IV.

—Tranne per il disturbo che vi siete preso, e del quale vi sono gratissimo, per tutto il resto voi non dovete perdere nemmeno un centesimo.—Io vi farò subito un nuovo effetto che voi potrete scontare.

—Sicuro, se ci metterò la mia firma; come l'altro. E per essere da capo con lo spavento di un protesto! No, no; lei mi rilascierà una cambiale e la terrò io nel mio portafoglio: ma si ricordi, alla scadenza non voglio chiacchiere!

—Come volete,—rispose Cantasirena, affermando anche col capo, con gentile accondiscendenza.—Del resto, caro Brunetti, credete ai vecchi! Il commercio, non è un giuoco d'azzardo: bisogna mantenersi calmi per essere avveduti. Voi siete troppo diffidente, e vi lasciate troppo impressionare. Ma pensate, benedett'uomo, quanti dolori, quante disgrazie vere ci piombano addosso tutti i giorni, senza andarne a pescare delle immaginarie e farci del cattivo sangue anche per quelle che ci potrebbero capitare! È il vostro difetto; è un difetto che vi fa danno, appunto per il credito del quale dite di aver bisogno. Vi vedono spaventato? Anche gli altri si spaventano. È naturale!—Poi, cambiando tono di voce e avanzandosi sul seggiolone gli domandò a bruciapelo:—Volete guadagnare centomila lire?

—Io?

—Sì, voi. E mettere il vostro nome in evidenza? E concorrere ad un'opera colossale, che formerà la ricchezza e sarà la gloria del paese?

—Lei, tutti i giorni, ne inventa una nuova!—brontolò il Brunetti con un atto di stizza; ma invece di andarsene, sedette sopra uno sgabello che era accanto alla scrivania, vicino al Direttore. Questi, sdraiandosi, allungandosi nel seggiolone e con un colpo forte battendo il palmo delle mani grasse sui bracciuoli, ripetè ancora, socchiudendo gli occhi, sorridendo con un fare da milionario, da Rothschild:—Cento-mila-lire!

—Tutti i giorni ne inventa una nuova!—tornò a ripetere il Brunetti a mezza voce, allungando il collo: non voleva credere, ma voleva sentire.

Cantasirena si voltò, si rivoltò, rimanendo lungo sdraiato come fosse in letto, e guardò il Brunetti senza parlare; poi cominciò a fare i suoi sfoghi, le sue confidenze:

—Il giornale, omai, era ridotto un semplice notiziario, una serie di dispacci. Non lo si faceva più col talento, ma coi denari: poteva avere ancora una grande diffusione, ma aveva perduta ogni influenza.—In politica?… Appassionarsi? Lottare? Combattere? Per chi?—Piccoli galantuomini, poveri d'ingegno, piccoli marioli privi d'audacia. Non un popolo di liberi, ma di liberti, sempre in cerca di un nuovo padrone.—E la rappresentanza nazionale? Non più un Desmoulins, appena qualche Mirabeau senza eloquenza!—E in arte? La macchinetta delle fotografie istantanee, sostituita ai voli, alle creazioni del genio!—Caro Brunetti, io mi ritiro dal giornalismo, dalla politica: sono vecchio e non ho più tempo da perdere. Voglio migliorare la mia condizione; lasciare uno stato alle mie figliuole, e il mio nome alla gratitudine di un popolo.

Ci fu un momento di pausa, poi rizzandosi a un tratto più alto, più largo, più maestoso:

—Volete stare con me? Da un grande dolore…, una grande idea. Il mio povero Fara-Bon è morto: dobbiamo essere noi, i raccoglitori e gli esecutori della sua grande eredità intellettuale?—E soggiunse sottovoce, parlando con una lentezza grave, mettendogli una mano sul braccio e stringendolo sempre più forte.

—Dobbiamo essere noi?….Noi due soli, i padroni del campo?

Il Brunetti rimaneva muto; ma si vedeva la sua mano muoversi nervosamente nella tasca dei pantaloni.

—Dunque?

—Dunque, che cosa?

—Sì o no?

—Intanto…. io non so nemmeno di che si tratta!—rispose il Brunetti con un'alzata di spalle. Aveva paura di Matteo Cantasirena…. ma aveva anche paura di perdere una buona occasione….—E prima di tutto, intendiamoci bene,—esclamò con forza.—Io non anticipo un soldo! assolutamente! Non anticipo un soldo!

Il Direttore sorrise crollando il capo, in atto di compatimento; poi, restando sempre sulla poltrona, si avvicinò quanto gli fu possibile, faccia a faccia al Brunetti, e cominciò con un grosso sospiro:

—È destino comune degli uomini di genio, Aristide, l'Alighieri, Camoens, Fulton, Fara-Bon, che le loro grandi idealità, le loro grandi scoperte, le loro grandi invenzioni, debbano imporsi e trionfare soltanto dopo la loro morte!—E continuò a parlare, a parlare, a parlare sempre faccia a faccia col Brunetti, fissandolo negli occhi, magnetizzandolo, ipnotizzandolo collo sguardo vivo, acuto, sfavillante, accarezzandolo, lusingandolo colla blandizie del sorriso amabile, confidenziale, ammaliandolo quasi coll'incanto della voce morbida, insinuante, tentatrice.

Cantasirena non aveva letta una sola parola, non aveva un dato qualunque che potesse riferirsi al grandioso progetto "colossale!" del compianto Fara-Bon; ma parlò, parlò, continuò a parlare con calore, con persuasione, con convinzione, con entusiasmo dellevie acqueee delle nuovecorrenti commerciali; del Po messo in comunicazione col Lago Maggiore e col Lago di Garda; del Porto di Venezia che sarebbe diventato il primo del mondo, perchè sarebbe stato necessariamente il grande punto di congiunzione e di partenza fra la navigazione interna e la navigazione marittima, fra l'Oriente, il Quarnero, le Bocche di Cattaro e le tre grandi vie delle Alpi: il Brennero, il Gottardo, e il Cenisio.

—E…. i milioni?—balbettò il signor Brunetti stordito, sbalordito.

—Il concorso immancabile del Governo, delle Provincie, dei Comuni: poi una grande società per azioni, della quale io sarò l'anima, la mente, e voi il braccio.

—E il progetto è in mano sua?… Lo ha lei?

Matteo Cantasirena sorrise appena e battè le dita con lentezza solenne sopra uno dei cassetti del tavolo:—Qui.

—Una cosa sola ci occorre per lanciare l'operazione: un uomo, un gran nome; un nome che s'imponga!… Una bestia magari, ma un nome di moda per metterlo alla testa del comitato.

—Sicuro…. un gran nome!—ripetè attonito il Brunetti.—Ma come trovarlo?

—Ci sarà…. C'è!—rispose Cantasirena, socchiudendo gli occhi e sdraiandosi nel seggiolone come Giove che si riposa sicuro, nella propria onnipotenza.

—Chi?… Chi?

Non lo poteva dire: era il suo segreto. Domani avrebbe potuto parlare. Oggi no: aveva data la sua parola. Solamente, senza tanti preamboli, gli occorrevano altre cinquecento lire. Aveva piccoli impegni fastidiosi, ai quali non poteva, non voleva mancare; voleva provvedere, in certo modo, a' suoi redattori che per la morte del giornale restavano in mezzo alla strada. Pietro Laner sopratutto, il Bardo Trentino! era solo a Milano e non poteva tornare presso la sua famiglia perchè l'Austria lo avrebbe arrestato e processato. E poi anche lui, insomma, non voleva aver l'aria di un morto di fame.

Il Brunetti, sulle prime, si era messo a gridare, a protestare, arrabbiandosi, infuriandosi di nuovo. Lo aveva detto, dichiarato, non voleva più anticipare nemmeno un soldo! No! No! Assolutamente, no! E poi…. non aveva vergogna a confessarlo: lo avesse anche voluto, non avrebbe potuto! Era alla fine del mese, aveva troppi impegni ed era diventato matto anche per trovare le altre diecimila lire.

No! No! Era impossibile, impossibilissimo!—Quel giorno, in cassa, non aveva nemmeno cento lire!—Era proprio vero! Poteva giurarlo! Lo giurava sulla testa delle sue creature!—Ma a poco a poco, l'altro continuava a parlare, a pregare, a tentare, e il povero signor Brunetti aveva finito col cedere, prima trecento, poi quattrocento, poi tutte le cinquecento.

—In fine, cos'erano cinquecento lire, in confronto di tutte le altre che gli doveva il Direttore? E poi, adesso, non si trattava del giornale,—il pozzo di San Patrizio!…—Era una grande speculazione!… Erano milioni che sarebbero stati messi in giro! Ma…. c'era un altro ma. Cinquecento lire subito, sul momento, il signor Brunetti non le aveva davvero. Però gliele avrebbe procurate dall'oggi al domani: senza fallo.

