L'ARTE NEL SETTECENTO

L'ARTE NEL SETTECENTOCONFERENZADIAntonio Fradeletto

CONFERENZA

DI

Antonio Fradeletto

Signore e signori,

Se il principio o il termine d'un'età può mai datare dall'apparizione o dalla scomparsa d'un uomo, la morte di Luigi decimoquarto segna certo il confine morale che divide il Seicento dal Settecento. Con lui, infatti, col monarca superbo che si piacque di vedersi effigiato in clamide e parrucca, sembra adagiarsi nella tomba tutto un secolo impettito, prosuntuoso, prepotente, intollerante, un secolo nel quale l'accademismo classico non disdegnava d'accoppiarsi in fastoso connubio con l'enfasi barocca. Gli Stati europei, liberi finalmente dall'incubo d'un'ambizione che aveva pesato per tanti anni sul loro destino, mandano un respiro di sollievo. La Francia stira le membra raggranchite nel gelo delle forzate devozioni e agogna a rifarsi con la sfrenatalibertà del costume e del pensiero. Si seguono allora due generazioni così spregiudicate, così epicuree, come l'ultimo periodo della vita del Gran Re era stato noiosamente bigotto. Godere, goder presto e in tutti i modi, è l'ideale cui mirano, sia inconsapevolezza che nasconda ai loro occhi l'abisso verso il quale sono trascinate, sia sprone di inconfessati presagi che le spinga ad esaurire ogni ebbrezza prima dell'imminente catastrofe. L'età anteriore s'era segnalata per una tensione suprema d'energia: energia caparbia, rovinosa, folle, ma, insomma, strenuamente pugnace. Essa veniva al despota — che la impose alla nazione — dalla coscienza, non mai scossa per accumularsi di sciagure, dell'alto ufficio al quale egli teneva preordinata la monarchia per diritto divino, incarnantesi nella sua persona. Ora, noi assistiamo ad una di quelle subitanee reazioni che seguono sempre gli sforzi soverchiamente protratti. Le antiche energie si allentano, le antiche convinzioni vaniscono in un sorriso. Etichetta, pompe, cerimonie, consuetudini officiali restano bensì immutate; ma lo spirito che un giorno le animava s'invola; ma le idee, i sentimenti, le fedi tradizionali ad ogni ora si sgretolano. L'edifizio costruito dai secoli si direbbe, a primo sguardo, incolume, quando invece nulla d'incolume n'è rimasto, fuorchè la decorazioneesteriore: una decorazione magnifica, amplificata da mille illusioni prospettiche, ma assisa ormai su fondamenta così logore che noi la vedremo oscillare e crollare al primo urto di mano plebea.

E come lo stato politico e sociale non era altrove molto dissimile, come l'esempio della Francia serviva di scuola all'Europa, l'aristocrazia ci porge quasi da per tutto (salvo le nobili eccezioni che non occorre rammentarvi) un'immagine conforme di vita. Veramente quest'aristocrazia non è che un'esigua minoranza; ma essa costituisce la classe dominante e tipica; essa detta la moda e crea il gusto; essa invade il dinanzi della scena e respinge ancora nell'ombra tutto il resto della nazione; essa dà pertanto alla società europea, fino allo scoppiare del movimento filosofico e borghese, e anche più oltre, un'apparenza comune di festività, di spensieratezza, di tolleranza amabilmente scettica, o, in breve, di estenuazione morale.

Fra noi l'estenuazione aveva cause più profonde e più remote. Già l'Italia era uscita dalla gloriosa indisciplina del Rinascimento barcollante e spossata, come chi ha troppo osato, troppo creato, troppo compreso e troppo goduto. Poi, centocinquant'anni di blandizie gesuitica e di oppressione spagnuola avevano plasmato a servilitàla mattiniera ribelle. Ingegno, cultura, spirito d'osservazione, fantasia, erano sempre vivi; viva era la pertinacia intellettuale del pensatore, dell'erudito, dell'artefice; ma era venuta meno nei più quella deliberata vigoria di iniziative e di resistenze che è il fiore dell'essere morale. E le riforme stesse che segnalarono la seconda metà del Settecento non ebbero tutta l'efficacia che proviene dai robusti consensi; esse furono reclamate da poche menti superiori e largite dall'alto, piuttostochè scaturire da una coscienza sociale largamente e virilmente operosa.

I forti aspirano a conquistare il dominio della propria anima; essi amano appartarsi e raccogliersi, perchè trovano in sè di che popolare ogni solitudine. Ma agli spiriti deboli e frivoli che resta da fare, se non allearsi ad altre debolezze e ad altre frivolezze? Così questa nobiltà esausta e peritura si conforta con la vita in comune, con le conversazioni, coi festini, coi teatri, col giuoco, con la galanteria, con l'osservanza rituale dei precetti della moda, innalzati perfino a quistione di Stato o a controversia diplomatica. L'impero d'una simile società non può spettare che alla donna, e la donna viene eletta concordemente ad esercitarlo. Ormai ella sembra creata soltanto per entrare con grazia in un salotto a braccio del cicisbeo, per porgerela mano al bacio dei corteggiatori, per sedere ammirata in un palco, per danzare languidamente il minuetto, per dominare il volgo dall'alto d'una carrozza scintillante d'oro e di cristalli, per accennare a un desiderio ed essere a gara obbedita, per divenire maestra di piaceri e parteciparvi fino all'ultimo, come quella dama che ammalata di malattia inesorabile, si fa abbigliare sfarzosamente, colorire di rossetto le terree cavità delle guance, condurre in portantina a teatro, e che, al ritorno, muore.

