Il giorno dopo, alle undici precise, il signor Ambrogio Galli si faceva annunziare alla duchessa di Casalbara. Il procuratore della banca Kloss aveva indossato il vestito nero e messo il cilindro nuovo, che portava soltanto la domenica, quando accompagnava la moglie a messa, a San Carlo, e a colazione al Trenk. Le mani gli penzolavano lungo i fianchi, strette, legate nei guanti color sangue.
Molto volontieri avrebbe fatto a meno di quella visita! Per le sue idee di rivendicazione e di giustizia sociale, non voleva confessare di patire ancora certe debolezze, certe timidezze affatto borghesi. Si sentiva intimidito…. molto impacciato, propriamente e solamente perchè doveva presentarsi a una "duchessa".
Lei, come lei, la signora duchessa, glielo avevano detto, era la figlia, la nipote, una parente qualunque di Matteo Cantasirena. Ma era diventata duchessa di Casalbara…. E il signor Galli ripeteva quel nome, come per abituarsi, allungando lo dita nei guanti color sangue:
—Duchessa di Casalbara!… Mah! Gli uomini,—pensava,—restano sempre quello che sono; le donne, invece sono…. quello che diventano!
Aveva anche sentito che la signora duchessa era bellissima….
—Le avranno detto almeno che sono sordo? Saprà di parlar forte?—borbottava fra sè, con una certa stizza.
Il signor Ambrogio era stato altre volte, per affari, in case aristocratiche, ma era entrato soltanto nello studio dell'amministrazione, aveva parlato soltanto con uomini.
—Auff! Che seccatura!—E attraversando l'anticamera dietro il servitore che lo precedeva per annunziarlo, mandava a quel paese il signor Kloss e si pentiva di non essersi almeno informato di certe regole più elementari dell'etichetta.
Aveva lasciato il cappello in anticamera. Aveva fatto male? Doveva tenersi i guanti? Come doveva chiamarla?… Signora duchessa?… Altezza?… Che altezza! Non ce n'erano più di altezze! Tutti eguali, tutti fratelli!… Ma tratteneva il respiro, attraversando quelle sale grandi, silenziose, cupe…. Era intimidito dal rumore delle sue scarpe grosse suiparquets.
Quando si trovò dinanzi alla duchessa, s'inchinò profondamente, senza parlare, e quando essa gli offrì la mano, il signor Ambrogio, con un tremito stese la sua diritta, come se sfiorasse la piletta dell'acqua santa.
Nora lo guardò e gli parlò sorridendo, con grande affabilità, come se lo conoscesse da un pezzo.
—Il signor Kloss è stato molto buono con me, procurandomi il piacere di questa sua visita. Ma non vorrei avesse abusato della sua gentilezza.
L'altro continuava a inchinarsi senza dire di no: cercando la parola e non trovandola.
—In tal caso, le domando perdono per me e per il signor Kloss.
La voce di Nora era alta e chiara; ma il Galli non intese queste ultime parole: non tanto perchè fosse sordo, quanto perchè era troppo confuso.
S'inchinò un'altra volta, poi balbettò:
—Sono a' suoi ordini, signora….—e non ebbe il fiato, il coraggio di aggiungere: duchessa.
Nora sedette nella sua poltroncina presso la scrivania, in un angolo del salottino, sotto la finestra, e fece sedere il signor Ambrogio in un'altra poltrona dinanzi a lei.
—Mio marito le fa tante scuse. Non può alzarsi. È stato ripreso da un accesso nevralgico: soffre assai e non può sopportare la luce.
Il signor Galli, seduto, fece un altro inchino, sporgendo il capo. Questa volta Nora aveva parlato nervosamente, in fretta; egli non aveva proprio capito nulla.
Nora aveva avuto quelle notizie dalla cameriera. Era stata fin sull'uscio della camera del duca, ma non era entrata: erano bastate quelle poche ore: sentiva per suo marito un senso quasi invincibile di repulsione.
Intanto, essa aveva presa una sigaretta per sè e ne aveva offerta una al signor Galli, che, ringraziando, disse una delle poche bugie della sua vita:
—Grazie, non fumo.
In quel momento sarebbe stato troppo imbrogliato coi guanti, la sigaretta, il cerino.
Nora, sempre sorridente e cacciando il fumo dalla bocca, movendo le labbra come se volesse dar dei baci, continuava a parlare, ma l'altro continuava a non capir bene.
Allora si sentì ridicolo, ritrovò la propria fierezza, e, per mettersi al suo posto, per fissare nettamente che non era lì nè per fumar sigarette nè per far complimenti alle duchesse, ma soltanto quale un vecchio uomo d'affari, esclamò colla voce forte:
—Non so se il signor Kloss ha avvertito la signora duchessa che io sono un po' sordo.
Nora lo guardò co' suoi grand'occhi dolcissimi, dai quali spirava la più viva simpatia, mista alla maraviglia.
—No…. davvero! E non ce n'era di bisogno dal momento…. dal momento che non me ne sono accorta!—E sorrise ancora: sorrise schiettamente, con una grazia, un incanto quasi infantile.
Il signor Ambrogio era un uomo serio, semplice, buono; ma ci pativa d'essere sordo, e non potè a meno di sentirsi lusingato da quelle parole.
—È proprio una vera signora!—pensò tra sè.
Nora aveva tenuto fin allora sulle sue ginocchia un grosso fascio di carte: l'estratto, il riassunto dei bilanci fatti dal Vigliani: diventando seria, malinconica, sospirando, li porse al signor Galli.
—Veda lei, mi dica lei cosa si deve fare: il signor Vigliani mi ha tanto spaventata,—e stendendogli con abbandono e con fiducia la manina rosea, trasparente, mormorò:—Mio marito è ammalato…. io non capisco niente….
Il signor Galli prese le carte, cominciò a sfogliarle, a esaminarle; ma da quelle carte non poteva capirne un gran che e lo disse subito alla signora duchessa.
Desiderava vedere tutti i bilanci per esteso; desiderava un abboccamento col ragionier Vigliani. Lo conosceva, era un galantuomo. Pregava soltanto la signora duchessa di avvertirlo con un biglietto, che la mattina dopo si sarebbe trovato al suo studio. Così, su due piedi, non poteva certo formarsi un giudizio, un criterio dello stato reale del patrimonio. Occorreva un po' di tempo, un po' di quiete. Bisognava esaminare le cause del dissesto…. e studiare i provvedimenti da consigliarsi..
—Ecco, precisamente!—esclamò Nora trionfante.—È quello che dicevo anch'io al Vigliani, e che il Viglianinon vuol capire.—E Nora marcò molto le ultime parole.
—Il ragionier Vigliani si sarà già formata la sua idea e potrà dare il suo parere in proposito,—rispose calmo il Galli, continuando a sfogliare le carte.
Nora, lo fissava attentamente. Il procuratore non le aveva nemmeno portato i saluti del Kloss, non aveva fatto nessunissimo accenno che potesse riferirsi alle istruzioni ricevute…. Cominciava ad essere inquieta. Il Galli badava soltanto alle sue carte…. e troppo poco a lei. Non faceva nessun accenno, nessuna promessa….
—Che cosa lo aveva mandato a fare il Kloss?
La duchessa ebbe un lampo di collera, gittò la sigaretta, ma poi tornò a calmarsi, a sorridere, e allungando le braccia, congiungendo le mani sulle ginocchia, si chinò, si allungò, si avvicinò verso il signor Ambrogio.
Questi sentì quella vampa calda, quel "suo" odor di bionda e dililas de Perse, e abbassando gli occhi, le vide attorno al collo, fra i merletti della veste da camera che nel chinarsi le si apriva sul petto, una piccola catenella d'oro che si moveva, si alzava, scendeva, si sprofondava ad ogni respiro, ad ogni movimento.
Nora gli si appressò ancora, per parlargli proprio vicino all'orecchio.
Il signor Galli, che alla vista della catenella d'oro era fuggito via cogli occhi e aveva arrossito, parendogli quasi di aver commesso una colpa, accennò lentamente di no col grosso testone e la guardò, la fissò in volto attentamente, per capir meglio.
