VITTORIO ALFIERI (1749-1803)CONFERENZADIEnrico Panzacchi
CONFERENZA
DI
Enrico Panzacchi
Vittorio Alfiori è troppo gran tema per un breve discorso; ond'è naturale (a tacere anche degli altri motivi) che io sia tutt'altro che fiducioso di me stesso intraprendendo dinanzi a voi l'odierna conferenza. Ma nello stesso tempo io vi dico, o signore, che il parlare d'Alfieri a Firenze è cosa che mi attrae e, in qualche modo, mi affida.
Qui la figura del grande astigiano non ci appare subito funestata dal terribile pugnale “onde Melpomene Lui tra gl'itali vati unico armò„ come lo dipinse Parini e come egli amava talvolta di rappresentare sè stesso. Qui la sua accigliata figura si spiana alquanto e quasi ci sorride con domestica benevolenza. E voi sapete il perchè, o signore. Firenze, fra tutte le città del mondo, fu quella ove Vittorio Alfieri amò meglio di viveree ove fu contento di morire. Questo amore al bel paese e alla bella città si manifestò molto per tempo nella sua vita. Circa a ventisette anni egli intraprese il suo primo viaggio in Italia. Era irrequieto, scontento, malinconico. Si sentiva ignorantissimo e nell'animo suo si alternavano ora un desiderio disperato di sapere, ora un insuperabile disprezzo di ciò che non sapeva; e andava e passava, tra curioso e sdegnoso, per le varie città d'Italia. Milano, paragonata alla sua Torino, gli parve addirittura spiacevole. Quando gli presentarono nella biblioteca Ambrosiana alcuni codici preziosi, torse il viso sprezzante e disse che preferiva assai la vista d'un bel cavallo. Passò da Parma, Piacenza, Modena, quasi appena degnandosi di guardare dagli sportelli della vettura. Bologna coi suoi quadri non l'interessò; con le sue strade tortuose e co' suoi portici pieni di frati e di preti lo riempì di malumore. Ma giunge a Firenze e, a un tratto, ecco che tutto cangia! Firenze conquista l'Alfieri come una bella donna; e comincia allora in lui ad agitarsi il proposito di rifare la sua vita, di ricostituire la sua educazione; e determinando poi meglio il suo obiettivo, egli non fa che ripetere ne' suoi discorsi e nelle sue lettere: vivere, pensare, sognare anche, in toscano! Aggiungete che questa città, in mezzo alle tante traversiedella vita burrascosa, diventò il porto tranquillo, al quale sempre agognava. Nel 1792 ebbe a passare in Francia gravissime molestie. Egli e la sua donna per poco non furono soprafatti ed uccisi dalla plebaglia dei sanculotti, mentre uscivano di Parigi, essendo presi per dei nobili francesi emigranti. Aggiungete la perdita di denari, la perdita di libri; e immaginate voi quale dovette essere l'umore di quell'uomo tanto facilmente irritabile. Il furore “misogallico„ che già gli bolliva dentro da un pezzo, scoppiò addirittura. Ma appena giunge in Toscana, appena vede le cupole e le torri di Firenze, l'animo suo mirabilmente si rischiara e si rasserena, e va ripetendo un suo verso composto fino dal 1783: “Deh che non è tutto Toscana il mondo!„ Narra egli inoltre nella sua vita “che l'aver ritrovato questo vivo tesoro della favella nella voce del popolo fiorentino lo compensò nell'animo suo di tutto ciò che aveva perduto; i suoi libri, i suoi manoscritti, i suoi stessi denari confiscatigli e rubatigli dai rivoluzionari francesi.„ Ricordate infine che Vittorio Alfieri condusse qui gli ultimi anni della sua vita abbastanza tranquillo; qui, accanto a Galileo e a Michelangelo, ebbe degno sepolcro erettogli dalla pietà della sua donna e col consenso della cittadinanza. Intorno a quel sepolcro veglia la pietà riverente del popolo fiorentino.
Per comprendere il grande significato che ha nella letteratura e nella storia d'Italia Vittorio Alfieri bisogna, si capisce, riportarsi ai tempi.
In quel periodo di lunghissima pace che ebbe l'Italia dal 1749 (l'anno appunto in cui l'Alfieri è nato) al 1796, sarebbe grave ingiustizia il dire che tutto fu ignavia, inedia e peggioramento nella penisola.