Vi sono, Signori, rappresentazioni d'arte, le quali valgono storicamente più degli stessi documenti storici, perchè ci tramandano non tanto gli sparsi pensieri del passato, quanto l'intima essenza di tutto il suo pensiero. Tale “L'imbarco per l'isola di Citera„ di Antonio Watteau. Ben prima che Carlo Innocenzo Frugoni cantasse fra noi:

La bella nave è pronta:Ecco la sponda e il lidoDove nocchier Cupido,Belle, v'invita al mar,

La bella nave è pronta:Ecco la sponda e il lidoDove nocchier Cupido,Belle, v'invita al mar,

La bella nave è pronta:

Ecco la sponda e il lido

Dove nocchier Cupido,

Belle, v'invita al mar,

ben prima e con ben altra vena, il Watteau aveva dipinto la dilettosa allegoria, che esprime il sogno di due generazioni. Sul lido, sotto i grandi alberi, sorge, infiorata dai devoti, l'erma della Dea; l'onda purissima è in calma e i salici v'immergono le capigliature fluenti; uominie donne, tenendosi a braccio, traggono alla galèa che sta per salpare, sotto la guida degli Amori, verso l'isola incantata. L'aspetto di quelle coppie è giocondo, le mosse graziose, ma pure noi ci sentiamo vinti da un'ineffabile malinconia. Sono forse i vapori autunnali e vespertini in cui l'artista ha avvolto la scena? O è quel presagio amaro di delusioni che si mesce per noi a tutte le immagini del piacere? O è il lampo d'una comparazione fra i giorni che furono e i giorni che noi viviamo?.... Ignoro; ma certo dinanzi a quello spettacolo di agognate e credute felicità, l'anima è mossa a un sentimento triste, che potrebbe tradursi nelle parole:per l'ultima volta!

*

In quelle creature voi non cercherete dunque passioni, bensì capricci ed emozioni mutabili: l'emozione sentimentale, l'emozione voluttuosa, l'emozione gioconda, l'emozione patetica, l'emozione idillica. Vedete il sentimento tipico: l'amore. “On se plaît, on se prend; s'ennuie-t-on l'un avec l'autre, on se quitte avec aussi peu de peine qu'on s'est pris. Revient-on à se plaire, on se reprend avec autant de vivacité que si c'était la première fois qu'on s'engageât ensemble„ scrive in Francia Crébillon figlio. E in Italia l'abateChiari: “Dove troverete adesso quelle passioni violente e così memorabili che inspiravano un tempo le donne vedute soltanto attraverso un fosco velo e vagheggiate una volta al mese dall'altezza di una finestra?„ E invero l'amore è ormai divenuto un misto di volubilità sensuale e di consuetudine tra amichevole e cerimoniosa, che tollera filosoficamente le divagazioni e le compartecipazioni:

Qual torto far potrebbonsi,Colpevoli del pari?Perchè perdon si nieghinoTroppo ambedue son cari.

Qual torto far potrebbonsi,Colpevoli del pari?Perchè perdon si nieghinoTroppo ambedue son cari.

Qual torto far potrebbonsi,

Colpevoli del pari?

Perchè perdon si nieghino

Troppo ambedue son cari.

Di quando in quando ha anch'esso, l'amore, le sue burrasche, o, come dicevano, le sue smanie; ma sono burrasche a fior d'acqua, subito placate da un abbraccio o da un giuramento in ginocchio. La separazione non lascia dietro a sè che un'ombra di mestizia. Nel ripercorrere i luoghi dov'egli visse beato con la sua donna — forse irreparabilmente perduta — l'amante non medita e non impreca; basta a lui effondersi in questo lieve sospiro:

Dite almeno, amiche fronde,Se il mio ben più rivedrò;Ah! che l'eco mi rispondeE mi par che dica no.

Dite almeno, amiche fronde,Se il mio ben più rivedrò;Ah! che l'eco mi rispondeE mi par che dica no.

Dite almeno, amiche fronde,

Se il mio ben più rivedrò;

Ah! che l'eco mi risponde

E mi par che dica no.

E come l'amore, così sottoponete all'analisitutti gli altri sentimenti — il dolore, la fede, la tenerezza, la pietà, la generosità — quali vi si mostrano negli scritti letterari ed intimi del tempo. Potrete scomporli in una serie di stati di coscienza ora languidi ora concitati, ma quasi sempre mobili, ondeggianti, effusivi, e, per significar tutto con una parola, melodici. Ecco perchè senza la melodìa poetica e senza la melodìa musicale non si comprende il Settecento; ecco perchè le canzonette del Rolli, i drammi del Metastasio, le limpide arie del Pergolesi e dello Jomelli suonano a noi come la voce superstite dell'anima sua!

Ma una parte almeno dell'anima del Settecento si è pure espressa con un linguaggio visibile di forme e di colori. E questo linguaggio è il nuovo stilerococòin cui viene a rammorbidirsi quello più gonfio e pesante del periodo di Luigi XIV. I contorni sinuosi, i cimieri asimmetrici, i festoncini, i ciuffi, le frondeggiature arricciate, vi annunziano chiaramente la capricciosa mobilità degli spiriti. Quelle colorazioni tenui — cilestrine, rosee, verdicce, lilla, giunchiglia pallido, tortora, foglia morta — vi sussurrano all'orecchio le repugnanze sottili dell'epicureismo per ogni sensazione troppo vivace. Quei letti dalle incurvature di bomboniera, dai guanciali digradanti, dalle alcove rallegrate di nudità mitologiche, viconfidano i sonni voluttuosi prolungati fin presso al meriggio. Quei canapè dalle braccia accoglienti vi evocano l'intimità dei lunghi colloqui, alternati di carezze e di consapevoli silenzi....

Vogliamo entrare nel vestibolo di quel grande palazzo, architettura immaginosa del Fuga o di uno dei Bibbiena, dello Juvara o del Vanvitelli? L'ampia scalea balaustrata ci conduce negli appartamenti gentilizi, scintillanti di lumiere. Sulle mensole, sulle cantoniere, spiccano le tazze di Meissen o di Sèvres, le statuine galanti e campestri inbiscuit, le piccole miniature in avorio; sul caminetto, il bronzo dorato del pomposo orologio a pendolo e dei candelabri dagli steli attorti. La suppellettile, lucente di lacca, è dipinta a figurine e fiorami; qua e là qualche mobiletto di legno esotico, qualche stipo a tarsie di tartaruga e metallo, qualche gruppo scolpito a putti ed allegorìe, che sorregge un vaso del Giappone o della Cina. — Siamo nel salone, un sontuoso salone tutto fregiato di stucchi, dal soffitto recente di affreschi, dalle pareti chiare — bianco e oro, rosa e oro, pistacchio e oro — che si schiudono ad assidui intervalli nelle chimeriche profondità degli specchi. Le dame dalle acconciature bizzarre, dall'ampio giro della veste di raso ornata di trine e difalbalas, siedono conversando e agitando in ritmo i ventagli; i cavaliericon la giubba e la sottoveste ricamate e i polpacci stretti nelle calze di seta, passano dall'una all'altra, tintinnando di ciondoli e sbattendo lo spadino incruento; qualche abatino novizio fa la sua corte discreta, appoggiato ad una spalliera o protetto dall'ala d'un parafuoco. Ma ecco un accordarsi sommesso di violini, un porgere ossequioso di mani, un fruscio di vesti, un disporsi lieve di coppie; il minuetto sospira i suoi inviti alla letizia; i guardinfanti si piegano come per un accenno di genuflessione; le giubbe ricamate s'inchinano; la danza comincia, molle, aggraziata, pacata, luminosamente proseguita entro le chimeriche profondità degli specchi.