—Senza fallo!—ripetè il Direttore, con una serietà grave, minacciosa.—Si ricordi bene di non promettere e poi farmi aspettare secondo il solito.

L'altro tornò ad assicurare, a protestare continuando a ripetere: Senza fallo! Senza fallo; farò tutto il possibile. Senza fallo!

—Bravo. Siamo intesi!—e il Direttore, che pareva stanco e un po' seccato, gli diede la mano per congedarlo, col solito fare di benevola degnazione.

Era diventato lui adesso, Matteo Cantasirena, il creditore del signorBrunetti!

Pietro Laner, riavutosi dal primo sbalordimento, se n'era andato gridando, sbattendo gli usci e senza voler rispondere alla Gioconda e nemmeno all'Evelina, che gli erano corse dietro fin sulle scale.

—Non avrebbe più rimesso i piedi nè lì, nè in ufficio.—Canaglia!Canaglia!

Era furibondo per l'insulto, e più ancora per la minchionatura.

—Di volo, zaff!… e le dieci lire erano sparite!… E Nora?—E rifece il verso del Direttore con stizza:—E-le-oo-nòò-ra?—La mia cara figliuola!—Come l'altra, la gobbina!—Che figliuola! Che figliuole! Chissà dove è andato a pescarle, per viverci alle spalle, per sfruttarle, come ha sfruttato gli amici, l'Italia, il mondo intero!—Quel pancione Dulcamara è la gran piovra di Vittor Hugo!—

Pure il nome di Nora, evocatore dell'immagine adorata, dissipava le ire e gli suscitava in cuore, a poco a poco, mille inquietudini.

—Se Nora non era sua figlia, era tenuta come tale; era nelle mani di quel cannibale, vero mangiatore d'uomini!—Ebbene, egli avrebbe parlato a Nora, a tu per tu.—Subito!—Dov'era? Dove poteva trovarla? Evelina gli aveva detto, dalla Schönfeld.—Sì, sì, dalla Schönfeld!

L'aspetterò in istrada, eaut aut: poche parole!

Ma pensando, ripensando le "poche parole" che dovevano fare impressione sull'animo dell'innamorata, tornava ad infervorarsi, a camminare in fretta, a gestire. La gente per la strada si voltava a guardarlo.

—Senti, Nora, Norina mia: quella canaglia, dopo avermi rubato tutto, ha avuto il coraggio d'insultarmi: io ho pensato a te; per questo non l'ho strozzato! Però in casa vostra, non ci metto più i piedi; mai più.—Tu mi vuoi bene?—Sì?—e allora, oggi stesso, stassera, si prende il volo. Ti porto a casa mia, dalle zie; fino al giorno del nostro matrimonio. Domattina si arriva a Trento, poi una vettura e in poche ore saremo a Crodarossa….

Ma…. i danari? La pigione? I danari per pagare la padrona di casa? I danari per il viaggio?…

Si fermò di colpo, su due piedi. Oh, quella faccia della sua padrona di casa!—Finchè non ho da pagarla, non mi fo più vedere!… E per pagarla, dove li trovo?

Pietro Laner si cacciò le mani nelle tasche del paltò, e riprese a camminare, ma assai più lentamente.

La padrona, vedendo che l'ospite trentino non si faceva vivo per il conto, glielo aveva fatto trovare in camera, sotto il calamaio. Lui, s'intende! aveva finto di non vederlo. Ma la sera lo trovò sul tavolino accanto al letto, spiegato sotto il candeliere; e il secondo giorno disteso, diritto, sulla padellina di cristallo, appoggiato alla candela. E d'ora in ora, quella faccia della padrona, già così larga di sorrisi e di cerimonie, non esprimeva più altro che un gran punto interrogativo:—Mi paga?…

—Come fare? Tornare dal Direttore? Sottomettersi? Pregare, cercare colle buone di ottenere un piccolo acconto?…

—Se Nora volesse?… Se volesse parlarne allo zio Matteo! Ma bisognava vederla subito. Invece di aspettarla giù, dinanzi alla porta, sarebbe salito a cercarla dalla signora Schönfeld: l'avrebbe fatta chiamar fuori.—Ho da parlarti: di gran premura!

—Che male c'è? Non dev'essere mia moglie? Non è omai saputo da tutti?… Da tutti no…. Le zie?

La zia Angelica e la zia Rosina non ne sapevano niente. Esse credevano che il loro Pierino a Milano, non fosse intento altro che a guadagnar denari e a diventare un grand'uomo!

Che direbbero, che farebbero la zia Angelica e la zia Rosa, quando fosse capitato a Crodarossa senza le ventimila lire, senza un soldo…. e invece colla sposa?… Una signorina in cappellino e che non sapeva far altro che suonare e cantare?… Dio! Dio!… Ma come non ci aveva mai pensato? E Nora? Se anche Nora dicesse di no?

Al dubbio solo, all'idea di poter perdere Nora, gli si empirono gli occhi di lacrime e il cuore di disperazione. Si sarebbe ammazzato!

E la padrona?… Dio! Dio! Dove aveva avuto la testa fino allora?

Era la prima volta dal suo arrivo a Milano, che Pietro Laner cominciava a vederci chiaro d'intorno a sè, davanti a sè.

—Dio! Dio!… Come mai si era ridotto a quel punto? Non lo sapeva, non se n'era accorto. Era stato uno stordimento, una vertigine di tutte le ore, di tutte le vicende incalzanti che non gli lasciavano tempo di pensare, di riflettere.

Come aveva fatto a innamorarsi di Nora? A impegnarsi senza scrivere alle zie? Perchè, come, quando aveva cominciato a lasciarsi ingannare, truffare, rovinare, da quel Mosè imbroglione?… Non aveva nemmeno cento lire per pagar la padrona!… Non aveva nemmeno un soldo per far colazione!… E la collera delle zie? E se Nora non voleva? E se Matteo Cantasirena non lo pagava?… Ma era stato pazzo? Era stato ubriaco? Dio! Dio! Dio!—Maria Vergine!—Ma che cosa aveva fatto di male perchè gli capitassero addosso tutte le disgrazie, tutte le maledizioni?…

Che cosa aveva fatto?

La risposta la sentì sorgere nell'animo angosciato e farsi strada nella mente sconvolta, come un lontano chiarore, un barlume di speranza. Era una risposta sola a tante domande, una risposta che per le sue nuove idee poteva sembrare ridicola, assurda, indegna della sua ragione, indegna del suo ingegno, ma alla quale consentivano tutti i suoi sentimenti e tutti i suoi ricordi intimi, profondi, nascosti e alla quale la disperazione stessa di quel momento, dava uno slancio più vivo di fede.

—Dal giorno in cui sono venuto a Milano, non sono più stato a Messa, non sono più entrato in una chiesa!… Ecco perchè mi sono tirato addosso l'ira di Dio!…

Gli sembrò, sperò, che entrando appena in una chiesa, sarebbe stato come ribenedetto, che tutto sarebbe tornato ad andar bene come prima.

C'era appunto, a due passi, la chiesa di San Francesco. Sbirciò di qua, di là, se per caso qualche suo conoscente, qualche suo collega giornalista non lo vedesse; nessuno!

Entrò presto, ma rimase diritto in piedi, vicino alla porta, subito intimidito da quei due o tre divoti che si erano voltati a guardarlo.

Poi, sempre diritto in piedi, rigirando il cappello fra le dita, cominciò a raccogliersi e a pregare, ma senza muovere nemmeno le labbra.

La chiesa era scura, quasi deserta; ma il biascicare sonnolento di quei due o tre bacchettoni dalla faccia gialla, gli dava fastidio, gli toglieva il fervore.

Quando aveva pregato intensamente, aveva sempre ottenuto qualche cosa!… e cercò colla memoria tutte le "grazie" ottenute in sua vita, per poter ravvivare la propria fede; e tornò a pregare. Le sue preghiere, naturalmente, non eranoavemarie, non eranopater noster; diceva al suo Signore Iddio, datemi questo, datemi quest'altro.

Ma perchè il sagrestano continuava a osservarlo…. a fissarlo?

Non riusciva a chiedere intensamente, fermamente ciò che desiderava. Non era fede vera la sua; era una concessione a sè stesso, a un pregiudizio.