I costumi seguitarono ad ammollirsi, ma bisogna pur anche riconoscere che l'orizzonte delle idee cominciò ad allargarsi e rischiararsi. Persino in quei vecchi e logori organismi dei governi d'allora si fa sentire una certa inquietudine di nuovo, una certa velleità di riforme. Nel pensiero poi il risveglio è evidentissimo. Giovan Battista Vico e Giannone sono morti, ma intanto l'Italia meridionale vanta il marchese Filangeri, Melchiorre Delfico, Mario Pagano e l'abate Galliani, il quale, recatosi a Parigi, prese, a confessione degli stessi francesi, lo scettro dell'arguzia pronta e dello spirito scintillante, caduto per morte dalle mani del signor di Voltaire. Nell'Italia superiore abbiamo i due Verri, il Beccaria, ilPalmieri, il Ricci, l'Ortis, il Genovesi. Però, v'ho detto che il Vico e il Giannone erano morti. La pura tradizione del pensiero italico pare, in qualche guisa, interrotta; ma non è senza un grande compenso; poichè è grande e benefico il movimento delle idee che vengono d'oltremonte. In sostanza, o signore, non dobbiamo dolercene poichè l'Italia non poteva isolarsi e sequestrarsi da quella impetuosa corrente di rigenerazione intellettuale che agitava le più civili nazioni d'Europa. Possiamo anche aggiungere, a nostro conforto, che se la tradizione scientifica della nazione in qualche guisa declinò, la virtù del genio paesano ebbe campo di vigorosamente esprimersi e affermarsi nel campo letterario. Gli influssi francesi anche qui non mancano, e così quelli inglesi; nel teatro e nel romanzo siamo, si può dire, soffocati dalle sovrabbondanti imitazioni che vengono dalla Francia e dall'Inghilterra; ma intanto il Baretti rialza il tono della critica e fa conoscere Guglielmo Shakespeare; il Cesarotti scrive libri sopra la filosofia delle lingue e traduce l'Ossian; mentre da ogni parte, anche quegli scrittori che paiono più ligi alle tradizioni arcadiche e frugoniane di tanto in tanto sono rialzati e rianimati da un soffio di vita nuova. Fatto è che tutto questo apparecchio e tutto questo movimento noi vediamo metter capo a tre scrittori, che sono treartisti di primo ordine: il Goldoni, il Parini e l'Alfieri. Il Goldoni con intuito meraviglioso riconduce l'arte alle fonti del naturale; Giuseppe Parini le ricompone la dignità morale e riprende la sua missione civile; in quest'arringo entra tempestando Vittorio Alfieri e vi porta un fuoco di combattimento e una forza di sdegni di cui non avevamo idea, forse, in Italia dopo che Dante Alighieri era disceso nel sepolcro. E non è uno sfolgorio di forze sregolate e inconsapevoli; si tratta invece di una vera e ordinata potenza d'apostolato civile e politico che domina lo spirito di Vittorio Alfieri; e per trovare qualche cosa di simile dobbiamo risalire a Nicolò Macchiavelli.
Però io mi affretto ad affermare, o signore, che la grande potenza di Vittorio Alfieri è espressa nelle sue 19 tragedie. LeRime, leCommedie, leSatire, gliEpigrammi, l'Etruria liberata, ilMisogallo, il volumeDella Tirannide, e la stessa suaVita, quantunque sia un documento preziosissimo di sincerità umana e d'un animo cavalleresco, generoso e sotto la scorza un po' ruvida, inclinato ai sentimenti più gentili, tutte quest'opere, io dico, non avrebbero avuto grande presa sullo spirito del pubblico italiano, se dietro la figura del fiero conte astigiano la fantasia del pubblico non avesse visto grandeggiare la Musa della tragedia alfieriana, che ha agitato dintorno a noitante ombre insanguinate e dolenti. Alla vena satirica dell'Alfieri mancano doni troppo necessari; manca quella bonaria semplicità e quella arguta spontaneità che sono gran parte della forza del poeta satirico. E quantunque alcuni suoi epigrammi abbiano continuato a circolare per tutte le classi del popolo italiano, e uno di essi sia rimasto come uno schema programmatico della nostra rivoluzione civile e politica per oltre mezzo secolo (Vescovi e preti — Sien pochi e queti, etc.) io non credo di essere irriverente verso la sua memoria affermando che, se altro l'Alfieri non avesse composto che le opere minori, poco si parlerebbe oggi di lui.
E non dubito parimenti di affermare che anche sul suo teatro tragico il tempo ha esercitato l'opera sua di distruzione. Ma questo è un fatto d'un ordine molto differente. Sì, è vero: il teatro di Vittorio Alfieri non ha più da lunga pezza la notorietà e la popolarità che ebbe un tempo. Se non è il caso che qualche attore meraviglioso evochi le figure di Saul o di Filippo, esse non compaiono più sulle nostre scene. Anche il buon popolo, questo strato profondo nel quale pareva così durevolmente penetrato lo spirito tragico di Vittorio Alfieri, anche questo ultimo suo cliente domenicale dei teatri diurni, a poco a poco lo ha abbandonato. Oggi il popolinonostro preferisce di commuoversi alle peripezie diNanàe di piangere tutte le sue lagrime ai dolori dellaSignora dalle Camelie!Ma questo, o signore, è fato comune. L'opera teatrale ha in sè stessa uno spirito d'arte che può renderla eterna; ma ha nello stesso tempo una ragione di caducità, che, dopo un breve periodo, la toglie irremissibilmente alle pubbliche scene. Chi pensa oggi a rappresentare i capolavori di Eschilo, di Sofocle e di Euripide? E del grande teatro francese non è avvenuto lo stesso? Se non ci fosse a Parigi un'istituzione fondata apposta per tener vive le rappresentazioni di certi capolavori, quante volte credete voi che a Parigi si rappresenterebbero ilCid, laFedra, ilMisantropo? Rimane, meravigliosa eccezione, il teatro di Guglielmo Shakespeare. Ma anche sul conto del sommo tragico inglese ho un'idea che voglio manifestarvi. Suol dirsi che lo Shakespeare non passa sulla scena perchè solo ne' suoi personaggi è espresso l'uomo eterno. Esagerazione! L'uomo eterno è anche in Filottete, in Rodrigo, in Alceste. Io credo che il tragico inglese stia ora beneficiando il lungo e immeritatissimo oblio nel quale l'Europa l'ha tenuto per più di due secoli. Ma venendo al fatto, quanti drammi di Shakespeare tengono ancora la scena, fra i tanti che ne compose? Cinque o sei a dir molto; e per giunta ridotti; ed è tutt'altroche improbabile che anche questi pochi col tempo vengano messi in disparte. Questo non toglierà naturalmente nè alRe Lear, nè all'Amleto, nè alMacbethdi essere dei meravigliosi capolavori e di venire per tali ammirati da quanti con animo capace li leggeranno.