Gli specchi! non è questo, Signori, uno fra gli ornamenti più cari al secolo, e fra quelli che meglio ce ne raccontano la socievolezza leggiera, l'appariscenza, la vanità, la fragilità? Profusi per ogni dove, gli specchi paiono eletti all'ufficio di adulare la realtà, di suscitarle intorno un corteo di seguaci illusioni. Nei festosi ritrovi, essi inducono l'uomo alla ricerca dell'atteggiamento e del gesto, ma insieme coi vigilanti richiami lo frenano; nei convegni libertini sferzano i suoi sensi con le complici denudazioni del pudore; nell'odiosa solitudine lo confortano, porgendogli almeno la visibile compagnia di sè stesso!

Perchè ciò che il Settecento aborre di più,ciò che gli pesa intollerabilmente, è la solitudine. Prima che Giangiacomo Rousseau imprenda il suo apostolato, nessuno sa concepire le gioie austere dell'anima sognante in faccia alla natura. La vita in campagna non è dunque — mutato scenario — dissimile da quella di città: ricevimenti, rinfreschi, fuochi di gioia, tavola sempre imbandita, giuochi, concerti, commedie da camera. E già gli stessi giardini, coi lunghi viali regolari, e la fiorita simmetria delle aiuole che somigliano tappeti a rabesco, e le siepi di bosso tosato, e gli alberi rifondati o squadrati a piramide e a dado, e gli emicicli a gradinate coperte d'erbetta rasa, che altro sono se non una specie di duplicato dei teatri e dei saloni? Saloni all'aria aperta, dove la gente passeggia con lentezza pigra, si scambia nell'incontrarsi complimenti e celie, riposa sui sedili rustici col garbo contegnoso con cui s'adagia sui canapè, si raccoglie in comitive conversanti, si disperde a coppie sotto le vôlte fronzute, tra il sussurrìo delle fontane e l'occhieggiare delle ninfe marmoree dalle pieghe svolazzanti.

In molte fra le dimore ove passò sì lietamente la vita, si stende oggi lo squallore dell'incuria o dell'abbandono. Gli svelti ghirigori di stucco vanno sgretolandosi, o ingoffiscono sotto lo strato denso degli intonachi; la suppellettile impressadi calde abitudini umane non è più; dalle pareti quadri e stoffe damascate scomparvero; gli specchi hanno la faccia livida dell'acqua palustre e non ripetono più luminosamente l'immagine umana, ma la offuscano e la incadaveriscono. Dal cancello rugginoso, fregiato di nastri e di stemmi a cartoccio, intravvediamo i viali del giardino, un giorno così corretti nel loro tappeto di fine ghiaia e nella duplice spalliera pettinata, invasi dal folle scompiglio dell'erbe; la conca marmorea della fontana muta di voci scroscianti; i gradini che mettevano alla veranda, i gradini sui quali passarono, sfiorandoli appena, tanti piccoli piedi, sconnessi e screpolati; e qua e là, di sui piedestalli ingialliti dai licheni, qualche ninfa dal naso mozzo e dalla mano mutilata, che si sforza ancora di sorridere con la triste civetteria delle vecchiaie che non si rassegnano.

Dinanzi a questi fantasmi deformati del mondo distrutto dalla catastrofe dell'ottantanove, sorge nella nostra mente una visione: un abisso nero, in fondo al quale gorgogliano torrenti di sangue, e sulle opposte sue sponde l'antitesi di due scene: di là tenui ombre graziose, aggirantisi, nella luce blanda del pomeriggio, per un Eliso campestre; di qua l'incalzare d'una gran folla irrequieta, in un'atmosfera fumosa e sonante di opere. — I nostri nonni e noi!

*

Consultiamo i ritratti, paragonandoli a quelli delle due età precedenti.

Nei ritratti del Cinquecento ferve tutta la vita poderosa d'un secolo in cui l'uomo, affidandosi senza freno a' suoi istinti, mostrò di quanta genialità e di quanta perversità egli sia organicamente capace. Direste che gli originali non siano venuti a posare davanti agli artefici, ma che piuttosto gli artefici, con qualche secreto sortilegio, li abbiano imprigionati palpitanti entro la cornice. Sotto la corazza o la porpora, sotto il giustacuore o la toga, con le labbra schiuse al comando o serrate in uno sforzo di proponimento, con la pupilla fiera di risoluzione o lampeggiante di cupidità, con la mano che stringe un decreto, o si posa sull'elsa della spada, o si pianta saldamente sull'anca, o s'abbandona sur un bracciuolo nell'assorta fissità del pensiero, essi ci narrano la storia di quella fatale generazione che splendette e si estinse in una vampata prodigiosa d'energie e di passioni.

Nel Seicento tonalità ed espressioni s'infoscano. Vi sono molte tele, dove, a primo sguardo, non riuscite a discernere nel campo buio che l'incerto biancore d'una gorgiera o di due lattughe.Solo più tardi spuntano dalle tenebre due occhi cavi in un viso smorto. E di quelle immagini, alcune, accigliatamente torbide, vi lasciano intravvedere, o fantasticare, un viluppo di tetre cose interiori: qualche duro costringimento patito, qualche vocazione violata, qualche tedio insanabile, qualche mistero doloroso od atroce mal sepolto nel fondo dell'anima. Altre, invece, sembrano degnarsi di concedervi udienza con quell'aria di arcigno sussiego a cui la faccia umana era forzatamente composta dalle quotidiane tirannie del cerimoniale. Ogni spontaneità è soffocata. Educato alla scuola della paura e dell'ipocrisia, l'uomo non si espande più; si comprime o s'atteggia.

