GIUSEPPE PARINI(1729-1799)

GIUSEPPE PARINI(1729-1799)CONFERENZADIGuido Mazzoni.

CONFERENZA

DI

Guido Mazzoni.

Signore e Signori,

Tocca a me l'onore pericoloso d'iniziare quest'anno le Letture fiorentine nella sala che Luca Giordano adornò tutta di fiori e che ora adornate voi, o signore; nella sala che udì già un tempo i discorsi degli accademici della Crusca e accolse poi un congresso di scienziati, e dove ora state ad ascoltarmi voi, o signori, che avete fama ben meritata di essere per un conferenziere l'uditorio ch'ei possa più desiderare o più temere. Ciò farebbe maggiore in me la trepidazione se non avessi ormai quattro volte sperimentato negli anni scorsi la vostra benevolenza, la vostra indulgenza. E quest'ultima chiedo ancora una volta per me; la benevolenza chiedo, a nome de' signori del Comitato, per l'istituzione loro, che, proponendosi così nobile intento, ha già raccolto tanto favore.

Giuseppe Parini aveva nove anni quando il padre suo, umile negoziante di sete, volendolo tirar su per gli studii, lo recò a Milano e lo allogò in casa d'una zia. “Addio, monti sorgenti dalle acque!„ avrebbe certo sospirato allora quel ragazzo d'ingegno così promettente, se Alessandro Manzoni, che fu poi il massimo discepolo del Parini, già avesse consacrato all'arte, con l'eloquenza dell'addio di Lucia, monti ed acque ben poco distanti dalle colline di Bosisio e dal lago di Pusiano. Il ragazzo, cui aveva insegnato a leggere e scrivere il prete del borgo nativo, è probabile non ripensasse allora, partendo, il tenue passato, ma che vedesse con gli occhi della fantasia le vantate meraviglie della sterminata ed opulenta Milano.

Erano gli ultimi del 1738, e Milano, sgombrata da Carlo Emanuele di Savoia “quel brutale d'Italia„, venuta in signoria di quel placido Carlo VI che doveva morire d'indigestione, si preparava ad accoglierne la figlia, Maria Teresa, sposa novella di Francesco di Lorena. E proprio quando il Parini arrivava, nel fervore de' preparativi, nello studio dell'etichetta, si facevano questioni grandi: chi doveva andare fin a Mantova a ossequiare i principi? chi si doveva invitare alle feste? le dame dovevano presentarsi a Corte con l'adrienne o col mantò? Le due prime questionifurono risolute presto; a Mantova andò il Vicario di provvisione e sei patrizi; sei altri, col titolo onorifico di Bastoni, ebbero a compilare l'elenco degli invitati: quanto all'adrienne e al mantò, bisognò indagare cautamente l'animo della maggiordoma maggiore dell'Arciduchessa, che indagò l'animo dell'Arciduchessa; e, a dispetto degli avari mariti, a gioia delle splendide dame, venne la risposta: il mantò!

Quel povero ragazzo di campagna che cominciava a frequentare, vestito da abatino, le scuole de' Barnabiti, non seppe o non si curò di sì fatte controversie; ma era certo per le strade, in vacanza, quando il 2 maggio '39 i principi, sorridendo al popolo dal grande carrozzone dorato, entrarono pomposamente in Milano; e potè forse avvicinarsi al corteggio e ammirarlo da presso e guardare la futura padrona, la fiorente Maria Teresa, perchè le milizie schierate per contenere la folla e presentare l'arme, sorprese da un acquazzone, si erano sbandate! La sera, grande illuminazione di tutta la città; e chi sa non fosse anche lui tra i monelli che (come narra la Gazzetta d'allora) “girando all'intorno con semplici rime, dettate dal naturale genio e piacere, come dall'affezione succhiata col latte verso la cesarea stirpe, invitavano i meno pronti ad esporre i lumi con abbondanza„. Furono le prime feste, le primedame, che vide co' suoi grandi e vivacissimi occhi neri quel lungo, gracile, irrequieto abatino; e cominciò ad assorbire inconsapevole l'amore del lusso, delle eleganze, della bellezza.

Mentre egli cresceva, e proseguiva a studiare, e cominciava a dar lezioni, i tempi si facevan più quieti; il governo imperiale, interrotto per pochi mesi dai Gallo-Ispani, si assodava in Lombardia entro quella pace di quarantotto anni che ci diè tempo d'incipriarci e d'imbellettarci, ma anche di guardare noi stessi allo specchio, vergognare di noi stessi, iniziare la conversione dell'animo nostro e la coscienza nazionale, che i Francesi del '96 ci aiutarono, sia pur brutalmente, a recuperare intiera. Milano si faceva a mano a mano più grande, più bella, più polita, negli agi e ne' diletti crescenti della civiltà; e, come accade, ogni moto di quel risveglio affrettava altri moti. Passava su tutti un'aria tiepida, quasi autunnale, che affrettava la piena fioritura, lo spampanamento de' vizii, e spargeva intanto i semi della primavera ventura. Quel che fino allora non era sembrato di ribrezzo o di schifo o di danno, lamentavano molti, e chiedevano fosse tolto via dalle leggi e dalle costumanze. La critica esercitava timida l'officio suo buono, affilava le armi per l'officio cattivo; e il governo le porgeva orecchio, l'aiutava, spesso incitava per preparare alleriforme l'animo neghittoso o restìo della moltitudine. I libri, le fogge, che cominciavano a venir da Parigi, anzi che da Madrid, vivaci, eleganti, trasformavano rapidamente le idee e le sembianze di quella parte della società che era allora la sola che importasse, la sola che si pavoneggiasse, l'aristocrazia, distinta dagli altri ordini anche per le vesti.

E il Parini giovinetto strabilia al passare rovinoso delle carrozze dalle alte ruote con dinanzi i candidi lacchè impennacchiati che sgombrano con la mazza la via o agitano fiaccole ardenti; ammira le seriche e ingemmate e incipriate dame quando ne balzano giù snelle rifiutando la mano che offre loro il cavaliere servente; invidia forse, per un momento, costretto come è a faticare su' libri de' classici, quel giovin signore nel cui palazzo gli accade veder entrare ogni mattina i maestri di violino, di canto, di ballo, o ch'egli a caso ha ascoltato tanto facile e colto parlatore sopra ogni scienza ed ogni arte. Gli additano i teatri, gliene descrivono la magnificenza quando son tutti pieni di gentiluomini e gentildonne, e l'orchestra vi dà con le melodie espressione nuova alle ariette del Metastasio, e lo spettacolo degli scenarii, dei cori, delle comparse, fa più grandi e fantastiche le peripezie di que' drammi. Gl'insegnano il Ridotto, che è tutto strepito e luce.davanti ha carrozze e staffieri affaccendati, e invita per l'ampio e ornato scalone a salire: lassù, dicono, sopra i verdi tappeti scorre a fiotti l'oro. Certo va qualche volta al Corso; guarda pariglie e livree, gareggianti di lusso; chiede chi sia quella o questa leggiadrissima dama, chi sia quell'elegante signore; e ode illustri casati, che gli risvegliano memorie gloriose di avi, o forti o sapienti, di cui legge nelle storie le imprese e i meriti.

