DAL METASTASIO A VITTORIO ALFIERI(1698-1782)

DAL METASTASIO A VITTORIO ALFIERI(1698-1782)CONFERENZADIGuido Mazzoni

CONFERENZA

DI

Guido Mazzoni

Signore e Signori,

Chi volesse immaginarsi due scrittori in contrasto tra loro, quanto più sia possibile, e d'aspetto e d'indole e di facoltà artistiche, non avrebbe a durar fatica: gli basterebbe ripensare, l'un dopo l'altro, Pietro Metastasio e Vittorio Alfieri.

Ecco subito, a udire il nome dell'abate Metastasio, ecco subito risorgere in voi l'immagine di quel volto paffuto sotto i riccioloni della bianca parrucca: il mento doppio s'incurva dolcemente sotto le labbra carnose e la fronte si dilata senza rughe, con un'altra curva armoniosa, sopra gli occhi sereni: volto un po' troppo pieno, ma non senza grazia; al primo guardarlo, volto di un cuor contento; ma non senza finezza, a riguardarlo meglio. Tale i ritratti ci han fitto nella memoria la sembianza del poeta cesareo,che, piegatosi innanzi, quasi a salutare l'amico lettore, e le lettrici, sorride dal limitare delle opere sue. Oh, il conte Alfieri non ci accoglie così! Egli figge gli occhi acuti nell'avvenire, di là da' lettori presenti (alle lettrici non pensa neppure); nell'avvenire li figge, dove ben altri lettori si augura e spera, tra il nuovo popolo d'Italia ch'egli ha voluto suscitare a nuovi destini. I capelli rossi fan come da cornice a quel volto angoloso che s'erge sul collo nudo fieramente; le labbra s'increspano quasi a disdegno; la fronte è segnata di linee che l'attraversano quanto è ampia, e altre rughe scendono per le guance, secondo le contrazioni che il pensiero, nello sforzo del cercar l'espressione, impone alla carne ribelle. Quegli, il Metastasio, a chi abbia pratica de' versi suoi, potrà sembrare che si volga ancora a' soavi melodrammi e mormori, invidiandoli perchè vanno a Nice:

Quanto ingiusto, o miei fogli, è il ciel con noi!Dolce è la vostra, è la mia sorte amara:Sol tocca a me tutto il sudore, e poiTocca a voi soli ogni mercè più chiara.

Quanto ingiusto, o miei fogli, è il ciel con noi!Dolce è la vostra, è la mia sorte amara:Sol tocca a me tutto il sudore, e poiTocca a voi soli ogni mercè più chiara.

Quanto ingiusto, o miei fogli, è il ciel con noi!

Dolce è la vostra, è la mia sorte amara:

Sol tocca a me tutto il sudore, e poi

Tocca a voi soli ogni mercè più chiara.

Questi, l'Alfieri, si direbbe che abbia gettata via dispettoso la penna, esclamando:

L'arte ch'io scelsi è un bel mestier, per dio!

L'arte ch'io scelsi è un bel mestier, per dio!

L'arte ch'io scelsi è un bel mestier, per dio!

e così placatosi torni ancora a meditare aspre tragedie.

Il contrasto che è ne' ritratti de' due volti non fu minore nell'indole de' due uomini e nella vita loro: e li ebbe una stessa nazione, nello stesso secolo, contemporanei; li ebbe poeti drammatici entrambi. La storia letteraria nostra, che ha tante meraviglie, non ne ha forse una che sia curiosa come questa, e così importante a studiarla.

Pietro Trapassi, nato nel 1698 a Roma, quando fu giunto a maturità parve unire in sè quella che il Boccaccio chiamò la gran dolcezza del sangue bolognese, che gli veniva dalla madre, con la bonaria compostezza romana che gli veniva dal padre: ma innanzi fu un gaio e spensierato ragazzo che, sebbene adottato dal Gravina per le grazie dell'ingegno manifestate nell'improvvisare, e già erudito da lui su' Greci e su' Latini negli studii severi, si affrettò a sparnazzarne la conspicua eredità godendosi a Napoli la vita. Una cantante, la Marianna Bulgarelli, la Romanina, che lo conosce per gliOrti Esperidi,lo fa suo e lo protegge, quando egli, ridotto in miseria, studiava l'avvocatura; un'altra Marianna, la Pignattelli D'Althann, che è vedova a Vienna, e può vantarsi amata da Carlo VI, lo fa chiamare là, e anch'ella lo fa suo e lo protegge. A questo modo il figliuolo del droghiere, l'abatino galante, l'avvocatino napoletano, ebbe a presentarsi nel 1730, per la sua qualità di nuovo poeta cesareo, innanzi alla Maestà dell'Imperatore del Sacro Romano Impero, “il più gran personaggio della terra!„ Tre reverenze, una sull'uscio, una a mezzo la sala, una davanti alla persona imperiale; e quest'ultima fu genuflessione: il Metastasio (così il Gravina l'aveva ribattezzato grecamente) restò lì ginocchioni finchè Carlo VI gli disse: — Alzatevi! alzatevi! — Ma allora, ohimè, conveniva aprir bocca, parlare: che dir mai? Era quello, disse, il momento che aveva sospirato fin da' primi anni della vita; e ora che si trovava lì, in faccia all'imperatore, “col glorioso carattere di suo attual servitore,„ avrebbe voluto divenire un Omero, dovesse costargli tutto il sangue delle vene! cercherebbe almeno di fare quel più che potesse, e il titolo di poeta cesareo gli darebbe quella virtù che non gli dava l'ingegno. Piacquero le parole bene artificiate e dette bene; e l'imperatore degnò sorridere, e gli offerse la mano a baciare: “Onde io (narrava ilMetastasio) consolato di questa dimostrazione d'amore, strinsi con un trasporto di contento la mano cesarea in entrambe le mie, e le diedi un bacio così sonoro che potè il clementissimo padrone assai bene avvedersi che veniva dal cuore.„