Con l'età nuova i tôni rischiarano e la tristezza dilegua. Diremo che sia egualmente scomparsa la pretensiosità? Tutt'altro. Voi le rivedete, mentre io parlo, certe patrizie del secolo che fu, rigide nell'abito insaldato, certi cavalieri evirtuosipettoruti, certi senatori e procuratori dalle parrucche colossali e dai faccioni sbarbati, cui la cornice fastosa glorifica come una smaccata iperbole adulatoria. Ma pure l'uomo e la donna sono spesso rappresentati in attitudini più intime: la donna sopra tutto, mentre vezzeggia una cagnolina (quanta parte non ha la “vergine cuccia„ nei ritratti del Settecento!) o siede allospecchio, o tiene in mano il bossolo dei nèi, o coglie un fiore, o accosta alle labbra la tazza invidiata dal poeta:

Cinese tazza esercitiBeato il suo costumeE il roseo labbro oscurinoLe americane spume.

Cinese tazza esercitiBeato il suo costumeE il roseo labbro oscurinoLe americane spume.

Cinese tazza eserciti

Beato il suo costume

E il roseo labbro oscurino

Le americane spume.

E in armonia con le attitudini, muta di necessità l'espressione. Alla gonfiezza, al compassato ritegno, subentrano le arie frivole o ingenue, ghiribizzose o sentimentali.

Una donna è appunto il ritrattista più celebre della prima metà del Settecento: Rosalba Carriera. Ella sparge de' suoi lavori l'Europa, ma la prodigiosa fecondità è ancora tarda alle richieste. Dinanzi a lei posano a gara la corte dissipata di Filippo d'Orléans, la corte casalinga di Rinaldo d'Este, la corte pomposa di Carlo VI. Dalle piccole mani, occupate in un'incessante fatica, escono le pagine più varie dell'iconografia contemporanea: la signora di Parabère, Law, Watteau, il piccolo Luigi XV, l'imperatrice Elisabetta, l'imperatrice Amelia, la duchessa di Holstein, la principessa di Teschen, il cardinale di York, Faustina Hasse, Pietro Metastasio. E da per tutto ella è ricercata e festeggiata; da per tutto le risuona intorno un coro d'ammirazione che osa pareggiarla perfino al Correggio,e in cui si perde, senza ottenere ascolto, ogni censura più discreta.

Oggi, noi riconosciamo che il disegno di Rosalba è fiacco, ch'è assai dubbia (almeno in parecchi casi nei quali siamo in grado di giudicarne) la rassomiglianza de' suoi ritratti; — e tuttavia non ci par difficile comprendere le ragioni di quell'entusiasmo.

Certo vi conferì la sua tecnica. Rosalba trattava anche la miniatura e la pittura ad olio, ma il genere da lei prediletto restò sempre il pastello. Ora, l'uso delle matite colorate era in gran voga nel secolo scorso. Vi si addestravano così le educande ne' monasteri come le belle mondane nei loro piccoli appartamenti. Federico di Prussia, quest'uomo che alle doti sovrane della volontà e del genio pareva congiungere tutte le piccole manie del dilettantismo, non ingannava altrimenti gli ozi del carcere a cui l'aveva condannato la caparbia brutalità del padre. E già — come notò il Sensier — con quella pittura secca, ma limpida e facile al ritocco, con quella gamma preparata di toni e semitoni leggerissimi, si credeva di aver reso la mano più franca e più spedito lo studio della natura. Rosalba dovette dunque apparire come una geniale personificazione di questa tecnica, tutt'altro che nuova, è vero, ma che allora trovava nel gusto del pubblico elegante le condizionipiù propizie per espandersi, e che poco appresso sarebbe stata illustrata dalle grazie del Liotard e dal vigore di Maurizio La Tour.

Ma l'altra, la maggior ragione di quel fervore d'entusiasmo, fu l'alito di poesia, fra ingenua e melodrammatica, che Rosalba spirava ne' suoi ritratti. Se pur questi erano poco fedeli, i contemporanei dovevano ravvisarvi un fedele riflesso dei sogni loro abituali. Come il pittore dell'Imbarco per Citeraidealizzava il costume e il poeta dell'Olimpiadeil sentimento, ella mirò, in diversa misura, a idealizzare le fisonomie, e vi riuscì particolarmente nelle immagini femminili, perchè qui i suoi avvedimenti tecnici, i suoi difetti medesimi, come la mollezza del tocco, s'accordavano con la natura del soggetto. Da ciò, forse, la singolare malìa che esercitano le donne dipinte da Rosalba. Quei capelli, sparsi d'una brinata impalpabile di cipria, si sollevano dinanzi a noi come per un esile soffio; le carni di latte e rosa, delicatamente venate d'azzurro, si muovono a un blando ritmo di vita, tra il vaporoso biancheggiar dei veli e il gaio colore delle vesti; gli occhi stanno assorti in una dolcezza di godimenti rammemorati o sperati; la persona sembra circonfondersi della sua essenza spirituale, come il fiore si circonfonde del suo profumo.... Nulla, insomma, meglio della sorridentelevità dell'arte di Rosalba poteva tramandare fino a noi l'effimera apparizione di quegli esseri di capriccio e di piacere, ignari della tempesta che li avrebbe indi a poco travolti!

*

Ogni età ebbe un suo proprio ideale di bellezza e amò incarnarlo nella Donna. Il medio evo la figura come un giglio mistico sorgente nei campi paradisiaci della visione; il quattrocento le dà la freschezza umana e le grazie contenute dell'adolescenza; ai giorni lieti del cinquecento noi vediamo il suo bel corpo espandersi in una luminosa palpitazione di vita; col seicento ella si fa agitata e triste e leva al cielo le pupille irrorate di pianto.

Ora un ideale nuovo viene modellandosi sulle nuove consuetudini, e il suo tratto caratteristico è l'eleganza mondana. Alla fantasia dell'artista l'immagine della Donna non si presenta spontaneamente nella sua luce morale, non nella prestanza nativa delle sue forme, non nell'esaltazione dello spirito, ma in tutti i vezzi raffinati del suo abbigliamento. La pittura non si compiacque mai tanto di ritrarre latoiletted'una dama o d'una dea; nè mai la poesia indulse così largamente alla descrizione delle acconciature e delle vesti:

Col terso pettine tutta inanellaLa lunga chioma, e bianca polvere,Qual neve in albero, spargi su quella.Pon su 'l bell'ordine de' vaghi criniI ricchi nastri, le gemme tremuleE i sottilissimi stranieri lini.Le orecchie adornati con fila d'oro,Onde, com'astri, brillin purissimiDiamanti penduli in bel lavoro.Di perle candide doppio monileAl collo cingi, e i polsi avvolginePur della morbida mano gentile....Dov'è la nobile pomposa vesta,Cui frange d'oro d'intorno ondeggiano,Tutta pur d'auree fila contesta?