È giovine, ha l'animo ardente, pronta la fantasia: oh quella società come deve sembrargli felice; come lontane da lui, e per ciò più desiderabili, quelle fanciulle! Rientra nella povera cameretta, avvilito, scorato; prende di malavoglia un libro di scuola, lo scorre distratto. Orazio e Virgilio, che guidarono pietosi la sua mano e gli si offersero consolatori, l'han presto liberato dalle vane e pericolose visioni; lo accendono di sè, lo inspirano: ed eccolo irrequieto andar su e giù per la cameretta, non più povera agli occhi suoi, ma raggiante: e il cuore, mentre egli tenta i primi versi, gli batte forte per una confusa, incerta, misteriosa idealità ch'egli vorrebbe determinare, esprimere, e ancora non può, ma che sente tumultuare entro sè, e del sentirla gioisce. Sarà poeta.

Sì, ma intanto bisogna studiare per farsi prete. La zia non gli ha lasciato, morendo, che una materassa a sua scelta: avrà una rendita annua per una messa quotidiana, se continuerà da chierico gli studii e diverrà sacerdote.

Si può esser certi che vocazione non ci fu: troppo il Parini carezzò poi sempre nel pensiero le pure gioie della famiglia; troppo, quasi a compensarsi di tanta mancanza, indulse a sè stesso per l'ammirazione della bellezza e per l'amore. Ne' suoi versi è quasi continuo il rimpianto, sia pure che la volontà lo freni dallo svelarsi direttamente, e la grazia delle immagini e dello stile faccia apparire sorriso quel che fu sospiro. Prete per vocazione chi canta i “baldanzosi fianchi — delle ardite villane — e il bel volto giocondo — fra il bruno e il rubicondo?„ Chi lo svegliarsi degli sposi la mattina dopo le nozze, narra con tanta dolcezza? “Quando sorge la mattina a destar l'aura amorosa — il bel volto della sposa — si comincia a vagheggiar. — Bel vederla in su le piume — riposarsi al nostro fianco, — l'un de' bracci nudo e bianco — distendendo sulguancial; — e il bel crine oltra il costume — scorrer libero e negletto, — e velarle il giovin petto — che va e viene all'onda egual.„ Prete per vocazione chi, da vecchio, per timore che gli altri non lo beffeggino, confessa ironico contro sè stesso il suo male, e se ne vanta insieme; mal d'amore per le braccia rotonde e rosee, e non per le braccia sole, della Cecilia Tron? o per le labbra tumide e le delicate forme “che mal può la dovizia — dell'ondeggiante al piè veste coprir„ della contessina di Castelbarco? Del resto, degli amori suoi abbiamo testimonianze più precise, perfino da lettere dove il cuore gli sanguinò in penosi contrasti e in sospetti gelosi. Ma subito aggiungo che nella corruzione de' tempi egli parve, anche a quelli che lo sapevano fragile, non macchiato da turpitudini; che dell'arte si valse, quando confessò gli amori senili, non a lenocinio, sì a diletto e conforto. Marito e padre sarebbe stato, non è dubbio, più puro; scandalo non diede mai neppur quando mal seppe resistere all'indole amorosa.

Come un tempo aveva sognate le nozze!

Era gioconda immagineDi nostra mente un dì fresca donzellaAllor che, con la teneraMadre abbracciata o la minor sorella,Sopra la soglia de' paterni tetti,Divideva gli affetti;E rigando di lagrimeLe gote che al color giugnean natioBel color di modestia,Novo di sè facea nascer desioNel troppo già per lei fervido pettoDel caro giovinetto,Che con frequente tremitoDe la sua mano a lei la man premendoLa guardava sollecito,Sin che poi vinta lo venia seguendo,Ben che volgesse ancor gli occhi dolentiA gli amati parenti.

Era gioconda immagineDi nostra mente un dì fresca donzellaAllor che, con la teneraMadre abbracciata o la minor sorella,Sopra la soglia de' paterni tetti,Divideva gli affetti;E rigando di lagrimeLe gote che al color giugnean natioBel color di modestia,Novo di sè facea nascer desioNel troppo già per lei fervido pettoDel caro giovinetto,Che con frequente tremitoDe la sua mano a lei la man premendoLa guardava sollecito,Sin che poi vinta lo venia seguendo,Ben che volgesse ancor gli occhi dolentiA gli amati parenti.

Era gioconda immagine

Di nostra mente un dì fresca donzella

Allor che, con la tenera

Madre abbracciata o la minor sorella,

Sopra la soglia de' paterni tetti,

Divideva gli affetti;

E rigando di lagrime

Le gote che al color giugnean natio

Bel color di modestia,

Novo di sè facea nascer desio

Nel troppo già per lei fervido petto

Del caro giovinetto,

Che con frequente tremito

De la sua mano a lei la man premendo

La guardava sollecito,

Sin che poi vinta lo venia seguendo,

Ben che volgesse ancor gli occhi dolenti

A gli amati parenti.

E qui l'ode, avviata dal Parini cinquantenne, rimase in tronco: quel giovine marito non era lui, quale tanti anni innanzi s'era forse veduto per un istante con la fantasia accesa da un primo amore? Fantasia che, destinato prete, cacciò, invocando l'aiuto divino per vincere il doloroso contrasto, le tentazioni pericolose.