—Il signor Kloss,—soggiunse Nora esitando…. arrossendo a sua volta….—il signor Kloss…. non le ha parlato…. particolarmente di mio marito?
L'altro continuò a scrollare il capo, e la guardò più attentamente.
—Sa, nevvero, di certi impegni urgenti…. per provvedere ai quali siamo tornati apposta da Nizza?
—No…. niente, signora duchessa,—-rispose il Galli, maravigliato.
Nora si alzò in piedi, scattando, e il Galli lentamente, sempre guardandola maravigliato, si alzò in piedi egli pure.
—Le cambiali?—gli disse Nora chiaramente, ma all'orecchio, per paura che di là la cameriera, il domestico potessero sentire.
—No…. No…. Quali cambiali? Cambiali di chi?—balbettò il Galli stupito da quella domanda, da quella rivelazione, turbato dalla vicinanza di Nora, e dalla piccola catenella d'oro che gli era tornata sotto gli occhi.
—Proprio niente…. non mi ha detto niente.
Nora, colpita, atterrita, nell'ansia del momento e non volendo, non potendo gridare, gli mise la bocca quasi sull'orecchio.
—Le cambiali? Le cambiali rilasciate da mio marito al signor Kloss?Quasi cento mila lire?…
—Non so niente; non mi ha detto niente.
—Niente?… Ma allora…. anche il signor Kloss mi ha ingannata! È per queste cambiali che il signor Vigliani mi costringe a vendere tutto…. persino la casa…. persino la nostra casa!
Il Galli abbassò il capo; gli passò nell'occhio mite e grave un'ombra di tristezza e sospirò.
Il signor Kloss doveva averne fatta una delle sue!
—Dio! Dio!—mormorò Nora, e si lasciò cadere piangendo sulla poltrona, nascondendo il viso, soffocando i singhiozzi.
Il signor Ambrogio si avvicinò di un passo, poi si fermò esitante. Subito, vedendo piangere una donna, si sentì gli occhi riempiti di lacrime: ma rimase muto. Cosa poteva dire? Certo il signor Kloss ne aveva fatta una delle sue.
—Si vendica! Si vendica!—balbettò Nora.
Il Galli le si avvicinò di un altro passo. Il suo respiro si era fatto più affannoso e dinanzi a quel dolore, a quelle lacrime, restava a testa bassa, avvilito, quasi vergognoso. Era la vergogna del signor Kloss che sentiva pesare sopra di sè!
Oh, lo conosceva bene il "principale" conosceva i suoi modi di comportarsi negli affari…. e conosceva le sue arti quando voleva liberarsi da qualche seccatura, o non correre il rischio di dover dire di sì!
Nora si alzò per parlargli ancora, per parlargli più da vicino, per farsi udire. Ma prima gli prese la mano, gliela strinse lentamente, la tenne fra le sue.
Il signor Galli aveva ancora i guanti, ma sentì il bruciore di quella bella e pallida mano, e un fremito intenso gli corse per tutto il corpo.
Nora lo guardava…. lo guardava…. e la domanda errava ne' suoi grand'occhi mesti, ansiosi. Si alzò sulla punta dei piedi. Egli teneva sempre la testa bassa, ma un po' voltata, per non vederla, per non vedere la piccola catenella d'oro. Sentì chiara la voce:
—Lei…. come procuratore, non può intanto aspettare per la prima cambiale, e per le altre scrivere al signor Kloss?
Il Galli rispose di no; non poteva farlo.
—Scrivere è affatto inutile,—continuò colla sua voce grave, lenta.—Io lo conosco. Se non mi ha dato nessun avviso in proposito, vuol dire che non c'è niente da sperare.
Aveva detto…. sperare? Sì "sperare" ma senza accorgersene. E Nora invece se ne accorse e notò che il procuratore era commosso ed era sdegnato contro il signor Kloss.
Allora non pianse più. Lo guardò fisso, ripetendogli con un accento che gli penetrava nel cuore e gli accendeva il sangue:
—Si vendica!… Si vendica!…
Il signor Galli, strappandosi i guanti convulsamente, invece di calmare la signora, si sentì spinto a scusare sè stesso, la sua condizione di procuratore del Kloss.
"…. Era impiegato in quella banca…. perchè non era solo, perchè aveva una famiglia da mantenere. Non si può sempre scegliere il proprio pane. Egli era povero, doveva servire…. e ubbidire!…"
—Si vendica…!—esclamò Nora un'ultima volta, fissandolo.
Al Galli montò il sangue alla testa. Quella poveretta non aveva nessuno che la consigliasse, che la difendesse dal Kloss: doveva difenderla lui. Commetteva forse un'indelicatezza, ma salvava una donna!
Parlò:
—Lei non deve scrivere al signor Kloss…. e nemmeno io. Ma forse potrebbe ottenere quanto desidera, facendo scrivere al signor Kloss, a Carlsbad, da suo padre, dal commendator Cantasirena.
—Dallo zio Matteo?—esclamò Nora, chiamandolo così, nello stordimento dell'angoscia, come non lo aveva più chiamato dacchè era duchessa.
—Sì, appunto.
—Il signor commendatore, suo zio, ha una grande influenza,… può molto sul signor Kloss. Anche ultimamente lo ha costretto, quasi di sorpresa, ad entrare nel Comitato dellaCisalpina. Il signor commendatore, suo zio, può esserle molto utile!
—Rivolgermi a quella gente?… Implorare l'aiuto di quella gente per farmi rinnovare le cambiali?—esclamò Nora sdegnata, irritata anche contro il signor Ambrogio.—Ah, no!… questo non lo farò mai!—E gli occhi della giovane donna non erano più supplichevoli, il viso non era più mesto, angosciato, la voce non era più tenera, tremante. Ma nel Galli, era troppa la commozione, la confusione…. Anche quelle parole del gergo commerciale "farmi rinnovare le cambiali" che rivelavano la figliuola dello zio Matteo, avvezza aiTirolesi, e che avrebbero dovuto togliere gran parte dell'incanto e della poesia alle lacrime della giovane signora, non fecero nessuna impressione, non furono notate dal signor Ambrogio.
Egli capiva solo che il suo consiglio era spiaciuto, e se ne scusava:
—Nel proporle di rivolgersi al signor commendatore…. non credevo di farle dispiacere. Certe volte bisogna saper vincere, dominare il risentimento…. anche un giusto amor proprio, quando…. la necessità è grave e non c'è altro scampo.
—Capirà, per far fronte alla prima scadenza non avrei che da vendere qualche miobijou!
Il tono, questa volta, era stato troppo iracondo: anche il signor Galli si sentì ferito.
—Tutti così! Tutti eguali!—pensò.—Sempre superbi! Sono rovinati, e ti buttano in faccia le loro ricchezze, il loro fasto!
E, improvvisamente, per la prima volta dacchè era entrato in quel palazzo, per la prima volta dacchè si trovava dinanzi a Nora, si ricordò della moglie, e gli apparve quel suo visino pallido, di malatina delicata.
Poveretta! Come era gracile, esile…. com'era goffina e misera! Come rimaneva offuscata, oscurata anche nel suo vestito della domenica, da quella bellezza sfolgorante e orgogliosa persino nel dolore!
Il signor Ambrogio sentì come una stretta al cuore, un senso vivo, prorompente di pietà; era sua moglie, la sola donna ch'egli aveva il dovere di difendere, che doveva pensare a difendere!—E il signor Galli ridiventò il procuratore serio, grave, austero della banca Kloss. Le due donne, l'umile e la superba, gli stavano dinanzi; volle umiliare la superba.
—Si regoli, signora duchessa: i gioielli, quando bisogna venderli scemano assai di valore.
La duchessa, come non aveva voluto disgustare il Vigliani, non volle guastarsi nemmeno con quest'altro; chinò il capo abbattuta, sospirò, tornò a piangere.
Il Galli, a quell'atto, si calmò subito: sentì, capì di essersi lasciato trasportare da un risentimento intimo, inesplicabile, ingiusto, e di nuovo cercò di calmare la signora, di consolarla:
"Sarebbe andato quel giorno stesso dal Vigliani. Per parte sua non avrebbe risparmiato tempo, cure, indagini, per esserle utile. Quanto poteva fare, lo avrebbe fatto, con tutto il cuore!…"
E il pover'uomo, nell'uscire dal palazzo, sospirò come Nora aveva sospirato il giorno innanzi, vedendo il magnifico portiere… La livrea gallonata non gli destò nessun impeto di rivolta: pensò invece a quella povera signora, abituata come una regina…., e adesso tanto disgraziata….
