III.

Nora "voleva" essere felice. Voleva essere felice ad onta del marito vecchio, voleva esser felice sebbene Pietro Laner avesse sposato Evelina. Voleva esser felice perchè intimamente sentiva di non esser contenta, soddisfatta: e in fine, voleva esser felice per consolare sè stessa con quell'inganno e far soffrire, colla propria felicità, tutti i suoi nemici.

E—chi lo avrebbe detto?—la più tormentosa nemica della duchessa di Casalbara—della sfolgorante duchessa che maravigliava perfino il mondo cosmopolita di Mentone e di Nizza colla propria avvenenza, colla propria eleganza,—quella cui essa pensava con maggiore accanimento, era la piccola gobba, la misera cenciosa, era la moglie di Pietro Laner!

Era quella perfida, strisciante come una biscia che aveva raggirato, sedotto, chi sa con quali arti, con quali menzogne, con quali insidie Pietro Laner!… E non per altro che per rubarlo a lei; per farle rabbia, per trafiggerle il cuore con uno spillo…. come fanno cogli uccellini i ragazzacci tristi e cattivi!…—Trafiggerle il cuore?… Farle rabbia?… Rubarle quello zotico e ridicolo montanaro allampanato di Pietro Laner?—Che doveva importarne alla Casalbara?… alla duchessa?…

Eppure era così.

Quando Nora aveva saputo che il giovane trentino era gravemente ammalato per lei, perchè lei lo aveva abbandonato, piantato per sposarne un altro, Nora si era disperata, aveva pianto, aveva sofferto dolori e rimorsi…. Ma quei dolori, quei rimorsi le erano cari come una soddisfazione, come una seduzione nuova e strana: erano la idealità, la gioventù, l'amore di cui adesso sentiva la mancanza, la nostalgia nel torpore della beatitudine materiale creatale da quel mercato di sè stessa. Nelle lunghe ore in cui doveva sopportare le carezze caute e raffinate e sorridere alle tenere parolette vecchio fidanzato, essa correva colla mente, col sangue, col calore di tutta la sua giovinezza, ai baci folli e tempestosi, alle collere tremende, alle furibonde gelosie del giovane amante….

Una sola di quelle furie, di quelle esplosioni avrebbe mandato a pezzi il vecchio duca, lo sposo ingommato e verniciato, che doveva frenare anche i palpiti del cuore, per consiglio del medico! E pur mostrandosi sottomessa e docile e amorosa in quella sua intimità legale, che pareva una tresca, sentiva ch'era per essa come una seconda vita l'agonia del giovane poeta che aveva avuto i suoi baci e che moriva per non averli più; era per essa una vita segreta, la vita dell'anima, del cuore, dei sensi che la consolava, la innalzava, la ricreava. Il Laner moriva per lei! Questa sarebbe stata la tragedia del suo matrimonio, questo il suo romanzo di duchessa, il lutto della sua anima. Un lutto sentimentale, ch'essa avrebbe portato con sè alle feste e ai teatri, come un vezzo di perle nere, come un mazzo di semprevivi. E Nora che volontariamente, per calcolo, aveva abbandonato il Laner, sentiva adesso il bisogno di ingannarsi, di persuadersi che il destino, Dio, la sventura li aveva disgiunti, che anch'essa era una vittima, che anch'essa aveva sempre amato e avrebbe amato sempre, ancora, non quell'uomo che la sposava e al quale non avrebbe immolato che il suo corpo freddo ed inerte, ma il giovane poeta, l'amante che moriva per lei e al quale offriva tutti i suoi trasporti, i suoi baci, tutta sè stessa….

Invece Pietro Laner era stupidamente guarito e sposava Evelina!

Il poeta, il "Bardo trentino" dello zio Matteo, sposava la gobba! Dopo i suoi baci, dopo aver sognata la sua bellezza, si accontentava dei baci della gobba!

Nora voleva vendicarsi: doveva vendicarsi, ma sopratutto voleva essere felice e per questo aveva bisogno subito di un altro romanzo, di un'altra poesia, di un'altra illusione: innamorarsi di suo marito.

Infatti, che cosa le mancava per essere felice e per essere ritenuta felice? Si credeva ricchissima, aveva un gran nome, era padrona della propria volontà, del proprio capriccio… Le mancava soltanto di amare suo marito: questo dipendeva da lei… e lo amò.

Quante fanciulle non si erano innamorate di uomini non più giovani?…

In fine chi le aveva imposto di sposare "il suo Giovanni?" Nessuno. Lo aveva scelto lei, lo aveva voluto lei. Inoltre l'ammanto della virtù le doveva star bene: era un nuovo lusso, una seconda aristocrazia, una gemma scintillante alla sua corona di duchessa "Domus aurea!" e un'altra salvaguardia alla pace, alla felicità, e un altro abisso scavato fra lei e "quella gente" colla quale sdegnava omai ogni contatto.

E Nora riuscì a illudere sè stessa, a illudere gli altri, a dare l'apparenza della realtà a que' suoi affetti, a quelle sue chimere.

Come era stata per il Casalbara la fidanzata docile, languida, amorosa, fu per il marito la moglie innamorata, appassionata, simulando ardori e slanci, ch'erano ispirati soltanto dalla rabbia della sua gelosia, dal suo odio contro il Laner e contro Evelina, e che facevano perdere al povero duca la poca salute e i pochi capelli.

Alla mattina, quando il Casalbara entrava all'ora di colazione nelrestaurantdell'albergo, incespicando dietro la sposa bellissima, sfolgorante di gioventù, di salute, di vezzi, pur mostrandosene fiero e soddisfatto e vano, aveva nell'occhio attonito e spento una espressione strana d'inquietudine. Si mostrava beato, ma pareva anche impressionato della sua luna di miele. Era sempre attillato, leggiadretto e ricciutello; ma aveva le mani più tremolanti, le guance più flosce e violette, e sibilava "stella" colla voce fioca e affaticata mentre le presentava ilmenu.

—Stella… a te.

Era Nora che ordinava sempre, colla sua bella voce rotonda e flessuosa: si divertiva a leggere tutta la lista delle vivande, rideva nello scegliere.

Ed era lieto anche il Casalbara: si godeva che il cameriere notasse le occhiate espressive, quasi rivelatrici della sua giovane sposa, si godeva quando Nora si faceva sentire, a mezza voce, a chiamarlo "Nannucci mio". Soltanto avrebbe voluto poter mangiare più adagio ed esser seduto più comodo.

Tutti ormai a Nizza e a Mentone credevano "all'amore" all'innamoramento della "bella duchessa italiana" per suo marito. Il duca non era elegantissimo, simpaticissimo, non era un eroe, un gran signore?… L'essere, non vecchio, ma appartenere al bel tempo antico, era di moda: lo aveva messo di moda la "bella duchessa italiana" insieme ai larghi cappelloni di paglia nera colle margherite, insieme all'Idealedel Tosti e alla virtù.

Nora aveva raggiunto il suo scopo; tutti erano a' suoi piedi, tutti l'esaltavano. Il suo regno le dava tante compiacenze, tante soddisfazioni da farle dimenticare, da compensarla della gran rinunzia.

Quel suo regno assoluto, quella vita principesca, quella gente squisita, eletta, le piacevano; le piacevano persino le ridicolaggini, i pregiudizi, le severe esclusioni, che confacevano al suo orgoglio, a' suoi gusti, al suo capriccio.

E sarebbe stato così anche a Milano. A Milano, perchè Bergamo era stato messo da parte. Per quanto Nora fosse innamorata e adorasse suo marito, faceva sempre a suo modo: lei "voleva", lei comandava in tutto e per tutto. Voleva, comandava coi sorrisi, colle carezze, coi baci, ma il povero innamorato avrebbe tremato soltanto all'idea, non già di contrariare, ma di non poter subito indovinare i desideri della sua "stella".