A corte, sulle prime, non si curavano di lui; ma egli vi s'insinuò e vi si abbarbicò presto tenacemente con la garbatezza de' modi, con la simpatia della persona, con l'accortezza mascherata di bonomia onde si regolò sempre, entro i limiti dell'onesto, a vantaggio proprio. E la Marianna lasciata a Napoli, la dolce Romanina? Didone è stata abbandonata da Enea, e Enea non vuole ch'ella lo raggiunga.... a Vienna! E per impedirle il viaggio intrapreso, la ferma, o fa fermare, a Venezia: onde la leggenda, che sarà poi registrata dal Lessing, ch'ella tentò uccidersi con un temperino; nel fatto, pur dolorando, si contentò di promesse e si rassegnò. Anzi, scrisse a un abate, che s'era intromesso tra lei e l'amico, raccomandandogli prendesse cura del marito, che aveva proseguito per conto suo fino a Vienna, e lo consigliasse “a non disgustare il signor Metastasio con qualche sua strana risoluzione; ma lo faccia (aggiungeva) con la sua buona grazia, che non paia mia premura.„ Sta a vedere che il marito correva le poste per costringere l'abate atornare indietro, o almeno per rimbrottarlo dell'abbandono crudele!

Difficile, perchè già tenuto da Apostolo Zeno, l'ufficio di poeta cesareo: lo Zeno aveva data nobiltà quasi di tragedia al melodramma, col divergerlo dagli enormi spettacoli eroicomici e volgerlo all'efficacia dell'azione dialogata con eletta serietà; e pur conveniva al Metastasio lavorare indefessamente per produrre quelle tante opere all'anno e a tempi determinati, e procurare insieme gli oratorii, le serenate, i complimenti, le canzonette, per uso e consumo della Corte, quanti ne occorressero. Uomo metodico trova le ore e le ispirazioni per tutto e per tutti: sta a tavolino ogni giorno a ora fissa, e si commuove scrivendo o rompe la commozione a volontà, pe' suoi melodrammi; gli c'entra continuare il greco e il latino, quasi per diporto, a ora fissa; serve, come dicevano, le padrone a ora fissa; e la savia regolarità della vita gli permette perfino di far la corte alla D'Althann, a ora fissa; amarla, esserne riamato, sposarla, a quel che pare, segretamente. Poeta, uomo di società, dotto, amico, sa compiere tutti i doveri, sa darsi tutti i pensieri, con facilità graziosa, con ingegno e destrezza impareggiabili.

Muore la Romanina, e memore fin all'ultimo lascia erede lui, usufruttuario il marito: il Metastasio,ch'è galantuomo, rinunzia l'eredità, ma il Metastasio, che è un uomo che bada a' fatti suoi, nello scrivere al marito le condoglianze per la perdita comune, gli chiede che in compenso all'eredità rinunziata si occupi d'amministrargli le rendite in Italia e di provvedere alla famiglia, che è a Roma, come per tanti anni avea fatto la povera morta. Ben provveduto di stipendii, tenuto in onore e amore da Maria Teresa come già da Carlo VI, e più assai, mette da parte: la vita agiata, ma senza passioni, non gli costa quasi nulla: cinquantadue anni di séguito, vale a dire fino alla morte, rimane nella casa stessa dov'era sceso arrivando a Vienna; casa di napoletani che gli risparmiarono perfin la noia d'imparare il tedesco, casa di amici onde ebbe in una terza Marianna una figlia adottiva che lo consolò della morte della D'Althann dopo un legame di cinque lustri. Così la donna, che fu per lui rosa senza spine, gli profumò tutta quanta la vita. Morì nel 1782.

Uomo di buon senso, presente a sè, in ogni momento, in ogni cosa; uomo perfettamente equilibrato, sebbene si affermasse isterico; chè quel suo isterismo, come non gli tolse di campare fino a ottantaquattro anni, e lo lasciò morire d'un raffreddore, così fu sempre domato dalla ragione, subito che questa mostrò al pazienteil probabile danno della malattia. Non già ch'ei non sentisse; sentiva, anzi, vivacemente, volta per volta, minuto per minuto, sotto il colpo o la pressione degli affetti; ma poteva, quando gli sembrasse troppo, smettere di sentire nè voleva sentire più di quel tanto. Lavagna dove era agevole scrivere col gesso; donde era del pari agevole cancellare lo scritto con la cimosa. La fantasia vivace, eccitabile; l'animo calmo sempre; come nel mare, dove le onde si agitano soltanto sulla superficie sconvolta. Perciò il Metastasio non vide nella vita universale che l'uomo, e tutto riferì all'uomo, cioè, per l'uomo, a sè stesso.

Nulla gli dicevano i luoghi: gli scenarii de' suoi melodrammi gli bastavano. Era nato a Roma, era stato a Napoli, avea vista la Calabria; della campagna deserta e de' ruderi gloriosi, delle candide ville e de' vigneti sul golfo sotto il Vesuvio che fuma, delle coste infiorate d'aranci e guardate dalle vette del selvoso Appennino, nulla rammentò, nulla fe' passare ne' versi suoi. E a Vienna e in Moravia ciò ch'egli osserva è quanto sia d'agio o disagio, ciò ch'è da desiderare, ciò ch'è da fuggire a chi ama il comodo vivere. Gran bella nevicata, per esempio, quella del 1749 sui boschi moravi della D'Althann! Son tutti coperti di neve; alberi e capanne, perduti i colori, conservano ingrossato il disegno e si profilanocandidi nel cielo d'un grigio diffuso: udiamo il poeta: “Considero con sentimento di gratitudine, che quell'amico bosco, che mi difendeva poco anzi coll'ombra da' fervidi raggi del sole, or mi somministra materia onde premunirmi contro l'indiscretezza della fredda stagione. Insulto con diletto all'inverno, ch'io veggo ma non provo nella costante primavera del nostro tepido albergo.„ Non c'è dubbio: “al pari delle altre stagioni ha l'inverno ancora i suoi comodi, le sue bellezze e i suoi vantaggi„ per chi se ne sta innanzi ai caminetto, dimentico così della natura candidamente bella per la nevicata, come degli altri uomini che soffrono il gelo per la nevicata.