Col terso pettine tutta inanellaLa lunga chioma, e bianca polvere,Qual neve in albero, spargi su quella.

Col terso pettine tutta inanella

La lunga chioma, e bianca polvere,

Qual neve in albero, spargi su quella.

Pon su 'l bell'ordine de' vaghi criniI ricchi nastri, le gemme tremuleE i sottilissimi stranieri lini.

Pon su 'l bell'ordine de' vaghi crini

I ricchi nastri, le gemme tremule

E i sottilissimi stranieri lini.

Le orecchie adornati con fila d'oro,Onde, com'astri, brillin purissimiDiamanti penduli in bel lavoro.

Le orecchie adornati con fila d'oro,

Onde, com'astri, brillin purissimi

Diamanti penduli in bel lavoro.

Di perle candide doppio monileAl collo cingi, e i polsi avvolginePur della morbida mano gentile....

Di perle candide doppio monile

Al collo cingi, e i polsi avvolgine

Pur della morbida mano gentile....

Dov'è la nobile pomposa vesta,Cui frange d'oro d'intorno ondeggiano,Tutta pur d'auree fila contesta?

Dov'è la nobile pomposa vesta,

Cui frange d'oro d'intorno ondeggiano,

Tutta pur d'auree fila contesta?

Attorno ai busti che serrano le vitine — agli alti busti coperti di raso o di broccato, sui quali s'indugia con voluttuosa carezza il pennello — vola la strofe laudatrice del poeta:

Ristretto in circolo di spazio angusto,Affusolato su snelli ed agiliFianchi sollevasi tuo vago imbusto;

Ristretto in circolo di spazio angusto,Affusolato su snelli ed agiliFianchi sollevasi tuo vago imbusto;

Ristretto in circolo di spazio angusto,

Affusolato su snelli ed agili

Fianchi sollevasi tuo vago imbusto;

nè la mano par mai così bella come quando tratta civettolamente il ventaglio:

Risvegliator di zefiriVentaglio avea la manca,Onde solea percuotereLieve la gota bianca.Ne' moti or lenti or rapidiArte apparìa maestra.....

Risvegliator di zefiriVentaglio avea la manca,Onde solea percuotereLieve la gota bianca.

Risvegliator di zefiri

Ventaglio avea la manca,

Onde solea percuotere

Lieve la gota bianca.

Ne' moti or lenti or rapidiArte apparìa maestra.....

Ne' moti or lenti or rapidi

Arte apparìa maestra.....

Quando l'occhio e l'immaginazione sono così imbevuti d'elementi artificiali, mal si vede la pura bellezza corporea. E, infatti, l'arte del tempo non riesce a rendervi sanamente ed efficacemente il nudo. Nella massima parte di quei dipinti il nudo o è insignificante o è libertino. Ora v'imbattete in forme sommarie, in carni floscie, alle quali fu sempre ignoto il bacio avvivatore dell'aria e del sole; ora avete dinanzi a voi qualche creatura meno nuda che spoglia, sulla cui faccia vi par quasi di ritrovare i nèi ed il rossetto, e di cui il vostro occhio corre istintivamente a cercare le gonne in un angolo del quadro.

Poco atta a cogliere la pura bellezza fisica, l'arte non si mostra meno impotente a farsi interprete della pura spiritualità. Nulla è ormai così raro nelle opere di soggetto sacro come un accento sincero d'unzione; e chi seppe, sia pure inconsciamente, trovarlo, merita per ciò solo un posto a parte nella storia del secolo. Prendete, ad esempio, il tipo della Madonna. In due modi lo avevano reso i grandi artisti: o, come Giotto e frate Angelico, sublimandolo nell'estasi, o, come Giambellino e Raffaello, trasfondendo in esso tanta e così soave placidità da suggerire naturalmente l'idea d'una condizione senza misura superiore all'umana. Nel Settecento, per contro, il tipo della Madonna quando non è volgare,è manierato; quando non riproduce materialmente un modello purchessia, piglia un'aria affettata di mondanità. C'è nella chiesa degli Scalzi, a Venezia, unaSanta Famigliadello scultore Torretti, in cui la Vergine, dalle guance paffutelle, dalle membra affusolate e polite al tornio, ha l'aspetto vezzoso d'una damina, tanto che il Gautier dinanzi a quella morbida pietra figurante la madre del Signore non poteva interdirsi di ricordare, con sacrilego pensiero, la marchesa di Pompadour.

E, del resto, guardatevi d'attorno in queste chiese del Gesù e del Sacro Cuore, erette bensì nel Seicento, ma nel Settecento compiute e adornate. Da ogni cosa che vi circonda, non esce forse una suggestione profana? Pareti incrostate di marmi preziosi che simulano tappezzerie e cortinaggi, glorie di cherubini grassocci, cappelle cariche d'ori e di stucchi che paiono alcove, colonne che s'attorcono, quasi partecipando allo spasimo delle sante e dei santi trafitti dagli strali dell'amor divino. Non sono tempî cristiani codesti, sono santuari ambigui, dove il buon Dio scenderà tutt'al più come un visitatore vergognoso e furtivo, per arrendersi alla preghiera di qualche semplice di cuore!

E se le idee e i sentimenti cristiani sono così adulterati, non può farvi stupore la metamorfosiche subisce il mondo mitologico. Mentre l'arte classica nobilitava plasticamente il Nume pur rappresentandone le passioni, l'arte del Settecento inclina a rimpicciolirlo coi segni esteriori d'una sensibilità effervescente e fugace. Marte, Apollo, Vulcano, Nettuno smaniano e declamano; vi sono Veneri e Diane e Minerve, che, in proporzioni colossali di viragini, mostrano un'anima di donnette svenevoli o bizzose. E già l'Olimpo eroico di Omero e di Virgilio cede all'Olimpo amoroso di Ovidio; Giove è spodestato da Cupido. Coi modelli ammirati dell'Albano sotto gli occhi, con le strofe d'Arcadia negli orecchi, la pittura moltiplica prodigiosamente l'alata famiglia, la annida fra l'erbe ed i fiori, la corica sugli aerei guanciali delle nuvole, la raccoglie in sciami tripudianti, la disperde in fughe maliziose, ne intreccia le infantili sembianze a tutti i momenti della vita. Vuole l'artista significarvi le brame e i sogni della giovinezza? Ecco due Amorini che mostrano gioielli e stoffe preziose ad una fanciulla addormentata, mentre un altro Amore, seduto sulla sponda del letto, prova col dito la punta de' suoi dardi. Vuole esprimervi qualche innocente dolore? Ecco, in un angolo, il piccolo iddio col capo basso e con gli occhi inumiditi di lagrime. — Più spesso, però, le immaginazioni mitiche,anzichè tradursi in allegorie morali, non fanno che fornire dei partiti decorativi, di cui l'artista usa ed abusa nelle macchinose composizioni, come ne usavano ed abusavano gli apparatori scenici, gli autori di balletti e di cantate. Leggiamo: “Ridente e luminosa reggia d'Imeneo... Si veggono Giunone, Pallade, Venere, Imeneo, Mercurio, con folta schiera di genî.... tutti sopra bassi gruppi di nuvole diversamente situati.„ E anche: “Sopra varî gruppi di nuvole.... si veggono molto innanzi Venere con Mercurio da un lato, Marte con Apollo dall'altro, accompagnati da numerosa schiera di genî loro seguaci.„ Sono le didascalie di due azioni teatrali del Metastasio e potrebbero essere le esatte descrizioni di due affreschi contemporanei!