La duchessa Eleonora aveva già fissato, con parecchie signore di Milano ch'erano con lei all'Hôtel Duval, isuoigiorni, in cui sarebbe restata in casa, dalle cinque alle sette, per le amiche, soltanto, e lasuasera, per ricevere il piccolo mondo, ristrettissimo, riservato, eccelso.

Il duca lasciava fare ed approvava sempre col capo tremolante: in quel suo dormiveglia si era convinto di aver sposata una Montmorency…. e la nipote dello zio Matteo faceva presto a convincersi di esserlo.

Così Nora, che voleva essere felice, ritenuta felice, vi riusciva.

Una volta sola, l'eco, il fantasma del passato capitò come una raffica improvvisa a intorbidare l'azzurro olimpico della sua nuova esistenza.

IlDuvala Nizza, era un piccolissimohôtel, vicino alla spiaggia: ilsancta sanctorum, il tabernacolo dei quattro quarti: al bisogno era l'albergo che dava o aggiungeva aristocrazia a' suoi ospiti. E però gli ospiti si conoscevano tutti, facevano vita in comune e, dal più al meno, erano sempre gli stessi.

Pel duca di Casalbara aveva fissato il quartierino sul mare, lord Paget, un cugino del defunto ambasciatore, che il Casalbara aveva conosciuto a Roma.

Un giorno, durante il pomeriggio, dopo illunch, gli ospiti del Duval si erano riuniti nella sala "dei concerti" una galleria, a terreno, in vista del mare, dal quale era solo divisa da folti rosai.

Erano nella sala, colla duchessa Eleonora, le sue nuove amiche di Milano. V'erano lord e lady Paget, c'era la vecchia marchesa Chevrillard di Parigi e la principessa Moncalvo di Palermo, poi qualche vecchio diplomatico e qualche giovanesportsman; al pianoforte, la contessina Percy di Westmorel, una miss che pareva un fiore di sambuco, lunga, sottile sottile, colla folta capigliatura biondastra, cantava, accompagnandosi da sola, l'Idealedi Tosti.

Nora, durante il canto, guardava, fissava cogli occhi pieni di ricordi e di sorrisi il duca Giovanni che le rispondeva pure sorridendo e facendo l'occhiolino, ma che intanto pareva curvarsi, torcersi sotto quei lunghi sguardi, e inavvertitamente, con una mano, si premeva le reni.

Tutti parlavano pianino per un riguardo alla miss che cantava: quella gente, sempre così vicina alle stelle, si moveva senza far rumore, come avesse le ali; il bisbigliare sommesso pareva un soffio, uno stormir di fronde: i sorrisi erano brevi e muti, frenati dal sussiego. La vocetta stridula, stonata della miss, s'innalzava sola, libera nello spazio, accompagnata dal lento dondolìo delle teste che s'inchinavano, approvando, dal muover leggero dei ventagli, dal mormorare lontano delle onde rincorrentisi lungo la spiaggia.

La miss, animandosi, cantava, stonava più forte, quando, a un tratto, ecco, come una maschera matta in un veglione, una signora grossa, gonfia, imbellettata precipitarsi prima fra le braccia del duca di Casalbara, poi fra quelle della duchessa, gridando e gesticolando, maravigliando e quasi spaventando tutta quella gente.

—Ahbijou! Mon bijou! Tu es encore plus belle!Il matrimonio ti ha fatto benone!Ah, mon cher ami! Vous êtes toujours un gros scélérat, unmiserabilecome dite voi altrien Italie!Non farmi più saper niente! Io l'ho saputo per miracolo dal mioimpresariodi Milano! Sono qui di passaggio: vado a Montecarlo:Je veux courir la chance.—Volevo scriverti anche per farti direde ma part à ton père, à ton oncle je ne sais pas…. ce qu'il est enfin, qu'il s'est comporté avec moi comme un vieux filou. Ha scritto che laSchönfeld n'a pas le physique du rôleper laCavalleria Rusticana! Caaro da Dio! Mon cher ami Mascagni, au contraire, mi ha abbracciata. Oh, ma anche tu canti sempre? Mi presenterai alle tue amiche e faremo della musica, della buona musica!

Il duca e la duchessa di Casalbara chiusero le porte dell'Hôtel Duvalalla signora Schönfeld, la quale se ne vendicò raccontando a tutta Nizza che quella superba,c'était presque une fille, qui avait entortilléquel vecchio scimmiotto,avec ses minauderies et ses sales complaisances!

Ma il mondo che circondava i Casalbara era troppo lontano dalla Schönfeld per potersene interessare: le chiacchiere del contessone non potevano far danno alla duchessa. Non era di "buon genere" sparlare di lei: credettero tutti invece alla Casalbara, quando essa raccontò che la contessa di Schönfeld apparteneva a una buonissima famiglia ungherese, ma che i rovesci di fortuna le avevano dato un po' alla testa, e ormai, pur troppo, non era più possibile riceverla.

Pure quella leggera nube, subito svanita, fu il primo, il sinistro annunzio della burrasca.

La felicità che Nora aveva desiderata, sognata, raggiunta, fosse la vera sì o no, ormai era la sola alla quale essa poteva aspirare.

L'unico fascino del Casalbara, quello che proprio l'aveva vinta e conquistata non erano i milioni?…

E Nora li voleva godere allegramente, pazzamente, e forse inconsapevole metteva un prezzo ad ogni sorriso, ad ogni offerta della propria bellezza, ad ogni sforzo per frenare le rivolte improvvise del suo pudore, le più ascose e invincibili riluttanze di tutto il suo essere.

Aveva la smania, la febbre dello spendere, pareva la tormentasse il timore di non arrivare a tempo a spendere abbastanza. Collo spendere i denari del marito pareva quasi sfogarsi, vendicarsi, punirlo. E il farsi pagar cara era un compiacimento, un orgoglio di donna; una scusa per perdonare il contratto a sè stessa…. Spendeva in tutti i modi: eranotoilettesche ordinava a Milano, a Parigi: erano gioielli che si faceva venire da Confalonieri, da Musy, da Mortimer…. Erano le ordinazioni del nuovo, del magnifico appartamento nel grande palazzo di Milano, nella sua grande villa di Casalbara, palazzo e villa, noti e celebri anche fra gli ospiti dell'Hôtel Duval. Ordinava carrozze, voleva comperare cavalli…. Poi, tutte le mattine, dopo il lungo bagno, nel quale si tuffava avidamente, cupidamente, quasi ansiosa di purificarsi dei baci della notte, usciva, correva attorno per le splendide botteghe dell'avenue de la Garee dellaplace Massena, seguita dal suo "Nannucci" ogni giorno più beatamente rintontito, e si sfogava a spendere, a spendere, a spendere, a comperar gioielli, trine, stoffe, ninnoli, pur di sciupare, di sprecare, di buttar via danaro, pur di sfogare nello spendere quella smania insoddisfatta, nervosa, che sentiva nel sangue…. nel sangue giovane, forte, sano, che certe volte, e ne era il castigo, si accendeva pur negli abbandoni, negli ardori simulati, con impeti improvvisi e terribili. Spendere, spendere, spendere! Era una furia, una manìa! Riempiva le casse, le stanze, l'albergo di roba inutile, che dimenticava o regalava poi alle cameriere: ma dopo quelle corse, quelle compere, dopo tutto quel matto sciupìo, quando si sedeva a colazione, era allegra, ridente, si sentiva bene e si sentiva appetito: si era sfogata, calmata.

