ben augurante stella il cui potere s'io non lo afferro subito si perde ed ogni mia fortuna è fatta vana per sempre. Or cessa con le tue dimande. Tu sei presa dal sonno: è una propizia stanchezza a cui tu cederai. D'altronde so ben che non hai scelta.
MIRANDA si addormenta.
Vieni, o servo mio, vieni! Io sono pronto. Fatti dunque vicino, o mio Ariel. Vieni!
Salute o possente maestro, o gran signore salute! Io venni qui per obbedire ad ogni tuo comando: per volare, per nuotar, per piombare in mezzo al fuoco o galoppar sulle chiomanti nubi. Ariele e il valor suo tutto è pronto al voler tuo possente.
Hai suscitato la tempesta che—o spirito—ti dissi di suscitare?
In ogni più minuto particolare. Ho sconquassato tutta del Re la nave, or sullo sprone alzandola or sulla poppa e in ogni sua cabina o sopra il ponte suscitai l'incendio. Spesso mi son diviso ardendo in luoghi diversi e sopra l'albero e fra mezzo ai pennoni così distintamente per poi di nuovo unirmi in uno. I lampi di Giove precursori del tremendo fulmine, non son così spessi; il fuoco, lo scoppiettio di solforose fiamme sembravano assediar l'alto Nettuno e, per virtù del suo tridente, l'onde sue piene d'ira far tremare.
O bravo spirito! Chi potrebbe esser sì forte e sì costante che la sua ragione non smarrirebbe in tale inganno?
Credo non un'anima sola abbia potuto resistere a una febbre di follia o a non dar segni di sgomento. Tutti —i marinari eccettuati—dentro le spume si gettarono, la nave con me in fiamme lasciando. Ferdinando, il figliuolo del Re, con i capelli irti—più che capelli erano stecchi— a lanciarsi fu il primo e strepitava: "L'inferno è vuoto e i démoni son qui!"
È lo Spirito mio questo! Ma dimmi: non avveniva tutto ciò vicino alla spiaggia?
Vicino, o mio signore.
Ma son salvi, Ariel?
Non un capello si è perso e sulle vesti lor che a galla li sorreggean, non una macchia sola. Son più fresche di prima. Ed in quel modo che hai comandato, nei diversi punti dell'isola gli ho sparsi in varii gruppi. Il figliuolo del Re trassi alla spiaggia io stesso e lo lasciai mentre coi suoi sospiri l'aria rinfrescava, assiso e con le braccia in triste nodo avvinte: così.
Ma dimmi, che facesti della ciurma del Re e della rimanente flotta?
Quella del Re salva è nel porto: io l'ho celata dentro la profonda baia, dove una notte mi chiamasti affinchè ti recassi dalle sempre tempestose Bermude una rugiada. I marinari sotto i boccaporti stan rannicchiati, immersi in un gran sonno che il mio incanto aggiungendosi alle molte fatiche ha suscitato. E il resto della flotta che avea disperso, ho nuovamente unito ed ora voga sopra l'onde mediterranee raggiungendo il porto di Napoli, dolente tutta e certa d'aver visto affondar del Re la nave e quel gran principe.
O Ariele, il tuo ufficio hai ben compiuto. Ma ancor altro ci resta a fare. In quale ora del giorno siamo?
È trascorsa la metà.
Di due clessidre almeno. Il tempo che ci resta fra l'ora sesta e adesso, noi dobbiamo sagacemente spenderlo.
V'è ancora da lavorare? Poichè tu mi dai tante fatiche lascia ch'io rammenti la tua promessa ancor non mantenuta.
Che c'è di nuovo, spirito bizzarro, e che puoi dimandarmi ora?
La mia libertà!
Prima ancora che sia giunto il tempo? Basta!
Te ne prego, almeno rammenta i degni uffici che ti ho fatto, nè ho mai mentito nè ho sbagliato mai. E ti ho servito senza brontolare, senza rancori! Tu mi promettesti di condonarmi un anno intiero.