Gli è che ormai il teatro domina anche le arti del disegno; e le domina non solo per l'intima ragione, accennata dal Taine, ch'esso era il genere più appropriato all'indole di quel momento storico, ma altresì pel fatto materiale che molti artisti, e fra i migliori, lavoravano per il palcoscenico. Questa concezione teatrale della vita vi è rivelata dalle impostature, dalle movenze, dalle arie patetiche, dalle fogge capricciose e pompose; e quante volte, a certe uscite dei melodrammi contemporanei, la memoria non vi ripresenta da sè certi gesti imploranti o deprecantiche avevate notato nei quadri di Sebastiano Ricci, dell'Amigoni, o del Cignaroli!

Nè in modo diverso dalla vita è rappresentata la morte. — Nel mausoleo Valier, della chiesa veneziana dei Santi Giovanni e Paolo, voi vedete un padiglione di marmo giallo cosparso di fiori dorati e sostenuto da angioletti nudi, scendere fra quattro grandi colonne di marmo nero, e, sul fondo di questo sontuoso sipario, allinearsi, come cantanti in un terzetto, le statue dei due dogi e della dogaressa, tutti in gran gala, lei con la capigliatura arricciata, con una mano che sporge stringendo i guanti e l'altra che tiene sollevata leggermente la veste. Il doge Silvestro Valier e sua moglie furono benefici e pii; ma gli artisti che innalzarono il monumento, come espressero l'anima cristiana di quei defunti? Col gruppo d'una prima donna in veste guerriera intitolataVirtù, che incorona un vecchio padre nobile battezzato pelMerito, e più sotto, nei bassorilievi, con una serie di figure manierate e levigate, che vorrebbero simboleggiare laMansuetudine, laCarità, laCostanza, laPace. Enfatica e terrifica nel seicento, la tomba si fa ora allettatrice e maestra di sceniche vanità!

Teatrale e mondano l'uomo, teatrale e mondana l'immagine della natura. Non che manchi affatto ne' quadri di paese del Settecento la nota delvero. Affermandolo, mostrerei di dimenticare per lo meno Marco Ricci e il Vernet, un francese che possiamo dire quasi nostro; — ma questa nota è un'eccezione di fronte a due caratteri che generalmente vi prevalgono. Il primo è, intanto, l'abuso degli effetti pittoreschi conseguiti per via di antitesi scenografiche, come sarebbero (vi ricordo le più usuali) una statua dai contorni convulsi sorgente a fianco d'un vecchio olmo pacifico; una fontana che versa i suoi zampilli dalle fauci dei tritoni o dall'urne delle naiadi, vicino a un ponticello costruito di tronchi rozzamente connessi; un frontone classico, una torre diroccata, un'“antica, inselvatichita rovina„, che si delinea tra le piante sagacemente diradate. L'altro carattere è la convenzione arcadica, che trasforma la campagna in un asilo di felicità, popolato da gente per la quale il lavoro non è più una fatica, ma un placido svago. Il nostro Zuccarelli dovette la sua gran fama a questo raggentilimento della vita campestre, da lui significato non pure con gli atti graziosi delle sue contadinelle, che guidano le armente, o ne spremono il latte, o passano a guado un ruscello, o attingono l'acqua alla fonte, o si bagnano celate dall'ombra d'un boschetto, ma con la dolcezza e la leggiadrìa consentanea delle cose: un velo di luce aurea cheavvolge chetamente tutto il paesaggio, giallori e vapori miti d'autunno, frastaglio delicato di fronde, soffici ravvolgimenti di nuvole nella blanda azzurrità del cielo. E ancora lo Zuccarelli è un realista severo a paragone della scuola francese, e massime delle famosepastoralidi Francesco Boucher! Qui, sì, scomparisce addirittura ogni freno di verosimiglianza; qui non sappiamo se sia la campagna che penetri timidamente nel teatro e nelboudoir, ovvero ilboudoire il teatro che facciano irruzione nella campagna. Le Clori, le Filli, le Ninette, le Lisette, le Eurille tengono circolo sull'erba, si fanno dondolare sulle altalene dai Tirsi e dagli Eulibi, ne ascoltano i madrigali e le serenate, si abbandonano alle strette di qualche braccio avventuroso, mentre là, a pochi passi, le pecore e gli agnellini dalla morbida veste ricciuta fingono discretamente di pascolare. Carnevalata bucolica di marchesi e conti e abatini e cantanti e danzatrici, degna d'un tempo in cui l'idillio dava braccio alla galanteria e ilPastor fidoera tra i libri cari alla regal cortigiana che imponeva il gusto all'Europa.

*

È questo, Signori, il secolo di Giovanni Battista Tiepolo.

Nato a Venezia nel 1696, morto a Madrid nel 1770, egli compie una mole sterminata di lavoro. Pur facendo la debita parte alla collaborazione del figliuolo Domenico, possiamo dire che l'opera sua basterebbe a colmare dieci vite d'artisti moderni. In Italia, in Germania, nella Spagna, egli viene suscitando su tele e pareti e vôlte una moltitudine senza fine di figure. Cattolicismo e mito, storia antica e medievale, poesia epica e romanzesca, muovono egualmente la sua vena tumultuaria di creazione, che trabocca nella pennellata larga, veloce, risolutiva.

Leviamo un po' lo sguardo a' suoi prodigiosi soffitti.