E per tutto ciò, conseguenza logica e ineluttabile, il giorno in cui la duchessa di Casalbara venne a scoprire la rovina finanziaria del marito, la moglie compiacente e innamorata sparì in lei, di colpo. Nora ebbe un impeto di collera furibonda, brutale, volgare; la collera della cortigiana che dopo di essersi venduta, si trova fra le mani un biglietto falso.

Quel vecchio esoso, schifoso, l'aveva ingannata, assassinata! Le aveva rubata la sua giovinezza, la sua bellezza, la sua vita, il suo amore….

…. Ma il povero Casalbara era vittima a sua volta del proprio inganno, della propria spensieratezza.

Che le importava ciò?… L'essere imbecille non era una buona scusa. L'essere imbecille non lo giustificava d'aver sedotta e rovinata una povera ragazza!

E pensare che essa a quel vecchio aveva sacrificato Pietro Laner!Pietro Laner che quasi era morto per lei!

Il duca aveva tenute nascoste alla moglie, fin che gli era stato possibile, le gravi notizie che gli arrivavano da Milano. Per quanto inebetito, per quanto la simulazione di Nora fosse sapiente, inebriante, tuttavia, anche se egli non capiva, sentiva che era sempre la "nuova" duchessa Eleonora che amava il vecchio duca di Casalbara; e in ogni modo, fosse stato anche vero e sincero nella giovane donna quel raro caso d'innamoramento, non poteva tuttavia aver avuto per origine naturale ed onesta altro che la gratitudine, non poteva essere tenuto vivo altro che dai continui doni, dal continuo sfarzo, dai continui divertimenti.

E adesso? Quando le avesse dovuto proporre e imporre una vita oscura, quasi borghese?

Il povero Casalbara sospirava angosciato, soffriva, sentiva egli pure un senso di rimorso: aveva sacrificata, legata a lui vecchio, a lui povero, quella esistenza giovane, fiorente…. La sua spensieratezza doveva lasciar campo alla riflessione: quell'esame delle sue condizioni patrimoniali che non aveva mai fatto, avrebbe dovuto farlo prima del matrimonio per sapere che cosa egli offrisse a sua moglie, per non ingannarla, ingannando sè stesso.

Ma Eleonora aveva detto di amarlo! L'incanto era stato irresistibile! E ormai…. ormai era sua moglie, sua per sempre, e ormai egli aveva bisogno di quella donna così bionda, così bella! Aveva bisogno di quel tepore fragrante, di quelle braccia, fra le quali finiva per addormentarsi, esausto e deliziato.

Del resto essa era buona e gli voleva bene e poi era troppo altera e orgogliosa. Anche povera, relativamente sarebbe stata fiera di essere la duchessa di Casalbara. Bisognava risolversi, parlare, confessarle tutto.

La prima notizia, inaspettata e che rendeva improvvisamente, grave la sua condizione finanziaria, era stata comunicata al Casalbara da una lettera del Kloss. Il Kloss lo avvertiva confidenzialmente, che alle relative scadenze, il duca avrebbe dovuto pagare tutte le sue cambiali, per un importo complessivo di novantasette mila lire. La crisi del mercato italiano lo obbligava a realizzare tutti gli effetti che aveva in portafoglio. E per sua norma gli trascriveva le varie date delle scadenze, tutte a breve distanza l'una dall'altra: la prima, di 15 mila lire, appunto fra una ventina di giorni.

Francesco Kloss, prevedendo checuel vecc straortinariavrebbe finito col rovinarsi interamente per i capricci e il lusso di sua moglie, non voleva pagare le spese dell'altruibalortaggine.

Il Casalbara ora rimasto indignato da quella lettera. Non rispose nemmeno al Kloss: pensò di scrivere invece al suo amministratore, il ragionier Vigliani, per quanto anche questo passo gli riuscisse penoso.

Il denaro che il Casalbara aveva avuto a mano a mano dal Kloss nel lungo periodo della loro vita in comune, gli era sfumato di tasca stupidamente, senza che egli avesse pensato mai nella sua vanagloria, che un giorno o l'altro, l'amico…. avesse a mostrare le unghie del creditore, e pretendere il saldo di quella specie di conto corrente.

Anche la cifra enorme delle varie sovvenzioni e degli interessi accumulati gli riesciva inaspettata, incomprensibile.

Come?… Novantasette mila lire?!… Aveva speso novantasette mila lire?!…

In che modo?

Per il matrimonio, per Nora aveva ricorso alla sua amministrazione.

Quell'ottimo Vigliani, sempre così affaccendato, che inventariava tutto il mondo e che aveva in mano i patrimoni di mezza Milano, sapeva de' suoi pasticci colla banca Kloss?… Ad ogni modo come seccava al duca di doverglielo confessare, lui, direttamente, dandogli l'incarico di provvedere e di regolare quelle scadenze!

Ma pure, appena scritta e spedita la lettera, il Casalbara respirò: il Vigliani avrebbe certo provveduto. E per due giorni non ci pensò più, tornò a grogiolarsi beatamente nell'adorazione di sua moglie…. ma per due giorni soltanto. La risposta sollecita, troppo sollecita, immediata del ragioniere era ben diversa da quella che il duca s'immaginava, e lo aveva sconvolto, messo sossopra.

Oh, quale doloroso e angoscioso risveglio da quel suo dolcissimo e incantevole assopimento!

Il ragioniere parlava chiaro:

"Era già edotto del fido che il signor duca aveva trovato alla banca Kloss, ma non se n'era occupato perchè "non era di sua spettanza il fare osservazioni". La risoluzione di ritirarsi a Bergamo e a Casalbara, già ventilata insieme, avrebbe riparato, come il signor duca sapeva, ai dissesti ben noti nel patrimonio, causati dalle crisi agrarie e da quel po' di eccedenze nelle spese, sempre da lui sommessamente deplorato, nel presentare gli annuali bilanci.

"Anche poco tempo prima dell'avvenuto felicissimo matrimonio, aveva dovuto improvvisamente e perentoriamente, soddisfare una richiesta diventi mila lire. Per definire la "situazione" di fronte al credito della banca Kloss ed anche per chiudere, in omaggio al decoro e alla nobiltà della casa, una pendenza di quel genere, le economie, i progetti già maturati non erano più bastanti: oltre al palazzo di Milano, bisognava forse occuparsi della vendita, e rassegnarsi anche al sacrificio, per quanto doloroso, di Casalbara.

"Era poi assolutamente indispensabile e urgentissimo che il signor duca, per tutte le pratiche necessarie, tornasse subito a Milano."

Il Casalbara si tenne quella spina nel cuore per alcuni giorni;… lottava contro sè stesso, mercanteggiava quasi colla propria coscienza fra la necessità di partire, di tornar subito a Milano, e il desiderio, la bramosìa di prolungare ancora di un altro giorno, di un'altr'ora l'incanto, la voluttà di quella vita.

Il Vigliani mandò un telegramma al signor duca, quasi ingiungendo il ritorno immediato.

…. Bisognava parlare: ma ancora non ebbe il coraggio di parlar per il primo: fu Nora, essa stessa, che l'obbligò a spiegarsi.

Una sera, ritiratisi gli altri ospiti dell'Hôtel Duval, il Casalbara si era recato, come al solito, ad aspettare la moglie sul terrazzo. Sempre, un po' prima di andare a dormire, Eleonora fumava lì, su quel terrazzo, la sua ultima sigaretta. Sdraiata mollemente, mollemente assorta e silenziosa, si godeva l'aria, il fresco, la notte, le stelle, seguendo col lento dondolìo della poltrona, il murmure quieto, lontano del mare.