Però, anche da ragazzo, quando non andava a messa la domenica, gli capitava sempre, nella settimana, qualche disgrazia. E tornava a pregare, ma per poterci credere, assicurava sè stesso, che il suo Dio non era a confondersi col Dio falso dei preti, nè col Cristo di legno o di cera delle donnicciuole. Era più grande e più in alto; era l'equilibrio dell'Universo, era la forza occulta che cominciava là dove finiva la scienza, e che però nemmeno la scienza poteva negare in modo assoluto…. E poi, a questo Domineddio portentoso che reggeva l'infinito, Pietro Laner non gli aveva da chiedere che le grazie più discrete, più modeste: trovare i soldi per pagare il conto della padrona, sposare la Nora, ottenere il perdono dalle zie. Il solo miracolo, veramente grande che domandava, era di riavere le ventimila lire prestate a Matteo Cantasirena.

Ma perchè quello zoticone del sagrestano si voltava sempre dalla sua parte?… Lo conosceva forse?

Non poteva raccogliersi! Non poteva pregare con fervore!—Questo voleva dire che non avrebbe ottenuto niente; che era proprio spacciato!—Dio! Dio! Perdere Nora! Non aver più un soldo! Finire in un ospedale!…

In fondo alla chiesa luccicava un piccolo altare: una Madonna, in una gran custodia di vetro, con un abito di raso giallo tempestato di gemme. Tutti i ceri del piccolo altare erano accesi: le colonne, le pareti, erano coperte di voti, di cuori d'argento, di grucce, di gambe e di braccia di legno….

—Là devo andare a pregare se voglio ottenere qualche cosa,—pensò Pietro Laner,—e se il sagrestano mi vede, questa sarà la penitenza per meritare la grazia!

Si avvicinò piano piano alla Madonna dei miracoli: le ombre della navata, l'oscurità dietro le colonne, erano piene di misteri, d'inquietudini. Quella chiesa semivuota, si popolava a poco a poco, per la forza della sua immaginazione, di tutta la folla dei rispetti umani. Erano i suoi colleghi più beffardi, più scettici, più spregiudicati!… Era Nora che lo aveva veduto entrare da lontano in San Francesco, e gli aveva tenuto dietro! Era Matteo Cantasirena, che rideva così rumorosamente da farsi sentire per tutta Milano!

Il timore, l'oppressione, diventavano orgasmo: pure bisognava inginocchiarsi…. pregare, prosternato, dinanzi a quell'altare…. S'inginocchiò infatti…. ma provò un senso, un'impressione strana…. Sentiva dei passi dietro a sè che si avvicinavano…. poi una mano gli batteva sulla spalla!… Si alzò di colpo…. non c'era nessuno.

Soltanto una vecchierella, collo scialletto paonazzo del "Luogo Pio", borbottava il rosario fissando la Madonna cogli occhi malati….

Eppure il pensiero di essere visto da quella vecchia ad inginocchiarsi una seconda volta fu più forte di lui in quel momento. Era il timore dei pregiudizi del mondo che la vinceva su tutti gli altri timori, ed egli uscì dalla chiesa, sbirciando di qua, di là, più pauroso ancora di quando vi era entrato.

E così anche quel suo ultimo barlume di speranza, riposto inDomineddio, nella Madonna, era svanito.

Pietro Laner era nato nel Trentino, a Crodarossa. Un paesuccio raggruppato attorno al campanile nuovo; poche casette che spiccavano in alto, scintillanti al sole, in mezzo alla montagna tutta verde fino alla cresta bigia; poche casette bianche e quiete sotto i tetti neri, colle piccole finestre, come occhietti ridenti, piene di fiori.

Pierino aveva appena cinque o sei anni, quando gli morirono, a pochi mesi di distanza, prima la mamma, e poi il babbo. Allora fu raccolto in casa degli zii: lo zio prete, don Giacomo, e le sue sorelle, la signora Angelica, e la signora Rosina. E tutti, il buon prete che aveva sempre voluto bene al suo povero fratello, e le due zitellone che erano sempre state in pace colla povera cognata si affezionarono subito a Pierino e lo tennero in conto di un figliuolo…. proprio mandato dal Signore.

Fissarono insieme e si divisero d'accordo i vari obblighi per allevarlo e per educarlo. Don Giacomo gl'inspirava il santo timor di Dio, gli spiegava la dottrinetta, gl'insegnava a leggere e scrivere e gli faceva fare delle buone camminate, arrampicandosi su per i monti.

Le zie gl'insegnavano a star pulito, a risparmiare ikreuzerche gli altri gli regalavano, a fare la somma e la moltiplica, e quando era necessario, la zia Angelica e la zia Rosina, sempre serie, sempre composte, trovavano la forza unite insieme, anche per metterlo in castigo.

Da suo padre, Pierino non aveva ereditato nemmeno un soldo. Il pover'uomo possedeva un paio di campicelli ch'egli stesso coltivava, tralasciando nei giorni della semina e del raccolto dal fare il mestiere di sarto che gli dava da vivere. Ma prima, la lunga malattia della moglie, poi altre disgrazie, i due campicelli che a vederli dall'alto, in mezzo al verde dei prati, sembravano piccoli come i tappeti da camera, rimasero alla sua morte, sepolti sotto i debiti che don Giacomo per altro si affrettò a pagare.

Don Giacomo era ricco, s'intende per quei paesi, e non era diventato ricco per merito suo, ma per la stretta economia, per le privazioni stesse a cui si assoggettavano quotidianamente le sue sorelle che adoravanoDomine…. in avarizia! Esse risparmiavano su tutto, e ogni giorno di più, perchè ogni giorno erano sempre più rattristate e spaventate dallo spettacolo della miseria altrui.

"Quando in una casa manca il necessario, comincia a mancare anche il timor di Dio!" E per questa massima che concordava colla sola, coll'unica passione di quelle due esistenze, esse finivano col diventare sempre più avare anche per salvarsi l'anima; e incrudelivano sopra di sè, più ancora che sugli altri, per accumulare sul patrimonietto comune, sul benefizio della Canonica e persino sul vino della Santa Messa, e qualche volta sospirando e gemendo dinanzi al giocondo appetito del buon pretone sano e forte.

Quando presero in casa Pierino, quando ebbero da pagare i debiti del fratello, si trattava dell'onore della famiglia e non fiatarono, ma risparmiarono le uova dell'insalata e andarono a dormire senza lume per poter ricavare, col tempo, da una parte quello che era andato dall'altra. Buone donne del resto, pie, laboriose, niente affatto pettegole, e indulgenti; caritatevoli di consigli quando ne erano richieste, e di orazioni anche non richieste. C'era chi stava male? chi era minacciato da una disgrazia? Pregavano per quegli infelici mattina e sera, e colle loro divozioni fioccavano indulgenze su tutti i poveri morti del paese.

Don Giacomo soffriva per l'avarizia delle sorelle, ma timido, come tutti i Laner, non aveva trovato mai tanto coraggio da opporsi, da far valere, occorrendo, i propri diritti. Esse non alzavano mai la voce; erano sempre rispettose per l'abito, per il ministero, per la santità del fratello. Ma don Giacomo non osava contrariarle anche per non addolorarle; e tranne qualche predica, in generale, sul brutto peccato dell'avarizia, e sui doveri verso il nostro prossimo, non osava andar più in là. Piuttosto si adattava a commettere in casa dei piccoli furterelli; e nascosta la roba sotto la tonaca, la portava, raccomandando di non dir niente, a' suoi vecchietti, a' suoi ammalati. E gridava lui per il primo, contro i gatti, quando mancava la carne, contro i topi quando invece era un pezzo di lardo; contro il nibbio o la poana quando spariva un piccioncello o un pollastrino. Ma le due sorelle, appena successa la sparizione, stavano sempre più in guardia, con tanto d'occhi, e per un pezzo don Giacomo non si arrischiava…. non toccava più niente. E allora si sfogava dando tutto il suo tempo, tutta la sua persona, tutto il conforto del suo gran cuore, a' suoi poveretti. Andava lui a piedi per poter prestare agli altri, che ne aveano più bisogno, il suo cavalluccio magro, sfiancato. Quando era chiamato presso un ammalato, non lo abbandonava più; restava lì a fargli da infermiere: e una volta fece anche da contadino. Un povero diavolo si era rotta una gamba, scivolando giù da una roccia. Era d'agosto, il tempo della mietitura, e a Crodarossa, in quei giorni, non abbondano le braccia. Don Giacomo conforta il povero diavolo, poi si fa dare il suo grembiule bianco, lungo fino ai piedi, il suo cappellaccio di paglia, e passa così tutta una settimana, dalla mattina alla sera, e facendosi aiutare anche da Pierino, falciando il fieno, segando il grano, legando, ravviando, abbarcando i covoni.

E quel povero prete, così timido colle sorelle, così umile con tutti, aveva finito col dare anche la vita per i suoi parrocchiani, dopo aver compiuto atti inauditi di coraggio, di vero eroismo.

Una notte, improvvisamente, dopo un violento uragano, il fiume aveva rotto e tutto il paese era rimasto allagato.