Nella soffitta della casa sua sta per più anni il Haydn; ed egli, che scrive pel teatro e s'intende di musica, sa che virtù abbia quel violinista in miseria; ma nulla fa mai per lui. Un vecchio compatriotta, un vecchio amico, il Porpora, cade malato, ha bisogno: è da pensarci, è da provvedere: ecco fatto, ecco mandata una lettera al cantante Farinello, al gemello impareggiabile, favorito del re di Spagna: “Vi sarò personalmente obbligato se mi vorrete evitare il dolore di vedere il naufragio d'un uomo pel quale abbiamo sentito rispetto fin dalla prima gioventù.„ Non si tratta, dunque, tanto di farpiacere al compatriotta e all'amico, quanto di schivare una dolorosa commozione e i possibili rimorsi. Dopo scrittone a Madrid, non c'era più ragione di stare in pensiero a Vienna. Al bene, certo, era naturalmente proclive; del male non ne fece mai; ma scomoda tanto fare il bene! Se ci ha da essere scomodo non mette conto, neppure per sè, di muoversi; se ci ha da essere danno, allora sì che è prudente badare solo a' fatti suoi! E rinunziava alla Romanina, rinunziava a rivedere padre, madre, fratelli, rinunziava all'Italia, soffocando le rapide fiammelle della fantasia e del sentimento. Oh Napoli, oh le Calabrie, oh Roma e il palio de' barberi! Ma, per tornare, bisognava buttar all'aria, preparar tutto, bisognava mettersi in via; e laggiù chi sa poi quante chiacchiere uggiose; e lì presso c'era la D'Althann che alla tale ora lo aspettava, o gli amici per la solita lettura d'Orazio. Il Metastasio non rivide mai nè l'Italia nè i suoi.

Vittorio Alfieri, nato nel 1749, quando il Metastasio era negli onori massimi e già sullo sfiorire, ebbe dal forte Piemonte adusta la tempra del corpo e ben salde le fibre dell'animo. Il conte astigiano, militarmente educato a Torino, nel collegio dove gl'insegnarono più francese che italiano, altiero, ribelle per indole alla volontà altrui, si vendicò subito che potè di quella disciplina correndo l'Italia e l'Europa a rompicollo. Francia, Inghilterra, Olanda, Svizzera, Germania, Danimarca, Svezia, Russia; e poi, in un'altra corsa, Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo, dal '67 al '72 lo vedono passare e ripassare giovane ardente, fantastico, turbolento, che ama e disama, che spende e spande, che ha tragiche e comiche avventure di passioni, di duelli, di processi; tradito, vilipeso, pregiato, onorato; sempre desideroso del meglio, sempre scontento del presente, sempre scontento di sè. Passa e ripassa con frotte di cavalli generosi: di lì a poco preferirà i libri.

Guarito da un amore in Olanda, incappa nel '71 nella Penelope Pitt, che a sedici anni è divenutala viscontessa Ligonier; e per lei si batte col marito, per lei è tratto insieme con un palafreniere in un processo di divorzio. Un altro amore a Torino, l'anno dopo, indirettamente l'avvia a comporre tragedie. Poi nel '77 a Firenze “degno amore lo allaccia finalmente per sempre„: ama la moglie di Carlo Odoardo Stuart, la contessa d'Albany; e si studia di sottrarla a quello sbevazzatore che, dimentico della sua dignità e delle prove da lui fatte non senza gloria come pretendente alla corona d'Inghilterra, le è un “irragionevole ed ubbriaco padrone„; ordisce sottilmente la trama della liberazione, la compie quasi per rapimento, si assume intiera la responsabilità del fatto, con la donna amata convive pubblicamente, in faccia all'attonita aristocrazia, rivale felice d'un marito di casa reale.

Intanto, ne' viaggi e nelle passioni e nelle amicizie varie, gli si era allargato il sentimento e la coltura: l'Inghilterra e la Francia gli avean mostrato assodate o in via d'esperimento le leggi della libertà: tutta l'Europa aveva corso, o da tutta l'Europa raccolto in sè l'odio contro il feudalismo antiquato e la bramosia delle riforme civili. A Ginevra s'era già comprati l'Helvetius, il Rousseau, il Montesquieu; poi lesse Plutarco e se n'infiammò; quattro e cinque volte di seguito lo lesse “con tale trasporto di grida disperatee di furori per anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina mi avrebbe certamente tenuto per impazzito„. Con lacrime di dolore e di rabbia raffrontava Cesare, Bruto, Pelopida, Catone, a' piccoli reggitori del Piemonte: un giorno intiero, meditando l'Italia presente, pianse sulla tomba di Dante a Ravenna. Si rodeva, e pur seguitava a menar la vita dello scioperato e dello scapestrato; ma il suo era come il ribollimento della terra che abbia sentita la prima pioggia primaverile.