E sospirò ancora, anche più tardi ripensando a lei, mentre lavorava solo, alla banca.
Nora, appena uscito il procuratore del Kloss, era corsa nel gabinetto di toelette, al forzierino in cui teneva i suoi gioielli.
—Sì! Sì! Avrebbe venduto qualchebijou!Come mai non ci aveva pensato prima?—E rianimata, contenta della sua nuova idea, prese tutti gli astucci dei gioielli, e li distese aperti, sopra un piccolo tavolinetto. Ma quando li ebbe dinanzi, tornò seria, addolorata. Non le erano mai parsi tanto belli.
Dio! Dio! Che dolore!… Anche i suoi gioielli le erano cari, cari, cari… come la sua casa, come tutto!
Che strazio doversene dividere!
Dio! Dio! Com'era infelice!
Che cosa doveva fare? Che cosa poteva fare?—E pensando, pensando e sospirando alzò il capo, e si vide riflessa nel grande specchio che le stava dinanzi e che teneva tutta una parete, fino a terra.
…. Tanti uomini che commettevano pazzie, che si rovinavano per donnacce…. per femmine fruste da caffèchantant, per certifondi di quinta!…
Dov'erano questi uomini?
E tornando a fissare i gioielli scintillanti, si sentiva presa da una rabbia cieca, da un gran dolore, da una gran voglia di piangere… e pianse.
Era sfortunata… troppo sfortunata!
Per essa non era diventato matto altro che suo marito, e quando già era rovinato!
Per gli altri era una donna…. indifferente.
Anche Pietro Laner non aveva finito consolandosi… e sposando Evelina?
—E il Kloss?… Non scappava a Carlsbad?!
Era sfortunata!… Era troppo sfortunata! Troppo! Troppo! Proprio troppo!
In quel punto sentì la cameriera che veniva a cercarla. Chiuse gli astucci e li cacciò nel forzierino.
—Riceve, signora duchessa?—le domandò la cameriera.
—Chi c'è?
—Il commendator Cantasirena.
—Lo zio Matteo!
Nora, in quel minuto, dimenticò l'astio, il rancore, la gelosia, dimenticò Evelina, il Laner, non pensò più che alle sue perle, a' suoi brillanti e corse di slancio incontro allo zio Matteo, come alla sua unica speranza, alla sua unica salvezza!
Vi fu un abbraccio, una scena commovente: lo zio Matteo, lui, nel rivederla soltanto, aveva dimenticato tutti i torti, tutta l'ingratitudine della sua figliuola, della sua prediletta figliuola.
E glielo disse appena potè parlare.
—Bisogna perdonarti tutto per la tua bellezza!… Ti sei fatta ancora più bella! Quel nostro Giovanni può vantarsi di essere il più fortunato dei mortali.
Nora sospirò.
—È geloso forse?—domandò Matteo Cantasirena aggrottando le ciglia.
L'altra alzò le spalle.
—E allora, cosa c'è?—Ho saputo soltanto un momento fa, da quella peste di Evelina, che eri tornata; iersera ti ha veduta in carrozza. Ho lasciato che si sfogasse contro di te, e sono corso qui per abbracciarti. Se il nostro Giovanni si comporta male, se sei infelice, se hai bisogno di me, ricordati che il cuore di tuo zio è sempre quello…. di tuo padre! Ma sai che è splendido questo tuo appartamento?—E si guardava attorno ammirando le sale e i mobili.—Splendido! regale!… Se hai dei dispiaceri parla con me.
Nora vergognandosi di dover confessare i dissesti e i debiti, cominciò ad accusare il ragionier Vigliani di aver abusato della fiducia e della spensieratezza di suo marito.
Matteo Cantasirena sentenziò gravemente:
—Tutti così i ragionieri, gli amministratori! L'aritmetica è la scienza degli imbroglioni.—E andò alla finestra ad ammirare anche il giardino:
—Stupendo!
Ma ad un tratto, si oscurò, e mormorò con gran dolore:
—Ah, poveroNuma!
Nel giardino aveva visto passare un gatto.
—Il poveroNuma, il mio fido e più sincero amico, è morto! Fu trovato morto, misteriosamente, nel sottoscala. Io credo lo abbia avvelenato Evelina coll'arsenico, per far dispetto alla Gioconda. Sai?… Non si parlano più: siamo giunti a questo estremo!
Ma quando Nora gli disse che il ragionier Vigliani voleva quasi imporre di vendere il palazzo di Milano e la villa di Casalbara, Matteo Cantasirena dimenticò il poveroNumae montò su tutte le furie: si era già abituato a quel bel palazzo, a tutto quel lusso della sua figliuola, come se fosse roba sua.
—Niente! Niente! Non venderemo niente!… Il tuo palazzo di Milano?… dove il duca Eriprando cospirava nel 53 con Piolti De Bianchi? cogli Alamanni? La villa dei Casalbara?… Ma sono monumenti…. monumenti nazionali!…
Poi, rivoltosi a Nora le domandò:
—Dov'è questo Giovanni?
—È a letto…. indisposto.
—Indisposto?…—Lo zio Matteo guardò la nipote fissamente.
—S'è infreddato nel viaggio.
—Palpitazioni di cuore?
—Non credo.
—Allora, meno male. Abbiamo bisogno che il nostro Giovanni stia bene. Mettiamo pure che vi restino sole quindicimila lire di rendita, secondo dice quel Vigliani!… Ebbene, Giovanni potrà percepirne altre venticinquemila…. annue…. e in tutto faranno quaranta: indennizzi e rappresentanza per il Presidente del Consiglio d'amministrazione dellaCisalpina, e poi in seguito…. il mio è tuo—tutto tuo.—Colla signora Laner, ho fatto punto, e basta! Abborro gli ingrati…. e amo la bella gente!—Matteo Cantasirena sorrise e non accarezzò più il mento alla "superba Eleonora" ma le baciò la mano colla galanteria del gran secolo.
—Sarà una debolezza, ma sono artista anche nel cuore. Dammi un bacio, bella duchessa cara, e se puoi ottenere dal nostro Giovanni che accetti le mie proposte, siamo a cavallo. LaCisalpinaavrà il suo degno e legittimo rappresentante.
Nora lo guardava coi grandi occhi azzurri, fissi, indagatori.
Non era un'altra delle grandi idee e delle solite delusioni dello zioCantasirena?… Pure, anche il signor Galli aveva parlato dellaCisalpina… dell'influenza, del potere dello zio Matteo anche sulKloss.
L'altro lesse negli occhi e nella mente di Nora tutte le esitanze, i dubbi, i timori.
—Eleonora mia: fra noi due, d'accordo, teniamo il mondo nel nostro pugno. Tu imponi a tuo marito di accettare la presidenza dellaCisalpina. Alla vicepresidenza avremo l'attuale presidente provvisorio, il marchese Tolomei, o il conte Bobboli…. La compagnia è ottima. Abbiamo con noi il fior fiore di tutte le aristocrazie, del nome, del censo, dell'ingegno…. anche dell'arte. Lo scultore Gesualdo Arcangeli, un talento di prim'ordine. Vedrai il bronzo che mi ha regalato. Il poveroNuma!si muove…. miagola!… È un capolavoro! E con noi, nel Consiglio di amministrazione, abbiamo un altro amico di tuo marito: Francesco Kloss.
Nora trasalì: era proprio vero! Allora si confidò collo zio e gli parlò delle cambiali.
Matteo Cantasirena diventò serio, poi sorrise, la consolò. Per la prima scadenza delle quindicimila lire, momentaneamente, avrebbe provveduto lui: per le altre scadenze c'era tempo. Avrebbe pensato col Fontanella a qualche giro, a qualche operazione di mutuo.
—Ma…. oggi stesso…. vorrei portare in Consiglio l'adesione di tuo marito. Sai che finora egli è sempre stato contrario.
—Non importa, adesso accetterà,—rispose Nora risolutamente.