—L'acqua! L'acqua! L'acqua!—Erano urli di spavento, di morte. Don Giacomo, sebbene ormai quasi vecchio, si cacciò dov'era maggiore il pericolo e il bisogno, coi più giovani, coi più forti, coi più temerari, consigliando, confortando, trasportando a braccia o sulle spalle i vecchi e gl'infermi. Si buscò la febbre, scoppiò la polmonite e morì in pochi giorni. E prima di morire divise il suo patrimonietto in tre parti uguali, fra le sorelle, Pierino, e i poveri del paese. In quell'istante supremo aveva trovato anche quell'altro coraggio che in vita gli era sempre mancato; quello di affrontare l'avarizia muta della signora Angelica e della signora Rosina, che inginocchiate a pie' del letto singhiozzavano sulle avemarie del Rosario, mentre le campane suonavano i rintocchi mesti dell'Angelus, mentre da tutta la casa, da tutta la strada piena di gente, saliva al suo cuore, ultimo saluto di pace e di speranza, il lamentìo sommesso deiPatere delleAve.

—È un santo!—sospiravano la signora Angelica e la signora Rosa, con un'istintiva scrollatina di testa.-Ha voluto morire da santo, come da santo ha sempre vissuto!—E quando sospiravano, e quando scrollavano il capo, le due vecchiette lo facevano tutte e due nello stesso tempo, colla stessa espressione addolorata negli occhi gonfi di lacrime, nella voce fievole, nella compunzione devota dei gesti.

La signora Angelica e la signora Rosa si rassomigliavano fin da piccine, ma a poco a poco, a forza di vivere unite insieme, erano arrivate al punto da essere scambiate l'una per l'altra: tanto più che anche da vecchie, come da ragazze, continuavano a vestire perfettamente allo stesso modo. Avevano la medesima sottana di lanetta scura, il medesimo scialletto nero, e sul capo, uso cuffia, il fazzoletto pur nero di maglia grossa, che annodato, stretto sotto il mento, lasciava appena sbucare la loro faccetta tonda, col naso grosso, lungo, rosolato dal sole.

Composte e silenziose, attraversavano la piazza; insieme si alzavano in piedi ai punti prescritti della messa, insieme si sedevano dopo il vangelo, si prosternavano insieme, fino a terra, al mistico irraggiare dell'ostensorio; poi le due figurette nere, piccoline, secche secche e diritte, si vedevano comparire sempre mute, sempre appaiate sull'alto della viottola del Santuario di Crodarossa, la loro passeggiata favorita. E in casa, appena una delle sorelle entrava in una stanza, o andava nell'orto o nel pollaio, l'altra subito le teneva dietro trotterellando. Dormivano nella stessa camera, si alzavano alla stessa ora; alla stessa finestra prendevano l'aria e il raffreddore, e non avevano avuto, non avevano altro, fra grandi e piccoli, fra tutte e due, che un solo peccato da confessare: l'avarizia.

Morto Don Giacomo, si attaccarono più strettamente al nipotino. Germinava in fondo al loro cuore e sotto tutte le orazioni, le divozioni che facevano, una lontanissima speranza, intima, segreta, che si erano confidato l'una all'altra cogli occhi…. Soltanto cogli occhi.—Pierino! Per via di Pierino, avrebbero un giorno, chissà! potuto riavere la Canonica e il Benefizio. Oh, la Canonica! Il bel cortile!… il ricco pollaio; l'orto e il vigneto della Canonica!

Dopo la morte di don Giacomo avevano dovuto andarsene, abbandonare tutto quanto. Che gran dolore! Che rivoluzione, che sconvolgimento, in tutta la loro esistenza!… Nel cielo buio, dopo l'uragano, dopo il terremoto, non era apparso, di lontano, che un solo, un piccolo raggio di speranza: Pierino!—Il buon Pierino, innocente come l'acqua, un vero San Luigi! Pierino avrebbe potuto farsi prete e forse diventare il successore del successore, già vecchio, di don Giacomo, e allora, chissà!, fosse almeno per morirvi, avrebbero potuto ritornare in quella loro casa così comoda, così nota, così intimamente legata alla loro vita, al loro essere.

La signora Angelica e la signora Rosina che in gioventù non erano mai state innamorate, nè avevano mai provato, certamente, qualche cosa di simile, si può dire che cominciarono allora a far all'amore, colla Canonica, col vigneto, col pero alto e frondoso che dominava dal mezzo tutti gli alberi dell'orto, e al quale, quando erano giovani, un giorno che facevano le mattone, avevano dato anche un nome strano: ilGigantesso!

Costrette ad abbandonare la casa, non avevano potuto abbandonare il luogo. Avevano preso un quartierino accanto alla Canonica, perchè le finestre davano appunto sull'orto. E lì, a una di quelle finestre, le due vecchierelle rimanevano ore e ore, fisse, mute, guardandosi negli occhi e scrollando il capo.

Quando il nuovo ortolano,—se avessero potuto odiare qualcheduno, quello, proprio, lo avrebbero odiato,—vi faceva qualche cambiamento, era per esse una rabbia, un affanno; se atterrava un albero, era un dolore. E nei mesi di quel primo inverno,—l'inverno lungo e bigio delle montagne, colla neve che continua a cader sulla neve, tacitamente,—quando tutto l'orto era rimasto sepolto, e la vigna e anche il pero maestoso non sembrò più altro che uno strano e immenso colosso bianco, le due vecchierelle, dietro le finestre, tappate colla cimasa, rimanevano tutto il giorno a guardare, a spiare, a sospirare.

—Gesù Maria Joseph!—gemeva la signora Angelica.

—Gesù Maria!—rispondeva la signora Rosina, congiungendo le palme.

—Che inverno! chesiberico! Povera vigna! PoveroGigantesso!

—Jesus Maria Joseph!

—Jesus Maria!

Ma poi, quando a poco a poco la neve alta si abbassava, si dileguava, e cadeva a fiocchi, a pezzi, dagli alberi scossi dal vento, dalle frondi dondolanti, quel verde che ritornava a sbucare, ad apparire, a distendersi, a scoprir cose note e care, consolava, riscaldava, rinverdiva anche quella certa speranza, lontana lontana….

—Fra dodici…. fra quindici anni…. Pierino potrebbe esser parroco….

—Fra dodici, fra quindici anni….

—Ma non bisogna mai far calcoli sulla morte di nessuno!

E la signora Angelica si faceva il segno della santa croce.

—Che Dio accordi a tutti una lunga vita!—rispondeva la signoraRosina, segnandosi pure alla sua volta, lentamente.

Erano sincere in questo loro sentimento di carità; e ne furono premiate perchè non dovettero aspettare per tanti anni un po' di consolazione.

Don Giuseppe, il nuovo parroco, non riusciva a farsi voler bene a Crodarossa. Il povero don Giacomo vi era ancora troppo ricordato, troppo esaltato e rimpianto. Quello era un sant'uomo!

Don Giuseppe non era cattivo; ma di tutt'altra pasta. Amava molto i proprii comodi, la propria salute…. insomma, invece di essere un mezzo santo come don Giacomo, era un mezzo filosofo della vita. Di più, era intinto dello stesso peccato della signora Angelica e della signora Rosina, sebbene non fino a quel punto; perchè se don Giuseppe era avaro cogli altri, non lo era poi con sè stesso.

Per cattivarsi gli animi, per rendersi popolare, pensò allora di stringere amicizia colle due vecchie sorelle, che per virtù del povero don Giacomo godevano la stima e la venerazione di tutto il paese.

—Aveva sentito dire che Pierino aveva la vocazione? voleva farsi prete?… Bravo! Bravo! Il nipote di don Giacomo! Oh, quando sarebbe stato il momento avrebbe parlato lui allaCuria, per averlo per coadiutore!… Poi, già, sarebbe stato di diritto suo successore…. Sicuramente! Bravo! Bravo!…

E dopo qualche visita del parroco alle vecchie, dopo il regalo d'un cesto d'uva e d'un piatto di pere, la signora Angelica e la signora Rosa per restituire le garbatezze, per ringraziare, ripresero la via della Canonica e dell'orto; un altro giorno fecero una visitina anche al pollaio…. Poi nell'orto, invitate da don Giuseppe, cominciarono ad andarci spesso, per recitare il rosario, per leggere ilManuale di Filoteaall'ombra antica e fidata delGigantesso….

—Oh, anche don Giuseppe era un degno sacerdote! E anche l'ortolano era un galantuomo! E come lavorava di lena!