Quella sera, quando la vide apparire fra le ombre, fra la luce pallida del terrazzo, ondulando, tutta bionda, tutta bianca e vaporosa nella lunga vestaglia di crespo e di merletto, sentì corrersi un brivido per le vene, e avrebbe voluto morire. Bisognava parlare!

Nora gli si avvicinò, sorridendo. Egli sentì il soffio, la vampa calda, si sentì avvolto nel suo odore di bionda e dililas de Perse.

—Stella….—balbettò.

—Ah!… Che delizia! Che delizia!—Nora, con un lungo respiro stirò, alzò le braccia nude, rotonde, rosee, fuor della larga manica trasparente…. respirò ancora…. poi le lasciò cadere attorno al collo del marito riposandosi morbida, stanca sulle sue ginocchia.

—Hai sonno…. cara?

—Si sta bene, tanto bene qui…. così….—E accesa la sigaretta, lo baciò, ridendo, colla bocca piena di fumo.

…. Dio, Dio! Bisognava parlare: il giorno dopo bisognava partire!

—Che hai, Nannucci?…—essa gli domandò a un tratto, dopo di aver lanciato dal terrazzo la sigaretta spenta.

—Stella! Stella!—bisbigliò il duca commosso e sospirò:—Perchè non posso darti la vita?…

Nora sentì tutto il dolore, tutto lo strazio represso in quelle parole e ne rimase impressionata: si alzò in piedi rigida, appoggiandosi al parapetto del terrazzo.

—Cosa c'è?—E lo guardò fissamente.

Ma il Casalbara non sapeva risolversi, non poteva parlare. Temeva il suono stesso delle sue parole, della sua voce. Il silenzio di quella quiete serena, muta, calma e chiara si era fatto più profondo…. Anche il murmure lontano del mare era cessato.

Pareva al Casalbara, che non soltanto gli occhi fissi, attenti sul viso pallido della moglie, ma che tutto d'intorno a lui, il cielo diffuso e limpido e il mare fermo e muto, aspettassero le sue parole, la sua confessione….

Dio! Dio! Come mai era stato così spensierato? Così leggero? Così egoista?…

—Che c'è?… Che c'è di nuovo?—ripetè Nora con un leggero tremito d'inquietudine e d'ira.

—Ho…. avrei da chiederti un sacrificio. Bisognerebbe partire…. presto.

—Per San Moritz? Non è già fissato?…

La buona stagione di Nizza, infatti, era finita da un pezzo, e i Casalbara avevano combinato con lord e lady Paget di passare l'estate, tutti insieme, in Engadina.

—Ecco il sacrificio,—balbettò il Casalbara.—Bisognerebbe abbandonare la nostra prima idea…. e tornare a Milano.

—A Milano?… Tornare a Milano? Adesso che non c'è più nessuno?

Il duca tremò più forte: non ebbe il coraggio di dir tutto, subito, di affrontare di colpo lo scoppio di quella collera.

—Per una decina di giorni, soltanto!… Forse anche meno. Il tempo necessario per riparare ad una cattiveria, un'azionaccia del Kloss. Hai proprio ragione, stella! Il Kloss è un furfante!… un fur….fante!—E gli scappò uno sternuto grosso, fragoroso. Era il solito di tutte le sere: era il segnale della ritirata. La brezzolina umida del terrazzo finiva sempre per infreddarlo.

—Andiamo!—esclamò Nora dispettosamente. E senza aspettarlo, senza prendergli o dargli il braccio, si avviò sola, risoluta, imperiosa, verso la sua camera che splendeva illuminata, in mezzo al terrazzo.

Il Casalbara le tenne dietro curvo, premendosi la mano sulle reni indolenzite, gemendo:

—Ahi! Ahi!… Non mi sento bene stasera…; non mi sento bene.

L'altra non gli badò nemmeno e mandò via subito la cameriera, senza svestirsi.

—Di', su, sbrigati, che c'entra il Kloss?

Il duca cominciò a raccontare delle cambiali, del ragioniere Vigliani, ma poi, per far più presto, le fece leggere le due lettere e l'ultimo telegramma.

Nora, nel primo impeto, se la prese contro il Vigliani; doveva essere un imbecille, un impostore…. o un imbroglione; e siccome il duca voleva difenderlo, allora la tempesta si scatenò sul suo capo.

Un'altra donna, pur nelle medesime condizioni di Nora, avrebbe sostenuto quel colpo con maggior calma, con maggior coraggio…. Non avrebbe potuto capire così subito tutta la gravità di quelle notizie. Ma per Nora invece, il caso era diverso: la rovina le si era affacciata in un attimo, chiara, lampante, orrenda: per la figliuola dello zio Matteo, quei debiti, quelle cambiali, quelle minacce, erano il suo passato che ricominciava, il suo passato di angosce, di stenti, di espedienti, di privazioni, di miseria—era quella vita maledetta che avea voluto troncare ad ogni costo, a costo di buttarsi fra le braccia di un vecchio…. e che invece doveva ancora ricominciare…. e insieme a quel vecchio!

Nora tremava, piangeva, lo schianto del dolore confondendosi alla collera, all'ira.

—Ma se il Vigliani è onesto,—balbettava,—allora sei tu che mi hai ingannata; sei tu che hai ingannata una povera ragazza!

—Calmati! Non gridare! Non farti sentire!—pregava, supplicava stordito, spaventato il Casalbara, che pur temendo di sua moglie non avrebbe mai immaginato, quelle furie.—Calmati! Sei in preda all'esaltazione! Siamo ben lontani dalla miseria, dalla rovina. Si tratta di qualche piccola economia…. di qualche piccola privazione.

Nora strillò più forte e continuò:

—Vendere il palazzo di Milano! Vendere Casalbara!… Ridursi a vivere a Bergamo! Subito!… Adesso!… Subito! Dio! Dio! Dio! La disgrazia, la rovina e il ridicolo! Infelice e ridicola! Perchè tutti rideranno di me! Tutti! Tutti! Tutti!

La fierezza del Casalbara si ridestò a queste parole e lentamente, ma con gravità, con forza, le disse:

—Potrai essere infelice, questo sì: ma dipenderà da te, dal tuo cuore, dipenderà da ciò…. in cui tu avevi riposta la tua felicità. Ma ridicola no—ridicola mai! Anzi, sarai sempre più rispettata e ammirata, se saprai mantenerti nobile e dignitosa nella nostra disgrazia.

Nora non gli rispose; non lo vedeva, non lo ascoltava, non lo sentiva nemmeno. Essa vedeva e sentiva le risa di Evelina, dello zio Matteo, la sghignazzata del Kloss! Tutti, tutti, tutti ridevano di lei, e le passavano tutti dinanzi in quel momento!

Aveva voluto essere una signora, aveva abbandonato il Laner per essere una signora, e andava a finire esiliata a Bergamo, seppellita a Bergamo!… Vendere il palazzo di Milano! Vendere Casalbara!

Il dolore, era ancora più forte della collera. A un tratto fu presa da un parossismo, da una convulsione terribile. Pestò i piedi, si stracciò le vesti, si strappò i capelli, si graffiò la faccia, rompendo, buttando all'aria tutto ciò che le capitava fra le mani, poi si lasciò cadere affranta, esausta attraverso il letto, gemendo ancora, torcendosi ancora, mordendo, nei sussulti dello spasimo, le coltri e i guanciali.