—Sei sicura? Puoi garantire?
—Sì.—L'occhio di Nora si fece torvo: la piccola ruga della fronte era più profonda.
—Sì.
…. Poco dopo, seguita dallo zio Matteo, essa entrava adagio nella camera del Casalbara: la camera era ancora tutta buia, come il giorno innanzi.
Nora si avvicinò, sola, al letto del malato: Matteo Cantasirena si fermò, non visto, vicino all'uscio.
Il Casalbara, lungo disteso nel letto, soffriva assai: aveva sulla fronte una pezzuola diaccia.
Nora si chinò per guardarlo; colla testa bionda sfiorava quasi la faccia del marito.
—Come stai, Nannucci?
L'altro rispose con un tremito, quasi con un sibilo impercettibile: quelle parole buone, affettuose, gli empirono la gola, gli occhi, il cuore di lacrime:
—Bene….adesso,—bisbigliò.
Dio! Dio!… Erano due giorni che soffriva, solo, abbandonato, in quella camera buia!… Come aveva sentito prepotente, ardente, il bisogno di sua moglie, di sua moglie buona, dolce, amorosa! Il bisogno di vederla, di udire la sua voce, il bisogno di vederla a muoversi, a scherzare, il bisogno di sentirla ridere, parlare. E dopo tanti sgarbi, tanti rimproveri, tanti insulti, come aveva bisogno di unasuaparola buona!….
Oh, era disposto ad ogni sommissione, purchè gli perdonasse! Avrebbe accettato qualunque sacrificio!…. Vederla soltanto! Soltanto vederla!
…. Avrebbe sopportato tutto ormai, avrebbe commesso qualunque viltà, purchè non lo lasciasse più solo!
—Ti senti un pochino meglio?
—Meglio….adesso.—E sporse le labbra implorando: Essa gli sorrise e lo baciò.
—Grazie…. grazie…. sono guaritoadesso.
—Resta quieto, tranquillo,—gli disse Nora sempre pianino; poi gli accomodò le coltri attorno al collo, la pezzuola diaccia in mezzo alla fronte.
—Hai bisogno di star quieto, di riposare, di guarire.
—Perdonato? Perdonato?
—Sì: se sarai buono.
—Sono ancora Nannucci?
—Sì: se mi darai retta, sì. C'è stato il signor Galli.
—Fa ciò che vuoi, tutto ciò che vuoi! Ti lascio padrona di tutto. E poi sono malato, soffro….—E si lasciò ricadere nel letto, affranto.
—Il signor Galli mi pare un brav'uomo. Si è messo interamente a nostra disposizione. Oggi anderà dal ragionier Vigliani. Se non ci fossero…. quelle cambiali, tutto si potrebbe accomodare.
—Le cambiali!…—ripetè il malato con un lungo gemito.
In quel punto, il Casalbara vide un'ombra muoversi presso l'uscio, avvicinarsi.
—Chi è?—gridò scattando, spaventato.
—È lo zio. Ha saputo che siamo tornati, e che tu stai poco bene: desiderava salutarti. Vuoi?—E Nora voltandosi, chiamò vicino Matteo colla mano.
Il vecchio si tirò su a sedere sul letto e guardò con diffidenza Cantasirena che si avvicinava in punta di piedi, facendo scricchiolar l'impiantito.
—Grazie!—gli disse appena il Casalbara colla voce secca, stizzosa: e chiuse gli occhi mostrando di soffrire: così l'altro avrebbe capito e se ne sarebbe andato.
—Stai sotto….—e la moglie l'obbligò a riadagiarsi disteso, rimettendogli sulla fronte, dopo di averla immersa di nuovo nell'acqua diacciata, la pezzuola che gli era caduta nell'alzarsi.
—Lo zio è buono, ci vuol bene: farà molto per noi.
Il malato rispose un altro grazie, ma questa volta con un tono umile, di remissione.
—Datevi la mano,—impose la duchessa sorridendo.—Fate la pace.
Il Casalbara tirò fuori faticosamente, di sotto alle coltri, la mano stecchita…
Lo zio Matteo gliela strinse con trasporto; e tornò a commuoversi anche per quest'altra riconciliazione. Poi bisbigliò:
—Il nostro Giovanni pensi soltanto a guarire. Sono disturbi più seccanti che gravi. Vi manderò il mio dottore. È giovane, ma è un valore, universalmente riconosciuto. Il dottor Foresti. Il fratello di sua madre, era segretario di Daniele Manin. Tu non pensare altro che a guarire. Per tutto il resto—aggiunse parlandogli all'orecchio—per gli affari e anche per le cambiali, io, e quest'angelo che ti adora—e indicò la nipote—provvederemo: entreremo in porto vittoriosamente.
—Anche per le cambiali?—balbettò il vecchio, girando l'occhio inquieto, incerto, ora su Nora, ora sul Cantasirena: e il respiro gli diventava più affannoso e le palpitazioni del cuore più frequenti.
Matteo rimase in piedi da una parte del letto: Nora dall'altra, quasi inginocchiata, tutta appoggiata, buttata sulla sponda, e gli bisbigliò, coll'alito caldo:
—Anche tu dovrai essere ragionevole…. buono….
Il Casalbara ebbe un brivido, un fremito in tutto il corpo.
Nell'oscurità si disegnava quasi fantasticamente la figura alta di Matteo Cantasirena; la testa calva e la lunga barba…. lo sparato bianco sotto il soprabito nero: e dall'altro lato la massa bionda odorosa dei cappelli di Nora, si confondeva dove l'ombra era più profonda, si moveva appena, lievemente.
Matteo Cantasirena cominciò a parlare: anche parlando sommessamente, la voce era morbida, insinuante, penetrante.
—Sua Eccellenza il ministro dei Lavori pubblici, ha promesso di fare in settembre una Visita a Primarole. Io spero che la mia Eleonora e il mio caro Giovanni saranno in quell'epoca a Casalbara per riceverlo.
—No…. no…. lasciatemi in pace,—bisbigliò il malato; ma voltandosi col capo per fuggire da Cantasirena, incontrò lo sguardo tenero, affascinante, il sorriso di Nora, e rimase beato, incantato a guardarla.
L'altro lo confortò: i suoi imbarazzi momentanei erano comuni pur troppo a tutte le più grandi, le più illustri famiglie italiane che non avevano capito e non si erano uniformate allo spirito dei tempi, all'evoluzione moderna. I feudi, le decime, i fidecomissi, tutta roba portata via,scamottatacon un pretesto o con un altro. Oramai i grandi nomi dovevano imporsi ai grandi affari. Fatta l'Italia bisognava renderla ricca, potente: dopo le sante battaglie della redenzione, della libertà, le lotte, le battaglie non meno gloriose per la prosperità, per la grandezza, per l'indipendenza economica della patria….
Il povero duca scrollava il capo; diceva di no sempre, ostinatamente… ma a mano a mano più debolmente.
—No…. No…. No…. voglio vivere in pace…. voglio vivere in pace…. no…. no….—Poi la sua voce si spense…. non disse più nulla: lasciò che Matteo Cantasirena parlasse, continuasse a parlare…. non lo vedeva…. non lo sentiva….
Vedeva soltanto Nora così giovane, così bionda che gli sorrideva, vicino vicino, colla bocca umida e rossa, cogli occhi maliziosetti e tentatori…. Sentiva soltanto la mano di Nora, quella mano piccola e calda, penetrata furtivamente sotto le coltri…. la sentiva avvicinarsi, cercare la sua.
LeRisorse Italicheannunciando la visita di S. E. il Ministro dei Lavori Pubblici a Primarole e a Castellanzo avevano proclamato ai quattro venti che sarebbe stata la "festa del lavoro e della concordia".
Invece pochissima concordia e molto malumore.
Erano arrivati a Primarole collo stesso treno di S. E. anche i due deputati del luogo, l'onorevole Bonforti e l'onorevole Ghirlanda, e ciò aveva suscitato le ire dei moderati e dei clericali dellaCisalpina: non tanto per il fatto in sè stesso, quanto per il contegno "servile" tenuto verso i due "onorevoli del radicalume", dai maggiorenti del Consiglio e dallo stesso ministro!