Ma venendo un poco più presso al nostro argomento, io mi son domandato più volte: Le critiche fatte al teatro di Vittorio Alfieri in quale categoria dobbiamo noi collocarle? Hanno ragione per esempio i due Schlegel e Madama di Staël che lo considerano come un autore tragico convenzionale, freddo, fuori della vita? Ebbe ragione il Lamartine quando con quella sua consueta superficialità di critica lo chiamò “un Seneca senza Roma?„
Per essere almeno fortemente dubitosi che questi signori avessero ragione, bisognerebbe che fossimo certi che, leggendo l'Alfieri, essi lo hanno ben capito. Ora, essendochè anche per noi italiani l'Alfieri è circondato di molta oscurità ed è anzi a ragione censurato di questo; e considerando che, se vi è autore drammatico che sfugga gli apparati esteriori e che tutto il valor suo concentri nell'intima significazione del soggetto per virtù dello stile è appunto l'Alfieri, e che quindi per arrivare fino a lui fa d'uopo possedere tutte le più sincere e più complete ragionidella critica, permettetemi, o signore, di non credermi irriverente se dubito che i due Schlegel e madame di Staël e il Lamartine conoscessero abbastanza l'Alfieri per poterlo sicuramente giudicare.
Noi, per giudicare bene l'Alfieri tragico, dobbiamo anzitutto ricercare quale idea egli si fosse formata della tragedia prima di accingersi a comporne; e da quali concetti e sentimenti egli fosse accompagnato nello svolgere la serie delle sue composizioni tragiche. Per intendere questo fa d'uopo tornare alla sua vita.
Abbiamo accennato come egli venne su e quanto poco studiasse nell'infanzia e nella adolescenza. Confessa egli stesso che “sdegnò ogni studio.„ Ma ferveva in lui il bisogno del sapere. Di tanto in tanto gli balenava il fantasma luminoso e attraente della gloria; talvolta anche era preso da un'indicibile vergogna della propria ignoranza; e allora pareva che due uomini lottassero aspramente dentro di lui. In sostanza la sua è una educazione letteraria che comincia tardi e procede malissimo; cioè confusa, interrotta, a sbalzi, percolpi di sorpresa e per impeti di entusiasmi subitanei e fortuiti. Per esempio: oggi gli capita in mano Plutarco, ed ecco che lo investe il desiderio di celebrare gli uomini meravigliosi dei quali ammira le gesta; domani legge la canzoneAlla Fortunadi Alessandro Guidi, s'esalta, s'infiamma, si dibatte sul proprio divano, tanto che è costretto ad interrompere la lettura; e giura che ode suonare dentro di sè una voce che gl'impone d'esser poeta.
Così di mano in mano la sua vita passa sempre fra queste scoperte, fra questi subiti entusiasmi. Oggi è Sallustio che lo attrae, domani sarà Tito Livio, che un impiegato gl'impresta nel viaggio interrotto da Sarzana a Firenze; più tardi, a Siena, sarà Macchiavelli quando l'amico Gori gli metterà per la prima volta nelle mani un esemplare delle opere del segretario fiorentino.
Ed ogni volta che fa di queste scoperte, ecco che si rinnovano questi abbandoni completi del suo animo ad un'ammirazione sconfinata, assoluta e del tutto libera da ogni temperamento e da ogni governo della critica. Così sull'ultimo limite della sua vita, a cinquant'anni, quando nessuno di noi oserebbe pensarci, si mette a studiare il greco, ed essendo riuscito colla ferrea forza del volere a superare anche questa volta ogni ostacolo, ne diventa tanto glorioso che fondal'ordine del divino Omero e crea sè stesso primo cavaliere di quell'ordine.
Insomma, se devo tutto rendere con un immagine, a me Vittorio Alfieri dà l'idea d'un eterno studente di rettorica. Per aver cominciato ad esserlo tardi, egli è costretto ad esserlo per tutta la vita.
Questo singolare e forse unico procedimento educativo doveva avere ed ebbe delle conseguenze gravissime. Vittorio Alfieri — l'eterno studente — della tradizione e della autorità classica non dubita mai. Sotto questo aspetto chi guarda nell'animo suo trova una grande somiglianza con quei primi umanisti del nostro Rinascimento i quali accoglievano con una venerazione incondizionata tutto quello che veniva dalla sacra antichità. Infatti in Alfieri ciò che sorprende anzitutto è la sua assoluta mancanza di ogni senso critico tutte le volte che egli si trova di fronte a un classico. Questo tanto più ci meraviglia se pensiamo ch'egli visse in mezzo a tanta espansione e libertà di critica. In quell'epoca la Francia aveva il suo Diderot, la Germania il suo Lessing, e l'Italia il suo Baretti per tacere di tanti altri. In mezzo a tutti questi uomini che esaminano liberamente l'antichità, la discutono, la negano anche, Vittorio Alfieri non sa che adorare. Egli, così libero in tutto il resto,qui è sempre entusiasticamente devoto e sottomesso; e fa soprattutto meraviglia vedere come a lui manchi quel senso e quel criterio digraduazione, senza del quale è impossibile la verità dei giudizi. Egli dice indifferentemente “il divino Sallustio, il divino Tacito„ come dice “il divino Omero, il divino Dante.„ Quest'ammirazione che io direi monometrica dell'Alfieri ebbe certo una grande influenza sul modo che egli adoperò nel concepire la tragedia. Ricordiamo ancora che Vittorio Alfieri fu un conte democratico, odiatore di tiranni se mai ce ne furono. Ma come fu un patrizio democratico, così io direi che tenne molto ad essere un poeta patrizio. Tutto quello ch'egli aveva conceduto di buon grado, spinto dall'animo suo generoso e filantropico, nel campo dell'araldica, lo voleva riconquistare nel campo delle lettere; e fu, in sostanza, il poeta più rigidamente aristocratico che potesse immaginarsi.