Presentato nel '69 al re di Prussia, non ebbe altro lievito che d'indignazione e di rabbia: poche parole gli disse il re; egli l'osservò profondamente ficcandogli gli occhi negli occhi, e ringraziò Dio che non lo aveva fatto nascere schiavo di Federigo II. Anche dal re di Piemonte si volle libero; e, fatta donazione di tutto il suo, andò a tôrre licenza: quel re, che era il buon Vittorio Amedeo II, non gli parlò punto della cosa, e lo accolse affabile e cortese come era sempre. Onde poi il conte nellaVita: “Ancorchè io non ami punto i re in genere, e meno i più arbitrari, debbo pur dire ingenuamente che la razza di questi nostri principi è ottima sul totale, e massime paragonandola a quasi tutte l'altre presenti d'Europa. Ed io mi sentiva nell'intimo del cuore piuttosto affetto per essi, che non avversione;stante che sì questo re che il di lui predecessore sono di ottime intenzioni, di buona e costumata ed esemplarissima indole, e fanno al paese loro più bene che male. Con tutto ciò quando si pensa e vivamente si sente che il loro giovare o nuocere pendono dal loro assoluto volere, bisogna fremere, e fuggire.„ Oh il bacio, il bacio sonoro del Metastasio sulla mano dell'augusto padrone!

Dopo che l'Alfieri ebbe baciate, in cambio di una mano imperiale, le rovine della Bastiglia, avidamente raccolte a memoria del fatto, gli toccò sentire la libertà impiccante e spogliante, come la chiamava pronunziando gli epigrammi feroci che, deluso nelle alte speranze, scagliò, fin che gli resse la vita, contro la Francia. E dalle Fiandre e dalla Germania, venne a Firenze, dove Ugo Foscolo lo vide passeggiar solo dove Arno è più deserto. Qui scrisse le commedie, volto ormai col pensiero all'esempio degli Inglesi, che soli gli avevan dato libertà e pace, e soli sembravan godere patria e libertà, e per ciò partigiano ormai degli ordini costituzionali ove si contemperano le signorie dell'Uno, de' Troppi, de' Pochi, tre veleni che commisti fanno l'antidoto. Qui allo Strocchi giovane che andò a visitarlo gridò rimbrottandolo che parteggiasse pe' Francesi: “Que' scellerati Francesi hanno ammazzatoil loro re: i re vanno ammazzati, ma sul trono, non balzarneli con inganno e, appena caduti, vilmente trucidarli!„ Qui, disperato del tempo e degli uomini presenti, affisse sulla porta di casa quel biglietto che si era stampato con le proprie mani: “Vittorio Alfieri, non essendo persona pubblica, e supponendosi di poter essere almeno padrone di sè in casa sua, fa noto a chiunque cercasse di lui, ch'egli non riceve mai nè le persone nè ambasciate nè involti nè lettere di quelli che non conosce e da cui non dipende.„ E qui morì nel 1803, atteggiandosi a misantropo sdegnoso. Ma come caldo d'amore nel suo pensiero per gli uomini tutti! come ardente per gli uomini d'Italia, quali degni di lei nascerebbero un tempo! Quando scrisse la dedica delBruto II, volgendosi al popolo italiano futuro, si direbbe che il conte Alfieri, dotato di profetici spiriti, si vedesse innanzi i martiri, i soldati, i diplomatici del '21, del '48, del '59: quando scrisse i versi sulle battaglie future tra Italia e Francia, fu profeta, almeno in parte, davvero. A Roma, nel '49, più d'uno de' volontarii (perchè non il Mameli?) avrà susurrato:

... O Vate nostro, in praviSecoli nato, eppur creato hai questeSublimi età che profetando andavi!

... O Vate nostro, in praviSecoli nato, eppur creato hai questeSublimi età che profetando andavi!

... O Vate nostro, in pravi

Secoli nato, eppur creato hai queste

Sublimi età che profetando andavi!

Ora, il conte astigiano che, posando a Marsiglia, con le spalle addossate a uno scoglio, dinanzi alle due immensità del cielo e del mare abbellite dai raggi del sole cadente, passava ore di delizia fantasticando; o viaggiando nel Settentrione dalle selve, dai laghi, dai dirupi, si sentiva sorgere entro l'animo ruvidamente scolpite le immagini che poi ritrovò nell'Ossian; o cavalcando per le pianure deserte dell'Aragona piangeva dirottamente, senza sapere di che, per la poesia che terribile e lieta e mesta e pazza gli si affacciava alla mente in immagini mal distinte; questo poeta grande, questo cittadino grande, quest'anima, insomma, questa vita, nel 1769 toccarono per un momento o furono per toccare l'anima e la vita dell'abate Pietro Trapassi, del poeta cesareo Metastasio.

Era a Vienna l'Alfieri, e il ministro sardo gli aveva proposto di condurlo dal Metastasio, quando un giorno nei giardini imperiali di Schoenbrunn lo incontrò. Da lontano lo vide “fare a Maria Teresa la genuflessioncella di uso, con una faccia sì servilmente lieta e adulatoria„ che più non volle saper di conoscerlo. “Non avrei consentito mai di contrarre nè amicizia nè familiarità con una Musa appigionata o venduta all'autorità dispotica da me sì caldamente abborrita.„

Il Metastasio morì senza aver saputo di taleincontro: se l'avesse saputo, l'Alfieri gli sarebbe sembrato un matto, un bel matto da legare. E del matto si diede, raccontando da vecchio l'orrore suo pel Metastasio, l'Alfieri: ma in quella mattia era l'entusiasmo che solo può risuscitare la vita e la coscienza d'un popolo.