Il Tolomei soltanto gongolava e si capisce. Il fatto, in certo qual modo, confondeva le tinte politiche dellaCisalpina, veniva quasi a confermare che egli non aveva commessa una diserzione, un affare, e lo riabilitava agli occhi loschi della democrazia!… Ma quella banderuola del Fontanella?… Quel portentoso Dulcamara del Cantasirena? Quel Prefetto, e quell'Eccellenza "alla carlona" sempre a braccetto all'uno o all'altro dei due onorevoli della Montagna, sempre con loro al ricevimento alla stazione, al "vermut d'onore" offerto dal sindaco, all'inaugurazione del "Falanstero Eleonora?"
E quel beì del conte Bobboli che per non farsi vedere, per non mettersi in mostra neppure questa volta, era scappato a Parigi…. a farsi rifare il parrucchino?…
E Taddeo?… Borbottavano persino contro il povero Taddeo nominato a Primarole "sorvegliante generale", perchè durante la visita ai lavori della "diga massima" aveva sempre seguito il Bonforti e il Ghirlanda portando loro il soprabito, saltellando sul suo troncone, come una gazzera!
Ma il povero Taddeo non aveva l'animo servile; aveva l'animo modesto.
Egli aveva ottenuto quel posto fisso e sicuro di due lire al giorno col lume e l'alloggio, aveva raggiunto il suo sogno di vivere in campagna, in mezzo alla brava gente, alla buona gente, e credeva di dovere quella sua fortuna insperata e immeritata a tutti quanti, perchè tutti quanti gli volevano bene, e a tutti quanti egli voleva dimostrare a furia di attenzioni e di premure, la propria contentezza e la propria gratitudine.
Pio Calca, sempre rosso scarlatto, era più stizzoso di tutti, anche per le ansie della futura elezione. Diventò poi furibondo quando udì il Ministro, dall'alto del primo "ponte di raccordo" encomiare il Ghirlanda e il Bonforti e additarli agli operai, ai braccianti, come "i loro strenui difensori, i loro veri e legittimi rappresentanti!"
—Quel "geometra" diventa matto!
E durante tutta la visita, su e giù lungo i canali, continuava a sfogarsi coi giovani collaboratori delleRisorse Italiche, vestiti di tutto punto coll'eleganza e l'etichetta prescritta da quella giornata disportpolitico e industriale; e quando il gruppo dei cappelli a cilindro, il Ministro, il Prefetto, il Sindaco, il Fontanella, Matteo Cantasirena, il Brunetti, si soffermò dinanzi al Municipio, anche Pio Calca fece unaltcol suo drappello, sempre però tenendosi in disparte, a dignitosa e significativa distanza. Passava dall'ira al disprezzo e con quel suo riso stridulo e stonato che pareva un singulto, faceva dello spirito alle spalle di "Sua Eccellenza il geometra" anche col marchese Duranti che lo ascoltava muto, ripulendosi la lente col fazzoletto candido di batista, dimenando la testa grave, pensierosa, dal gran ciuffo grigio, con un lieve e continuo dondolìo nel quale era congiunto al profondo disgusto per i tempi nuovi, un tic nervoso, sintomo foriero della paralisi.
Ma la vittima prediletta del giovane aspirante alla deputazione, quello con cui egli si sfogava di più e più a lungo e più forte, era monsignor Meneguzzi, il "reverendo delle contesse".
Monsignor Meneguzzi era un bel prete, pulito e roseo come una sposa, elegante, vestito mezzo di seta, col grosso cordone d'oro da cappellano della Croce Rossa, attorno al nicchio rotondo. Il Monsignore prendeva sul serio le minacce di Pio Calca, ne rimaneva impressionato, spaventato, e l'altro, contento dell'effetto, sgranava il bianco delle pupille, diventava un ossesso.
—Questo è il gran giorno!… Duo schiaffi e li metto a posto!… Due schiaffi e li metto a posto! Mi lasci andare!…—e pestava i piedi.
Il prete per frenarlo gli tirava il vestito:
—Bravo! Bravo! Da bravo!… E la mamma? E la mamma, poveretta?…Giudizio per la mamma!…
—Quattro schiaffi e li metto a posto!… Prima di sera!
—Da bravo! Da bravo! Giudizio per la mamma! Farai a tempo debito le tue giuste rimostranze. Ne parleremo al Casalbara, alla signora duchessa, sempre così piena di buon senso e di criterio.
Al nome della duchessa, Pio Calca si placava, e prendendo Monsignore a braccetto gli faceva le sue confidenze.
—Ecco…. trattandosi della duchessa Eleonora—e lo cantava anche lui il bel nome, in voce di falsetto—rinuncerei volentieri…. anche alla Camera.
Allora il Monsignore si spaventava per un altro verso:
—Vergogna! Vergogna!… La moglie altrui!… Se lo sapesse la mamma!… E se lo sapesse il duca!…—e si affrettava a cambiar discorso.—Le tue giuste rimostranze…. le faremo al duca Giovanni! È il Presidente!… Ha una grande autorità nel Consiglio! È un grand'uomo!
Certo se ci fosse stato il Casalbara, avrebbe saputo evitare, col suo tatto da gran signore, molte cagioni di malcontento. Ma il duca, per riguardo alla sua salute—deperiva di giorno in giorno—invece di affaticarsi troppo, recandosi a Primarole, aspettava il Ministro a Casalbara, dove vi sarebbe stato il grande banchetto in onore di Sua Eccellenza e dellaCisalpina.
Il duca aveva preso sul serio il suo posto di rappresentanza, di comparsa. Poco interessandosi, pochissimo comprendendo degli affari complicati e imbrogliati dellaCisalpina, non mancava mai a una seduta, sonnecchiando intorpidito, mentre gli altri discutevano o gridavano; non mancava mai ad una visita ufficiale, ad un ricevimento, ad una inaugurazione.—Era stato costretto ad accettarne la presidenza; l'aveva accettata. Ad essa era unito un forte onorario: e un sentimento di onestà, di dovere, di fierezza gli imponeva di "guadagnarsi il suo pane".
…. Di guadagnarsi il suo pane—facendo da richiamo, da zimbello per acchiappare i merli!… Facendo scrivere quel suo nome illustre, glorioso, intemerato, quale "etichetta" sulle azioni dellaCisalpina!… Facendo il pagliaccio!… Facendo il buffone!
Il cuore del povero vecchio era gonfio di amarezza: i suoi stessi pregiudizi di casta, di sangue, di orgoglio, rendevano più viva, più acuta la ferita.
Che tramonto, che rovina per la sua casa, per il suo nome! Che offesa alla memoria pura e sacra del fratello! Eppure…. eppure anche il martirio, la lunga prigionia del fratello Eriprando lo aiutavano…. a guadagnarsi il suo pane!
Ed era stata sua moglie a costringerlo…. ed era stato per Eleonora che aveva accettato!
Sua moglie!… lo sentiva, finiva per ucciderlo a poco a poco, rendendolo prima imbecille. Sua moglie!… Così giovane, così fiorente, così forte!… Gli dava brividi di terrore.—Sprofondato nella sua poltrona, certe volte, la fissava torvo, la guatava cogli occhi pieni di rancori e di astio, eppure…. eppure non poteva vivere senza di lei, e dopo i dispetti, le collere, le rivolte, aveva sommissioni vergognose, e supplicava, implorava la sua "stella" piangendo come un fanciullo!…
Era la duchessa, ormai, la padrona: essa sola si occupava degli affari, si occupava della casa, e indirettamente, secondo le istruzioni dello zio Matteo, si occupava anche dellaCisalpina.
La prodiga spensieratezza, l'indolenza, la sua stessa debolezza, inspiravano al Casalbara un sentimento di dignità e di nobiltà malintesa, gli facevano commettere quest'ultima follia.
Sdegnoso, puntiglioso, ostinato nel "guadagnare il suo pane" lo era altrettanto nel non voler toccare, nè vedere i denari "dello stipendio". Li doveva riscuotere sua moglie…. come sua moglie soltanto doveva ricevere il ragionier Vigliani e il signor Galli. E sdegnoso, puntiglioso, ostinato, così facendo credeva anche di vendicarsi!