Le due sorelle insegnarono al parroco e all'ortolano a conservare la carne secca e l'uva intatta per tutto l'inverno…. a risparmiar sulla semina…. a risparmiar sulle spese. In quel frattempo, si ammalò la serva di don Giuseppe, e se ne andò al suo paese a rinfrancarsi, ma poi non tornò più a Crodarossa, nè don Giuseppe si prese altre donne. La signora Angelica e la signora Rosina omai facevano tutto loro alla Canonica, come prima, quando c'era il povero don Giacomo, e alla casa nuova, non ci andavano più altro che la sera, per dormire.

E intanto le lezioni a Pierino, sospese per la morte dello zio don Giacomo, furono riprese da don Giuseppe, il quale, e non più le zie, gl'insegnava poi anche l'aritmetica.

Pierino, cresciuto in quell'ambiente, fra chiesa, sacristia e canonica, si figurava quando fosse un uomo di fare il prete per diventar vescovo, come gli altri ragazzi della sua età pensano di andar soldati, per diventar generali.

Ma nel cuore del giovinetto mancava il sentimento vero, profondo, della fede. La grande maestà di Dio non gl'incuteva alcun timore; gl'incuteva più timore don Giuseppe, forse perchè don Giuseppe aveva sempre la voce in aria e quella del Signore non l'aveva mai sentita.

Era sempre in chiesa o in sacristia: era sempre in cotta a fare il chierico durante tutte le funzioni; ma quando serviva messa, all'Elevazione, scampanellava troppo forte e troppo a lungo; in processione, dava colpi al turibolo da buttar all'aria cenere e brace. Durante la predica portava in equilibrio cataste alte di seggiole che sbatacchiava poi dinanzi ai divoti; pigliava quattrini e parlava forte, affaccendato col sagrestano. E i tridui, collo sparo dei mortaretti, e la Settimana Santa, col fracasso dei mattutini, e il mese di Maria coi fiori e i canti al Santuario di Crodarossa, erano le sue feste, i suoi divertimenti ai quali pensava e si preparava con gioia da un anno all'altro.

Don Giuseppe, che aveva notato tutto ciò, cominciava ad essere inquieto a proposito della vocazione di Pierino; ma amante della santa pace, teneva i dubbi e le osservazioni per sè.

—È un buon ragazzo,—pensava,—ma forse è troppo vivo. Quando gli parlo, sta attento, con rispetto, con sommissione…. ma non mi ascolta. Se gli dò una sgridata, diventa pallido, tremante, ma poi torna da capo. Forse ha preso troppa confidenza colla Chiesa, coi Misteri, col Signore….

E per lavarsene le mani dichiarò alle signore Laner che era giunto il momento di mandare il nipote in Seminario, a Trento.

Ma Pierino, entrato in Seminario, invece di trovarsi sulla via che avrebbe dovuto condurlo direttamente in paradiso, si trovò più che mai su quella dell'inferno.

Il rumore del mondo arrivava appena, coll'ultima onda risonante, fin lassù a Crodarossa, e si perdeva dileguandosi nella foresta immensa, tra le fenditure profonde delle rocce inabitate.

A Crodarossa la vita serena o buia la faceva il cielo così vicino, appena diviso da un ultimo strato di verde, da un'ultima cresta di pietra.

Lavorare per mangiare; mangiare e vivere per salvarsi l'anima: non si faceva altro, non si pensava ad altro a Crodarossa.

Ma il mondo che non era arrivato fin lassù, fra la sconfinata libertà delle vette alpine, era penetrato attraverso le grosse e tetre muraglie del Seminario; e subito Pierino si era incontrato in tre cose, nuove affatto per lui, e proibite per tutti in quel luogo. La patria—Garibaldi—e le belle ragazze.

Un altro giovane seminarista triestino, un piccolo chiericuzzo dagli occhi strambi, dalla faccia lentigginosa e che i parenti volevano far prete per forza, si era legato di grande intrinsichezza col piccolo montanarino—tutti italiani, per Dio!—e gli aveva confidato che voleva scappare a Venezia e che voleva fare il bersagliere, altro che il prete!

Pierino spalancava gli occhi maravigliando. E l'altro gli parlò della patria, dell'Italia, e gli mostrò un ritratto di Garibaldi che teneva nascosto sul petto, sotto la camiciola, insieme a quello della Doralice, la rotonda bambinaia di sua cognata.

La patria!… Garibaldi!… e la Doralice! Tutto ciò aveva acceso, come fiamma che divampi all'improvviso, la mente e il sangue del nonzoletto di Crodarossa, che nascosto negli anditi bui della camerata, si metteva a gridare, a bassa voce, con l'amico di Trieste, "Viva l'Italia!" senza però far seguire, il "per Dio!" che aggiungeva quell'altro, come protesta e come rinforzo. E il berrettino di Garibaldi, e il viso tondo della Doralice, la barba bionda dell'eroe e gli occhi della ragazza gli erano fissi nella mente giorno e notte e si confondevano in un desiderio smanioso, indistinto; in un primo amore arcano, irrequieto per la patria, per l'Italia che egli si raffigurava come una donna giovane e bella, colla faccia della bambinaia. Il seminarista, il chierichetto dagli occhi strambi e dalla faccia lentigginosa pareva si godesse a stuzzicarlo, ad accenderlo sempre di più in quei pensieri, in quei misteri, e gli ripeteva di nascosto anche i versi del Berchet:

"Maledetta chi d'italo amplessoIl tedesco soldato beò!"

Amplesso?… Beò?…—Cosa volevano dire queste nuove parole?… E "la vergin ne' gaudi cercata" e "la sposa dell'uomo stranier" era la Doralice coi capelli disciolti, seminuda, stretta fra le braccia di un soldataccio ispido e nero, coi baffi impeciati….

"Maledetta! Maledetta!…"Amplesso?… beò?…Cosa volevano dire?

Anche questo lo spiegò il seminarista, cogli occhietti che luccicavano fra le grinze della pelle e il ghignetto da scimmia sulle labbra sottili e mobili. Pierino, mentre ascoltava, era diventato pallido, rosso; poi era rimasto a bocca aperta, con un sorriso stupido. Non aveva capito bene, non aveva capito tutto, ma non osò domandare di più. Dopo, dopo, che continuo lavorìo della mente per indovinare!… Era il mondo che lo aveva preso colle sue passioni, colle sue seduzioni, colle sue cattiverie; era la donna che si rivelava a mano a mano, incessantemente. E il giovinetto nell'accensione bramosa, domandava alla discreta nudità delle statue e dei dipinti dell'altare le ultime rivelazioni del mistero della forma, domandava, cercava di scoprire nei versi del Berchet, come nelle storie bibliche di Rachele e di Giuditta, nelle lodi e nelle invocazioni appassionate alla Vergine, come nelle estasi delle Sante, la rivelazione ultima del mistero dell'amore.

No! No! Non voleva più farsi prete!… Non voleva più diventar vescovo: voleva invece prender moglie, e presto, e liberar l'Italia. L'Italia bionda e grassa, l'Italia bionda e bella, come la bambinaia del suo amico triestino.

Il piccolo Laner, appena tornato per le vacanze a Crodarossa, e non osando parlare, scrisse alle zie una lunga lettera pregandole, scongiurandole "di non voler la sua morte." Cioè, di non costringerlo a ritornare in Seminario. Non sentiva più la vocazione; sarebbe stato infelice tutta la vita; piuttosto si sarebbe lasciato morir di fame!

Ma poi, appena ebbe scritta e affidata la lettera all'ortolano per la consegna, ebbe paura di aver arrischiato troppo, di non aver riflesso abbastanza; e però, aspettando gli effetti della lettera, più che per il timore di dover finir prete, stava colla tremarella per il brutto temporale che lo minacciava.

—Che strappazzata!… Che fulmini!… Quell'altro di Trieste era stato imprudente, era diventato matto consigliandogli quella lettera!—E Pierino avrebbe quasi voluto svignarsela "in Italia" non per paura dell'Austria, ma di don Giuseppe. Finì invece col correre in camera sua, e col buttarsi mezzo svestito sul letto, per fare impressione nell'animo delle zie, lasciando credere che fosse ammalato.

Intanto la signora Angelica e la signora Rosina erano rimaste assai maravigliate e molto inquiete, soltanto al vedere la lettera,—che tenevano in mano, appena con due dita, e non osavano aprire.

—Cosa sia?

—Cosa sarà?

—Bisogna leggere….

—Vedemo.

Dopo letto, erano rimaste senza fiato, come fulminate. Lentamente, colla mano tremula, si levarono gli occhiali che tutte due si erano inforcati sul naso per aiutarsi a leggere, una parola l'una, una parola l'altra, e rimasero mute a guardarsi, a fissarsi lungamente….

—Gesù Maria Joseph!

—Gesù Maria!

—Che disgrazia!

—Cheribalton!

Istintivamente si fecero il segno della croce, poi a un tratto, colte all'improvviso dal medesimo pensiero, corsero affannate, coi passettini corti, leggeri, fin sull'uscio della camera di Pierino e rimasero in ascolto.