Da questa educazione e da questa indole l'Alfieri fu mosso a cercare la via che ad esse meglio si confaceva per riuscire originale; e vi riuscì spingendo all'ultimo limite, cioè alla sua più rigida espressione, il tipo della tragedia pseudo classica.
Egli avrebbe voluto riuscire poeta più rigidamente classico dei classici stessi. E notate altro contrasto. Mentre nel campo della politica gettavavia tutti i vecchi vincoli e saltava tutti i vecchi confini, nel campo delle lettere egli amava studiosamente tutto ciò che vi era di autoritario e di coercitivo. Come certi poeti lirici amano di moltiplicare le difficoltà del ritmo e della rima perchè il cesello dell'opera loro risulti più evidente e più prezioso, Vittorio Alfieri immaginò una tragedia ridotta alla sua più rapida e secca espressione, dove ciò che si intendeva per tradizione classica non era solamente osservato con riverenza ma anche oltrepassato con una specie di zelo feroce. Così, l'orgoglioso poeta, volle circoscrivere il proprio agone e farlo angusto e difficile per meglio mostrarsi in esso gloriosamente; a somiglianza di quell'atleta che volontariamente si carichi di pesi o si leghi un braccio nella lotta perchè meglio appaiano la sua agilità e la sua forza.
Vedete fatto strano! Vittorio Alfieri non discute mai l'autorità degli antichi. Eppure quella autorità è ormai discussa da tutti. Perfino Pietro Metastasio, quel mansueto e mite abate che assai volentieri si genufletteva dinanzi a Maria Teresa, suscitando gli sdegni dell'astigiano, perfino il buon Metastasio paragonato a Vittorio Alfieri nelle concezioni letterarie diventa uno spirito indipendente, quasi un rivoltoso. Infatti egli, commentando la poetica d'Orazio, esprime idee e intendimentievidentemente più larghi, più sciolti — direi con moderno vocabolo — più liberali di quelli che esprime l'Alfieri. Del Baretti, del Conti, del Gozzi è inutile ch'io parli. L'Alfieri invece mette tutta la sua compiacenza e il suo orgoglio nel restringere sempre più i vincoli che regolano il componimento tragico, e non gli garba e allontana da sè tutto quello che può avere l'aria di una concessione e d'un lenimento, tutto quello che può essere inteso come una facilitazione a conseguire l'effetto. Egli vuole essere solo colle proprie forze e privo d'ogni aiuto; solo a proseguire uno schema di tragedia nuda, inamabile, talvolta persino mostruosa e feroce. Raccolto e fisso in questa idea, vede quanto partito sapessero i tragici cavare dai cori; e bandisce i cori. — Legge i tragici francesi, vede quanti argomenti di facilitazione alle scene e di preparazione alle catastrofi essi traggono dall'intervento delle nutrici e dei confidenti; ed egli bandisce le nutrici e i confidenti. — Legge nella poetica d'Orazio che il quarto personaggio dell'azione non deve incaricarsi di parlare troppo; ed egli prende alla lettera il consiglio, lo muta in precetto, lo esagera e restringe l'azione delle sue tragedie quasi sempre a tre soli personaggi. — L'amore egli sa, egli sente, qual dilettoso e magico coefficente sia per tenere i cuori della folla, peresaltarli, per commuoverli; ebbene, egli bandisce dalle sue tragedie anche l'amore! — Le donne amanti d'Alfieri sono per lo più delle figure secondarie; amano sciaguratamente, e sono sempre vittime d'una potenza superiore che loro toglie perfino la possibilità del contrasto. Una fatalità ineluttabile, una politica feroce invade l'ambiente, ed esse, le povere e deboli vittime, o la subiscono inconscie o sono spazzate via come fiori dal turbine. Una sola volta l'Alfieri si mette di proposito a comporre una tragedia che ha per base un vero amore femminile. Ebbene, anche questa volta egli è sedotto dal suo demone; e in tanta abbondanza di soggetti va proprio a cavar fuoriMirra, documento mirabile del suo ingegno, una delle prove più vittoriose delle sua facoltà tragiche; ma voi ben sapete quanto poco lo aiutasse la scelta dell'argomento. E non basta. Nessuno ignora quale efficacia e quanta facilitazione all'effetto teatrale abbiano derivato gli altri poeti tragici dalla effusione lirica abilmente innestata all'azione e al dialogo serrato delle tragedie. Non la sdegnarono certo i greci, e basterebbe ricordare sopra tutti Euripide. Dei moderni è inutile parlare. Quanta parte, per esempio, non verrebbe diminuita del teatro tedesco e spagnuolo se si volesse sopprimere la lirica? Ebbene: anche di questo elemento il nostro Alfieri si mostra sdegnoso. Egli gettada sè, dal suo bagaglio poetico tutto quello che non è nuda e rigida e laconica espressione dello schema drammatico. Non si ferma mai a cogliere un fiore lungo i margini della sua strada; e corre austero e rapidissimo verso la propria meta.