Fu ordinato prete nel '54; e, quando si condonino ai tempi licenziosi e all'indole di lui, nato piuttosto per la famiglia che per la chiesa, gli amori sentiti nell'animo o cantati nel verso più spesso che esercitati nella vita, fu prete buono. E cristiano fu sempre dal profondo dell'animo nell'alta, serena, cosciente, coraggiosasua fede. Da vecchio, se è vera la fama, non vedendo più il crocifisso nella sala delle adunanze municipali, esclamò: — Dove non entra Cristo, non entra il cittadino Parini! — e contro la prepotenza, l'ingiustizia, il mal costume, si era levato sempre con ardore evangelico. Ad ogni modo, se fu bene o male per lui il farsi prete, nessuno oggi può dire; ma nessuno può dubitare non fosse ciò un bene grande all'arte ed anche alla morale: perchè il Parini laico non avrebbe veduto quanto vide, non avrebbe rappresentato quello che così vivacemente rappresentò, con effetti non vani su' costumi, durevoli sulla poesia, gloriosi a lui ed all'Italia. Quel po' di stima che tra i letterati milanesi gli aveva procacciato due anni innanzi il libretto delle poesie di Ripano Eupilino, nome arcadico allusivo al suo lago, non gli avrebbe infatti schiuso le porte di casa Serbelloni, se egli non fosse stato sacerdote, e per ciò insieme abate di casa e precettore ai duchini; nè dai Serbelloni sarebbe passato educatore in altre case patrizie; nè senza gli agi della vita che gli permisero lo studio e l'esercizio dell'arte, senza l'agevolezza dell'osservare i costumi signorili da presso e smascherati, avrebbe potuto pensare ed eseguire l'elegante e tremenda satira delGiorno.

Il palazzo de' Serbelloni e la vivace e coltaduchessa Vittoria Maria, che iniziò il giovine prete alla conoscenza della vita aristocratica, erano tali da mantenerlo per alcun poco nella buona stima che di quella vita egli si fosse fatta giudicandone da lontano per le esterne apparenze. I vizii del secolo e de' signori non gli erano ormai ignoti, non foss'altro per le chiacchiere, i pettegolezzi, le rime de' letterati borghesi amici suoi, per le poesie di canzonatura o d'improperio in che la Musa meneghina si sfogava, per gli ammonimenti che l'eloquenza verbosa e fiorita de' predicatori non si stancava di far rimbombare nelle chiese stuccate e indorate. Ma altro è udire, altro è vedere. Colta, letterata, scrittrice anche per le stampe la duchessa, e alla mano col medico e col precettore; i due cognati Serbelloni erano ufficiali valorosi nelle milizie imperiali; grande la casata, ricca, illustre. Ma il duca marito, da un lato, la duchessa moglie, dall'altro: onde il Parini non seppe mordersi la lingua prima che scossasse per quel contrasto, di cui si occupavano perfino alla corte di Vienna, un pungente epigramma. Valorosi i cognati, ma ozioso e prepotente il duca, che non si voleva veder tra i piedi quel pretonzolo di Bosisio cui Maria Vittoria dava troppa confidenza. Alla mano la duchessa, ma anche manesca. Una volta che, in villa, diede due schiaffi alla figliuola d'un maestrodi cappella ch'era là ospite sua, soltanto perchè voleva tornare a Milano, il Parini non ci resse; prese la ragazza e l'accompagnò dove essa voleva. Onde la padronasi disfecedi lui. Ed eccolo a Milano, con la vecchia madre vedova, incerto dell'avvenire, così povero nel presente da dover chiedere in rima e in prosa a un amico il prestito di pochi zecchini:

Limosina di messe, Dio sa quandoIo ne potrò toccare, e non c'è un caneChe mi tolga al mio stato miserando.La mia povera madre non ha paneSe non da me, ed io non ho danaroDa mantenerla almeno per domane.

Limosina di messe, Dio sa quandoIo ne potrò toccare, e non c'è un caneChe mi tolga al mio stato miserando.La mia povera madre non ha paneSe non da me, ed io non ho danaroDa mantenerla almeno per domane.

Limosina di messe, Dio sa quando

Io ne potrò toccare, e non c'è un cane

Che mi tolga al mio stato miserando.

La mia povera madre non ha pane

Se non da me, ed io non ho danaro

Da mantenerla almeno per domane.

Miseria e, quel che è più crudele, miseria che doveva celarsi.

Entro ad un libro voi li riponetePerchè nessuno se n'avvegga, e quelloIn una carta poi lo ravvolgete;Anzi lo assicurate col suggelloO pur con uno spago, e dite poiChe consegnino a me questo fardello.

Entro ad un libro voi li riponetePerchè nessuno se n'avvegga, e quelloIn una carta poi lo ravvolgete;Anzi lo assicurate col suggelloO pur con uno spago, e dite poiChe consegnino a me questo fardello.

Entro ad un libro voi li riponete

Perchè nessuno se n'avvegga, e quello

In una carta poi lo ravvolgete;

Anzi lo assicurate col suggello

O pur con uno spago, e dite poi

Che consegnino a me questo fardello.

Col poscritto in prosa: “Sono senza un quattrino.... Non mostrate a nessuno la mia miseria descritta in questo foglio.„ L'uomo e per ciò il poeta erano ormai compiuti: il dolore matura la coscienza e l'arte.

Il Parini conosceva allora, conobbe da allora in poi sempre più, frequentando come maestro e come letterato le case patrizie, quali erano le occupazioni e gli affetti, e quali i cuori e le menti, di quella gente che aveva un tempo ammirata. La critica cresceva animosa, audace, e batteva in breccia ogni specie d'autorità; la borghesia studiava, lavorava, si arricchiva; e costoro che mai facevano? Studiavano? no; lavoravano? no; si arricchivano almeno col frutto delle ricchezze avite? anzi le sparnazzavano. Che facevano, dunque? Ah, godevano forse quanto il danaro può dar di piacere, tracannando la vita d'orgia in orgia, tumultuosi, ardenti, per iscagliar poi via brutalmente la coppa vuota? o industri, sapienti nelle raffinatezze del vizio, la centellinavano fin all'ultimo sorso, e se la lasciavano esausti cader di mano con l'ultime rose dalla pallida fronte? No. Chi li chiamò Sardanapali fece loro troppo di onore: quel re, in faccia all'invadente nemico, arse in un rogo enorme le sue donne, le sue ricchezze, sè stesso; e fu eroica follia. Nemmeno si può pensare a' Romanidell'Impero decrepito. Que' titolati lombardi altro non erano che le reliquie d'una razza sfibrata, dissanguata, incapace così dell'azione virtuosa come della passione viziosa, mediocri in tutto; vili insomma, e per ciò incapaci di redenzione.