Hai forse dimenticato da qual mai supplizio ti liberai?
No.
Sì! Per questo credi far grandi cose sol perchè calpesti il fango dell'amaro abisso e scorri sull'aspro vento settentrionale e—per il mio servigio—entro le vene della Terra ti chiudi allor che il gelo la stringe tutta.
Non è ver, signore!
Tu mentisci, o maligno spirto. Hai dunque dimenticato Sicoràx, l'infame strega che gli anni e che l'invidia al pari di un cerchio avean ricurva? Dimmi, l'hai dimenticata?
No, signore.
L'hai dimenticata! Ove era nata? Dimmi!
In Algeri, o signore!
Ah sì? Da vero? Ben una volta al mese è necessario ch'io ti ripeta quel che fosti. E tu l'hai già dimenticato. Quella strega malvagia, Sicoràx, come tu sai fu bandita da Algeri per delitti innumeri e incantesimi capaci di spaventare umano orecchio e pure le salvaron la vita in prò di certa sua azione. Non è vero?
Sì, o signore.
Cotesta fattucchiera dall'occhio cispellino fu condotta quivi col figlio e abbandonata dalla ciurma. E tu, schiavo mio, come sovente mi hai narrato, eri suo servo e perchè eri uno spirto troppo delicato per compiere le infami e obbrobriose sue volontà, ti rifiutasti ai gravi ordini che ti dava e allor nell'impeto dell'implacabil ira ella ti chiuse —di possenti ministri con l'aiuto— nello spacco di un pino e dentro quelle strette pareti dodici anni intieri crudelmente restasti prigioniero. E in questo tempo ella morì lasciando te a gemere là dentro, con sospiri più rapidi dei gemiti che fanno le ruote di un molino. Allora questa isola—se n'eccettui quel figlio ch'ella avea partorito, un mostricciuolo lentigginoso e degno di sua stirpe— non era anco onorata da un'umana forma.
Sì, Calibàno, il figlio suo.
È quel che dico, spirto mentecatto! Ed è appunto quel Calibàn che tengo al mio servizio. Tu sai bene in quali tormenti ti trovai. Faceano urlare i lupi le tue grida e i furiosi orsi a pietà muovevano. Un tormento di dannato. E non era più presente Sicoràx per disfar l'opera sua. Fu l'arte mia che ben costrinse il pino a riaprirsi e ti lasciò partire allorchè quivi giunto io ti sentii.
Grazie, o signore.
Se tu gemi ancora io squarcerò una rovere e sì dentro ti chiuderò nel suo nodoso ventre che resterai ben dodici anni a urlare.
Perdonami, o signore, ai tuoi comandi obbedirò di buona grazia e tutto farò da buono spirito.
Sta bene e fra tre giorni ti libererò.
Ecco di nuovo il mio nobil padrone! Che debbo fare? Dimmelo, che debbo fare?
Va' con l'aspetto di una ninfa del mare a tutti gli occhi occulto e solo visibile alla tua vista e alla mia. Va': prendi questa forma e poi ritorna così cambiato qui. Sii diligente.
ARIELE exit.
A Miranda.
Svegliati, cuore mio, svegliati, hai bene dormito ed ora svegliati.
svegliandosi.
Lo strano vostro racconto mi assopiva.
Scuoti quel tuo torpor. Vieni: visiteremo Calibàno il mio schiavo che nessuna buona parola ha mai per noi.
Signore, è un villano costui nè mai lo veggo volentieri.
Ma ancora non possiamo così com'è farne di meno. Accende il nostro fuoco, il legno spacca e in molti uffici egli ci serve che ci sono utili.
Olà! Su Calibàn, su schiavo!Olà fango, rispondi!
di dentro.C'è abbastanzalegno qua dentro.