Gli angeli e i geni si disperdono nell'ampiezza soleggiata e solcata di nubi; le Fame alate si precipitano a capo fitto, dando fiato alle trombe; le divinità mitiche trascorrono sui cocchi trascinati da cavalli scalpitanti e sbuffanti; le madonne si librano a volo, recandosi tra le braccia il pargolo celeste; i santi e le sante si protendono in uno slancio d'implorazione; alle balaustre pensili s'affollano, riguardando e gesticolando,assemblee di spettatori; le figure violano gli scompartimenti e scavalcano i cornicioni; braccia e gambe si sprofondano, con temerità di scorti, entro la vôlta o penzolano sul nostro capo; gli edifizi pigliano un aspetto di sospensione oscillante che sembra la minaccia continua d'un crollo; i campi dello spazio sono corsi da un vento impetuoso che sferza l'azione, esalta il gesto, solleva e sbatte i panneggiamenti, contorce e lacera le nuvole in cielo.

L'impressione che questo pittore desta immediatamente in noi è enorme. Ci chiediamo stupiti: è costui un solitario? un sopravvissuto? una sovrana smentita alla teoria delle affinità necessarie tra il genio individuale e quello collettivo?

Poi intervengono la riflessione e l'analisi. — Noi riconosciamo che l'indole agitata dell'arte tiepolesca, tutt'altro che costituire una singolarità senza esempio, è anzi una nuova riconferma di quest'antitesi ripetutamente avvertita: che quando, cioè, la società è nel vigore irrequieto della giovinezza, la tecnica bambina crea un mondo immobile o esitante; quando, per contro, la società viene adagiandosi nei torpori senili, la tecnica ormai scaltrita si avventura a tutte le audacie del movimento. — E anche in quella fecondità irruenta, in quella prontezza estemporaneadi esecuzione, non tardiamo a ravvisare una caratteristica propria di tutti i pittori decoratori del Sei e Settecento, da Pietro di Cortona a Luca Giordano, al Solimene, al Giaquinto, infaticabili “fa presto„, cui bastavano pochi giorni a riempire immense pareti. — Considerando a parte a parte gli elementi da cui scaturisce l'efficacia degli affreschi del Tiepolo, come il deliberato scompiglio della composizione, il modo di aggrupparsi e di sperdersi delle figure, l'arditezza degli scorcidal sotto in su, le illusioni prospettiche, l'estro pittorico che viola con bizzarre licenze la regolarità dei contorni architettonici, ci tornano alla memoria nomi di artefici oggi men conosciuti, cui il veneziano è manifestamente debitore, e prima di tutti quel padre Andrea Pozzo, sul quale il Burckhardt richiamava, con la sua consueta sagacia, l'attenzione degli studiosi. — Ma davanti a certe immaginazioni leggiadre, a certe nozze di colori, a certe arie di visi, a certa poesia magniloquente e sfarzosa, un altro nome ci corre spontaneo alle labbra: Paolo Veronese! — il che non toglie che accanto alle reminiscenze paolesche, qualche figura accessoria non ci ricordi Giambattista Piazzetta. — Osservando ancora, ci si fa qui pure evidentissima l'azione del teatro, e se par troppo che certe Dee e certe Virtù cacciantile gambe all'aria siano state gratificate col titolo di sgualdrine, ci sentiamo però in diritto di chiamarle, con benignità di eufemismo,virtuose.... di palcoscenico. — Procedendo in questa analisi, non ci pare che l'energia espressa dal Tiepolo sia proprio energia di muscoli; non sempre attraverso all'epidermide delle sue figure ci si rivela l'onda viva del sangue; sotto l'ampiezza dei torsi noi scopriamo, con Camillo Boito, uno strato non esiguo d'adipe; nella colorazione delle carni ritroviamo talora la mollezza sbiancata delle dame del secolo, che abusavano della cipria, e prolungavano le veglie fino all'alba per rifarsi col sonno fino al mezzodì. — E infine ci è forza confessare che neppur egli, il Tiepolo, si è sottratto all'impotenza de' suoi confratelli: l'impotenza a rendere la pura bellezza fisica. Nelle sue teste virili balena, infatti, il tipo caprino; nei corpi femminili le giunture sono poco delicate, i colli poco svelti, le gambe e le braccia hanno rotondità goffe, il seno è privo di pulsante freschezza....

Eppure, nonostante le derivazioni e le assimilazioni, le intemperanze e le lacune denunciate dall'analisi, il primo sentimento d'altissima ammirazione non viene distrutto. Giambattista Tiepolo rimane non solo l'artista più originale e più vigoroso del secolo, ma una delle temprepiù felici di pittore che abbiano mai esistito. Tutto ciò ch'egli potè attingere da altri, si fonde nell'attività sfavillante del suo genio, come i metalli diversi si compongono in lega alla vampa della fornace. E il suo genio, che oserei chiamare di natura fiabesca, è fatto essenzialmente di luce. Con l'elemento incoercibile e imponderabile il mago si trastulla, per evocare le mutabili scene del suo mondo incantato. Nessuno allora, come ben giudicò Anton Maria Zanetti, seppe vedere con miglior occhio “gli accidenti più opportuni delle ombre e dei lumi„; nè usare con maggior maestria “l'arte dei contrapposti„; nè, aggiungiamo noi, più sicuramente intuire le suggestioni di opulenza, di letizia, di drammaticità, di pompa rituale, che emanano spontaneamente da certi connubi di tinte. E se egli ha i suoi predecessori, quanti a loro volta non muovono da lui! Francesco Boucher, ad esempio, non è, come decoratore, che un riflesso femminilmente e procacemente illanguidito del Tiepolo. Quel senso decorativo che era una qualità organica del tempo, che rispondeva all'apparenza e alla struttura dello stesso edificio sociale, ma che in tanti altri trascorse o nel farraginoso o nel frivolo, toccò altezze insuperate nell'opera del pittore veneziano. Il quale rappresenta dunque la sua generazione ; ma larappresenta dominandola di tanto, da non far meraviglia se, a primo sguardo, egli può sembrare un superstite di età più fortunate.

E davvero c'è in lui qualche cosa di atavico. S'egli s'inspira a Paolo Veronese, non lo fa, credetelo, per vezzo d'imitazione, bensì per istinto di postuma fraternità. Come la natura si piace talvolta di ricreare sembianze corporee spente da secoli e tramandate fino a noi dalle opere d'arte, così ella può anche risuscitare, in condizioni diverse, qualche forma di spirito che fu. Tale il caso del Caliari e del Tiepolo. L'anima gaudiosa di Paolo, che s'era scaldata al sole fulgente della repubblica, parve reincarnarsi nell'artefice che illustrava di glorie supreme il suo vespero!