Ai tempi di Renzo e Lucia, v'era ancora qualche gran signore feudale, come l'Innominato, di passioni ardenti; prima quasi un demonio, poi quasi un santo, per la medesima energia volta dal male al bene: e vi erano molti signorotti cortigiani, molti Don Rodrighi e Don Attilii, che per cavarsi un gusto, per sodisfare un puntiglio, non badavano a far vituperii e violenze, sebbene si appiattassero dietro la forza dell'Innominato o l'autorità del Conte zio. Un secolo e mezzo dopo, la Lombardia non aveva più nessun Innominato, aveva molti nipoti dei Don Rodrighi e Don Attilii; quei tirannucoli, nipotini in parrucca e con lo spadino, buoni soltanto a menar amori illeciti, tacitamente consenzienti i mariti.

E il Parini che prima ne ha sorpreso a caso qualche smorfia mendace, qualche sorriso verace, li sorveglia ora con occhio acuto, da moralista e da satirico, ne coglie le fattezze tipiche, penetra fino all'intimo la loro ignavia e stoltezza. L'han fatto aspettare più volte nelle anticamere, e dopo il lungo indugio finchè il giovin signore non sisvegliasse, si è visto passare innanzi il maestro di ballo, di canto, di violino: da loro ha saputo che le lezioni saran brevi, perchè van là soltanto a ragguagliare su' discorsi che corrono ne' palcoscenici. È stato ammesso, e ha trovato il contino o il duchino davanti allo specchio, col parrucchiere affaccendato su lui alla più grande opera di tutta la giornata, la pettinatura; e lo ha visto mordersi i labbri impaziente, o furibondo talora rovesciar tutto e dire improperii e minacciar del bastone il lento o mal destro artista del pettine. Finalmente ha potuto parlargli, e ha misurata la profondità della sua saccente ignoranza. Oppure gli ha dovuto far tanto di cappello mentre passava leggiadretto e superbo per recarsi dalla dama altrui che si onorava di servire.

Il Parini inchinato dalla natura alle dolcezze della famiglia, il Parini prete cristiano, il Parini artista arguto, quanto dovè pensare e sorridere e indignarsi, fatto spettatore di quelle strane regole di civiltà onde parean quasi ridicoli il marito e la moglie che fossero stretti di convivenza affettuosa! Durante la mattina, la moglie era delle cameriere, poi de' corteggiatori intorno alla toilette, poi del cavalier servente: la mensa, che nella vita sana di chi lavora ed ama è ritrovo, è riposo, è agio concesso allo scambiodelle idee, sì che insieme con le membra l'anima vi si ciba e vi si afforza al bene, la mensa allontanava anche più l'un dall'altra il marito e la moglie.

......... Se a un marito alcunaD'anima generosa ombra rimane,Ad altra mensa il piè rivolga, e d'altraDama al fianco si assida, il cui maritoPranzi altrove lontan, d'un'altra al fiancoChe lungi abbia lo sposo; e così nuoveAnella intrecci a la catena immensaOnde, alternando, Amor l'anime avvince.

......... Se a un marito alcunaD'anima generosa ombra rimane,Ad altra mensa il piè rivolga, e d'altraDama al fianco si assida, il cui maritoPranzi altrove lontan, d'un'altra al fiancoChe lungi abbia lo sposo; e così nuoveAnella intrecci a la catena immensaOnde, alternando, Amor l'anime avvince.

......... Se a un marito alcuna

D'anima generosa ombra rimane,

Ad altra mensa il piè rivolga, e d'altra

Dama al fianco si assida, il cui marito

Pranzi altrove lontan, d'un'altra al fianco

Che lungi abbia lo sposo; e così nuove

Anella intrecci a la catena immensa

Onde, alternando, Amor l'anime avvince.

Durante il pranzo, l'arguto abate studiava ancora gli amori, le gelosie, le sfacciataggini, le ipocrisie, le stranezze degli ospiti e de' compagni: ascoltava il racconto che la signora faceva, con le lacrime agli occhi, della pedata onde il piè villano d'un servitore remunerò il carezzevole morso della sua Cuccia, e della giusta vendetta ch'ella ne prese cacciandolo; sorrideva all'ostentata scienza di quello, agli spropositi madornali di questo; ammirava la cecità de' mariti, la vanità de' cavalieri serventi, la petulanza de' parassiti, la sciocca corruttela di tutti costoro. E quando ora tornava al Corso, e guardava nelle trionfali carrozze i gentiluomini e gli arricchiti di fresco che tentavano immischiarsi tra loro, ben poteva esclamare in cuor suo: Maschere, vi conosco!

Conosceva le maschere, sapeva il loro secreto. Della superbia prepotente, del lusso stolto e ingiusto, del mal costume, dell'ozio, della mollezza, onde i fortunati e gl'illustri erano guasti, e guastavano per gli esempii loro il popolo, la mala radice stava nella “nemica — d'ogni atto egregio vanità del core.„ Quella gente vecchia, e la nuova che le s'imbrancava, non aveva virtù di sentimento per cosa alcuna; vivacchiava di giorno in giorno, paga di sè mollemente, morbidamente, e perdeva le ragioni della vita per l'aborrimento d'ogni sforzo, d'ogni disagio, che la vita impone a chi quelle ragioni cerca, e le trova, nell'amore e nell'opera.

Non operavano, non amavano, e per ciò avvilivano e la fede e il lavoro. La scienza? qualche parola da farne sfoggio; l'arte? qualche diletto futile o qualche incitamento sensuale; la patria? qualche onore da vantarsene; la religione? qualche bell'apparato, qualche orazione fiorita, qualche comodità a ricambiare occhiate. I confessori nel dar la penitenza a que' peccatori eleganti offrivano confetti; in chiesa il cicisbeo non aveva maggior pensiero che di ben servire, con tanti occhi addosso, la dama, precedendola, sollevandola portiera, porgendole le dita bagnate dell'acqua santa. E i predicatori di que' penitenti e di que' devoti è naturale che cominciassero a lodar Maria Vergine a questo modo: “Alla terra che mi sostiene, all'aria che mi circonda, al cielo che mi sovrasta, protesto, nè me ne dolgo, protesto, e me ne vanto, protesto al cielo, all'aria, alla terra, ch'io sono innamorato. S'io dico la verità, lo sapete voi, voi stessa il sapete, Vergine amabile ed amante, la quale m'innamoraste. Voi mi vedete il cuore, e vedete eziandio la piaga amorosa di che me lo avete graziosamente ferito. Lo ferirono quelle vostre guance più vermiglie della melagrana, quel vostro crine più lucente dell'oro, quelle vostre labbra più dolci del miele, quel vostro collo più bianco dell'avorio, etc., etc.„. L'eloquenza sacra non fu mai più profana d'allora. Ed è naturale che i poeti di quella gente fossero quali erano, ampollosamente retorici, arcadicamente grulli, sempre pronti a inneggiare per nascite, per monacazioni, per nozze, a lacrimare per morti illustri.