La sua villa, la villa dei Casalbara, era simile alla maggior parte delle antiche ville un po' monotone di Lombardia. Sul dinanzi il terrazzo al quale si accedeva da un'ampia gradinata; tutto intorno un giardino dalle piccole aiuole fiorite, a disegni rari e simmetrici; poi un lungo viale di ippocastani, e, infine, attorno al torso mutilato di un Ercole gigantesco; una selvetta umida, cupa, triste, di mortella e di piante parassite.
Il duca aspettava sul terrazzo l'arrivo di Sua Eccellenza.
Era una giornata calda di settembre, e il sole dardeggiava; pure il duca tremava, curvo sotto l'ombrellino. Indossava un largo paltò chiaro, pesante, e aveva un grosso garofano all'occhiello.
Nora gli era dinanzi sulla gradinata, per scorgere di lontano l'arrivo delle carrozze: sul terrazzo, più indietro del duca, più indietro dei domestici che avevano portato un gran vassoio di granite e di acque in ghiaccio, accanto alla porta, c'erano Evelina e Pietro Laner: Evelina infagottata in un magnifico abito della duchessa; Pietro Laner sempre più magro, a testa bassa, intimidito anche delle livree dei servitori.
—Son qui! Arrivano adesso!—gridò Nora giuliva, scorgendo fra il polverio della strada tre landò scoperti, che si avvicinavano al trotto. Essa godeva febbrilmente di quelle feste che finivano sempre in un suo nuovo trionfo.
Il duca scese, e quando le passò dinanzi, rabbioso e astioso vedendola così allegra e così bella, bisbigliò il solito ritornello:
—Andiamo a guadagnare il nostro pane con Sua Eccellenza!
Nora diventò rossa. I servitori potevano aver inteso, ed anche Evelina e quelpreteantipatico di Pietro Laner! Rimase un po' sconcertata, confusa, ma poi il suo ardire, il buon umore di quel giorno, ebbero il sopravvento, e volle prendersi a sua volta la rivincita: sapeva quanto suo marito tenesse alle forme, all'etichetta, ai ricevimenti ufficiali, e lei di colpo, appena cominciate le presentazioni, corse giù dalla gradinata, corse incontro al Ministro, che aveva già conosciuto a Milano, e ridendo se lo portò via, dicendogli che doveva essere stanco di ricevimenti, di discorsi, di presentazioni…. Se lo portò via, sotto braccio, avvolgendolo col suo profumo, abbagliandolo co' suoi capelli biondi, incantandolo col suo sorriso.
—Brava! Bravissima!…—le diceva il ministro.
Ma Nora non dimenticò, non volle dimenticare di essere la presidentessa:
—Dunque…. Eccellenza?… Il Bonforti e il Ghirlanda sono presi finalmente…. nell'orbita ministeriale?…
—Cioè, seguono la corrente…. delle acque dellaCisalpina.
Intervenne gonfio Cantasirena, socchiudendo gli occhi:
—Alla Camera il Bonforti e il Ghirlanda sono ormai fra gli inamovibili: combatterli è inutile; ciò che è inutile è pericoloso. Conquistarli—e soffiò—that is the question!
Nora, facendosi seguire dal Ministro, piantò lo zio Matteo e continuò a passeggiare nel giardino.
Cantasirena raggiunse lentamente il suo caro Giovanni, che stava complimentando il Prefetto, il Sindaco di Primarole, i due segretari particolari di Sua Eccellenza, e monsignor Meneguzzi e Pio Calca e il marchese Duranti e il Fontanella.
Gli altri invitati dovevano arrivare più tardi col tram.
Matteo Cantasirena, a studiarlo bene, non pareva troppo soddisfatto e sicuro di sè. Le sue dita avevano un tremito nervoso mentre si lisciava la barba, mentre ne arricciolava la punta.
Tirato a parte il duca gli domandò piano:
—Il Kloss non è venuto?
—Pare di no.
—Non ha mandato il Galli? Non ha incaricato nessuno di rappresentarlo al banchetto?
—Bisogna domandarlo a mia moglie—rispose acre il Casalbara, e gli voltò le spalle, mettendosi a discorrere col marchese Duranti.
Matteo, istintivamente, guardò subito verso la sua cara figliuola: in mezzo al giardino, sotto il sole, la figura bianca, bionda, elegantissima, vaporosa, spiccava sfolgorando al fianco della piccola Eccellenza, tozza e volgare nell'abito nero.
…. Non era il momento di domandarle del Kloss!…
—Maledetto boemo!—borbottò fra sè il direttore. Poi, vedendosi vicino monsignor Meneguzzi e Pio Calca, si ricordò che bisognava placare il loro risentimento, e i loro timori; se li prese tutti e due sotto il braccio e cominciò a ridere per l'arrivo del Bonforti e del Ghirlanda a Primarole.
Intanto la duchessa aveva colto due magnifiche viole del pensiero e le infilava colla prestezza graziosa delle manine pallide e ingemmate, all'occhiello di Sua Eccellenza.
—Oh, signora duchessa! Amabilissima!…
Il ministro, dopo tanti discorsi, tanta politica, tanto parlare e tanto caldo, respirava a larghi polmoni quell'aria libera…. e la bellezza, la fragrante giovinezza di Nora.
Sorridendo essa infilò di nuovo la manina sotto il braccio del Ministro, per riaccompagnarlo verso la sua piccola corte: tutti, vedendo avvicinarsi Sua Eccellenza e la duchessa Eleonora, si disposero in fila per riceverli.
—Oh! che peccato!—sospirò il ministro.
Nora sorrise, fissandolo cogli occhi rilucenti:
—Torni presto a Casalbara,… ma non il ministro….lei.
La povera Eccellenza, che in vita sua aveva molto lavorato e pochissimo avvicinato le belle signore, capì…. non capì.—Che cosa doveva capire?—Era appena un complimento? Era più di un complimento?… Il forte parlamentare perdette la prontezza della parola.
—Amabilissima e…. Amabilissima!… Ma intanto…. perchè non vien lei…. a Roma?…
Raggiunto il duca di Casalbara, il ministro, sempre dando il braccio alla duchessa Eleonora, e colla sua piccola corte raggruppata intorno, cominciò a lodare la prospettiva, il giardino, la bella vista, la splendida giornata.
Poi, sempre colla duchessa, sempre parlando, ridendo piano colla duchessa, mentre il seguito gli faceva coda, ammirando il barocco della facciata, salì lentamente per visitare la villa. Sul terrazzo si fermò, prese una granita, e intanto la duchessa gli presentò Evelina. Non disse "la signora Laner"; disse soltanto coll'effusione un po' teatrale dello zio Matteo "la mia buona, la mia cara Evelina!"
Pietro non lo presentò; anzi, quando tutti insieme se ne andarono dal terrazzo, Nora gli passò dinanzi senza nemmeno guardarlo, più alta, più diritta, più superba.
Essa guidò gli ospiti, obbedendo a un cenno fattole dallo zio Matteo, in una sala terrena, dove c'era un magnifico ritratto di Eriprando di Casalbara, grande al naturale.
Tutta la comitiva, ristorata dai rinfreschi, parlava, rideva, discorreva animatamente, ma quando si fermò, facendo circolo dinanzi al ritratto, il silenzio divenne generale, profondo, il raccoglimento religioso.
—È un dono del Gran re!—tuonò la voce di Matteo Cantasirena, e ricordò, commosso, alcuni episodi del martire illustre…. "magnanimo".
Evelina era rimasta fuori, sul terrazzo, vicino ai dolci e alle granite.
IlDizionario dei patriotti viventiaveva sospeso le pubblicazioni: il conte Bobboli beì—patriotta dell'espansione coloniale—era stato l'ultimo dell'ultima puntata dell'ultima appendice. Dopo quel gran da fare, quel gran lavorare affrettato, angosciato nelle strette durissime del bisogno, Evelina riposava, si godeva la campagna, si godeva lo belle giornate, si godeva il far niente; sopratutto il far niente.
Passava i giorni coi giorni, sdraiata sul terrazzo, sonnecchiando in mezzo alla quiete del gran sole. Dopo il frastuono assordante di Milano, dopo il via vai, il vociar confuso della folla, essa gustava l'armonia vaga, recondita di quella pace, di quella solitudine, di quel silenzio. Sorrideva al saltellar dei passeri sulla ghiaia del giardino…. fissava intenta il volo di due farfallette bianche, perdentesi nell'aria nitida, contro il cielo azzurro.