Quando parve quietarsi, quando rimase immobile, distesa, supina attraverso il letto, il Casalbara, dopo averla guardata a lungo, inquieto, incerto, le si avvicinò:

—Perdonami, Eleonora. Posso giurarlo sul mio onore: non ho voluto illuderti, ingannarti; io stesso mi ero ingannato, mi ero illuso. Perdonami, sono colpevole verso di te, per la mia spensieratezza! Io non ho mai badato agli affari…. a' miei interessi. Mi credevo sempre abbastanza ricco per non dovermi preoccupare dell'avvenire. È stato un errore, una colpa. Ti domando perdono—perdonami…. adesso la sconto amaramente. Ma se avessi potuto soltanto immaginare…. questo che oggi mi succede…. sul mio onore…. ti giuro…. ti avrei detto tutto, prima….

Il povero vecchio si avvicinò di più…. Gli gocciolavano le lacrime dagli occhi gonfi.

Nora era sempre buttata distesa attraverso il letto.

—Ti avrei detto tutto…. a costo di dover rinunciare al mio paradiso…. di perdere l'amore della mia stella,—bisbigliò umilmente, quasi supplichevole, fissando il collo bianco e i capelli biondi.

Nora non piangeva più, non gemeva più: non rispose, non si mosse.

—La crisi è passata,—pensò il Casalbara, disposto a compatire, a perdonare, a dimenticare tutto quanto era successo, nell'egoismo intimo della sua passione, nel bisogno materiale di quella donna. E si consolò. Eleonora aveva gridato, si era sfogata…. ma infine si era calmata!… Era stata ingiusta; nell'impeto di quella collera era stata brutale, atroce…. villana. Da quella bocca incantevole, divina, erano uscite parole nuove, strane, parolacce volgari. Ma, ormai, si era sfogata…. si era calmata…. era lì, quieta, buttata sul loro letto…. Egli l'aveva ancora…. Che importava tutto il resto?… Essa gli era rimasta!… L'aveva ancora!…

Prese lo scialletto di crespo, il fisciù di trine, la casacchina rosa da letto tutta morbida e fragrante, che Nora nel suo furore aveva buttato qua e là, li piegò, li ripiegò, lentamente, amorosamente, li collocò sul canapé. Cercò le piccole babbucce orientali e glie le posò vicino…. accese la fiamma a gas dinanzi al piccolo specchio dove Nora usava fare la sua toeletta della notte, le preparò il largo pettine e la spazzola d'avorio pei capelli. La guardò, la sogguardò furtivamente: era sempre quieta…. Ormai la tempesta era passata…. Gli era rimasta! L'aveva ancora!…

Passò dall'altro lato del letto, ne distese, ne rimboccò le coltri dalla propria parte, si preparò l'acqua collo zucchero…. tornò in mezzo alla camera, vicino al sofà, cominciò a levarsi l'abito, ilgilet…. e tornò a guardarla;… poi le si avvicinò piano, e prendendola delicatamente colle due mani sotto le ascelle per aiutarla a sollevarsi, le disse baciandole i capelli:

—Alzati…. cara…. ti farà male, star così sdraiata…. Vieni a letto.

Nora si rizzò, si voltò di colpo: la sua faccia per essere stata malamente compressa contro i cuscini, era attraversata da due solchi sanguigni. Essa lo guardò sfrontatamente, con un sogghigno ironico, beffardo, poi, a un tratto, senza dir parola, lo afferrò per un braccio e lo spinse, lo cacciò barcollante, incespicante sui tappeti, nel salottino attiguo alla stanza da letto; prese il suo abito, il suogilet, glieli buttò dietro; e sbattè le portine, girò la chiave, sempre senza dire una parola, senza dir niente, muta.

—Eleonora!… Eleonora!…—balbettò il Casalbara, tendendo le mani nell'oscurità….—Eleonora! Eleonora!

Dai vetri opachi delle portine, passava appena il chiarore confuso dell'altra stanza.

—Eleonora!… Eleonora!—e rimase colla fronte appoggiata ai vetri spiando ansioso, esasperato, tremante, l'ombra della moglie che scorgeva muoversi attorno al letto.

—Eleonora!… Eleonora!—esclamava colla voce bassa, ma vibrata.—Perchè così?… Perchè hai fatto così?… Sei troppo cattiva!… Non ti credevo così!… Apri!… Apri!… Non facciamo scandali! Non facciamo scene!—E s'infuriava perchè non otteneva alcuna risposta, e scrollava forte le portine per riuscire ad aprirle.—Te lo comando! Apri! Sono tuo marito! Rispondi almeno!

Lo stesso silenzio: Nora si moveva sempre vicino al letto.

—Rispondi, Eleonora!

Sentì soltanto il rumore così noto: il piccolo "crac" del busto che Nora slacciava d'un sol colpo. Sentì il lento scivolare della veste da camera sul tappeto, e il lungo fruscio delle batiste….

Allora tornò a balbettare, a gemere, a supplicare, a domandar perdono, sempre colla fronte appoggiata ai vetri, guardando, guardando….

Intravvide Nora che alzava le braccia…. che scioglieva, stendeva la lunga massa dei capelli e li avvolgeva nervosamente sul capo.

—Perdonami! Eleonora!… Perdonami! Andrò io solo a Milano….Domani…. Tu resterai qui…. Andrai a San Moritz! Farai tutto ciò chevorrai! Aprimi! Stella! Stella! Non venderò il palazzo! Te lo giuro!Non venderò Casalbara! Perdonami! Perdonami! Gioia! Stella! Amore!Perdonami! Apri! Ho freddo qui! Non posso restar qui!… Sto male!…Mi ammalerò! Apri! Eleonora!

Sentì lo scricchiolìo del letto…. sentì il fruscio di Nora che si stendeva, si rivoltava fra le coltri.

—Almeno una parola!… Una parola! Non ti domando più che una parola…. sola….

Di colpo si spense il lume: il Casalbara non vide, non udì più nulla.

Allora, sempre colla fronte appoggiata ai vetri si mise a piangere, silenziosamente. A poco a poco il freddo gli penetrò nelle ossa…. e col freddo il timore di risvegliare Eleonora co' suoi singhiozzi. Allora il povero vecchio, trattenendo le lacrime, camminando in punta di piedi, a tentoni, andò a buttarsi e a piangere nella poltrona più lontana.

Il Casalbara, appena arrivato a Milano, dovette mettersi a letto. La scena colla moglie e il ritorno da Nizza fatto a precipizio, con un tempaccio del diavolo, lo avevano ridotto in uno stato compassionevole. Era orrendamente infreddato, alla testa, ai bronchi; aveva paura di morire, aveva paura di sua moglie e aveva paura di perderla: soffriva, soffriva e non capiva più niente.

Nora, durante tutto il lunghissimo viaggio, non gli aveva mai rivolto la parola. Era rimasta sempre ferma al suo posto dall'altra parte del cupé, impenetrabile e muta, colla piccola riga bianca in mezzo alla fronte torva, aggrottata.

Il povero vecchio, tremante di febbre, osava appena guardarla, furtivamente, cogli occhi rossi, gonfi, lacrimosi, e cercava di impietosirla, mormorando:

—È finita!… È finita per me!

L'altra rimaneva immobile, fissa e rigida al suo posto. Soltanto dopo Novara, mentre infuriava il temporale e la pioggia fitta sbatteva contro i vetri, essa gli aveva detto brevemente e seccamente:

—Domani parlerò io col Vigliani.

—Sì…. cara…. tutto…. tutto ciò che vuoi!—si era affrettato a rispondere il povero marito scosso e consolato dal suono di quella voce, sebbene aspra e imperiosa.

Ma poi, vedendo che nemmeno la sommissione così pronta, così umile riusciva a placare Eleonora, tornò a gemere, a tossire, a sospirare, a mormorare tutto tremante e intirizzito:

—È finita!… È finita per me!

La duchessa, subito la mattina dopo, per far più presto, invece di mandare a chiamare il ragionier Vigliani, si recò lei stessa, direttamente al suo studio.