Udite il Parini, quando accenna al primogenito della dama cui serve il suo giovin signore:

Nè le muse devote, onde gran plausoVenne l'altr'anno a gl'imenei felici,Già si tacquero al parto. Anzi, qual suoleLà su la notte dell'ardente agostoTurba di grilli, e più lontano ancoraInnumerabil popolo di raneSparger d'alto frastuono i prati e i laghiMentre cadon su lor fendendo il buioLucide strisce e le paludi accendeFiamma improvvisa che lambisce e vola,Tal sursero i cantori a schiera a schiera;E tal piovve su lor foco febeoChe di motti ventosi alta compagineFe' dividere in righe, o in simil suonoUscir pomposamente. Altri scoperseIn que' vagiti Alcide, altri a BizanzioMinacciò lo sterminio. A tal clamoreNon ardì la mia musa unir sue voci:Ma del parto divino al molle orecchioAppressò non veduta; e molto in pocoStrinse dicendo: Tu sarai simìleAl tuo gran genitore!..........

Nè le muse devote, onde gran plausoVenne l'altr'anno a gl'imenei felici,Già si tacquero al parto. Anzi, qual suoleLà su la notte dell'ardente agostoTurba di grilli, e più lontano ancoraInnumerabil popolo di raneSparger d'alto frastuono i prati e i laghiMentre cadon su lor fendendo il buioLucide strisce e le paludi accendeFiamma improvvisa che lambisce e vola,Tal sursero i cantori a schiera a schiera;E tal piovve su lor foco febeoChe di motti ventosi alta compagineFe' dividere in righe, o in simil suonoUscir pomposamente. Altri scoperseIn que' vagiti Alcide, altri a BizanzioMinacciò lo sterminio. A tal clamoreNon ardì la mia musa unir sue voci:Ma del parto divino al molle orecchioAppressò non veduta; e molto in pocoStrinse dicendo: Tu sarai simìleAl tuo gran genitore!..........

Nè le muse devote, onde gran plauso

Venne l'altr'anno a gl'imenei felici,

Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole

Là su la notte dell'ardente agosto

Turba di grilli, e più lontano ancora

Innumerabil popolo di rane

Sparger d'alto frastuono i prati e i laghi

Mentre cadon su lor fendendo il buio

Lucide strisce e le paludi accende

Fiamma improvvisa che lambisce e vola,

Tal sursero i cantori a schiera a schiera;

E tal piovve su lor foco febeo

Che di motti ventosi alta compagine

Fe' dividere in righe, o in simil suono

Uscir pomposamente. Altri scoperse

In que' vagiti Alcide, altri a Bizanzio

Minacciò lo sterminio. A tal clamore

Non ardì la mia musa unir sue voci:

Ma del parto divino al molle orecchio

Appressò non veduta; e molto in poco

Strinse dicendo: Tu sarai simìle

Al tuo gran genitore!..........

No; il Parini non poteva essere, se non a questo modo beffardo, il poeta di costoro, indegni della sua lirica ch'egli serbava a spronare i reggitori al risanamento della città; serbava a lodare chi o si facesse propagatore fra noi di utili rimedî o amministrasse la giustizia con indulgenza sapiente; a dare eletti consigli; a manifestare l'ammirazione per la bellezza; a darsi il nobile vanto d'una vita e d'un'arte incontaminate. Ma la sua satira non è veleno che voglia uccidere; è caustico che vuol bruciare le pustole e salvare le membra. Quell'aristocrazia, ch'egli vede putrefatta, non fu sempre così, non v'ha ragione perchè sia sempre così; dà invecealcun segno di risanamento. Ecco eruditi ed economisti rompere ormai l'ozio, accordarsi tra loro in società proficue a tutta la cittadinanza, pronunziare, preparare essi medesimi tempi migliori. E il governo di Maria Teresa vede di buon occhio quel moto, lo incoraggia, lo affretta, lo seconda. Quello era il tempo di batter forte e sicuro. La satira, che fa sempre l'ufficio di piccone a rovinare le mura crollanti, fin che sia tolto di mezzo l'ingombro e il pericolo, venne dunque anche quella volta opportuna, sebbene alcuno di que' valenti cui dava mano gagliarda non si accorgesse lì per lì dell'aiuto e capisse male l'animo e l'intenzione del picconiere.

Era di moda il poema didattico. Alla scioperataggine artistica sembrava gran che saper descrivere tutto, insegnare tutto, in una serie di sillabe numerate e regolate da accenti. La versione del poema di Lucrezio, condotta con tanta eleganza dal Marchetti, aveva dato a quel genere fallace un impulso nuovo; e di tutto lo scibile ecco fatti maestri i verseggiatori, dalle leggi che regolano il moto dei pianeti all'accortezza con la quale giova inzuccherarsi le fragole. Le dame ei cavalieri si erudivano così, durante la pettinatura, su libri che avevano le apparenze dell'arte. Già nel 1719 un patrizio pisano aveva messo in versi tutto quanto ilCuoco in villa; dove potreste imparare a far minestra di triglie, o burro di mandorle, o salsa di gelsomini sopra il pesce fritto, da ricette di endecasillabi che hanno talvolta, per curioso incontro del serio con l'ironico, intonazione pariniana:

Or queste son le file onde si ordisceDe' pasticcini tuoi la tela industre.

Or queste son le file onde si ordisceDe' pasticcini tuoi la tela industre.

Or queste son le file onde si ordisce

De' pasticcini tuoi la tela industre.

Il Parini, che vuole ammaestrare, lascerà ad altri poi la cura di sdottoreggiare a quel modo in poemi didattici sull'educazione: egli fingerà, soltanto, di accettare dalla moda le forme; dentro esse forme infonderà lo spirito sarcastico che ha visto far mirabile prova nelle satire latine del Sergardi, del Lucchesini, del Cordara. Piace, per esempio, laColtivazione del risoin endecasillabi sciolti, leggiadra opera del marchese Spolverini? Vi do, par ch'egli dica, vi do anch'io un poema didattico,L'educazione del gentiluomo; e sarò anch'io un versiscioltaio come vuole la moda. Ma quel ch'egli dice veramente è questo:

Spesso gli uomini scuote un acre riso,Ed io con ciò tentai frenar gli erroriDe' fortunati e de gl'illustri, fonteOnde nel popol poi discorre il vizio.