Tale si formò nella mente di Vittorio Alfieri l'ideale della tragedia e tale volle esprimerlo. Egli lo definì in un passo della sua lettera in risposta a quella di Ranieri Calsabigi, il quale gli aveva scritto una lunghissima tiritera infarcita di erudizione indigesta, sopracarica di lodi e mescolata anche di qualche critica non sempre infondata. Il fiero conte che non rispondeva quasi mai alle critiche, che gli giungevano da ogni parte d'Italia o in senso laudativo o in senso di biasimo, al Calsabigi rispose: “Vorrei la tragedia di cinque atti, piena, per quanto il soggetto dà, del solo soggetto: dialogizzata dal solo personaggio, attore, non consultore, o spettatore: la tragedia di una sola tela, ordita, per quanto si può, servendo alle passioni: semplice per quanto l'uso d'arte il comporti: tetra e feroce per quanto la natura lo soffra: calda quanto era in me. Ecco la tragedia che io ho concepito. Per questa volli, sempre volli, fortissimamente volli.„
Gli effetti di tanta rigidezza schematica inducente a tanta servitù volontaria, voglio anzitutto considerare nel loro lato negativo.
È certo, per esempio, che nelle tragedie di Vittorio Alfieri voi sentite sempre e solo le voci degli uomini, quelle delle cose e dell'ambiente quasi mai. Nei teatri degli altri poeti noi non possiamo disgiungere questi due elementi, i quali potranno essere distribuiti in diversa misura, ma stanno pure fra loro in una certa utile proporzione. Se noi, caso per caso, tragedia per tragedia, raccogliamo dentro il nostro spirito l'azione complessa e concorde di questi due diversi coefficienti, i grandi effetti saltano agli occhi. Basterà ricordare l'esempio di alcune tragedie di Shakespeare ove è manifesto che gli animi degli spettatori rimangono sempre divisi tra l'azione dei singoli personaggi e quella dell'ambiente. Come, ad esempio, potreste spartire nella vostra mente gli effetti che vi produce l'Amleto, senza distinguere la parte dovuta a ciò che vi ha di fantasticamentesuggestivo nella rappresentazione dei luoghi, dalla azione pura e semplice dei personaggi? Come non tenerne conto nella scena della piattaforma di Elsinora in quell'alto silenzio della notte, colla voce delle guardie che si rispondono, prima che appaia lo spettro di Amleto? Poi la vita interiore di quella corte danese, con quel teatro dov'è combinata dallo spirito vendicativo del giovane principe la scena che farà confessare al delinquente il suo delitto; e poi il cimitero dove echeggiano le lepidezze dei becchini; poi, mentre suona la voce malinconica di Amleto, i suoni della lugubre sinfonia che accompagna al sepolcro il corpo della povera Ofelia.... Tutta questa eloquenza de' luoghi e delle circostanze concorre moltissimo all'effetto dell'azione; toglietela e molta parte del sentimento tragico sfumerà.
Invece l'Alfieri dal suo alto coturno rinunzia con gesto sprezzante a tutto ciò. Egli vi pianta i suoi personaggi dinanzi ad un freddo colonnato dorico; e lì, nello spazio di poche ore, debbono vivere, soffrire, morire. Egli arriva a sottilizzare, a spiritualizzare talmente i suoi caratteri che talora egli è costretto adisumanizzarli. Io non so trovare altra parola per esprimere il mio concetto. E come si compiace egli di tutto questo sfrondare, condensare, scheletrizzare! Si direbbe che se anche di quel piccolo apparato esteriore eglipotesse far getto, lo farebbe tanto volentieri onde così richiamare e concentrare tutto lo spirito e tutta l'azione tragica nel mero e invisibile teatro dell'umana fantasia.
Ma quando colla vigoria scultoria del verso, colla veemenza delle passioni, nel dialogo serrato, nella successione delle scene correnti verso la catastrofe, egli arriva a rapirci e a portarci in quel mero e invisibile teatro della umana fantasia, o signore, allora come ci avvediamo che Alfieri è davvero grande! E ci vengono spontanei alla memoria i versi che a lui volgeva il Parini:
Come dal cupo, ove gli affetti han regno,Trai del vero e del grande accesi lampi,E le poste a' tuoi strali anime segnoPien d'inusato ardir scuoti ed avvampi!
Come dal cupo, ove gli affetti han regno,Trai del vero e del grande accesi lampi,E le poste a' tuoi strali anime segnoPien d'inusato ardir scuoti ed avvampi!
Come dal cupo, ove gli affetti han regno,
Trai del vero e del grande accesi lampi,
E le poste a' tuoi strali anime segno
Pien d'inusato ardir scuoti ed avvampi!
Giorgio Hegel, investigando la essenza del componimento tragico, dice che bisogna istituire una certa equazione estetica fra la tragedia e la statuaria. Leggendo questo passo del filosofo tedesco, la mente corre subito all'Alfieri, e la comparazione assume un carattere tanto individuale che pare fatta pensando a lui. Quel marmo nudo, quelle linee austere e semplici, senza vaghezza di fondo, senza ambiente, senza policromia, mute, fredde; ecco veramente la tragedia d'Alfieri! Questa somiglianza colla scultura non ha solo, o signore, un carattere figurativo e superficiale maqualche cosa di intimo e di profondo. Dinanzi alle più perfette tragedie dell'Alfieri si prova un sentimento assai somigliante a quello che ci fanno provare alcune delle opere più celebrate della statuaria antica.
Di lui si potrebbe dire quello che il Wielland disse di Cristoforo Glück, il fondatore del melodramma moderno. Anche Vittorio Alfieri “preferì le Muse alle Sirene.„ Peccato che più d'una volta egli siasi dimenticato che le Muse pretendono d'avere una voce non meno melodiosa e non meno piacevole di quella delle Sirene!