Da un lato, dunque, l'alta società viennese. “Qui gli odii e gli amori (scriveva il Metastasio al Farinello nel '47) non tolgono mai il sonno: qui l'anima s'impaccia pochissimo degli affari del corpo: la sera siete il favorito, la mattina l'incognito. Le premure, le agitazioni, le sollecitudini, le picciole guerre, le frequenti paci, le gratitudini, le vendette, il parlar degli occhi, l'eloquenza del silenzio, insomma tutto ciò che può dar di piacevole o di tormentoso il commercio delicato delle anime, è paese non conosciuto, se non che come ridicolo ornamento de' romanzi. È cosa incredibile a qual segno arrivi l'indolenza di queste placidissime ninfe. Io dispererei di trovarvi una sola capace di trascurare un giuoco dipiquetper la perdita o per la morte d'un carissimoamante; ve ne troverei ben quante mai ne volessi di quelle che non interromperanno l'insipido lavoro de' lor nodetti fra gli eccessi dell'estro più misterioso. E voi temete per me? Tranquillatevi pure. Non si corre questo rischio.„ E in quella società che nella sua aristocratica superiorità al volgo degli uomini rinunziava alle passioni degli uomini, l'abate Metastasio cantò le passioni non vere degli eroi melodrammatici e di sè. Sottile analizzatore degli affetti si dilettava incidere, come Properzia de' Rossi fece della Passione di Cristo, tutta quanta la storia d'una passione sopra un nocciolo di pesca; ma erano affetti immaginarii. Perfino Nice, la Nice che gl'inspirò così leggiadre canzonette, visse soltanto nella mente del poeta, che si raccomandava agli amici non restassero ingannati dai teneri versi; non gli facessero il torto di crederlo innamorato, non esser egli capace di tali debolezze! Invece, se correvan chiacchiere di certe sue avventure con una ballerina, raccomandava le lasciassero correre “perchè alla fine, quando ci andiamo avvicinando ad una certa età non ci dispiacciono tanto queste imposture che accreditano il nostro vigor giovanile.„ Chiuso sempre in quei salotti di dame e di attrici, non desideroso d'altro che dell'agiato vivere, lontano dalla patria e da' parenti, il Metastasio fermò sè, lasua vita, la lingua e l'arte sua, in una beata ed elegante placidità: non si curò di sapere, ignorò che facesse, che pensasse il popolo italiano: invecchiò supremo rappresentante d'un'età e d'una letteratura ormai trapassate.

Dall'altro lato, tutta l'Europa che segreta fermenta. E l'Alfieri vi si aggira irrequieto, smanioso; suggendo dalla natura viva, e dai libri vivi, e dagli uomini e dalle donne vive, gli elementi delle passioni che l'agitano diversamente finchè non ama la D'Albany, le lettere classiche, l'Italia futura. Diceva che, nato libero, avrebbe amato la patria su tutto; nato schiavo, nulla amava più che la sua donna: amò invece la sua donna e la patria, come nessuno de' nostri poeti dalla prima metà del Cinquecento aveva più saputo amarle:

Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite:Irato sempre; e non maligno mai:La mente e il cor meco in perpetua lite.

Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite:Irato sempre; e non maligno mai:La mente e il cor meco in perpetua lite.

Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite:

Irato sempre; e non maligno mai:

La mente e il cor meco in perpetua lite.

Per ciò egli è un'anima moderna; e, pur nelle forme in che la costrinse quasi a dispetto, l'arte sua, nell'intendimento e ne' concetti, è tutta moderna. Perchè gettò via lo Shakespeare, subito che si accorse che gli andava troppo a sangue? Mala paura lo colse d'essere indotto a imitarlo, e non volle. Tardi tornò a lui, e tardi lo imitò;quando le forze non erano più adeguate all'impresa. Perchè lo spirito suo non s'infuse piuttosto in liberi drammi all'inglese che nelle anguste tragedie alla francese? La potenza dell'Alfieri, se è lecito rimpiangere che chi tanto diede non abbia dato anche più, fu, a parer mio, anche maggiore dell'opera sua. Poeta più che artista: più artista che poeta, di contro a lui, il Metastasio.

Dall'uno all'altro, rammentata pure la tanta disparità delle indoli, e i casi diversi delle vite, non intenderebbe il passaggio chi non ripensasse cause più generali e profonde: la critica trionfatrice, le riforme civili ed estetiche che ne mossero, l'esaurimento del melodramma, la maturità della tragedia.

Al Metastasio, non si crederebbe!, fu fatto invito di collaborare all'Enciclopedia, proprio a quella del Diderot, di cui l'ultimo volume uscì nel 1772. Avrebbe potuto mandarle, come non disformi dagli intendimenti dell'impresa, certeOsservazioni sul teatro grecodove, prendendo a una a una in esame le tragedie d'Eschilo, Sofocle, Euripide, e le commedie d'Aristofane, le giudicò tutte secondo i gusti e le idee del Settecento, nè risparmiò sali mordaci a quella “aurea semplicità greca„ che mal pareva anche a lui sciocchezza. Tanto aveva potuto il secolo perfino sullo scolaro di Gianvincenzo Gravina, sul Trapassiche il Gravina aveva, per amor de' Greci, metastasiato. Dimostrato falso dal Galilei il principio dell'autorità nelle scienze, rimesso in onore da lui il pensiero vivo, la ragione abusava ormai delle forze sue, credendo poter costituire sè medesima giudice di tutto, del presente, del passato, dell'avvenire, non secondo le necessità della storia, ma secondo leggi ch'ella medesima si foggiava idealmente. E perchè ella era quale i tempi recavano che fosse, diversa da quale in altri tempi era stata, derideva nel passato tutto quello che non l'appagava più, voleva ridurre nel presente ogni cosa a suo modo, studiava di preparar l'avvenire, su norme teoriche, tale da imporgli poi come Faust al minuto sfuggente: “Férmati, tu se' bello!„