Spesso gli uomini scuote un acre riso,Ed io con ciò tentai frenar gli erroriDe' fortunati e de gl'illustri, fonteOnde nel popol poi discorre il vizio.

Spesso gli uomini scuote un acre riso,

Ed io con ciò tentai frenar gli errori

De' fortunati e de gl'illustri, fonte

Onde nel popol poi discorre il vizio.

Notate qui due cose, la distinzione tra i fortunati e gl'illustri, e l'intendimento di frenarne gli errori. Tale distinzione è in riscontro a quella sul principio del poema, là dove si fa la supposizione doppia, che il giovin signore discenda o da antica famiglia o da un padre arricchito in pochi anni a furia di far lo strozzino. Gl'illustri saran dunque i nobili, i fortunati quelli che per censo s'imbrancano tra loro: con cinquecento fiorini si diventava undon, con duemila cinquecento si diventava marchese. Agli uni e agli altri, non a' nobili soli di data antica, si volge dunque la satira del Parini. Ed anche a' ricchi borghesi. Tanto è vero, che nel descrivere il Corso non ommetterà le figurine comiche delle Naiadi e delle Napèe, ninfe silvestri, che vorrebbero farsi credere delle Dee maggiori. Hanno un bel pompeggiare costoro, dopo aver fatto indossare le livree di cocchiere e di staffiere al cuoco e al ragazzo di stalla, e aver forse chiuso a chiave, solo in casa, il vecchio padre! Anche queste maschere ei conosce; e di quei nobili, e de' borghesi che ostentano i vizii de' nobili, vuole il poeta frenare gli errori: correggerli, cioè, e tentare che volgano al bene il tempo, il danaro, le forze sprecate sì malamente.

Non si correggono gli adulti; si educa meglio o peggio il fanciullo. Il Parini educatore dissechiare le idee sue nell'ode per la guarigione dell'Imbonati, nè mi è necessario rammentarle a voi, che tutti avete in mente i precetti di Chirone ad Achille ne' versi gloriosi. Nobiltà vera non è quella che si eredita dagli avi; è quella che ci acquistiamo noi stessi col merito delle opere nostre. A divenir nobili occorre quindi l'esercizio di tutte le facoltà migliori delle membra e dell'animo; anche delle membra, perchè senza il vigor loro non si ha virtù attiva ed efficace. Membra sane non valgono al bene se non son rette e mosse da un'idealità morale; e di tutte le idealità la più alta è la fede, purchè non sia nè ipocrita nè intollerante. Nobile vero e compiuto è quegli solo che adopera corpo ed anima, con sacrificio di sè, pel vantaggio degli altri.

Se il giovin signore ammaestrato nelGiornoè proprio il rovescio dell'Achille dell'ode, il precettore che nelGiornolo ammaestra non è il rovescio di Chirone, nè poteva essere. Il giovin signore (che che altri allora ne malignasse e qualche critico abbia poi cercato dimostrare) non è una data persona; è un tipo imaginario, composto di chi sa quante persone, atteggiato inchi sa quanti modi, che il poeta aveva osservati e colti nel fatto. Potè per ciò riuscirgli quale lo voleva; perfettamente vuoto, insulso, indegno, così da non poter essere neppure un tipo drammatico. Ma il precettore che parla per tutto il poema è, in fondo, il Parini medesimo che si vale dell'ironia. Per maneggiarla a dovere egli usa ogni accortezza; per non romperla si frena quanto può: se non che, mentre scrive, due ordini di reminiscenze lo distraggono di continuo, tentano sviarlo: le campagne della sua Brianza, e gli effetti sinistri dell'egoismo di quel fantoccio cui si volge. Campagne lontane; effetti troppo spesso presenti.

Addio, monti sorgenti dell'acque! Quanto era meglio (par che dica il poeta) restare tra voi, e uscir la mattina all'alba lungo le siepi fiorite, e scuoterne passando la rugiada che rifrange quasi gemme i raggi del sole nascente! vedere il contadino avviarsi al campo spingendosi innanzi i buoi, udir da lontano i colpi del fabbro nella sonante officina! Quanto era meglio ammirare d'estate il crescere della bufera col tuono sempre più rimbombante di monte in monte su la valle e su la foresta,

Finchè poi scroscia la feconda pioggiaChe gli uomini e le fere e i fiori e l'erbeRavviva, riconforta, allegra e abbella!

Finchè poi scroscia la feconda pioggiaChe gli uomini e le fere e i fiori e l'erbeRavviva, riconforta, allegra e abbella!

Finchè poi scroscia la feconda pioggia

Che gli uomini e le fere e i fiori e l'erbe

Ravviva, riconforta, allegra e abbella!

Quanto era meglio veder la luce del tramonto indugiarsi rosea su le cime de' colli; meditare la rotazione incessante della Terra intorno all'astro, scendere col pensiero, mentre l'astro pareva calasse laggiù dietro l'orizzonte, scendere all'altro emisfero che si affrettava a goderne!

Già sotto il guardo de la immensa luceSfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggiCuba s'affretta e il Messico e l'altriceDi molte perle California estrema;E da' maggiori colli e dall'eccelseRôcche il sol manda gli ultimi salutiAll'Italia fuggente..............

Già sotto il guardo de la immensa luceSfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggiCuba s'affretta e il Messico e l'altriceDi molte perle California estrema;E da' maggiori colli e dall'eccelseRôcche il sol manda gli ultimi salutiAll'Italia fuggente..............

Già sotto il guardo de la immensa luce

Sfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggi

Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice

Di molte perle California estrema;

E da' maggiori colli e dall'eccelse

Rôcche il sol manda gli ultimi saluti

All'Italia fuggente..............

Oppure uscire, di notte, fantasticando; vedere come crescono giganti le ombre nelle torri antiche, solcano il cielo le stelle cadenti; ascoltare, come farà poi il Leopardi, la turba infinita de' grilli sotto il gran silenzio del cielo, e la rana remota alla campagna. Que' pochi anni vissuti a Bosisio risorgono distinti, particolareggiati, in mente al Parini, mentre il precettore insegna al giovin signore, che gli altri tutti han da lavorare per lui, egli solo godersi il lavoro di tutti: i mietori sudare ne' campi, i soldati vegliar per le mura, i muratori arrischiarsi su' palchi, gli artigiani oprare nelle botteghe, i remiganti stancar le braccia pe' laghi; tutti per lui solo. Il sentimento della natura che sgorga e si effonde così schietto e vivace, subito che gli si porga un'occasione,fuori dell'insegnamento ironico, non è, certo, del finto precettore; è del poeta vero.