I critici restringono i difetti dell'Alfieri principalmente alla durezza e all'oscurità. E notate che l'autore stesso non osava molto difendersi; dirò anzi che alcune volte accoglieva con compiacenza queste censure. Non si ricordò egli dell'aurea sentenza di Quintiliano, che la brevità non consiste nel dire poco, ma nel dire nè più nè meno di quanto occorra perchè le forme del nostro pensiero e i moti dell'anima siano resi evidenti e forti in chi ci legge e in chi ci ascolta. Vittorio Alfieri invece fece della brevità una cosa sola colla sostanza e col contenuto delle sue concezioni tragiche. È cosìinvasato(questa parola s'incontra spessissimo nellaVitae nelle lettere) è così invasato dal furore che lo incalza verso la catastrofe, che accoglie con trasportotutto quello che accorcia in qualunque modo la strada che ha dinanzi. E questo lo persuade a riprender sempre la sua materia letteraria fra le mani inquiete, e a tormentarla in tutti i sensi, pur di spremere sempre qualche sacrifizio di possibile superfluità, pur di aggiungere sempre qualche spizzico di laconismo. Di ciò arriva egli a compiacersi quasi puerilmente; e allora allinea le cifre dei versi di cui si compongono le sue tragedie, dimostrando con orgoglio che, per esempio, nella elaborazione di quella tale sua tragedia i versi erano da prima 1400, ma nella seconda prova diventarono 1350, nella terza scesero fino a 1320. E mostra di non dubitare un momento che questi 50, questi 80 versi strappati alla prima fattura siano sempre una legittima conquista dell'arte, un passo di più verso la perfezione!
Ora, dovrei discorrervi delle diciannove tragedie di Alfieri; ma l'argomento chiederebbe per sè solo una serie di conferenze. Mi contenterò dunque di accennare a due sole: ilFilippoe ilSaul.
La prima fu composta dall'Alfieri quando il suo spirito giovanile non era ancora stato così rigidamente disciplinato dal rigore delle sue teorie e potè abbandonarsi con una certa spontaneità ai liberi impulsi dell'animo. NelSaul, che fu invece una delle ultime, sentiamo uno spirito ed un soffio nuovo circolare per le scene e animare i personaggi. È lo spirito della Bibbia, dei Salmi, dei Profeti.
Quanto alFilippo, è certo che con poche altre tragedie l'Alfieri è riuscito ad espugnare più fortemente l'animo dei suoi spettatori. L'orditura dell'azione e la successione abilissima delle scene, dove l'interesse delle passioni è sempre più vivo e l'aspettazione è sempre più intensa, rendono questa tragedia tipica e indimenticabile. E ilFilippotenne per lungo tempo le scene italianegustato e ammirato senza contrasti. Ma quando Andrea Maffei, elegantissimo verseggiatore se non traduttore sincerissimo, intorno al 1840 ebbe voltato in italiano ilDon Carlosdi Schiller, parve che sulFilippoalfieriano si scatenasse una tempesta dalla quale non si sarebbe più rialzato. Quella tela più ampia e più varia, quella corrente di lirismo delizioso e geniale che il poeta tedesco gitta attraverso a tutta l'azione pietosa e terribile del dramma spagnuolo, doveva avere ed ebbe una presa fortissima nell'animo del pubblico italiano. Al primo confronto l'opera del nostro tragico parve spacciata. Ma al secondo esame, sbollito quel primo fervore, si cominciò a capire che la macchina della tragedia alfieriana aveva in sè tale una forza e tale una consistenza da sostenere senza tema il paragone col lavoro tedesco.
E non dubito che voi stesse, o signore, eliminando, per quanto è possibile, certe impressioni estranee e quasi profane al puro elemento tragico, emancipandovi dalla facile sensibilità eccitata da certe digressioni e da certe declamazioni, muterete il vostro primo giudizio. Dov'è infatti che vedrete più resa e scolpita quella Spagna del secolo XVI, inquisitoriale, sospettosa e dispotica? E dov'è che sentirete meglio inteso il carattere tiberiano di quel re spagnolo, che passò tutta lasua vita in una cupa adorazione della sua regia maestà? E dov'è che trovate colorito più fortemente, più splendidamente il carattere cavalleresco ed amoroso del favoleggiato figlio di Filippo II?
Anzitutto Federico Schiller, che pure aveva tanto studiato la storia di Spagna, si mostra meno fedele allo spirito di essa che non l'Alfieri, il quale non pretese che di fare opera di poeta. Io perdono volentieri allo Schiller parecchie infedeltà storiche; quella, per esempio, d'aver messo il duca d'Alba alla corte di Madrid, mentre è ben noto che in quell'epoca stava nelle Fiandre a domare i ribelli; ma quel Marchese di Posa messo lì, in pieno secolo XVI, in piena inquisizione di Spagna, ad esprimere le idee di Gian Giacomo Rousseau mitigate dall'ottimismo del Condorcet, quel Marchese di Posa, o signore, come difenderlo dalla taccia di artificioso, di rettorico, di falso?
Quanto è più vero l'Alfieri, quanto non rispecchia più fedelmente l'ambiente storico con quelle sue linee semplici, austere, con quella sua azione dominante, incalzata da una cupa fatalità! L'amore di Don Carlos com'è più delicatamente e cavallerescamente reso dal poeta italiano! Il poeta tedesco, per esempio, non esita a rendere confidenti dell'amore di Don Carlos degli esseri spregevolicome Fra Domenico; e poi, quando il principe ha ben discusso e dissertato di altissimi ideali umani con l'amico Marchese, non dubita di convertirlo in un messaggero d'amore, e di quale amore! Il Don Carlos di Alfieri invece conserva come una religione nel profondo dell'animo il segreto del grande e infelice amor suo. L'amico suo Perez — tanto più vero anche in questo di quel filantropo spostato del Marchese — l'amico suo Perez, è egualmente devoto all'Infante e all'uomo, è pronto sempre a morire per lui; ma non osa mai di esprimere nemmeno un motto per cui mostri di sospettare anche lontanamente nel figlio del re di Spagna l'amante della matrigna.