Non erano ancora le dieci e nondimeno il piccolo stanzino angusto e polveroso che serviva di anticamera, era già pieno di gente che aspettava: un monsignore, due avvocati che discutevano fra di loro, e una grassa matrona, vestita di tutti i colori, coi baffetti neri e i riccioloni a rubacuori incollati sulle tempie.

Nessuno si scosse all'entrare di Nora; erano abituati a ogni sorta di clienti.

—Prego, faccia avvertire il ragionier Vigliani che c'è la duchessa di Casalbara,—disse Nora, a mezza voce, in fretta, allo scrivano, che faceva anche da portiere.

Questi, un bel giovanotto ben pettinato e colla camicia scollata, non lasciò la signora duchessa ad aspettare in anticamera, ma la fece passare, andandole innanzi, e spalancando gli usci, nel salotto privato del ragioniere.

—Il signor Vigliani ha gente, ma verrà subito,—e dopo di aver pregato la signora duchessa di avere la bontà di accomodarsi, se ne andò, camminando in punta di piedi.

Nora, entrando nel salotto basso, tetro colle tappezzerie giallognole, trasudanti l'umidore, aveva sentito venirsi in faccia una zaffata di rinchiuso e di cavoli riscaldati: si guardò attorno: appeso in alto, alla parete di mezzo, il ragionier Vigliani collo spillone di brillanti, sorrideva dal suo grande ritratto ad olio, fra le oleografie di due sultane.

Nora si seccava ad aspettare: ma non aspettò che pochi minuti.

Il Vigliani entrò quasi subito, come una bomba, strisciando e ruzzolando, profondendosi in inchini, in complimenti, in esclamazioni superlative.

Appena ripreso fiato, appena ebbe fatto sedere la signora duchessa, le domandò del signor duca, tenendosi ritto dinanzi a lei colle mani congiunte.

—È rimasto a letto. Si è un po' infreddato nel viaggio.

—Voglio sperare che sarà un'indisposizione leggerissima, affatto passeggera….—E il ragioniere sgranava gli occhi in segno del più vivo interessamento. Ma Nora tagliò corto colle chiacchiere.

—Capirà benissimo perchè sono corsa da lei in questo modo. Non potevo aspettare, sono troppo inquieta, troppo spaventata. Voglio sapere subito come stanno le cose, voglio sapere tutta la verità. Mio marito mi ha fatto leggere la lettera del Kloss e la sua. E sono qui anche per incarico di mio marito, che non può muoversi.

Il ragionier Vigliani, inquieto, cominciò a sospirare, alzando gli occhi al cielo, stringendosi nelle spalle, allungando le braccia.

—Voglio saper tutto,—ripetè la duchessa.

L'altro, ancora un po' sossopra, balbettò:

—Allora mi farò coraggio… per ubbidirla,—e cogli occhi cercò il posto dove sedersi.

Ma appena il Vigliani cominciò a parlare d'affari, diventò un altr'uomo; mutò voce, espressione; non era più confuso, non si sentiva più impacciato. Fece passare la duchessa sul canapè perchè stesse più comoda, e sedette a sua volta, si sdraiò sulla poltrona accanto, accavalciando le gambe l'una sull'altra. Parlò chiaro, esplicito, quasi duramente.

—Bisogna vendere il palazzo di Milano, bisogna vendere la villa e i fondi di Casalbara. Bisogna ridursi a vivere a Bergamo…. con una quindicina di mille lire all'anno. E questo bisogna farlo subito.

—Subito?

—Tirando in lungo, perdendo una buona occasione non si salva più nulla!

—Subito?… Subito?…—ripetè Nora, quasi con un gemito nella voce tremante.

L'altro parlava sempre in fretta, guardando spesso l'orologio della caminiera, dimenando la gamba che aveva a cavallo sull'altra, e mostrando la calza bianca, grossa, sotto la scarpaccia inzaccherata.

—Lei, povera signora duchessa, lei sconta adesso quella… quella diremo… ostinazione del signor duca di non avermi mai ascoltato, quando raccomandavo col dovuto rispetto, di limitare le spese secondo le rendite: Mah! siamo sempre andati avanti, in tutti questi anni, non per colpa mia, ci tengo a dichiararlo, come ai beati tempi dei Casalbara, signori e padroni di terra e castella, col diritto delle decime e di batter moneta!

Nora, sempre dandogli ragione perchè non le conveniva di colpo disgustarlo, cominciò a fare qualche domanda circa le rendite, gli aggravi, il patrimonio.

Il Vigliani l'interruppe, alzandosi d'un tratto.

—Un momentino, scusi… permetta,—e uscì sempre strisciando, e ruzzolando, per ricomparire quasi subito con un fascio di carte, che spiegò dinanzi a Nora, dopo essersi inforcati gli occhiali sul naso.

—Ecco qui, signora duchessa. Veda lei stessa il riassunto dei bilanci degli ultimi anni, che ho fatto estrarre appunto in questi giorni.

Nora, seguiva il dito grosso, villoso, dalle unghie sudice e rosicchiate del ragioniere, che segnava le cifre; ma non riusciva ad afferrare, a sapere tutto ciò che avrebbe voluto.

Il Vigliani, quando ebbe finito di mostrarle tutte quelle annotazioni e di farle osservare tutte le passività che gravavano sul patrimonio, concluse, mettendo le carte sul tavolo e posandovi sopra gli occhiali:

—Come ho scritto al signor duca, e come ho già detto alla signora duchessa, non c'è altro da fare: vendere il palazzo di Milano e vendere la villa di Casalbara, per la quale, anzi, proprio in questi giorni, mi sarebbe capitata una buonissima occasione.

Nora, pallidissima, si sentiva oppressa dal tono perentorio del ragioniere.

—Non si potrebbe aspettare… almeno… almeno qualche mese?—balbettò colla voce soave, insinuante, piena di lacrime.—Se il Vigliani avesse voluto, avrebbe potuto salvarla,—pensava. E avvicinandosi vivamente al ragioniere, lo fissò coi bellissimi occhi, imploranti.

—Impossibile, signora duchessa. Abbiamo le cambiali del Kloss. La prima, non ricordo bene la data, ma deve certo scadere fra pochissimi giorni. Per tale scadenza occorre la somma; questa al momento non si può trovare; ci penserò io…. come per le altre. Ma deve camminare di pari passo l'alienazione degli stabili.

"Se il Vigliani avesse voluto, avrebbe potuto salvarla"—pensava Nora, e continuava a guardarlo, a fissarlo, a supplicarlo cogli occhi, senza parlare.

—Le domanderei soltanto di aspettare qualche mese…—balbettò infine.—Lei così buono, che ha sempre avuto tanta affezione…. per noi…. Pensi al mio amor proprio: Ho tanti nemici! Riderebbero di me!… Invece, lasciando passare qualche mese, preparando la notizia a poco a poco, farebbe minor impressione. Lei è tanto buono; ha sempre avuto tanta affezione per mio marito; ne abbia un po' anche…. per me!

E la duchessa gli si avvicinò ancora di più, col bel viso acceso, molle di lacrime.

Quel vecchio ragioniere dai baffi e dalle fedine tinte, quel vecchio grasso, volgare e sudicio, gocciolante; un sudore untuoso, non le destava nè ribrezzo, nè repulsione. Era l'uomo che poteva conservarle, almeno per qualche tempo, il palazzo di Milano, la villa di Casalbara, la sua grandezza, il suo sfarzo!…

Ma non aveva fortuna! Il Vigliani rimaneva affatto insensibile: meglio ancora, non vedeva niente, non capiva niente. Il Vigliani era un uomo d'affari, non aveva in mente altro che i debiti, le cambiali… e il poco tempo che aveva da perdere.