E dal Parini, non dal finto precettore, rompono i gridi della coscienza offesa, che non sa più velarsi con l'artificio d'una figura retorica, quando le cose dal poeta evocate le si presentano nella cruda realtà. Coscienza di filantropo e di prete buono, in cui vennero a fondersi le dottrine degli Enciclopedisti francesi e il Vangelo di Cristo. Presa dalle sue proprie finzioni, la fantasia inorridisce allora nel rispecchiarsi entro il verso. Pranza il giovin signore? pranzi, s'impingui, dimentico perfino della carità tradizionale. E voi

............ Egri mortaliCui la miseria e la fidanza un giornoSul meriggio guidaro a queste porte;Tumultuosa, ignuda, atroce follaDi tronche membra, e di squallide facce,E di bare e di grucce, or via da lungoVi confortate; e per le aperte nariDel divin pranzo il nèttare beeteChe favorevol aura a voi conduce:Ma non osate i limitari illustriAssedïar, fastidïoso orrendoSpettacolo di mali a chi ci regna!

............ Egri mortaliCui la miseria e la fidanza un giornoSul meriggio guidaro a queste porte;Tumultuosa, ignuda, atroce follaDi tronche membra, e di squallide facce,E di bare e di grucce, or via da lungoVi confortate; e per le aperte nariDel divin pranzo il nèttare beeteChe favorevol aura a voi conduce:Ma non osate i limitari illustriAssedïar, fastidïoso orrendoSpettacolo di mali a chi ci regna!

............ Egri mortali

Cui la miseria e la fidanza un giorno

Sul meriggio guidaro a queste porte;

Tumultuosa, ignuda, atroce folla

Di tronche membra, e di squallide facce,

E di bare e di grucce, or via da lungo

Vi confortate; e per le aperte nari

Del divin pranzo il nèttare beete

Che favorevol aura a voi conduce:

Ma non osate i limitari illustri

Assedïar, fastidïoso orrendo

Spettacolo di mali a chi ci regna!

Del pari, nella descrizione della furia con la quale passavano per le vie le carrozze signorili, senza punto curarsi de' passeggeri, a onta dei bandi ripetuti, sì che alla fine il Governo dovècomandare ai birri di ficcar delle stanghe tra le rote volanti, e spezzarle, e fermarle così per forza, le rote, o vulgo,

Che già più volte le tue membra in giroAvvolser seco, e del tuo impuro sangueCorser macchiate, e il suol di lunga striscia,Spettacol miserabile, segnaro.

Che già più volte le tue membra in giroAvvolser seco, e del tuo impuro sangueCorser macchiate, e il suol di lunga striscia,Spettacol miserabile, segnaro.

Che già più volte le tue membra in giro

Avvolser seco, e del tuo impuro sangue

Corser macchiate, e il suol di lunga striscia,

Spettacol miserabile, segnaro.

Queste voci sincere del poeta, verso la natura amata, verso i fratelli oppressi, possono sembrare errate soltanto a chi pregia più la retorica che la poesia: son esse, anzi che un errore, il pregio migliore del poema, perchè lasciano scorgere di tanto in tanto l'anima di chi lo scrisse, e, riposando dalla lunga ironia, ne rilevano l'intendimento.

IlGiorno, di cui pubblicò nel 1763 la prima parte (Il Mattino), e nel 1765 la seconda (Il Meriggio), non le odi che non raccolse mai, fecero celebrato il Parini da vivo; e certo nel poema, così nobile di pensiero, così leggiadro d'invenzioni, così elegante di stile, così magistralmente variato nelle intonazioni e nell'accento de' versi, nel poema più che nelle odi sta la ragione della suagrandezza. Incontentabile come era, lo lasciò incompiuto; e più copie lasciò corrette e ricorrette, delle parti che ne aveva date alle stampe. Anche per l'intenzione formale dell'arte e pel modo di lavorare il Parini è il maestro diretto del Foscolo, che, tutto industriandosi nella rappresentazione precisa e insieme estetica delle cose, amò procedere di quadretto in quadretto, e incontentabile anche lui non riuscì a finire leGrazie. Ma dall'altro lato il Parini, nel poema e nelle odi, è padre della scuola che si onorò di Alessandro Manzoni.

Il poeta che si propose congiungere l'utile al vanto di lusinghevol canto, e che richiamò la poesia da' giuochi della mente ai moti dei cuori, inspiratrice di virtù, l'artista che fe' getto delle ciance arcadiche e lavorò un poema moderno, contemporaneo, senz'altra mitologia se non quella che l'argomento recava con sè per l'ingegnosa imitazione e parodia della moda tutta amorini, fu ben a ragione vantato come maestro primo de' Lombardi che dopo il 1816 affermarono nobilmente la nuova scuola. Fin dal 1806 tale derivazione era stata sentita dal giovane Manzoni, quando nei versi in morte dell'Imbonati, scolaro del Parini, si faceva ripetere da lui gli ammonimenti famosi: sentire e meditare, non tradire la verità, non contaminarsi mai, volgere l'arte aincremento di virtù. E scolaro vero e proprio del Parini fu Giovanni Torti; e antesignano de' romantici lui riconobbero anche gli avversarii.

Ben a ragione, anche per certe qualità dell'ingegno fantastico. Chi si aspetterebbe da un poeta a mezzo il Settecento questo accenno alle Fate?

Fama è così che il dì quinto le FateLoro salma immortal vedean coprirsiGià d'orribili scaglie e, in feda serpeVôlte, strisciar sul suolo, a sè facendoDe le inarcate spire impeto e forza;Ma il primo Sol le rivedea più belleFar beati gli amanti, e a un volger d'occhiMescere a voglia lor la terra e il mare.

Fama è così che il dì quinto le FateLoro salma immortal vedean coprirsiGià d'orribili scaglie e, in feda serpeVôlte, strisciar sul suolo, a sè facendoDe le inarcate spire impeto e forza;Ma il primo Sol le rivedea più belleFar beati gli amanti, e a un volger d'occhiMescere a voglia lor la terra e il mare.