Pierino, che le aveva sentite venire, cominciò a rivoltarsi sul letto, a gemere flebilmente. Allora, più spaventate, fecero per aprir l'uscio, e trovato chiuso, cominciarono a bussare, a battere disperatamente.

—Apri, Pierino!

—Apri!

Pierino corse appena a girar la chiave, e si buttò di nuovo sul letto piangendo, smaniando, tirando calci all'aria.

La signora Angelica e la signora Rosa gli furono attorno per calmarlo, per soccorrerlo.—Era la prova! La tentazione!… Era il diavolo!…—E nella severità silenziosa della loro faccia addolorata, appariva un'espressione insolita di inquietudine, di diffidenza, quasi temessero scorgere, a un tratto, fra i capelli neri e crespi del nipotino, due cornetti nascenti.

Gli fecero bere della camomilla, così bollente che gli bruciò il gorgozzule; poi lo obbligarono ad alzarsi, a lavarsi la faccia, a rimettersi la giacca, e lo condussero dinanzi a don Giuseppe: lo doveva benedire subito coll'acqua santa, per mettere in fuga satanasso!

Don Giuseppe era già preparato a quella fine, o quasi. Tuttavia, per scrupolo di coscienza, gridò, strepitò, e agguantando il povero ragazzo, e tirandolo per la cuticagna lo cacciò al buio, sotto chiave, nello stanzino dell'aceto.

—Speriamo un buon effetto,—disse poi calmandosi e voltandosi per confortare la signora Angelica e la signora Rosina, rimaste pallide, tremanti, a quella scena, gli occhi pieni di lacrime.—Speriamo che il Signore, coll'aiuto della Beata Vergine Maria, gli ritorni la sua grazia speciale. In ogni modo, teniamo sempre presente questa massima di ogni buon cristiano, insegnata anche da san Bonaventura: quello che fa lui è sempre ben fatto, e non casca foglia che Dio non voglia!

E tornò a raccomandare e a predicare il savio precetto, alcuni giorni dopo, vedendo che la casa seguitava ad essere sossopra per l'ostinazione di Pierino, il quale, fatto ormai il primo passo, e visto che non lo avevano accoppato, teneva duro, ostinato come un vero montanaro.

Alla Canonica non c'era più pace; e non c'erano più ore, nè per il desinare, nè per la cena. La signora Angelica e la signora Rosa che, di solito, preparavano il pranzettino particolare di don Giuseppe, con tanta premurosa diligenza, pareva non sapessero far più niente di bene; e a forza di soffrire e di piangere si erano ammalate tutt'e due. Avevano la flussione e la faccia bendata colla pappa di lino.

Don Giuseppe, se prima aveva taciuto per il quieto vivere, adesso, per la medesima ragione, spiattellò chiaro e tondo alle signore Laner tutti i dubbi, tutte le inquietudini che aveva già da tanto tempo, prima ancora che Pierino fosse stato mandato in Seminario. E concluse al solito: "Tutto per il meglio!"

—Diciamolo francamente, con quella sincerità che è obbligo di ogni buon cristiano: abbiamo preso un gambero a proposito della vocazione di Pierino; ed io più grosso di tutti! Ma se noi su questa terra siamo poveri ciechi,—Non unicuique datum est habere sapientiam,—il Signore, di lassù, tutto vede e a tutto provvede. Lui medesimo, per i suoi fini, che sarebbe un peccato di presunzione soltanto il voler lontanamente indagare, fa una scelta ristrettissima di tutte quelle persone che destina al suo servizio, e che siamo poi noi altri preti, sempre indegnamente, s'intende. Orbene; quando ha fatto una scelta, poniamo, sopra di quel dato individuo, Lui stesso,—nostro Signore—cosa fa?… Manda subito lo Spirito Santo, e quello non c'è pericolo, non sbaglia mai, a toccargli il cuore colla grazia divina, che è quanto dire, colla vocazione. E sarebbe bella, sarebbe grossa, volersi mettere davanti, al posto della medesima volontà di Dio, per scegliere e destinare in vece sua, chi lo deve servire! Anche noi, per esempio, i nostri uomini, i nostri contadini li vogliamo prendere secondo le nostre idee, secondo il nostro gusto!… Sicuro che il sacerdozio è lo stato di perfezione; ma per questo, appunto, non può essere di tutti quanti; ed è nostro Signore, per il primo, a non volere, per tutte quelle leggi superiori, umane e anche divine, del consorzio, della famiglia, della discendenza….Mundus est et mundus esse debet. Pierino, si vede, è stato destinato, deve avviarsi per questa strada, e del resto, anche per l'anima, sempre meglio essere un buon marito, un buon padre cristiano, cattolico, come tutti i Laner, piuttosto di fare il prete per forza che è quanto dire, essere un cattivo prete!—

Le due vecchie si sforzavano di trattenere i singhiozzi: don Giuseppe prese una mano alla signora Angelica, un'altra alla signora Rosina, e stringendo, accarezzando quelle due mani secche secche fra le sue manone grosse e calde, dalle dita pelose, volle istruirle, con gran dolcezza, ma insieme con gran fermezza, anche a proposito di un altro, di un ultimo caso di coscienza, a loro particolare.

—Da brave! Da brave! Coraggio e mettiamo in pace il nostro cuore. E sopratutto, per qualunque tribolazione, non dobbiamo mai dimenticare l'adempimento scrupoloso di tutti i nostri doveri. Il Signore Iddio lo si serve in ogni modo, specialmente colle buone opere, e in ogni stato. Ma bisogna però aver l'animo tranquillo, e sopportare tutte le afflizioni che il cielo ci manda, con quella serenità dello spirito, che ci permette appunto di attendere colla solita cura alla nostra casa, ai nostri interessi, al nostro prossimo, e al disimpegno assiduo, diligente, di tutte quelle varie incombenze per le quali siamo stati allevati e destinati…. Destinati per volere di chi?… Sempredi quel di lassù!—

Povera signora Angelica! Povera signora Rosina!… Dopo quella predica si sforzarono ogni giorno più per mostrarsi tranquille, rassegnate; per attendere come prima, con ogni cura, alla Canonica, al pollaio, al desinaretto di don Giuseppe, ma era rimasta loro una grande amarezza in fondo al cuore, un continuo rodimento.

Aveva ragione don Giuseppe: meglio un buon padre di famiglia che un cattivo prete!… Pure, si erano tanto abituate all'idea di poter rivedere un giorno don Giacomo, il loro povero fratello, in don Pierino! C'era forse in fondo al cuore, anche quell'altra ragione del benefizio; non della Canonica e dell'orto perchè, ormai, quel regno lo avevano riacquistato: avevano combinato con don Giuseppe una specie di affittanza ed erano tornate loro ad essere le padrone….

Perchè quell'amarezza dunque, perchè quel rodimento?… Perchè da tutto il discorso di don Giuseppe, era sorta e rimasta fissa nel loro pensiero un'immagine nuova, viva; alla quale il prete non aveva nemmeno accennato: la moglie di Pierino.

Un'altra donna, un'estranea in quella casa, nella loro casa, sempre con loro, in mezzo a loro, e come loro padrona di tutto! La moglie di Pierino! Un'altra signora Laner! La nuova signora Laner!

Quella loro grande amarezza, quel loro continuo rodimento era un senso strano di gelosia: gelosia di Pierino, dell'orto, della Canonica, della roba; persino di don Giuseppe: insomma gelosia di tutto ciò che aveva appartenuto, che apparteneva a loro due soltanto e che sarebbe stato anche di quell'altra, della terza padrona che doveva capitare!

E tornavano la mattina, la sera, a fermarsi alla loro finestra…. vedevano quell'altra passeggiare nell'orto, raccogliere la frutta, le pere delGigantesso…. comandare, ordinare chissà quali cambiamenti!

Sospiravano, si guardavano, si capivano; ma adesso colle occhiate lunghe e mute, invece di consolarsi si affliggevano di più.

—È tanto giovane Pierino….

—Forse, prima, avremo tempo di morire….

Ma l'idea di morire a tempo per non veder quell'altra capitare in casa, se era balenata prima nel loro animo come un sollievo, aveva finito poi col destare nel loro cuore nuove inquietudini e nuovi tormenti. Morire prima di aver educata "quell'altra" all'economia, al risparmio!… Morire prima di averle insegnato l'ordine della casa, l'andamento della piccola amministrazione, il modo di mantenere il pollaio con poca spesa, di conservare le frutta e l'uva intatta, per tutto l'inverno?