E Filippo? Più la storia si studia più si rimane convinti che il Filippo d'Alfieri è assai più vicino al vero Filippo della storia. È un uomo che più che colle parole parla coi cenni, colle occhiate, col silenzio. Al suo confidente Gomez impone di stare ben attento; nè una parola, nè un sguardo, nè un tremito, nulla deve sfuggirgli. E dopo la scena rivelatrice dell'Infante e della Regina, egli si limita a domandare: vedesti? udisti?... E subito tronca il dialogo con un gesto minaccioso. Mentre il sipario cala sul palcoscenico, l'animo nostro rimane perplesso e triste fantasticando le tristi cose che sapranno fucinare insieme quei due tetri personaggi.
Il Filippo di Schiller al paragone è appena una figura da melodramma. Alla prima, egli sembra l'uomo più cupo, più chiuso, più impenetrabile; ma intanto tutti conoscono i suoi segreti! Arriva fino, in piena notte, mentre è assalito da delle inquietudini molto naturali in lui — che il poeta si arbitra d'invecchiare di quasi trent'anni — egli arriva, dico, a chiamare un suo servo, il fedele Lerna, e a manifestargli lo stato doloroso dell'animo suo. Poi gli domanda come mai egli possa vivere tranquillo lontano dalla sua casa coniugale! E vorrebbe che il suo geloso furore passasse dall'animo suo in quello del confidente. A questo modo la sventura, vera o supposta, di Filippo II per la corte e per la città è omai diventata il segreto di Pulcinella.
Scusate se ho insistito su questo punto. Dopo che vennero di moda il teatro di Schiller e di Victor Hugo, se n'è detto tante del povero Alfieri, che credei mio dovere cogliere questa circostanza per dimostrare, con un esempio, come per confronti spassionati certe sue sconfitte potrebbero facilmente convertirsi in palme di vittoria. E, credete a me, questi luoghi nel teatro alfieriano sono assai più numerosi di quello che non si creda comunemente.
Dell'Alfieri tragico si mettono sempre avanti la durezza e l'aridità; ma anche su questa durezzae su questa aridità io avrei delle grandi riserve a fare.
È vero; tutto preoccupato del suo ideale poetico e tuttoinvasatodal suo furore politico, l'Alfieri faceva volontieri sacrificio, come dicemmo, delle cose tenere e piacevoli. Ma dalla profonda essenza del suo animo buono non di rado egli seppe far anche scaturire dei getti di passione calda, intensa, gentile che sono veramente irresistibili. E dacchè ho nominato il Filippo lasciatemi ricordare quella prima bellissima scena del primo atto fra Don Carlos e Isabella. La delicatezza squisita, toccante, ineffabile, con cui il giovane principe prende argomento dai proprii dolori, dalla propria disgraziata condizione di figlio per aprire l'animo suo di amante alla matrigna, la ricordate voi, o signore? Se una sola volta l'avete o letta o udita in teatro, non credo che abbiate potuto dimenticarla.
......... Ei d'esser padreSe pure il sa, si adira. Io d'esser figlioGià non oblio per ciò; ma se obliarloUn dì potessi ed allentare il frenoAi recessi lamenti, ei non mi udrebbeDoler, no, mai, nè de' rapiti onori,Nè dell'offesa fama, e non del suoSnaturato, inaudito odio paterno;D'altro maggior mio danno io mi dorrei....Tutto ei m'ha tolto il dì che te mi tolse!
......... Ei d'esser padreSe pure il sa, si adira. Io d'esser figlioGià non oblio per ciò; ma se obliarloUn dì potessi ed allentare il frenoAi recessi lamenti, ei non mi udrebbeDoler, no, mai, nè de' rapiti onori,Nè dell'offesa fama, e non del suoSnaturato, inaudito odio paterno;D'altro maggior mio danno io mi dorrei....Tutto ei m'ha tolto il dì che te mi tolse!
......... Ei d'esser padre
Se pure il sa, si adira. Io d'esser figlio
Già non oblio per ciò; ma se obliarlo
Un dì potessi ed allentare il freno
Ai recessi lamenti, ei non mi udrebbe
Doler, no, mai, nè de' rapiti onori,
Nè dell'offesa fama, e non del suo
Snaturato, inaudito odio paterno;
D'altro maggior mio danno io mi dorrei....
Tutto ei m'ha tolto il dì che te mi tolse!