La signora Laner pareva quasi una vecchia, nel magnifico abito regalatole da Nora, e che essa si era aggiustato e adattato da sè.
Il suo viso era più giallognolo, più patito, quantunque non fosse mai stata ammalata. Anche la gravidanza che avea deciso il Laner e affrettate le nozze, era stata…. un falso allarme. Dopo successo il matrimonio, i sintomi non si erano più ripetuti. Evelina stessa dovette confessare al dottor Foresti che si era "forse" sbagliata. Sembrava più brutta e più gobba, perchè adesso non voleva più darsi la pena, l'incomodo, di tenersi su, di comparire; ormai era maritata, era "a posto".—A che scopo buttar via denari e seccarsi e stancarsi?
Era così piacevole e dolce il non far niente, più niente!… Alzarsi tardi, passare le lunghe ore del giorno, le ore calde, sognando, dormicchiando…. e sorbire granite e rosicchiare confetti.
Ne prese un altro, unfondant, e lo succiò lentamente, poi si tirò vicino il piccolo vassoio di cristallo e scelse le pasticche di menta peperita, i cioccolatini alla vaniglia, e se li chiuse nella borsetta che portava sempre appesa al braccio.
Quella borsetta era un po' sdruscita…. e la signora Laner, guardandola, sospirava e pensava a quella di Nora, colla cerniera e la catenella d'oro.
Sul terrazzo venne a sedersi anche Pietro Laner: era stralunato.
Evelina lo guardò, continuando a scegliere igianduiottinella carta d'argento, le grosse mandorle colorate e gli domandò:
—Dove sono gli altri?
—Nella sala del biliardo.Lei….—Pietro Laner sdegnava di dare aNora il titolo di duchessa e arrossiva di chiamarla come unavolta—leigioca al biliardo con Sua Eccellenza e con monsignorMeneguzzi.
Il Laner soffriva: Evelina se ne accorse, ma non se ne accorò. Si sdraiò più comoda e facendo l'altalena colla poltrona a dondolo, socchiuse le palpebre, fissando una striscia di sole, animata, avvivata da una miriade di moscerini.
—Non prendi una granita?… Sono di fragola, eccellenti.
—No.
Evelina tornò a guardare il marito.
—Quell'altra, te ne ha fatto delle sue?
Pietro non rispose, ma si fece più cupo.
—Sai che non ti può vedere!… Perchè le vai sempre fra i piedi?
—Domani torno a Milano—borbottò il Laner.—Son venuto soltanto per la visita del Ministro, non per…. gli altri. Domani ritorno a Milano.
—Non c'è bisogno di scappare e non c'è bisogno di correrle dietro.
Evelina disse tutto ciò pacatamente, continuando a dondolare, spingendosi piano colla punta dei piedi; disse tutto ciò pacatamente, senz'ira, senza dolore.
La signora Laner non era gelosa. Essa non aveva mai avuto troppe pretensioni: non aveva aspirato ai grandi diritti dell'amore. Adesso non pensava più che a viver tranquilla, a viver bene, e a premunirsi per l'avvenire.
Non c'erano che le ventimila lire…. e le zie di Crodarossa.
Sopra lo zio Matteo svanivano le speranze. Prodigo con tutti gli altri, era taccagno con Evelina, perchè istigato contro di lei dalla Gioconda: era taccagno col Laner, perchè quel trentino gli era antipatico, perchè aveva ancora il rodimento delle famose ventimila lire, le sue ventimila lire…. cioè quelle del Casalbara.
Evelina, fatti i suoi calcoli, e non volendo intaccare il capitaletto, aveva risolto, fra sè e sè, di ritirarsi a Crodarossa, e intanto, per rendere la cosa più facile aveva già scritto alle zie, senza dir nulla nemmeno a Pietro, domandando…. "se li volevano a Crodarossa per un mesetto."
"Pietro sta poco bene: ha bisogno di respirare un po' d'aria buona, un po' d'aria nativa. Lo ha consigliato il nostro dottore, il dottor Foresti. Anch'io mi sento debolina e un po' malandata…. Oh, maper me…. non avrei mai,mai, avuto l'animo bastante d'incomodare le mie zie, di essere di peso alle mie care zie!"
Figurarsi le due vecchierelle!… Che "rebalton" e che "rivoluzion!" E figurarsi il "muso tremendo" di don Giuseppe!…
Ma questa volta la zia Angelica e la zia Rosina non si lasciarono imporre.
La sposa di Pierino, la "nuova padrona" che già era stata la loro angoscia, il loro tormento, quando era appena un'apprensione pel tempo avvenire, quando non era altro che un fantasma lontano, adesso, viva e non più sogno, ma realtà, adesso era un angelo, una "vera perfezion" era amata anch'essa come Pierino, cara come Pierino.
Le due vecchiette vivevano, palpitavano soltanto per l'arrivo degli sposi!… Non pensavano più che agli sposi, non pensavano più nemmeno all'economia!… Minacciavano una carneficina nel pollaio, una "strage" di mele cotogne e in quanto a don Giuseppe…. Don Giuseppe, in questa circostanza si era messo dalla parte del tortoproprio da bon.
—Se trata del nostro sangue….
—Se trata delle nostre viscere….
E la signora Angelica e la signora Rosa finivano in coro, alzando le braccia al cielo:—Jesus Maria!
Piantarono don Giuseppe, piantarono la Canonica, solo affaccendate, infervorate nel preparare l'alloggio.
—Dove li metteremo?
—In camera nostra, certo….
—Certissimo!
—La xè la più bela….
—La xè la più grande….
E contente, beate, senza un sospiro, avrebbero abbandonato anche quella cameretta: la cameretta fida e cara, il nido…. proprio il loro nido, colle finestre sull'orto e colla vista del "Gigantesso".
Tutto, tutto doveva essere di Pierino, era di Pierino, era della sposa di Pierino, in quell'improvviso tumulto, in quella festa inaspettata e grande del loro cuore!
Invece Evelina, poco prima dell'epoca fissata, cambiò di parere e scrisse un'altra lettera a Crodarossa.
"Per il molto lavoro sopraggiunto al mio Pietro, il quale del resto trova un gran giovamento dalla sua cura idropatica, dovremo rimandare ad altra epoca il sogno…. il bel sogno di Crodarossa."
"È un destino così!… Non posso esser felice,pienamentefelice, mai,mai!"
Evelina aveva il suo tornaconto per restare a Milano.
Nora, dopo fatta la pace collo zio Matteo, aveva voluto rivederla, aveva voluto far la pace anche con Evelina, ed Evelina era corsa subito "dalla duchessa"…. e subito si era fermata "dalla duchessa" anche a pranzo.
E da quel primo giorno in poi, Nora si era presa di un grande attaccamento per la signora Laner: dalla mattina, quando Nora era ancora a letto, poi quando si vestiva, poi a colazione, a pranzo, fino alla sera in teatro, la voleva sempre con sè.
Evelina sottomessa, remissiva, zelante, sempre ai piedi "della duchessa", sempre in ammirazione "della duchessa." Nora, invece, secondo l'umore: o erano carezze o erano strapazzate, ma colle carezze e colle strapazzate, fioccavano regali, sempre regali.
E la signora Laner, giudiziosamente, pure vagheggiando per l'avvenire la sua prima idea di andare a stabilirsi a Crodarossa, intanto, per il momento, si riempiva gli armadi, i cassettoni di roba…. e aveva licenziata la serva e chiusa la cucina.
Sempre fuori, sempre colla duchessa, che cosa doveva farne?…
Pietro, mangiava un boccone al giornale o in una qualche bettolaccia scovata da Mariano Perego. Sua moglie lo vedeva raramente anche prima di legarsi con Nora: adesso quasi mai.
Nora…. non lo poteva soffrire.
—È arrivato il tram?—domandò Evelina, continuando a far l'altalena colla poltrona a dondolo.
—Già; dev'essere arrivato…. coi suonatori!—rispose ironicamentePietro Laner.