Non prevedendo bene gli effetti, a mezzo il secolo scorso lavoravano tutti, l'aristocrazia e l'alto clero non meno de' borghesi, a tale opera di revisione, di riforma, di preparazione. Onde la critica sagace delle autorità mal consacrate, e insieme l'irreverenza contro i grandi de' tempi che furono, Omero, Dante, Shakespeare; onde utili mutazioni di leggi e di costumanze, e insieme abbozzi utopistici di legislazioni e di costituzioni per la piena, universale, sempiterna felicità del genere umano. Il male era pertanto misto al bene in sì fatto fervore di pensieri e di coscienze;ma io non sono di quelli che affermano essere stato il male più assai che il bene. Concordano tutti che le riforme, delle quali si giovò allora e pe' corpi e per le anime tanta parte d'Europa, furon giuste e proficue. Ma que' sogni per l'avvenire non apparecchiarono di là dagli orrori della Rivoluzione, altre riforme, giuste e proficue del pari? Così lento è il Bene nel suo secolare viaggio verso la meta cui gli è lecito avvicinarsi sempre più, sempre più, ma non raggiungerla mai, che ad affrettarlo tanto giova la Fantasia quanto forse la stessa Ragione. Troppo cauta è questa nel guidarlo. La Fantasia, ignorante degli ostacoli, fa cuore al Bene e gli dà così forze novelle per proseguire ancora nell'arduo, nell'infinito cammino.

Ed ebbe alcun che di utile, sebbene ridicola spesso, e turpe qualche volta, la irreverenza verso il passato, il disprezzo della storia: perchè soltanto per quell'eccesso si compensò l'eccesso opposto, della cieca devozione, della superstizione pedantesca, onde in nome de' morti si vituperavano i vivi. Non loderemo davvero nè il Cesarotti contaminatore d'Omero, nè il Bettinelli spunzecchiatore di Dante, nè il Voltaire calunniatore dello Shakespeare; ma se de' grandi non fu inteso il valore, che la storia meglio studiata ci mostra oggi intiero, ebbe del buono quell'affermazionedover l'arte viva d'ogni età rispondere alla coscienza dell'età propria, sia pure prevenendola d'alquanto; nè ricalco sull'antico nè moda audace e rapidamente caduca; sì espressione estetica della civiltà sociale e della coltura intellettuale onde è prodotta.

Tra il Metastasio e l'Alfieri passò dunque di mezzo quasi una gran folata di vento, che spazzò via molta polvere e molti germi sparpagliò da per tutto; una gran folata di vento, come d'improvviso ne dà l'estate, ad annunziare un temporale che avanza. Verranno la pioggia e la grandine e i fulmini e i tuoni: ma intanto l'afa è cessata, e si respira meglio.

Giuseppe Baretti e Giuseppe Parini attestano come fu rapido quel trapasso, e come efficace.

Nato a Torino nel 1719, il Baretti è, per qualche rispetto, un Alfieri in piccolo: anche lui, irrequieto; anche lui, scabro e impetuoso; anche lui, veridico sempre; anche lui, innamorato dell'Italia. Viaggia molto anche lui, e trova in Inghilterra la giustizia e la libertà negategli inpatria. Se da giovane aveva tradotto il più robusto de' tragici francesi, il Corneille, sente poi la potenza dello Shakespeare, e ne prende a viso aperto le difese contro il Voltaire. Frusta a sangue gli Arcadi: è uomo, sdegna gli eunuchi, vuole che gl'Italiani tutti sien uomini. Per ciò non più cortigianerie, non più ciance:

Son franco nel parlare,La verità la dico molto forte:Pensa come starei in una Corte!

Son franco nel parlare,La verità la dico molto forte:Pensa come starei in una Corte!

Son franco nel parlare,

La verità la dico molto forte:

Pensa come starei in una Corte!

La vuol far finita con le raccolte di rime in nascita, in vestizione, in morte, dove l'argomento suggerisce subito agli inetti, per lunga consuetudine e tradizione, le immaginette e le cadenze:

Muore un papa, e gli occhi molliPer lo pianto ha già la Fede;Anglia ride perchè vedeDi lui privi i Sette Colli.Sen fa un altro: e l'irta chiomaDi bei fior si cinge il Tebro,E di gioia pazzo ed ebroLo rimira tutta Roma....Nasce a Praga un marchesino,E più l'Asia alzar non osaGli occhi, e trista e sospirosaGià bestemmia il suo destino.E sì pien di tema ha il pettoSolimano un dì sì audace,Che a colei che più gli piacePiù non gitta il fazzoletto....

Muore un papa, e gli occhi molliPer lo pianto ha già la Fede;Anglia ride perchè vedeDi lui privi i Sette Colli.Sen fa un altro: e l'irta chiomaDi bei fior si cinge il Tebro,E di gioia pazzo ed ebroLo rimira tutta Roma....Nasce a Praga un marchesino,E più l'Asia alzar non osaGli occhi, e trista e sospirosaGià bestemmia il suo destino.E sì pien di tema ha il pettoSolimano un dì sì audace,Che a colei che più gli piacePiù non gitta il fazzoletto....

Muore un papa, e gli occhi molli

Per lo pianto ha già la Fede;

Anglia ride perchè vede

Di lui privi i Sette Colli.

Sen fa un altro: e l'irta chioma

Di bei fior si cinge il Tebro,

E di gioia pazzo ed ebro

Lo rimira tutta Roma....

Nasce a Praga un marchesino,

E più l'Asia alzar non osa

Gli occhi, e trista e sospirosa

Già bestemmia il suo destino.

E sì pien di tema ha il petto

Solimano un dì sì audace,

Che a colei che più gli piace

Più non gitta il fazzoletto....

Ben altrimenti gli sembrava che fosse da cantare. Ma l'arte italiana non era per lui l'arte tutta; e il Baretti ebbe l'occhio ai grandi d'ogni luogo, d'ogni tempo. Vi piace la bellezza greca? ammiratela: la francese? ammiratela. Se non che, Grecia e Francia son due terre sole; altre terre ha il mondo, e gli uomini vi son di così maschia barba come i Greci e i Francesi: il Metastasio è d'italiana bellezza, e il De Vega e il Calderon han bellezze spagnole; lo Shakespeare ha le inglesi. E chi sa che al Cairo, ad Hispahan, a Pechino, non sieno bellezze d'arte ignote a noi? Vediamo, sentiamo almeno quelle de' vicini, quanto più si può. Basterebbe questa pagina a far del Baretti un critico, pe' tempi suoi, meraviglioso. Sia pure che lo avessero preceduto il Gravina, il Conti, il Martelli, egli fu il primo critico delle lettere nostre moderne, e rimane insigne anche oggi per molte, se non per tutte, delle sue ammonizioni.