Vieni qua ti dico. C'è ben altro da fare. Vieni dunque, testuggine.
Rientra ARIELE: in costume, di ninfa.
O gentil vista! O mio dolceAriele, m'ascolta in un orecchio.
Gli parla all'orecchio.
Sarà fatto, o signore.
O velenoso schiavo che fece il diavolo all'infame tua madre, vieni qui!
Entra CALIBANO.
Che una rugiada malefica qual mai mia madre trasse con la penna di un corvo da palude putrida, cada sopra voi. Che il vento d'Oriente v'investa e vi ricopra di pustole ambedue!
Sta' pur sicuro che per questo sarai stretto dai crampi stanotte e ai fianchi avrai dolori tali che il respiro ti tolgano. I folletti nell'ore della notte allor che meglio possono lavorare, i loro sforzi rivolgeranno contro te. Sarai coperto di punture così strette come sono le celle d'alveare e più cocenti che l'avesser fatte gli aculei delle api.
Il pranzo debbo mangiarmi! È mia quest'isola. Mia madre Sicoràx me la dette e tu l'hai presa! Quando giungesti qui la prima volta mi accogliesti benigno e gran carezze mi facesti amichevoli. Mi davi da bere un'acqua ove spremevi bacche e m'insegnavi il nome della grande luce e dell'altra piccola che il giorno e la notte rischiarano. Ed allora io ti amavo e cercavo di mostrarti i pregi di quest'isola: le fresche sorgenti, le saline, gli opulenti terreni e quelli sterili. Sia sempre maledetto di aver fatto così. Che le malie di Sicoràx, le vespe, i rospi e vipistrelli su di voi si abbattano. Però che sono il solo vostro suddito e prima ero sovrano di me stesso! E mi date come cuccia quell'aspra roccia, e tutta quanta l'isola mi togliete!
O bugiardo schiavo, i colpi ti commuovono e non le gentilezze. Se ben marcio tu sia, con una umana attenzione io ti ho trattato e nella mia stessa grotta ti ho tenuto, fino al giorno in cui tentasti violare l'onore di mia figlia!
Oho! lo avessi potuto fare! Se non lo impedivi l'isola tutta avrei ripopolato di Calibani!
O schiavo maledetto cui nessuna bontà lascerà impronta chè sei capace d'ogni male! Ho avuto pietà di te, mi sono imposto il grave compito di farti parlare. Ogni ora ti ho insegnato una cosa o l'altra. E quando non sapevi, o selvaggio, disbrogliare il tuo pensiero e mugolavi acute strida sì come un bruto, a quelli oscuri tuoi sentimenti ho dato una parola che li rese palesi. Ma la tua vile stirpe—quantunque tu imparassi— aveva in sè tali funesti germi che non poteano i buoni sopportarne il contatto. È così che giustamente ti ho chiuso in questa roccia, meritata assai più che una carcere.
Mi avete insegnato a parlare e ne profitto per maledire. Che la peste rossa vi uccida per avermi appreso il vostro linguaggio.
Mal seme di strega, via di qua! La legna arrecaci e sii pronto, se mi credi, che c'è nuovo lavoro. Scuoti le spalle, o maligno? Se mostri trascuratezza o mal voler nel fare quel che ti ordinerò, tutto ti voglio torcer con vecchi crampi, empirti l'ossa di spasimi e ruggire in tal maniera io ti farò, che all'urla tue le belve tremeranno!
Ti prego, no, ti prego!
A parte.
Debbo obbedire e sì potente è l'arte sua che saprebbe Setebos, il dio di mia madre, far servo.
Orsù, via schiavo!
Exit CALIBANO.
Rientra ARIELE invisibile, suonando e cantando. FERDINANDO lo segue.
cantando.
Su queste sabbie gialle prendetevi per mano dopo la riverenza farete il baciamano. Poi con piede leggero —taccion l'onde ribelli— danzate, e dolci spiriti cantano i ritornelli. Ascoltate! ascoltate!