Entrava in quel punto, dal grande cancello della villa, una frotta di persone, tutte in abito nero, guidate da Gesualdo Arcangeli, con un cappellone bigio, a cilindro, straordinario, una cravatta bianca svolazzante e un nodoso bastone, che roteava, come il bastone di un capo tamburo.
Erano gli altri convitati, quelli appunto che si aspettavano col tram.
C'era pure il dottor Foresti; veniva solo, l'ultimo. Il dottor Foresti ormai era di casa: andava innanzi e indietro da Milano, per il duca, due o tre volte alla settimana.
Evelina, appena lo vide, si alzò, gli andò incontro:
Si era ricordato di prenderle il bicarbonato e l'elisir di china?
Essa dava sempre al dottor Foresti qualche commissioncella per la farmacia Zambelletti. Era così gentile e buono il dottor Foresti!
Evelina sospirava teneramente nel ringraziarlo…. e non lo rimborsava delle spese.
Il Laner, che voleva scansare i nuovi arrivati, che voleva restar solo, se ne andò dal terrazzo; ma capitò peggio.
Lungo il corridoio incontrò la signora duchessa che ritornava in giardino, ridendo e scherzando con monsignor Meneguzzi e con Pio Calca.
Nora gli passò vicino. Il Laner, arrossendo, si fermò, s'inchinò.
La duchessa, a testa alta, gli lanciò un'occhiata ironica, sprezzante e rispose a monsignor Meneguzzi che gli aveva domandato piano all'orecchio chi fosse il Laner:
—È uno dei tanti mangiapani dellaCisalpina!
Pietro udì quelle parole: geloso di quei due, offeso da Nora, ebbe un impeto di collera.
—Signora, scusi!… Signora!—e la raggiunse per dirle…. per dirle che?
Niente. Non seppe dir più una parola e rimase confuso, intimidito quando si trovò dinanzi alla duchessa fiera, sdegnosa che lo fissava cogli occhi scintillanti, provocanti, sotto l'ombra cupa del largo cappello di paglia nera.
—Che vuole, signor Laner?
—Scusi…. duchessa,—balbettò—Volevo domandarle…. Parto domattina.Ha qualche ordine per Milano?
—No! Nessun ordine!—E la Casalbara tirò diritto sotto braccio a Pio Calca. Il Laner sentì, quand'essa fu lontana, uno scoppio di risa, trillante, squillante:
—Ride di me!… Ride di me!—mormorò il povero diavolo, e rimase avvilito, mortificato, irritato, ma contro la propria debolezza.
—Domani…. Domani…. ritorno a Milano!
Anche al banchetto, Pietro Laner ebbe uno degli ultimi posti: fra il maestro comunale di Casalbara e un assessore di Primarole. Eppure…. eppure finì per essere contento di trovarsi così lontano, così in disparte, quasi inosservato: poteva guardar Nora, continuare a guardarla.
L'ira, la collera erano svanite; non gli restava più che il suo amore pazzo, la sua gelosia furiosa.
Nora! Nora! Com'era bella! Era diventata ancor più bella: tutto e tutti rimanevano offuscati, oscurati, rimpiccioliti dalla sua bellezza! Lo stesso ministro non era più niente: Sua Eccellenza lo capiva, lo sentiva, e appariva umile dinanzi alla Casalbara, e le sue parole, il suo gesto, il chinar del capo, esprimevano l'ammirazione e la spontanea sudditanza.
Nora!… Oh, Nora, com'era bella, così animata, irrequieta, ridente! Pareva ancora più giovane e fresca, vicino a quel povero Ministro dal viso stanco, itterico, estenuato! Pareva ancora più bionda in mezzo alla luce allegra delle grandi lucerne, dei grandi lampadari, scintillante, riverberantesi a sprazzi, a guizzi, a raggi irridescenti sulle cristallerie, le argenterie della tavola…. E pareva ancora più bianca, più abbagliante fra tutte quelle barbe e quelle facce, fra tutti quegli abiti neri che la circondavano.
Nora era scollata, ampiamente scollata: il seno, le spalle ignude, uscivano quasi roride, stillanti di gemme dalla spuma candida dei merletti vaporosi.—Era pur bella, così bionda, così bianca; era abbagliante…. e così audacemente scollata non appariva invereconda: le perle, i brillanti, le vecchie gemme dei Casalbara, l'avvolgevano come di un'aureola, di un ammanto che imponevano l'ammirazione e il rispetto.
Pietro la guardava, continuava a guardarla….
Lei sola parlava, lei sola rideva; la sua voce chiara, armoniosa, il suo riso leggero e garbato parevano avvivare e dirigere la compostezza e il romorìo quieto che dominano al cominciare di un pranzo.
Pietro la guardava, continuava a guardarla….
A un tratto l'occhio di Nora, quantunque essa parlasse pianino con Sua Eccellenza, girò più lontano attorno alla tavola e a un certo punto si fermò con un sorriso, un saluto impercettibile, carezzevole.
Pietro, di volo, colse, seguì quell'occhiata e incontrò il bel viso da sposa di monsignor Meneguzzi che faceva a sua volta l'occhiolino alla duchessa, ma divotamente, compuntamente.
—Anche col prete!…—borbottò il Laner, e geloso, sospettoso, girò coll'occhio attorno alla tavola….
Tutti la guardavano, la fissavano, tutti! E Nora, sempre intenta, affabile, graziosa con Sua Eccellenza, aveva pure uno sguardo, un sorriso, una parolina, anche per tutti gli altri.
—Come sa fingere!… Come è civetta! Civetta!—sospirava Pietro.—Ma com'era bianca, bionda, bella e come tutti la ammiravano, la divoravano!
Pio Calca, fissandola, trasudava, gocciolava; il Fontanella restava a bocca aperta; il Brunetti strabiliato, stimava col Palazzoli il valor delle perle e dei brillanti; Gesualdo Arcangeli trinciava l'aria col pollice, come per segnare la perfezione delle linee, la magnificenza del busto;… il marchese Duranti, colla lente ficcata nell'occhio, la mirava cupido, rabbioso, e il dondolìo della testa si faceva più forte….
Soltanto Evelina e il dottor Foresti non si occupavano punto di Nora; parlavano fra di loro; fra di loro si capivano. Forse avevano sbagliato a non unirsi; entrambi avrebbero fatto maggior fortuna…. Ma erano ancora in tempo per stringersi in lega, nell'interesse comune….
Evelina intanto, scroccava al medico un piccolo consulto. Dopo pranzo si sentiva un po' gonfia, un po' oppressa. Una volta il bicarbonato le faceva tanto bene, adesso…. più niente! E fissando il dottore, con una grande e misteriosa tenerezza negli occhi, bisbigliava:
—Di me…. non vogliono saperne…. nemmeno i rimedi!
—Proveremo con una presina di magnesia e di bismuto—le suggeriva il dottore, con un'inflessione di voce insinuante.
Pietro Laner guardava Nora, continuava a guardarla….
E dire che era lui, lui che avrebbe dovuto sposarla! Era stato amato da quella donna! Cento volte essa gli aveva ripetuto: Ti amo, ti amo, ti amo!… E l'aveva baciata mille volte su quei capelli biondi, su quegli occhi perfidi, infami!… L'aveva divorata, divorata di baci, quella bocca ironica, sprezzante!
Ma era vero? Era possibile?… Non era un sogno?… La signora Casalbara, la duchessa, era Nora?…—Era stata Nora!—Adesso no, no, non lo era più, ma era stata Nora, la sua Nora, Nori!
Dio! Dio! Come si era trasformata, come aveva saputo trasformarsi, come era diventata "duchessa!" Era nata, per essere così…. per diventare così!
E il povero diavolo, il povero montanaro, il povero poeta di Crodarossa, capiva che era stato matto nelle sue speranze, ridicolo nelle sue pretese, ingiusto nelle sue collere!… La guardava, la guardava sempre, ma l'occhio suo diventava più mite, più tenero; svampava, svaniva la sua collera e sentiva come un sollievo, una contentezza nel poterla difendere, nel poterla giustificare dal profondo dell'animo, dal profondo del cuore, e concedere così al suo orgoglio, alla sua dignità, di amarla ancora, di amarla sempre.