Quando sospirò e guardò la duchessa con un certo intenerimento, fu soltanto per dirle:

—Un buon cerusico dev'essere senza pietà. Se non ha mai voluto ascoltarmi suo marito, mi ascolti lei, che ha tanta intelligenza. Parlo per il bene di entrambi. Oggi, infine, non c'è da disperarsi. Se non il lusso, le rimane ancora una certa agiatezza, che moltissimi le invidierebbero. Domani, sarebbe certo una rovina estrema, irreparabile.

Ma la signora duchessa continuava a tacere, a gemere, a guardarlo, a fissarlo… e non si moveva: allora egli lanciò un'ultima occhiata all'orologio e si fece coraggio, alzandosi di colpo.

—Devo correre al tribunale, per un consiglio di famiglia…. Sono già in ritardo.—E facendole mille scuse, domandandole mille perdoni, accompagnando la signora duchessa fin sulla scala, tornò a profondersi in inchini, in proteste, in complimenti.

Nora, quando uscì dalla casa del ragioniere, era furente.

—Vuol costringerci a vendere, perchè avrà il suo interesse: È per il suo interesse che non vuol perdere le buone occasioni!

E Nora, lì per lì, pensò di consigliare e di imporre a suo marito di affidarsi ad un altro amministratore.

Quando rientrò nel suo palazzo, il maestoso portiere dalla lunga barba bianca, si era messo in gran livrea.

Nora sospirò. Anche quel magnifico portiere avrebbe perduto! Eppure era stata una delle tante attrattive del duca di Casalbara, una delle attrattive che l'avevano indotta a sposarlo!

Non era con quel palazzo dal grande giardino ch'essa aveva cominciato a fare all'amore? Col palazzo dall'antico cancello di ferro, dallo stemma dorato e la corona ducale e il magnifico portiere che pareva il re della contrada?

Quante volte era passata di là!… Quante occhiate furtive dentro a quel portone, sotto l'atrio a colonne o nel cortile immenso! E quanti sorrisi di compiacenza, di orgoglio pensando: Sarò io la duchessa! Sarò io la padrona!

Invece doveva venderlo! Non poteva goderlo, in pace, nemmeno per un giorno! E perchè? Perchè suo marito si era rovinato col giuoco, colle donne, col Kloss.

Che trionfo per il Laner… e per quel mostro di Evelina!…

Si fermò, ancora sospirando, sul ripiano del grande scalone di marmo, dal morbido tappeto, colle pareti a specchi, a stucchi dorati, coi fiori olezzanti nei vasi enormi!…

Tutto le pareva ancor più bello, più ricco, più grande! Che dolore! Che dolore! E che desiderio, che brama di tutto conservare! Avrebbe dato una parte del suo sangue, della sua vita! Come si vendicava quel Kloss, per non aver essa mai voluto saperne delle sue licenze, delle sue confidenze, de' suoi abbracci!… E dire che essa lo aveva sempre creduto uno straccione in confronto del duca di Casalbara!…

Invece…. tutto il contrario….

Nora non sospirava più. Pensava, rifletteva, attraversando adagio adagio tutte le sale del vasto appartamento.

Invece…. tutto il contrario….

Se il Kloss non fosse stato in collera, avrebbe continuato a rinnovar le cambiali, non li avrebbe spinti a quel precipizio….

Si avvicinò a una finestra: guardò il giardino, il cortile, il magnifico portiere che passeggiava sotto l'atrio, e tornò a sospirare.

D'un tratto corrugò la fronte, un rossor vivo, un fuoco le salì alla faccia.

—Si…! Si!—bisbigliò,—tutto per tutto. Bisogna tentare col Kloss!

E corse subito nel suo gabinetto di toelette, passando dinanzi alla camera del duca, ma senza nemmeno fermarsi per salutarlo.

Scrisse al Kloss, in fretta, su due piedi, col lapis, e appena gli ebbe mandato la lettera alla banca, si sentì più tranquilla, più sicura.

Certo il Kloss, sarebbe corso da lei, subito!

Infatti il bigliettino era pressante:

"Ho gran bisogno di parlarle. Mio marito è a letto ammalato. Temo ne avrà per molti giorni. E proprio in questo momento in cui sono oppressa da mille imbrogli di affari e d'interessi, che non arrivo nemmeno a capire!

"Del nostro ragioniere non ho certo a lodarmi…. e mi persuade fino a un certo punto! Sono sola, non so che cosa fare, nè a chi rivolgermi. Procuri di venir subito: sentirà, vedrà, mi potrà dare qualche consiglio. Sto in casa apposta ad aspettarla."

Nora calcolò il tempo che poteva impiegare il servitore ad andare…. e il Kloss a venire…. e intanto si cambiò di vestito perchè colla corsa della mattina e col caldo si era tutta sciupata. Pensò, guardò, scelse e indossò una sua veste da camera leggerissima, morbida, tutta di crespo rosa e di merletti, e per aver più fresco, per riposarsi, allentò un poco i capelli, tanto che scrollando il capo con forza si sarebbero sciolti sulle spalle come un'onda d'oro.

Francesco Kloss era alla banca: vista appena la lettera, a buon conto, fece dire al servitore che era fuori:—poi la lesse, la rilesse, accendendosi in volto, cogli occhietti torvi, da satiro, che luccicavano…. Intravvide il pericolo e fissò immediatamente il suo piano, facendo un saltetto e una sghignazzata, per scuotersi, per stordirsi.

—Mi andassi supito a Carlsbad tomani mattina: ma per cuella matama mi partissi stasera!

Pure bisognava rispondere."Cuella matama"al presente, era la duchessa di Casalbara, era la moglie di un suo amico, gli aveva scritto, stava a casa apposta ad aspettarlo e bisognava rispondere.

Rilesse la lettera….—sentirà, vedrà, mi potrà dare qualche consiglio….—Penissimo!—In questo posso servirla!

E fece chiamare il signor Galli.

Il Kloss non aveva mai detto niente al suo procuratore delle cambiali del Casalbara. Erano piccoli affaretti del portafoglio particolare. E come al suo procuratore non ne aveva parlato prima, tanto meno ne parlò adesso!…

Il Kloss pregò soltanto il Galli di volersi recare il giorno dopo, in vece sua, dalla duchessa di Casalbara: gli disse che la duchessa voleva essere consigliata, aiutata nella sua amministrazione, perchè aveva il marito ammalato ed era malcontenta del suo ragioniere, e concluse galantemente:

—Tranne tanee, tutt coss a sua tisposizion!

Rimasto solo, tornò a fregarsi le mani.

—Matamaha bisogno di unracioniere? Penissimo! Le mandassi il mio!—E scrisse subito alla signora duchessa—per non farla restare in casa inutilmente—una lettera molto gentile.

"Essendo quel giorno occupatissimo per un'importante seduta alla banca e dovendo partire alle 5.50 per Carlsbad era spiacentissimo di non poterla vedere. Ma la mattina dopo sarebbe venuto da lei il suo procuratore generale, il signor Ambrogio Galli, coll'ordine espresso di mettersi in tutto e per tutto a sua disposizione. Il signor Galli era una persona molto seria, e di molto valore. La signora duchessa poteva fidarsene interamente. Avrebbe avuto tutti gli schiarimenti e tutti i consigli, e tutto l'aiuto che sarebbe stato del caso." Il Kloss la pregava di salutare, a suo nome, il caro amico Giovanni, che sperava di trovare al suo ritorno pienamente ristabilito, le riconfermava i sensi della sua profonda stima e devota amicizia, dichiarandosi sempre pronto "all'onore di servirla in tutto ciò che la signora duchessa potesse desiderare" e finiva col baciarle ossequiosamente la mano.