Ma, com'è proprio dei grandi ingegni, il Tiepolo, oltrechè riaccendere fantasie e splendori del passato, ha pure, senza volerlo, senza saperlo, qualche accento vivo di precursore. La sua inconsapevolezza — quella magnifica inconsapevolezza che fu tanta parte della sua forza — gli trae dal pennello motivi inediti, che i posteri s'affretteranno a raccogliere. NelSan Rocco e San Sebastianodel Duomo di Noventa vicentina, la supplice donna che ci si presenta di schiena, assisa sul suo carretto d'inferma, con le grucce accanto, può essere un modello di evidenza realistica, congiunta a una discreta intimità d'emozione.NellaSanta Tecladel Duomo d'Este vi hanno tratti, come la cassa mortuaria sul dinanzi del quadro e l'episodio del bambino stringentesi al petto della madre esanime, che Arnoldo Böcklin forse non disdegnerebbe. NellaSanta Rosa da Limadella chiesa dei Gesuati, a Venezia, il candore della veste armonizzante con la tenerezza candida dell'espressione pronunzia lontanamente le dolci Madonne ravvolte in bianca tunica di lana di Gabriel Max e del Dagnan-Bouveret.

Ma l'opera che più di tutte fa del Tiepolo un artista unico è l'Ulisse nell'isola di Ogigia. In uno dei superbi affreschi della Villa Valmarana, fuori Vicenza, l'eroe sta appoggiato ad una colonna, in atteggiamento di negligenza sdegnosa, immerso in cupa meditazione, davanti alla distesa del mare. Trattenuto su quella sponda solitaria, renitente all'amore di Calipso, ripensa egli la patria lontana e si strugge nel desiderio accorato del ritorno, quando, ad annunciargli l'imminente liberazione, muovono verso di lui, rompendo a nuoto i flutti spumosi, due ninfe, Calipso forse, seguita da un'ancella.... Chi altri mai, in quell'età dai facili oblii, espresse così nobilmente le desolazioni nostalgiche? Chi giunse a intuire con eguale intensità, sia pure per un istante solo, la poesia d'Omero?

Divine fortune dell'inconscio! Per l'artista tu sei come il pozzo buio e inesplorato delle leggende popolari, alla cui sponda s'affacciano repentinamente le apparizioni luminose delle fate.

*

Senonchè, o Signori, i temi tradizionali, religiosi, mitici, eroici, bucolici, non bastano al Settecento. Altri soggetti reclama il secolo, volubile, curioso, irrequieto, innamorato di pittoresche novità.

E l'arte è sollecita ad appagarne le richieste.

Essa gli evoca, intanto, una regione fino allora ignota alla tavolozza europea, una strana regione illeggiadrita dal prestigio della lontananza: la Cina! Su pareti, porte, armarî, paraventi, parafuochi, ventagli, compariscono le case dai tetti a campanella, le piccole torri di porcellana, le figurine coi capelli annodati a coda e gli occhietti a fior di testa, i parasoli, i palanchini, le giunche. E non pure troviamo in Francia i pittori esclusivi di “chinoiseries„ e fra noi i “depentori alla Chinese„, ma gli artisti più celebri, il Watteau, il Boucher, il Tiepolo stesso, cercano ispirazione all'Estremo Oriente. Le ragioni della moda? Il Molmenti la attribuisce al largo incremento preso allora dall'industria dellaporcellana. Sì, ma non credo che basti. Non dimentichiamo l'interesse vivace che destavano già da tempo le lettere e i racconti dei missionari e dei viaggiatori, massime le descrizioni minuziose e fiorite dei padri della Compagnia di Gesù. Non dimentichiamo neppure quel vezzo, fra arcadico e satirico, onde il secolo scorso si compiacque di contrapporre alla civiltà europea i costumi d'altri popoli remoti, mediante una specie d'apologhi sociali dov'era introdotto come protagonista un Persiano pieno d'acume, un Urone ingenuo, un savio bonzo giunto dall'India o dalla Cina. Da tutte queste fonti derivò, pare, la gran voga delle scene cinesi: voga non dissimile da quella che era riserbata più tardi alle scene pompeiane. Solo che in queste, opera d'artefici più o meno eruditi, la cornice ornamentale vuole armonizzare stilisticamente col soggetto, mentre quelle, dipinte in un periodo di produzione spontanea, sono spesso contornate e tramezzate da ricci e cartelli e conchiglie e svolazzi: prepotente riaffermazione dei diritti sovrani delrococòanche sui territorî dell'impero celeste!

Con nuove fantasie ancora risponde l'arte alle raffinate esigenze del capriccio e del lusso, e le trae da un altro mondo, che sembra, come quello della Cina, pendere incerto tra il vero ela fola: il mondo della commedia e delle maschere.

La commedia a soggetto con la sua scapigliata indipendenza da ogni disciplina di logica, co' suoi personaggi un po' attori e un po' mimi, con le sue lepide allegorie delle condizioni e dei caratteri umani; le mascherate coi loro giocondi scompigli, con la provocante libertà e ambiguità dell'incognito, offrivano al pittore una duplice vena di motivi. Di qui i “pulcinelli„, composizioni bizzarre, di piccola o mediana misura, ricavate appunto o da episodi carnevaleschi o dal teatro estemporaneo. Primi, o fra i primissimi, a porsi su questa via, erano stati il Callot, Stefano dalla Bella e, più tardi, Claudio Gillot; poi venne il Watteau; poi il Tiepolo — ancora e sempre il Tiepolo! — di cui il contino Algarotti poteva vantarsi di possedere “i più belli pulcinelli„. Come rivive nell'opera di Antonio Watteau la fantastica famiglia delle Colombine, delle Cassandre, dei Tartaglia, dei Dottori, dei Pantaloni, degli Scaramuccia, degli Arlecchini, dei Pulcinella, dei Mezzetini! Con che finezza d'accento il pittore sa raccontarcene le feste, gli amori, le gelosie, le avventure! Come sa esprimere quel non so che di enigmatico, che dal loro destino contradditorio di esseri acclamati sul palcoscenico e spregiati per la via dalla loroesistenza vagabonda, sopra tutto dalla permanente identificazione con un simbolo, doveva discendere nei fondi delle loro anime:


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