E a lui l'onore di volgere il Piemonte restío verso l'italianità nell'arte; a lui l'onore di aver voluto un'arte italiana, degna della Italia nuova. Piemontese, sì; da lagnarsi che, come si dice Guercino da Cento, Antonio da Correggio, Leonardo Aretino, Castruccio da Lucca, neppure un piemontese fosse detto da Torino o da Asti (provvide, di lì a non molto, l'Alfieri); ma italianoanche più. Odiava i Gesuiti, per ragioni molte; principalissima questa, che insegnavano con metodo sì sciocco da far costare ai ragazzi sei o sette anni il solo apprendere la grammatica latina! Lamento onde si conferma la modernità di quella mente. Li odiava, ma quando Clemente XIV li soppresse, egli se ne adirò: “Il Papa è un principe italiano; e che un principe italiano sia violentato a far a modo delle Potenze oltremontane è un boccone che non lo potrò mai digerire. Se la Francia e la Spagna non dipendono da noi, perchè abbiam noi a dipendere da esse? che diritto hanno mai di farci fare a modo loro?„ Italiano, voleva che la lingua comune a tutta la penisola fosse detta, quale è nel fatto, toscana no, italiana; e italiano voleva lo stile, e si avrà solo, diceva, se si segua la natura, esprimendosi con schiettezza e semplicità. Ma stile buono non può essere dove non siano pensieri: l'intrinsecoè quello che conta. Conviene smettere il vanto del primato, e imparare da chi sa più di noi: dire “noi fummo!„ non giova, quando gli altri rispondono “e noi siamo!„

Educate, ammoniva, educate con diligenza, con amore; fate corpi vigorosi, animi vigorosi, senza tante smorfie e dolcezze e fisime. “Quel tuopoint d'honneur(scrisse a un fratello, parlandogli d'un nipote), che già scorgi germogliarein esso, io non so cosa sia. È un termine francese che non so bene come sia definito dai signori Galli. Il miopoint d'honneurconsiste nel distinguermi dal volgo a forza di superiore notizia di cose, e a farmi giustamente reputare un uomo incapace di vizio per quanto porta la fragilità umana: consiste nel seguire tutto quello che credo mio o altrui bene, ed evitare tutto quello che credo mio o altrui male; consiste nel mostrar prudenza scompagnata da viltà, e fortezza d'animo disgiunta da un orgoglio mal inteso.... Giovanni mi fa ridere con quella sua promessa di rompere la testa ai figli suoi, se riusciranno ignoranti. Quando i figli riescono tali, è la testa del padre che anderebbe rotta, almeno novantanove volte su cento.„

Il Baretti, caldo encomiatore delGiorno, porge anche qui la mano al Parini educatore. Pensionato dal re d'Inghilterra, morì a Londra nell'89.

Il Parini è tal figura che richiederebbe un quadro a sè; non mi proverò nemmeno a disegnarlo. Egli è un plebeo che, più dignitosamente del Metastasio, si frammette all'aristocrazia; non la sfrutta, la studia, la rappresenta, la flagella; è un prete cristiano che della critica degli Enciclopedisti accetta quanto concorda col Vangelo; è un galantuomo che anche dell'arte si vale a far del bene; è un grande artista che, facendodel bene, riesce a fare capolavori. Il sacerdote lombardo, messo di contro all'abate romano, potrebbe dirgli in faccia:

Me non nato a percuotereLe dure illustri porte,Nudo accorrà, ma libero,Il regno della Morte.

Me non nato a percuotereLe dure illustri porte,Nudo accorrà, ma libero,Il regno della Morte.

Me non nato a percuotere

Le dure illustri porte,

Nudo accorrà, ma libero,

Il regno della Morte.

Il pedagogo nelle case de' nobili, che ha offerto al giovinetto Imbonati l'ode sull'Educazione, potrebbe, sorridendo sarcastico, canticchiare al poeta cesareo:

Vero forse non è, ma un giorno, è famaChe fûr gli uomini eguali, e ignoti nomiFûr Plebe e Nobiltade!

Vero forse non è, ma un giorno, è famaChe fûr gli uomini eguali, e ignoti nomiFûr Plebe e Nobiltade!

Vero forse non è, ma un giorno, è fama

Che fûr gli uomini eguali, e ignoti nomi

Fûr Plebe e Nobiltade!

Onde i disdegni de' nobili che a lui Parini diedero perfino della canaglia letterata: ma si disdissero poi, quando nel Municipio di Milano conculcata da' Francesi lo videro talora insorgere pel buon dritto, e tal'altra, non valendo a rimediare, piangere.

Come il Baretti aveva salutato il Parini, così il Parini salutò Vittorio Alfieri sorgente. Essi due principalmente apprestarono il dono che l'aristocrazia piemontese ne faceva all'Italia; primo dono de' molti nobilissimi che le fe' poi e d'intelletti e di spade. Il Baretti aveva con la criticasua aiutato a sgombrar via l'Arcadia e a trarre il Piemonte nella coltura italiana; il Parini aveva educata l'arte italiana a strumento di civiltà e di redenzione morale.

Non resta se non vedere brevemente perché l'arte civile del Parini divenendo arte politica con l'Alfieri tenne il modulo della tragedia quale l'avevano fermato i Francesi.