Nora, leggendo quella lettera, impallidì, con un'espressione sinistra, iraconda.

—Villano!…

Ma poi si calmò.

Le mandava il suo procuratore generale?… Con quali istruzioni?…Certo coll'ordine, almeno, di rinnovare le cambiali.

"Avrebbe avuto tutti gli schiarimenti, tutti i consigli; tutti gli aiuti che sarebbero stati del caso…." Almeno le cambiali sarebbero state rinnovate!

E Nora si sentì consolata, scacciò tutte le ansie con una alzata di spalle e per quel giorno non volle pensarci più.

Ma bisognava avvertire anche Giovanni, di quella visita del signor Galli, procuratore del Kloss. Si recò direttamente nella camera del marito, senza nemmeno pensare al modo di spiegare e di fargli accettare quel fatto: era troppo sicura di sè!

Il duca spasimava: in seguito alla reumatica e alla infreddatura intensa, contratta durante il viaggio, gli si era manifestata un'acuta nevralgia: ilchiodo solare, come gli aveva detto la cameriera.

La stanza era completamente buia. Nora, appena entrata, schiuse una delle imposte.

Il Casalbara, sepolto sotto le coperte, volse il capo vivamente, con un gemito.

—E così?—gli domandò Nora, restando sempre presso la finestra.—Vuoi che faccia chiamare il medico?

—No…. no… grazie….—rispose l'altro colla voce fioca.

Nora gli si avvicinò.

Il Casalbara, steso sul letto, sotto le coperte pesanti, aveva la testa affondata nei cuscini e ravvolta in unfoulard. Non lo si vedeva nemmeno.

—Cara….—bisbigliò quando Nora si fermò in piedi accanto al letto; e i suoi poveri occhi gonfi, lacrimanti, pure nell'ombra, sotto le coperte, sotto ilfoulardebbero un raggio di tenerezza…. un'espressione viva e dolente che domandava amore e pietà.

—Vuoi mangiare qualche cosa?—gli domandò Nora, mettendogli la mano sulla fronte per sentire se scottasse.

—No…. no…. grazie,—risposo prostrato con un senso di commozione.

—Vuoi una tazza di tè?…

—Grazie, cara…. adesso soffro troppo…. Grazie…. più tardi.

Nora notò che al malato dava fastidio anche quella luce è andò a chiudere di nuovo la finestra; la camera rimase ancora tutta buia.

—Sono stata dal ragioniere Vigliani,—disse poi colla voce sicura.—E mi sono convinta che ha il suo tornaconto nell'obbligarci a vendere.

Dal letto rispose appena un gemito fievole.

Vi fu qualche minuto di silenzio; poi Nora ripigliò sempre impassibile:

—Più tardi, quando appunto ritornavo dal Vigliani, ho incontrato ilKloss, sul Corso, e mi ha detto di salutarti.

Il letto scricchiolò. Il Casalbara, di colpo, si era alzato diritto a sedere.

Nora, pur nel buio, ne vide l'immagine bianca.

—Parte stasera per Carlsbad,—continuò.

Il letto scricchiolò ancora; il Casalbara si era lasciato ricadere disteso.

Nora gli andò vicino, gli tirò le coperte fin quasi sugli occhi, gli accomodò ilfoulard, poi ripigliò:

—Gli ho detto che non mi fidavo molto del nostro ragioniere, che tu eri malato, che avrei avuto bisogno di qualcuno per aiutarmi, per vedere un po' come davvero stanno le cose. Il Kloss mi manderà domani mattina il suo procuratore, un bravissimo uomo, il signor Galli.

Nora non poteva vedere le lacrime che cadevano silenziose dagli occhi del duca.

Nella camera si soffocava: dopo un momento essa domandò:

—Vuoi che socchiuda l'uscio per lasciar passare un po' d'aria?

—No.

—Vuoi del ghiaccio?

—No.

—Ti alzerai più tardi?

—No.

—Per l'ora del pranzo?

Questa volta il malato non rispose nemmeno.

—Allora, buona notte!—esclamò Nora, dopo un momento. E se ne andò.

In fondo all'appartamento, dopo il suo spogliatoio, v'era un'altra piccola stanza da letto: Nora la fece preparare per sè.

E intanto che ordinava, che faceva preparar la camera, Nora si godeva a visitare il lungo guardaroba dagli armadi solidi, pesanti, colmi delle telerie, delle fiandre antiche e preziosissime di casa Casalbara; si godeva a visitare i forzieri dell'argenteria, le grandi scansie a vetri delle porcellane e delle maioliche.

—Certo…. le cambiali sarebbero state rinnovate!…

Si godette a desinare sola soletta nel bel stanzone da pranzo, dalle finestre che davano nel giardino, tutte verdi per lo sfondo degli abeti.

Dio! Era il primo giorno che non aveva l'oppressione di quell'uomo, delle solite moine, dei soliti discorsi!…

Dopo pranzo andò a fare una buona scarrozzata.

—In ogni modo, quando fosse stato il momento, si si sarebbe potuto vendere soltanto Casalbara!

I bastioni erano deserti: tra le fila cupe degli ippocastani, le nottole e i grossi farfalloni danzavano attorno ai globi della luce elettrica.

Ritornando, scendendo da Via Manin, Nora rivide la piccola stradetta dietro il Museo dove aveva avuto la gran scena col Laner.

—Povero Pietro!…—e sospirò; sospirò con un'espressione di malinconia inconsapevole, ma tenera, soave….

—Povero Laner!

—Ah!… che piacere quell'aria fresca, frizzante! Era la prima volta che girava sola in carrozza, senza "quel peso!" Che piacere!

D'un tratto, in via Santa Margherita, mentre Nora pensava ancora alla stradetta dietro il Museo, e alle furie dell'innamorato, ecco… ecco appunto Pietro Laner! Pietro Laner e l'Evelina!

Evelina andava innanzi urtata dalla folla, più gobba, più goffa che mai! Pietro Laner le teneva dietro, a testa bassa….

Quando Nora passò loro accanto colla carrozza, finse di non vederli; ma le attraversò il cuore un impeto di collera, un impeto strano di gelosia e di rimpianto!

Adesso Nora lo sentiva, lo capiva: aveva avuto altre simpatie, oltre il tenente Calafà, ma il suo primo amore, il suo vero amore, era stato il Laner.

E se il Vigliani la spuntava e le faceva vender tutto? Se il Kloss non avesse voluto rinnovare le cambiali?

—A casa!—ordinò al cocchiere.

Era stanca; aveva bisogno di riposare il corpo e la mente.

Appena arrivata fece le scale di corsa, slacciandosi i nastri del cappellino per fare più presto a svestirsi: non vedeva l'ora di buttarsi in letto, di dormire.

—Ah!… finalmente!

Sull'uscio dello spogliatoio si fermò perplessa, inquieta. Non doveva passare da Giovanni? Era già arrabbiato…. Non lo avrebbe fatto arrabbiare un po' troppo, piantandolo solo a quel modo, senza neppure la buona notte? Ma cacciò via le inquietudini con un'alzata di spalle.

—Potrò sempre calmarlo domani!—e chiuse l'uscio a chiave.

—Ah! Un po' di riposo!… Un po' di libertà!

E continuava a ridere, svestendosi in fretta, buttando di qua, di là, allegramente, i vestiti, le scarpette, le calze…. e ridendo saltò nel letto e continuò a ridere, con fremiti di piacere, allungandosi, rivoltandosi sotto le lenzuola leggere, freschissime.

—Ah! Che gioia! Che gioia!… Che felicità!… Dopo tanto tempo era sola, era sola…. sola finalmente!


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