E le due vecchie, spaventate che la moglie di Pierino non avesse tutta l'economia indispensabile a una famiglia per assicurare il necessario e mantenere il timor di Dio, raddoppiavano di avarizia, risparmiavano anche quella poca fettina di lesso in due, per poter rimediare fin d'allora, per preparare un po' di largo, caso mai "quell'altra", venuto il suo momento, non avesse giudizio abbastanza.

Finite le vacanze, Pierino doveva assolutamente ritornare a Trento, per proseguire gli studi; non più in Seminario, s'intende, ma alle scuole pubbliche. Le signore Laner avrebbero certo preferito che il nipote rimanesse in paese per badare all'orto, ai campicelli e per fare un mestiere qualunque, come suo padre. Ma don Giuseppe aprì loro gli occhi anche su questo punto.

"Pierino era di un'indole troppo irrequieta e vivace; aveva del talento, ed era stato allevato troppo bene, perchè omai potesse ancora adattarsi a fare il sarto o il calzolaio, e a lavorare la campagna. A Crodarossa avrebbe finito col diventare un fannullone, un vizioso. Invece, facendolo studiare, si poteva forse cavarne qualche cosa!… Avrebbe potuto avviarsi nella carriera dell'insegnamento, oppure ottenere un posto, per esempio, nelle ferrovie, dove si va avanti, e quando si è vecchi si gode la pensione. Pietro non era un milionario, ma il capitaletto che gli aveva lasciato lo zio "quell'eccellente don Giacomo (e sempre a questo punto anche il prete alzava gli occhi al cielo e sospirava) gli poteva servire per i primi bisogni e, al caso, per una cauzione in una Banca."

Le Banche?… La signora Angelica, e la signora Rosa, non sapevano nemmeno che cosa fossero le Banche, le azioni, le carte, i valori pubblici in genere. Non si fidavano altro che dellaCassa di risparmio; e i denari di Pierino erano messi appunto sopra un libretto già intestato al suo nome.Pochetti ma tocchetti: era tutta la loro esperienza e la loro furberia.

Intanto don Giuseppe, prima ancora che il ragazzo partisse per Trento, aveva procurato di metterlo a dozzina presso certi suoi parenti ai quali avrebbe pur dato l'incarico formale di sorvegliare il piccolo Laner "buono come il pane, ma troppo vivo."

Così Pierino l'aveva spuntata; non sarebbe più tornato in Seminario!… Ma pure, quando venne il momento di partire, si allontanò da Crodarossa col cuore oppresso e assai più triste di quanto non lo fosse la prima volta, allorchè era partito saltando, arrampicandosi sull'imperiale, accanto al conduttore della diligenza.

I baci delle zie erano stati adesso più caldi, per le gran lacrime versate; anche don Giuseppe aveva saputo trovare certi consigli, certe parole buone che lo avevano intenerito. Pierino, ormai, aveva già provato a rimanere un anno lontano, senza più vedere quelle sue montagne verdi dalla cresta bigia, quel suo pezzo di cielo attraversato lentamente dall'ala pesante dei corvi. Aveva cominciato a soffrire i primi dolori, a combattere le sue piccole battaglie e per tutto ciò, quel lungo anno che ricominciava, l'ignoto di quel lungo anno che doveva ancora passare prima di ritrovarsi in faccia a quei monti, prima di rivedere la casettina bianca e quieta, lo sgomentava, lo immalinconiva fino alle lacrime.

Ma partito cogli occhi rossi e a capo basso, gli scolari delle Tecniche lo videro arrivare col cappello sulle ventitrè e il sigaro in bocca: un pezzo di Virginia che gli metteva il mal di stomaco. Pietro Laner aveva vergogna di aver portato la sottana nera; coll'aria da bravo e col sigaro, sperava tener nascosta a tutti la macchia dell'esser stato per un anno in Seminario. Invece i suoi compagni lo vennero presto a sapere, ne fecero un baccano indiavolato, e d'allora in poi, per burlarlo o per attaccar briga, lo chiamavano sempre prete-spretato, baciapile,papalino! Pietro montava in furia, correvano pugni, si rodeva; ma poi, per lavarsi di quell'onta di essere stato fra i preti, per riavere la stima de' suoi condiscepoli, si sforzava persino a tirar giù certe bestemmie grosse come una casa, e che gli lasciavano poi, in fondo al cuore, un senso misterioso di rimorso e di timore.

E anche Pietro, come i suoi compagni, non andava più alla messa la festa, e gridava, ne diceva di tutti i colori contro i preti e contro i bacchettoni; ma poi, quando fu vicina l'epoca degli esperimenti del trimestre, ebbe paura, e tornò ad ascoltare la messa, in una vecchia chiesetta, fuori di mano, dove era sicuro di non essere veduto dai compagni.

L'esperimento andò a vele gonfie e le classificazioni furono tali, specialmente per la Composizione e per la Storia, da provare a don Giuseppe che non aveva preso un altro gambero, come quello della vocazione, anche a proposito del talento.

Pierino montò in superbia per le lodi dei professori e per una certa gloriola che si era procurata anche fra gli scolari con una sua ballata in versi:Napoleone a Sant'Elena. Pensò di essere un genio e credette di non aver più bisogno di nessuno, nemmeno di quella povera Madonnina quasi ignorata nella viuzza remota; e ricominciava anche di tanto in tanto a tirar giù qualche moccoletto, quando gli accadde uno di quegli avvenimenti che lasciano nell'anima un'impressione così profonda che non si cancella interamente per tutta la vita.

Nella stessa casa dove Pietro stava a dozzina, c'era una botteguccia d'un libraio con cartoleria. Pietro, che aveva la passione delle penne, della carta, aveva preso l'abitudine di entrare sempre nella botteguccia, quando andava o tornava dalla scuola. Faceva le sue spesucce, guardava le stampe, le fotografie, i libri illustrati, e un giorno appunto gli capitò sottocchio un libro, un libro nuovo, che lo colpì stranamente e che non osò nemmeno toccare per timore di essere veduto dal libraio.

Sulla copertina chiusa (bisognava tagliarla per leggere il volume) era disegnata, a colori, una donnina molto poco in camicia, colle calzette azzurre e gli stivalini neri, seduta sulle ginocchia di un brutto scimmiotto infrake cravatta bianca. Il libro era intitolato:Le notti di Giuliana, e sotto, fra parentesi, era stampato in caratteri grossilibro segreto.

Pierino continuava a guardare il libro, continuava a fissarlo con una stupidità animalesca negli occhi immobili, col sangue che gli accendeva le guance. Lo voleva quel libro: costava un fiorino, ma egli, soltanto per poterlo leggere, avrebbe dato tutti i suoi quattrini. Ma come domandarlo al libraio? Il vecchio cerbero colla papalina bisunta gli avrebbe ficcati gli occhi addosso; quegli occhi spelati, così vivi e acuti dietro le lenti! Eppure voleva averlo; voleva leggerlo. La sua curiosità era così eccitata, il suo desiderio così cocente, da diventare un orgasmo, una vera ossessione. Gli scolari delle Tecniche ne sapevano e gliene avevano insegnate più assai dell'amico seminarista; ma più egli ne imparava, più ne sapeva, e più cresceva la sua curiosità.

Timido per indole, timidissimo per lo stesso desiderio che lo accendeva, non osava domandare, non osava spiegarsi coi compagni. Quelli si mettevano subito a ridere, a urlare, a chiamarlo don Piero o san Luigi Gonzaga.—E aveva sentito parlare di cene, di certe orgie di ricconi, di vecchi milionari….—Cos'erano? Cosa facevano?… Certo doveva essere tutto raccontato, tutto descritto in quel "libro segreto"Le notti di Giuliana.

Ci pensò tutto il giorno a scuola, a casa, con una smania che si faceva sempre più bramosa, più fissa, che gli era montata al cervello, che lo riscaldava, lo esaltava come i fumi del vino.

La mattina dopo capitò in bottega dal libraio più presto del solito: voleva comperare una grammatica francese; quell'altra l'aveva smarrita, o gli era stata rubata: insomma non la trovava più!

La grammatica francese costava appunto un fiorino comeLe notti di Giuliana. Con quella spesa non gli restavano più che altri tre fiorini e mezzo, e gli dovevano bastare fino alle vacanze:—Poco male; le zie lo avevano abituato all'economia!

Avuta la grammatica, indugiò come al solito nella bottega; e intanto che fingeva di ammirare le fotografie diMerane diGrieslasciò lì la grammatica, sul banco ingombro di quaderni, di scatole, di volumi nuovi e vecchi; la lasciò lì, come per caso, vicino alla catasta degli altri libri. E continuò per un bel pezzo a guardare, a far passare le fotografie diMerane diGries.

Il libraio, intento a disporre le novità nella mostra, gli domandò d'un tratto senza voltarsi:

—Non va a scuola, stamattina?

—Che ora è?

—Son le nove. Sonano adesso!