Quando l'Alfieri cominciò a tentare le scene, il melodramma si era aperto oltre la massima fioritura, e, come accade anche ne' generi letterarii, decadeva. “L'opera è una bella cosa (aveva scritto il Voltaire al Paradisi): ella è figlia della tragedia; ma la figlia ha svenata la madre.„ E veramente, per lo Zeno e pel Metastasio, già lo spettacolo musicato del Seicento aveva cedute le scene a drammi di ordinata e simmetrica compagine, di eletta verseggiatura, dove la musica e la parola e la pittura e la danza concordi gareggiavano a un unico intento estetico. Ma presto il modello di sì fatta fusione si era, da prepotente, imposto al musicista, ai cantanti, ai ballerini, e, più che agli altri tutti, al poeta. Tre atti, ne' quali si svolgesse un'azione di lietofine; ogni scena doveva terminare in un'aria, detta sempre da un personaggio diverso, e sempre diversa d'intonazione sì che le liete si alternassero con le meste; sulla fine del primo e del secondo atto, le grandiarie d'impegno; nel secondo e terzo, un recitativo romoroso e un duetto o terzetto tra eroi ed eroine. Eppure il Metastasio, seguace sempre dello Zeno, ma seguace incomparabilmente più elegante, facile, corretto, aveva fatto, anche in quelle strettoie, miracoli di equilibrio, di virtuosità, d'arte, e perchè no? di poesia! Quasi maggiore di sè, a forza di sentimentalità fantastica, si era talvolta levato fino a scene d'un alto sentimento eroico, come nel dialogo tra Temistocle e Serse, e nell'addio di Regolo ai Romani. Nulla più, nell'antico melodramma, restava da fare dopo lui: conveniva ora, finchè non venisse il romanticismo innovatore, che si movesse innanzi e si facesse perfetto il melodramma giocoso.

La tragedia, invece, la figlia svenata dalla madre, aspettava intanto chi la rinsanguasse. Nella forma neoclassica de' Francesi l'aveva tradotta fra noi Pier Jacopo Martelli anche nel metro; ai Greci l'aveva indotta Scipione Maffei, consacrandole l'endecasillabo sciolto. Fece tragedie romane, con quel tantino d'anima shakesperiana che era assimilabile allora traverso gliimitatori, Antonio Conti. Romani e Giudei rappresentò nell'orrendo assedio di Gerusalemme, pel suoGiovanni di Giscala, tragedia forte, Alfonso Varano. Quindi, i tragici Gesuiti pe' teatrini de' collegi loro, e i tragici che direi officiali ne' concorsi pubblici di Parma, avevano consolidato lo stampo della tragedia; sì che a romperlo occorreva ormai braccio di ferro. Tale la natura lo diede all'Alfieri; ma troppo tardi ei si pose a studiare. L'ignoranza sua, l'ignoranza di quando cominciò a scrivere tragedie, lo costrinse subito a quel tipo che solo conosceva pei teatri francesi e nostri; l'amore pe' classici glielo fe' poi rispettare. Lo sforzò e piegò, ma non volle infrangerlo.... e gettò da parte lo Shakespeare. Per l'arte fu un danno; per gli effetti immediati sul pubblico, forse no: delle novità il pubblico avrebbe diffidato; la forma consueta gli lasciava invece piena agevolezza di succhiarne gli spiriti nuovi che vi erano infusi. Fin dalla primaCleopatra, che è del '74, l'Alfieri imprecava ai tiranni:

Tu se' la prima fra li re superbiChe pieghi alla ragion l'altera fronte,Alla ragione, ai vostri pari ignota,O non ben dalla forza ancor distinta.

Tu se' la prima fra li re superbiChe pieghi alla ragion l'altera fronte,Alla ragione, ai vostri pari ignota,O non ben dalla forza ancor distinta.

Tu se' la prima fra li re superbi

Che pieghi alla ragion l'altera fronte,

Alla ragione, ai vostri pari ignota,

O non ben dalla forza ancor distinta.

La tragedia, ch'era stata fin a lui un sollazzo aristocratico, divenne, per lui aristocratico, educazionedel popolo a liberi sensi. Lo dissero duro, oscuro, stentato; ma riusciva a far pensare, nè altro egli voleva.

“Son duro, lo so, son duro, ma parlo a gente che ha l'anima così molle e flaccida che è cosa da stupirne.... Tutti imparano il Metastasio a mente, e se ne foderano le orecchie, il cuore, gli occhi; gli eroi li vogliono vedere, ma castrati; il tragico lo vogliono, ma impotente.„ A questo modo, nel suo aspro piemontese. Sono io di ferro, chiedeva, o gl'Italiani son di melma? E più amaramente nella palinodia sè riconosceva di ferro dolce, gl'Italiani di melma rappresa. Torino, che intitolò del suo nome una strada nel 1797, e lo tolse via nel 1815, ve lo restituì quando i tempi furon maturi, quando sentì i fati novelli, che la traevano ad essere guida di tutta l'Italia. Oggi l'Italia tutta sento quanto debba a quel grande.

Grande; e sebbene l'arte sua sia meno spontanea, meno elegante, meno ingegnosa anche, se si vuole, di quella del Metastasio, assai più grande del Metastasio. Perchè l'anima del conte astigiano fu assai più grande di quella dell'abate romano; e le opere dell'arte, come gli organismi tutti, non vivono tanto per la loro esterna bellezza quanto per la potenza della vita che le empie di sè; la potenza della vita che, correndovi per entro a onde piene, le agita e muove. Chepiù, se l'opera d'arte, non solo viva per sè, ma si faccia suscitatrice di bene, e infonda altrui l'anima sua generosa, e imponga agli inerti:Surge et ambula?

Tale fu, o signori, tanto ottenne, la tragedia dell'Alfieri; opera grande, perchè fu opera d'una grande coscienza.


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