Percorrete i teatri di tutti i paesi e difficilmente troverete una scena d'amore ove la confessione dell'affetto prorompa in una forma più veemente insieme e più nobile, più delicata. Di questi passi il teatro d'Alfieri ne ha non pochi; e basterebbe cercarli con qualche sollecitudine per trovarli. Ne trovereste nellaVirginia, nell'Oreste, nellaMerope, nelTimoleone, nelSaul. NelSaulspecialmente. Ricordatevi, all'ultima scena, quando il re vinto, disperato, si accomiata da tutti i suoi e vuol rimanere solo, nella triste solitudine di Gelboè ad attendere la vendetta di Ieova. Pensate al modo con cui si congeda da Micol, l'amatissima figliuola, affidandola ad Abner. “Va' salvala!... Ma se mai cadesse nelle mani dei crudeli nemici, non dire che essa è figliuola di Saul. Di' ad essi invece che è moglie di David; e questo basterà perchè la rispettino!„ È del patetico insieme e del sublime, o signore. Questo re orgoglioso e magnanimo, che nella vita sua non ha avuto che un torto micidiale: la sua gelosa rivalità per David; ora, arrivato al tramonto tragico della sua esistenza, si rassegna all'idea che la cara figliuola celi il suo nome, nasconda d'esser nata da lui; si rassegna all'idea che essa meglio sarà rispettata e salva invocando il nome glorioso di David!...
Quanto a me, vi confesso che ogni volta ch'iom'imbatto in uno di questi tratti di tenerezza alfieriana, esso esercita sopra di me una potenza di commozione indicibile. È come quando ci troviamo di fronte a due temperamenti. Se voi sapete che un uomo è proclive alla sentimentalità, che ha sempre sul ciglio la lacrimetta furtiva, anche se lo vedete intenerirsi e piangere, poco vi commovete. Ma se invece v'imbattete in un uomo fiero, abitualmente chiuso e burbero, e sentite nella sua voce il tremito momentaneo del singhiozzo, quel tremito passa come un guizzo elettrico per tutte le fibre del vostro cuore, perchè vi rappresenta il cozzo vittorioso della tenerezza umana sopra tutte le difese e tutti i pudori del temperamento. E allora voi vi commovete e piangete con lui.
E, da ultimo, non dimentichiamo mai, o signore, che Vittorio Alfieri non considerò la potenza del suo teatro tragico e in genere la potenza dell'arte sua che come un mezzo per raggiungere una nobilissima meta: il rinnovamento del carattere degli italiani, il riscatto civile e politico d'Italia.
Nel preambolo del suoMisogallo, egli vi dice che vivendo, palpitando, fantasticando, scrivendo, ebbe sempre davanti a sè tre Italie: quella che fu, grande e gloriosa; quella che era al suo tempo, abbietta e divisa; quella che sarà un giorno, indubbiamente grande e gloriosa come l'antica. E da queste tre Italie egli attinse tutte le sue ispirazioni; e al culto di queste tre Italie egli dedicò e consacrò tutte le forze del suo ingegno fino al sacrifizio di ogni altro dilettevole fine.
Io so che questa missione civile e politica farebbe ridere certi nuovissimi poeti, i quali dicono che l'artista, se vuol essere davvero rispettabile, si deve chiudere dentro una “torre d'avorio,„ e là dentro vivere tutto nell'adorazione egoistica di sè e dell'arte sua, dimenticando che fuori diquella benedetta torre vi è pur sempre il consorzio umano col suo patrimonio di dolori grandi e di gioie scarse, assetato di spirituali emozioni, affamato di verità e di giustizia. Però, a quel tempo, non soltanto l'Alfieri ma tutti la sentivano in modo diverso; e nel confronto non credo che noi abbiamo molto da vantarci, guardando anche solo alla eccellenza artistica delle opere compiute.
Quanto all'Alfieri, anche se il suo sacrificio fu grande, la ricompensa fu certo invidiabile. Ne' suoi ultimi tempi, in mezzo alla tristezza della vita che tramontava, in mezzo ai disinganni d'ogni genere, in mezzo ai crucci e agli sdegni che suscitavano in lui le condizioni miserrime d'Italia e la insolenza forestiera, giunto presso al momento d'entrare nella storia, il nostro poeta, come si legge dei guerrieri delle leggende, fu consolato da un superbo sogno, che potè esprimere in bellissimi versi. — Egli vide nel futuro gl'italiani redivivi e in armi contro la prepotenza straniera; e li vide (o gioia!) eccitati alle virtù militari e civili da due potenti stimoli: il ricordo delle virtù degli avi, e i versi di Vittorio Alfieri. Poi sentiva dalla Posterità venirgli una voce di plauso che diceva:
... O vate nostro, in praviSecoli nato, eppur create hai questeSublimi età che profetando andavi!
... O vate nostro, in praviSecoli nato, eppur create hai questeSublimi età che profetando andavi!
... O vate nostro, in pravi
Secoli nato, eppur create hai queste
Sublimi età che profetando andavi!
Così egli raggiunse la meta più bella che un poeta, un artista possa mai domandare. Vide l'opera sua non limitata al puro campo delle lettere; vide dalla sua poesia scaturire una nobilissima corrente di forze redentrici in pro del suo paese; e la sua figura di poeta grande completarsi nella figura di grande cittadino.
Con l'Alfieri, infatti, l'Italia finalmente si ricorda che le lettere possono e debbono avere un nobile ufficio. L'Arcadia muore davvero con lui; ed egli diventa come il primo aureo anello di una nobilissima catena della quale fanno parte tutti i più insigni e forti e generosi spiriti ne' quali siasi poi compiacciuta e glorificata l'Italia.
Per questo il nome dell'Alfieri fu sempre invocato come un eccitamento e come un auspicio. Per questo i suoi versi, mentre arroventavano sotto il sole le plebi d'Italia, serpeggiavano nell'ombra delle congiure ed erano adoperati come un vino generoso a fortificare i combattenti nelle agonie delle prove supreme. Per questo Giuseppe Mazzini chiamò Vittorio Alfieri il primo italiano moderno; e Vincenzo Gioberti attestò che, solamente risorti a libertà e fatti virtuosi, gl'italiani sarebbero stati degni di sdebitarsi con la memoria di Lui.