—Le nove?!—esclamò Pierino, come spaventato a quell'annunzio.—Allora scappo!—e corse via in fretta e in furia, cacciandosi in tasca ilLibro segretoinvece della grammatica.

—In fine che male c'è?… Tanto l'uno che l'altro costano un fiorino; dunque l'ho comperato!—Era suo, finalmente! E adesso che smania di esser solo, di rompere la copertina chiusa, di vedere, di leggere!

Sentiva quel libro pesargli nella saccoccia; gli metteva addosso un calore che gli saliva alla faccia; negli orecchi aveva uno scampanellìo cupo, come se avesse preso il chinino.

Aspettò, quieto, che fosse cominciata la lezione, poi, appena gli parve giunto il momento opportuno, alzò la mano, e avuto il cenno affermativo del professore, se ne andò difilato a rinchiudersi nel solito buco affocato, in fondo al corridoio, dove gli scolari passavano le ore a imparare a fumare. Il sole di giugno batteva colà tutto il giorno e le mosche entravano dai vetri rotti della finestrina a mezzaluna, scendevano colle striscie di luce e i pulviscoli dorati dalle fessure del piccolo tetto di legno sporgente, sbucavano di sotto, correvano sulla faccia, punzecchiavano grosse, moleste, insistenti.

Pietro Laner stracciò colle dita tremanti la copertina e le pagine del libro, e subito cercò, cercò avidamente, in ogni pagina…. Niente! Tutta la grande attrattiva era nella copertina; il resto, una raccolta di novellette insipide, tradotte dal francese.

Possibile?!… Pierino continuò a stracciare le pagine, a cercare, a cercare rapidamente nell'una e nell'altra, indietro, avanti, senza accorgersi intanto che il tempo passava.

A un tratto un pugno forte, poi un altro, scossero l'usciolo sconnesso e mezzo sgangherato.

—Aprite, Laner!

Era la voce del bidello.

Il libro sparì di colpo, precipitò nel vuoto, con un rumor cupo, sempre più basso.

—Aprite, Laner!—E il bidello tirò un altro pugno ancora più forte contro l'uscio.

Pierino aprì, mostrandosi pallido, confuso, al bidello che lo afferrò subito per un orecchio, come don Giuseppe lo agguantava per la cuticagna.

—È un'ora che siete qui! Vi ho veduto entrare!

—Non è vero…. potrei giurare….—ma un'altra tirata di orecchie e un forte scossone gl'impedì di farsi spergiuro.

Il bidello aveva sentito il tonfo del libro, e aveva immaginato press'a poco di che cosa si trattava.

Il direttore ed uno de' professori, passavano in quel punto lungo il corridoio: subito ci fu tra loro e il bidello un breve conciliabolo: poi fecero, su due piedi, una specie di processo, con interrogatori e minacce al povero Pierino, che rispondeva livido, tremante, senza fiato.

—Cosa facevate?

—Fu…. fumavo….

—Cos'è che avete buttato via, quando han picchiato all'uscio?

—La…. la pipa.

E non vi fu verso di cavargli altro di bocca: a testa bassa, continuava a rispondere—"Fu…. fumavo—"La…. la pipa."

Per punizione fu messo in gattabuia invece di lasciarlo andare a casa a desinare. E Pierino, in quelle ore, soffrì quello che non aveva mai sofferto in vita sua!

Il suo sgomento, il suo tormento, era che cercassero, che scoprisseroLe notti di Giuliana. Ma allora sarebbe passato per ladro col libraio, coi professori, coi suoi compagni e coi parenti di don Giuseppe… con tutti quanti! Il cambio colla grammatica l'avrebbero creduta una storiella!

Ladro! Ladro! Ladro!—e immaginava quella parola "Ladro!" "Pierino ladro!" quando fosse arrivata lassù a Crodarossa!… Che vergogna! Che vergogna! Ma piuttosto la morte, mille volte la morte!

E in quello sgomento, in quel terrore Pierino cominciò a pregare il suo povero babbo, il suo povero zio ch'erano in paradiso, che gli volevano bene, e che sapevano che non era un ladro. Poi pregò la Madonna miracolosa del Santuario di Crodarossa, che aveva fatto tanto male a dimenticare, poi l'altra, quella di Trento, della piccola chiesetta lontana, solitaria, e che aveva fatto molto male a trascurare, e pregò, pregò ginocchioni, piangendo, balbettando, dandosi pugni contro il petto che gli doleva per l'affanno e per la fame. Col fervore della preghiera, colla sincerità del pentimento, faceva le promesse più solenni. Oh, se i suoi poveri morti, se la Madonna, quella di Crodarossa e quella di Trento, gli facevano quella grazia; se il libro non era scoperto; se lui non veniva accusato di aver rubato, di essere un ladro, oh, allora, prometteva di mutar vita, di non dire mai più—mai più—la più piccola bestemmia, di andare in chiesa tutti i giorni, di andare a messa tutte le domeniche, tutte le feste, e di dirlo anche, di farsi vedere, senza stupidi riguardi, da tutti i suoi compagni!…

La cosa finì con una gran lavata di capo del direttore, e dei parenti, sul brutto vizio di fumare, e non se ne parlò più. Ma da quel giorno Pierino pregava, pregava tutte le sere, tutte le mattine; pregava per ottenere il miracolo che le zie gli mandassero un po' di soldi e per ottenere la grazia di passar bene gli esami.

E ancora dopo molti anni da quel giorno della grazia ricevuta per il Libro segreto, quando Pietro Laner mandò i suoi tre primi sonetti e il suo primo articolo di critica intitolato Berchet e Mameli "All'illustre cavalier Matteo Cantasirena, direttore delRinnovatore _e dell'_Emporio Letterario", prima di portare il manoscritto alla posta, se lo portò in chiesa, nascosto sotto il gilet. In quel momento e con tutto il male che aveva detto dei Gesuiti e del Papa nel suo primo articolo, Pietro Laner non poteva certo umiliarsi a credere nelle "grazie" e nei "miracoli" di Domineddio; ma credeva, e ne aveva paura, in quella stranissima combinazione, che quando non andava in chiesa non gli riusciva niente di bene.

E per Pietro Laner sarebbe stata una disgrazia se quell'articolo, se quei sonetti, non avessero fatto buona impressione al cavalier Cantasirena. Guai per lui se non fossero stati accettati e pubblicati nell'Emporio Letterario! La sua più grande, la sua più bella speranza sarebbe andata svanita! Era da quei tre sonetti e da quell'articolo che poteva dipendere tutto il suo avvenire, tutta la sua felicità e forse tutta la sua gloria!

Pietro Laner aveva finito con onore anche L'Istituto Tecnico, aveva passato i vent'anni, ma ancora non aveva scelta la sua carriera: era incerto, non sapeva quale avrebbe potuto essere per lui la migliore. Continuava a ripetere ogni momento che avrebbe fatto volentieri il professore; che avrebbe fatto volentieri l'impiegato con un buon posto, che avrebbe fatto volentieri anche il ragioniere, ma intanto continuava volentieri a far niente!

E la signora Angelica e la signora Rosina, che non avevano nessuna fretta di vederlo partire da Crodarossa, di vederlo toccare il suo libretto della Cassa di Risparmio, si ostinavano ogni giorno più nel loro mutismo, per non essere obbligate a far domande, a spingere il nipote a prendere una risoluzione, come avrebbero dovuto fare, ma come non avevano voglia di fare.

Soltanto don Giuseppe predicava in italiano e in latino che quello stato di ozio, di dissipazione, non doveva duraresine fine dicentes. Ma don Giuseppe e Pietro Laner erano venuti poi a rottura a proposito della "triplice alleanza" e del "potere temporale". Don Giuseppe aveva alzata la voce, e gli aveva imposto di tacere, mentre la signora Angelica e la signora Rosina, sbalordite, sbigottite, correvano intorno affannate a chiudere tutte le porte, tutte le finestre, perchè l'ortolano, perchè la gente di fuori, non avesse a sentire e a rimanerne scandalizzata.

La brutta scena era rimasta impressa nell'animo di Pierino: lo rodeva il dispetto, la stizza di essersi lasciato intimidire e di non aver avuto il coraggio di rispondere per le rime quando don Giuseppe aveva alzata la voce.

—L'ora è sonata! Bisogna passare il Rubicone! Non voglio ammuffire fra le sottane! Viva l'Italia! Viva la libertà! Abbasso i preti!—e per mostrare anche a don Giuseppe che omai voleva impipparsene di tutti quanti, gli passava vicino col suo bravo cappello col garofano rosso e il mucchietto d'edelweissinfilato di dietro, sulle ventitrè, e si faceva sentire a fischiettare l'Oi Carolì, e ilMorettina tu mi lasci.


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