Fama è così che il dì quinto le Fate

Loro salma immortal vedean coprirsi

Già d'orribili scaglie e, in feda serpe

Vôlte, strisciar sul suolo, a sè facendo

De le inarcate spire impeto e forza;

Ma il primo Sol le rivedea più belle

Far beati gli amanti, e a un volger d'occhi

Mescere a voglia lor la terra e il mare.

E originalissimo allora l'accenno a' signorotti e a' bravi del secolo XVII, e più la descrizione della gelosia medievale, quando i mariti, fatto preparare un funebre catafalco, offrivano alle mogli infedeli la scelta tra il veleno e lo stile; e quella della notte quale un tempo appariva su le torri “di teschi antiqui seminate al piede,„ con upupe e gufi svolazzanti, e fuochi fatui, e urla di fantasime, cui per entro al vasto buio “i cani rispondevano ululando.„ Una poesia, scritta a cinquant'anni sonati e rimasta a mezzo, mostra forse le origini di tanta romanticheria, e così efficace, del Parini. Non era uscito dalle fasce e già le sdentate donnicciuole del vicinato gli avevano empita la mente di novelle: le stregheattorno al noce di Benevento, i folletti maliziosi, gli spettri paurosi:

Con la bocca aperta e gli occhiE gli orecchi intento io stava;Mi tremavano i ginocchi;Dentro il cor mi palpitava.Al venir de le tenèbreM'ascondea fra le lenzuola:Indi un sogno atro e funèbreMi troncava la parola.Non di meno al novo giornoObliavo i pomi e il pane;A le vecchie io fea ritornoE chiedea nuove panzane.

Con la bocca aperta e gli occhiE gli orecchi intento io stava;Mi tremavano i ginocchi;Dentro il cor mi palpitava.Al venir de le tenèbreM'ascondea fra le lenzuola:Indi un sogno atro e funèbreMi troncava la parola.Non di meno al novo giornoObliavo i pomi e il pane;A le vecchie io fea ritornoE chiedea nuove panzane.

Con la bocca aperta e gli occhi

E gli orecchi intento io stava;

Mi tremavano i ginocchi;

Dentro il cor mi palpitava.

Al venir de le tenèbre

M'ascondea fra le lenzuola:

Indi un sogno atro e funèbre

Mi troncava la parola.

Non di meno al novo giorno

Obliavo i pomi e il pane;

A le vecchie io fea ritorno

E chiedea nuove panzane.

Sembra, anche pel metro, una romanza di Arrigo Heine.

Ma questo padre di romantici, questo romantico in potenza, come ha dallo studio de' classici tanto derivato di virtù e d'eleganza all'eloquio e al verso, che è tutto classico, e avrà discepolo il classico Foscolo, così ha audacie di realismo sano che tra i romantici nostri nessuno poi vorrà e saprà osare. In più luoghi delGiornole potrei additare: evidenti sono nelle odi. Se non avessimo innanzi ciò che il poeta seppe fare, eche è spesso un capolavoro, si direbbe che egli volesse vincere bizzarre scommesse: prese i metri della canzonetta anacreontica o dell'ode oraziana, quali gli Arcadi le avevano foggiate, e vi trattò delle fogne, e peggio, che impestavano Milano; trattò dell'innesto del vaiolo, dell'evirazione, della chinachina. Perchè, con le odi innanzi, non pensiamo più, neppur da lontano, alla singolarità di tali argomenti? Ciò accade perchè il poeta non li ha cercati e scelti a prova di virtuosità tecnica e d'ingegno sottile, ma essi son venuti spontanei a lui filantropo che pensava il pubblico bene, a lui artista che dentro ogni aspetto della vita, per umile che fosse, sentiva la vita inesausta, grande, immortale, che empie ed anima tutte quante le cose.

Nè meno arrischiate le espressioni; e pur quanto appropriate, vive, efficaci! Le vaganti latrine con spalancate gole che ammorbano la città, il ladro per fame che mangia i rapiti pani con sanguinose mani, il cappello insudiciato di fango e il vano bastone che raccoglie dalla via e restituisce al vecchio poeta quel pietoso cittadino, sono immagini e frasi delle quali la poesia europea, non che l'italiana, non aveva da un pezzo le eguali per energia ed efficacia. Roberto Burns, lo schietto contadino scozzese, non nacque che nel 1759.

Ogni vita bene spesa ha il suo premio. Al Parini non furono premii i misurati stipendii nè le lodi officiali; ma la stima di tutta la patria, l'ammirazione strappata quasi a forza a chi un tempo aveva diffidato di lui. Si trovò insieme con Pietro Verri nella municipalità che i Francesi istituirono a Milano nel '96. Era naturale che, partiti gli Austriaci, si pensasse per gli offici pubblici a lui che, non mai giacobino ma filosofo filantropo e prete cristiano, aveva tanto cooperato alla diffusione delle nuove idee, per quel ch'era in loro di giustizia civile. Il buon vecchio, ormai paralitico, si faceva portare sulle braccia a compiere il dover suo; e a compierlo ci voleva, spesso, contro le prepotenze e le angarie, non poco coraggio. Quando il coraggio fu inutile, allora soltanto pianse. E il Verri che a mano a mano in quella convivenza sempre meglio lo conosceva, ne scriveva al fratello. Prima così: “Parini il poeta è municipalista mio collega. È un uomo un po' pedante, ma illuminato sui principii della scienza sociale, e di molta probità.„ Poi, un mese e mezzo dopo, così: “Figurateviche stato è quello di un uomo probo in tale società! Parini, il fermo ed energico Parini, talvolta piange. Io non piango, ma fremo, e lo amo come uomo di somma virtù.„ Per ultimo: “La superiorità francese ha congedati sette municipalisti, tre dei quali erano veramente capaci; gli altri sono dimessi per partito, e tra questi il nostro Parini, uomo deciso per la giustizia e fermo contro chi vorrebbe imporci cose ingiuste,civium ardor prava jubentium. Mi duole, e mi rallegro con lui.„

Venuti gli Austriaci, la mattina stessa del giorno in cui morì, che fu il 15 agosto '99, scrisse un sonetto, che non li esaltava liberatori, ma li ammoniva non ricadessero negli errori d'un tempo. L'ultimo suo pensiero, gli ultimi versi suoi, furono per la patria. Oh anima grande, oh anima che nella gentilezza e nella fierezza, nell'amore e nell'indignazione, quanto un'anima italiana del secolo scorso può paragonarsi ad un'anima del secolo decimoquarto, somiglia all'anima unica di Dante Alighieri.


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