Si ode abbaiare dal di dentro.
abbaiano i cani di guardia!
Si ode di nuovo abbaiare.
Ascoltate! ascoltate: si udì lanciar Cantachiaro il prosuntuoso suo chicchirichì!
Dove saranno questi canti? In cielo o sulla terra? Io più non gli odo e pure vigileran su qualche Dio di questa isola. Ch'io mi segga anche una volta e pianga anche una volta il naufragato mio padre. Sopra l'onde furiose mi colpì questa musica addolcendo l'impeto loro e insieme il mio dolore con sua dolcezza. Allora io l'ho seguita o meglio quella mi condusse qui. Ora è cessata. No, di nuovo ancora ricomincia.
cantando.
A ben cinque braccia nel maretuo padre si giace sepolto:coralli son l'ossa,son gli occhi due perle nel volto.Ma niente di lui sarà vanoche per un incanto del maredovrà trasformarsi in qualcosadi ricco e di strano.
O ninfe del mare intonate per lui, d'ora in ora il lamento.
Si ode suono di campane.
Din-don le campane—le sento Din-don le campane!
Di nuovo il suono di campane.
Quel canto di mio padre annegato racconta. Non è cosa mortale e non è suono che alla terra appartenga. Or lo sento sopra me!
a Miranda.
Le infrangiate cortine dei tuoi occhi solleva e dimmi quel che vedi.
È mai uno spirito? Come egli si guarda tutto intorno! Credete a me, signore, nobile forma egli ha, ma senza dubbio è uno spirito.
No, bambina, ei dorme e mangia ad ha li stessi sensi tutti che abbiamo noi; li stessi. Quel galante che vedi là fuor del naufragio, quando non fosse dal dolor battuto—il duolo della bellezza è il cancro—tu potresti bel giovine chiamarlo. I suoi compagni ha perduto e qua e là tenta cercarli.
Posso chiamarlo un essere divino, che mai di naturale ho visto tanto nobile!
da sè.
S'incamminano le cose come l'animo mio sperava. O Spirito, lieve Spirito! in meno di due giorni, per questo fatto, libero sarai.
Certo, quella è la dea che questo canto accompagnava. I miei voti ascoltate: posso sapere se abitate questa isola? E mi potete dar consiglio del come debba quivi comportarmi? Ma la prima dimanda è questa ch'io v'indirizzo per ultima: O portento, siete fanciulla o no?
Non un portento, signore, ma fanciulla certo.
Il mio stesso linguaggio! O cielo! E pur sarei primo fra quelli che un linguaggio tale parlano, se ancor fossi nel paese dove si parla.
Come il primo? E cosa diverresti mai tu se ti sentisse parlare il Re di Napoli?
Lo stesso di quel ch'io sono, pien di meraviglia nell'udirti di Napoli parlare. Egli mi udiva ed è per questo ch'io piangevo. Il Re di Napoli son io oramai, che ho veduto con questi occhi —d'onde non più cessò l'alta marea delle lacrime—il padre naufragare.
Ahimè che pena!
Sì, sulla mia fede!E insiem con lui tutta la Corte e il Ducadi Milano col suo nobile figlio.PROSPERO
a parte.
Il Duca di Milano con la sua più nobile figliuola ti potrebbe smentir, se lo credesse. A prima vista si son scambiati i loro sguardi. O dolce Ariel, sarai libero per questo!
A Ferdinando.
Signore, una parola, con i vostri discorsi io temo non vi siate fatto qualche danno. Ascoltate: una parola.
da sè.
Perchè mio padre sì scortesemente gli parla? È questo il terzo essere umano ch'io vidi mai, ma il primo per il quale io mi sospiri. La pietà sospinga mio padre dalla mia parte.
Se sietevergine ancora e il vostro cor non siaimpegnato, di Napoli reginaio vi farò!